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25 novembre 2019

In Italia una donna uccisa ogni 72 ore. Ecco perché è importante il 25 novembre

La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, fissata dalle Nazioni Unite, rappresenta il momento più importante dell'anno per parlare, informare e sensibilizzare su un problema così grave


Quasi 7 milioni di donne in Italia hanno subìto violenza fisica o sessuale nel corso della vita, una su tre; per quasi 3 milioni l'abuso è perpetrato dal partner o dall'ex.

Nel 2018 le vittime di femminicidio sono state 142, un numero in crescita rispetto all'anno precedente, e 94 quelle registrate nei primi dieci mesi del 2019 (fonte: Istat).

Ogni 72 ore, nel nostro Paese, una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza e tre femminicidi su quattro avvengono in casa. La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, fissata dalle Nazioni Unite il 25 novembre, rappresenta il momento più importante dell'anno per parlare, informare e sensibilizzare su un problema così grave.

La chiusura dei centri anti-violenza
Il quadro assume toni ancora più inquietanti alla luce della prima indagine sui centri anti-violenza condotta dall'Istituto nazionale di statistica, secondo la quale in Italia al momento abbiamo 281 strutture, 0,05 per 10 mila residenti, ovvero molto meno di un centro ogni diecimila abitanti.

Nel 2017 sono state 44mila le donne che hanno chiesto aiuto a un centro anti-violenza, e due su tre, ovvero 29mila, sono state prese in carico, iniziando un percorso di uscita dall'incubo, con percentuali più alte al nord rispetto a sud e isole. Le donne con figli rappresentano il 63,7%.

I giovani e la violenza di genere
Secondo una ricerca dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza, circa una ragazza su 10 è stata aggredita verbalmente dal proprio fidanzato: nella metà dei casi l'episodio è avvenuto in pubblico, per futili motivi; una su 20 è stata addirittura picchiata.

Una ragazza su 5 ha subìto scenate di gelosia per il suo abbigliamento o per essere stata troppo espansiva con altre persone, a detta del fidanzato. Il 17% dei ragazzi, infine, controlla di frequente lo smartphone della fidanzata, per verificare messaggi e chiamate. In 3 casi su 4, la ragazza decide di perdonare questi comportamenti.

Un problema culturale
"Viviamo in una società pervasa dalla violenza di genere. Che sia fisica, psicologica o nella subdola forma della discriminazione, sul lavoro come nella società. I giovani replicano le strutture comportamentali a loro famigliari, e se queste implicano la violenza, è molto probabile che diventeranno persone violente" spiega Valentina Ruggiero, esperta in diritto di famiglia, per molti anni avvocato di Telefono Rosa. "La recente legge detta Codice Rosso (Legge 19 luglio 2019, n. 69) ha introdotto nuovi e importanti strumenti a tutela delle donne vittime di violenza, ma resta un problema culturale. Dobbiamo educare al rispetto le nuove generazioni, far capire loro cosa sia giusto, affinché non replichino gli errori dei loro genitori"

La situazione nelle scuole secondarie
Terre des Hommes e ScuolaZoo hanno lanciato un report sulla Generazione Z, ovvero quella delle ragazze nate tra la seconda metà degli anni '90 e la fine degli anni 2000, realizzato attraverso i nuovi dati dell'Osservatorio Indifesa intervistando oltre 8mila ragazzi e ragazze delle scuole secondarie in tutta Italia: il 10% ha dichiarato di aver subito molestie sessuali e il 32% di aver ricevuto commenti non graditi a sfondo sessuale online, il 7% di aver subìto rispettivamente stalking e ricatti o minacce relative alla circolazione di proprie foto o video a sfondo intimo, mentre l'8,4% di aver ricevuto minacce di violenza. 

Più della metà delle ragazze ha ammesso di aver ricevuto commenti volgari online sul proprio corpo. Il 64% dei maschi ha invece dichiarato di non essere mai stato vittima di body shaming e solo il 35% di sentirsi offeso da certi commenti.

