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27 agosto 2018

Repubblica Centrafricana, un Paese sotto sequestro e ingovernabile

Non si è mai scrollato di dosso le pastoie della Francia e non ha saputo dotarsi di una classe dirigente adeguata. E da quasi sei anni il paese si è avvitato in un conflitto di cui non vede la fine.


Premessa. Le ferite profonde di Bangui
Ancora tutto da immaginare un nuovo equilibrio sociale, così come un ripristino della convivenza tra le comunità cristiana e musulmana. Prevalgono le emergenze e la pressione delle milizie. Ma c’è chi, come il centro don Bosco, lavora per il domani.

Tra il 2013 e il 2015 a Bangui si assisteva quotidianamente a esecuzioni sommarie, torture e stupri. Oggi, per le strade della capitale, i timori di nuovi eccidi si fanno sempre più concreti per la massiccia presenza di milizie Seleka e anti-balaka. La comunità cristiana e quella musulmana, disilluse dalle promesse di pace del presidente Touadéra, sopportano a malapena la presenza della missione Onu, le cui truppe hanno il grilletto troppo facile durante le manifestazioni popolari di malcontento.

«Una mattina in questo pozzo abbiamo trovato dei corpi in decomposizione. Erano quelli di una mamma e del suo bambino. Non oso immaginare cosa abbiano fatto a quei due prima di buttarli lì dentro. Abbiamo chiamato la polizia che però non si è mai presentata, e così abbiamo provveduto noi al recupero e alla sepoltura dei corpi. Nel 2013 moltissima gente è stata uccisa e buttata nei pozzi». Episodi come quello raccontato da Saint-Regis, 22 anni, abitante del quartiere PK5 di Bangui, erano all'ordine del giorno appena scoppiato il conflitto.

Il PK5 è una delle zone più popolose della capitale ed è abitato soprattutto da musulmani. Qui si trova il "grand marché", fulcro della vita commerciale di Bangui. Il PK5 è disseminato di macerie perché è stato uno dei principali teatri degli scontri tra Seleka e anti-balaka e ancora oggi basta un’occhiata di troppo, una parola fuori posto, un diverbio per far scorrere del sangue.

«Minusca (missione ONU in Centrafrica), se n’è lavata le mani e continua a farlo». L’uomo, 44 anni, commerciante di stoffe, mostra sul suo smartphone dei video terribili: «Intere famiglie di musulmani sono state sbudellate, carbonizzate e fatte a pezzi coi machete. Guardate qui: un anti-balaka mangia la mano di un musulmano mentre una pattuglia dell’Onu passa a pochi metri»

Alla fine della preghiera del tramonto, alla grande moschea del PK5, il grande Imam di Bangui, Hamat Tidjanie, saluta uno ad uno tutti i suoi fedeli con un’energica stretta di mano, rassicurandoli che presto torneranno a vivere in pace. «Inshallah» (Se Dio vuole), la risposta che riceve da ognuno di loro. «I nostri rapporti con le altre comunità religiose, afferma non troppo convinto, sono buoni. Comunico con gli esponenti cattolici e protestanti non direttamente, ma attraverso miei canali. Ci sono stati orrendi soprusi, da una parte e dall'altra, ma oggi la situazione è sotto controllo»

Sarà anche vero, ma intanto bambini giocano a “Seleka e anti-balaka” impugnando pezzi di legno come fossero dei machete. Migliaia di giovani e giovanissimi, senza istruzione e senza lavoro, hanno preso le armi andando ad ingrossare la schiera dei "bambini soldato" ed entrando a far parte delle milizie, macchiandosi così dei peggiori crimini.

Il Centrafrica si chiamava Oubangui-Chari
La Repubblica Centrafricana possiede un sottosuolo molto ricco di materie prime (petrolio, uranio, ferro) e di minerali preziosi (oro, diamanti); dispone inoltre di un notevole patrimonio faunistico e forestale. Ricchezze che hanno sempre sollecitano molti appetiti.

Colonia francese fino al 1960, il Centrafrica era conosciuto con il nome di Oubangui-Chari. A battezzarla Repubblica Centrafricana fu, il 1° dicembre 1958, Barthélemy Boganda, primo prete diocesano, già deputato all’assemblea nazionale francese e poi primo presidente dell’Oubangui-Chari. In realtà Boganda aveva maturato un ideale panafricanista e avrebbe voluto creare uno stato che unisse più nazioni (Ciad, Camerun, Congo-Brazzaville, Gabon e Centrafrica) e quindi più popoli, culture, lingue e religioni.

Ma quel prete visionario, padre fondatore della nazione, dava non poco fastidio sia alla Francia, sia ad alcuni paesi della regione. È così che il 29 marzo del 1959, pochi mesi prima dell’indipendenza ufficiale, morì in un misterioso incidente aereo. Scomparsa che ha avuto pesanti conseguenze. La classe dirigente, assai ristretta, che ha gestito l’indipendenza si è segnalata infatti per avidità, disprezzo dello stato di diritto, clientelismo, tribalismo. In breve, una élite mediocre ma del tutto funzionale agli interessi dell’ex potenza coloniale.

E ciò ha impedito la costruzione di uno stato nazione fondato sull'uguaglianza, la giustizia e la competenza. Il modo inadeguato e improprio di guidare la nazione, in particolare l’amministrazione della cosa pubblica, ha ingenerato una spirale di instabilità permanente, alimentata dal malcontento prodotto dal sistema stesso.

