Visualizzazione post con etichetta Integralismo islamico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Integralismo islamico. Mostra tutti i post

05 gennaio 2024

In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori Fulani, di origine islamica. Lettera da un Paese crocifisso
Un vero e proprio genocidio in atto nel nord della Nigeria nell'indifferenza del Mondo

Nei giorni di Natale c’è stata l’ennesima strage di cristiani nello Stato di Plateau, nel centro-nord della Nigeria: 160 le vittime, oltre trecento i feriti. Pubblichiamo in una nostra traduzione quello che ha scritto per raccontare quanto avvenuto il reverendo Gideon Para-Mallam, missionario, pastore protestante, ambasciatore della Ifes (International Fellowship of Evangelical Students), tutore e portavoce della famiglia di Leah Sharibu.

Villaggio di Chriang: un bambino di 9 anni della scuola elementare, Regard Yusuf, è stato indotto con l’inganno a condurre gli aggressori nel luogo dove si nascondeva sua madre insieme ad altre donne, la vigilia di Natale del 24 dicembre 2023, durante gli attacchi coordinati a Mangur e Bokkos, nello stato di Plateau. Per questo motivo 23 donne sono state massacrate, e con loro il bambino di 9 anni e sua madre. Tra le vittime ci sono anche Veronica Mallan e Godwin Mallan, di 9 mesi. Mentendo, gli assassini avevano promesso al bambino che non sarebbe stato ucciso, ma hanno fatto l’esatto contrario, condannandolo a una morte prematura. Un bambino di 9 anni e un neonato di 9 mesi: due giovani vite promettenti tra le 160 persone uccise dalle forze del terrorismo e della perversità. Solo una donna, caduta in un fosso durante la fuga, è sopravvissuta per poter raccontare quanto accaduto.

Villaggio di Tahure: l’onorevole Sabo Abang è stato fatto prigioniero la notte del 24 dicembre e tenuto in ostaggio durante gli attacchi. Tre giorni dopo, è stato sgozzato come un agnello e il suo cadavere ancora fresco è stato gettato vicino alla sua casa. Al Jos University Teaching Hospital (Juth), giace gravemente ferito un bambino di tre anni, colpito da una pallottola a distanza ravvicinata durante l’attacco della vigilia e del giorno di Natale. Sempre al Juth è ricoverata una bambina di 5 anni a cui gli aggressori hanno mozzato una mano.

Non si fa nulla per fermarli

Nello Stato di Plateau è in corso un terrificante genocidio, che però viene raccontato come uno scontro fra agricoltori e pastori. Si tratta invece di una realtà sanguinosa in cui pastori Fulani armati, descritti talvolta come banditi ma in realtà terroristi, attaccano altre etnie in alcune zone dello stato e in gran parte delle comunità della Middlebelt. Purtroppo vengono inventate narrazioni false e fuorvianti mentre continuano a scorrere fiumi di sangue. È un danno per la nazione nigeriana e per l’umanità. Ciò che è successo a Bokkos non è, né uno scontro né una rappresaglia. Si tratta di eliminazione deliberata, mirata, intenzionale e sistematica di intere popolazioni, secondo un modello già messo in pratica in alcune comunità nel nord della Nigeria.

Purtroppo, coloro che da tempo avrebbero dovuto agire con fermezza per porre fine a questo fenomeno non stanno facendo nulla o i passi finora compiuti non stanno dando i risultati sperati: arrestare i colpevoli, porre fine ai massacri e promuovere una pace sostenibile sono passi proattivi di cui si avverte le massima urgenza, adesso e subito. Simili stragi ingiustificate devono finire e solo il governo federale ha il diritto e l’autorità costituzionale per farlo. Ma che invece sembra rimanere indifferente al continuo massacro di cristiani, forse perché al potere c'è un presidente mussulmano.

Ciò che è accaduto a Bokkos appare chiaramente motivato da intenti genocidi, accaparramento di terre, occupazione finalizzata alla conquista. Il governo dello Stato del Plateau dovrebbe continuare a lamentarsi e ad assistere impotente? Il governo federale della Nigeria dovrebbe ridursi a un’entità che si limita a rilasciare dichiarazioni di cordoglio alla stampa senza alcun risultato concreto, mentre la carneficina continua e gli aggressori non vengono mai trovati o perseguiti, finché non si verifica un’altra serie di simili orribili attacchi genocidi?

L’audacia della perversità. Mentre il team presidenziale si recava in visita alla popolazione di Bokkos il 27 dicembre scorso per portare le proprie condoglianze, guidato dal vicepresidente Shettima, due villaggi, Dun e Bodel, sono stati attaccati e diverse case sono state bruciate.

Una missione genocida

Quello che sta accadendo nel Plateau è un ciclo ricorrente di violenza unilaterale, pastori fulani (mussulmani, pastori nomadi per definizione, ma terroristi di fatto), boko-haram (terroristi integralisti che hanno insanguinato la Nigeria per due decenni). Cosa c’è che non va nella mia Nigeria? Perché ci siamo ritrovati con leader che trascurano crimini clamorosi e favoriscono un sistema che avversa la libertà di religione e di credo? Perché la comunità internazionale rimane in silenzio mentre in Nigeria si commettono crimini contro l’umanità senza alcuna remora? Perché i nigeriani non sono uniti nella condanna e in un’azione comune che metta fine al terrorismo in atto nella Middlebelt? Perché la comunità globale è costantemente impegnata a voltarsi dall’altra parte mentre donne e bambini innocenti vengono massacrati, e i colpevoli non vengono accusati e perseguiti e il governo non ha ancora intrapreso passi decisivi per interrompere la carneficina?

La presidenza nigeriana non deve lasciarsi ingannare e credere che quanto sta accadendo nello stato di Plateau sia una situazione “occhio per occhio”. Non lo è! Crederlo significa seguire una narrazione fuorviante che non porterà a nessuna soluzione pacifica radicata nella verità e nella giustizia sociale. La popolazione di Bokkos ha cercato di difendere la propria città, ma è stata sopraffatta da una forza di combattimento che si è presentata con l’intenzione di compiere una missione genocida. Le armi sofisticate utilizzate dovrebbero far preoccupare il governo federale. Come mai armi così micidiali sono arrivate nelle mani di questi assassini che continuano a uccidere senza alcuno scrupolo?

