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01 luglio 2022

Ragazze nigeriane vittime di tratta. Come sono cambiate le modalità di assoggettamento

La trasformazione della modalità di assoggettamento delle vittime nigeriane di tratta a scopo di sfruttamento sessuale

Parlare della tratta nigeriana degli esseri umani per sfruttamento sessuale è come aprire una matrioska composta da una quantità di pezzi non prevedibili. Ogni argomento ne svela un altro, di uguale importanza e altrettanto curioso, ma anche angosciante. Proveremo a raccontare aspetti particolari della tratta, che suscitano interrogativi cui è molto difficile rispondere.

I nodi attorno a cui ruotano le questioni centrali della tratta sono principalmente due. Dal punto di vista della vittima, ovvero della ragazza, è il giuramento, che viene chiamato JuJu, woodoo. Questo consiste nel rituale che la legherà alla mamam, la persona a cui lei dovrà consegnare il denaro ricavato dai clienti, mentre sarà costretta a prostituirsi in Italia (o più in generale in Europa). Dal punto di vista delle o dei trafficanti a ogni livello, è quello dei soldi, della ricchezza che deriva dallo sfruttamento, e del conseguente prestigio sociale.

Interrogativi e risposte ruotano intorno a tutto questo, e tutto ciò ha componenti culturali, perfino mistiche, economiche, logistiche, politiche. Ebbene sì anche politiche, che sono fortemente impattanti sia a livello locale che internazionale.

Partiamo dalla Nigeria, passando in Libia per poi attraversare il Mediterraneo e arrivare in Italia, per guardare alla Germania, alla Francia e ancora più su, all’Unione Europea fino ai trattati internazionali.

Cosa è accaduto dopo l’intervento dell’Oba di Benin City del marzo 2018

L’Oba King è la massima autorità della religione animista in Nigeria. In ogni regione, in ogni Stato della Nigeria questo sistema religioso ha un suo rappresentante, che assume nomi diversi a seconda delle aree in cui è insediato. Qui parliamo dell’Oba di Benin City. Il 9 marzo 2018 questi ha maledetto i rituali "JuJu" effettuato da sacerdoti "compiacenti", e allo scopo di assoggettare le ragazze vittime di tratta, emettendo un editto con lo scopo di annullare tutti gli effetti, passati, presenti e futuri, del potere vincolante del rito woodoo. Le intenzioni dell’Oba di Benin City erano quelle di cercare di rompere il legame superstizioso tra la sfruttatrice e la sua vittima, e di liberare le ragazze dal loro debito e di tutte le altre promesse.

Quando ho sentito l’editto dell’Oba, ho pensato che Dio era venuto a risolvere i nostri problemi, che le ragazze non sarebbero più partite”, racconta Cynthia Aigbe, ex-vittima di tratta, “Ma le lacrime delle ragazze che accogliamo oggi nei nostri centri ci fanno capire che non è servito a niente”.

La maggior parte delle ragazze nigeriane vittime della tratta viene dallo Stato di Edo il cui capoluogo è proprio la città di Benin City, per cui il fatto che l’Oba di Benin City abbia emanato un tale editto è stato un fatto simbolico molto importante, perché significa che in fondo vi è la consapevolezza del problema dello sfruttamento sessuale. Senza dubbio alcune ragazze si sono sentite liberate, e una sfilza di mamam, nell'immediatezza del fatto, si sono spaventate e sono andate a confessare i loro peccati chiedendo perdono per non cadere nell’anatema. Ma a distanza di quattro anni, molte ragazze nemmeno sanno di quell'editto, e che i rituali JuJu sono stati maledetti dall'Oba in persona (e i trafficanti certamente sono ben felici di questa ignoranza). E ciò è dimostrato dalle molte interviste fatte a ragazze nigeriane da parte delle mediatrici culturali, e quando glielo dicono molto spesso tendono a non credere che l'Oba in persona abbia cancellato gli effetti dello JuJu, o che sia impossibile cancellarli perché "Mami Wata" è una dea (loa delle acque nella cultura woodoo) molto più potente dell'Oba che, anche se molto influente, alla fine è solo un uomo.

Però questo non è stato sufficiente a fermare il fenomeno, anzi, in alcuni casi lo ha addirittura peggiorato. Non è bastato perché l’editto ha coperto una porzione di territorio piccolissima. Lo ha peggiorato perché ha allargato il reclutamento di ragazze al di fuori della porzione di territorio protetta dall’editto. Le trafficanti sono andate a cercare le ragazze altrove, aprendo nuovi “mercati” e nuovi luoghi dove svolgere i rituali. Le rappresaglie contro le famiglie delle ragazze liberate sono state violentissime.

Alcune trafficanti (mamam) non hanno accettato l’editto, altre hanno dapprima liberato le ragazze, ma poi si sono rese conto che non sarebbe successo niente di apocalittico. In fin dei conti nessuna di loro era morta o aveva subito conseguenze gravi per aver infranto l’editto. Quindi hanno ricominciato richiamando le ragazze liberate con un meccanismo di assoggettamento ancora più violento.

L’impatto del discorso dell’Oba è durato poco. “Le ragazze sono tornate sotto pressione. Lo sono sempre, anche mentre fanno parte di un progetto che in Italia le protegge. Gli uomini della tratta sono sempre lì intorno, le minacciano, a volte le rapiscono. Quando le ragazze riescono a scappare, a volte arrivano allo sportello e ci raccontano tutte queste cose”. L’aspetto mistico del woodoo è un elemento centrale di coercizione nella conservazione del legame tra la mamam e le vittime. E su questo si sono appoggiate ancora una volta per ristabilire il legame di sottomissione.

