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02 giugno 2018

Save the Children, infanzia negata per oltre 1,2 miliardi di bambini

Il Niger è il Paese dove i minori corrono i pericoli maggiori, mentre Singapore e Slovenia sono quelli più a misura di bambino.


L’Italia si posiziona invece all'ottavo posto, a pari merito con la Corea del Sud, guadagnando una posizione.

120 milioni di ragazze, più di una su 10 a livello globale, nella loro vita hanno subito forme di violenza

Povertà, conflitti o discriminazioni contro bambine e ragazze minacciano l’infanzia di oltre la metà dei minori al mondo: più di 1,2 miliardi di bambini che rischiano di morire prima di aver compiuto 5 anni, di soffrire le conseguenze della malnutrizione, di non andare a scuola e ricevere un’istruzione o di essere costretti a lavorare o a sposarsi troppo presto.

Circa 153 milioni di minori vivono invece in Paesi in cui tutte e tre queste gravi minacce, povertà, conflitti e discriminazioni di genere, sono purtroppo ben presenti.

La classifica dei Paesi dove l'infanzia è più a rischio
Il Niger è il Paese dove i minori corrono i pericoli maggiori, mentre Singapore e Slovenia sono quelli più a misura di bambino. L’Italia si posiziona invece all'ottavo posto, a pari merito con la Corea del Sud, guadagnando una posizione rispetto allo scorso anno, sebbene nel nostro Paese quasi un milione e 300mila bambini e ragazzi vivano in condizioni di povertà assoluta.

Lo pubblica Save the Children nel rapporto "Le tante facce dell’esclusione" giunto alla seconda edizione della classifica globale dei 175 Paesi dove i minori hanno maggiori opportunità di vivere a pieno la propria infanzia.

Tra i Paesi dove i minori sono più a rischio, dopo il Niger ci sono Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad, Sud Sudan. Dall’altra parte della classifica, al secondo posto tra quelli a misura di bambino dopo Singapore e Slovenia ci sono gli scandinavi Norvegia, Svezia e Finlandia.

Stati Uniti, Russia e Cina (rispettivamente al 36esimo, 37esimo e 40esimo posto), infine, si trovano dietro la maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale.

Dal rapporto emerge che più di un miliardo di bambini, nel mondo, vive in Paesi poveri, 240 milioni in aree dilaniate dai conflitti e oltre 575 milioni di bambine e ragazze si trovano in contesti caratterizzati da gravi discriminazioni di genere nei loro confronti. Sono circa 153 milioni i minori che vivono invece in Paesi in cui tutte e tre queste gravi minacce sono ben presenti.

Passi avanti, ma troppo a rilento
Non possiamo più permettere che così tanti bambini corrano il rischio di perdere la propria infanzia già dal momento in cui vengono al mondo” ha dichiarato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children. Pur sottolineando che, rispetto allo scorso anno, sono stati riscontrati significativi passi avanti in 95 Paesi su 175.

Questi miglioramenti non stanno avvenendo abbastanza velocemente e, anzi, in ben 40 Paesi le condizioni di vita dei bambini sono notevolmente peggiorate”. Una situazione che allontana dall'obiettivo di garantire, entro il 2030, salute, educazione e protezione a tutti i minori, come previsto dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile approvati dall’Onu nel 2015.


Vivere in contesti di povertà
Nei Paesi in via di sviluppo un minore su 5 vive in povertà estrema, soprattutto in Africa sub-sahariana (dove i bambini in questa condizione sono il 52% del totale a livello globale) e Asia meridionale (36%), con l’India che da sola tocca quota 30%.

Ma la piaga della povertà riguarda anche le aree economicamente più avanzate, con ben 30 milioni di bambini e ragazzi che nei Paesi Ocse vivono in povertà relativa grave, tra cui sei milioni solo negli Usa.

Vivere in un contesto di povertà crea forti ostacoli alla sopravvivenza. Se nel mondo ogni giorno più di 15mila bambini muoiono prima di aver compiuto il quinto anno di età per cause facilmente curabili e prevenibili, il 90% di questi decessi avviene in Paesi caratterizzati da redditi bassi o medio-bassi. Non è un caso se tra i 155 milioni di bambini sotto i 5 anni oggi affetti da malnutrizione cronica, 9 su 10 si trovano nei Paesi più poveri. Nel 1990 erano 7 su 10.

Contesti di povertà incidono anche sulla possibilità di andare a scuola e ricevere un’educazione. Nei Paesi a basso reddito, infatti, un minore su tre in età scolare non va a scuola, mentre nei contesti ad alto reddito questi avviene in meno di quattro casi su 100. L’84% dei minori tagliati fuori dall'educazione nel mondo vive in Paesi a reddito basso o medio-basso, con un aumento di 7 punti percentuali rispetto al 2000 e del 15% rispetto al 1990.

