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18 febbraio 2019

Sud Sudan. Tra stupri di massa, guerra e accordi di pace

Centinaia di donne e bambine stuprate sistematicamente da uomini armati nella zona di Bentiu, in Sud Sudan, dove dal 2013 è in corso una sanguinosa guerra civile che va avanti tra accordi di pace finora sempre sistematicamente violati.


Un comunicato dell’organizzazione Medici Senza Frontiere (MSF), diffuso il 30 novembre scorso, ha scosso l’opinione pubblica sud-sudanese e internazionale e reso nuovamente di attualità il problema della violenza sessuale usata come arma di guerra.

In soli 10 giorni il personale di MSF, nella città di Bentiu nel nord del Sud Sudan, aveva assistito 125 donne che erano state violentate da uomini armati in una zona a pochi km di distanza.

Gli aggressori, in abiti civili e militari, non avevano risparmiato bambine al di sotto dei dieci anni e persone anziane e, oltre a stuprare, avevano percosso e derubato le vittime dei loro pochi averi.

Bentiu
Già capitale dello stato sudanese dell’Unita, situata sulle rive del fiume Bahr al-Ghazal (fiume delle gazzelle) in un territorio petrolifero, dal 2011 Bentiu fa parte del territorio del Sud Sudan indipendente.

L’accordo di pace raggiunto il 12 settembre 2018 dai due contendenti, il presidente Salva Kiir di etnia dinka e l’ex vicepresidente Riek Machar di etnia nuer, con la mediazione di Sudan e Uganda, non è granché convincente.

Per esempio, l’accordo non dice nulla sul numero degli stati della confederazione sud-sudanese, che sono passati da 10 a 32 con decreti governativi durante la guerra civile. Una suddivisione su base etnica che consolida il controllo delle risorse da parte dell’etnia dinka.

La violenza di genere e lo stupro sono una raccapricciante costante nella guerra civile iniziata nel 2013 e di fatto ancora in atto in Sud Sudan. Ma i recenti eventi di Bentiu, dopo la firma di una fragile pace lo scorso settembre, hanno colpito per il numero elevato di vittime in un’area specifica e in uno spazio di tempo limitato. L’azione è parsa essere come un atto sistematico e pianificato che ha inferto ulteriore sofferenza e smarrimento a popolazioni già duramente provate dal conflitto.

Centinaia di donne sono state aggredite mentre si recavano in città in cerca di cibo, e a nulla sono valsi i tentativi di mariti e familiari di difenderle.

Di fronte a una forte reazione dei media, che questa volta c’è stata, il governo ha nominato una prima commissione d’inchiesta ma ha concluso i lavori in modo insoddisfacente, tentando persino di dichiarare inesistenti i fatti anche di fronte alla denuncia di organizzazioni umanitarie e a una indiretta conferma della rappresentanza delle Nazioni Unite nell'area. Il presidente è stato dunque costretto a richiedere una seconda inchiesta.

C’è da sperare che almeno questa volta la giustizia faccia il suo corso e che gli autori di questa violenza di massa e i loro mandanti siano chiamati a rendere conto di un crimine che allontana la possibilità di stabilizzare il paese (sebbene ufficialmente una pace sia stata firmata).

Aldilà delle possibili motivazioni politiche e degli scopi intimidatori dell’atto in un’area divisa in fazioni etniche, rimane il fatto che nelle vittime di Bentiu è stato intenzionalmente colpito chi è fisicamente più debole e non può difendersi, cioè donne e bambine di fronte a gruppi di uomini armati.

In aree di guerra la violenza sessuale è moneta corrente da centinaia di anni, come storicamente documentato. È un modo per umiliare “il nemico”.

Questo episodio di stupro di massa è inserito in un quadro più ampio, che è quello della logica del più forte fisicamente, e come problema che non riguarda solo paesi in guerra ma anche società apparentemente pacifiche.

Senz'altro va intensificata l’opera di prevenzione ed educazione. Forse il punto è credere e lavorare di più non solo per la parità di genere, ma per la realizzazione dell’armonia nella relazione fra uomo e donna.




Articolo di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

22 gennaio 2018

L'indifferenza del mondo e il disastro umanitario del Sud Sudan

Anche i ripetuti appelli di Papa Francesco cadono nel vuoto. Staccatosi nel 2011 dal Sudan, dopo 20 anni di guerre e a seguito di un referendum che chiedeva l’indipendenza della zona meridionale a fortissima maggioranza cristiana, il Sud Sudan, il più giovane Stato africano, è entrato dal 2013 nel vortice della guerra civile e non riesce più a uscirne.


Da quando le truppe leali al presidente, Salva Kiir, e le milizie dell’ex vice-presidente Riech Machar hanno cominciato a fronteggiarsi senza risparmio di colpi, sono morte 300 mila persone mentre a milioni hanno lasciato il Paese o si sono spostati in altre zone interne per sfuggire agli scontri.