L’Oba di Benin City, che non ha un’autorità superiore a quella del governo, ovvero non è un'autorità politica ma solo religiosa, ha cercato di salvare la sua città e il suo popolo, ma con il suo editto ha voluto anche dare un segnale di carattere politico, al governo dello Stato dell’Edo, affinché fossero rinforzate le misure di contrasto al traffico di esseri umani. Oggi, in Nigeria si cercano altri modi per dissolvere questo legame spirituale con il JuJu, ad esempio utilizzando la fede in Dio (cristianesimo), alla ricerca della luce per uscire dalle tenebre. Le ragazze nigeriane vittime di tratta sono quasi tutte cristiane, per lo più della Chiesa Pentecostale, ma le tradizioni e riti "degli antichi" hanno ancora una valenza spirituale molto profonda.

Quello delle ragazze nigeriane è un chiaro esempio di "sincretismo religioso", ovvero la mescolanza di culti tra diverse religioni. Se è vero che le ragazze nigeriane vittime di tratta sono "cristiane" è anche vero che come in moltissimi africani sub-sahariani, costretti ad abbracciare la religione dei missionari e dei colonizzatori europei, c'è ancora una fortissima valenza spirituale nelle religioni tradizionali. E l'antico regno del Benin, Nigeria meridionale, il regno di Danxomé (oggi Stato del Benin) sono proprio i luoghi dove la religione animista ha avuto origine (circa 6.000 anni prima di Cristo), dove è cresciuta, si è sviluppata, si è profondamente ancorata nello spirito e nell'anima di quei popoli.

Il ruolo crescente dei "Cults", ovvero della mafia nigeriana, nel sistema della tratta e altre componenti maschili nel meccanismo di assoggettamento.

Il fenomeno dei Cults in Nigeria esiste da molto tempo, ma si è rafforzato negli ultimi anni. Si tratta di confraternite nate in ambito universitario in Nigeria negli anni '70 dopo la guerra del Biafra, e che poi sono uscite dalle Università diventando sempre più più influenti in campo politico e sociale, fino ad uscire dai confini della Nigeria. Sono composte da giovani uomini armati, implicati in molti casi di atti violenti e di crimini. Le stesse mamam chiedono la loro protezione, e spesso loro stesse affiliate, per intimorire, molestare o uccidere ed è qui che rientra in gioco il legame con la tratta e gli altri aspetti della criminalità. Le uccisioni, coperte da aspetti rituali, sono un macabro aspetto ricorrente in queste confraternite: gli omicidi sono attuati anche per il traffico di organi umani, oltre che per rese di conti, per estorsioni di denaro, e persino per scopi politici. Non è ben chiaro cosa facciano esattamente e per conto di chi.

Il contesto socio-culturale nigeriano favorisce la proliferazione di culti religiosi. L’impunità, le difficoltà nell’apparato di sicurezza nigeriano alimentano il potere dei Cults; questi si sostituiscono allo Stato nella gestione privata della “giustizia”. In generale, lo Stato ha pochi strumenti per contrastare questo fenomeno, e i membri delle confraternite, che si appoggiano anche loro su un giuramento di omertà, in caso di arresto non parleranno mai della struttura della confraternita. La corruzione della polizia, e l’implicazione degli stessi membri delle forze dell’ordine all’interno dei Cults non facilitano di certo il cambiamento.

Il legame tra la tratta e i Cults è facilmente intuibile. La tratta degli esseri umani è un aspetto economico, le mamam cercano metodi di coercizione e assoggettamento e in queste gang armate possono trovare le persone disposte a tutto, per denaro, mettendo in pratica le minacce evocate durante i giuramenti JuJu. Il clima di violenza, il terrore viene esercitato per intimidire, estorcere informazioni, ottenere obbedienza. Le mamam si servono degli affiliati per minacciare le famiglie delle ragazze in Nigeria, quando e se cercano di smettere con la prostituzione e di scappare. La famiglia sa che, se subisce attacchi e intimidazioni, c’è dietro la violazione di un giuramento, e si sente costretta a sua volta ad aggiungere ulteriore pressione sulla ragazza (che si trova in Italia) affinché rientri nei ranghi e torni ad obbedire alla sua mamam.

Diversi personaggi appartenenti alla mafia nigeriana sono presenti ovunque, hanno compiti diversificati, agiscono in Nigeria (per reclutare ragazze), in Libia (per proteggere l'investimento delle varie mamam), e poi sono presenti soprattutto in Italia. Sono sparsi sul percorso migratorio (per facilitare l'attraversamento dei confini e per organizzare luoghi di rifugio temporaneo), rafforzando la rete di trafficanti nei diversi punti di contatto. Secondo una testimonianza, sono stati i cultisti nigeriani a insegnare ai libici come guadagnare sfruttando la precarietà dei percorsi migratori. Sarebbero loro ad aver insegnato ai libici come torturare e organizzare le vittime. L’ampiezza di questo fenomeno sfugge alle statistiche perché i reati dei membri delle confraternite non vengono denunciati dalle famiglie, se non in casi rarissimi.

Alcune mamam fanno in modo che un fratello, o un conoscente stretto, viaggi insieme alle ragazze dalla Nigeria all’Europa. Questo ci permette di parlare di un’altra figura maschile determinante nel mondo della migrazione delle ragazze nigeriane: il boyfriend.

