Visualizzazione post con etichetta Biafra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Biafra. Mostra tutti i post

24 agosto 2018

Chi erano i bambini del Biafra. Mezzo secolo di una tragedia diventata proverbio

50 anni fa il Biafra. Un nome cancellato dalle mappe geografiche della Nigeria. E questa è Storia.

Operatore umanitario mentre lava un bambino del Biafra,
un "barile", uno di quelli destinati ad essere riempiti di petrolio

"Pensa ai bambini del Biafra". In quanti se lo sono sentiti dire o lo dicono ancora ai propri figli di fronte a un capriccio a tavola. Ma chi erano i bambini del Biafra, e perché dopo cinquant'anni si parla ancora di loro.

"Gli Igbo si impiccano da soli". Dice così un proverbio nigeriano riferito al gruppo etnico di una regione ricchissima di petrolio, che nel 1967 tentò di far nascere la Repubblica autonoma del Biafra. Forse mai, come in questo caso, la storia conferma quanto fosse azzeccata quella profezia.

Mia madre è Igbo, quell'orrore lo ha visto da vicino e quando tutto ebbe inizio era una ragazza poco più che ventenne. Vide quei bambini morire di fame e stenti mentre le compagnie petrolifere continuavano imperterrite ad estrarre il petrolio.

Alla fine di quella guerra perduta anche mia madre con i suoi familiari fu costretta ad andarsene, assieme ad altri 5 milioni di profughi. Dovette abbandonare la terra che fu di suo padre e prima ancora di suo nonno per far posto ai pozzi di petrolio. Terre rubate, vendute per pochi naira a compagnie petrolifere "straniere" che sulla terra degli Igbo costruirono le loro ricchezze.

Fu davvero una sorte tragica quella degli Igbo e di alcune altre etnie minoritarie che abitavano nella regione Sud-orientale della Nigeria. Una sorte segnata dalla scelta di autoproclamarsi repubblica indipendente, in un tentativo di secessione che costò la vita a oltre tre milioni di persone, un terzo dei quali erano bambini, lasciati letteralmente morire di fame, a causa di un blocco economico durato più di tre anni.

Per intere generazioni, e ancora oggi, il Biafra, i "bambini del Biafra", sono una frequentazione proverbiale, quasi mitologica. In quanti hanno sentito dire, o dicono ancora ai propri figli quando rifiutano il cibo: "Pensa ai bambini del Biafra". Ma quanti sanno di cosa stiamo parlando, e perché si parla del Biafra. Per rispondere bisogna andare indietro di mezzo secolo.

Come in molte nazioni africane, dove la fragilità degli equilibri multietnici fa pagare prezzi altissimi, in termini di vite umane, di instabilità politica, di tensioni sociali e sottosviluppo, anche la Nigeria, tra il maggio del 1967 e il gennaio del 1970, conobbe gli orrori di un conflitto civile, che provocò un vero e proprio sterminio per fame.

Il governo centrale nigeriano, in risposta al tentativo di secessione, mise in atto un accerchiamento severissimo attorno alla regione che aspirava all'autonomia. Fu un vero e proprio strangolamento, perché venne fin da subito impedito l'arrivo nella regione anche del minimo necessario alla sopravvivenza della popolazione.

Avvolgendo di poco il nastro per comprendere meglio il contesto storico che fece da sfondo alla tragedia del Biafra, occorre arrivare al gennaio del 1966. C'erano appena state le elezioni presidenziali, seguite dal solito strascico di accuse di brogli reciproche. Fu per questo che alcuni reparti dell'esercito nigeriano, nella maggioranza ufficiali di etnia Igbo, per mettere fine alle polemiche e ai disordini, organizzarono un colpo di Stato.

Al governo fu insediato un generale, Johnson Aguiyi-Ironsi, anche lui di etnia Igbo e subito preso di mira dagli oppositori, con l'accusa di aver fatto promozioni di militari del suo stesso gruppo, a danno di altri di etnia diversa.