A far da cornice a una situazione drammatica, una carestia spaventosa che è in gran parte causata dall'impossibilità di coltivare i campi e occuparsi del bestiame a causa del conflitto. Secondo le statistiche più accreditate, oggi, circa 7 dei 12 milioni di abitanti, soffrono la fame.

Il Sud Sudan non è un paese per bambini

L’Unicef ha diffuso l’ultimo rapporto sullo stato dei bambini in Sud Sudan, paese in guerra civile da tre anni. I dati sono impressionanti e dimostrano che sempre i bambini sono sempre più le vittime dei conflitti e delle crisi. Nelle guerre del secolo scorso morivano in prevalenza i soldati. Oggi muoiono soprattutto civili e tra questi i bambini rappresentano una parte importante.

Ecco i dati:
  • oltre 250mila bambini colpiti da malnutrizione grave,
  • due milioni e mezzo costretti a fuggire dalle loro case,
  • quasi ventimila reclutati per combattere,
  • una scuola su tre è stata danneggiata, distrutta, occupata o chiusa,
  • oltre milleduecento casi documentati di violenza sessuale.
Il rapporto conclude con un altro dato allarmante: il Sud Sudan è il luogo più pericoloso del mondo per gli operatori umanitari che, tra le altre cose, si occupano di assistenza e protezione dei bambini. Nei tre anni di guerra sono stati uccisi ben 2.300 bambini.

A corredo di questi numeri non si può non sottolineare il fatto che la guerra in Sud Sudan, scoppiata nel dicembre del 2013 a soli due anni dall'indipendenza del sud dal nord, non sembra avere piani credibili per avviare un negoziato che faccia cessare il conflitto o che almeno raggiunga un cessate il fuoco per avviare trattative in una situazione di non-guerra.

Insomma sembra proprio che per il Sud Sudan non ci siano speranze. È il posto più pericoloso del mondo ed è condannato a restarlo anche perché i bambini, in teoria, rappresentano comunque il futuro, la nuova generazione che può cambiare le cose e portare speranza. Ma se i bambini escono da esperienze come queste, in cui la guerra e la violenza sono state le uniche protagoniste, non saranno certo portatori di speranza.

250.000 bambini potrebbero morire entro luglio
Il Paese devastato dalla guerra ha visto oltre 2.300 bambini uccisi e 19.000 arruolati nei gruppi armati


Henrietta Fore, direttore esecutivo del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), ha dichiarato alla rete televisiva satellitare Al Jazeera che oltre 250.000 bambini del Sud Sudan “affronteranno la morte quest’anno prima di luglio” a causa della malnutrizione.

La notizia assume toni se possibile ancor più drammatici se si considera che dall'inizio degli scontri nel 2013, il Paese devastato dalla guerra ha visto oltre 2.300 bambini uccisi e 19.000 arruolati nei gruppi armati, secondo quanto riporta Al Jazeera. La guerra ha devastato la produzione agricola e, mentre il Sudan del Sud si avvicina alla sua stagione secca, le preoccupazioni per il cibo e l’acqua continuano ad aumentare.

Sud Sudan, un'emergenza senza fine

Più di un milione di sud-sudanesi sono fuggiti dalla guerra civile e si sono rifugiati in Uganda. Un vero, drammatico esodo biblico, mentre nel Paese africano continua uno dei più feroci conflitti africani.

All'interno del Sud Sudan milioni di persone non hanno cibo e acqua sufficienti per sopravvivere. Migliaia di bambini sono a rischio imminente di morte per denutrizione, malnutrizione e malattie correlate. Sono le persone più vulnerabili, donne e bambini, a pagare il prezzo più alto.

Ma anche chi è riuscito a scappare dalla trappola della guerra vive una condizione difficilissima.

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Articolo a cura di
Maris Davis

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04 gennaio 2018

Sud Sudan. L'ONU prevede una grave crisi alimentare

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, Ocha, e la comunità umanitaria del Sudan meridionale prima di Natale hanno lanciato un allarme per trovare 1,72 miliardi di dollari per assistere sei milioni di persone colpite dal conflitto, sfollamenti e fame.


«Cresce il bisogno di assistenza umanitaria con sfollamenti, insicurezza alimentare, malnutrizione, violenza e declino economico che si ripercuotono sulla salute, la sicurezza e i mezzi di sussistenza delle persone bisognose», ha dichiarato Alain Noudéhou, coordinatore umanitario per il Sudan meridionale, in un comunicato stampa dell’Ocha. «Oggi chiediamo 1,72 miliardi di dollari per continuare a fornire assistenza e protezione salvavita a sei milioni di persone più bisognose del Sud Sudan», ha dichiarato, sottolineando l’attenzione del piano sulla protezione dei gruppi vulnerabili, in particolare donne e bambini.

Dall’inizio del conflitto nel dicembre 2013, circa quattro milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, tra cui quasi 1,9 milioni di sfollati nel paese e circa 2,1 milioni nei paesi vicini. Man mano che il conflitto continua in alcune parti del paese, fame e malnutrizione sono aumentati e, senza interventi precoci, migliaia di persone in più aree rischiano la fame.