Dal rapporto di Save the Children emerge inoltre come molto stretta sia la correlazione tra povertà e lavoro minorile, oltre che matrimoni e gravidanze precoci. Nei Paesi meno sviluppati, è costretto a lavorare un minore su quattro, con Africa e Asia che presentano il maggior numero di bambini in questa condizione. Ma questa piaga non risparmia nemmeno i Paesi più ricchi: sono 2 milioni i bambini e adolescenti che lavorano nei Paesi ad alto reddito.


Diritti negati nelle zone di guerra
Nei Paesi in conflitto, malnutrizione, malattie e mancanza di accesso alle cure sanitarie uccidono molto più delle bombe. Secondo lo studio, un bambino su 5 al mondo che muore prima dei cinque anni si trova in Paesi coinvolti in conflitti, mentre più dei tre quarti dei minori malnutriti a livello globale (pari a 122 milioni) vivono in aree caratterizzate da guerre e violenze.

A causa dei conflitti 27 milioni di minori sono oggi tagliati fuori dall'educazione, perché le loro scuole sono prese di mira dagli attacchi, occupate dai gruppi armati o perché i genitori hanno paura di mandare i figli a scuola. La mancanza di accesso all'educazione riguarda particolarmente i bambini rifugiati che hanno cinque volte in più la probabilità di non frequentare la scuola rispetto ai coetanei.

Nella Nigeria nord-orientale, regione funestata dalla violenza di Boko Haram, più di un milione di bambini non può andare a scuola a causa della distruzione degli edifici scolastici, dell'uccisione di insegnanti o perché la popolazione è stata costretta a fuggire.

Le discriminazioni di genere
Dal rapporto di Save the Children emerge che in 55 Paesi sui 175 che compongono l’Indice dell’infanzia negata le discriminazioni di genere sono all'ordine del giorno. Rispetto ai loro coetanei maschi, infatti, le ragazze hanno maggiori probabilità di non mettere mai piede in classe nella loro vita.

Stime recenti rivelano che circa 15 milioni di bambine in età scolare (scuola primaria) non avranno mai la possibilità di imparare a leggere e scrivere rispetto a dieci milioni di coetanei maschi. Di queste, 9 milioni vivono in Africa sub-sahariana.

I matrimoni precoci sono tra i fattori trainanti della negazione, per le bambine e le ragazze, dell’opportunità di apprendere e ricevere un’educazione. Oggi, nel mondo, 12 milioni di ragazze si sposano ogni anno prima dei 18 anni e, ai ritmi attuali, si stima che entro il 2030 tale cifra supererà i 150 milioni. Il fenomeno delle spose bambine è particolarmente rilevante anche nelle aree colpite dai conflitti, dove in molti casi le famiglie organizzano i matrimoni per proteggere le figlie da abusi e violenze sessuali.

Tra i rifugiati siriani in Giordania, ad esempio, la percentuale di ragazze sposate prima di aver compiuto i 18 anni è cresciuta dal 12% nel 2011 al 32% nel 2014. In Libano, attualmente, risulta sposata prima dei 18 anni più di una ragazza profuga siriana su 4, mentre in Yemen la percentuale di spose bambine supera i due terzi del totale delle giovani nel Paese. Erano la metà prima dell’escalation del conflitto.

A tale fenomeno è poi strettamente collegato quello delle gravidanze precoci, che oggi riguarda 7,8 milioni di adolescenti. L’analisi di Save the Children mette infine in evidenza la piaga delle violenze fisiche e sessuali, dalle mutilazioni genitali femminili agli stupri alla prostituzione forzata, di cui troppo spesso le bambine e le ragazze sono vittime nel mondo. Circa 120 milioni di ragazze, più di una su 10 a livello globale, nella loro vita hanno subito forme di violenze (Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito) e più di una ragazza su 10 ha subito almeno un episodio di violenza sessuale prima dei 15 anni.

Le tante facce dell'esclusione

Nel rapporto "Le tante facce dell'esclusione" individuiamo le cause e i fenomeni che rubano l'infanzia a molti bambini nel mondo.

Nel mondo per più di 1.2 miliardi di bambini l'infanzia rischia di finire troppo presto. Le ragioni principali sono la povertà, i conflitti e le discriminazioni di genere contro le bambine e le ragazze.

Il secondo Indice "The End of Childhood", presentato nel rapporto, mette a confronto i dati relativi a 175 Paesi nel mondo e valuta dove l'infanzia dei bambini è più o meno minacciata.