Il Codice Rosso (Legge 19 luglio 2019, n. 69)
"Per chi è ormai adulto, il discorso diventa più complesso poiché si tratta di andare a sradicare modelli interiorizzati nel corso dell'intera vita. Un processo difficile, anche se non impossibile. Il Codice Rosso, però, sta cambiando il modo di approcciarsi a chi sporge denuncia, garantendo un intervento più rapido e dando la possibilità alla polizia giudiziaria di comunicare immediatamente al PM le notizie di reato, anche in forma orale: così si accorciano i tempi, e le vittime vengono ascoltate entro 3 giorni dalla denuncia"

La violenza assistita in famiglia
La violenza sulle donne all'interno delle mura domestiche è legata a doppio filo a quella assistita dai bambini e secondo l'Istat il numero dei piccoli esposti a episodi di maltrattamento dentro casa è in aumento.

Per fortuna a occuparsi di loro ci pensano organizzazioni come SOS Villaggi dei Bambini, che grazie al progetto "Mamma e Bambino" garantisce da anni protezione alle mamme e ai loro figli: l'iniziativa si concretizza all'interno dei sei villaggi SOS (Trento, Ostuni, Vicenza, Roma, Saronno, Mantova) e nel programma di affido familiare interculturale di Torino attraverso servizi che vanno dalla "Casa mamma con bambino", che accoglie la diade e le gestanti che hanno bisogno di un sostegno, alla "Casa SOS per donne vittima di violenza", dedicata alle vittime di violenza o a rischio di maltrattamenti costrette a allontanarsi da casa, fino agli "Appartamenti per l'autonomia", mirati al recupero della genitorialità e all'acquisizione di un'indipendenza di tipo lavorativo e economico. Una rete che lo scorso anno ha dato accoglienza a 66 donne e 99 bambini.

Gli orfani di femminicidio
Un problema ulteriore e non meno grave è poi quello dalla mancanza di tutela per gli orfani di femminicidio e le famiglie affidatarie che si prendono cura di loro: "Queste persone hanno diritto a fondi che da due anni sono bloccati in attesa dell'emanazione di un regolamento attuativo"

Donne invisibili, donne nascoste,
donne cancellate, donne mascherate,
donne impaurite, donne offese,
donne bastonate, donne stuprate,
donne comperate, donne vendute.

Quante donne così, dovranno
viaggiare ancora attraverso i secoli,
prima che l’uomo capisca da chi è nato.

Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne, ecco perché si celebra il 25 novembre

Le Sorelle Mirabal, 1960

Il 25 novembre ricorre la Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne, ricorrenza istituita il 17 dicembre 1999 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134. La data è stata scelta come giorno della ricorrenza in cui celebrare attività a sostegno delle donne, sempre più vittime di violenze, molestie, fenomeni di stalking e aggressioni tra le mura domestiche. Il 25 novembre non è una data casuale: quel giorno infatti, correva l’anno 1960, furono uccise le sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana.

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il caso Mirabal
Il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal fu fortemente sentito dall'opinione pubblica. Le tre donne sono considerate ancora oggi delle rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell'arretratezza e nel caos.

Il 25 novembre del 1960 le tre donne si recarono a far visita ai loro mariti in carcere quando furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare che le portarono in un luogo nascosto. Qui furono torturate, stuprate, massacrate a colpi di bastone e strangolate a bordo della loro auto.

La storia delle sorelle Mirabal: bibliografia e filmografia
L’unica sopravvissuta fu la quarta delle sorelle Mirabal, Belgica Adele, che dedicò la sua vita a onorare il ricordo delle tre donne. Pubblicò successivamente un libro di memorie: Vivas in su jardin.

Le sorelle Mirabal sono conosciute anche con il nome “Mariposas”, poiché simili a delle farfalle in cerca di libertà. La loro storia venne raccontata anche dall’opera della scrittrice dominicana Julia Alvarez, Il tempo delle farfalle, in Italia edito da Giunti. Esistono anche due film che raccontano la loro biografia “In the Time of Butterflies” (2004) e “Trópico de Sangre” (2010).




Articolo di
Maris Davis


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25 novembre 2018

Stupro, abusi e libertà negate. I dati della violenza contro le donne

Nel mondo una donna su tre ha conosciuto da vicino la violenza.


In Italia, la maggioranza degli stupri è opera del partner e quando una donna viene uccisa, nell’80% dei casi è per mano di un cittadino italiano.