Tra il Sudan meridionale e Sud Sudan, un inizio della stagione magra più precoce del normale trascinerà, tra gennaio e marzo 2018, a 5,1 milioni di persone, pari al 48 per cento della popolazione, in una grave insicurezza alimentare. Inoltre, le indagini nutrizionali rivelano che circa la metà dei bambini sud sudanesi sotto i cinque anni sperimentano una malnutrizione acuta. Nonostante queste sfide, a fine novembre, le organizzazioni umanitarie avevano raggiunto oltre cinque milioni di persone dall'inizio dell’anno.

L'Ocha ha comunque ringraziato i donatori del Sud Sudan, che hanno contribuito per oltre il 70% al piano per il 2017 e ha invitato tutte le parti interessate a fare la propria parte nell'alleviarne le sofferenze.

A quattro anni esatti dallo scoppio della guerra civile, il Paese vive uno dei suoi momenti più tragici.


Nella brevissima storia del Sud Sudan, lo Stato più giovane al mondo, il 15 dicembre 2013 rappresenta una data fatale. Proprio in quel giorno infatti, è scoppiata una spaventosa guerra civile che, in brevissimo tempo, ha precipitato il Paese, indipendente dal Sudan solo dal luglio 2011, in una drammatica situazione da cui non riesce più a risalire.

Le truppe fedeli al presidente Salva Kiir (sempre definitosi un fervente cristiano, da anni prende regolarmente la parola nella cattedrale cattolica della capitale Juba) e le milizie dell’ex vice-presidente Riech Machar si combattono senza risparmiare colpi, faticando a trovare una via di dialogo. A farne le spese, neanche a dirlo, una popolazione stremata, colpita dal conflitto, da una carestia di dimensioni bibliche in gran parte causata dall'impossibilità di coltivare terre e allevare bestiame e da una povertà endemica per la quale non si prevedono programmi di recupero.

Le cifre sono impietose. Oltre 300mila persone sono morte negli ultimi 4 anni mentre sono 4 milioni gli individui costretti a lasciare le proprie case per trovare rifugio in altre zone del Paese (1,9 milioni) o oltre confine (2, 1 milioni).

Circa il 60% dei 12 milioni di abitanti soffre di denutrizione o fame. Una delle poche industrie profittevoli per il Paese, quella dell’estrazione del petrolio, è estremamente limitata per l’inaccessibilità dei pozzi a causa del conflitto. Come ha riferito di recente alla Reuters il coordinatore dell’Onu per il Sud Sudan «Se non sarà raggiunta la cifra richiesta dalla Nazioni Unite di 1,72 miliardi di dollari per fronteggiare l’emergenza, la crisi si aggraverà e per la popolazione il 2018 sarà anche peggiore del pessimo 2017»

Il dialogo nazionale convocato dal governo stenta a decollare. L’autorevole rivista Africa Confidential riferisce proprio in questi giorni che l’incontro convocato per lo scorso 18 dicembre ad Addis Abeba tra Salva Kiir e Riech Machar è partito malissimo tra accuse reciproche e rifiuti di compromesso. Il titolo dato ai colloqui, “High Level Revitalisation Forum”, secondo la rivista, «ha già perso significato»

Prima dell'indipendenza del 2011 il Sud Sudan era una provincia del Sudan, che si è staccata solo dopo un guerra durata 20 anni e un referendum fortemente voluto dalle Nazioni Unite

A lanciare l’ennesimo grido di allarme è Eduardo Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura-Yambio e presidente della Conferenza episcopale. Vittima lui stesso di conflitti passati. A soli nove mesi, persi entrambi i genitori, ha trovato rifugio tra le braccia della nonna in un campo profughi in Uganda dove è rimasto fino all'età di 5 anni. Dallo scoppio della guerra civile nel 2013 svolge un servizio pastorale all'interno del Sud Sudan e in Paesi limitrofi dove i suoi concittadini hanno trovato rifugio.

«La situazione è molto problematica. Si continua a sparare e bombardare e la sofferenza della gente nei campi così come nelle città e nei villaggi, è aumentata. Non hanno da mangiare e vivono costantemente nel terrore. Infatti sono poche le persone che escono dai campi profughi o dalle case, pochissime quelle che viaggiano, anche perché molte strade sono distrutte. C’è grande penuria di cibo e i beni al mercato hanno raggiunto prezzi esorbitanti specie per molte persone che non percepiscono il salario da oltre sette mesi. Nei campi profughi la sofferenza è davvero troppa. Il cibo del World Food Program non è mai abbastanza e spesso è a base di granturco, un ingrediente poco nutriente»


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Maris Davis

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18 settembre 2017

Quei profughi cristiani sud-sudanesi perseguitati che nessuno vuole salvare

I 700 mila profughi sud sudanesi rifugiati nell'islamico Sudan, bambini compresi, costretti a pregare Allah per mangiare. E le ONG tacciono.