Articolo a cura di
Maris Davis

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25 gennaio 2018

Giulio Regeni e la strada in salita per arrivare alla verità, due anni dopo

25 gennaio 2016 - 25 gennaio 2018. Ai familiari, agli amici, a tutti quelli che lo ricordano, a chi cerca la verità e a coloro che la verità la pretendono, ai perseguitati a causa delle ingiustizie, delle proprie idee e della libertà. Verità per Giulio.


Dicono oggi Paola e Claudio Regeni: "Il nostro calendario mensile ha l'evidenza su tre date principali: il 25, la scomparsa di Giulio, il 3, giorno del ritrovamento del suo corpo, il 14, punto sulla situazione della scorta mediatica. Questo significa che i tutti i cittadini che chiedono con noi verità e giustizia per Giulio, seguono attentamente tutto ciò che succede e tutte le scelte che vengono fatte per arrivare alla verità. Speriamo che a breve si aggiunga a queste tre date quella in cui ci verrà consegnata la verità 'vera' e completa sulle responsabilità della barbara uccisione di nostro figlio"

Due anni sono un tempo lungo per un padre e una madre che continuano a chiedere con resilienza e dignità Giustizia e verità. E lo sono, a ben vedere, anche per un Paese, l'Italia, che di questo caso ha fatto una prova di partecipazione civile e sovranità politica. E tuttavia va riconosciuto, come peraltro legittimamente ricorda oggi su Repubblica la lettera aperta del Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, che questi due anni hanno avvicinato, piuttosto che allontanarla, quella quarta "data" che oggi Paola e Claudio Regeni auspicano di cerchiare presto nel loro, non solo loro, calendario.

Video messaggio di Paola e Claudio Regeni

Ebbene, oggi sappiamo che Giulio fu oggetto di una stringente attività di spionaggio ingrassata dalla paranoia degli apparati del regime egiziano alla vigilia del quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir. Che quella attività fu alimentata dal tradimento di chi Giulio si fidava, l'allora leader del sindacato degli ambulanti, Mohammed Abdallah (uomo dal passato miserabile e dal presente disperato, in cerca di denaro facile per sostenere l'operazione di cancro di sua moglie), pronto a venderlo nella sua veste di informatore di polizia e Servizi.

Che a consegnare a Giulio la patente di "spia", quale non era, per conto dei Servizi britannici, fu la "colpa" del suo lavoro di ricerca condotto per l'università di Cambridge. Che della "pratica Regeni" si occupò la National security agency, il servizio segreto civile che aveva e ha come suo referente politico il ministro dell'Interno Abdel Ghaffar, l'altra figura chiave del regime con il presidente Al Sisi e contraltare di quest'ultimo. Che il regime egiziano per due anni ha depistato le indagini, arrivando a concepire e consumare la macabra messa in scena della morte di cinque innocenti da offrire all'Italia come responsabili della morte di Giulio.

Non è poco. Non fosse altro perché queste certezze, sono ormai depositate in un atto giudiziario. Un'informativa dello Sco della Polizia e del Ros dei Carabinieri consegnata e condivisa dalla Procura generale del Cairo, nel dicembre scorso, che identifica nove, tra poliziotti e agenti dei Servizi, che aldilà di ogni ragionevole dubbio, furono coinvolti quantomeno nel sequestro di Giulio. E che, dunque, possono portare alle responsabilità all'interno del Regime e dei suoi apparati, dei mandanti e degli autori materiali dell'omicidio.

È questo ulteriore passaggio, evidentemente, il tratto di strada, tutt'altro che agevole o scontato, che manca per arrivare alla "verità vera", per dirla con Paola e Claudio Regeni. Per percorrerlo è necessario che la sostanziale compattezza dimostrata in questi due anni da opinione pubblica, parlamento, magistratura non si incrini.


È necessario anche che ciascuno faccia la propria parte portando alla causa della verità qualunque elemento o dettaglio in grado di ricostruire ogni aspetto di questa vicenda, anche quelli non necessariamente di rilevanza penale. È quanto accaduto negli ultimi mesi con la pressione esercitata dalla procura di Roma sull'università di Cambridge e sulla professoressa Maha Abdelrhaman, tutor di Giulio. Sarebbe dunque auspicabile che l'Accademia non si raccontasse ciò che non è, alimentando guerre di religione (sulla libertà di insegnamento) che nulla hanno a che vedere con questa vicenda.


Sarebbe infine auspicabile, perché cruciale nell'economia di ciò che può ancora accadere, che la politica, a prescindere dall'assetto che daranno le prossime elezioni politiche, continui ad avere Giulio in cima alla sua agenda. Impegnandosi a implementare la pressione sul regime di Al Sisi e avere il coraggio di farne ciò che non è stato sin qui.


