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12 maggio 2020

Cara Silvia, o se preferisci ti chiamerò anch'io Aisha

Cara Silvia, hai deluso. Ci hai traditi tutti quanti.


Quando ti rapirono
Quando ti rapirono quel giorno di novembre del 2018 noi eravamo qui, a difenderti. Ti abbiamo difesa dagli attacchi di una certa stampa che ti aveva immolata sull'altare della tua ingenuità, e di quell'essere andata in Africa senza quell'esperienza necessaria a fare la volontaria in certi posti, in certi luoghi. 
Il tuo sorriso e quella forza di volontà che sembravi dimostrare ci avevano contagiati.
Quando ti rapirono e per tanti giorni a seguire ti abbiamo difesa dagli odiatori del web, dagli idioti che ti avevano presa di mira proprio perché volevi aiutare tutti quei bambini africani che tu tanto amavi. Erano quelli che andavano predicando "aiutiamoli a casa loro", ma quando qualcuno di noi (o qualcuna come te) va laggiù, ad aiutare quelle persone e quei bambini, ti deridono, ti insultano. I razzisti li abbiamo combattuti, li stiamo combattendo. 
Ci avevi conquistati tutti per quel tuo essere così generosa, per quel tuo coraggio così puro e semplice che a molti è sembrato ingenuità, per quel tuo volerti donare agli altri a tutti i costi. 
Abbiamo sofferto molto per la tua sorte in tutti questi mesi, un anno e mezzo fatto di silenzi, grandi silenzi, a volte tante parole, tante ipotesi inutili. Anche noi abbiamo scritto qualcosa di te perché ti sentivamo vicina, perché eri nei nostri pensieri, perché ti abbiamo voluto bene. Perché anche noi di Foundation for Africa abbiamo qualcuno laggiù, andato ad aiutare quelle persone che anche tu volevi aiutare.

Finalmente libera
Immagina la nostra immensa gioia quando abbiamo saputo che eri libera. Una gioia che abbiamo subito voluto condividere con i nostri amici. Si, eravamo felici per te, per la tua famiglia, e per tutti quelli che ti vogliono bene. Eravamo tutti ansiosi di conoscere, di sapere, di capire cosa ti era davvero accaduto, dei tuoi carcerieri, di quello che ti avevano fatto. 
Ma poi è subentrata la delusione. Al tuo rientro in Italia nemmeno una parola sui malvagi che ti avevano rapita e sui criminali che per tutto questo tempo ti hanno tenuta prigioniera. A molti quel tuo silenzio sui tuoi carcerieri è apparso come tu li volessi proteggere, forse difendere. E poi la tristezza e la delusione nell'apprendere che ti eri convertita all'Islam, la religione di chi uccide, di chi disprezza le donne, di chi sottomette e perseguita chi non la pensa come loro.

E poi qual nome, Aisha
Lo sai chi era Aisha? Anch'io ho letto il Corano, ma non per questo mi sono convertita all'Islam.

Aisha, una delle mogli di Maometto, forse la prediletta. Lui la sposò quando lei aveva solo sei anni, "venduta" dal padre di lei. Il primo rapporto sessuale tra i due avvenne quando la "bambina" Aisha aveva solo nove anni. Questo è l'Islam che ancora oggi sposa le bambine, l'islam dei matrimoni combinati, un flagello attuale anche ai nostri giorni, oggi, proprio adesso, e proprio in Africa.
Cara Silvia, ti sei data il nome di una sposa bambina. Vergognati!

Certo, noi non possiamo sapere perché, è una scelta tua (lo hai detto tu stessa). Sono scelte che fanno parte del privato interiore, della tua coscienza. Ma di certo tu adesso potrai capire anche perché non ci è più possibile starti accanto, difenderti, volerti bene.

Cara Silvia, no, non ti chiamerò Aisha, davvero non posso
Lo sai, io sono nata in Africa, da ragazza ho vissuto dove adesso l'Islam cattivo rapisce le ragazze cristiane per convertirle all'Islam, le costringe a diventare mogli e spose dei loro stessi carcerieri, dei loro stessi rapitori, le costringe a diventare schiave sessuali.
Nei luoghi dove ho vissuto io l'Islam cattivo di Boko Haram ha distrutto interi villaggi, ucciso migliaia e migliaia di persone. Provocato (ad oggi) 2,7 milioni di profughi, gente, famiglie che non potrà mai più ritornare nei luoghi di origine. 
Più di un milione di bambini non potrà mai andare a scuola perché quell'Islam ha distrutto le scuole e ucciso gli insegnanti, gli educatori, i maestri. 

No Silvia, io non potrò mai chiamarti Aisha. Non sei come Leah Sharibu, ancora prigioniera di Boko Haram in Nigeria perché non vuole convertirsi all'Islam. O come Asia Bibi, per 9 anni prigioniera in Pakistan perché non ha mai voluto abiurare la sua fede cristiana. Quelle si, donne coraggiose, non come te che hai abbracciato la fede dei tuoi rapitori e dei tuoi carcerieri.