Nessuna di quelle grandi Ong che si strappa le vesti per i migranti in Libia, denuncia le vessazioni subite dai cristiani del Sud Sudan, un paese devastato da una guerra fratricida, che hanno trovato rifugio nell'islamico Sudan.

I piccoli bambini cristiani sono lontani, non fanno notizia e la loro fede è d'intralcio in nome del politicamente corretto che non ama puntare il dito sulle discriminazioni religiose perpetrate dagli islamici.

Gli unici a denunciare tali nefandezze sono le organizzazioni cristiane, come Aiuto alla chiesa che soffre (Acs), fondazione pontificia. «I bambini cristiani nei campi profughi sudanesi sono costretti a recitare le preghiere islamiche per ricevere il cibo» ha rivelato una fonte locale protetta dall'anonimato per timore di ritorsioni.

Almeno 700mila cristiani del Sud Sudan, in fuga dall'orribile guerra civile che sconvolge il paese africano ormai da quattro anni e indipendente solo dal 2011, hanno trovato un rifugio precario sul territorio controllato dal governo islamista di Khartoum di Omar al Bashir (Sudan).

I profughi sono costretti a vivere in condizioni drammatiche confinati in campi poco degni di questo nome «perché il governo non permette loro di proseguire verso nord e raggiungere le città». Nei campi le razioni di viveri sono spesso insufficienti. La quantità fornita ogni mese a ciascuno famiglia dura appena per due settimane. Il motivo della scarsità di viveri è semplice: gran parte degli aiuti arrivano dalle agenzie per i rifugiati dell'Onu, ma vengono in gran parte trafugati e venduti al mercato nero. Spesso sui sacchi di aiuti in vendita sono ben visibili i marchi dell'Onu, che li ha donati per i rifugiati.

Acs denuncia che «il governo impedisce alle organizzazioni umanitarie di vigilare sulla distribuzione degli aiuti e non permette alle associazioni legate alla Chiesa di offrire alcun sostegno ai rifugiati»

Non stupisce che i cristiani non solo si trovino ad affrontare la miseria, ma pure la discriminazione se non persecuzione. In questo contesto si sono verificati i casi dei più piccoli costretti a recitare versi del Corano per ottenere il cibo quotidiano.

La discriminazione religiosa è «una piaga purtroppo diffusa in tutto il Sudan, afferma il direttore di Acs-Italia Alessandro Monteduro. Nel Sudan guidato dal regime islamista di Al Bashir, in cui vige la sharia islamica, la persecuzione anti cristiana ha raggiunto livelli gravissimi»

Diverse donne sono state arrestate all'uscita dalle chiese per «abbigliamento indecente» ovvero semplici pantaloni o gonne. I rappresentanti pastorali di due milioni di cristiani hanno inviato in maggio una lettera aperta al governo denunciando a chiare lettere la discriminazione, e protestando per le demolizioni delle chiese, la confisca di proprietà ecclesiastiche, l'impossibilità di costruire nuovi edifici di culto e le restrizioni agli spostamenti dei rappresentanti religiosi.

Mentre in Italia "qualcuno" sta ancora pensando di costruire moschee per gli immigrati di fede islamica, nell'islamico Sudan almeno 17 chiese sono state distrutte (dal governo) con la scusa che non rispettavano le norme vigenti. «E molte altre rischiano di essere abbattute», continua Monteduro. La motivazione addottata da Khartoum è la violazione dei piani regolatori, ma è ben noto l'intento di al-Bashir di eliminare la presenza cristiana dal Paese. Non a caso il Sudan è nei primi posti della lista nera dei paesi nel mondo per il mancato rispetto della libertà religiosa.
(Fonte "Aiuto alla Chiesa che Soffre")

Sud Sudan, il più grande serbatoio di migranti del mondo


I numeri fanno paura. Entro la fine dell’anno i rifugiati sud-sudanesi in Uganda potrebbero raggiungere la cifra di oltre due milioni. Ciò che è pazzesco è però che questi numeri si sono prodotti non nei decenni, ma solo nell’arco di un paio di anni, da poco dopo l’inizio della guerra civile.

Dunque un milione di rifugiati all’anno. Un ritmo insostenibile che non accenna a diminuire. Il Sud Sudan continua a sgocciolare profughi in Uganda, ma anche in altri paesi confinanti.

Ma la guerra sud sudanese fa ben di più di ciò che sta facendo in Uganda e che oggi sta allarmando le grandi agenzie Onu e l’opinione pubblica mondiale. Dal dicembre del 2013, cioè da quando è scoppiata la guerra civile in Sud Sudan, questo paese ha distribuito fuggiaschi in tutti i paesi vicini: in Etiopia, in Kenya, soprattutto nel già martoriato Congo e anche nel vecchio nemico del nord, il Sudan di Omar Al Bachir.

In totale, tra quelli in Uganda e quelli negli altri paesi, il Sud Sudan ha prodotto abbondantemente più di tre milioni di profughi. E ancora non è finita, perché poi ci sono gli sfollati interni che formalmente non rientrano nel computo dei rifugiati perché sono scappati, si, ma sono rimasti nel loro paese, senza casa, senza nulla, senza aiuti ma nel loro paese.

