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07 settembre 2018

I bambini di strada di Kinshasa tra stregoneria e abbandono

L’80% dei bambini di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, è stato cacciato dalla propria famiglia di appartenenza dopo essere stato accusato di stregoneria.


Un fenomeno inquietante che ha registrato un vero e proprio boom negli ultimi anni. Colpa della grave crisi economica e sociale del paese e di superstizioni che vengono pizzicate dai pastori delle cosiddette “Chiese del risveglio”: percosse, sequestro dei fedeli, furto degli stipendi, lavoro forzato e truffe di ogni genere.

Alain, 31 anni, è il responsabile del centro per minori abbandonati “Lopango Ya Esengo”. «La gente è impazzita, basta porre ai genitori una domanda inopportuna per essere accusati di stregoneria. Disabili, ragazzi con attacchi epilettici, anemici, balbuzienti, bambini silenziosi, bambini vivaci, bambini intelligenti». L’importante è trovare una causa ai fatti del mondo e togliere una bocca in più da sfamare.

I corpi dei bambini vengono unti con benzina e sale grosso.
La “purificazione” viene eseguita incidendo dei tagli simbolici tramite un machete, somministrando purghe, digiuni e farmaci che inducono al vomito. Nella sala operatoria spirituale si consuma una vera e propria truffa.

Il prete “aspira il maligno” dal ventre del bambino con le labbra e sputa pezzi di carne che aveva nascosto precedentemente in bocca. È con questo tipo di rituale "truffa" che i genitori dei bambini si convincono che davvero loro figlio (o figlia) è uno stregone (o una strega)

Le famiglie schiacciate da povertà, disoccupazione, malattie finiscono spesso per affidarsi a predicatori che individuano nei bambini la causa di ogni male.


I bambini additati come demoni diventano degli incubi per le famiglie.
Così pericolosi che i loro stessi parenti decidono di sbarazzarsi di loro e abbandonarli alla vita di strada. Questi figli hanno alle spalle genitori convinti di aver risolto tutti i dolori della propria esistenza, senza di loro.

Paradossalmente, nella Repubblica Democratica del Congo l’accusa di stregoneria è illegale, difatti a Kinshasa è stata istituita una commissione per far rispettare la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, un tribunale che fino a questo momento è rimasto del tutto inattivo.

Per arginare e sradicare il fenomeno alla base sono state lanciate numerose campagne di sensibilizzazione e comunicazione, da parte di diversi attori: il governo, l’Unicef, ONG volte a coinvolgere le famiglie, e le chiese, cercando di smontare i falsi miti e le false credenze.

In un contesto rurale, in cui la credenza nella magia fiorisce e il pregiudizio è profondamente radicato, risulta spesso difficile persino trovare operatori e personale che accettino di lavorare con questi bambini. È poi fondamentale agire sulle cause che favoriscono il sorgere e il diffondersi di queste credenze: povertà, malnutrizione, vita di strada.

Inoltre i conflitti armati, la violenza e le agitazioni popolari continuano a dominare il contesto congolese.

Circa tremila bambini sono arruolati nei gruppi armati, diventati bambini soldato, e innumerevoli sono le violenze quotidiane contro i minori

Subentra allora un catenaccio antropologico culturale, ricordandoci che fino a non troppi anni fa e ancora, in certe zone europee, si sente la puzza di “vecchio” di quest’ignoranza impressa sulle vite delle vittime scelte e indicate dalla società, i cosiddetti "Malpelo" (bambini cresciuti soli in modo selvaggio) ad esempio. Qui il diavolo è solo l’uomo, senza creature al di sopra. Qualunque sia la maniera di “essere dio”, non potrebbe mai essere privo d’amore. Ma la magia è un’altra cosa, è ciò in cui crediamo per farci sembrare il mondo meno brutto. Ma a volte nemmeno questa ci riesce. Prendiamoci cura dell’umanità, che è la più bella delle stregonerie.

A Kinshasa non esistono solo gli esorcisti, e sono molti i rifugi per bambini di strada gestiti con cuore da religiosi cattolici. Nella capitale congolese il centro giovanile “Simba Ngai” (letteralmente sostienimi) ospita i piccoli accusati di stregoneria.

«Per ogni bambino che riusciamo ad aiutare, altri mille restano sulla strada. Le nostre risorse sono limitate mentre la miseria e la disperazione dilagano ovunque. Basterebbe un euro al giorno per salvare un bambino, per togliere i piccoli dalla strada e offrire loro quelle cure e attenzioni necessarie per reintegrarli nella società»






Articolo di
Maris Davis


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27 luglio 2018

Ventimiglia. Le migranti minorenni costrette a prostituirsi per passare il confine

L’allarme di Save the Children, a Ventimiglia le migranti minorenni costrette a prostituirsi per guadagnare il denaro necessario per attraversare la frontiera.


Il report di Save the Children sulla tratta di bambini e ragazzi. Nel mondo gli "schiavi invisibili" sono dieci milioni. In Italia è emergenza per cinquemila minori migranti soli.