Ci sono dei ragazzi che, su ordine della mamam, fanno innamorare le ragazze, promettendo loro una vita migliore in cambio della fedeltà. In questo modo, sfruttando il sentimento e l’innamoramento, manipolano la ragazza e la spingono a rimanere nella prostituzione, a richiedere l’asilo e, una volta ottenuto a sposarsi cosicché venga loro garantito il permesso di soggiorno. Durante il viaggio l’uomo impone alla donna di recitare un finto matrimonio per essere collocati insieme una volta arrivati nel “campo” (per migranti in Italia). È un meccanismo di controllo della vittima perché quando scoprirà il proprio destino e comincerà a prostituirsi non potrà più allontanarsi, perché l’aguzzino farà leva sullo JuJu. La mamam è sempre lì dietro, a gestire le marionette della sua rete. A volte questa stessa manipolazione da parte del boyfriend viene utilizzata per “rubare” la ragazza alla mamam, per esempio con un finto salvataggio, per poi sfruttarla ancora e tenerla sotto il ricatto di riportarla alla mamam. Questi boyfriend a volte sono membri attivi dei Cults, e sono temuti per la crudeltà e la violenza dei loro atti.

Alle volte le ragazze nigeriane non si rendono nemmeno conto che è esattamente una delle peggiori specie di violenza quella che subiscono. In Nigeria non c’è un’educazione contro la violenza in genere, e ancora di meno un'educazione contro la violenza sessuale. E qui interviene un fattore culturale: lo scambio dono-contro-dono, che si pone alla alla base delle dinamiche sociali. Quando una ragazza è stata “salvata” da un boyfriend, si dedicherà totalmente a lui. Se lui non vede opportunità di riuscita per sé in Italia, le proporrà di partire per la Francia o la Germania promettendole ancora di più. Ma la ragazza resterà sempre nella rete del trafficking, perché non si rende conto di essere manipolata, o se anche se ne rendesse conto, le tocca obbedire, tornare alla prostituzione, cercare di ricambiare l’aiuto ricevuto per “dovere”.

Il persistente ruolo della famiglia e la marginalizzazione della donna nell’ordinamento giuridico nigeriano.

Il contesto sociale nigeriano è poroso e fragile. C’è una vulnerabilità socio-giuridica della donna che fa sì che la sua opinione, la sua parola, conti drasticamente meno che quella di un uomo. È una società maschilista e gerarchica che si serve di costrutti ideologici e mentali per influenzare le ragazze, che facilmente diventeranno vittime della tratta. Lo spazio lasciato alle donne per decidere per sé è molto ridotto, e il governo è restio a adottare politiche che lo allarghino. Nonostante la famiglia sia l’istituzione fondamentale su cui ciascuno si appoggia e a cui ciascuno contribuisce per garantirsi la sopravvivenza, una donna, per esempio, non può ereditare dal padre o dal marito (motivo anche questo di vulnerabilità che spinge delle ragazze a prostituirsi per mantenere madri, figli, fratelli, ecc..).

Le ragazze sfruttate per la prostituzione in Europa provengono da famiglie povere e molto vulnerabili. I trafficanti, quando adocchiano una vittima, si mobilitano innanzitutto per ottenere la fiducia della famiglia. La richiesta di ottenere la disponibilità di una ragazza è fatta passare come una proposta di aiuto alla famiglia, per farla uscire dalla povertà. La famiglia viene dunque coinvolta, e la madre o la zia accompagnano la ragazza al tempio.

Quando la ragazza realizza che l’oggetto del patto è la prostituzione, il giuramento, il viaggio, e si vuole opporre, entra in gioco ancora un altro aspetto. La mamam invia i suoi scagnozzi a minacciare i membri della famiglia di ripercussioni nel caso la ragazza non si piegasse alla sua volontà. Al telefono, dalla Nigeria all’Italia, i genitori spesso sono costretti a riportare la ragazza ribelle alla sua responsabilità nei confronti dei suoi fratelli, e nei confronti del fatto che deve occuparsi del benessere del nucleo familiare. Allo stesso tempo, la mamam le ricorda il giuramento. Le minacce fanno leva sull’emotività: i primi mesi in Italia sono per le ragazze un periodo durissimo.

Durante i mesi di sfruttamento la famiglia riceve 50 o 100 euro ogni tanto. La condizione economica migliora un po’ con quella cifra, ma la conseguenza è che la ragazza continua a essere spinta verso la prostituzione per non perdere il benessere ottenuto.

Le famiglie non si mettono nei panni delle ragazze. Non è la loro dignità ad essere stata violata. Le dicono “altre ce l’hanno fatta”. Loro vedono solo i soldi che arrivano a casa ogni mese”.

Il ruolo della famiglia come fattore di assoggettamento è evidente anche in caso di rimpatrio. Che sia un ritorno “volontario” o forzato, il pericolo di re-trafficking, ovvero che la ragazza venga rimandata in Europa per essere nuovamente sfruttata nella prostituzione, è sempre presente. Le famiglie possono opporsi all’accoglienza della ragazza in uno Shelter (luoghi accoglienza per le ragazze che ritornano, dove si attiva un meccanismo di protezione e reinserimento sociale, previsto dalla legge e finanziato dall’Unione Europea). “Una ragazza con la testa dura, che non vuole piegarsi alla volontà della famiglia viene abbandonata e finisce per strada”. Il ritorno in Nigeria è vissuto come un fallimento sociale ed economico. La famiglia, coinvolta fin dall’inizio nella vendita della figlia, succube delle minacce o ormai abituata a ricevere soldi la forza a tornare in Europa. A questo punto, o la ragazza cerca la mamam, o viene trovata da lei e riparte.