Una storia che riguarda l'Europa, e le sue istituzioni, a partire dal parlamento europeo che continua a fingere di non vedere quello che Giulio era: un cittadino del mondo, un cittadino europeo.



Articolo a cura di
Maris Davis

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10 giugno 2012

È mezzanotte e una ragazza triste guarda le Stelle.

È mezzanotte, migliaia di giovani popolano le discoteche in attesa di vivere la notte. I bambini sognano case di cioccolata ..

Una ragazza guarda le Stelle una lacrima le riga il viso, guarda il letto disfatto e attende in silenzio, e senza accorgersene sta iniziando a singhiozzare. Ad un tratto sente dei passi, lei sa che è di nuovo venuta l'ora di diventare un oggetto.

Ciò che fa davvero soffrire è sapere che lei non è l'unica donna rinchiusa in un labirinto di cemento, al centro di un egoistico business che calpesta dignità e sogni.

In un mondo che avanza verso la globalizzazione, che investe nella ricerca, che vuole combattere i problemi .. In un mondo così esiste ancora la schiavitù, una parola che al solo suono fa rabbrividire, ma esiste, ed è sotto i nostri occhi.

Uomini senza scrupoli si fanno chiamare "protettori", ma l'unica cosa che proteggono è il loro patrimonio, bagnato di lacrime innocenti e di sogni diventati incubi.

Ma la cosa più raccapricciante che mantiene in vita questo così detto business è la moltitudine di clienti, uomini con una vita normale, con una famiglia normale. Uomini che dicono di amare le loro mogli, ma poi vanno alla ricerca del piacere a pagamento.

Sono come leoni a caccia di prede facili, scrutano il territorio e individuano le loro prede, e quando arriva il momento opportuno attaccano. La preda quando può si difende, ma a vincere è sempre la legge della giungla, a vincere è sempre il più forte.

Non è facile opporsi a questo scempio. Spesso siamo indotti a pensare che dal momento in cui lo Stato non fa il suo dovere è inutile mobilitarsi per cercare di cambiare qualcosa.

NO allo sfruttamento della prostituzione .. il primo "magnaccia" è lo Stato che non protegge adeguatamente le ragazze vittime di schiavitù sessuale, che le "costringe" a denunciare i loro sfruttatori senza pensare prima a dar loro una sicurezza psicologica, legale e ambientale. La legge Bossi-Fini sull'immigrazione clandestina non distingue i persecutori dai perseguitati, i "magnaccia" dalle ragazze schiave .. Non distingue i mercanti di uomini dagli uomini e dalle donne.

Dobbiamo tener presente che noi siamo lo Stato, e noi dobbiamo far sentire la nostra voce.





Le nostre Playlist

09 febbraio 2012

Ventimila ragazze nigeriane schiave sessuali in Mali.

È un fatto senza precedenti quello che emerge da una ricerca collegata al “Progetto Haven” che doveva monitorare lo stato di povertà nell’Africa occidentale e il traffico di esseri umani ad esso collegato. Secondo quanto emerge da questa ricerca in Mali ci sono oltre 20.000 ragazze nigeriane di età compresa tra i 13 e i 22 anni trattenute contro la loro volontà e usate come schiave del sesso.
Le migliaia di ragazze nigeriane sono vittime di una organizzazione criminale ben strutturata con base in Nigeria (la Mafia Nigeriana appunto) che approfittando dell’estremo stato di povertà in cui versano le ragazze promette loro una vita migliore in Europa o in altri Paesi ricchi. La cosa era risaputa da tempo e comprovata da diversi racconti di donne nigeriane arrivate fino alle coste europee. Quello che invece non si sapeva è che moltissime di queste ragazze vengono fermate in Mali e in altri Paesi africani dove vengono letteralmente ridotte in schiavitù e usate come schiave del sesso. Quella che finora era una via di passaggio delle ragazze verso l'Europa (Spagna e Italia in particolare), dove il traffico di ragazze nigeriane e la tratta sono decisamente contrastati, il Mali ora è diventato un  territorio di sfruttamento, la meta finale di queste ragazze rese schiave sessuali grazie alla complicità di alti funzionari governativi e della polizia locale.