Riserva di caccia di Parigi

In tale clima di diffidenza e sfiducia, buon gioco ha avuto la Francia che, tramite accordi tagliati su misura nei settori della difesa e della cooperazione, ha fatto del Centrafrica una sua “riserva di caccia”. Parigi ha svolto il suo ruolo di gendarme anche nell'impedire alla Repubblica Centrafricana di cooperare con altre nazioni. Non a caso la Francia ha sempre piazzato alla testa del paese uomini politici in linea con la sua volontà e ha scartato sistematicamente coloro che si opponevano alla sua politica.

Tramite questo meccanismo il potere e i beni economici sono stati confiscati da un gruppo ristretto di persone, lasciando nella miseria la maggioranza della popolazione. Tutte le strutture e i simboli dello stato sono concentrati nella capitale Bangui. Il resto del paese è abbandonato, sprovvisto di quasi tutto il necessario: ospedali, strade, scuole, commerci. Tale situazione caotica sul piano politico, economico, sociale e della sicurezza ha contribuito a nutrire tensioni tra le diverse comunità e le diverse etnie. Queste fratture e divisioni sono state usate ad arte dai politici e dai francesi che non esitano a sfruttare per manipolare la popolazione in gran parte senza istruzione e senza lavoro.

La confisca del potere e dei beni da parte di un pugno di persone, l’abbandono del paese profondo, la regionalizzazione dell’esercito e soprattutto l’incompetenza notoria di buona parte dei dirigenti pubblici hanno fortemente contribuito alla vulnerabilità del paese, così come lo conosciamo oggi. Le frontiere, ad esempio, non sono adeguatamente protette, il che facilita un crescente traffico di armi da guerra, di cui beneficiano i vari conflitti regionali.

La fragilità dello stato, e soprattutto l’incapacità dell’esercito e delle forze di polizia di proteggere la popolazione civile, hanno portato alla proliferazione di gruppi armati. E i leader di questi gruppi hanno trovato facilmente giovani da reclutare, o perché disoccupati o perché espulsi da un sistema educativo, anche universitario, inadeguato.

Una responsabilità di quanto è accaduto è da attribuire anche a forze sindacali fortemente politicizzate e manipolate dai due maggiori partiti: il Movimento di liberazione del popolo centrafricano (Mlpc) e il Fronte operaio per il progresso e il lavoro (Fpopt). I sindacati hanno moltiplicato le proteste, specie attraverso gli scioperi detti ville-morte (città-morta), contribuendo così all'indebolimento degli strati sociali, politici, educativi, economici, culturali e anche religiosi, già fiaccati da ammutinamenti, colpi di stato, ribellioni.

La deriva
È in questo contesto di disfatta dello stato (che esiste solo sulla carta), che nasce la coalizione Seleka (mussulmani). All'inizio, i principali leader di questo movimento ribelle deplorano l’assenza totale di infrastrutture adeguate al benessere delle loro regioni (soprattutto nel nord). Presto, però, prevale la sete di potere e così, siamo nel dicembre del 2012, decidono di marciare sulla capitale.

E per arrivare a Bangui i leader di Seleka, Michel Djotodia, Moussa Daffane, Abdoulaye Hissène, Noureddine Adam e altri, utilizzano anche mercenari stranieri (ciadiani, sudanesi, nigeriani, camerunesi e nigerini), pescando nello stesso bacino utilizzato da Ange Félix Patassé (al potere dal 1993 al 2003) per scalzare François Bozizé (presidente dal 2003 al marzo 2013)

Nella loro marcia su Bangui i gruppi Seleka si abbandonano a saccheggi, distruggono edifici pubblici e religiosi, compiono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. E si ergono a coalizione che protegge la minoranza musulmana marginalizzata dai differenti regimi che hanno governato il paese. Il che spiega la presenza massiccia nelle file Seleka di jihadisti arrivati da diversi paesi per sostenere i loro fratelli e portare al potere Michel Djotodia, il 24 marzo 2013.

I leader Seleka si illudevano di risolvere i problemi con le armi. Sono stati invece rapidamente sovrastati dagli avvenimenti, e non hanno risolto nulla. Hanno anzi provocato la reazione di gruppi sedicenti cristiani, gli anti-balaka, che si configurano come milizie dedite a violenze e razzie, che hanno commesso atrocità contro le comunità musulmane. I Seleka, scaricati da Djotodia dopo qualche mese dal colpo di stato, hanno fatto ritorno nei loro territori e da lì continuano a rendere ingovernabile il paese.

Nel gennaio del 2014, Djotodia è costretto alle dimissioni a vantaggio di un regime di transizione diretto da Catherine Samba-Panza che ha il compito di cercare di ricomporre il quadro politico attraverso una nuova Costituzione e di accompagnare il paese alle elezioni. Nel dicembre 2015, un referendum approva la nuova Costituzione. Le elezioni si svolgono nel gennaio 2016 e portano al potere l’attuale presidente Faustin-Archange Touadéra.