Le forze dell'oscurità

In base ai fatti e alle statistiche disponibili ecco il dettaglio delle persone uccise negli attacchi nei distretti: a Butura 32, una persona ancora dispersa; a Mbar 29, a Mangor 44 con 50 feriti e tre persone ancora disperse; a Mazat 10; a Bokkos 29, a Tangur 6, a Mushere 2. Il numero totale di persone massacrate a sangue freddo la vigilia e il giorno di Natale è attualmente di circa 160 e i conti non sono finiti. Si stima che gli sfollati interni siano circa 5 mila. Otto chiese sono state date alle fiamme. Il dettaglio disponibile indica che sono stati uccisi nelle loro abitazioni 37 donne, 10 bambini e 3 persone con handicap fisici poiché non erano in grado di correre, 110 gli uomini assassinati. In totale sono stati attaccati 25 villaggi con un assalto coordinato in pieno stile militare.

Nel 2019, durante un attacco al villaggio di Waren, nella local goverment area di Barkin Ladi, i pastori Fulani armati avevano minacciato che sarebbe venuto un tempo in cui ai cristiani non sarebbe stato più permesso di celebrare il Natale. Questo caso è forse la prova che stanno realizzando ciò che minacciavano? È necessario indagare in modo accurato e imparziale nella ricerca di una pace e di una giustizia sostenibili come soluzioni per mettere fine a questa insensata carneficina. La Middlebelt sta sanguinando. Può esistere una Nigeria senza la Middlebelt? Può forse Bokkos rappresentare un punto di svolta che consenta alle forze della pace di sconfiggere le forze dell’oscurità in Nigeria? Foundation for Africa continua a sperare che la pace sia possibile non solo nello Stato di Plateau, ma in tutto il paese. Se al mondo interessa interrompere le stragi in Nigeria, faccia sì che gli attacchi dolorosi e ingiustificati contro innocenti e indifesi, come a Bokkos nel giorno di questo Natale appena passato, servano a risvegliare le coscienze per unirsi e salvare vite umane.


08 giugno 2022

Nigeria. Dopo l'ennesimo massacro di cristiani è ora di parlare di genocidio in atto

L'ultimo massacro di una cinquantina di fedeli cristiani, tra cui donne e bambini, nel giorno di Pentecoste, nella Chiesa di Owo nell'Ondo State, con ogni probabilità messo in atto da un commando armato islamista di pastori fulani, mette a nudo la debolezza di un Paese divorato dalla corruzione, dal malaffare e dall'insicurezza.

In Nigeria c’è un genocidio in atto perpetrato dai mussulmani Fulani nei confronti dei contadini cristiani del nord, ma i media occidentali non ne parlano

Oppure ne parlano, ma solo quando capita l'ennesimo massacro, l'ennesimo villaggio bruciato, l'ennesimo rapimento. Già nel 2019 Jubilee Campaign (organizzazione no profit che si occupa della tutela dei diritti umani) ha presentato alla Corte Penale Internazionale le prove che i crimini contro i cristiani in Nigeria costituiscono un genocidio. Solo tra il 2014 e il 2016 più di 4mila cristiani sono stati uccisi e quasi 200mila case cristiane distrutte.

I militanti Fulani (a cui si deve la diffusione della religione islamica in Africa occidentale) attaccano i villaggi a maggioranza cristiana dove uccidono civili e bruciano le loro case. Solo nel 2019 avevano compiuto 52 attacchi letali contro le comunità cristiane. In uno di questi ucciso 300 persone dello stesso villaggio, e in un altro villaggio attaccato sono state trovate 174 salme, tra donne e bambini, in una fossa comune.

Jubilee Campaign ha esposto alla Corte Penale Internazionale le testimonianze di cristiani nigeriani che hanno raccontato che i pastori prevalentemente musulmani sono spesso armati con fucili d’assalto costosi e sono stati addirittura visti a bordo di elicotteri. Inoltre, questi pastori sono soliti gridare insulti genocidiari anti-cristiani durante le loro incursioni. I media occidentali, però, sminuiscono questi attacchi, ridimensionandoli come una semplice competizione tra i pastori fulani e agricoltori cristiani per accaparrarsi le risorse dei territori. Se questo poteva essere vero nel 2013, quando tutto è iniziato, con gli anni gli attacchi si sono moltiplicati, sono diventati indiscriminati e con armi sempre più micidiali. Nulla a che fare con un semplice scontro per l'uso di qualche centinaio di metri di pascolo. Dopo nove anni, è diventata una vera e propria caccia al cristiano.

Non solo Boko Haram e Iswap

Meno noti dei terroristi di Boko Haram, uccidono più di loro. Gli islamisti Fulani, nella cintura centrale del paese, fanno migliaia di vittime, soprattutto per motivi religiosi, nell'impunità e nell'indifferenza del mondo.

Nel 2018 la Nigeria è stato il secondo paese al mondo per numero di vittime causate dal terrorismo. Per il Global Terrorism Index 2019 (GTI), le vittime sono state 2.040, meno dell’Afghanistan (7.379), più dell’Iraq (1.054). In un rapporto della Croce Rossa Internazionale sono illustrate cifre da guerra civile: tra il 2009 e il 2019 gli attacchi del gruppo islamista Boko Haram hanno provocato, soprattutto nella Nigeria nord-orientale, 27mila morti, 22mila dispersi, oltre duemila rapimenti di ragazze di cui più della metà minorenni, e oltre 2,4 milioni di sfollati.

Delle 2mila vittime del 2018 contate dal GTI, ben 1.158 sono attribuite non a Boko Haram, ma agli estremisti fulani. Se in questi anni gli sforzi dell’esercito nigeriano hanno ottenuto qualche vittoria contro Boko Haram (che si è indebolito anche perché si è diviso in due gruppi), si è moltiplicato il pericolo dei pastori islamisti che uccidono impuniti, mettendo in atto un vero e proprio genocidio nei confronti dei cristiani.

Sebbene il GTI (Global Terrorism Index) spieghi che "gli eventi attribuiti agli estremisti Fulani riflettono l’uso del terrorismo come una tattica utilizzata nel conflitto, e che non ci sia un vero e proprio gruppo unico e organizzato, è innegabile che molti tra di loro si sono radicalizzati e, soprattutto, si sono dotati di armi di ultima generazione che prima non possedevano".

Detto tra le righe significa che tra i Fulani, uccidere e ammazzare i cristiani, è un'usanza diffusa, quasi radicalizzata, e allo scopo si comprano liberamente armi sempre più micidiali, tanto le autorità non fanno nulla, e si resta impuniti.

Nonostante i ripetuti massacri, nessun colpevole è stato fino a oggi indagato, arrestato o condannato. Secondo alcuni, il principale motivo di questa assenza di misure di contrasto alla violenza sta nell’appartenenza dell’attuale presidente Mohammed Buhari, che è proprio di etnia fulani.