No Silvia, io NON potrò mai chiamarti Aisha. Tu mi hai tradita, tu ci hai traditi tutti quanti 

L'Islam è come un gigantesco amplesso dove "godono" solo i vigliacchi che non hanno nessun rispetto per la vita umana e per le donne


Articolo di
Maris Davis


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26 giugno 2019

Kenya. Silvia Romano aveva denunciato abusi su bambine, forse rapita per vendetta

Che le indagini sul rapimento di Silvia fossero carenti e blande (anche da parte italiana) era già nell'aria, ma ora salta fuori che sono spariti perfino documenti ufficiali e foto, tra cui la denuncia che la ragazza aveva fatto contro un pedofilo kenyota solo pochi giorni prima del suo rapimento. Denuncia ora introvabile, come introvabile è il pedofilo denunciato dalla ragazza.


E poi c'è quel brutto affare di Likoni, dove un italiano (che Silvia aveva conosciuto) gestisce una struttura per bambini, e dove avvengono episodi poco chiari di molestie sui bambini e sulle bambine. Una struttura di proprietà del figlio di un potente politico locale, intoccabile, e quindi su cui è impossibile indagare.

Per il rapimento di Silvia sono indagati tre uomini, ma manca il quarto rapitore, un certo "Adam" che secondo gli investigatori è la mente.

La prima cosa che salta agli occhi cercando le tracce di Silvia Romano, la ventitreenne milanese sequestrata la sera del 20 novembre a Chakama, in Kenya, è che le indagini sono state abbastanza carenti, che c’è una competizione tra le varie polizie del paese africano e tra queste e l’esercito che si è occupato di scandagliare tutto il territorio al confine con la travagliata Somalia.

Di Silvia non si sa niente dal momento della sua scomparsa. Sparita nel nulla. A parte il silenzio stampa chiesto dalla Farnesina, un atteggiamento di routine che serve più a mantenere segreti inconfessabili che a salvaguardare la vita degli ostaggi o l’inquinamento delle relative indagini, in questi casi si riesce sempre ad avere qualche informazione. Questa volta no. Niente di niente. Davvero sconsolante.

“Scusi, ma Silvia Romano ha dormito qui?”. La signora che gestisce la guest house Marigold, nel caotico centro di Mombasa, non solo è gentile, ma anche collaborativa e chiama subito il figlio Aash Sahiko, che si presenta con i registri degli ospiti. Dopo una veloce ricerca arriva la risposta: “Sì, è stata qui il 22 settembre e la notte tra il 5 e il 6 novembre”

Ogni dettaglio è prezioso. Silvia è venuta qui sola? “Certo. Ha pagato il prezzo della camera singola. È arrivata sola ed è ripartita sola”. Il figlio della signora che gestisce la guest house se la ricorda bene: “Una bella ragazza così, resta impressa. Ero contento quando l’ho vista per la seconda volta in novembre”

Ma è venuto qualcuno della polizia keniota o agenti italiani a chiedere informazioni su Silvia?
“No, nessuno. Quando abbiamo saputo del suo rapimento ci siamo preparati a ricevere la visita di qualche investigatore e ci siamo meravigliati che non siano comparsi i poliziotti” Com'è possibile che nessun inquirente si sia fatto vivo per verificare che la ragazza fosse sola?

Silvia, bella, giovane e dinamica, non poteva non attrarre le attenzioni di qualche ragazzo. Infatti erano in tanti a farle la corte o addirittura a dichiararle grande amore, come Alfred Scott un fisioterapista dell'ospedale di Mombasa che su Facebook proclama di essere innamorato della milanese.

Due ipotesi sul suo rapimento
Alla polizia di Nairobi sul rapimento vengono formulate due ipotesi: sequestro per ottenere un riscatto, oppure sequestro per tapparle la bocca su accuse di pedofilia di cui sarebbe stata testimone in due casi, il primo a Likoni e il secondo anche per molestie nella stessa Chakama, villaggio nell'entroterra di Malindi, luogo in cui fu poi rapita.

Le bugie del suo "presunto" fidanzato, un italiano conosciuto in Kenya
Silvia arriva per la prima volta in Kenya il 22 luglio dell’anno scorso. Aveva conosciuto un italiano, Davide Ciarrapica durante una festa di beneficenza. Il trentunenne di Seregno gestisce un centro per bambini a Likoni, un villaggio separato da Mombasa da un braccio di mare che si può superare con un traghetto.