Per evitare il re-trafficking, a livello europeo si sono svolte delle discussioni per fornire supporto al governo nigeriano nel processo di tutela delle ragazze espulse dai paesi membri e tornate in Nigeria. Purtroppo, l’intervento umanitario sponsorizzato dai paesi europei e delle Agenzie delle Nazioni Unite, teso a colmare l’assenza di azione da parte del governo nigeriano, ha un impatto marginale. In generale, l’interesse politico per contrastare la tratta è scarso e solo di facciata. Le risorse non sono molte, e la corruzione se ne appropria. L’apparato giuridico in Nigeria si mobilita per aprire inchieste, per cercare di capire e denunciare le mamam, e i loro complici, all’origine delle diverse reti di tratta, ma pochissime di queste inchieste portano a un qualsiasi risultato. Quelle poche, a volte diventano casi mediatici e quindi fonti di informazione.

È difficile riassumere in un semplice articolo la complessità, anche solo di alcuni aspetti, del fenomeno della tratta nigeriana degli esseri umani per sfruttamento sessuale. Per riprendere la metafora iniziale, ogni nuova matrioska svelata si ritrova sistematicamente ricoperta di altri misteri, e questo si riscontra soprattutto quando, intorno ad tavolo, si ritrovano per discutere di questi argomenti, operatrici e operatori sociali che in Italia hanno a che fare tutti i giorni che queste problematiche.

Sono brandelli di un argomento importantissimo, di un fenomeno criminale che è sempre stato sottovalutato, in Italia soprattutto, dove almeno la metà della popolazione maschile adulta ha avuto a che fare almeno una volta con una prostituta, e il 20% è un frequentatore abituale di prostitute. Nel 2018, ultimo dato disponibile, in Italia sono stati spesi 4 miliardi di euro nel mercato del sesso a pagamento (fonte ISTAT), soldi che finiscono nella mani degli sfruttatori. Per contrastare la tratta a scopo di sfruttamento sessuale è necessario capire che bisogna agire su due fronti, certamente contrastando il traffico di esseri umani, ma è necessario intervenire anche sui "clienti" che, consapevolmente o inconsapevolmente, alimentano lo sfruttamento delle ragazze nigeriane, che diventano vere e proprie schiave sessuali. L'Italia è, ad oggi, l'unica nazione in Europa che ancora non ha una legge organica sulla prostituzione.

A disposizione delle procure, della polizia e delle autorità che a vari livelli indagano su questo traffico, ci sono solo i reati di "sfruttamento della prostituzione" (Articolo 534 del Codice Penale), "induzione alla prostituzione" (Articolo 531 del Codice Penale). Ogni tanto capita, raramente per la verità, che venga contestato anche il reato di "riduzione o mantenimento in schiavitù" (Articolo 600 del Codice Penale). Nelle inchieste sullo sfruttamento della prostituzione e solo per i casi di valenza trans-nazionale a volte viene aggiunto il reato di "traffico di esseri umani" (Articolo 601 del Codice Penale). Tutti reati che sono difficilmente dimostrabili senza la collaborazione delle "vittime".

L'Italia è l'unico Paese europeo a NON avere, nel suo ordinamento giuridico, una legge organica sulla prostituzione


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02 agosto 2016

Presentata la proposta di legge per punire i clienti delle prostitute

"Come si fa a comprare sesso, a fare sesso con una ragazza che piange, sanguina e soffre? Come si fa a chiamare uomo, persona, chi fa questo? Come si fa a chiamare questa tortura un “lavoro”? Questi cosiddetti uomini vengono da noi come si va al supermercato a comprare qualcosa. Noi donne di strada siamo una merce. Siamo carne da macello" .. (testimonianza di Antonia, ragazza nigeriana vittima di tratta)

L’appello di Antonia per sostenere il progetto di legge che vede come prima firmataria l’On. Caterina Bini del PD, appoggiato da un gruppo trasversale di parlamentari. La proposta di legge si propone di combattere la tratta degli esseri umani a scopo di prostituzione.

Il riferimento è all'atto 3890 della Camera dei Deputati, che propone la revisione di quella che è conosciuta come "legge Merlin", e che si intitola: “Modifica all’articolo 3 della legge 20 febbraio 1958, n. 75, concernente l’introduzione di sanzioni per chi si avvale delle prestazioni sessuali di soggetti che esercitano la prostituzione

"Una proposta che, sull'esperienza di diverse legislazioni europee, punisce il cliente in quanto rappresenta la domanda in un mercato abietto", ha detto l’On. Caterina Bini, riferendosi all'approvazione ad aprile 2016 di una analoga legge in Francia.

Poi la Bini ha citato con gratitudine l’impegno della società civile. "Vogliamo dare concretezza al lungo lavoro della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, e che da trent'anni si batte al fianco delle vittime del mercato del sesso, e che ha rivelato l’orrore della prostituzione coatta". Nell'auletta dei Gruppi il presidente della Comunità, Giovanni Ramonda, ha testimoniato l’impegno quotidiano a difesa della dignità della donna che ogni giorno viene lesa, mercificando le ragazze sulla strada.

"Questo è il mio corpo", contro la prostituzione e la tratta, è la campagna di sensibilizzazione che proporrà delle azioni per chiedere al Parlamento e al governo italiano l’approvazione di una legge che sanzioni il cliente, come unica soluzione per il contrasto alla schiavitù della prostituzione, e che anche Foundation for Africa appoggia e promuove.

Da 30 anni la Comunità Papa Giovanni XXIII si batte al fianco delle vittime del mercato del sesso. In Italia si stima che siano tra le 75.000 e 120.000. Il 65% delle persone che si prostituiscono esercita in strada, il 37% è minorenne, per lo più tra i 13 e i 17 anni.