Vogliono colpire i cristiani, e il governo non fa nulla per fermarli, perché anche Buhari è di etnia Fulani

È triste, ma si deve constatare che è come se vi fosse un ordine da parte del governo federale a non intervenire contro i crimini dei fulani, e così loro uccidono, distruggono e poi fuggono, e nessuno fa niente per fermarli. Anzi, se la polizia trova la gente locale con le armi che cerca di difendersi, generalmente arresta questi anziché i fulani armati con gli AK47. I mandriani si sentono forti, perché c’è un loro uomo al potere che li protegge.

Buhari è perfino lo sponsor della principale organizzazione di pastori fulani, la Miyatti Allah cattle breeders association of Nigeria, Macban, che, secondo alcune ong locali, dovrebbe essere perseguita per terrorismo e crimini contro l'umanità. E, come fa notare la Ong nigeriana International society for civil liberties & the rule of law, meglio nota come Intersociety, l’ondata di violenze dei fulani si è intensificata già a partire dal giugno 2015, un mese dopo la prima elezione di Buhari a presidente.

Nel frattempo, nel 2019, Buhari, un'ex-militare golpista degli anni '80, è stato rieletto per il secondo mandato e le violenze contro i cristiani si sono moltiplicate. Doveva sconfiggere il terrorismo islamista di Boko Haram, ma ora si ritrova in casa due gruppi terroristici, oltre a Boko Haram, anche l'Iswap (Ex-Stato Islamico dell'Africa occidentale). Ma oggi i Fulani, amici di Buhari, uccidono più di Boko Haram e Iswap messi insieme.

Dopo l'omicidio di Deborah e l'arresto dei suoi assassini gli islamici assaltano tre chiese cristiane

Deborah è stata uccisa il 12 maggio scorso nel college Shehu Shagari, a Sokoto. La sua colpa è di aver risposto in una chat di gruppo su WhatsApp, infestata da messaggi islamici che miravano a convertirla: «Per carità di Dio, non ci accadrà proprio niente. Questo gruppo non è stato creato per essere riempito di informazioni inutili, ma per notizie inerenti ai compiti e agli esami. E chi sarebbe il profeta Maometto?». Il solo fatto di aver pronunciato la parola “Maometto” le è valso la morte per mano di decine e decine di zelanti giovani islamici, coetanei, studenti come lei nello stesso College, che l’hanno inseguita, sottratta alla protezione della sicurezza interna, picchiata con pietre e bastoni e infine bruciata.

Dopo il terribile omicidio di Deborah, che ha sconvolto l’intera Nigeria, suscitando condanna unanime, anche da parte di molti Imam a Sokoto, capitale dell’omonimo stato dove vige la sharia, le autorità hanno fermato due dei tanti musulmani che l’hanno uccisa, Bilyaminu Aliyu e Aminu Hukunchi. Per protestare contro l’arresto dei due giovani, una folla di islamici ha assaltato il 14 maggio tre chiese, devastando i negozi di molti cristiani e costringendo il governo a imporre un coprifuoco di 24 ore.

Deborah, uccisa solo perché non sapeva chi era Maometto. Padre Joseph Daramola, segretario generale della Christian Association of Nigeria (CAN), ha attaccato il governo federale nigeriano affermando che è «il fallimento nel portare davanti alla giustizia chi in passato ha commesso simili crimini a dare vita a nuovi atti da parte di terroristi e banditi»

«L’omicidio brutale di Deborah Yakubu non è un caso isolato. Molti musulmani e non, accusati di aver insultato l’islam o il profeta, hanno subito la stessa sorte in Nigeria. Non si può dire che questo caso non abbia niente a che fare con la religione. È il contrario. Questi stragisti sono solitamente motivati dalla loro fede nel profeta dell’Islam, dagli insegnamenti islamici e dal desiderio di placare Allah e di guadagnarsi il paradiso nell’aldilà. Se la Nigeria vuole davvero porre fine a questi atti orribili e ai massacri dovrebbe guardare in modo critico a come l’Islam viene professato e praticato nel nord della Nigeria. La Nigeria deve determinare se l’Islam è una religione o un culto di morte»

L'Islam non è una religione di Pace

Uccide, devasta Chiese, brucia villaggi e lapida le ragazze solo perché non sanno chi è Maometto. E restano impuniti nell'inerzia di un governo incapace, corrotto, esso stesso islamico, e di forze dell'ordine ed esercito marci fino al midolo.

Questa è la situazione in Nigeria nel 2022. L'Islam, Fulani, Boko Haram, Iswap e perfino ragazzotti mussulmani che vanno all'Università possono uccidere i cristiani e avere la certezza che resteranno impuniti. Guai ad arrestare qualcuno di loro, guai ad arrestare gli assassini perché altrimenti vengono assaltate Chiese cristiane, o si ammazzano donne e bambini mentre pregano durante la messa di Pentecoste.

Nigeria, un gigante dai piedi d'argilla

Considerato tra i più ricchi di tutto il continente, in quanto primo produttore di petrolio dell'Africa. Dei proventi del petrolio la popolazione vede ben poco, gran parte delle royalities si perdono nei meandri della corruzione, piaga che tutti i presidenti del passato e Muhammadu Buhari, l’attuale capo di Stato al secondo mandato, hanno promesso di sradicare, ma sempre con scarso successo. Basti pensare che anche il giudice dello speciale tribunale anti-corruzione è stato preso con le mani nel sacco, e perfino l'ex-ministra delle risorse petrolifere è stata arrestata a Londra con l’accusa di corruzione. La lista dei personaggi illustri coinvolti in traffici poco trasparenti è lunga.

In base all’ultimo rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale a fine marzo 2022, si prevede che nell’anno in corso il 42 per cento della popolazione vivrà in povertà, ovvero 95,1 milioni di nigeriani. Triste indice, dovuto a svariati fattori, come l’incremento demografico, la pandemia, la guerra in Ucraina che con l’aumento dei prezzi del grano si ripercuote in tutto il continente. Va sottolineato che la Nigeria importa anche prodotti derivati dal petrolio, visto che non dispone di una sola raffineria. L’istituto ha evidenziato che sarà molto difficile per il governo ridurre il tasso di povertà, se non affronta il problema della sicurezza.

Eppure Buhari aveva promesso di combattere povertà e terrorismo. Quasi alla fine del suo secondo mandato tali aspettative non sono state raggiunte, anzi, sempre secondo le proiezione della Banca Mondiale, si prevede che il tasso di disoccupazione raggiunga il 33 per cento nel 2022, mentre quello giovanile potrebbe addirittura sfiorare il 53 per cento. Un'inflazione in salita che al momento si aggira attorno al 17%. La Nigeria è un paese ricco di petrolio, ma povero di benzina.