La ragazza intravede la possibilità di fare qualcosa a favore dei più deboli. Così quel giorno si imbarca per Mombasa con lui. Imbarazzante una dichiarazione rilasciata verbalmente da Ciarrapica a un detective keniota. "Impossibile per me riportare qui i particolari scabrosi", riferisce costernato l’investigatore, “Senza alcun pudore Davide, durante un colloquio il 15 maggio scorso, racconta che Silvia, durante il viaggio in aereo, gli è saltata addosso. Piuttosto strano mi è sembrato un modo per screditarla ai miei occhi. Io non gli ho creduto”

Silvia resta al Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre di Davide per un mesetto, poi torna a Milano. Il 5 novembre rientra in Kenya. All'aeroporto di Mombasa, va a riceverla proprio Davide Ciarrapica. Insieme vanno a Likoni, ma lei ci resta poche ore. A fine giornata torna a Mombasa e si ferma a dormire al Marigold. La mattina dopo corre a Chakama, insieme a due nuovi volontari appena arrivati nella struttura di Africa Milele, la onlus per cui lavorerà proprio con l'obiettivo aiutare i bambini.

Casi mai chiariti di "presunte" molestie sui bambini nel centro gestito da Davide a Likoni
Quello che si capisce è che da quelle parti si respirava una brutta aria. Una mamma che conosceva bene Silvia all'attracco del traghetto Likoni-Mombasa racconta della permanenza della ragazza in quei luoghi e scoppia in lacrime: “Le voglio bene, le voglio bene. Spero che torni presto. Io avevo tre bambine in quella struttura, poi le ho ritirate”. Perché? “Accadevano cose poco corrette e imbarazzanti. Tornate a casa le mie figlie riferivano di strani atteggiamenti di Davide e del suo socio, Rama Hamisi Bindo”. Il pianto continua a dirotto.

Una visita al "Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre" lascia confusi e stupefatti. Siamo accolti da una signora che si illumina in volto: “Ah, grazie al cielo, dottoressa. Lei è venuta qui per quella quattordicenne incinta”. Evidentemente no, ma desta perplessità anche il fatto che Davide arrivi con la sua girlfriend, una stupenda diciassettenne. Insomma Davide ha già provveduto a sostituire Silvia come "fidanzata"

Silvia aveva promesso a Davide una raccolta fondi
Dopo la sua prima esperienza a Chakama, Silvia rientra in Italia, promettendo comunque a Davide che organizzerà a beneficio del suo centro, incontri di beneficienza per raccogliere fondi. Cosa che fa in ottobre. Ritorna in Kenya il 5 novembre (due settimane prima del suo rapimento) e va a Likoni, giusto il tempo per essere accolta freddamente dai bambini, che hanno l’ordine di restare sull'attenti immobili e di non salutarla, e da Davide, che l’accusa di non aver raccolto sufficiente denaro.

Davide in Italia è stato condannato a 6 anni di reclusione
I bambini africani fanno sempre una gran festa alla gente, specialmente a quella che conoscono e che ha giocato tempo prima con loro. Quei ragazzini restano invece impietriti. “Davide è un collerico irascibile, racconta un altro ex impiegato. Ecco perché in Italia recentemente è stato condannato a 6 anni di reclusione e 35 mila euro di danni per aver staccato a morsi un orecchio durante una rissa in una discoteca di Milano”

Racconta uno degli inquirenti kenioti che sta cercando di dipanare l’intricata matassa: “Abbiamo avuto indicazioni che Silvia manifestasse un certo disagio nei confronti della struttura dove, secondo lei, si verificavano molestie nei confronti dei piccoli ospiti. Quell'organizzazione è guardata con una certa benevolenza dalle autorità locali. Il socio e amico di Davide Ciarrapica, nonché proprietario della villa che la ospita, Rama Hamisi Bindo, è figlio di un famoso politico e gode di protezioni insospettabili”

“Sì, gode di protezioni potenti”

La polizia di Mombasa, secondo un testimone che teme ritorsioni e intima per ben tre volte di non pubblicare il suo nome, non è mai intervenuta con la dovuta determinazione per indagare sul caso: “Ecco un rapporto riservato critico sul comportamento di come sia stata condotta l’indagine laggiù”. Tira fuori dal cassetto un documento assai compromettente (che però non possiamo pubblicare per non compromettere le indagini).


Sotto promessa dell'anonimato un ispettore di polizia keniota racconta a Massimo Alberizzi e Hillary Duenas, giornalisti di Africa Express particolari dell'inchiesta su Silvia Romano

Nella sua deposizione del 15 maggio scorso alla polizia, Davide Ciarrapica, che per altro afferma di essere stato ascoltato dai carabinieri del ROS durante una sua visita in Italia in gennaio, dichiara di aver sconsigliato a Silvia di andare e prendere servizio a Chakama, eppure in una e-mail inviata a Silvia affermava esattamente il contrario. È stato proprio lui, Davide, a consigliarle di andare a Chakama.

Ma quello che inquieta di più è che all'aeroporto di Mombasa sono spariti tutti i file su Silvia Romano
Ai visitatori che entrano in Kenya viene scattata una fotografia e vengono prese le impronte digitali. Una procedura che deve aver riguardato anche la ragazza milanese. Allora ci chiediamo perché nell'archivio della polizia aeroportuale non c’è niente sull'ingresso in Kenya di Silvia il 5 novembre 2018.