Le vittime di tratta provengono da
  • Nigeria (36%)
  • Romania (22 %)
  • Albania (10,5%)
  • Bulgaria (9%)
  • Moldavia (7%),
  • le restanti da Ucraina, Cina e altri paesi dell’Est.
Nove milioni sono i clienti per un giro d’affari stimato di 90 milioni di euro al mese.

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Articolo a cura di
Maris Davis

27 maggio 2016

Le schiave sessuali dell'Isis, quello che i mass-media non dicono

"Sono stata stuprata trenta volte solo oggi, e non è ancora mezzogiorno. Non sono in condizioni di andare al bagno. Per favore bombardateci"

Sono queste le parole sconvolgenti riferite da una giovane yazidi durante una conversazione via cellulare con degli attivisti di #Compassion4Kurdistan. In base a un articolo di Nina Shea sul The American Interest, quella ragazza non è l'unica. Ragazze e donne continuano ad essere vendute per riempire le casse dell'abominio che si è autoproclamato “Stato Islamico, e per attirare giovani uomini alla barbarie del jihad in Iraq e in Siria.

E mentre l'Europa si perde a costruire muri e barriere nell'intento di fermare le moltitudini che scappano proprio da quella guerra orribile "la schiavitù sessuale di donne cristiane e yazidi nelle mani dei militanti dello Stato Islamico resta ampiamente ignorata". Un crimine contro l'umanità di cui nessuno parla.

Il direttore del Wilson Center Middle East, Haleh Esfandiari, osserva che "I Governi arabi e musulmani, pur condannando ad alta voce lo Stato Islamico come organizzazione terroristica, tacciono sul trattamento riservato alle donne, a tutte le donne, anche alle loro, a cui non esitano a mozzare qualche arto per qualsiasi ribellione"

Anche la reazione della Casa Bianca è di un silenzio assordante. Il resoconto 2015 del Dipartimento di Stato nord-americano sul traffico sessuale dedica solo due brevi paragrafi su 380 pagine all'istituzionalizzazione della schiavitù sessuale da parte dello Stato Islamico.

"Ad agosto 2014, poco dopo che lo Stato Islamico aveva istituito il suo califfato, hanno iniziato a catturare donne e ragazze non sunnite e a darle come premio o a venderle come schiave sessuali. Nella grande maggioranza erano donne yazidi, ma in base ai resoconti dell’ONU c’erano anche cristiane, tra i cui racconti angoscianti ci sono quelli di bambine di 9 anni violentate dai loro padroni

Frank Wolf, ex deputato nord-americano che a gennaio 2016 ha intervistato alcuni rifugiati in Kurdistan, ha ascoltato il racconto di Du’a, un’adolescente yazidi tenuta prigioniera a Mosul con altre 700 ragazzine della stessa etnia. Gli ostaggi erano separati in base al colore degli occhi e i membri dello Stato Islamico le sceglievano per sé come prodotti. Il "resto" era separato tra "belle" e "brutte". Le più belle erano date in dono a membri di spicco dello Stato Islamico.

In questi primi mesi dell'anno, il SITE Intelligence Group, che monitora le attività on-line degli estremisti, ha scoperto su Twitter un opuscolo dello Stato Islamico che annunciava che le ragazzine catturate in battaglia sarebbero state i tre primi premi di un concorso di recitazione del Corano realizzato in due moschee siriane. La copertura dello scandalo si è limitata a messaggi via Internet.

Il fenomeno è così innegabile che "giuristi islamici" hanno dovuto fare dei pronunciamenti teologici al riguardo: il Dipartimento della Fatwa dello Stato Islamico ha chiarito che "le femmine dei Popoli del Libro, incluse le cristiane, possono essere schiavizzate a fini sessuali, ma le musulmane apostate no"

Non si conosce il numero delle schiave sessuali. A marzo, 135 donne e bambini erano tra i sequestrati di 35 villaggi cristiani della regione del fiume Khabour, in Siria. Lo Stato Islamico ha chiesto 23 milioni di dollari per il riscatto, che ovviamente le famiglie non erano in condizioni di pagare. "Ora appartengono a noi", hanno scritto i fanatici. Le meno giovani sono state liberate, le più giovani no. Anche se non ci sono conferme, la cosa più probabile è che siano state ridotte in schiavitù.

"La schiavitù sessuale deve essere vigorosamente condannata come parte di un genocidio religioso tanto quanto le orribili decapitazioni"

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Articolo di

06 gennaio 2016

Tra i migranti dalla Libia, in aumento le schiave sessuali africane

Giovane ragazza nigeriana costretta a prostituirsi
Fra i migranti le prostitute schiave. Così dalla Libia aumentano le vittime. Per loro lo sbarco in Italia è l’inizio di un nuovo incubo: la prostituzione forzata. Accade a migliaia di donne africane, soprattutto nigeriane.

Nel 2015 i trafficanti hanno approfittato dell’esodo dei profughi, sfruttando l'emergenza. Mentre il governo (italiano) non si muove e non fa nulla, o troppo poco per salvare queste giovanissime donne dalla schiavitù della prostituzione coatta. Una legge, la Bossi-Fini, inadeguata e inefficace per difendere dallo sfruttamento i "moderni schiavi".

Quando sbarcano in Italia non sorridono. Hanno superato il deserto, attraversato il Mediterraneo, sono arrivate vive in Sicilia, ma non sono salve. Per loro l’approdo è solo l’inizio di un nuovo incubo: la prostituzione forzata. Sta accadendo ogni giorno a centinaia di donne, soprattutto nigeriane ma non solo. Adescate in Nigeria con la promessa di un futuro migliore in Europa, vengono traghettate dalla povertà alla schiavitù del sesso nelle città italiane, spagnole o del Nord Europa.