In un contesto economico disastroso, e con un genocidio in atto nell'indifferenza del mondo, la popolazione nigeriana è chiamata alle urne fra pochi mesi, nel febbraio 2023 e già ora i maggiori istituti di analisi sono davvero preoccupati dell’attuale trend nel Paese. La questione sicurezza deve essere affrontata seriamente prima della prossima tornata elettorale, perché si sa che ogni elezione in Nigeria rappresenta una micidiale fonte di instabilità.

Maris Davis

L'Islam uccide i cristiani, e resta impunito. E questa nella mia Nigeria è una triste verità

08 maggio 2022

NordEst Nigeria. L'inferno dimenticato dal mondo

Gli operatori umanitari temono che il ritorno dei profughi a Malam Fatori, nello stato del Borno, epicentro dell’insurrezione jihadista da oltre dieci anni, provocherà ancora più vittime e sfollati.

Più di quattromila nigeriani fuggiti dagli abusi dei jihadisti nel nord-est della Nigeria nel vicino Niger hanno fatto ritorno nelle loro case, nonostante l’insicurezza che ancora regna in tutta l’area. Gli operatori umanitari temono che il ritorno dei profughi a Malam Fatori, nello stato del Borno, epicentro dell’insurrezione jihadista da oltre dieci anni, provocherà ancora più vittime e sfollati.

Nella regione, inoltre, i servizi base per la popolazione sono pressoché inesistenti, perché la città, praticamente deserta da mezzo decennio, è molto vicina alle zone controllate dai terroristi. Le autorità, poi, hanno deciso di chiudere i campi per gli sfollati e traferire coloro che esprimevano il desiderio di tornare nelle loro case. L’obiettivo è chiaro: incoraggiare la popolazione a soddisfare i propri bisogni tornando a lavorare i campi, lasciandoli praticamente soli nella gestione, non solo della loro sopravvivenza, ma anche della sicurezza.

Nata nel 2009, l’insurrezione jihadista nel nord-est della Nigeria ha causato oltre 40mila morti e 2,2 milioni di sfollati. Migliaia di nigeriani sono fuggiti dalla violenza stabilendosi nella regione di Diffa, nel vicino sud-est del Niger. Ma da allora i gruppi jihadisti Boko Haram e il suo rivale Stato islamico nell’Africa occidentale (Iswap) hanno esteso la loro capacità di azione anche oltre confine, lanciando attacchi dalle loro roccaforti incastonate sulle rive del lago Ciad.

All’inizio di marzo, uomini armati hanno attaccato tre villaggi in Niger, proprio dove si erano rifugiati i nigeriani. Secondo il ricercatore dell’Institute for Security Studies, Malik Samuel, hanno “ucciso 45 persone e ne hanno rapite altre 22”, anche per questo molti rifugiati vogliono tornare in Nigeria.

L’esercito nigeriano ha, di recente, effettuato sgomberi e pattugliamenti, ma tutta l’area rimane saldamente nelle mani dei jihadisti ed è ancora la roccaforte dello Stato Islamico, che ha ripreso il sopravvento su Boko Haram, continuando una contesa infinita e sanguinosa tra i due gruppi, con i civili che ne fanno, come sempre, le spese.

Per anni i jihadisti hanno piazzato ordigni improvvisati e mine, messo in atto imboscate sulle strade e preso di mira anche le postazioni dell’esercito. I rifugiati tornati nella regione del Borno devono affrontare anche il problema delle mine e il tornare a lavorare i campi, per loro, potrebbe essere fatale. Gli stessi militari sono particolarmente cauti quando si muovono nella regione e la loro preoccupazione principale è mettere in sicurezza le basi contro le azioni dei terroristi. In passato gli attacchi in quest’area, in particolare a Maiduguri, hanno fatto poche vittime perché erano praticamente disabitate ma, già a febbraio di quest’anno, Iswap ha affermato di aver ucciso almeno 30 soldati in due imboscate.

Negli ultimi sei mesi, quasi 50 attacchi hanno avuto luogo vicino al confine con il Niger, di cui 38 a Malam Fatori. Secondo un funzionario locale un distaccamento della Multinational Joint Force, che include militari provenienti da Camerun, Niger, Nigeria e Ciad, è stato dislocato nell’area, ma con un mandato di due mesi. Poco cosa per fronteggiare lo strapotere jihadista e garantire a chi rientra un minimo di sicurezza per poter riprendere una vita pressoché normale.

La vera sfida, tuttavia, inizierà proprio questo mese, con il ritorno delle piogge e la ripresa delle attività agricole. I civili potrebbero “avventurarsi” nei campi, ma questo è normale se vogliono coltivare e sopravvivere, e finire per calpestare una mina, oppure essere rapiti dai gruppi jihadisti. I rischi sono molto alti.

Chi torna, poi, deve affrontare una situazione di precarietà mai vista prima. Nelle città l’accesso ai servizi essenziali è limitato se non assente. Le stesse Organizzazioni non governative si rifiutano di avventurarsi nella regione perché temono rapimenti e agguati. Non esiste, nemmeno, una strada sicura per accedere a Malam Fatori. “Siamo preoccupati per un rimpatrio troppo frettoloso a Malam Fatori”, spiega alla France Presse, Camilla Corradin, portavoce del Forum INGO Nigeria, che raggruppa 54 Ong internazionali che forniscono aiuti umanitari. Rimpatri che non “rispecchierebbero i quadri giuridici internazionali”, insiste la Corradin e che “rischiano di non essere sostenibili e di causare danni ai rimpatriati, anche provocando ancora più sfollati”.

E poi c’è il problema dell’accesso all’acqua potabile. Nella città di Malam Fatori l’unico punto per potersi approvvigionare di acqua è nella base militare, spiegano fonti umanitarie. Le autorità dello stato del Borno hanno detto di aver donato denaro e cibo ai rifugiati e di aver costruito una scuola e un centro sanitario. Ma, sempre secondo fonti umanitarie, la scuola non ha insegnati e nella clinica manca tutto e non c’è nemmeno un mercato in città. La cruda realtà è che i rifugiati vivono in una sorta di campo di “concentramento”, sono tenuti in città senza alcun accesso ai servizi primari e, ora che sono tornati, non possono lasciarla.