Due giornalisti di Africa ExPress, Massimo Alberizzi e Hillary Duenas, sono andati alla centrale di polizia di Malindi per indagare sul rapimento di Silvia Romano

Riserva sorprese anche l’archivio della polizia di Malindi
L’undici di novembre, nove giorni prima di essere sequestrata, Silvia, dopo aver chiesto consiglio alla presidente di Africa Milele, Lilian Sora che dall'Italia dà il suo totale benestare, con altri due volontari, Giancarlo e Roberta, si reca alla centrale di polizia a denunciare un keniota che per qualche giorno ha soggiornato nello stesso affittacamere in cui da tempo vivono i volontari dell’associazione, un certo Francis Kalama di Marafa, pastore anglicano.

Lo accusano di atteggiamenti equivoci nei confronti di alcune bambine

Una ricerca approfondita sui registri delle querele della polizia non porta a nulla. Gli agenti che se ne occupano e controllano i faldoni, allargano sconsolati le braccia.


La polizia di Malindi è assai cooperativa e i funzionari hanno controllato i registri delle denunce per ben due volte per cercare quella che Silvia Romano fece pochi giorni prima del suo rapimento. Un denuncia che ora risulta sparita

Eppure in un messaggio audio WhatsApp, Silvia, che qualcuno dipinge come sprovveduta e che invece si dimostra testarda, legalista e amante della giustizia, racconta con una dovizia di dettagli di essere andata alla polizia e di aver avuto l’assicurazione che Kalama sarà arrestato e “le bambine sottoposte a un test medico”.

Particolare assai pesante. La promessa comunque non avrà seguito: Kalama (il pastore anglicano accusato da Silvia di molestie) è uccel di bosco, sparito. Di lui nessuno ha più traccia, tanto meno gli investigatori, né si pensa abbia mai avuto notifica della denuncia.


File WhatsApp di Silvia 10 giorni prima di essere rapita, mentre informa la presidente di Africa Milele, Lilian Sora, sulla sua denuncia contro Francis Kalama (pastore anglicano) per atteggiamenti equivoci nei confronti di alcune bambine

Per il rapimento di Silvia attualmente in cella ci sono tre persone:
  • un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, Moses Luari Chende;
  • un keniota di etnia orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro), Gababa;
  • e un somalo con un documento d’identità keniota ottenuto illegalmente senza la necessaria e obbligatoria procedura, Ibrahim.
“Loro sanno sicuramente qualcosa ma sono solo degli esecutori. Aspettiamo che facciano i nomi dei mandanti”

Già, ma in Kenya fare i nomi di chi ha ordinato un rapimento è come suicidarsi. “Ma perché governo italiano non garantisce la sicurezza in Italia? Una taglia e un permesso di soggiorno per chi fornisce informazioni sarebbero assai utili”. Una domanda banale, ma senza risposta.

Salta fuori anche una critica della polizia all'esercito
“Ha chiuso le frontiere con la Somalia, ma non è stato assolutamente cooperativo con le indagini. Certo, non è il loro compito, ma loro sono andati anche in villaggi remoti, dove per noi è difficile arrivare”

Sempre alla polizia di Malindi scuotono la testa a sentire parlare degli inquirenti italiani: “È venuto qui il console onorario, Ivan del Prete, con un altro paio di persone ma non ha fatto granché. Ha chiesto informazioni, ma niente di più”
(Fonte: Inchiesta African Express)




Articolo di
Maris Davis


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23 novembre 2018

Silvia li aiutava a casa loro ma è massacrata sui social

Prima ci dicono di andarli ad aiutare a casa loro e poi ci massacrano di insulti nel web. L'idiozia umana non ha limite.


Odio sui social contro Silvia, 'se l'è andata a cercare'

Non c'è né silenzio né pace sui social media per Silvia Costanza Romano. Non basta l'appello dei genitori della volontaria sequestrata in Kenya ai media tradizionali a fermare la comunicazione alternativa, e da due giorni Facebook e Twitter sono inondati di insulti e offese contro la giovane milanese.

Un odio cieco e ottuso che troppo spesso si scaglia in modo inspiegabile contro le vittime, per lo più donne, di violenze e soprusi. Un odio cieco e brutale che i social media servono su un piatto d'argento.

Nascosto dall'anonimato, con una tastiera sottomano, c'è chi nelle ore angoscianti successive al rapimento è arrivato ad augurarsi che "quei selvaggi le insegnino le buone maniere sessuali". Un commento aberrante. Silvia in Africa "è andata a cercarsela" il sequestro come la ragazza che indossa una minigonna di notte si va a cercare lo stupro.

Una 23enne laureata che decide di lasciare il suo paese per aiutare gli abitanti di un piccolo villaggio in Kenya è "un'oca giuliva" perché, in fondo, poteva "far volontariato alla mensa della Caritas" dietro casa. Internauti indignati e preoccupati, non per la sorte della cooperante, ma per chi pagherà i soldi di un eventuale riscatto.