"È una causa di morte e menomazione tanto forte quanto il cancro, e genera più danni alla salute degli incidenti stradali e della malaria messi insieme. Una vera piaga sociale che continua a rappresentare un ostacolo nel percorso verso la parità, lo sviluppo e il rispetto dei diritti umani di donne di tutte le età"
(Le Nazioni Unite si esprimono così, senza mezzi termini, sulla violenza contro le donne)

Un dramma dalla portata enorme, che non lascia privo di macchia alcun paese al mondo. Superarla è uno degli obiettivi fondamentali per lo sviluppo sostenibile dell'Onu eppure ancora oggi, nell'anno in cui persino il premio Nobel per la pace è in prima linea contro gli abusi sessuali. Sono complici la paura, la vergogna, lo stigma e, molto spesso, l’impunità del colpevole, chi la subisce lo fa il più delle volte in silenzio.

Un tentativo di infrangere questo silenzio è quello di #HearMeToo, ascolta anche me, lo slogan della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2018. Invita ad alzare la voce contro le botte, le molestie, gli abusi sessuali e non, il femminicidio, lo stalking.

Le iniziative si protrarranno poi per 16 giorni, cioè fino al 10 dicembre (Giornata mondiale dei diritti umani), e puntano a smuovere coscienze, istituzioni, scuole, università, squadre e membri della società civile e a fare scudo perché, una volta per tutte, si faccia un passo avanti.

Perché i numeri delle vittime, nonostante gli appelli e gli sforzi compiuti finora, sono allarmanti. Nel mondo, e anche in Italia.


Le donne vittime di violenza nel mondo
Una su tre. È questo il dato che rappresenta le donne che prima o poi, nel corso della vita, subiscono una forma di violenza, sia essa fisica o sessuale. L’artefice, la maggior parte delle volte, è il partner.

A livello globale, circa un terzo delle donne che sono impegnate in una relazione ha vissuto una qualche forma di violenza da parte del proprio compagno. Indagini condotte tra il 2005 e il 2016 in 87 paesi riportano che il 19% delle donne e delle ragazze tra i 15 e i 49 anni rivela di aver subito violenze fisiche o sessuali da parte del partner o ex partner.

La percentuale di donne vittime di violenza varia sia all'interno dei paesi, sia attraverso le varie regioni del mondo. In Europa, dove nella maggior parte dei paesi che hanno dati disponibili si registra una prevalenza inferiore al 10%, i valori sono i più bassi rispetto alle altre aree geografiche.


Se consideriamo invece tutte le vittime di omicidio a livello globale, una donna su due viene uccisa dal proprio compagno o da un membro della famiglia.

Tanta violenza ma poche denunce
Nonostante il tasso di abusi e molestie sia elevatissimo, sono poche le donne che reagiscono facendosi sentire ufficialmente con segnalazioni e denunce, soprattutto le più giovani.


Tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni, per esempio, ci sono quasi 15 milioni di persone che sono state costrette almeno una volta a rapporti o altre pratiche sessuali. Il "violento", nella maggioranza dei casi, è ancora una volta il fidanzato, il partner, il marito o l’ex. Dalle informazioni rilevate in una trentina dei paesi in tutto il mondo, solo l’1% di esse si affida poi a un professionista per riprendersi (dati Unicef 2017).

Anche tra le donne più adulte la fatica a denunciare è grande. Nei paesi sottoposti a indagine, meno del 40% delle donne vittime di violenze chiedeva una qualche forma di aiuto, tanto meno a organi come la polizia (solo il 10% di queste) e altre istituzioni o a un medico.

Libertà negate
La violenza non ha però solo la forma delle percosse, dello stupro, dell’omicidio. Si misura anche nel soffocamento della libertà individuale.

Per esempio, uno degli indicatori per inquadrare la situazione delle donne sul piano globale è la misura del potere decisionale sulla propria vita sessuale, intesa anche come scelta dei contraccettivi e gestione indipendente della propria salute intima. Si stima che nel mondo solo il 52% delle donne coniugate o impegnate in una relazione abbia voce in capitolo su tali questioni.