Iswap e Boko Haram

La resa dei conti è arrivata il il 19 maggio 2021. Nella foresta di Sambisa (nello Stato nord-orientale di Borno) si fronteggiano i miliziani di Boko Haram e dell'Iswap (Stato Islamico della Provincia dell'Africa Occidentale), altro gruppo terroristico nato dalla scissione di Boko Haram e affiliato all'Isis. Questi ultimi hanno la meglio. Nel corso dello scontro avrebbe perso la vita anche Abubakar Sekau, leader storico di Boko Haram.

Fu Al-Baghdadi in persona (fondatore dello Stato Islamico iracheno) a rimuovere Sekau nell'agosto 2016 e a nominare Abu Musab al-Barnawi a capo del gruppo islamista, sancendo la frattura tra le due fazioni. La pratica terroristica tra i due schieramenti è la stessa: omicidi, razzie, rapimenti di donne e bambini.

Ma l'Iswap si distingue nell'evitare abusi e maltrattamenti agli ostaggi durante la prigionia e nell'avere tra gli obiettivi preferiti campi militari, sedi istituzionali, e siti petroliferi. A rafforzarne il consenso è l'attenzione ai bisogni della popolazione. A fronte della violenta risposta militare dello Stato centrale, i miliziani fanno proseliti in una regione poverissima dove ai giovani senza prospettive non resta che l'opzione terroristica.

Dal 2009, l'integralismo islamico nel nord-est della Nigeria ha causato oltre 40mila morti e 2,2 milioni di sfollati, interi villaggi rasi al suolo, migliaia di ragazze rapite e fini di sfruttamento sessuale, almeno tre milioni di bambini e bambini che non potranno più avere un'istruzione.

12 maggio 2020

Cara Silvia, o se preferisci ti chiamerò anch'io Aisha

Cara Silvia, hai deluso. Ci hai traditi tutti quanti.


Quando ti rapirono
Quando ti rapirono quel giorno di novembre del 2018 noi eravamo qui, a difenderti. Ti abbiamo difesa dagli attacchi di una certa stampa che ti aveva immolata sull'altare della tua ingenuità, e di quell'essere andata in Africa senza quell'esperienza necessaria a fare la volontaria in certi posti, in certi luoghi. 
Il tuo sorriso e quella forza di volontà che sembravi dimostrare ci avevano contagiati.
Quando ti rapirono e per tanti giorni a seguire ti abbiamo difesa dagli odiatori del web, dagli idioti che ti avevano presa di mira proprio perché volevi aiutare tutti quei bambini africani che tu tanto amavi. Erano quelli che andavano predicando "aiutiamoli a casa loro", ma quando qualcuno di noi (o qualcuna come te) va laggiù, ad aiutare quelle persone e quei bambini, ti deridono, ti insultano. I razzisti li abbiamo combattuti, li stiamo combattendo
Ci avevi conquistati tutti per quel tuo essere così generosa, per quel tuo coraggio così puro e semplice che a molti è sembrato ingenuità, per quel tuo volerti donare agli altri a tutti i costi. 
Abbiamo sofferto molto per la tua sorte in tutti questi mesi, un anno e mezzo fatto di silenzi, grandi silenzi, a volte tante parole, tante ipotesi inutili. Anche noi abbiamo scritto qualcosa di te perché ti sentivamo vicina, perché eri nei nostri pensieri, perché ti abbiamo voluto bene. Perché anche noi di Foundation for Africa abbiamo qualcuno laggiù, andato ad aiutare quelle persone che anche tu volevi aiutare.

Finalmente libera
Immagina la nostra immensa gioia quando abbiamo saputo che eri libera. Una gioia che abbiamo subito voluto condividere con i nostri amici. Si, eravamo felici per te, per la tua famiglia, e per tutti quelli che ti vogliono bene. Eravamo tutti ansiosi di conoscere, di sapere, di capire cosa ti era davvero accaduto, dei tuoi carcerieri, di quello che ti avevano fatto. 
Ma poi è subentrata la delusione. Al tuo rientro in Italia nemmeno una parola sui malvagi che ti avevano rapita e sui criminali che per tutto questo tempo ti hanno tenuta prigioniera. A molti quel tuo silenzio sui tuoi carcerieri è apparso come tu li volessi proteggere, forse difendere. E poi la tristezza e la delusione nell'apprendere che ti eri convertita all'Islam, la religione di chi uccide, di chi disprezza le donne, di chi sottomette e perseguita chi non la pensa come loro.

E poi qual nome, Aisha
Lo sai chi era Aisha? Anch'io ho letto il Corano, ma non per questo mi sono convertita all'Islam.

Aisha, una delle mogli di Maometto, forse la prediletta. Lui la sposò quando lei aveva solo sei anni, "venduta" dal padre di lei. Il primo rapporto sessuale tra i due avvenne quando la "bambina" Aisha aveva solo nove anni. Questo è l'Islam che ancora oggi sposa le bambine, l'islam dei matrimoni combinati, un flagello attuale anche ai nostri giorni, oggi, proprio adesso, e proprio in Africa.
Cara Silvia, ti sei data il nome di una sposa bambina. Vergognati!

Certo, noi non possiamo sapere perché, è una scelta tua (lo hai detto tu stessa). Sono scelte che fanno parte del privato interiore, della tua coscienza. Ma di certo tu adesso potrai capire anche perché non ci è più possibile starti accanto, difenderti, volerti bene.

Cara Silvia, no, non ti chiamerò Aisha, davvero non posso
Lo sai, io sono nata in Africa, da ragazza ho vissuto dove adesso l'Islam cattivo rapisce le ragazze cristiane per convertirle all'Islam, le costringe a diventare mogli e spose dei loro stessi carcerieri, dei loro stessi rapitori, le costringe a diventare schiave sessuali.
Nei luoghi dove ho vissuto io l'Islam cattivo di Boko Haram ha distrutto interi villaggi, ucciso migliaia e migliaia di persone. Provocato (ad oggi) 2,7 milioni di profughi, gente, famiglie che non potrà mai più ritornare nei luoghi di origine. 
Più di un milione di bambini non potrà mai andare a scuola perché quell'Islam ha distrutto le scuole e ucciso gli insegnanti, gli educatori, i maestri. 

No Silvia, io non potrò mai chiamarti Aisha. Non sei come Leah Sharibu, ancora prigioniera di Boko Haram in Nigeria perché non vuole convertirsi all'Islam. O come Asia Bibi, per 9 anni prigioniera in Pakistan perché non ha mai voluto abiurare la sua fede cristiana. Quelle si, donne coraggiose, non come te che hai abbracciato la fede dei tuoi rapitori e dei tuoi carcerieri.