Alla fine di luglio dello stesso anno, dal Nord del Paese partì un contro-colpo di Stato, che portò alla guida della Nigeria Yakubu Gowon. In tutto il Paese si scatenò l'inferno, che provocò il massacro di minoranze Igbo di religione cristiana, residenti nel Nord dove la maggioranza è mussulmana.

Fu così che gli abitanti della parte sud-orientale del Paese, cioè quella più ricca di risorse petrolifere, si sentirono esclusi e cominciò a diffondersi la convinzione che tutte le immense ricchezze del sottosuolo (di cui comunque la popolazione nigeriana nel suo complesso non ha mai goduto i benefici) venissero sfruttate dal nuovo blocco di potere costituito dalle etnie del Nord. Fu dunque questo stato di cose a far maturare l'impulso alla secessione degli Igbo.

I "biafrani" all'epoca dei fatti erano circa 11 milioni e vivevano in quella parte della Nigeria orientale che "galleggia" su un mare di petrolio. Un regione governata da un militare, un tenente colonnello dell'eserito dal nome lunghissimo e impronunciabile, Chukwuemeka Odumegwu Ojukwu. Fu lui ad esporsi per primo e a dichiarare l'indipendenza dalla Nigeria, eleggendo come capitale la città di Enugu. Ma fu anche il primo a tagliare la corda, non appena le cose cominciarono a mettersi male per il Biafra.

Mentre un milione di bambini moriva di fame, nello stesso luogo qualcuno continuava ad estrarre, non curante, il petrolio

All'inizio Ojukwu, forse pensando di fare affari d'oro con gli Stati africani (e non solo con loro) che avevano assicurato appoggio alla secessione, il Gabon, Haiti, la Costa d'Avorio, la Tanzania, Israele e lo Zambia, cominciò a muovere le sue truppe e tentare di creare una zona-cuscinetto verso Ovest, invadendo così quello che, secondo i nuovi presunti confini, continuava ad essere comunque territorio nigeriano.

La risposta del governo centrale fu immediata. Venne immediatamente imposto un drastico blocco economico, che portò alla morte per fame di decine di migliaia di biafrani (duemilioni secondo le stime quelli che morirono solo di fame e di stenti), soprattutto bambini.

È allora che la parola "biafrano" diventa sinonimo, in occidente e in Italia, di emergenza alimentare, bambini denutriti, mosche sugli occhi e pance gonfie. Le immagini che arrivano dall'Africa sono impietose, colpiscono l'immaginario collettivo. Le iniziative benefiche, dai giornali alle parrocchie, si moltiplicano.

Poco più di un mese dopo la dichiarazione di indipendenza, l'esercito nazionale invase la neonata Repubblica biafrana. La pressione dei militari mandati dal governo impose alle autorità separatiste di spostare indietro la loro linea di attacco, tanto da essere indotti a trasferire più volte la capitale da Enugu, via via fino a Owerri. Qui, nel maggio del '69, a due anni esatti dall'auto-proclamazione, i militari nigeriani compirono una strage di cittadini, proprio nei pressi di una base dell'italiana ENI. Vennero coinvolti anche dieci tecnici italiani, che persero la vita nell'attacco. Sette mesi e qualche giorno più tardi, il 13 gennaio 1970, la Repubblica del Biafra non esisteva più.

Il nome "Biafra" è stato addirittura cancellato da tutte le mappe geografiche della Nigeria e quello che fu uno stato indipendente per soli tre anni ora è un territorio smembrato in ben nove entità territoriali diverse che sono diventati nove Stati Federati della Repubblica di Nigeria, Enugu, Ebonyi, Cross Rivers, Abia, Anambra, Imo, Rivers, Beyelsa, Akwa e Ibom.