"Lo Stato non deve pagare per una scriteriata in cerca di emozioni forti"

Sono i commenti aberranti di una retorica pressappochista e misogina che in passato hanno subito anche Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due volontarie rapite in Siria nel 2014. E, in era pre-social, le 'due Simone', Pari e Torretta, sequestrate in Iraq nel 2004. Non esistevano ancora gli 'haters' professionisti eppure le due cooperanti di 'Un ponte per' furono sommerse da una valanga di critiche per la loro scelta di far volontariato in un paese così difficile. Oggi, a distanza di 14 anni, qualcuno ancora le cita come "quelle due sciagurate che andarono in Iraq"

Nel dibattito sull'odio 'sociale' contro Silvia Romano è intervenuto anche l'ex presidente del Senato, Piero Grasso, che ha definito i commenti "scandalosi" e ha chiesto di "non dare più spazio né visibilità all'odio, al rancore, all'ignoranza, a chi vomita veleno su una giovane ragazza che ha scelto di dedicare un pezzo della sua vita agli altri"

Mentre ha sollevato un vespaio il 'Caffè' di Massimo Gramellini dedicato alla vicenda nel quale l'editorialista del Corriere della Sera da una parte prova a capire chi ritiene che la "scelta avventata" della volontaria "rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto" dall'altra difende "l'energia pura, ingenua e un po' folle" di una ragazza "entusiasta e sognatrice" che vuole "cambiare il mondo"

Poche ma dense righe che hanno diviso il web diventando trend topic su Twitter e scatenando la macchina del 'meta-fango'. Chi, superficialmente, si è fermato alla prima parte dell'articolo ha criticato aspramente Gramellini e lo ha invitato a scusarsi con la famiglia Romano. Ma c'è anche chi, pur avendo letto la rubrica fino in fondo come chiesto dallo stesso Gramellini sul suo account Twitter, gli ha rimproverato "toni misogini e paternalistici"

Oggi lo stesso Massimo Gramellini ha "riscritto" quel "Caffè", forse in troppi lo hanno capito male. O magari è lui stesso, giornalista esperto e di lungo corso, si è accorto di essersi espresso male.

Guardo il sorriso dei 23 anni di Silvia. In quel sorriso vedo la semplicità, l'intelligenza, la fierezza di chi non si arrende al mondo che ha trovato e il coraggio di chi vorrebbe mettere in gioco tutta se stessa per cambiarlo, per modificarne nel profondo anche una minima parte. La forza. La forza e la sensibilità di chi sente le ingiustizie sulla propria pelle e avverte il senso di una missione, da compiere con semplicità e dedizione.

E poi vedo il buio delle parole dure, pesanti come pietre, parole allucinate dall'odio e dal fango, da parte di cittadini di questa Italia che hanno perso la bussola. Che sono disposti prima a dire "aiutiamoli a casa loro" e poi un secondo dopo a crocifiggere chi decide di prendere in mano la sua vita e metterla a disposizione degli altri.

È strano questo mondo, davvero, e tocca reagire. La lavatrice di fango che subisce Silvia non ha riguardato i tanti imprenditori che in questi anni sono stati sequestrati nelle aree più difficili dell'Africa, mentre erano lì a fare profitti. Al contrario, in molti hanno preso parola, come è sacrosanto, per chiederne l'immediata liberazione. Ma se un fatto del genere accade a una giovane donna di 23 anni che è in Kenya per provare a restituire a questo mondo marcio e malato un pezzo della dignità che merita, allora "se l'è andata a cercare" e "poteva starsene a casa sua"

È la tremenda ipocrisia di quei benpensanti che poi ogni giorno consigliano a una generazione dimenticata e allevata a pane, precarietà e ossessione competitiva, di andare in giro per l'Europa a fare Erasmus, ad accumulare titoli su titoli, lauree, master e ad accrescere competenze da inserire nei curriculum che diventano degli aeroplani di carta, spesso senza destinazione.

Questa è l'ipocrisia peggiore. L'ipocrisia che genera rabbia, perché condita dal solito paternalismo, secondo il quale va tutto bene se ti adegui, se ti uniformi, se sei conforme alla confezione pensata e prodotta, se accetti di non avere un ruolo attivo nelle cose del mondo.


Ciao Silvia, gli idioti del web è come se ti avessero rapita due volte, è come quando una donna viene stuprata. Allo stupro si aggiunge l'odio, la giustificazione di chi dice che lei se l'è cercata perché "aveva la minigonna" o un "pettorale troppo in vista". Si, Silvia, quegli idioti, quei professioni dell'insulto che si nascondono "anonimi" dietro ad una tastiera, ti hanno violentata di nuovo, hanno perfino chiesto ai tuoi rapitori di stuprarti.

Prima si riempiono la bocca di slogan come "Aiutiamoli a casa loro" e poi, quando ci andiamo davvero ad aiutarli e ci succede qualcosa, sono i primi ad insultarci anziché dirci grazie.