Il fatto è emerso per la prima volta un anno fa quando in un documento segreto inviato al Governo nigeriano, la National Agency for the Prohibition of Trafficking in Persons (NAPTIP), lamentava la sua incapacità di salvare migliaia di ragazze nigeriane schiavizzate in Mali e in altri Paesi chiedendo l’intervento diretto del Governo nigeriano. Una missione organizzata dalla stessa NAPTIP in collaborazione con alcune ONG e religiosi del luogo appurò che la situazione delle ragazze era addirittura peggio di quanto descritto all’inizio e che le organizzazioni criminali se le passavano tra di loro come fossero vera e propria mercanzia. Chi di loro tentava di fuggire o non rendeva abbastanza veniva eliminata.

Tutte le ragazze vivono in condizioni disumane. Abitano in piccolissime baracche dove vengono ammassate anche in 10/15. Sono costrette a incontrare minimo 20 uomini per notte. I soldi che guadagnano vengono trattenuti dall’organizzazione fino al “riscatto della libertà” che però non arriva mai. È il più grande agglomerato di schiave scoperto dalla fine dello schiavismo ad oggi.
Il fatto più sconcertante emerso da questa ricerca non è però solo la grande quantità di ragazze schiavizzate ma anche e soprattutto la completa immobilità dei governi della Nigeria e del Mali che pure sono stati informati. Addirittura un anno fa era stata organizzata una operazione congiunta di recupero delle ragazze e repressione delle organizzazioni criminali che le sfruttavano, operazione denominata “Operazione Timbuktu”  che avrebbe dovuto individuare le ragazze, i luoghi dove venivano detenute, gli sfruttatori e successivamente procedere alla loro liberazione. Dopo 12 mesi esatti l’Operazione Timbuktu non ha liberato che pochissime ragazze e si è inspiegabilmente impantanata. A denunciarlo è stato Simon Egede direttore esecutivo della National Agency for the Prohibition of Trafficking in Persons il quale attribuisce il fallimento della missione alle “azioni ostili” messe in atto dalla polizia del Mali, probabilmente in combutta con i trafficanti di esseri umani.
Le autorità del Mali parlano invece di “mancanza di coordinamento” tra la polizia nigeriana e quella del Mali. Tuttavia, il sospetto che a coprire i trafficanti di esseri umani siano anche alti dirigenti del Mali è molto forte. Per questo alcune Ong che operano in Mali ha inviato un dettagliato report alle Nazioni Unite al fine di denunciare questa incredibile tratta di esseri umani che coinvolge decine di migliaia di ragazze nigeriane per lo più minorenni affinché siano le Nazioni Unite stesse attraverso le loro agenzie a intervenire direttamente sul Governo del Mali dato che, oltretutto, le ragazze operano praticamente alla luce del sole il che dimostra il fatto che non vi sia da parte del Governo del Mali alcuna intenzione di operare per la liberazione di queste vere e proprie schiave.



Altri articoli su Mafia Nigeriana

06 febbraio 2012

Campagna contro le Mutilazioni Genitali Femminili.

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono un fenomeno vasto e complesso, che include pratiche tradizionali che vanno dall'incisione alla asportazione, in parte o in tutto, dei genitali femminili esterni.
Bambine, ragazze e donne che le subiscono devono fare i conti con rischi gravi e irreversibili per la loro salute, oltre a pesanti conseguenze psicologiche. Si stima che in Africa il numero di donne che convivono con una mutilazione genitale siano tra i 100 e i 140 milioni. Dati gli attuali trend demografici, possiamo calcolare che ogni anno circa tre milioni di bambine si aggiungano a queste statistiche.
Gran parte delle ragazze e delle donne che subiscono queste pratiche si trovano in 28 Paesi africani, sebbene una parte di esse viva in Asia. Sono in aumento anche casi simili in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, soprattutto fra gli immigrati provenienti dall'Africa e dall'Asia sud-occidentale.(fonte Unicef).

Amnesty International e l'European Women's Lobby ritengono che un passo che ciascuno stato membro dell'Unione europea potrebbe già intraprendere per proteggere le donne e le bambine dalle mutilazioni dei genitali femminili e da altre forme di violenza contro le donne, sia quello di firmare e ratificare la Convenzione del Consiglio d'Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica.

L'Italia non ha finora firmato la Convenzione. L'auspicio è che il governo italiano si impegni a firmarla e ratificarla quanto prima in quanto si tratterebbe del primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza.

"Porre fine a tutte le forme di violenza contro le donne, comprese le mutilazioni dei genitali femminili, dev'essere una priorità, specialmente in tempi di crisi. Sappiamo che l'Unione europea ha gli strumenti per far cessare la violenza contro le donne e sviluppare una strategia che garantisca a tutte le donne il diritto di vivere libere dalla violenza".
Giornata internazionale per la tolleranza zero nei confronti delle mutilazioni dei genitali femminili, che si celebra oggi 6 febbraio, Amnesty International e l'European Women's Lobby hanno chiesto all'Unione europea di adottare una visione coerente e l'impegno per porre fine a queste e ad altre forme di violenza contro le donne.