A conservare la memoria di quella tragedia resta soltanto quel modo di dire perso nei ricordi di un mondo occidentale che oggi respinge i migranti e che non sa chi erano i "bambini del Biafra"


Condividi la nostra Campagna Informativa
"Niger Delta"
Il nostro sito dedicato
- clicca qui -




Articolo a cura di
Maris Davis


Condividi su Facebook




30 settembre 2017

Nigeria. Dopo mezzo secolo riappare lo spettro della guerra in Biafra


A 50 dalla guerra riesplodono le tensioni in Biafra. Un conto corrente segreto in Francia è stato il pretesto per far classificare dal governo nigeriano il movimento secessionista Popoli indigeni del Biafra come organizzazione terroristica. Unione Europea e Stati Uniti intervengono ma il presidente nigeriano Buhari non gradisce l'intromissione.

Dopo mezzo secolo, la questione dell’indipendenza del Biafra suscita ancora attriti nelle relazioni diplomatiche della Nigeria. L’ultima controversia si è registrata lunedì scorso, quando l’esecutivo del presidente Muhammadu Buhari ha seccamente respinto le critiche degli Stati Uniti e dell’Unione Europea riguardo la decisione di classificare come un’organizzazione terroristica il movimento secessionista Popoli indigeni del Biafra (IPOB).

Il governo nigeriano ha affermato che si tratta di una “questione interna” e che l’intromissione della comunità internazionale sulla liceità del provvedimento emesso dal ministro della Giustizia, Abubakar Malami, equivale a una violazione della sovranità della Nigeria.

L’attenzione internazionale sulle spinte autonomistiche nel sud-est del Paese era già stata alimentata la scorsa settimana, quando il Ministro nigeriano dell’Informazione e della cultura, Alhaji Lai Mohammed, sulla base di una relazione dell'intelligence nigeriana, aveva dichiarato che «la sede finanziaria del gruppo separatista è in Francia e che erano necessarie misure urgenti per bloccare il sostegno»

Dopo che si è diffusa la notizia, l’Ambasciatore di Francia in Nigeria, Denys Gauer, ha smentito quanto affermato dal Ministro nigeriano e con una nota firmata dal Consigliere politico dell’Ambasciata, Claude Abily, ha chiesto al governo federale della Nigeria di fornire prove documentali per giustificare l’affermazione. Poi, venerdì scorso, l’ambasciatore Gauer ha incontrato Lai Mohammed per ribadire l’estraneità del governo di Parigi nella vicenda.


Il conto corrente segreto
Nei mesi scorsi, Abuja ha rintracciato in Francia un conto corrente bancario segreto intestato all’IPOB, che avrebbe utilizzato i fondi depositati su questo conto per finanziare le sue attività in patria e all'estero.

Secondo quanto ricostruito attraverso un’accurata indagine dal governo federale, le agenzie di sicurezza hanno fornito prove incontrovertibili sulla base delle quali: i nigeriani della diaspora per sostenere l'IPOB avrebbero versato enormi somme di denaro sul deposito e starebbero quindi usando la Francia come camera di compensazione.

Le indagini hanno inoltre confermato l’afflusso di fondi sul conto intestato all’IPOB da Olanda, Ungheria, Hong Kong, Malesia, Turchia, Singapore e altri Paesi europei. E hanno pure ricostruito che recentemente è stato organizzato un torneo di calcio in Senegal per raccogliere fondi destinati all'organizzazione.

Nei giorni scorsi, anche il Capo di Stato Maggiore dell’esercito nigeriano, il generale Tukur Buratai, aveva affermato che l’IPOB era considerata come un’organizzazione terroristica, ma aveva poi ritrattato la dichiarazione.

L’operazione Python Dance II
Lo scorso 15 settembre, nei cinque stati sud-orientali di Abia, Anambra, Ebonyi, Enugu e Imo, l’esercito nigeriano ha lanciato l’operazione Python Dance II per porre fine alla campagna di secessione del movimento IPOB.

L’operazione, che si concluderà il prossimo 14 ottobre, ha incontrato una dura opposizione da parte della popolazione biafrana che, per ostacolare le attività dei militari, ha messo in moto tutta la sua macchina propagandistica.