È una tratta antica, ma che dall'inizio del 2014 si è sovrapposta all'ondata di partenze dalla Libia, assumendo proporzioni senza precedenti. I trafficanti approfittano dell’esodo dei profughi, usando gli scafisti per portare qui la loro merce: le donne. Dopo lo sbarco, si insinuano nelle pieghe dell’emergenza per ottenere permessi temporanei e forzarle al marciapiede. Senza che le nostre istituzioni riescano a impedirlo, rassegnate a farsi complici degli sfruttatori.

"Prima di partire siamo state istruite su come comportarci con la polizia", racconta Princess, "Dopo la traversata mi hanno mandato in strada a fare la prostituta. Se portavo meno di 200 euro al giorno venivo picchiata". Come fantasmi, le africane entrano nei centri d’accoglienza straordinari ed escono sui sedili dei "clienti".

"Queste ragazze vivono una seconda schiavitù. Prima la fame, poi lo sfruttamento sessuale. Il governo non sta agendo. Forse non vede la gravità del fenomeno, oppure chiude un occhio per evitare di soffiare sulle paure, di dare spazio alla destra. Intanto le reti criminali ne approfittano. E lucrano sulle donne contando proprio sull'incuranza delle istituzioni"

La nuova rotta .. Nel 2014 erano sbarcate in Italia 1.400 nigeriane. Si stima che alla fine di dicembre 2015 potrebbero essere più di 5.000 (cinquemila) le schiave trascinate sui barconi per finire a battere sui marciapiedi del "bel paese".

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, le donne e le ragazze nigeriane arrivate via mare in Italia a fine settembre 2015 sono state 4.371. L’anno scorso, nello stesso periodo, erano state 1.008. Un incremento del 300%.

Secondo l’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il 70 per cento delle giovani africane sbarcate in Italia arrivano dalla regione di Benin City, Edo State in Nigeria, la maggior parte di loro è destinata alla prostituzione "coatta.. Leggi anche "Aumentato nel 2015 il numero di vittime di tratta arrivate via mare".

Lo confermano le indagini. "Il collegamento fra favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento sessuale non è occasionale. Entrare con documenti falsi via aereo è sempre più difficile". In questi ultimi anni quasi il 60 per cento delle ragazze nigeriane è arrivata in Italia via mare dalle coste libiche. E sempre di più, le lucciole raggiungono l’Europa attraverso il Mediterraneo o i Balcani.

Non vengono solo dalla Nigeria, ma anche dal Camerun, dal Mali, dal Niger e dal Corno d'Africa, sebbene le vittime che arrivano da questi paesi siano più difficili da intercettare. "Un problema enorme e urgente da affrontare" anche in Inghilterra che denuncia almeno duemila casi di sfruttamento solo nel 2015. Insomma l’Europa comincia ad aprire gli occhi su questo fenomeno. Mentre a Roma tutto tace.

Doppio incubo .. Le rotte clandestine sono un’affare d’oro per i trafficanti, fanno risparmiare soldi per il viaggio e per i documenti. Ma per le donne significano soltanto dolore. Le sopravvissute portano dalla Libia le cicatrici di violenze, abusi, rapporti non protetti se non con metodi artigianali (come pezzi di cotone infilati prima della penetrazione), aborti indotti in condizioni igieniche inimmaginabili.

"Il gruppo di pick-up su cui viaggiavo nel deserto con altre dodici ragazze è stato fermato più volte. Ogni volta i militari hanno potuto fare di noi quello che volevano", racconta ancora a fatica Princess, una ventenne che per mesi è stata obbligata a prostituirsi nel quartiere Ballarò di Palermo, prima di denunciare il suo aguzzino ed entrare in un percorso di protezione. "Venivamo minacciate dai fucili, siamo state violentate e offerte ai militari in cambio dell’immunità degli altri, per far passare indenne il convoglio. Opporsi era impossibile, si rischiava di essere uccise o abbandonate nel deserto".

Testimonianze come queste sono numerose e concordanti. Le donne sono diventate ormai merce di scambio tra i trafficanti e le organizzazioni militari o paramilitari e gruppi armati che si controllano il tragitto che porta dal centro Africa alle sponde Sud dell’Europa. Non soltanto destinate a diventare squillo, quindi, ma anche usate lungo il viaggio come beni da baratto. Un doppio incubo.

Bambine perdute .. Il via vai degli scafisti verso la fortezza europea non ha solo stretto con violenza le catene delle schiave lungo il viaggio, ma ha anche cambiato radicalmente la ricerca di nuova "merce" alla fonte, rendendo la caccia ancora più brutale.

"Le ragazze che incontriamo ultimamente provengono da regioni poverissime, molto spesso sono analfabete, non hanno mai frequentato una scuola. Ma soprattutto sono piccole. L’età media delle prostitute nigeriane era di 20, 21 anni prima del 2011. Adesso sono aumentate le minorenni e le adolescenti".

In Veneto, nella zona di Treviso, è stata fermata una ragazza nigeriana destinata alla strada. Diceva di essere maggiorenne, ma aveva appena compiuto dodici anni, insomma una bambina. "Moltissime nigeriane con cui entriamo in contatto hanno 15, 16 anni. I trafficanti hanno detto loro di presentarsi come maggiorenni per non finire in strutture più controllate. Spesso sono vergini. Destinate non solo all'Italia ma anche alla Francia, alla Spagna e al resto d’Europa"

Le ragazzine "vergini" sono richiestissime, c'è un vero e proprio "mercato". Gente disposta a pagare anche 5 e fino 10 mila euro per un rapporto sessuale con una giovanissima nigeriana ancora "vergine".