Silvia, ti voglio bene e ti ammiro per tutto l'Amore che hai dimostrato per l'Africa, resisti e cerca di essere forte in queste ore difficili. "Non ti curar di loro, ma guarda e passa"

Tu, e tutti quei giovani che come te regalano un pezzo della loro vita agli altri, siete la Speranza di quel Mondo Migliore che sento arrivare .. nonostante tutto.

Ciao Silvia, tutta Foundation for Africa è con te
Il tuo amore per l'Africa è anche il nostro
Ora devi essere forte, per te, per la tua famiglia e per tutti quei bambini che stavi aiutando. Ti riporteremo a casa
(Maris Davis)





Articolo a cura di
Maris Davis


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06 settembre 2017

Kenya, un'adolescente su 10 si prostituisce dopo aver avuto la prima mestruazione

In Kenya una 15enne su 10 si prostituisce per far fronte alle mestruazioni. A causa della povertà la famiglia non può acquistare gli assorbenti per il ciclo.


In alcune parti del mondo il sesso come l'educazione mestruale sono ancora argomenti tabù. Nelle zone più rurali del mondo, come in una parte dell'Africa sub-sahariana, la popolazione preferisce spendere il suo scarso guadagno per combattere la fame e far fronte ai beni primari. In alcune zone del Kenya, per esempio, poter comprare gli assorbenti per il ciclo viene considerato un lusso e per questo motivo, alcune ragazze ricorrono a metodi molto duri per poterseli permettere.

Il ciclo mestruale è un fenomeno fisiologico normalissimo nella donna, ma non per tutte le culture. Infatti ci sono dei Paesi nel mondo che ancora oggi, lo considerano un vero dilemma. In Africa ad esempio il ciclo mestruale costituisce ancora una problematica complessa. Secondo delle statistiche, in Kenya, il 65% delle donne e delle ragazze non possono permettersi gli assorbenti e sono costrette a prostituirsi per procurarsi il denaro per comprarli.

Michelle Tatu è una ragazza diciassettenne proveniente da Kibera, una baraccopoli della città di Nairobi, in Kenya. Qualche anno fa, quando la ragazza ebbe le sue prime mestruazioni, non era a conoscenza di questo “fenomeno” naturale femminile e si terrorizzò a morte (letteralmente). Michelle, pensò infatti che era prossima alla morte e cercò di fermare l’emorragia con le uniche cose che aveva a disposizione: stoffa e cotone.

Le mestruazioni, un tabù che non viene ancora superato
Le mestruazioni in Africa sono ancora un grande tabù, infatti molte ragazzine non sono a conoscenza delle mestruazioni e non appena arrivano per la prima volta, sono spesso terrorizzate perché non capiscono costa sta succedendo al loro corpo.

Nelle scuole del Kenya, così come fra le mura domestiche, parlare di ciclo mestruale è ancora un argomento molto delicato. Di conseguenza, le nozioni a disposizione delle giovanissime sono scarse. Ma la paura è comune non solo tra tutte le giovani del Kenya, ma anche nel resto del continente africano.


Una ragazza su 10, nell’Africa sub-sahariana, salta la scuola durante le mestruazioni perché non può permettersi gli assorbenti che costano troppo (1 dollaro a pacco). Gli stessi genitori non ritengono la spesa degli assorbenti come qualcosa di primaria necessità, e preferiscono preoccuparsi più del cibo o dei vestiti.


Michelle aveva paura, non sapeva come dire ai genitori che le era capitata una cosa del genere, per lei “grave”. Nonostante questo, non avendo alcuna motivazione che la spingesse ad evitare la scuola, si recò in classe con la terribile paura che il sangue potesse macchiarla e farle fare una brutta figura davanti ai suoi compagni di scuola.

La ragazza, in un’intervista per The Guardian, spiega che inizialmente non sapeva cosa le stesse accadendo, pensò che si era fatta male, ma come? Non riusciva a spiegarselo neanche lei. Adesso, però, arrivata all'età di diciassette anni, di quella paura così forte non è rimasta neanche l’ombra e Michelle è la prima a partecipare alle marce per i diritti delle donne che si svolgono a Kibera.

L’organizzazione The Culp, ha preso a cuore questo caso e si occupa di donare delle coppette mestruali alle ragazze come Michelle. Queste coppette non sono usa e getta e, se lavate per bene, possono essere riutilizzate fino a dieci anni.

Michelle confida di non provare più nessun imbarazzo per le sue mestruazioni proprio perché, essendo un fenomeno naturale, non c’è da vergognarsi. Ma non tutte la pensano come lei. L’imbarazzo per il ciclo, non solo in Kenya, ma nell'Africa sub-sahariana in generale è molto diffuso. Pensate che una ragazza su dieci, in questa parte dell’Africa, quando ha il ciclo preferisce saltare la scuola.