Non va dimenticato che nel dicembre del 2013 Parigi ha dispiegato in Centrafrica la missione militare Sangaris, terminatasi tre anni dopo senza aver contribuito a modificare le contrapposizioni esistenti sul terreno. Da rilevare anche che nel paese è operativa dall'aprile del 2014 la Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite (Minusca, forte di 12mila uomini), il cui mandato scade nel novembre prossimo e sul cui ruolo e l’effettiva efficacia della missione sono fiorite e fioriscono molte polemiche. Una delle quali è la mancata condanna di alcuni militari francesi inquadrati nella missione Minusca che chiedevano sesso alle bambine di un campo profughi in cambio di cibo.


Come uscirne
La crisi centrafricana è profonda e multi-settoriale. Certamente la più grave dalla fondazione dello stato. 14 delle 17 prefetture in cui è diviso il paese sono sotto il controllo dei diversi gruppi armati che fanno capo a Seleka. I processo politico si va impantanando sempre più e fa emergere altri gruppi armati, segno che anche questo gruppo dirigente non è in grado di avviare un cambiamento. Non ci si meravigli, dunque, se gli ambienti diplomatici e le organizzazioni che forniscono aiuti sono pessimisti sul futuro del paese.

Eppure, noi che conosciamo bene il paese e che non sottovalutiamo la portata della crisi, sappiamo anche che le difficoltà non sono insormontabili. Una via d’uscita possibile dalla crisi c’è, a condizione che le figlie e i figli del Centrafrica sappiano recidere il circolo vizioso della violenza. Per farlo, però, ci vuole una chiara volontà politica senza demagogie, ipocrisie, menzogne, clientelismo e regionalismo. E, sempre per cambiare direzione e modello di paese, lo stato deve trovare un adeguato credito, effettuando nei vari settori economici e sociali investimenti massicci, costanti e spalmati su più anni.

Urgente poi è intervenire sulle basi dei vari gruppi armati, situate in maggioranza nei paesi confinanti, ed evitare di legittimare i signori della guerra con la pratica dell’impunità. È indispensabile formare un esercito e delle forze di sicurezza esenti da colorature tribali ed etniche; rifondare il sistema scolastico, educativo e universitario perché sia in linea con il tipo di sviluppo che si vuole ottenere. Ed infine, impegnare lo stato sulla via di una diplomazia che non sia balbuziente, capace invece di portare a casa equilibri e relazioni. In breve, uno stato forte con degli uomini integri, capaci e disponibili.

Una strada difficile ma possibile, l'unica strada per il riscatto della Repubblica Centrafricana, servono politici e una classe dirigente che sappia scrollarsi di dosso la fastidiosa ombra degli ex-coloni.


La Francia, la causa principale della tragica situazione in cui si trova l'odierno Centrafrica


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Articolo a cura di
Maris Davis


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01 dicembre 2017

La Guerra dimenticata della Repubblica Centrafricana. Stupri e rischio genocidio

Stupri e rischio genocidio nella guerra in Repubblica Centrafricana. Migliaia di donne sono vittime di stupri e violenze nella guerra in corso da cinque anni nella Repubblica Centrafricana. Lo rivela un rapporto di Human Rights Watch. Mentre le Nazioni Unite parlano di «segnali di genocidio evidenti»


Josephine, 28 anni; Valerie, 38 anni; Arlette, 60 anni; Alice, 21 anni; Zeinaba, 12 anni: sono solo alcune delle migliaia di donne vittime di stupri e violenze in Repubblica Centrafricana durante il conflitto degli ultimi 5 anni.

Violentate di fronte ai propri figli e mariti, costrette a vedere morire i propri cari o a diventare schiave sessuali: è il destino delle donne che in Repubblica Centrafricana incontrano le milizie cristiane “anti-balaka” o quelle degli ex ribelli musulmani Séléka, i due principali gruppi armati nella guerra scoppiata nel dicembre 2012, dopo che i ribelli avevano accusato il governo del presidente François Bozizé di non rispettare gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011.

Schiave sessuali, donne stuprate e picchiate

Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 296 donne e ragazze che denunciano brutali violenze sessuali avvenute tra il 2013 e la metà del 2017. Il titolo del rapporto riprende una delle dichiarazioni delle vittime, “Ci hanno detto che eravamo loro schiave”, e riporta le drammatiche testimonianze di donne e ragazze tra i 10 e i 75 anni.

Come quella di Jeanne, 30 anni, catturata con altre 9 donne (alcune di soli 16 anni) da un gruppo di 20 miliziani Seleka, vicino a Bambari, nel giugno 2014. Jeanne è rimasta prigioniera per 6 mesi ed è stata stuprata tutti i giorni, da soldati diversi. Come le altre donne, se opponeva resistenza veniva picchiata. Non era solo una schiava sessuale: come le altre “mogli”, doveva raccogliere la legna per il fuoco, andare a prendere l’acqua, cucinare.

O come Zeinaba, che aveva solo 12 anni quando gli anti-balaka la rapirono. Anche lei è stata stuprata ogni giorno, con minacce di morte nel caso si fosse rifiutata. La sua prigionia è durata una settimana, poi è riuscita a scappare e a trovare rifugio in un ospedale, nella città di Boda. Racconta di aver spiegato di essere stata rapita dai miliziani, ma di non essere riuscita a parlare delle violenze subite.

Lesioni, gravidanze, ustioni: i danni provocati dai traumi


La condizione di schiava sessuale è comune a quasi tutte le storie, con una prigionia che per alcune è durata fino a 18 mesi. Molte donne raccontano di essere state violentate anche da più uomini insieme e di essere state picchiate e torturate. Molte portano visibili le conseguenze di lesioni interne, ustioni, gravidanze frutto delle violenze, fratture non curate e denti rotti.