Ragazza nigeriana si trucca prima di scendere in strada
Ragnatele criminali .. Abeke è partita dal suo villaggio all'inizio del 2014 quando aveva solo 16 anni. Da Tripoli è salita su un barcone con un uomo e altre cinque ragazze nigeriane come lei, era agosto 2015. Dice di non ricordare l’approdo in Italia, ricorda però che dal porto hanno preso diversi treni, fino a Bari. Dalla stazione sono state portate in un appartamento con una sola stanza da letto. Lei dormiva per terra in cucina. Le è stato detto che avrebbe dovuto prostituirsi per restituire il debito di viaggio, stimato in decine di migliaia di euro, e che doveva 200 euro al mese d’affitto e 100 euro alla settimana di cibo.

Ma non basta, pagava anche 300 euro al mese per la piazzola sul marciapiede dove era costretta a prostituirsi. Ogni giorno una macchina la portava a un quadrato di asfalto lurido di fianco alla strada alle sei di mattina e la ritirava alle 21. Ogni sera Abeke e le altre ragazze erano obbligate a consegnare alla "mamam", la donna nigeriana che le controllava, tutti i guadagni della giornata. Se guadagnavano poco venivano picchiate.

Una volta Abeke si è rifiutata di avere rapporti per i dolori mestruali, è finita in ospedale. La sua storia è stata cambiata dall’incontro un’operatrice della cooperativa BeFree di Roma , che l’ha aiutata a uscire dal racket. Ma è simile a quella di centinaia di altre giovanissime.

Uno sfruttatore nigeriano intercettato dalla polizia, Obuh Destiny, si riferiva a loro come le "galline". Ogni ragazza veniva fotografata e schedata dall'organizzazione criminale perché fosse riconoscibile agli uomini del clan lungo le tappe del viaggio dalla Nigeria al Niger, quindi alla Libia, a Lampedusa e infine alle strade di Ravenna.

La burocrazia del male di "Brothers Happy", com'era chiamata in codice l'organizzazione del trafficante nigeriano, univa al controllo capillare delle donne, anche il vincolo del debito contratto dai familiari per il viaggio, e infine la superstizione, con maledizioni woodoo e pratiche di stregoneria tuttora temute da chi nasce in quelle terre. I riti violenti, l’efficienza e la paura incatenano queste ragazze senza scampo.

Sfruttare gli ingranaggi .. Queste reti criminali hanno un giro d'affari, che l’osservatorio Transcrime (della Cattolica di Milano e dell’Università di Trento) stima possa valere da 600 milioni a più di quattro miliardi di euro solo in Italia.

La mafia nigeriana ha capito presto come approfittare di tutti gli ingranaggi dell’emergenza in Italia. Non solo per la facilità di approdo, ma anche per la possibilità di mettere in regola, almeno per un po’, le loro vittime, arrivando a usare i centri d’accoglienza come basi operative.

"È frequente, quasi normale ormai, incontrare ragazze che si prostituiscono per strada con in tasca la richiesta d’asilo. Macchine e pulmini le aspettano fuori dalle strutture che le ospitano e le portano a vendersi lungo le provinciali". Abbiamo denunciato anche noi più volte di ragazze che si prostituiscono dentro e fuori dal CARA di Mineo (per esempio).

I trafficanti obbligano le ragazze a presentare domanda di protezione internazionale, sapendo che questo darà loro diritto a stare in Italia fino alla risposta. Agli ufficiali le donne ripetono tutte le stesse "storie", quasi in fotocopia. Raccontano che i familiari sono morti in un attentato, oppure che sono vittime di persecuzioni, poi la partenza attraverso la Libia.

Sanno, i papponi, che oggi il tempo medio per avere una convocazione dalla commissione territoriale è di sette mesi, ma in alcune città come Roma, Milano o Palermo può esserci da aspettare più di un anno. E così queste povere ragazze per tutto questo tempo restano in balia della "Mafia Nigeriana".

Ma non basta, i trafficanti sanno anche che in caso di diniego potranno fare ricorso, accumulando così tempo prezioso per sfruttare le ragazze senza il rischio che vengano rinchiuse in un CIE perché irregolari. E senza il rischio che, pur di non essere espulse, le ragazze-bambine si convincano a NON denunciarli

Tutto ciò è possibile proprio grazie alla legge italiana, quella Bossi-Fini che non distingue i trafficanti dalle ragazze "schiave". Ragazze "schiave" che, i mediatori culturali e le associazioni riescono ad individuare subito, e che quindi fin da subito potrebbero essere sottratte ai loro "magnaccia", ed invece "ostinatamente" vengono lasciate in balia di se stesse nei centri per richiedenti asilo (CARA).

Stato assente .. La procedura di protezione internazionale è un diritto che va garantito a tutti, non solo per umanità o per legge, ma perché se affrontata nel modo giusto potrebbe davvero servire a combattere lo sfruttamento. Alcune commissioni territoriali hanno iniziato a lavorare con gli esperti anti-tratta per riconoscere le vittime e aiutarle a denunciare.

Andando oltre gli schemi che le porterebbero ad essere respinte, per ottenere invece una protezione specifica. "Torino è stata la prima. Qualcosa si muove anche in altre città, ma il problema è che non c’è nessuna indicazione a livello di ministero o di governo centrale"

Onlus molto attive, governo molto assente. Il governo è immobile davanti alla tratta delle schiave. "Dopo lo sbarco le ragazze vengono sparpagliate nei centri straordinari, aperti d’urgenza dalle prefetture in tutta Italia, ma gli albergatori o le cooperative improvvisate a cui vengono affidati i migranti non sanno riconoscere i segni dello sfruttamento. Che può avvenire così sotto i loro occhi".