Insomma il Sud Sudan è uno dei più grandi produttori di rifugiati del mondo e, non si può non dirlo visto che il tema è di grande attualità, uno dei più grandi serbatoi del mondo di migranti che, prima o poi, prenderanno la strada del nord.

Ma perché i sud sudanesi hanno questa propensione a muoversi, questa vocazione a viaggiare? Manco a dirlo il motore di tutto questo attivismo è la guerra, una guerra assurda scoppiata poco prima del Natale del 2013. Un conflitto che ha bruciato sul nascere almeno 25 accordi di cessate il fuoco, e che oppone due personaggi che non vogliono sentire ragioni: il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Riek Machar. Il primo di etnia Dinka, il secondo di etnia Nuer, entrambi non hanno esitato ad innescare l’arma più odiosa, quella etnica.

Ora il conflitto è uno scontro frontale tra Dinka e Nuer. Il loro vecchio nemico del nord, Omar al Bashir, è accusato di crimini di guerra dalla Corte Internazionale ma loro no.

Loro si fanno forti delle immense ricchezze del loro paese: petrolio e le preziose acque del Nilo alle quali ambiscono le grandi potenze del pianeta, quelle emergenti asiatiche, le vecchie potenze coloniali, le monarchie del Golfo. Salva Kiir e Machar promettono a tutti concessioni, contratti appalti quando avranno vinto la guerra, naturalmente. Intanto producono profughi e ipotecano il futuro.

Degli oltre tre milioni di rifugiati, ben il 60% sono bambini



Articolo di
Maris Davis

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06 luglio 2017

Rapporto Amnesty International sulle atrocità in Sud Sudan


Nel Sud Sudan è in corso una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi tempi: sono quasi un milione gli sfollati nella regione di Equatoria, mentre continuano impunite le uccisioni di civili e le violenze su donne e bambine.

Il Sud Sudan è il più giovane stato al mondo: dopo decenni di conflitti, negoziati e un referendum di secessione dal Sudan ha raggiunto l’indipendenza il 9 luglio del 2011. I festeggiamenti per la “liberazione” e l’indipendenza sono durati pochissimo. Nel 2013 è esploso un conflitto armato che ha avuto un impatto devastante su milioni di civili.

Nella guerra civile in corso sono impegnate le forze dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan fedeli al presidente Salva Kiir e quelle legate all’allora vicepresidente Riek Machar, accusate di aver organizzato un colpo di stato a fine 2013 nella capitale Juba.

Una missione di Amnesty International ha visitato il Sud Sudan a giugno, documentando come le forze governative e di opposizione abbiano commesso crimini di diritto internazionale, compresi crimini di guerra, contro la popolazione civile.

Un nuovo rapporto, diffuso martedì da Amnesty International, descrive come è stato provocato l’esodo di circa un milione di persone dalla regione dell'Equatoria verso l’Uganda, trasformando la zona agricola più produttiva del Sud Sudan in un campo di morte.

Il rapporto, “If men are caught, they are killed, if women are caught, they are raped – Atrocities in Equatoria region turn country’s breadbasket into killing field” (Se vengono catturati, gli uomini vengono uccisi, le donne stuprate – Atrocità nella regione dell’Equatoria hanno trasformato il granaio del paese in un campo di morte), è basato su una ricerca sul campo condotta nel mesi di giugno nelle zone di Yei e Kajo Keji, nell’Equatoria Centrale, e ha potuto documentare anche episodi avvenuti a ridosso della presenza di Amnesty nella zona.

Vi si dice che le forze governative, appoggiate da milizie tra cui la famigerata e impunita “Mathian Anyoor” (composta per lo più da giovani combattenti dinka del Bhaar el Gazal, sotto il diretto comando dell’ex capo di stato maggiore Paul Malong Awar e del presidente Kiir, la stessa a cui viene attribuita la maggior responsabilità del massacro dei Nuer a Juba alla metà di dicembre del 2013, episodio che ha scatenato la guerra civile), si sono rese responsabili di una lunga serie di gravissime violazioni dei diritti umani. Sebbene su scala minore, anche i gruppi armati di opposizione hanno compiuto gravi abusi.

"Era la quinta volta che l'esercito attaccava il villaggio. Le volte precedenti si erano presi delle cose, avevano portato via degli uomini per torturarli e delle ragazze per stuprarle, poi le avevano liberate. Lo hanno fatto anche a Susie, la nipote di mio marito, di 18 anni. Era il 18 dicembre scorso"
Joyce, una madre di sei figli del villaggio di Payawa, il 18 maggio ha assistito all'assassinio di suo marito e di altri cinque uomini.
"Il solo modo di essere al sicuro per donne e ragazze è quello di essere morte. Non c’è modo di esserlo fino a quando sei viva. È brutto da dire ma la situazione è questa…"
Mary, 23 anni, madre di cinque figli. Nell'aprile 2017 tre soldati hanno fatto irruzione nella sua abitazione in piena notte e due di loro l’hanno stuprata.