In Kenya, più della metà delle donne non possono permettersi “il lusso” di indossare gli assorbenti a causa dello scarso guadagno. È ovvio che ci siano altre priorità, come quella di sfamare i propri figli. È per questo motivo che, molte organizzazioni senza scopo di lucro insieme ai governi, ci tengono a farsi sentire e ad urlare che, anche queste ragazze, come il resto della popolazione mondiale, hanno il diritto di essere fornite di tutto ciò che necessitano senza doversi vergognare o nascondere. Nonostante questo, però, le ricerche sono poche e questo rende molto più difficile donare loro una mano d’aiuto.

Purtroppo non è tutto. La situazione è ancora più grave di quello che sembra. Secondo uno studio della dottoressa Penelope Phillips-Howard, in Kenya, una 15enne su 10 si prostituisce per far fronte alle mestruazioni. Per alcune di loro prostituirsi è l’unico modo disponibile per pagare l’occorrente necessario per il ciclo. Ma perché accade questo? Non potrebbero ricorrere agli unici mezzi disponibili?

Il ciclo, un problema igienico-sanitario
Mentre alcune ragazze non usano nulla per tamponare il sangue mestruale, altre ricorrono a metodi che mettono a rischio gli organi genitali.

Non è raro sentire di ragazze che utilizzano dei rimedi primitivi e pericolosi, come piume di pollo, pelle di capra e foglie secche. In particolare la pelle di capra è rara da trovare, per cui molte giovani donne la prendono in prestito durante il periodo mestruale e una volta terminato, la lavano e la restituiscono alla legittima proprietaria.


Tutto ciò perché la pelle di capra la possono indossare solo le donne sposate. Questo comporta alti rischi a livello di infezioni, che possono essere trasmesse da una giovane ad un’altra. Diverse ragazzine invece, tendono a fermare il sangue mestruale, sedendo su un cumulo di polvere che lo assorbe, saltando per ovvi motivi la scuola.


Il problema principale è che molte volte, ricorrere a questi “mezzi artigianali” comporta anche infezioni e malattie. È proprio il caso di Michelle che, quando ricorreva alle imbottiture dei materassi o anche a degli stracci, la situazione degenerava e oltre ai classici dolori del ciclo, doveva sopportare anche quello delle infezioni e della formazione di piaghe dolorosissime.

Le donne sentono l’urgente bisogno di parlare del ciclo, soprattutto nelle scuole, ma per molti professori la materia è tabù. Solo la metà delle ragazze del Kenya confessano di discutere apertamente delle mestruazioni a casa. Secondo quanto riporta Agnes Makanyi, specialista di reti idriche e fognarie di igiene dell’Unicef ​​in Kenya, il governo del Kenya, con il sostegno dell’Unicef, sta sviluppando linee guida nazionali per l’igiene mestruale nelle scuole, tra cui degli impianti di lavaggio e luoghi per lo smaltimento di prodotti sanitari.

La vergogna di essere derise dai compagni di scuola
Centinaia di ragazze che hanno raggiunto la pubertà, saltano le lezioni almeno una settimana al mese, poiché non si sentono a loro agio ad andare a scuola quando arrivano le mestruazioni.

Inoltre, in questo modo, tendono ad evitare di essere derise dai ragazzi. C’è da aggiungere che, le donne che vivono nelle baraccopoli, si trovano ad affrontare questa inevitabile esperienza in spazi veramente molto ristretti, con uno scarso accesso all'acqua e senza un posto privato dove lavarsi.

Per la popolazione femminile che vive nelle baraccopoli la vita è già difficile di per sé, visto che non ha gli stessi diritti degli uomini, quindi è di fondamentale importanza, che le adolescenti africane frequentino la scuola tanto quanto i maschi.

Ma questo non basta. La maggior parte delle ragazze vive molti anni all'interno delle scuole e, soprattutto quando incombe il ciclo, è bene che quest’ultime abbiano dei bagni indipendenti dai ragazzi, in modo tale da poter cambiare il proprio assorbente in maniera tranquilla e nel rispetto della privacy. In Kenya, nelle zone agricole, solo una piccola percentuale di scuole (32%) permettono alle ragazze di cambiare gli assorbenti in posti tranquilli lontani dalla frequentazione maschile.

Come superare il problema
Sono già stati raccolti dei fondi per acquistare e distribuire assorbenti direttamente alle ragazze negli accampamenti. Come si poteva immaginare, i fondi non sono bastati, infatti le Ong e il governo, stanno valutando l’introduzione degli assorbenti riciclabili o della coppetta mestruale.

In ogni caso, il primo ostacolo da superare non riguarda tanto l’introduzione di assorbenti riciclabili, che possono essere una soluzione ottimale nelle zone rurali, dove lo spazio e l’accesso all'acqua non sono un problema.

Il dubbio permane nelle baraccopoli, dove può essere molto imbarazzante per una ragazza, che già ha vergogna di ciò che le succede, lavare e mettere ad asciugare pubblicamente il proprio assorbente.