Tutte soffrono le conseguenze dei traumi subiti: depressione, ansia, crisi di panico. Come Zeinaba, non tutte denunciano quanto successo: temono di essere ripudiate dai mariti e dalle loro famiglie, che le considerano le “mogli” dei miliziani, e sanno che è molto difficile ottenere giustizia per quanto subito.

Stupro come tattica di guerra: i crimini restano impuniti

Quasi sempre gli abusi sono reati punibili dalla legge della Repubblica Centrafricana, spesso costituiscono anche crimini di guerra, a volte ci sono gli estremi per considerarli crimini contro l’umanità.

Nonostante in molti casi documentati la violenza sessuale costituisca una forma di tortura, lo stesso rapporto sottolinea come ad oggi nessun membro delle milizie sia stato arrestato o incriminato per violenze sessuali. Eppure è evidente che lo stupro è una tattica di guerra: i comandanti tollerano le violenze sessuali, se non addirittura le ordinano.

Le aree dove Human Rights Watch ha documentato gli stupri

«I gruppi armati stanno utilizzando la violenza in un modo brutale e calcolato per punire e terrorizzare le donne e le ragazze», ha dichiarato Hillary Margolis, attivista di Human Rights Watch che si occupa di diritti delle donne.

«Ogni giorno, le sopravvissute vivono con le devastanti conseguenze dello stupro, e la consapevolezza che i loro aguzzini camminano liberi, spesso in posizioni di potere, senza aver affrontato finora alcuna conseguenza per le loro azioni»

Per questo è impossibile avere dei dati certi sul numero di violenze avvenute: la stessa Human Rights Watch afferma di aver riportato un numero esiguo di casi rispetto alla realtà.

Onu: rischio genocidio nella Repubblica Centrafricana

«La Repubblica Centrafricana è molto lontana dall'attenzione della comunità internazionale. Il livello di sofferenza del popolo, ma anche le tragedie subite dagli organismi umanitari e dai facilitatori di pace meritano una maggiore solidarietà e attenzione», sono parole pronunciate dal segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, che a fine ottobre si è recato nel paese per una visita di qualche giorno.

Dopo aver incontrato i vertici della missione Onu Minusca (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic), Guterres ha incontrato politici, rappresentanti della società civile e vittime di abusi. Prima di ripartire ha promesso di rafforzare la capacità della Minusca e ha rinnovato l’appello alla pace.

La visita del segretario generale delle Nazioni Unite segue quella di Adama Dieng, consigliere speciale per la prevenzione del genocidio, che, al termine di un sopralluogo in alcune zone devastate dalla guerra, ha chiaramente parlato di «segnali di genocidio evidenti»

Quello che è certo è che la popolazione civile è ormai allo stremo. Il numero di rifugiati e sfollati in fuga dalla violenza ha superato il milione di persone, quasi un quarto della popolazione; la metà degli abitanti dipende ormai dall'aiuto umanitario; secondo la Banca Mondiale, più di tre quarti dei 4,7 milioni di centrafricani sono in condizione di povertà estrema.

“They Said We Are Their Slaves”
Sexual Violence by Armed Groups in the Central African Republic
Human Rights Watch





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Maris Davis

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08 luglio 2017

Repubblica Centrafricana. Caschi Blu e le nuove accuse di abusi sessuali

Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, nuove accuse di violenze sessuali vedrebbero coinvolti i peacekeepers della missione Minusca, attiva nella Repubblica Centrafricana. Nonostante il cambio al vertice dell'Onu, la gestione dei caschi blu impegnati nel mondo rimane problematica.


Dal primo gennaio 2017 Antònio Guterres è il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite, succeduto al sudcoreano Ban Ki-moon. Dal suo insediamento, Guterres ha subito delineato le linee guida per cercare di risolvere l’annoso problema delle violenze sessuali e di altri abusi sulle popolazioni, in cui centinaia di peacekeepers risultano coinvolti.

Tra le prime mosse del segretario generale c’è stata la creazione di una task force, formata da nove membri, con il preciso incarico di elaborare un nuovo approccio nella gestione dei caschi blu impegnati nelle varie missioni di pace in tutto il mondo per prevenire e rispondere in modo adeguato alla piaga delle violenze e degli abusi.

Tuttavia, dopo sei mesi, la task force guidata da Jane Holl Lute non sembra funzionare a dovere. Infatti, i nuovi dati rilasciati dalle Nazioni Unite, in riferimento al 2017, parlano di 33 nuovi casi di sfruttamento e abusi sessuali: mostrando continuità con il passato per quanto riguarda l’incapacità di prevenire e di incriminare i colpevoli di tali reati.

Linea di continuità
Mercoledì 21 giugno l’Onu annunciava che circa 600 peacekeepers congolesi della Minusca, missione schierata nella Repubblica Centrafricana, sarebbero stati rimpatriati a Kinshasa in seguito ad accuse di abusi sessuali. Dopo nemmeno 10 giorni da tale dichiarazione, venerdì 30 giugno, sempre le Nazioni Unite hanno pubblicato una serie di dati che registrano 33 nuove accuse di violenze sessuali e sfruttamento di civili, alcune delle quali interessano ancora la Repubblica Centrafricana.