Nel rapporto vengono riportate testimonianze terribili. Mary, 23 anni, madre di 5 figli, violentata dai soldati governativi ha testimoniato: “L’unico modo di essere risparmiate per le donne e le ragazze, e quello di essere morte, non c’è modo di sfuggire se siamo vive”. Il documento comprende anche impressionanti fotografie di corpi bruciati e dilaniati, di villaggi razziati, rasi al suolo e bruciati insieme ai campi coltivati.

Il cibo come arma di guerra
L’accesso della popolazione civile al cibo è estremamente limitato. Sia il governo che i gruppi di opposizione hanno bloccato le forniture in determinate zone, si dedicano a saccheggiare i mercati e le abitazioni private e prendono di mira chi prova a passare lungo la linea del fronte anche con una minima quantità di cibo. Ognuna delle parti accusa i civili di passare cibo a quella avversa o di essere sfamata da questa.

A Yei, dove la maggior parte degli abitanti è fuggita nel corso dell’ultimo anno, i pochi civili rimasti sono praticamente sotto assedio. Non potendo più andare in cerca di cibo nei campi, soffrono per la grave penuria di prodotti alimentari.

Il 22 giugno le Nazioni Unite hanno ammonito che l’insicurezza alimentare ha raggiunto livelli senza precedenti in Sud Sudan.

Così, una regione di fondamentale importanza per la sicurezza alimentare del paese, risparmiata dal conflitto fino ad un anno fa, è stata ripulita dalla sua popolazione. La produzione agricola è crollata e il cibo è usato come arma per la guerra, documenta inoltre il rapporto. Yei, 300.000 abitanti prima del conflitto, è ora sotto assedio ed è ormai quasi deserta perché viene impedito il rifornimento dei cibi di base.

Il rapporto conclude raccomandando, tra l’altro, a tutte le forze in campo di riprendere il controllo dei propri uomini, di distinguere, nel conflitto, tra civili e militari, e di mettere fine all’impunità. Raccomandazioni già fatte da altri organismi internazionali, finora cadute nel vuoto.

Proteggere i civili dalla carneficina in corso
“È crudelmente tragico che questa guerra ha trasformato il granaio del Sud Sudan, che un anno fa poteva sfamare milioni di persone, in un campo di morte che ha costretto quasi un milione di persone alla fuga in cerca di salvezza“

“Tutte le parti in conflitto devono riprendere il controllo dei loro combattenti e cessare immediatamente gli attacchi contro i civili che sono protetti dalle leggi di guerra. I responsabili delle atrocità, in qualsiasi parte militino, devono essere sottoposti alla giustizia. Nel frattempo è fondamentale che i peacekeeper delle Nazioni Unite eseguano il loro mandato che è quello di proteggere i civili dalla carneficina in corso“
(Amnesty International)

5.5
MILIONI DI CIVILI HANNO OGGI BISOGNO URGENTE DI ASSISTENZA UMANITARIA
1.9
MILIONI DI PERSONE IN FUGA DAL CONFLITTO STA CERCANDO RIFUGIO NELLE REGIONI AL CONFINE CON IL SUD SUDAN
86%
DEI RIFUGIATI SONO DONNE E BAMBINI
2013
L'ANNO DI INIZIO DEL CONFLITTO ARMATO

“If men are caught, they are killed, if women are caught, they are raped – Atrocities in Equatoria region turn country’s breadbasket into killing field”


"Avete mai sentito parlare dell'Equatoria? In questa regione del Sud Sudan la crisi dei rifugiati sta precipitando velocemente. Sono centinaia di migliaia i civili in fuga per sfuggire alla fame, alle atrocità e al terrore"



Articolo a cura di
Maris Davis

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29 maggio 2017

Sud Sudan, dove il diritto alla salute non esiste

"Il diritto alla vita, alla salute, alla sicurezza, qui non esiste; lo leggi negli occhi rassegnati delle madri che non hanno nulla da mangiare per i propri figli, ma anche in quelli disillusi dei soldati che non sanno più perché combattono e muoiono lontano da casa, senza salario e cibo, ragazzi sempre affamati, alti come pertiche e magri come stecchi"
La testimonianza di Alessandra Cattani, medico chirurgo nell'ospedale di Lui, Sud Sudan, per Medici con l'Africa (CUAMM)


Il villaggio di Lui, e tutto lo Stato di Mundri West, analogamente a quasi tutto il Sud Sudan, soffre la fame. A Lui la situazione è aggravata dallo stato di insicurezza che paralizza gli spostamenti e il commercio. Le strade non sono sicure, le aggressioni e le rapine sono ormai all'ordine del giorno. Sempre più frequentemente giunge voce di persone, anche tra gli infermieri del nostro ospedale, che sono state assalite e derubate di tutto nelle loro abitazioni. Non si tratta quasi mai di azioni di militari, ma di singoli individui spinti dalla miseria e dalla fame.