Si stima che quasi 10 milioni di bambini e adolescenti nel mondo, solo nel 2016, siano stati costretti in stato di schiavitù, venduti e sfruttati principalmente a fini sessuali e lavorativi. Un numero che corrisponde al 25% del totale delle persone in questa condizione, oltre 40 milioni, di cui più di 7 su 10 sono donne e ragazze.

Circa 1 milione, secondo le stesse stime, i minori vittime di sfruttamento sessuale nel 2016, mentre in cinque anni, tra il 2012 e il 2016, 152 milioni di bambini e ragazzi tra i 5 e i 17 anni sarebbero stati coinvolti in varie forme di lavoro minorile, di cui oltre la metà in attività particolarmente pericolose per la loro stessa salute.

30 luglio, "Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani"
A pochi giorni dalla Giornata contro la tratta, Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, diffonde il rapporto “Piccoli schiavi invisibili 2018”, una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori in Italia. Un fenomeno che per sua natura risulta difficilmente quantificabile e che resta in gran parte sommerso: nei 28 Paesi dell’Unione europea sono 30.146, di cui oltre 1.000 minori, le vittime registrate di tratta e sfruttamento, a fronte di stime che parlano di circa 3,6 milioni di persone in schiavitù in Europa nel 2016.


"Survival Sex" e Ventimiglia, l'ultima frontiera dell'orrore
L'ultima frontiera dell'orrore passa per Ventimiglia. Qui nell'ultimo anno è esploso il fenomeno del "survival sex" (sesso di sopravvivenza), ovvero delle minorenni costrette a prostituirsi per pagare il passaggio del confine o reperire cibo e un posto dove dormire. Si tratta di ragazze provenienti per lo più dal Corno d'Africa e dall'Africa-sub-sahariana che devono versare ai passeurs tra i 50 e i 150 euro per il viaggio in auto.

Altra frontiera dello sfruttamento resta da sempre quella del marciapiede: qui continua ad aumentare il numero delle nigeriane vittime della prostituzione forzata. È il fenomeno sommerso della tratta dei minori, su cui prova a fare un po' di luce l'ultimo rapporto di Save the Children.

"Si tratta di ragazze giovanissime, soprattutto eritree e nigeriane, particolarmente a rischio e che fanno parte del flusso invisibile dei tanti minori migranti non accompagnati in transito alla frontiera nord italiana i quali, nel tentativo di ricongiungersi ai propri familiari o conoscenti in altri Paesi europei, privati della possibilità di percorrere vie sicure e legali, sono fortemente esposti a gravissimi rischi di abusi e sfruttamento, in molti casi ritrovandosi a vivere in condizioni di grande degrado e promiscuità.

Un esercito invisibile
"Piccoli schiavi invisibili 2018" è una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori. Nel mondo sono quasi 10 milioni i bambini e gli adolescenti che, nel solo 2016, sono stati costretti in stato di schiavitù, venduti e sfruttati principalmente a fini sessuali e lavorativi.

In Italia crescono i minori sfruttati
Quanto all'Italia, le unità di strada del programma "Vie d'uscita" di Save the Children per il contrasto allo sfruttamento sessuale dei minori, tra gennaio 2017 e marzo 2018, sono entrate in contatto con 1.904 vittime, di cui 1.744 neo-maggiorenni o sedicenti tali e 160 minorenni, in netta prevalenza (68%) nigeriane, seguite dalle romene (29%). Un numero nettamente cresciuto rispetto al periodo maggio 2016 - marzo 2017, quando erano state contattate 1.313 vittime.

Ragazzi in fuga
Al 31 maggio 2018, 4.570 minori risultano irreperibili in Italia, hanno cioè abbandonato le strutture di accoglienza in cui erano stati inseriti, in particolare nelle regioni del Sud. Si tratta per lo più di minori eritrei (14%), somali (13%), afgani (10%), egiziani (9%) e tunisini (8%). L'abbandono del sistema di accoglienza e l'ingresso nell'invisibilità espone i minori a rischi notevoli, in particolare i più vulnerabili come le ragazze minorenni provenienti dal Corno d'Africa.

Il flop dei ricollocamenti
"Le nostre evidenze, spiega Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children, ci dicono che l'interruzione, a settembre 2017, del programma europeo di relocation ha contribuito in maniera importante a costringere i minori in transito a riaffidarsi ai trafficanti o a rischiare la propria vita pur di varcare i confini, così come continua ad accadere a Ventimiglia, a Bardonecchia o al Brennero"


Il caso delle nigeriane
Vittime di tratta nel nostro Paese sono soprattutto le ragazze nigeriane e romene. Tra le nigeriane che giungono via mare in Italia, 8 su 10 sarebbero potenziali vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale, un numero che ha fatto registrare, tra il 2014 e il 2016, un incremento del 600 per cento. Indotte dai loro sfruttatori a dichiararsi maggiorenni al momento delle operazioni di identificazione in seguito allo sbarco, molte giovanissime nigeriane sfuggono infatti al sistema di protezione per minori.