Nello specifico, le accuse, come rivela all'emittente Al-Jazeera la portavoce del Dipartimento per le operazioni di peacekeeping, Sophie Boudre, sono state registrate a giugno e come da prassi sono già state avviate le procedure di investigazione.

Anche un altro portavoce dell'Onu ha confermato le nuove accuse che vedrebbero coinvolto il personale congolese della missione Minusca, senza tuttavia specificare se i casi di presunte violenze registrati siano avvenuti prima o dopo la decisione del presidente Denis Sassou Nguesso di richiamare in patria i quasi 600 caschi blu accusati di abusi e sfruttamento sessuale.

Delle 33 nuove accuse registrate nel 2017, si legge sul sito delle Nazioni Unite, 6 riguarderebbero abusi, 26 riguarderebbero casi di sfruttamento e infine, in un caso, la vittima avrebbe subito ambedue i tipi di violenza.

Gli autori di tali reati, sempre secondo i dati dell'Onu, in 23 casi sarebbero stati militari, in 5 casi agenti della polizia e nei restanti 5 episodi dei normali civili. Delle 33 accuse, ben 17 riguardano episodi avvenuti nel 2017, mentre i restanti 16 episodi riguardano casi avvenuti negli anni precedenti ma denunciati solo quest’anno.

Le missioni di pace che hanno registrato il numero maggiore di presunte violenze (sempre in riferimento ai primi sei mesi del 2017) sono state: la Minusca, attiva nella Repubblica Centrafricana (9 casi registrati); la Monusco, di stanza in Repubblica Democratica del Congo (11 casi); la Minustah, impegnata ad Haiti (5 casi) e la Unmiss, schierata in Sud Sudan (2 casi).

Da tempo il problema dei peacekeepers coinvolti in casi di sfruttamento e abusi sessuali ha assunto proporzioni importanti. Secondo una recente inchiesta dell’agenzia Associated Press (AP) tra 2005 e il 2017 sono state registrate circa 2.000 accuse di presunte violenze e abusi sessuali. Ad enfatizzare il problema dell’inerzia delle Nazioni Unite ci sono le comunicazioni interne svelate all'inizio di giugno dalla Campagna Code Blu, che si occupa dei casi di impunità dei peacekeepers coinvolti in abusi sessuali e violenze di altro genere.

Nei rapporti rilasciati da Code Blu si evince che nonostante le numerose lamentele avanzate dal tenente generale Balla Keita (capo della missione di peacekeeping Onu in Repubblica Centrafricana) sul comportamento poco esemplare delle forze di pace congolesi della Minusca, le azioni intraprese dalle Nazioni Unite per arginare il problema furono inesistenti. Infatti, la dichiarazione dell’Onu riguardante il ritiro dei 600 caschi blu congolesi fu rilasciata solo dopo che Code Blu rese pubbliche le comunicazioni del tenente generale Keita.


Sostanziale impunità
Tra le varie contromisure adottate negli anni dall'Onu per arginare il problema della cattiva condotta dei caschi blu nessuna sembra aver avuto l’esito sperato. Il problema più grande nel perseguire i reati dei peacekeepers risulta infatti l’impotenza dei paesi in cui vengono commessi i crimini di potere processare i colpevoli.

Infatti, secondo le regole delle Nazioni Unite, il compito di investigare e perseguire le presunte violenze spetta al paese che fornisce le truppe. Ma questo rimbalzo di responsabilità fa sì che dall'accadimento del reato all'apertura dell’inchiesta passi troppo tempo, e le prove vengano inquinate o direttamente perse. Mentre nei rari casi in cui si arriva a processo, questo si tiene a centinaia di chilometri di distanza da dove si è consumato il reato: con l’impossibilità per i testimoni di partecipare al dibattimento. Questo meccanismo farraginoso fa sì che molte accuse cadano senza esser state approfondite, e molti peacekeepers rimangano impuniti.

Intanto, il 30 giugno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato il budget 2017/2018: 6,8 miliardi di dollari da destinare a 14 missioni di pace differenti. Ma all'orizzonte un nuovo problema potrebbe minare le già travagliate missioni di pace. L’amministrazione Trump ha infatti annunciato di voler tagliare un miliardo di fondi ai finanziamenti delle missioni di peacekeeping (gli Usa contribuiscono per il 28.5% al bilancio totale delle missioni di peacekeeping), non di certo una bella notizia per il nuovo segretario generale Antònio Guterres.
(United Nations Peacekeeping)



Articolo a cura di
Maris Davis

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26 maggio 2017

Guerre Dimenticate. Riesplode il conflitto nella Repubblica Centrafricana

Repubblica Centrafricana, esecuzioni sommarie e corpi mutilati esposti per terrorizzare la gente. Centinaia i morti.

Gli sfollati della Repubblica Centrafricana
potrebbero arrivare a 500mila entro maggio

Le équipe di Medici Senza Frontiere testimoniano che la popolazione, per i nuovi scontri brutali in atto, pagano il prezzo più alto. Traumatizzati, in molti sono fuggiti nella boscaglia dove cercano di sopravvivere con ciò che riescono a trovare.

Centinaia di civili uccisi e feriti, in migliaia costretti a fuggire per sopravvivere e aiuti umanitari scarsi o inesistenti. È quanto testimoniano le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) nella Repubblica Centrafricana (CAR), dove il conflitto è sempre più esteso e intenso.