La maggior parte della gente non ha reddito e mentre prima si riusciva a rimediare qualcosa con poco, ora non è più così. Il mercato è vuoto, da Juba non arrivano più prodotti perché percorrere le strade, specie con generi alimentari, è estremamente rischioso. Non si trova quasi più nulla da mangiare, i prezzi triplicano di giorno in giorno, a causa della svalutazione della moneta locale rispetto al dollaro.

I soldati, di stanza qui a Lui per mantenere l’ordine e garantire la sicurezza, non ricevono il salario da mesi, sono senza un soldo, magrissimi e affamati. Quando vengono ricoverati per ferite da arma da fuoco, chiedono regolarmente di ritardare la dimissione per poter restare a riposare in ospedale e mangiare qualcosa.

Ora che è iniziata la stagione delle piogge la gente potrebbe iniziare a coltivare la terra, ma quest’anno la maggior parte teme che il frutto del proprio lavoro sia spazzato via dal conflitto come è successo l’anno scorso. Non coltivare aggrava la situazione.

Anche in ospedale vi sono ripercussioni: non solo sta aumentando il numero dei bambini gravemente malnutriti, ma, purtroppo in modo allarmante, anche quello dei ricoveri nel reparto di medicina adulti per tubercolosi, una malattia che si accompagna costantemente alla miseria e alla fame. Nel reparto di pediatria, in precedenza le mamme arrivavano in ospedale con il loro sacchetto di riso e fagioli, ora a mani vuote e senza un soldo.

I pazienti dimessi, soprattutto quelli che abitano lontano, non vogliono correre il rischio di tornare a casa a piedi, col timore, giustificato, di essere assaliti, picchiati o rapinati. In attesa del trasporto per tornare a casa, stazionano nelle verande dell’ospedale anche per alcuni giorni senza nulla da mangiare. Spesso ci chiedono se possiamo dare qualcosa ai loro bambini. L’ospedale dovrebbe e potrebbe fornire cibo solo alle categorie più vulnerabili (donne in attesa o che hanno appena partorito, bambini malnutriti, pazienti con tubercolosi o sieropositivi), ma a questo punto lo stiamo dando praticamente a tutti.

Anche il rifornimento di farmaci per l’ospedale ormai è interamente sulle nostre spalle. Fino a un paio d’anni fa, un camion del ministero arrivava due volte l’anno carico di medicinali e materiali per la sala operatoria e le medicazioni, ora non più.

La situazione è drammatica e quello che spaventa di più è il fatto di non riuscire a intravedere prospettive di miglioramento. Il diritto alla vita, alla salute, alla sicurezza, qui non esiste; lo leggi negli occhi rassegnati delle madri che non hanno nulla da mangiare per i propri figli, ma anche in quelli disillusi dei soldati che non sanno più perché combattono e muoiono lontano da casa, senza salario e cibo, ragazzi sempre affamati, alti come pertiche e magri come stecchi.
(Alessandra Cattani, Medici con l'Africa)



Emergenza Carestia Sud Sudan

Per trovare riparo, le comunità si nascondono nelle isole della contea di Panyijar che sorgono nelle paludi lungo il Nilo, dove manca qualsiasi supporto. Il Cuamm ha organizzato tre team mobili su barca che si muovono per portare primo soccorso, con screening dello status nutrizionale, vaccinazioni e visite.

Una barca ambulanza trasferisce le emergenze al centro sanitario di Nyal, il più vicino alla zona di carestia. Il Cuamm doterà il centro di una sala operatoria e di un chirurgo per la risposta alle emergenze e realizzerà un laboratorio di analisi. Provvederà a fornire medicinali, supplementi nutrizionali e attrezzature, tra le quali un impianto a energia solare per rendere la struttura operativa in modo continuo.




Articolo a cura di
Maris Davis

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22 giugno 2016

Sud Sudan, l'ONU proroga le sanzioni ma non riesce a fermare la fame

Sud Sudan, l'Onu proroga le sanzioni fino al 31 maggio 2017. La risoluzione delle Nazioni Unite chiede che i leader del Sud Sudan pienamente e immediatamente aderiscano al cessate il fuoco permanente.

Restrizioni economiche ed embargo totale sulle armi nei confronti delle fazioni in lotta nel governo del Sud Sudan sono state prorogate fino al 31 maggio 2017, in base a una risoluzione unanime approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Dopo l'indipendenza dal Sudan nel 2011, il Sud Sudan è piombato in una guerra civile che dal 2013 provoca morte e distruzione, e violenza feroce. Le forze fedeli al presidente Salva Kiir combattono contro quelle del leader rivale Riek Machar. Un guerra combattuta sia per motivi etnici, ma soprattutto per mettere le mani sul petrolio di cui il paese è ricco.