Piccoli Schiavi Invisibili 2018
Rapporto sui minori vittime di tratta e sfruttamento in Italia.

La tratta di minori rappresenta uno dei grandi drammi del nostro tempo. È diffusa in tutto il mondo e l’Italia, come il resto dell’Europa, non ne è immune. A subire le violazioni più devastanti sono, in particolare, bambini, bambine e adolescenti in fuga da Paesi gravati da povertà, guerre, discriminazione, disuguaglianza di genere e mancato accesso all'istruzione.

La tratta è una grave violazione dei diritti fondamentali ed è anche un crimine transnazionale estremamente redditizio che fonda il suo modello di business nella vendita e nell'acquisto di donne e uomini, ragazze e ragazzi, trattati come schiavi con il solo scopo di sfruttarli sessualmente, lavorativamente e nelle economie illegali. La “domanda” crescente continua ad alimentare l’offerta.


Anteprima




Articolo a cura di
Maris Davis


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12 giugno 2018

Lavoro minorile, una schiavitù inaccettabile

Nel mondo sono più di 152 milioni i bambini vittime di lavoro minorile, la metà sono intrappolati in impieghi pericolosi che mettono a rischio la loro salute mentale e fisica e li condannano ad una vita senza svago né istruzione.


Il fenomeno del lavoro minorile è concentrato soprattutto nelle aree più povere del pianeta, in quanto sottoprodotto della povertà, che contribuisce anche a riprodurre. Tuttavia, non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle aree marginali del Nord del mondo.

Secondo i dati dell'ILO (Organizzazione internazionale del lavoro), nel mondo 74 milioni di bambini sono impiegati in varie forme di lavoro pericoloso, come il lavoro in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli o con macchinari pericolosi.

È il caso dei bambini impiegati nelle miniere in Cambogia, nelle piantagioni di tè nello Zimbabwe, o che fabbricano bracciali di vetro in India.

Tra le peggiori forme di lavoro minorile rientra anche il lavoro di strada, ovvero l'impiego di tutti qui bambini che, visibili nelle metropoli asiatiche, latino-americane e africane, cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare o vendendo cibo e bevande.

Nella sola città di Dakar, capitale del Senegal, sono 8.000 i bambini che vivono come mendicanti.

Altra faccia di questa tragica realtà è lo sfruttamento sessuale dei minori a fini commerciali, che coinvolge un milione di bambini e bambine ogni anno

Se le varie tipologie di lavoro minorile possono essere in qualche modo quantificate, una più di altre è caratterizzata dall'invisibilità e sfugge a una valutazione statistica: si tratta del lavoro domestico e familiare, in cui sono impiegate soprattutto le bambine.

Che si tratti di lavoro in casa di altri (lavoro domestico) o in casa propria (lavoro familiare), per le bambine esso diventa spesso una vera e propria forma di schiavitù, che le costringe a vivere nell'incubo della violenza e dell'abuso.

Lavori pericolosi per 74 milioni di bambini
Nel mondo ci sono 74 milioni di bambini intrappolati in lavori pericolosi, quasi la metà dei 152 milioni di bambini tra i 5 e i 17 anni tuttora vittime del lavoro minorile. Lo denuncia l'ILO (Organizzazione internazionale del lavoro) in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile (che ricorre il 12 giugno). Questi bambini lavorano nelle miniere e nei campi, nelle fabbriche e nelle case e sono esposti a pesticidi e altre sostanze tossiche, trasportano carichi pesanti o lavorano tante ore ogni giorno. A causa di questi lavori inaccettabili, molti di loro subiscono danni fisici e psicologici permanenti.

Nessun minorenne dovrebbe svolgere lavori pericolosi. Questo è un principio contenuto nelle Convenzioni dell'ILO sul lavoro minorile, in particolare la Convenzione sull'età minima per l'accesso al lavoro, 1973 (n. 138) e la Convenzione sulle forme peggiori di lavoro minorile, 1999 (n. 182).

Queste Convenzioni chiedono ai governi, in consultazione con le parti sociali, di stabilire una lista nazionale di lavori pericolosi vietati ai bambini e di fare rispettare tale divieto. La ratifica quasi universale di queste due Convenzioni, 171 Stati membri dell'ILO per la Convenzione n. 138 e 181 Stati per la Convenzione n. 182, riflette l'impegno dei governi a porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme. Quest'impegno dev'essere onorato attraverso l'espansione delle azioni volte ad eliminare il lavoro minorile.

Il nuovo rapporto dell'Oil "Verso l'eliminazione urgente del lavoro minorile pericoloso", rileva che alcuni rischi professionali, come l'esposizione a stress psicologico e alle sostanze chimiche, sono ancora più gravi per i bambini di quanto si pensasse in precedenza. Un altro dato fondamentale è che l'adolescenza, come periodo di sviluppo fisico, può durare fino ai 25 anni. Durante questo periodo di crescita, i bambini (e i giovani adulti) affrontano una serie di vulnerabilità che devono essere coadiuvate da risposte legislative e azioni concrete.