Un altro indicatore che possiamo considerare è la percentuale di spose bambine
Ragazze giovanissime, spesso ben al di sotto dei 18 anni, che vengono forzate a sposarsi con uomini adulti. Si tratta di una pratica in calo negli ultimi anni, ma che rimane consistente, tanto che si calcola che oggi, nel Mondo, vi siano 650 milioni di donne sposate prima di aver raggiunto la maggiore età. Su questo fronte, secondo le Nazioni unite, difficilmente vedremo risultati incoraggianti entro il 2030, soprattutto nelle regioni dove l’usanza è più diffusa, come l’Asia meridionale e l’Africa Sub-sahariana.




Articolo di
Maris Davis


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19 novembre 2018

Irlanda, stupratore assolto. Lei (minorenne) aveva abiti troppo succinti

Noi donne siamo beni disponibili, disprezzabili se non ci concediamo, abusabili in migliaia di modi diversi, con lettere scarlatte impresse sulla carne e segnaletiche di libero accesso nel vestiario. Stanche davvero di tutto questo buio.


La notizia
È destinata a far discutere la sentenza emessa lo scorso 6 novembre dal Tribunale di Cork, in Irlanda, che ha scagionato un 27enne accusato di aver stuprato una ragazza di 17 anni. Secondo il giudice la minorenne indossava «biancheria troppo sexy», che giustificherebbe in qualche modo il rapporto non consensuale avuto dai due.


La sentenza ha generato grande indignazione in Irlanda, dove a migliaia sono scesi in piazza per protestare al grido di "this is not consent", ovvero "questo non è consenso"

«Guardate il modo in cui era vestita, indossava un perizoma con la parte davanti in pizzo» ha dichiarato l'avvocato difensore (una donna) del 27enne durante l'arringa, lasciando intendere che l'abbigliamento della minorenne avesse "provocato" l'uomo.

L'hashtag #ThisIsNotConsent sta letteralmente spopolando sui social, dove tante donne stanno gridando la loro indignazione mostrando provocatoriamente la loro biancheria intima.

La questione è arrivata fino in parlamento, dove la socialista Ruth Coppinger ha sventolato un tanga dichiarando: «Potrebbe suscitare imbarazzo mostrare un paio di mutande in Parlamento, ma pensate a quanto lo sia di più per una vittima di stupro vederle finire in tribunale». Una riforma del sistema giudiziario è stata chiesta anche dal centro anti-violenza di Dublino, in quanto troppo spesso basato su pregiudizi nei confronti delle donne.

Donne a abiti succinti
Sapete, l'altro giorno ho trovato cento euro. Ok, erano dentro il portafoglio della donna che era in treno di fronte a me. Il portafoglio sporgeva leggermente dalla sua borsetta, ma li ho pur sempre trovati lì davanti, invitanti, sembrava che stessero aspettando proprio me. Che cosa dovevo fare??

Che cosa direste voi di fronte a qualcuno che vi racconta una storia del genere?? Se siete un minimo onesti, credo l'unica cosa si possa dire, chiamare le cose con il loro nome, quello è stato un furto, nient'altro che un furto. Logico, chiaro, lineare.


Eppure quando si parla di stupro tutta questa logica sembra sfumare, ed è perfino possibile che pochi giorni prima della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, una donna "avvocato" pronunci nella sua arringa difensiva finale le seguenti frasi davanti a un tribunale: "Dite che le prove hanno escluso che lei fosse disposta ad andare a letto con l'imputato?? Guardate qui!" e getta sul banco della giuria un tanga "C'è il pizzo sul davanti, ed era un tanga. Non era un segno non troppo velato che la ragazza volesse fare sesso?? La colpa in fondo è anche sua, che ha fatto vedere troppo e così ha lanciato segnali contraddittori"

E il portafoglio era lì, bello, la colpa è di quella donna che sul treno ha lasciato che il portafoglio si vedesse dentro la borsetta.

È successo in Irlanda, nella cattolicissima Irlanda, ma quanti anche in Italia sarebbero d'accordo con il tribunale che ha assolto lo stupratore??


Quanti ancora pensano che l'equazione "vestito succinto", "minigonna" è uguale "sono disponibile"?? Probabilmente anche qualcuno che mi sta leggendo in questo momento

Un tanga non è un'invito a stuprare una ragazza, come un portafoglio che spunta da una tasca non è un invito a rubare.
(Maris Davis)



La nostra Campagna Informativa
"No alla Violenza sulle Donne"
- clicca qui -




Articolo a cura di
Maris Davis


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29 ottobre 2018

Violentate e mutilate. L'orrore delle bambine stuprate dalle milizie nella Repubblica Democratica del Congo

Il Paese africano è una terra che vanta primati agghiaccianti. Vent'anni di conflitto, oltre sei milioni di morti e il dilagare della violenza sessuale usata come arma di guerra.