Dal 2010, quando la Commissione europea aveva promesso di adottare una strategia sulla violenza contro le donne, comprese le mutilazioni dei genitali femminili, non vi è stato alcun tentativo coerente e strutturato di affrontare questa violazione dei diritti umani.

Il parlamento europeo stima che 500.000 donne e bambine residenti in Europa portino su di sé le conseguenze permanenti delle mutilazioni dei genitali femminili e che altre 180.000 siano a rischio ogni anno. Molto spesso, le bambine vengono portate all'estero durante le vacanze estive e costrette a subire la mutilazione dei genitali, garanzia del loro status sociale e della loro idoneità al matrimonio. Pur se alcuni stati membri dell'Unione europea si sono dotati di leggi e politiche in materia, c'è ampia disparità tra stato e stato.

In Francia, Regno Unito, Svezia e altri paesi dove è stata riconosciuta reato da oltre un decennio, la pratica delle mutilazioni dei genitali femminili prosegue. "È la prova che la legge non è la chiave che chiude tutte le porte a questa violazione dei diritti umani. L'Unione europea dovrebbe adottare un approccio complessivo che coinvolga le comunità interessate, per garantire che le bambine siano protette e le loro famiglie non siano colpite dallo stigma", ha dichiarato Christine Loudes, direttrice della Campagna europea END FGM, per porre fine alle mutilazioni dei genitali femminili, promossa da Amnesty International.

La violenza contro le donne, di cui le mutilazioni dei genitali femminili sono uno dei più gravi esempi, è un fenomeno sistematico e molto diffuso. Quasi ogni donna nell'Unione europea subirà qualche forma di violenza durante la sua vita, una su cinque sarà vittima di violenza domestica, una su 10 verrà stuprata o costretta a compiere atti sessuali.



Nel settembre 2010, la Commissione europea ha presentato una strategia d'azione per combattere la violenza contro le donne nell'ambito della sua strategia per promuovere l'uguaglianza di genere. La Commissione europea ha promesso di "adottare una strategia a livello europeo per combattere la violenza contro le donne, compresa la pratica della mutilazioni dei genitali femminili" - Visualizza -
La Convenzione del Consiglio d'Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica è stata firmata da 18 stati ma finora non ha avuto alcuna ratifica - Guarda la Convenzione -

Le mutilazioni dei genitali femminili sono una violazione dei diritti umani che colpisce ogni giorno nel mondo 8.000 (ottomila) donne. L'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere ha lanciato uno studio per raccogliere dati sulla pratica delle mutilazioni dei genitali femminili nell'Unione europea, i cui risultati sono attesi nel 2013.
Nel 2010, la Campagna europea END FGM, per porre fine alle mutilazioni dei genitali femminili, promossa da Amnesty International, ha lanciato una strategia in cui pone alle istituzioni e agli stati membri dell'Unione europea una serie di richieste per porre fine alle mutilazioni dei genitali femminili.


Pregiudizi alla base delle Mutilazioni Genitali Femminili (Infibulazione)

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) vengono praticate per una serie di motivazioni: 
Ragioni sessuali: soggiogare o ridurre la sessualità femminile. 
Ragioni sociologiche: es. iniziazione delle adolescenti all'età adulta, integrazione sociale delle giovani, mantenimento della coesione nella comunità. 
Ragioni igieniche ed estetiche: in alcune culture, i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e oscenità. 
Ragioni sanitarie: si pensa a volte che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino.  
Ragioni religiose: molti credono che questa pratica sia prevista da testi religiosi (Corano).



31 gennaio 2012

Spose Bambine, un problema odioso radicato in molte culture.


INDIA. Bambine di otto anni, con lo sguardo, la spontaneità, la voglia di giocare di qualsiasi coetanea. Solo che loro sono diverse, sono delle "baby spose".
L’India ha scoperto di avere un altro primato negativo per quanto riguarda i diritti delle donne. Il subcontinente è infatti agli ultimi posti, superato solo da Mali, Bangladesh, Nepal e Burkina Faso, per la percentuale di ragazze che si sposano prima dei diciotto anni. Il 47 per cento delle giovani che oggi hanno tra i 20 e i 24 anni si è infatti sposato ancora minorenne.
E se per colmo di sfortuna muore il marito: così, come prescrivono i rigidissimi rituali religiosi indù, le piccole bambine sono costrette a lasciare la famiglia, per essere segregate nelle "casa delle vedove". Una sorta di lager dove, tra amicizie, umanità dolente, prostituzione occulta, divieti di ogni genere, perdono la loro innocenza e la loro voglia di vivere.
Nell'immenso subcontinente indiano ci sono 34 milioni di vedove, e almeno 12 milioni vivono nelle "case". E non solo in quel paese: secondo Amnesty International, ogni anno nel mondo ci sono 80 milioni di matrimoni con spose bambine.