Il rapporto delinea lo stretto legame che esiste tra istruzione e salute. Una scarsa istruzione aumenta il rischio d'impatto negativo del lavoro sulla salute, mentre un'istruzione di qualità protegge e favorisce la buona salute. Sebbene il numero complessivo di bambini in lavori pericolosi sia diminuito negli ultimi anni, questo risultato è piuttosto limitato agli adolescenti e giovani. Tra il 2012 e il 2016 il numero di bambini di età compresa tra i 5 e gli 11 anni vittime del lavoro minorile è rimasto invariato, mentre è aumentato il numero degli stessi che hanno un lavoro pericoloso e pertanto inaccettabile.

L'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile ribadisce l'urgenza di eliminare le peggiori forme di lavoro minorile, tra cui il lavoro pericoloso, e la necessità di promuovere ambienti di lavoro sicuri e salubri per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori. L'Agenda si propone di realizzare l'obiettivo di porre fine a tutte le forme di lavoro minorile entro il 2025. Se vogliamo mantenere queste promesse solenni che abbiamo fatto ai bambini di tutto il mondo, dobbiamo impedire, una volta per tutte, che questi bambini siano vittime del lavoro minorile, soprattutto nel settore dell'agricoltura nel quale lavorano tanti bambini fin dall'età di sei, sette o otto anni.

Spezzare le catene dello sfruttamento
Molti bambini in Europa e in Italia sono «lasciati soli» rimanendo imbrigliati «nelle reti dello sfruttamento» per questo «siamo tutti chiamati a spezzare queste catene per contrastare ogni forma di abuso, nella consapevolezza che abbiamo bisogno che soprattutto i più giovani devono poter sviluppare appieno le loro capacità»

«Le condizioni di fragilità in cui i bambini si trovano sono il principale fattore che conduce al tunnel dello sfruttamento. Per questo il ruolo di coloro che vivono accanto ai bambini è di grande importanza e di primaria responsabilità». È importante il ruolo della scuola, «prima istituzione che i bambini incontrano» e che «resta un presidio essenziale per contrastare la negazione dei diritti dell'infanzia ed è dunque la migliore alleata di bambini e ragazzi nella costruzione del loro futuro»

Il lavoro minorile nel mondo
Il lavoro minorile rappresenta nella maggior parte dei casi una sorta di compensazione del reddito familiare a cui le famiglie ricorrono spesso in situazioni di difficoltà. È concentrato soprattutto nelle aree più povere del pianeta, l’Africa sub-sahariana detiene il triste record di minori sfruttati, il nostro Paese non è però immune da questo problema.

Il lavoro minorile in Italia
Sarebbero circa 340mila i minori sotto i sedici anni costretti a lavorare in Italia, spesso ai limiti dello sfruttamento. Secondo Save the Children “Il picco di lavoro minorile si registra fra gli adolescenti nell’età di passaggio dalla scuola media alla superiore che vede in Italia uno dei tassi di dispersione scolastica più elevati d’Europa e pari al 18,2 per cento”

L’importanza dell’istruzione
L’istruzione è determinante per accedere ad un lavoro dignitoso in età più adulta. È stato dimostrato che consentire l’accesso scolastico alle ragazze è tra i migliori investimenti che un paese possa fare per il proprio sviluppo, sono invece proprio le femmine ad essere mandate a lavorare per prime in caso di crisi. Per invertire questa tendenza l’Organizzazione Internazionale del Lavoro chiede che venga fornita un’istruzione di qualità a tutti i bambini, quantomeno quella obbligatoria, e che vengano migliorate e rese più efficaci le politiche nazionali in materia di lavoro minorile e istruzione.



Articolo a cura di
Maris Davis


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09 maggio 2018

Gioia Tauro, la piana degli schiavi moderni. Nulla è cambiato dopo la legge sul caporalato

“Sfruttamento e contratti non registrati. Le Istituzioni locali hanno cronicizzato problema”


I “dannati della terra”. È questo il titolo del Rapporto 2018 sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro realizzato da Medici per i diritti umani (MEDU) e presentato a Roma pochi giorni fa. A otto anni dalla guerriglia, poco è cambiato. E la politica agisce in modo spesso contraddittorio.

“I DANNATI DELLA TERRA. Rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro”

Da dicembre 2017 fino ad aprile 2018 la clinica mobile di MEDU (Medici per i Diritti Umani) ha operato per il quinto anno consecutivo nella Piana di Gioia Tauro prestando assistenza socio-sanitaria ai lavoratori migranti che anche quest’anno si sono riversati nella zona durante la stagione agrumicola.