Una bambina congolese a Beni, nella Repubblica Democratica del Congo

”Dal 2013 al 2016, in questo piccolo villaggio, è avvenuto un orrore che dovrebbe indignare e sconvolgere il mondo intero. Un dramma così devastante che dovrebbe togliere il fiato a chiunque ne venga a conoscenza. In tre anni, 46 bambine sono state violentate. Degli irregolari, appartenenti alla milizia privata del deputato Frederic Batumike, venivano nel cuore della notte in questo villaggio e per prima cosa rapivano le bambine, poi le violentavano e infine le lasciavano lì, dove avevano compiuto la violenza, da sole e distrutte, ma non prima di averle anche mutilate. E la più piccola vittima aveva solo due anni”

A parlare e raccontare con una voce satura di disperazione e con occhi in cui è rimasta impressa, come un tatuaggio indelebile, una rabbia lacerante è Zawada Bagaya Bazilianne, la consulente legale della Fondazione Panzi. È seduta dentro il suo ufficio, una piccola baracca di legno, nel paese di Kavumu, nella provincia congolese del Sud Kivu, il luogo dove l’orrore si è compiuto.

Intorno colline verdi, strade rosse, fangose, cieli plumbei e una nebbiolina sottile, che si solleva dalla valle come un sipario, lasciando così visibile, sul proscenio della terra congolese, una tragedia, che per i più è impossibile anche solo da immaginare.

Il piccolo paese è puntellato di case di terra e paglia, alcune di legno e la paura sembra essersi posata in ogni dove. Le madri chiudono le porte e richiamano i figli in casa quando vedono i visitatori, i bambini scappano a nascondersi tra le gambe e dietro le gonne delle nonne e gli uomini interrompono il loro lavoro e statuari, in mezzo ai campi, con i machete e i bastoni stretti nelle mani, osservano gli stranieri.

In un piccola casa abita Beatrice. Ha 9 anni e vive sola con la nonna e il dolore per la atroce violenza di cui è stata vittima, la fine del suo vivere, di un qualsiasi futuro e l’inizio di un presente di puro dramma, cristallizzato in due occhi neri che sembrano chiedere conto al mondo il perché di una tale follia e di un’assoluta e impietosa ingiustizia.

È dal villaggio di Kavumu che occorre partire per conoscere il dramma degli stupri che affligge la Repubblica democratica del Congo. Nell’ex Zaire infatti, stando ai dati delle Nazioni Unite nel 2015 si sono registrate 15mila violenze sessuali, una ogni mezz’ora.

Il paese africano è una terra che vanta primati terribili. Vent'anni di conflitto, oltre sei milioni di morti, più di 50 gruppi ribelli nelle regioni del nord est e poi, a partire dagli anni ’90, il dilagare della violenza sessuale, gli stupri. Lo stupro in Congo infatti è stato importato come arma di guerra durante la seconda guerra congolese (1998-2003) e poi ha infettato l’intera nazione come una metastasi.

”Quando si sono registrati i primi casi di violenze, noi medici eravamo impreparati. Vedevamo donne, ragazze e anche bambine arrivare in ospedale con gli organi totalmente distrutti. I loro corpi non solo erano stati vittime di violenze carnali, ma anche di torture. Alcune donne erano state mutilate e altre erano state abusate con l’introduzione di oggetti taglienti nella vagina. È stato osservando certi casi che ho deciso di intervenire”

A parlare e raccontare il dramma contro cui si sta battendo è il chirurgo Denis Mukwege, medico congolese, vincitore del premio Nobel per la pace 2018 insieme a Nadia Murad, vincitore del premio Sakharov nel 2018, conosciuto in tutto il mondo anche come ”il medico che ripara le donne” e uno dei simboli della lotta alla violenza sessuale.