ARABIA SAUDITA. Niente più spose bambine, niente più fanciulle costrette a matrimoni forzati con uomini che per età potrebbero essere loro padri, se non addirittura nonni. Va in questa direzione l’annuncio del ministero della Giustizia dell’Arabia Saudita, che ha annunciato che sta studiando una legge per porre un’età minima per le ragazze da marito .. (leggi l'articolo) ..

NEL MONDO. in Pakistan la percentuale di spose bambine è del 24 per cento, e in Paesi come il Sudan, la Nigeria e l’Afghanistan la percentuale è, rispettivamente del 34, 39 e 43 per cento. Tra i virtuosi ci sono Mongolia e Sri Lanka, con il 9 e 12 per cento dei matrimoni tra minorenni.
La ricerca è stata condotta dal Population Reference Bureau di Washington, che ha sottolineato come questa percentuale sia più alta rispetto alla media dell’area, l’Asia centro-meridionale, che arriva al 45 per cento.
La media in Africa è invece solo del 34 per cento, secondo i ricercatori grazie alla struttura matriarcale di molte tribù. Nel caso dell’India il numero alto è invece dovuto alla paura dei genitori che le ragazze intraprendano relazioni sentimentali, con la conseguenza magari di una gravidanza fuori dal matrimonio. Sono infatti le ragazze che interrompono gli studi a essere il maggior bersaglio di questa pratica.


ITALIA. In Italia i minorenni non possono sposarsi. Esiste però una deroga. Per "gravi motivi", dai 16 anni in poi il tribunale per i minori può autorizzare le nozze. Il Centro di documentazione per l’infanzia registra da anni questi casi: nel 1994 erano 1.173, poi sono via via diminuiti, fino ai 209 del 2006 e i 156 del 2007 (ultimo dato disponibile). La Campania è la regione in cui ne avvengono di più, 77. Per la maggior parte si tratta di matrimoni tra stranieri, con in testa le comunità di immigrati da Pakistan, India e Marocco.

Questi numeri descrivono però solo l’aspetto legale, che secondo gli esperti è minimo rispetto a tutti i legami imposti all’interno delle famiglie, a volte suggellati con un rito in qualche moschea, più spesso con unioni celebrate nei Paesi d’origine. Le seconde generazioni delle ragazze sono e saranno una vera emergenza, se non si interviene con politiche più incisive, i contrasti tra l’idea di famiglia imposta dai genitori e il modello delle adolescenti diventerà inconciliabile.


13 gennaio 2012

Bambini di Strada nel Mondo.