Almeno 3.500 persone, distribuite tra i vari insediamenti informali sparsi nella Piana, hanno fornito anche quest’anno manodopera flessibile e a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi. Condizioni lavorative di sfruttamento o caratterizzate da pratiche illecite e situazioni abitative di degrado e marginalizzazione continuano a rappresentare i caratteri dominanti in un contesto dove poco è cambiato rispetto agli anni passati.

Otto anni dopo la cosiddetta “rivolta di Rosarno”, i grandi ghetti di lavoratori migranti nella Piana di Gioia Tauro rappresentano ancora uno scandalo italiano, rimosso, di fatto, dal dibattito pubblico e dalle istituzioni politiche, le quali sembrano incapaci di qualsiasi iniziativa concreta e di largo respiro.

Oggi più che mai, la Piana di Gioia Tauro è il luogo dove l’incontro tra il sistema dell’economia globalizzata, le contraddizioni nella gestione del fenomeno migratorio nel nostro paese e i nodi irrisolti ella questione meridionale produce i suoi frutti più nefasti.

Cosa è cambiato a Rosarno otto anni dopo la guerriglia, le proteste dei migranti contro il ferimento di uno di loro? Dopo la “caccia” e la rivolta? “Mai più Rosarno”, avevano assicurato le istituzioni. “Lavoriamo nella Piana di Gioia Tauro da ormai 5 anni e la situazione è rimasta la stessa, molto critica, di grave e sistematico sfruttamento e precarietà giuridica dei lavoratori migranti”, dice Jennifer Locatelli, coordinatrice Medici per i diritti umani del progetto Terragiusta che ha assistito duemila lavoratori migranti.

Sono “i dannati della terra”. È questo il titolo del “Rapporto 2018 sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro” realizzato da Medu. “Le istituzioni non sono riuscite ad adottare alcuna soluzione efficace. Si sono limitate a interventi di carattere emergenziale che ha reso cronica una situazione di marginalizzazione e di assenza di inserimento. Nonostante le dichiarazioni pompose che si sono susseguite soprattutto negli ultimi due anni”

Da dicembre ad aprile la clinica mobile Medu ha operato nella Piana “prestando assistenza socio-sanitaria ai lavoratori migranti che anche quest’anno si sono riversati nella zona durante la stagione agrumicola”. Stagione in cui almeno 3.500 persone, “distribuite tra i vari insediamenti informali, hanno fornito anche quest’anno manodopera flessibile e a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi”

“Solo nel ghetto, la vecchia tendopoli ha ospitato circa 2.500 persone”. Senza acqua potabile, tra immondizia, bagni maleodoranti e fatiscenti, bombole a gas per riscaldare cibo e acqua, pochi generatori a benzina, materassi a terra o su vecchie reti e l’odore di plastica e rifiuti bruciati.

Nell'ultimo dei frequenti roghi che hanno più volte distrutto baracche, oggetti e documenti degli abitanti, il 27 gennaio scorso è morta una giovane nigeriana, Becky Moses. Il comune nella cui area si trova il ghetto, San Ferdinando, di anime ne conta 4.500. Finita la stagione, i lavoratori migranti si stanno spostando verso la zona della Capitanata, in provincia di Foggia: al momento, nella vecchia tendopoli, ci sono 7/800 persone. Un centinaio o più sono sparse negli altri capannoni.

Sempre più migranti tendono a restare anche dopo la fine della stagione. “Probabilmente perché non sanno dove andare. Molte persone sono in Italia da pochi anni, sono uscite dai centri di accoglienza e non hanno chiaro cosa fare. Tanti aspettano il permesso di soggiorno o il rinnovo: per quest’ultimo, nella questura di Gioia Tauro i tempi arrivano anche a sei mesi”

Sotto accusa, per le associazioni, l’operato delle istituzioni, locali, regionali e nazionali. Nel mese di agosto dell’anno scorso è stata allestita un’ennesima tendopoli, la terza in ordine di tempo, che non ha tuttavia fornito una risposta adeguata: con 500 posti disponibili a fronte delle oltre 3.000 persone presenti, in assenza di assistenza medica, sanitaria e socio-legale e di mediatori culturali: ancora una volta “una soluzione di carattere puramente emergenziale”

La clinica mobile di Medu ha prestato assistenza a 484 persone, realizzando in totale 662 visite. L’identikit del paziente è uomo, giovane, età media 29 anni, originario dall’Africa sub-sahariana occidentale. Non mancano le donne, circa 100 provenienti dalla Nigeria, quasi certamente vittime di tratta a scopo di prostituzione. “Girando per le strade della Piana è comune vedere donne nigeriane, ma non solo, che aspettano i clienti italiani che passano a prenderle durante il giorno”

La maggior parte dei braccianti del ghetto di Rosarno non è irregolare. “Il 92,6% è regolarmente soggiornante”, si legge nel rapporto. “La situazione lavorativa è sconfortante. Oltre il 70% delle persone lavora senza contratto. Nel tempo c’è stato un miglioramento, anche in seguito ai controlli scattati con la legge sul caporalato del 2016. Ma il 27,8% delle persone ha contratti finti. Spesso si tratta di una lettera di assunzione e il contratto non viene registrato. O comunque non rispetta le condizioni dei contratti di settore”