Secondo Marni Sommer, una professoressa della Columbia University che si occupa proprio della salute degli adolescenti dell’Africa sub-sahariana, l’arrivo del ciclo è un momento meraviglioso nella vita di una ragazza, perché è il momento in cui la sua vita inizia a cambiare. Secondo Marni, i genitori si trovano più a loro agio nel parlare di sesso piuttosto che del ciclo, e sebbene siano ancora tabù, queste conversazioni possono aprire la porta di quella comunicazione mancante che spinge ad affrontare temi più sensibili e a cambiare, per quanto possibile, la visione del mondo.

L'iniziativa del governo kenyano
Inoltre, il governo di Nairobi sta varando, con l’aiuto dell'Unicef, le linee guida di un programma di educazione igienica da sottoporre alle ragazze negli istituti scolastici.

Allo stesso modo delle donne dei Paesi industrializzati, anche quelle africane, hanno il diritto di ricevere maggiori informazioni su ogni aspetto della loro salute sessuale, e allo stesso tempo, di poter parlare in assoluta libertà del loro ciclo mestruale.

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Articolo a cura di
Maris Davis

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20 luglio 2015

I matrimoni abusati del Kenya, in barba alla legge

Specie nelle aree del nord-est del Kenya è diffusa la pratica di combinare matrimoni tra ragazzine minorenni e uomini maturi. In barba alla legge. Sono ragioni economiche a determinare la scelta delle famiglie.

La legge matrimoniale (Mariage Act 2014), adottata un anno fa dal Kenya, non ha fermato la pratica dei matrimoni tra ragazzine sotto i 18 anni e uomini adulti. Anzi è in aumento. La stessa legge kenyana adottata un anno fa e che impedisce alle minorenni di sposarsi, ha invece reso legale la poligamia, ripristinando la tradizione in vigore prima della colonizzazione inglese.

Una contraddizione che ha provocato l'effetto contrario a quello voluto. Attualmente, il 26% delle adolescenti contrae matrimonio prima della maggiore età, secondo l’organizzazione Girls Not Brides, stime che raggiungono il 34% per l’ONG Plan international (Promoting child rights to end child poverty) nelle zone più povere del paese. È molto più facile sposare una "bambina" come seconda o terza moglie, giustificando l'atto come "tradizione".

La diffusione di queste unioni si concentra nelle regioni di nord-est e della costa, con minor prevalenza al centro e nella capitale. La provincia di Kilifi ha la più alta percentuale (47.4%) seguita da Homa Bay (38%). Una pratica diffusa quasi esclusivamente tra la popolazione di religione islamica e animista. Una pratica quasi inesistenza tra la minoranza cristiana del Kenya.

Si tratta di legami saldati per necessità economiche della famiglia che cede (vende) la figlia in cambio di denaro, bestiame o terreni, ma in molti casi le ragazzine (spesso sotto i 14 anni) sono segnate a dito quasi fossero responsabili di quanto accade. Il loro "compratore" stupra queste ragazzine, le costringe ad avere rapporti sessuali, e una volta che rimangono incinta, per vergogna i parenti le costringono a sposare l’uomo che ha abusato di loro.

Per giustificare questa pratica vengono usate motivazioni religiose, culturali o tradizionali. I matrimoni avvengono per lo più in zone rurali con uomini spesso molto più vecchi (non di rado anziani). Le adolescenti sono così costrette ad abbandonare gli studi e sono più esposte al rischio di contagio di malattie come l’aids, all'hiv e al decesso legati a gravidanza prematura e parto.

La legge sui matrimoni, del marzo 2014, fissa a 18 anni l’età minima per potersi sposare e stabilisce pene severe per i contravventori. Ma il radicato sistema di corruzione e i forti legami di appartenenza etnica e famigliare vanificano, di fatto, i tentativi di mettere fine a tali unioni che precludono alle adolescenti ogni possibilità di un corretto sviluppo educativo, psicologico, individuale e sociale.

Situazione in Africa. Ben peggiore è la situazione in altri paesi del continente africano, in cui non esiste legislazione in merito. È il caso del Niger che registra il 75% di matrimoni di minorenni, seguito da Ciad (72%), Guinea Conakry (63%), Mali (55%), Mozambico (52%), Malawi (50%), Madagascar, Sierra Leone e Burkina Faso (48%).

In alcune zone del Malawi, secondo l’organizzazione Equity Now, una volta raggiunta la pubertà (tra gli 8 e i 13 anni), le bambine ricevono la visita notturna di un uomo adulto (chiamato hyena) che ha rapporti sessuali con loro per "prepararle al matrimonio".

In Mali e Tanzania l’età minima per sposarsi è più bassa per le femmine (15/16 anni) rispetto ai maschi (18 anni).

"Se la tendenza attuale continuerà il numero di queste unioni precoci nel mondo salirà a 14,2 milioni annuali nel 2020 e a 15,1 milioni all'anno nel 2030". I dati attuali sembrano, purtroppo, confermare queste previsioni.



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