Nel mese di aprile, le parti in conflitto hanno accettato un accordo mediato a livello internazionale che ha restituito la vicepresidenza della nazione di Riek Machar in un governo di unità nazionale. La risoluzione chiede che i leader del Sud Sudan pienamente e immediatamente aderiscano al cessate il fuoco permanente, in conformità con i loro obblighi derivanti dal contratto. Inoltre, la risoluzione chiede che il "Sud Sudan consenta un pieno, sicuro e senza ostacoli accesso umanitario per contribuire a garantire la puntualità nella consegna di aiuti umanitari a tutti coloro che ne hanno bisogno"

In tre anni di guerra civile sono stati firmati decine di accordi per il cessate il fuoco tra le due fazioni rivali. Tutti gli accordi sono sempre stati disattesi.

Il Sud Sudan ai confini della fame estrema. Nello Stato di Unity 40.000 persone alla fame e 2.790.000 sud-sudanesi sono in "crisi" o "emergenza"

La guerra in Siria ha fatto sparire dalle TV e dalle pagine dei giornali un’altra guerra civile petrolifera che sconvolge lo Stato più giovane del mondo: il Sud Sudan. Secondo l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), un partenariato globale per la sicurezza alimentare, in alcune aree dello Stato di Unity la situazione è davvero terribile. Una situazione che è destinata a peggiorare. Ma la carenza di informazioni su quel che sta succedendo in Sud Sudan rende impossibile sapere se si è ormai giunti al punto di quella che l’IPC definisce tecnicamente una carestia.

La guerra che sta devastano il poverissimo Sud Sudan e gli esodi della popolazione civile massacrata sia dalle truppe governative che dai ribelli potrebbero aver già spinto vaste aree del Paese verso un punto di non ritorno, e i mutamenti climatici portati da El Niño in tutta l’Africa orientale potrebbero aver dato il colpo di grazia. Gli Stati più colpiti, con un’insicurezza alimentare acuta che a dicembre 2015 riguardava già almeno il 57% della popolazione, sono Unity, Jonglei e Upper Nile.

Lo Stato dove la situazione è peggiore è l’Unity, il più colpito dai combattimenti tra truppe governative e ribelli e dal quale sono fuggite moltissime persone, perdendo così le loro fonti di sostentamento e che sono state derubate del loro bestiame. Altri 200.000 profughi interni provengono dagli Stati di Northern Bahr El Ghazal, Warrap ed Equatoria. L’insicurezza dell’area sta limitando l’accesso dei profughi all'assistenza umanitaria, aggravando ulteriormente la loro situazione di insicurezza alimentare.

Più della metà delle provincie del Sud Sudan,
colorate in arancione e rosso, sono in una situazione
di carestia grave o estrema
Secondo l’IPC, già a dicembre c’era un aumento complessivo della popolazione che ha bisogno di assistenza umanitaria urgente. "Oltre allo Stato di Unity, alcune delle aree che hanno mostrato un deterioramento sono gli Stati di Northern Bahr El Ghazal e Warrap, che si prevede abbiano almeno un quinto della popolazione che ha bisogno di assistenza umanitaria"

Sulla scala della fame dell’IPC, almeno 40.000 persone dello stato dell’Unity potrebbero già vivere a livello 5, cioè il massimo livello di rischio, la condizione peggiore possibile. Il Sud Sudan è in totale caduta libera e il mondo non si preoccupa perché i rifugiati sud-sudanesi non naufragano sulle coste d’Europa.

Intanto, mentre la guerra civile per il petrolio e il potere in Sud Sudan continua, le stime ufficiali sono già da catastrofe umanitaria: 40.000 persone vivono in uno stato "catastrofico" nell’Unity e almeno 2.790.000 persone subiscono una "crisi" o uno stato di "emergenza" alimentare ed igienico-sanitaria.

Soldato si uccide perché i suoi figli sono morti di fame. Un soldato dell’esercito governativo sì è ucciso perché alcuni dei suoi figli sono morti a causa della carestia e non aveva più speranza di poter provvedere agli altri.

Lo scioccante episodio sarebbe avvenuto in un quartiere periferico di Juba, New Site, dove il militare viveva con la famiglia. L’episodio avrebbe provocato disordini tra le forze di polizia e i familiari del suicida, che accusavano le autorità per la morte dell’uomo. Un collega testimonia che il militare era disperato perché non era in grado di badare alla propria famiglia, dopo tutto quello che aveva fatto per il paese.

Anche i militari senza paga da parecchi mesi. Anche il soldato suicida era da parecchi mesi che non riceveva il salario, come del resto gli altri militari e gli impiegati governativi, per la disastrosa situazione economica del paese a causa della guerra civile e delle politiche monetarie e finanziarie del governo.

L’inflazione è fuori controllo: la moneta sud sudanese ha perso il 90% del suo valore in sei mesi. Di contro, i prezzi delle derrate alimentari di base, in gran parte importate dai paesi vicini, aumentano quotidianamente (il costo dei cereali è quintuplicato rispetto all’anno scorso), così che il loro acquisto è ormai fuori dalla portata della gran parte della popolazione.

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Articolo di
Maris Davis



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