I lavoratori restano invisibili. Il report ricorda i dati forniti dal prefetto Andrea Polichetti, Commissario Straordinario per l’area del Comune di San Ferdinando: nel 2017 sono stati stipulati 21mila contratti agricoli nella Piana, 16mila a italiani e 5mila a stranieri. “È un dato che colpisce in modo doloroso girando per i campi di agrumi dove la presenza di braccia nere impegnate nella raccolta è quanto mai evidente”

Il 34% delle persone lavora 7 giorni su 7. La metà dei lavoratori sa cos'è la busta paga, ma solo l’8,3% la riceve. I lavoratori vengono pagati a cottimo, soprattutto nel caso della raccolta di arance e mandarini: 50 centesimi per una cassetta di arance, 1 euro per i mandarini. Il pagamento diventa a giornata nel caso della raccolta di olive o in altre attività agricole. Poco più del 90% dei lavoratori percepisce tra i 25 ed i 30 euro al giorno. Le giornate lavorative non vengono dichiarate dal datore di lavoro nell'83,92%. Oppure viene dichiarato un numero di giornate molto inferiore a quelle svolte.

“La filiera è assolutamente iniqua, l’obiettivo è quello del basso costo dei prodotti, di una concorrenza sempre più dura. La conseguenza è quella di lavoratori sempre più sfruttati”. E i lavoratori africani “sono molto ricattabili. La maggior parte di loro vive nel limbo dell’attesa dei documenti”

Qui non si parla di un’economia locale ma globale: le arance di Rosarno vanno a finire nei supermercati e vengono usate nella produzione di spremuta d’arancia. È stato fatto qualche passo avanti sul prezzo del succo d’arancia, mentre dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata) non ci sono segnali di apertura. “È molto probabile che le grandi aziende non sappiano in che condizioni è prodotto ogni singolo lotto, ma la sensibilità sulle questioni etiche deve crescere al punto da costringerli a organizzarsi per sapere”. Fondamentale è “invertire l’onere della prova. Dobbiamo trovare in etichetta ogni informazione sul rispetto dei diritti dei lavoratori, non essere costretti a indagare”

E lo Stato? “Dovrebbe evitare di creare condizioni di sfruttamento. Se non dai i documenti crei persone ricattabili che per forza di cose vanno a finire nei ghetti. Bisognerebbe quindi eliminare i presupposti. Poi le proposte sono sempre le stesse: controlli e politiche abitative, quindi non fare tutto quello che è stato fatto in questi anni”

E la legge sul caporalato? “Interviene a valle in termini penali quando la situazione si è già creata. È come se nel governo ci fossero diverse anime: alcuni creano il fenomeno, altri provano a contrastarlo. Devono mettersi d’accordo su politiche coerenti”

Minniti vs Orlando. Semplificando. Non c’è una coerenza di interventi. Poi il tema del lavoro è lavoro, riguarda italiani, comunitari, e non comunitari. Sono tante le agenzie interinali che sfruttano gli italiani in condizioni simili. Come nel caso di Paola Clemente, morta nel 2015. Lavorava nella raccolta dell’uva ad Andria ed era assunta da un’agenzia interinale. È morta perché lavorava in condizioni veramente difficili. Il marito raccontava che guadagnava 27 euro al giorno. “Non è caporalato ma di fatto lo era: una forma di grave sfruttamento”


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Articolo di
Maris Davis

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27 settembre 2017

Immigrazione. I Centri di Accoglienza sempre più serbatoio di "nuovi schiavi"

'Chiedevamo protezione, ora siamo schiavi'. Dalla Toscana alla Sicilia, molti Centri di accoglienza sono diventati un serbatoio di manodopera a basso costo. Lì vanno a rifornirsi caporali e imprenditori senza scrupoli, nonché protettori e mafie che avviano le ragazze alla prostituzione. Per l’opinione pubblica, però, i migranti sono ancora “parassiti che mangiano e dormono”


Un ragazzo del Gambia è seduto su una vecchia sedia girevole. Siamo in mezzo a una baraccopoli nei pressi di Mazara del Vallo, tra casette di cartone e lamiera. “Un giorno avrò la mia chance”, dice. Aspetta una risposta alla richiesta d’asilo e qualcuno che lo chiami a giornata per raccogliere olive.