I bambini di strada nel mondo potrebbero essere tra i 100 ed i 150 milioni ed è verosimile che il loro numero sia in aumento, per la crescita della popolazione globale e dell’urbanizzazione. Potrebbero, perché se i bambini di strada sono tra quelli fisicamente più visibili, dato che trascorrono gran parte del loro tempo in strada, sono per assurdo anche tra i più invisibili, sfuggono alle statistiche, ai censimenti, alle istituzioni, sono esclusi da programmi e politiche statali. La maggior parte delle indagini volte a quantificare le dimensioni globali del fenomeno sono dunque stime, valutazioni approssimative, rese ancor più complesse dall’inesistenza di un consenso internazionale circa la definizione di bambino di strada. La definizione più comunemente utilizzata (Unicef) considera street children i minori per i quali la strada rappresenta la casa e/o la principale fonte di sostentamento e che non sono adeguatamente protetti o sorvegliati. Il concetto comprende i bambini sulla strada (street-working children), che vivono della strada e la sera rientrano a casa, e i bambini di strada (street-living children), che invece non hanno una famiglia o una casa a cui fare ritorno. Una definizione più recente e maggiormente comprensiva, adottata anche dal Consortium for Street Children, considera bambini di strada quelli per cui la strada costituisce il punto di riferimento ed ha un ruolo centrale nelle loro vite. Quello dei bambini di strada è un fenomeno prevalentemente urbano, caratteristico delle grandi città dei Paesi in via di sviluppo ma sempre più rilevante anche nelle periferie e nei centri urbani del mondo industrializzato, a causa soprattutto dei processi migratori.
Povertà estrema, disgregazione familiare, violenza ed abusi sono di norma denominatore comune a tutte le situazioni di allontanamento dei minori che, alla fine, finiscono in strada. Fattori aggravati da accadimenti regionali: guerre civili e pandemia AIDS (Africa), politiche sociali inadeguate e profonde ineguaglianze nella distribuzione del reddito (America Latina), urbanizzazione incontrollata, degrado sociale, crisi economiche e svalutazioni monetarie (Asia), transizioni politiche precarie, incerte e deterioramento delle condizioni di vita (Europa dell’Est). Come altre categorie svantaggiate di minori, i bambini di strada sono vittime, private dei loro diritti fondamentali, primi fra i quali il diritto alla protezione, all’accesso ai servizi essenziali di assistenza sociale e sanitaria, all’istruzione, alle cure della famiglia.
Spesso sono i genitori a mandare i bambini in strada a lavorare, perché possano contribuire al reddito familiare. In altri casi la strada diventa unico rifugio per i bambini che vengono rifiutati, abbandonati dalle famiglie e di quelli che scappano di casa, in cerca di migliori prospettive di vita o in fuga da una vita di violenza e maltrattamenti. Altri bambini che in molte aree del mondo non hanno alternative rispetto alla vita di strada sono gli orfani, i profughi e i rifugiati, i disabili abbandonati.
In strada i bambini anche piccoli, piccolissimi, sono costretti a vivere di espedienti: mendicano, lavorano saltuariamente come lustrascarpe, parcheggiatori, venditori di cianfrusaglie, rubano, frugano nelle immondizie per poi venderne il ricavato, si prostituiscono. E, in strada, i bambini diventano ancora più vulnerabili al rischio di essere sfruttati, abusati, trafficati e suscettibili di diventare vittime della tossicodipendenza e della criminalità. Diverse ricerche condotte a livello internazionale documentano le diffuse e ripetute violenze subite dai bambini senza tetto in molti Paesi del mondo per mano di adulti che li schiavizzano nel lavoro, di trafficanti che li vendono o sfruttano avviandoli al mercato della prostituzione, di autorità preposte alla loro protezione, che li sottopongono a maltrattamenti e soprusi. Le forze dell’ordine sono responsabili di molti degli atti di violenza patiti dai bambini che abitano la strada, pestaggi, torture fisiche e psicologiche, abusi sessuali, estorsioni, arresti arbitrari e pretestuosi il cui rilascio avviene spesso dietro ricompense in denaro o natura. Gli stessi soprusi sono commessi negli istituti di pena giovanili in cui i bambini di strada vengono rinchiusi e detenuti, anche per atti non contemplati come reati dal codice penale. Non di rado la persecuzione culmina nell’uccisione di bambini senza tetto, nel corso di vere e proprie operazioni di pulizia condotte dalle forze dell’ordine o prede delle aggressioni del contesto sociale in cui vivono.
Privati di appoggi affettivi e psicologici, discriminati, socialmente esclusi e brutalizzati, molto spesso da oggetto e testimoni di violenza i bambini che vivono in strada divengono soggetti di violenza. Entrano nelle fila di gang, si organizzano in gruppi, rubano, commettono reati e ripropongono le angherie e le prevaricazioni di cui sono stati vittime. E’ questa la ragione per cui i bambini di strada vengono spesso stigmatizzati dall’opinione pubblica come criminali, soggetti pericolosi da allontanare, non come individui a cui è negata l’infanzia.

La tutela internazionale.
Con la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia gli Stati si sono impegnati a rispettare i diritti dei bambini, senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo. Rispettarne i diritti significa anche assicurare le cure necessarie al loro benessere e la protezione dai pericoli, da ogni forma di sfruttamento ed abuso, dalla violenza, dall’abbandono. Un’infanzia vissuta sulla strada, al di fuori dei contesti istituzionali della famiglia, della scuola e di altre reti sociali, è purtroppo tra quelle che più si prestano a negare i dettami prescritti nella Convenzione sui Diritti dell’Infanzia. La condizione del bambino di strada catalizza molte delle problematiche per le quali la Convenzione prevede tutela. Come per altri bambini in situazioni di vulnerabilità ed esclusione, la possibilità di accedere a programmi di scolarizzazione può rappresentare occasione di conoscenza attraverso cui promuovere consapevolezza, integrazione e migliori prospettive di vita. Educazione come diritto e come strumento di riscatto.

Dolce bimbo nel tempo, tu che conosci la linea tra il bene e il male, tu che vedi il cieco mondo che spara pallottole, non prendere esempio da chi ti ha sottomesso e continua a dirti che sei stato cattivo. Dolce bimbo nel tempo, vola incontro ai tuoi sogni ♥
(Child in Time, Deep Purple)


Messico: La Storia di Marisol (Video)


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