Le parole di Denis Mukwege
”Per fermare quanto sta avvenendo qui in Congo occorrerebbe innanzitutto che i colpevoli venissero puniti. Poi ci vorrebbe una ferma volontà politica nazionale ed internazionale di porre fine al saccheggio dei minerali. Perché in questo modo cesserebbero i conflitti che stanno dilaniando da anni il nostro paese”

“È una battaglia necessaria, gli stupri non distruggono solo le donne e il loro corpo ma l’intera società. Dopo essere state violentate le vittime vengono considerate colpevoli dai mariti e vengono per questo allontanate e isolate. Ci sono alcune donne che contraggono l’hiv, che è una malattia che provoca una stigmatizzazione dell’ammalato, e altre che soffrono di perdite e incontinenza e quindi vengono derise e umiliate dalla comunità. È una tragedia che va fermata, occorre intervenire su moltissimi fronti, anche con un profondo lavoro di sensibilizzazione nei villaggi e nelle città, per far si che le comunità non considerino più queste donne colpevoli della tragedia che è loro toccata”

E per comprendere appieno queste parole basta dirigersi al porto di Bukavu e imbarcarsi su uno dei traghetti colmi di persone che ogni ora salpano, lasciandosi alle spalle le colline di terra rossa e fango che punteggiano il capoluogo del Sud Kivu e, dopo aver attraversato il lago omonimo, attraccano nella città di Goma.



Il centro principale del Nord Kivu, città nera, con le strade di pietra vulcanica e la vegetazione verde impenetrabile del parco del Virunga tutt’intorno, è stato il palcoscenico della maggior parte dei conflitti della regione ed è qua, nel campo profughi di Mugunga, ai piedi del vulcano Nyragongo, che vive Amani Bahati, che ha 59 anni, vittima senza consolazione della pietà altrui, ma violata anche nell'intimo dal pubblico disprezzo e dallo sfregio accusatore dei più.

”Ero insieme ad altre donne a far legna cinque mesi fa, quando alcuni soldati con le divise delle FARDC (Forze Armate Repubblica Democratica del Congo) hanno abusato di noi. Dopo che è successo tutto ciò siamo state isolate dalla società, non ho più un lavoro, sono ammalata e sapete come ci chiama la gente: ”le stuprate”. Così è come siamo considerate e questa è la nostra vita dopo essere state violentate”




Articolo di
Maris Davis


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13 ottobre 2018

Bambine e minori adolescenti. Sconfortanti i dati del nuovo rapporto "Indifesa"

Violenza contro i minori. In Italia 5.080 vittime, 6 su 10 sono bambine e ragazze. Oltre 770 hanno subito violenza sessuale. Raccapricciante il Dossier Indifesa di Terre des Hommes.


Terre des Hommes ha pubblicato la quinta edizione del Dossier della Campagna “Indifesa” per accendere i riflettori sui diritti negati a milioni di bambine in Italia e nel mondo.

Negli ultimi cinque anni il numero di vittime minorenni di reati è passato dai 4.946 del 2011 ai 5.080 del 2015, secondo i dati Interforze elaborati per il nuovo Dossier della Campagna Indifesa di Terre des Hommes, presentato al Senato questa settimana.

Si conferma il dato sulla prevalenza del sesso femminile tra chi subisce abusi e violenze. Bambine e ragazze sono il 60%, ma diventano l’87% quando si tratta di violenze sessuali o il 91% dei minori entrati nel giro della produzione di materiale pornografico.

Se in termini generali negli ultimi cinque anni il numero delle vittime di reati ha segnato un aumento del 3%, si registra un drammatico aumento a tre cifre nella pornografia minorile che tocca la vertiginosa quota del +543%. Nell’81% dei casi le vittime sono bambine e ragazze, ma l’aumento del trend prova anche che la pornografia minorile si conferma uno dei settori di sfruttamento dei minori che gode di maggiore richiesta sul mercato.

Un incremento a tre cifre (+148%) è anche quello registrato dagli atti sessuali con minori di 14 anni, o minori di 16 nel caso di parenti stretti e affidatari. Sono state 411 le vittime nel 2015, il 78% femmine. Segnano un calo negli ultimi 5 anni, le violenze sessuali e quelle aggravate, rispettivamente -26% e -31%, ma in termini assoluti (in tutto 908 minori nel 2015, per oltre l’82% femmine, pari a 770) costituiscono le tipologie con maggior numero di vittime dopo i maltrattamenti in famiglia (1.442, +24%) e la violazione degli obblighi di assistenza familiare (961, +9% sul dato 2011), dove la percentuale di ragazzine è abbastanza allineata all'altro sesso.