Come lui centinaia di migranti ospiti dei centri d’accoglienza lavorano nelle campagne da Nord a Sud. In Toscana per la vendemmia del Chianti, in Calabria per le patate della Sila, in ogni angolo della Sicilia per raccogliere pomodori, arance e olive. Almeno tre inchieste della magistratura raccontano di migranti arrivati in Italia per chiedere protezione e finiti in schiavitù. Decine di testimonianze lasciano intravedere un fenomeno molto ampio. Cresciuto proprio mentre l’opinione pubblica si accaniva sui parassiti che “mangiano e dormono negli hotel a cinque stelle”

I “Cas” (Centri di accoglienza straordinari) sono strutture d’emergenza, gestiti da privati ma autorizzati e controllati dalle prefetture, quindi dal governo. Il Cas può essere un piccolo albergo, un centro anziani riadattato o un casolare nel nulla. I tempi di permanenza, decisi dalla burocrazia statale, vanno dai sei mesi ai quattro anni. Il migrante presenta richiesta d’asilo e aspetta. Ma nel frattempo cosa fa?

Quelli dei Cas
“Benvenuti nella città del sale e dell’accoglienza”. All'ingresso di Trapani i cartelli stradali ricordano il business del passato e quello del presente. In provincia ci sono una trentina di Cas. In un territorio prevalentemente agricolo, i migranti in attesa sono una manna dal cielo per l’agricoltura in crisi. Ad Alcamo, durante la vendemmia, molti dormono in una piazza del centro. Accampati con sacchi a pelo, cucinano sull'asfalto mentre accanto i vecchietti del paese giocano a carte. Al mattino si metteranno in fila per essere caricati sui furgoncini.

In Sicilia si è prodotta una stratificazione. Tunisini coi capelli grigi, da venti anni in Italia, si affiancano a giovani sub-sahariani sbarcati da pochi mesi. “Sono quelli dei Cas”, li indicano. Quei giovani che non parlano italiano sono concorrenti temibili. “Tanto lo Stato ti dà da mangiare e dormire”, dicono i padroni dei campi. E pagano il meno possibile.

Cinquanta euro ai tunisini, 25 ai romeni, da 15 a 7 per gli ospiti dei Cas. A Vittoria, provincia di Ragusa, il salario di un bracciante a giornata è precipitato. Nelle campagne, al tramonto, decine di africani in bicicletta tornano dalle serre ai centri di accoglienza. In tasca hanno una manciata di monete, il misero compenso di dieci ore di lavoro.

Il caporalato da queste parti non c’era. Da poco si sono formate le prime reti. Tre mesi fa la polizia arrestava alcuni imprenditori. L’accusa? Utilizzavano operai gravemente sfruttati: 19 richiedenti asilo, due tunisini e cinque romeni. Questi ultimi vivevano in casolari fatiscenti nei pressi dell’azienda, gli altri tornavano a dormire nei Cas. Si tratta di una delle prime applicazioni dalla legge anti-caporalato, che punisce il grave sfruttamento sul lavoro.

Come in gabbia
Le testimonianze su casi analoghi rimbalzano da un angolo all'altro della Sicilia. L’associazione Borderline Sicilia si occupa di monitorare l’accoglienza. Racconta per esempio di un centro anziani a Canicattì che ha aggiunto alla ragione sociale l’ospitalità dei profughi. “Alle 4,30 del mattino si va nel punto di raccolta e si aspetta il contadino che passa con il suo camioncino e sceglie fra adulti italiani, africani e rumeni. Ma anche tanti minori, che non si perdono nella depressione dell'inattività, ritrovandosi a farsi sfruttare per qualche euro in tasca”

Nel centro sarebbero presenti persone che stanno lì “posteggiate” da tre anni, neo-maggiorenni fuoriusciti dalle comunità per minori, migranti in transito per altri centri


Non va meglio nel Cara di Mineo, nei pressi di Catania: una mega-struttura che al momento ospita poco meno di tremila persone. Il centro è un’isola in un mare di aranceti. La stagione agrumicola sta per iniziare. Tutti hanno bisogno di braccia. I padroni senza scrupoli scelgono quelle a basso costo.

“Ho comprato una bicicletta per 25 euro. Ogni giorno, aspettiamo le otto. È l’orario di apertura, prima non si può. Stiamo dietro i cancelli, come in gabbia. Poi le porte si aprono e cerchiamo qualcuno che ci dia lavoro per la giornata”

Pecore e patate
Come si comportano i responsabili dei centri di accoglienza quando vedono strani movimenti intorno ai loro ospiti? Alcuni aiutano a denunciare. La maggior parte fa finta di niente. Qualcuno si trasforma in caporale.

È il caso di due Cas nella Sila cosentina. Tutto inizia con la denuncia di un migrante, percosso e minacciato solo perché rallenta la raccolta. La magistratura interviene contro quattordici persone accusate di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. Era l’operazione “Accoglienza” dello scorso maggio, prima applicazione assoluta della legge anti-caporalato.

Un episodio svela la certezza di impunità nella zona. Durante la notifica del provvedimento, uno degli agricoltori continuava a impartire ordini agli africani, lamentandosi con i carabinieri per il tempo che perdeva (“le fragole si rovinano”)

Ma i migranti erano sfruttati due volte: nei campi e come mezzo per ottenere finanziamenti. I famosi “35 euro” finivano tutti in tasca ai gestori, che rendicontavano attività di “integrazione” mai svolte. Invece i rifugiati senegalesi, nigeriani e somali lasciavano i centri alle sei del mattino per lavorare nei campi di patate o per fare i pastori. Il compenso? Poco più di un euro l’ora.