“Nelle ultime settimane le nostre équipe sono state testimoni di esecuzioni sommarie e hanno trovato corpi mutilati lasciati esposti per terrorizzare la popolazione. I civili sono traumatizzati e in molti sono fuggiti nella boscaglia dove cercano di sopravvivere con ciò che riescono a trovare”

Le immense ricchezze, la profonda povertà
Negli ultimi mesi, lotte interne alle parti coinvolte nel conflitto hanno ulteriormente spaccato i gruppi rivali, scatenando un nuovo conflitto per il controllo del territorio e delle risorse, le immense risorse, soprattutto nella parte centrale e orientale del paese (prefetture di Ouaka, Haute Kotto, Basse Kotto e Mbomou).

Quando il controllo di una città passa di mano, i civili sono i primi a soffrire. Nell'ospedale pediatrico di Bria, per esempio, le équipe di MSF hanno trattato da novembre 168 persone per ferite causate dagli scontri. Con i soliti contorni opachi, che caratterizzano tutte le rivoluzioni africane, più o meno eterodirette, ciò che sta accadendo nella patria di Jean-Bedel Bokassa (il famigerato, sanguinario dittatore che governò il paese negli anni '70) ripropone lo stesso schema di sempre: un potere costituito, più o meno legittimamente, che viene scalzato da gruppi di ribelli armati (chissà da chi) e che a loro volta impongono un nuovo ordine costituito.

Sullo sfondo una popolazione
  • analfabeta per il 52%,
  • che vive nel 60% dei casi con 1,25 dollari al giorno,
  • una speranza di vita di 48 anni,
  • una mortalità infantile dell'82 per mille.
Ma soprattutto un paese che "galleggia" su immense ricchezze di diamanti, oro, uranio e che coltiva (ma solo per l'esportazione) enormi quantità di cotone e caffè

Il conflitto si allarga in zone prima tranquille
Il ricordo della dottoressa Katie Treble che lavora nel reparto pediatrico dell'ospedale di Bria per Medici Senza Frontiere. "Tra il 24 e il 26 marzo il nostro reparto pediatrico ha ricevuto 24 feriti gravi. Tra loro c’era una bambina di 3 anni con una ferita da proiettile. Era il caos. Ricordo di aver dovuto lasciare un uomo ferito per andare urgentemente da un altro appena arrivato che aveva l’intestino fuoriuscito. Nonostante le attrezzature mediche limitate, il nostro chirurgo è riuscito a salvarlo”

Il conflitto si sta allargando ad aree che erano state considerate relativamente stabili negli ultimi due anni. A Bakouma e Nzako (provincia di Mbomou), villaggi e aree minerarie sono contese da gruppi armati rivali, con conseguenze devastanti per la popolazione civile.

"Sta cambiando la natura del conflitto"
Quella che già era una delle più gravi emergenze umanitarie al mondo sta peggiorando. La Repubblica Centrafricana è in una spirale di violenza senza precedenti dall'apice del conflitto nel 2014. Negli ultimi mesi c’è stato anche un aumento nel numero di attacchi mirati contro comunità specifiche da parte dei gruppi armati, e questo causa ritorsioni e una rapida escalation della violenza.

La natura del conflitto sta cambiando e i civili, traumatizzati e senza aiuti, si ritrovano intrappolati nel fuoco incrociato, cacciati dalle loro case, via dai loro campi e mezzi di sostentamento.

Il lavoro di Medici Senza Frontiere
MSF lavora nella Repubblica Centrafricana dal 1997 per fornire cure mediche d’emergenza alle persone che ne hanno il maggior bisogno in tutto il paese. Nel 2016, MSF ha fornito 947.000 consultazioni mediche (in un paese di 4,6 milioni di persone), ha trattato 580.000 persone per la malaria, somministrato 490.000 vaccini e assistito oltre 21.000 parti. Il 100% dei fondi MSF utilizzati in Centrafrica deriva da donazioni private.

Un po' di Storia
24 marzo 2013 .. I ribelli Seleka, miliziani islamici provenienti dal Ciad, dopo alcune settimane di combattimenti entrano nella capitale Bangui e prendono il potere costringendo alla fuga il generale Bozizé che deteneva il potere dal 2003, e impongono il loro presidente, Michel Djotodia, filo-islamico e strenuo oppositore di Bozizé.

Seguono mesi di massacri, esecuzioni sommarie, violenze e stupri di massa compiuti dalle milizie islamiste Seleka nei confronti dei cristiani e degli animisti (culture indigene), in tutto l'85% della popolazione, mentre solo il 15% della popolazione è di fede islamica.

Alla fine del 2013 finalmente interviene la comunità internazionale per porre fine a questi orrori. In particolare la Francia invia le prime truppe.

10 gennaio 2014 .. Michel Djotodia si dimette e viene nominato Presidente provvisorio Alexandre-Ferdinand Nguendet, la capitale Bangui è liberata e le milizie islamiche Seleka fuggono ma si disperdono incontrollate in tutto il territorio dello Stato.

20 gennaio 2014 .. Il Parlamento elegge Catherine Samba-Panza, una donna, la prima, Presidente di transizione della Repubblica Centrafricana e ancora al potere. Prossime elezioni fissate a giugno 2015, ma che poi saranno spostate al 2016.