I numeri sono impressionanti e non lasciano spazio a dubbi
La prevenzione della violenza sui minori deve essere una priorità delle istituzioni pubbliche e richiede l’impegno di tutti, perché adolescenti e bambini crescano con una visione sana delle relazioni di coppia e del rispetto dell’altro. Bisogna lavorare per abbattere gli stereotipi di genere tra i ragazzi come strumento per prevenire la violenza sulle donne domani. È una delle chiavi fondamentali per prevenire e contrastare violenze e discriminazioni.

Ma la Campagna "Indifesa" quest’anno punta i riflettori anche sulle bambine che vivono in zone teatro di guerra e nelle emergenze migratorie che ne conseguono, per proteggerle e tutelarne i diritti fondamentali alla salute, allo studio, alla libertà. Terre des Hommes è impegnata da anni, e continuerà a farlo, per la loro protezione in Italia e nel mondo con progetti concreti per offrire assistenza e un futuro migliore a tutte loro.

Tra i nemici più feroci delle bambine e le ragazze ci sono proprio i loro coetanei. A provarlo, al di là dei tristi episodi di cronaca, anche i dati del Ministero della Giustizia, che segnalano in carico dei Servizi Sociali ben 817 minori di sesso maschile condannati per violenze sessuali. 267 sono invece responsabili di sfruttamento della pornografia e prostituzione minorile.

Se la violenza colpisce ancora troppe bambine in Italia, si può dire che purtroppo sia anche il pane quotidiano delle giovani migranti in fuga da conflitti, dittature e miseria. Nei lunghi viaggi per raggiungere l’Europa poche sono le donne e le ragazze che non abbiano subito abusi sessuali.

Molte migranti finiscono nel giro della prostituzione coatta
Allettate da false promesse finiscono nel giro della prostituzione. Tante le ragazzine che arrivano incinte sulle nostre coste. Tutte hanno subìto traumi da privazioni e violenze e necessitano di un’assistenza psicologica specifica, che le sostenga nel recupero della propria coesione identitaria, come persone degne di valore. È questo il percorso che segue Terre des Hommes con i minori non accompagnati nell'ambito del "Progetto Faro" che mette l’attenzione sulle principali violazioni dei diritti di bambine e ragazze migranti e promuoverne gli interventi per la loro protezione.

Nei paesi in guerra, come Iraq e Siria, migliaia di donne e ragazze sono ridotte a schiave dei combattenti. I bambini e le bambine “prede di guerra” vengono rapiti o arruolati con la forza da eserciti regolari e gruppi ribelli. In altri casi, però, i più piccoli finiscono con l’imbracciare un fucile perché spinti dalla povertà, dall'esclusione sociale o dal desiderio di vendetta per le violenze subite dalla loro famiglia. Un’altra piaga che si è acutizzata con il conflitto è quella dei matrimoni precoci, che coinvolge moltissime ragazzine profughe siriane.

“Se da un lato l’instabilità politica e la violenza diffusa hanno reso ancora più precaria la condizione delle bambine e delle giovani donne nella sponda sud del Mediterraneo, questo profondo disordine ha anche reso più acute, più visibili, e più presenti, anche tra noi nel mondo cosiddetto sviluppato, tutte le gravi violazioni dei dritti umani di cui sono soggette le bambine e le ragazze”

L’Italia deve riconoscere la tutela dei diritti delle donne migranti da inserire tra le priorità da affermare con la nostra presidenza del G7. E il Dossier Indifesa ci dice molto sul lavoro da fare, che si iscrive anche nel solco dell’impegno sottoscritto con l’Agenda 2030 di porre fine ai matrimoni infantili e di perseguire efficacemente l’obiettivo di una piena emancipazione di tutte le donne e tutte le ragazze.