Il vino del Chianti
L’inchiesta si chiama “Numbar Dar” (“Capo villaggio”) e risale alla vendemmia di un anno fa. Dimostra che il problema non è solo del Sud o di territori in crisi.

Tra fattorie storiche nate negli anni ’20, vigneti e colline le aziende del Chianti ricorrevano alla manodopera a basso costo dei centri di accoglienza. Il caporale pachistano, i consulenti di Prato, quelli che falsificavano le buste paga, e i titolari delle aziende vinicole erano i cardini del sistema.

Circa 160 migranti sono rimasti incastrati nel sistema. Lavoravano fino a dodici ore al giorno per quattro euro l’ora e venivano spesso picchiati. Nelle giornate di picco della raccolta dell’uva, i viaggi da Prato a Tavarnelle Val di Pesa erano due al giorno. I caporali privilegiavano i connazionali pakistani: solo a loro era concesso del cibo e un po’ di acqua. Se occorrevano altre braccia, venivano chiamati a lavorare a giornata anche richiedenti asilo africani, vittime di maggiori soprusi. I “negri” non avevano il diritto di bere né di avere scarpe: lavoravano a piedi nudi nei campi.

Cara di Foggia, migranti costretti a dormire con i materassi a terra
Cara di Foggia, lager di Stato

In tutta Italia, ci sono centri di accoglienza gestiti con professionalità e personale che ci crede. Ma negli ultimi anni le lentezze burocratiche hanno creato una situazione drammatica. I documenti in Questura, l’esame alla commissione asilo e il ricorso al Tribunale possono richiedere anni. Nel frattempo le famiglie in Africa pressano per ricevere soldi. Così i migranti trovano in Europa un incubo simile a quello che avevano lasciato.
(da un'inchiesta dell'Espresso)

È evidente a tutti che così com'è l'accoglienza NON funziona, e tanto meno NON funziona l'integrazione. Lodevoli le iniziative come il sistema Sprar e la così detta "accoglienza diffusa", ma è solo una goccia nel mare dell'ipocrisia. Uno, due, forse tre su cento sono gli immigrati che in questo modo riescono ad integrarsi veramente. E tutti gli altri ??

L'attuale legge che regola l'immigrazione e l'accoglienza (Legge 30 luglio 2002, n. 189 Bossi-Fini) NON funziona più, desueta e perfino razzista. Un legge approvata da quelle destre che adesso protestano, diffondono paure pur di avere visibilità e forse qualche voto in più. È questa una delle cause di una più ampia diffusione di progetti Sprar nei singoli comuni italiani.

Una legge, la Bossi-Fini, che ha permesso in passato la creazioni di grandi centri di accoglienza (Cara di Mineo, Cara di Foggia, Cara di Isola Capo Rizzuto, ecc..) diventati ormai dei veri e propri "parcheggi per immigrati in attesa", lager di stato, fonte di guadagni privati con denaro pubblico per le cooperative che li gestiscono, serbatoi infiniti di manodopera a buon mercato per mafie, caporali e sfruttatori.

E nell'attuale emergenza di inseriscono tutti, ma proprio tutti, perfino i privati, pur di far diventare le loro strutture alberghiere, case di riposo, casolari dismessi centri di accoglienza straordinari (i così detti CAS) e quindi prendersi quei 35 euro al giorno per ogni immigrato "ospitato", e più immigrati ci sono e più a lungo rimangono, e più si guadagna. Certo tra i tanti che si propongono ad ospitare stranieri ci sono anche coloro cho lo fa davvero con lo spirito del buon samaritano, ma questi casi temo non siano molti.

E poi c'è l'attesa degli immigrati, l'attesa di una risposta da parte della burocrazia italiana, una risposta che arriva dopo mesi (quando va bene) o dopo anni (anche più di due) se sei sfortunato o fai la tua domanda di asilo nella provincia sbagliata.

Si cerca di arginare gli ingressi facendo accordi con i libici e con i paesi di partenza dei migranti, chiedendo all'Europa una la redistribuzione equa e solidale, e maggiori risorse per gestire la prima accoglienza o per aiutare i paesi dell'Africa. Tutte cose di per se giuste, ma ci si è dimenticati di dire che tutto questo viene fatto nella cornice di una legge che NON funziona più, una legge che, lo ricordo di nuovo, approvata dalle destre (governo Berlusconi 2002)

Per tutto questo noi di Foundation for Africa abbiano deciso di aderire alla campagna "Ero Straniero, l'umanità che fa bene", con l'obiettivo di portare in Parlamento un proposta di legge per modificare la Bossi-Fini.



Articolo a cura di
Maris Davis

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