No Silvia, io NON potrò mai chiamarti Aisha. Tu mi hai tradita, tu ci hai traditi tutti quanti 

L'Islam è come un gigantesco amplesso dove "godono" solo i vigliacchi che non hanno nessun rispetto per la vita umana e per le donne


Articolo di
Maris Davis


Condividi su Facebook

22 febbraio 2018

#BringBackOurGirls Appello al mondo civile

Appello al mondo civile per debellare l'Islam integralista che nella mia Nigeria continua ad uccidere e a rapire ragazze e studentesse.


Lo scorso 19 febbraio l’ennesimo rapimento di massa di studentesse adolescenti nella mia Nigeria da parte di Boko Haram. Si parla di oltre cento ragazze portate via dopo l’assalto ad una scuola nello Stato di Yobe.

Le notizie sono frammentarie perché le autorità nigeriane stesse hanno impedito la divulgazione dell’episodio, ed infatti solo ieri alcuni media internazionali sono riusciti a pubblicare i primi frame di quello che sarebbe accaduto.

Quelle ragazze rapite lunedì scorso è la fotocopia di quello che è accaduto a Chibok nel 2014, quando le ragazze rapite furono 279, e che suscitò lo sdegno della comunità internazionale, ma sono passati quattro anni e le cose non sembrano cambiare.

Anzi la ferocia di Boko Haram in Nigeria è aumentata, solo lo scorso anno sono stati compiuti 150 attentati con quasi mille morti (967 per la precisione), e gli attacchi e i morti sono continuati quest’anno.

Si calcola che le donne, ragazze e bambine rapite e ancora prigioniere di Boko Haram siano oltre duemila. Donne e ragazze costrette a diventare bombe umane negli attentati kamikaze, costrette a sposare i loro stessi rapitori, costrette a convertirsi all’Islam integralista. Atrocità a cui saranno sottoposte certamente anche quelle oltre cento studentesse rapite lunedì scorso.

Denunciamo l’inerzia dell’esercito e delle forze di sicurezza della Nigeria, attraversato da corruzione e spesso da un vero e proprio appoggio alla politica integralista dell’Islam nigeriano. Un esercito capace solo di reprimere nel sangue le proteste pacifiche dei popoli del Biafra che manifestano contro le multinazionali del petrolio e contro l’inquinamento delle loro terre, ma inetto contro le atrocità di Boko Haram che spadroneggia nelle regioni nord-orientali.

Denunciamo il presidente nigeriano Buhari, un mussulmano eletto nel 2015 e che aveva promesso di sconfiggere Boko Haram, ma che in questi anni è rimasto inerme, e ha sempre cercato di nascondere all'opinione pubblica internazionale le atrocità compiute dell’Islam integralista in Nigeria.

Denunciamo l’inutilità attuale dell’azione della MNJT (multinazionale composta da truppe provenienti da Nigeria, Camerun, Ciad e Niger), che dopo le offensive del 2015 e del 2016 e aver liberato alcune città nelle mani dei Boko Haram, ha comunque lasciato campo libero all’islam integralista di distruggere, rapire, compiere attentati nel regioni nord-orientali della Nigeria.

I numeri attuali causati dalle atrocità di Boko Haram in Nigeria:
  • 2,7 milioni di profughi interni, la maggior parte sono donne, ragazze, bambini. Quasi tutti non potranno mai più far rientro nelle loro case semplicemente perché sono distrutte, bruciate o si trovano ancora in territori insicuri e privi di qualsiasi servizio primario.
  • 27.000 morti dal 2009.
  • Migliaia di donne, ragazze, bambine rapite (circa duemila), costrette a diventare schiave sessuali, mogli dei loro stessi rapitori, costrette a convertirsi all'Islam, costrette a diventare kamikaze in nome di quell'Islam che sa solo uccidere.
  • 3 milioni di bambini che non potranno mai più andare a scuola semplicemente perché le loro scuole sono state distrutte, i loro insegnanti uccisi o costretti a fuggire.
  • Un intero territorio, il nord-est della Nigeria, grande come un terzo dell’Italia, diventato un deserto di distruzione, inospitale e insicuro a tutti, perfino all'esercito, e dove la popolazione quando non muore per le bombe dei kamikaze o per gli attacchi di Boko Haram, muore di fame.
Chiediamo alla Comunità Internazionale, preghiamo la Comunità Internazionale di intervenire così come è intervenuta in Siria e Iraq contro l’Isis.


Le atrocità compiute dall’Islam integralista in Nigeria non sono più tollerabili, un mondo che si definisce civile non le dovrebbe MAI tollerare


Leggi anche
Nigeria. I numeri della ferocia di Boko Haram, per nulla sconfitto

Quello che accadde a Chibok nel 2014







Articolo di
Maris Davis

Condividi su Facebook


23 ottobre 2017

Allarme Unicef. Tre milioni di bambini nigeriani senza accesso all'istruzione primaria

L'Unicef denuncia che oltre il 57% delle scuole del nord-est del paese africano è chiuso a causa della rivolta di Boko Haram. Alla grave situazione scolastica si aggiungono anche problemi di natura sociale e sanitaria per i minori di 5 anni.


Molti bambini in Nigeria rischiano di rimanere senza istruzione. L'allarme arriva dall'Unicef che in una nota diramata a fine settembre ha denunciato come la crisi causata dalla rivolta di Boko Haram, nel nord-est del Paese abbia comportato la chiusura di oltre il 57% delle scuole nel solo Stato di Borno.

Una crisi sociale
Secondo quanto denunciato dall'Onu per l'infanzia, nel Borno, lo Stato maggiormente colpito dall'organizzazione terroristica jihadista legata all'Isis, molti bambini non potranno prendere parte all'anno scolastico già iniziato. Nel suo documento, l'Unicef ha inoltre ricordato come dal 2009 in tutto il nordest della Nigeria “oltre 2.295 insegnanti sono stati uccisi, 19.000 sono stati costretti a fuggire, e circa 1.400 scuole sono state distrutte”. E le scuole "non distrutte", stando al racconto dei responsabili Onu sul campo, non possono riaprire a causa di ingenti danni o perché si trovano in aree ancora poco sicure.