Nelle settimane successive l'ONU invia sul terreno la missione di Pace MINUSCA per affiancare le truppe francesi già sul posto. Della missione ONU nella Repubblica Centrafricana fanno parte anche truppe italiane che hanno il compito di ripristinare le comunicazioni, strade, ecc..

Per tutto 2014 .. Le violenze non si fermano, cresce al contrario nella maggioranza della popolazione il senso della vendetta per le "umiliazioni" che hanno dovuto subire dagli islamici nei mesi oscuri del 2013. Nascono così le milizie "Anti-Balaka" (che tradotto significa anti macete) e che si definiscono "combattenti per la liberazione del popolo". Inizia così il massacro della popolazione islamica, accusata di fiancheggiare o di aver fiancheggiato le truppe dei Seleka.

Nell'estate 2014 si è parlato anche di atti di cannibalismo, uccidere il nemico per poi mangiare il suo cuore, nella tradizione africana significa aggiungere al proprio coraggio anche quello del nemico a cui hai mangiato il cuore.

All'inizio del 2015 la presenza della forza multinazionale (MINUSCA) sembra aver fermato le violenze, almeno quelle contro i civili, ma ad aprile un gruppo di militari francesi, inquadrati nella missione ONU, vengono accusati di abusi su minori ospiti di un campo profughi. Chiedevano favori sessuali in cambio di derrate alimentari. L'episodio getta un'ombra di discredito su tutti i militari ONU presenti nel paese.

Sul terreno intanto le Onlus come Save the Children e Unicef si danno da fare in serrate trattative con tutti i gruppi armati per liberare migliaia di bambini soldato arruolati dalle milizie armate. Ed infatti a fine anno vengono liberati oltre seimila tra bambini e bambine che a vario modo erano inquadrati nelle milizie. I bambini costretti a combattere e le bambine usate come schiave sessuali al soldo dei militari.


Novembre 2015 .. Papa Francesco è a Bangui, la capitale, dove apre l'Anno Santo. In segno di riconciliazione visita anche una moschea e un campo profughi. Ma la situazione rimane tesa.

La quasi totalità del paese è sotto assedio e vive nella paura per una ragione o per l’altra. Bangui è assolutamente insicura: uccisioni, incendi di case, barricate che si erigono ogni giorno per impedire agli abitanti dei quartieri nemici di entrare. Tutta la zona centro-orientale del paese è occupata dalle forze che si contendono il potere e si combattono in una interminabile resa dei conti: Seleka e Antibalaka, divisi a loro volta in una miriade di gruppi opposti, si fanno la guerra tra di loro.

Parte una campagna massiccia di vaccinazioni da parte delle organizzazioni umanitarie che denunciano anche un alto tasso di bambini positivi all'AIDS.

Febbraio 2016 .. Le elezioni sono il punto finale di una trattativa lunga ed estenuante tra le forze politiche per darsi, prima una nuova costituzione condivisa da tutti, ed infine un presidente eletto dal popolo.

Con il voto al secondo turno delle elezioni presidenziali di sabato 20 febbraio, Faustin-Archange Touadéra è eletto per guidare la Repubblica Centrafricana verso un futuro di pace e di stabilità. Impegno che si profila alquanto arduo. Touadéra succede a Catherine Samba Panza dopo due anni di interim, conclusosi con l'annuncio dell'autorità elettorale nazionale dell’affermazione al ballottaggio del suo successore, con il 62,71% dei voti contro il 37,29% del rivale, Anicet-Georges Dologuélé.

Fino alle violenze crescenti di questi mesi, che ormai sono cronaca.
(News)
(Blog)
Repubblica Centrafricana, è genocidio ma nessuno ne parla


18 maggio 2017 .. Trovati 115 morti dopo la battaglia per la conquista di Bangassou

Uomini della Croce Rossa locale hanno rinvenuto 115 corpi nella città diamantifera di Bangassou, nel sud della Repubblica Centrafricana, lungo il confine con la Repubblica democratica del Congo. L’Onu aveva parlato di 26 morti, ma il conteggio, evidentemente, non era stato completato.

Gli operatori sanitari hanno perlustrato la città dopo diversi giorni di combattimenti tra milizie che hanno costretto circa 2.750 civili a fuggire oltre confine.

Una battaglia per il controllo della città che segna una nuova escalation in un conflitto iniziato nel 2013 quando i combattenti musulmani Seleka hanno deposto il presidente Francois Bozize, provocando la reazione armata delle milizie cristiane anti-Balaka. I recenti combattimenti si sono concentrati nelle zone centrali e meridionali del paese, ricche di diamanti.

Durante lo scorso fine settimana centinaia di milizie dotate di armi pesanti hanno preso il controllo di Bangassou. Con un dispiegamento di truppe a terra e attacchi aerei, i soldati della missione Onu (Minusca) sono però riusciti a riconquistarne i punti strategici.

Il giorno prima l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, aveva espresso “grande preoccupazione” per l’escalation di violenze nel paese.

Nella città centrale di Bria gli scontri tra milizie hanno ucciso cinque persone e si sta cercando di verificare la morte di circa 100 persone nella città di Alindao.
(Reuters)

26 maggio 2017 .. Situazione catastrofica nel sud del paese con centinaia di morti civili

Nella Repubblica Centrafricana la violenza delle milizie ha ucciso nelle ultime due settimane circa 300 persone, provocando la fuga di altre 100.000, nelle città di Bria, Bangassou e Alindao, nel sud del paese. Il quadro della situazione, definita “una catastrofe” è stato fatto ieri dall’Ufficio umanitario dell’Onu assieme al ministro degli Affari sociali, Virginie Baikoua.