Stava succedendo a Monza, ma i responsabili di una struttura se ne sono accorti dopo una fuga e hanno chiesto aiuto avviando colloqui con 30 africane. Tutte erano già cadute nella trappola, anche se in modo "soft". Per convincerle a tacere i magnaccia dividevano i profitti a metà con loro. Cinque donne li hanno denunciati e sono state aiutate.

A Napoli la prefettura ha stretto un accordo con Dedalus, un’associazione anti-tratta, per individuare le vittime nei centri d’emergenza. Ma a livello nazionale niente, nessun intervento a riguardo. Anzi, da due anni è fermo un piano di riforma necessario per adottare le normative europee. Lo Stato, in perenne emergenza, non si rende conto di essere diventato complice dei peggiori schiavisti del pianeta.

"Che alternative danno le istituzioni a chi lascia la strada?"

Appello
Il Governo adotti un Piano Nazionale
Il governo faccia di più per assicurare con effettività la tutela e l'assistenza delle vittime di tratta e adotti il piano nazionale di azione contro la tratta. In un momento storico in cui il fenomeno non tende certo a diminuire ma, anzi, richiede una attenzione particolare nella fase della identificazione delle vittime, spesso confuse tra i migranti che approdano sulle nostre coste chiedendo la protezione internazionale, persiste una limitata attenzione del governo italiano al sistema anti–tratta, sotto il profilo del coordinamento degli interventi e della predisposizione di una governance in grado di prevedere politiche complesse, capaci di agire su più direttrici.

La debolezza del sistema è dovuta al limitato recepimento da parte dell’Italia delle disposizioni contenute nelle fonti internazionali ed europee in materia. In particolare, relativamente alla Direttiva 2011/36/UE, il decreto legislativo di recepimento 4 marzo 2014 n. 24 ha mancato di introdurre nell'ordinamento interno alcune importanti disposizioni sotto il profilo della effettiva tutela delle vittime e per il consolidamento di un buon sistema anti-tratta non colmando alcune carenze del sistema che avrebbero potuto contribuire ad un suo sostanziale miglioramento.

La mancata predisposizione di misure adeguate per la rapida identificazione, previste dalla direttiva europea, comporta forti limiti nella tutela delle vittime soprattutto nella fase del primo contatto tra queste e le Autorità. Per questo auspichiamo che il governo provveda ad adottare quanto prima il Piano nazionale di azione contro la tratta previsto dal D.L. 24/14, contribuendo a colmare, almeno parzialmente, tali importanti lacune.


Le Ragazze di Benin City



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12 novembre 2015

Karla Jacinto, una delle ventimila schiave sessuali messicane

Karla Jacinto, messicana, 23 anni
Karla Jacinto, messicana di 23 anni, vittima del traffico di esseri umani, racconta la sua storia alla CNN, "Sono stata violentata 43.200 volte"

Siamo in Messico, ma è una vicenda che assomiglia molto alla mia e a quella ti tante altre ragazze nigeriane, africane, europee e cinesi .. tutte accomunate dallo stesso incubo, la schiavitù sessuale. Una storia, quella di Karla, che ci ha commosso e quindi abbiamo voluto raccontarla.

"Iniziavo alle 10 di mattina e finivo a mezzanotte. Alcuni uomini ridevano di me perché piangevo. Dovevo chiudere gli occhi per non vedere ciò che mi veniva fatto, per non sentire".

Karla Jacinto è una ragazza messicana, ha 23 anni ed è una vittima della tratta di esseri umani, un vero e proprio dramma in Messico che coinvolge soprattutto le giovani povere, che vengono costrette a prostituirsi fin da bambine. In un'intervista rilasciata alla CNN, la Jacinto ha rivelato il numero di volte in cui crede di essere stata abusata, 43.200 ovvero per quattro anni, da circa trenta uomini al giorno, tutti i giorni. Un numero spaventoso, dipinto ancora nel volto terrorizzato della ragazza che ai giornalisti ha raccontato la sua storia.

Tutto è iniziato quando Karla aveva soli 12 anni, è stata portata via dalla sua città natale da un trafficante che l'ha illusa con regali, macchine e soldi. Poi l'ha spinta a seguirlo a Tenancingo, una città nota per essere uno snodo importante dove arrivano le vittime della tratta, e qui vengono obbligate a prostituirsi. Dopo essere rimasta per tre mesi lì, la Jacinto è stata portata a Guadalajara dove è iniziato il suo incubo di prostituta e vittima di violenze durato quattro anni consecutivi. Senza pause, senza giorni di vacanza.

Karla, vittima di schiavitù sessuale.
Tutto è iniziato quando ne aveva 12
Karla ha raccontato di essere stata vittima anche della gelosia del suo "padrone". Aveva paura che potesse innamorarsi di un suo cliente, così la picchiava, le strappava i capelli, la bruciava con il ferro da stiro.

A salvarla è stata un'operazione di polizia che ha portato alla libertà anche altre ragazze nella sua stessa condizione. La CNN ha verificato la storia raccontata dalla donna insieme allo United Against Human Trafficking Group (UAHT).

La sua testimonianza ora sarà utile per supportare la richiesta di una nuova legge per far sì che le autorità riescano a lottare più facilmente contro il traffico di esseri umani. Ogni anno in Messico sono 20mila le vittime di "Trafficking"
(Fonte: DailyMail online)






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In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...