2.295 insegnanti sono stati uccisi, 19.000 sono stati costretti a fuggire, e circa 1.400 scuole sono state distrutte

Tre milioni di bambini senza istruzione
Sono cifre allarmanti quelle rese note dall'Unicef, che stima in tre milioni il numero dei giovani che hanno bisogno di supporto dell'istruzione. “I bambini nel nord-est della Nigeria stanno vivendo tanti orrori”, ha dichiarato Justin Forsyth, vice direttore dell'Unicef, al termine di una missione di tre giorni a Maiduguri, l'epicentro della crisi nel nordest. “In aggiunta alla terribile malnutrizione, alle violenze e all'epidemia di colera, gli attacchi contro le scuole rischiano di creare una generazione perduta di bambini, minacciando il loro futuro e quello di un intero territorio

L'azione dell'Unicef in Nigeria
Nel mezzo di questa situazione disperata c'è ancora una piccola parte di bambini che pur vivendo nei campi profughi del Borno, riescono attualmente a ricevere un'istruzione per la prima volta nella loro vita. Si tratta degli sfollati che vivono nel campo di Muna Garage, nella periferia di Maiduguri, dove circa il 90% degli studenti si sono iscritti a scuola per la prima volta. “Nei tre stati maggiormente colpiti nel nordest della Nigeria, l'Unicef e i suoi partner hanno registrato le iscrizioni a scuola per quest'anno di circa 750.000 bambini, aprendo oltre 350 spazi temporanei per l'apprendimento e distribuendo circa 94.000 kit scolastici, che aiuteranno i bambini a ricevere un'istruzione

Un milione di bimbi sfollati
L'Unicef ha infine ricordato come, ad oggi, si contano circa un milione di bambini sfollati a causa di Boko Haram e della conseguente crisi umanitaria. Per 450mila di loro, nella fascia d'età sotto i cinque anni, si prevedono gravi problemi di salute legati a una acuta malnutrizione. All'interno del conflitto, dall'inizio del 2017 ad oggi, sono stati utilizzati circa 100 bambini come bombe umane. Una tecnica dei guerriglieri che ha contribuito a creare un clima di diffidenza fra le comunità del nordest.

La crisi umanitaria ha causato anche un'epidemia di colera che ha colpito oltre 3.900 persone, fra cui oltre 2.450 bambini. I programmi d'emergenza salvavita dell'Unicef nel nord-est della Nigeria sono ancora sotto finanziati. A soli tre mesi dalla fine dell'anno, manca il 40% dei fondi necessari per il 2017. Ciò non impedisce al Fondo di continuare a lavorare per la ricostruzione delle scuole e per la formazione degli insegnanti in vista di un'attesa riforma del sistema scolastico.

L’educazione occidentale è proibita. In Nigeria il problema di Boko Haram non ha ancora trovato una soluzione


Duemila ragazze e donne ancora prigioniere
Si stimano in duemila le ragazze rapite e ancora prigioniere di Boko Haram. Wolfgang Bauer, scrittore e giornalista tedesco, ha intervistato settantadue giovani donne rapite da Boko Haram e riuscite a fuggire. Gli ostacoli alla reintegrazione sociale sono di varia natura: psicologica, antropologica e di sicurezza interna.

Oltre al trauma personale, spiega Bauer, il ritorno alla vita quotidiana è reso difficoltoso dal persistere di credenze animistiche in Nigeria, che inducono parte della popolazione a credere che, dopo essere stata ostaggio dei miliziani, la donna possa essere portatrice di demoni maligni.

Esiste poi la paura che alcune di esse possano essersi effettivamente radicalizzate durante la prigionia, trasformandosi a loro volta in terroriste. Il rapimento delle donne a fine schiavistico da parte dei terroristi è sistematico.

Diversa la sorte degli uomini che invece vengono uccisi. Per lo scrittore le origini profonde del successo di Boko Haram risalgono a un diffuso revanscismo verso il colonialismo occidentale, che ha distrutto l’egemonia dei gruppi tribali che si era espansa fino alla Libia.

C'è una differenza economica enorme tra le zone residenziali delle grandi città nigeriane del Sud della Nigeria e le aree del nord-est del paese, zona di influenza di Boko Haram



Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


19 settembre 2017

La storia di Rebecca, per due anni prigioniera di Boko Haram

La sua fede l'ha salvata. Invocava Dio mentre la facevano pregare verso la Mecca. Rebecca è stata sequestrata e violentata dai membri di Boko Haram, ed è rimasta prigioniera dei miliziani islamici per due anni finché non è riuscita a fuggire.

Rebecca

I terroristi di Boko Haram hanno lanciato il piccolo Zacharias, di appena due anni, nel lago Ciad, in cui è morto affogato, perché sua madre si rifiutava di avere rapporti sessuali con i miliziani. Era il secondo figlio che Rebecca ha perso dopo essere stata sequestrata dal gruppo terroristico. Era tale la violenza esercitata su di lei che le hanno rotto i denti e ha perso il bambino che aspettava.

Il calvario di Rebecca è iniziato quando Boko Haram ha attaccato il suo villaggio all'inizio del 2015, Baga, situato nel nord-est della Nigeria. Ha dovuto fuggire correndo insieme al marito, Vitrus, e ai due figli, Zacharias di due anni e Jonathan di uno. Rebecca, 24 anni, essendo incinta, non riusciva a tenere il ritmo. La coppia ha deciso di separarsi perché il gruppo terroristico uccide subito gli uomini e sequestra le donne.

Boko Haram ha raggiunto la donna, cristiana, e i suoi due figli, e subito si è sentita una raffica di colpi di arma da fuoco. Rebecca ha pensato che avessero assassinato Vitrus, che a sua volta ha pensato che sua moglie fosse stata uccisa.

La ragazza è stata portata in un campo di addestramento di Boko Haram. È stata costretta a lavorare incessantemente ed è diventata una schiava sessuale dei miliziani. Rebecca non voleva concedersi ai terroristi, e per questo è stata picchiata al punto da perdere il bambino che aspettava e di veder assassinato il figlioletto Zacharias nel lago Ciad.

I terroristi volevano che Rebecca rinnegasse Gesù Cristo e la costringevano a recitare il Corano cinque volte al giorno, ma quando, in ginocchio, chinava la testa in direzione della Mecca, dentro di sé recitava: “Nel nome di Gesù, ti amo, Signore Gesù

I miliziani la costringevano anche a recitare il “rosario” musulmano, e a ogni grano lei diceva un’Ave Maria.

Alla fine Rebecca è stata violentata ed è rimasta incinta di un terrorista di Boko Haram

Dopo due anni di questo inferno la donna è riuscita a fuggire dal campo con il figlio Jonathan e il bambino frutto della violenza del miliziano.

Rebecca ha trascorso settimane persa nel nord della Nigeria finché non è riuscita a tornare nel suo villaggio, dove ha ritrovato il marito. Vitrus, pensando che la moglie fosse morta, stava per sposarsi con un’altra donna.

La storia di Rebecca è stata una di quelle ascoltate nella "Notte dei Testimoni", una manifestazione organizzata dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) e presieduta dal cardinale arcivescovo di Madrid, Carlos Osoro, nella cattedrale dell’Almudena di Madrid (Spagna).