Più di 41.400 dei 47.500 abitanti di Bria sono stati sfollati a causa dei combattimenti tra il 15 e il 18 maggio. "Le case sono bruciate, altre saccheggiate ... Gli sfollati hanno paura che ha situazione possa degenerare in qualsiasi momento, perché gli uomini armati si stanno muovendo intorno ai campi che li ospitano"

Nelle ultime settimane la violenza ha segnato una forte escalation nel lungo conflitto che ha avuto inizio quando la coalizione ribelle di Seleka, per lo più musulmana, ha rovesciato il presidente Francois Bozize nel 2013, provocando la rappresaglia delle milizie cristiane anti-balaka.

La scorsa settimana la Croce Rossa ha trovato 115 corpi a Bangassou, un'area mineraria diamantifera al confine con la Repubblica Democratica del Congo, caduta brevemente nelle mani di centinaia di miliziani dotati di armi pesanti.

La città è stata liberata daI contingente delle Nazioni Unite (Minusca), dopo giorni di aspri combattimenti nei quali hanno perso la vita anche cinque caschi blu.

Alla fine di aprile l’Onu ha contato circa 440.000 sfollati in tutto il paese, ma entro la fine di maggio il numero potrebbe raggiungere i 500.000. Ciò rappresenterebbe il più alto numero di sfollati, raggiunto dall'inizio del conflitto, nel 2013.
(Reuters)



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Articolo di
Maris Davis

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04 febbraio 2016

Repubblica Centrafricana, metà della popolazione a rischio fame

Secondo il rapporto del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP), quasi 2,5 milioni di persone rischia di morire d'inedia e malnutrizione. Sono il doppio rispetto ad un anno fa, a causa del conflitto e della insicurezza che hanno ridotto le possibilità di accesso al cibo. La popolazione è stremata da 3 anni di guerra civile. "Non è un’emergenza come le altre"

Tre anni di crisi hanno stremato la popolazione. Le famiglie sono state molto spesso obbligate a vendere ciò che possedevano, a non mandare i figli a scuola, in alcuni casi a mendicare. "Non si tratta di un’emergenza come le altre. La gente non ha più nulla"

Una donna racconta "Dopo essere stati cacciati dal nostro villaggio siamo arrivati a Saint Saveur siamo qui da quattro mesi, abbiamo molte difficoltà, ho sette figli e nessuno che mi aiuti. Mio marito è scomparso".

Poco cibo in giro e di scarsa qualità. In base alla recente verifica effettuata dal WFP, nel paese una persona su sei combatte contro una malnutrizione grave o molto grave, mentre oltre una persona su tre è "moderatamente" malnutrita e non sa come procurarsi il prossimo pasto.

"Il WFP è estremamente preoccupato di questo allarmante livello di fame. Non solo la gente non ha abbastanza cibo, ma quello che consuma è di scarsa qualità, in termini di costi e valore nutritivo, non rispondendo ai bisogni nutrizionali"

Il raccolto 2014-2015 è stato povero e i prezzi alimentari rimangano alti dal momento che gli agricoltori non hanno potuto coltivare i campi a causa dell’insicurezza, con centinaia di migliaia di persone costrette a fuggire, abbandonando abitazioni, terre e mezzi di sostentamento.

Repubblica Centrafricana. Campo Profughi UNHCR
Un milione di persone in fuga dalla guerra civile. Ulteriori scontri si sono verificati alla fine di settembre, mentre venivano raccolti gran parte dei dati sulla sicurezza alimentare, causando la fuga di altre persone proprio mentre alcuni stavano lentamente facendo ritorno nelle proprie case. Circa un milione di persone sono ancora sfollate nella Repubblica Centrafricana o rifugiate nei paesi vicini. Il rapporto suggerisce interventi come assistenza alimentare d’emergenza continuata alle famiglie sfollate e a quanti sono ritornati a casa.

Il lavoro di WFP (Programma Alimentare Mondiale). "Dobbiamo aiutare i più vulnerabili, essi hanno bisogno di assistenza alimentare d’emergenza per sopravvivere. Non dobbiamo però dimenticare le altre persone nel paese, aiutandole affinché possano ricominciare a ricostruire". Il WFP ha fornito cibo a circa 400.000 persone attraverso distribuzioni generali di cibo, trasferimenti di contante. Assistenza alimentare e tecnica agli agricoltori per poter riprendere il lavoro, creazione di reti di protezione sociale attraverso programmi come quello per i pasti a scuola, sostegno per la riabilitazione delle infrastrutture attraverso attività di cibo in cambio di beni produttivi.

Sono necessari 41 milioni di dollari al Programma Alimentare Mondiale per rispondere ai bisogni urgenti fino alla fine di giugno, nella Repubblica Centrafricana e nei paesi vicini che ospitano i rifugiati. Ad oggi, l’operazione del WFP è finanziata solo al 45 per cento. Il WFP è la più grande agenzia umanitaria che combatte la fame nel mondo fornendo assistenza alimentare in situazioni di emergenza e lavorando con le comunità per migliorare la nutrizione. Ogni anno, il Programma Alimentare Mondiale assiste una media di 80 milioni di persone in circa 80 paesi.



Articolo a cura di

In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...