La tratta delle ragazze in Italia
La componente femminile, sia di donne adulte, sia di bambine e ragazze, rappresenta la maggioranza delle vittime di tratta a livello globale: il 71% di quelle individuate, secondo le stime dell’UNODC (Agenzia delle Nazioni Unite per il contrasto al traffico di droga e al crimine organizzato)

Tra il 2004 e il 2014 (anno per cui sono disponibili gli ultimi dati) la quota di bambine e ragazze vittime di tratta è raddoppiata, passando dal 10% al 20% del totale. In crescita esponenziale anche la quota delle piccole vittime di sesso maschile: dal 3% del 2004 all’8% del 2014 e con un picco del 13% nel 2011.

I minori rappresentano il 28% del totale delle vittime di tratta ma con profonde differenze tra un continente e l’altro

Il fenomeno della tratta di esseri umani non risparmia il Vecchio Continente. Anche qui, la maggioranza delle vittime sono donne, e secondo le stime della Commissione Europea, circa il 16% sono ragazze con meno di 18 anni.

"I trafficanti traggono vantaggio dalle rotte migratorie irregolari. L’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (Oim) ha registrato dal 2014 un aumento del 600% delle potenziali vittime di tratta ai fini di sfruttamento sessuale arrivate in Italia. E 􀀃sono prevalentemente donne e ragazze provenienti dalla Nigeria"

Fotografare, anche da un punto di vista quantitativo, questo fenomeno in Italia non è facile. La punta dell’iceberg è data dalle vittime di tratta intercettate dalle istituzioni nell'ambito del Piano nazionale anti-tratta e che hanno avuto accesso a percorsi di protezione. Secondo i dati forniti dal Dipartimento per le Pari Opportunità, nel 2017 i minori vittime di tratta e sfruttamento che hanno potuto accedere ai percorsi protetti sono stati 200 (196 ragazze e 4 ragazzi). Per il 93,5% sono ragazze nigeriane.

Nel corso del 2017 sono arrivati in Italia 1.228 minori non accompagnati di origine nigeriana, in buona parte di sesso femminile e circa 5.400 donne. OIM Italia ritiene “che circa l’80 per cento delle migranti nigeriane arrivate via mare nel 2016 sia probabile vittima di tratta destinata allo sfruttamento sessuale in Italia o in altri paesi dell’Unione Europea”

"Donne e minori non accompagnati di nazionalità nigeriana sono tra le categorie più a rischio di essere vittima di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, anche se non si può escludere che anche migranti di altre nazionalità siano coinvolti nel traffico"

A preoccupare è anche l’abbassamento dell’età delle giovani e giovanissime nigeriane “inversamente proporzionale alla coscienza di essere vittime di tratta e delle violenze e degli abusi che le vittime sono destinate a subire”. Alle organizzazioni umanitarie presenti nei luoghi di sbarco molte ragazze dichiarano di non aver mai avuto rapporti sessuali, di non conoscere l’esistenza dei contraccettivi, non sanno in che cosa consista la “prostituzione” che dovranno svolgere per ripagare i loro debiti con i trafficanti.

Sempre più spesso i trafficanti scelgono le proprie vittime tra le giovani e le giovanissime nigeriane provenienti da villaggi remoti e con uno scarso livello di istruzione

A questo si somma anche il potere del "juju", un rito magico che lega la ragazza ai suoi trafficanti. Costringendola ad ubbidire ad ogni loro ordine sotto la minaccia di morte, per se o per i parenti rimasti in Nigeria.

Quest’ultimo anello della catena, però, ha recentemente ricevuto un duro colpo. Il 9 marzo 2018, nel corso di una cerimonia pubblica, l’Oba Ewuare II (massima autorità religiosa del popolo Edo, che vive nel Sud della Nigeria) ha emesso un editto con cui ha annullato i riti "juju" e, oltre a liberare le ragazze che oggi sono schiave dei trafficanti l'Oba ha lanciato una maledizione su quegli stregoni che, in futuro, useranno nuovamente questi riti per agevolare la tratta di giovani donne.

Dossier "Indifesa" 2018
Nel rapporto si parla di
Mutilazioni genitali femminili
Bambine e accesso all'istruzione
Bambine lavoratrici
Matrimoni precoci
Salute riproduttiva e gravidanze precoci
Ragazze vittime di tratta
Accesso a internet, opportunità a rischi per le ragazze
Violenza sulle bambine e le ragazze





Articolo a cura di
Maris Davis


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