La storia della donna nigeriana è stata raccontata da Raquel Martín, responsabile della comunicazione di ACS Spagna che ha conosciuto personalmente Rebecca a marzo durante un viaggio in Nigeria organizzato dalla fondazione pontificia.

Grazie alla sua comunità e alla Chiesa locale, la coppia ha intrapreso un cammino (di riparazione) che le ha permesso di tornare insieme e di far sì che Vitrus accettasse il figlio frutto dello stupro del terrorista

Io ho tenuto Christopher, il bimbo figlio del miliziano che l'ha violentata, tra le braccia e vi assicuro che senza la presenza di Gesù sarebbe umanamente impossibile che questa famiglia sia ora unita, che il bambino sia stato accettato, che Rebecca lo guardi con amore infinito senza essere influenzata dall'odio per suo padre, il terrorista"



Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


11 agosto 2016

L'integralismo islamico di al-Shabaab conquista la Somalia

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sul Daesh, il gruppo integralista degli al-Shabaab si rafforza nella ex-colonia italiana

L'attentato kamikaze del 26 luglio scorso nella base la base militare usata dai soldati della Missione di pace ONU in Somalia (Amisom) è passato frettolosamente nel silenzio dei media internazionali.

Sarebbe stato l’ennesimo attacco dei jihadisti di al-Shabaab nella capitale, Mogadiscio. Questa volta, però, c’era una particolarità: il kamikaze, un certo Salah Badbado, non era uno qualunque, è stato per anni un parlamentare dei vari governi di transizione somali, fino al 2010 quando sposò il jihad.

Salah Badbado (il kamikaze attentatore) aveva rilasciato un’intervista di un’ora alla radio jihadista al-Andalus annunciando il suo atto terroristico. Le sue parole erano dirette alla popolazione somala, ai mujaheddin e all'esercito invasore. "Almeno 13 persone moriranno in uno dei più spettacolari attentati causati dagli shabaab nell'ultimo anno"

Mentre gli occhi del mondo sono rivolti verso il Daesh, che sta perdendo colpi in Siria, Iraq e Libia, il jihad in Somalia sta acquistando sempre più terreno. Alberghi, ristoranti, aerei, uffici dell'Onu, basi militari e stazioni di polizia, tutto è sotto il tiro dell’Islam radicale. I militanti al-Shabaab hanno perfino colpito un ospedale nella città di Baidoa. Al-Shabaab sta di fatto attaccando le fondamenta dell’intera società somala.

E il fragile governo federale del presidente Hassan Sheikh Mohamud, riconosciuto nel 2012 dalla Comunità internazionale dopo anni di transizione, fatica a prendere il controllo della situazione. Dal 2009 l’Amministrazione del presidente americano Barack Obama ha lanciato una campagna militare contro il movimento utilizzando bombardamenti aerei e droni. Nonostante alcuni importanti leader jihadisti siano stati uccisi, tale strategia non sembra funzionare. "La buona notizia è che il Pentagono sta eliminando gli insorti sul terreno. La brutta notizia è che al-Shabaab diventa comunque sempre più forte"

L'Uganda, che attraverso i suoi soldati costituisce la maggioranza dei 22mila militari Onu della missione Amisom pagati dall’Unione Europea, ha recentemente dichiarato che "entro dicembre 2017" lascerà la missione. "Le relazioni con le controparti militari somale, statunitensi, turche e inglesi sono ormai troppo frustranti", ha precisato lo scorso mese il generale ugandese Katumba Wamala. Un’atmosfera molto simile regna anche a livello politico. Le elezioni per eleggere il nono presidente somalo dovevano avvenire nel mese di luglio, ma nonostante le autorità somale abbiano deciso di votare per il 7 novembre, pochi credono che tale data sarà veramente rispettata.

"La Somalia sta mutando pelle con la scomparsa del tradizionale sufismo a-politico (interpretazione mistica e non violenta dell'Islam). Si sta, al contrario, radicando sempre di più il salafismo (scuola di pensiero sunnita, ovvero interpretazione radicale dell'Islam). Soprattutto tra i giovani facilmente influenzabili da al-Shabaab e dal resto degli islamici radicali presenti anche nelle istituzioni, il salafismo (Islam integralista) ha di fatto estromesso il pensiero sufista (Islam moderato)"

I territori in verde sono sotto il controllo degli Al-Shabaab
Oltre alla sicurezza, un altro dei fattori principali di instabilità della Somalia è legato alla distribuzione delle risorse naturali, petrolio in primis. Le amministrazioni locali rivali del governo centrale hanno dato a molte società petrolifere diritti di esplorazione che si sovrappongono, creando solo confusione. A livello internazionale, invece, la disputa tra Kenya e Somalia riguardo ai blocchi di greggio e gas presenti nelle acque dell’Oceano indiano è sotto processo alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja, dove durante i prossimi anni si discuterà per definire l’esatto confine marittimo tra i due Paesi.

Tra summit politici, aiuti umanitari, e investimenti privati, la comunità internazionale ha speso miliardi in Somalia da quando l’esercito etiope invase il Paese con il supporto degli Stati Uniti nel 2006. Anche la diaspora somala si è impegnata a tornare, sebbene molti siano stati uccisi e altri si stiano organizzando per partire nuovamente.

I rischi sono troppo alti. È quasi certo che la crisi somala sia manovrata perché lo status quo giova a molta gente, soprattutto alle multinazionali del petrolio e ai governi stranieri che le rappresentano. Ma anche ai signori della guerra e ai trafficanti di armi, droga e uomini che hanno fatto della Somalia un crocevia di tutti i traffici illeciti tra Africa, Medio Oriente ed Europa.

Questo atteggiamento "passivo" del mondo occidentale, con l'inutile missione ONU presente nel paese, e la quasi indifferenza dei paesi confinanti, Kenya ed Etiopia, rischia di fare della Somalia una nuova "Siria", con gli al-Shabaab come i miliziani dell'Isis a conquistare territori e a sottomettere la popolazione.

In Somalia NON è avvenuto ciò che è invece successo in Nigeria, dove l'integralismo islamico di Boko Haram dal 2015 viene combattuto sul terreno dagli eserciti di ben quattro paesi, la stessa Nigeria, il Camerun, il Niger e il Ciad. Una contro-offensiva che ha ridotto drasticamente la forza militare di Boko-Haram e ha liberato quasi tutti i territori sotto il controllo dei miliziani integralisti nel nord-est della Nigeria.

Condividi su Facebook

Articolo di
Maris Davis

In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...