Nel frattempo, la scorsa settimana le autorità nigeriane hanno imposto il coprifuoco nello stato sud-orientale di Abia, dopo gli scontri scoppiati tra i militari dell’esercito e gli attivisti che chiedono l’indipendenza Biafra.

Il riconoscimento delle Nazioni Unite
L’accusa di terrorismo contro l’IPOB da parte del governo nigeriano trarrebbe fondamento da attacchi perpetrati dai membri del gruppo autonomista contro funzionari della sicurezza e cittadini nigeriani.

C’è però da evidenziare che l’IPOB è riconosciuto a livello internazionale da quando le Nazioni Unite l’hanno annesso nell’ECOSOC, l’organismo che raccoglie più di 3.200 Ong internazionali. In questo modo la questione biafrana si è aggiunta alle numerose rivendicazioni separatiste che chiedono l’intervento del Palazzo di Vetro.

Nel frattempo, il sentimento anti-nigeriano ha continuato a covare sotto le ceneri, emergendo periodicamente e dando luogo a sanguinosi scontri fra i separatisti biafrani e l’esercito federale, sempre repressi con violenza dai militari nigeriani.

Le proteste e le repressioni militari sono aumentate dopo l’arresto, il 19 ottobre 2015, di Nwannekaenyi “Nnamdi” Kenny Okwu Kanu, cittadino britannico e leader dell’IPOB, finito in prigione per aver trasmesso attraverso i microfoni di Radio Biafra infuocate dichiarazioni, che incitavano a una nuova lotta per l’indipendenza della regione.

Un rapporto diffuso nel novembre 2016 da Amnesty International ha definito la repressione militare attuata nei confronti dei secessionisti della regione del Biafra «una campagna agghiacciante». Il documento indica che tra agosto 2015 e 2016, almeno 150 manifestanti pacifici sono stati uccisi quando "l’esercito ha sparato proiettili veri con poco o nessun preavviso" contro folle che protestavano in diverse città.

L’esercito nigeriano ha però sempre negato le accuse sostenendo che i manifestanti erano stati violenti. Intanto, nel sud-est della Nigeria si continua a lottare in nome della bandiera nero verde e rossa del Biafra, al centro delle quale c’è un sole giallo, simbolo della la nazione biafrana. Un sole che dopo cinquant'anni non è mai tramontato.
(Fonte: Nnamdi Kanu Web)


Altri articoli
La Nigeria e lo spettro del Biafra
- leggi -
Nigeria tra Biafra, Boko Haram e scontri etnici
- leggi -
Biafra, cinquant'anni fa iniziava la guerra. Una ferita mai rimarginata
- leggi -

Mia madre è stata una profuga della guerra del Biafra (1967-1970), una Igbo, e io non rinnego le mie origini. Io so solo che il Biafra soffre oggi come ieri, e il governo federale nigeriano, anziché reprimere le atrocità di Boko Haram, si accanisce contro un intero popolo "sfruttato" in nome del petrolio.
(Maris)



Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


29 maggio 2017

Biafra, cinquant'anni fa iniziava la guerra. Una ferita mai rimarginata

Mentre milioni di bambini morivano di fame, nello stesso luogo qualcuno continuava ad estrarre, non curante, il petrolio


Con la proclamazione dell’indipendenza da parte del Governatore militare della Nigeria Orientale, Odumegwu Ojukwu, iniziava il 30 maggio 1967, cinquant'anni fa, la guerra del Biafra. È stata una dei primi e certamente una dei più cruenti conflitti della stagione che è seguita alle indipendenze africane.

La scintilla che accende gli scontri è la decisione dell’allora capo dello Stato Yakubu Gowon di dividere la Federazione nigeriana in 12 Stati di cui tre nel Sud-Est, regione, oggi come allora, ricca di petrolio.

Il Biafra riesce a mantenere la sua autonomia. Ma non basta

La regione, meno del 10% del territorio nigeriano, ha una popolazione di 14 milioni di persone (su 55 della Federazione di allora), per lo più cristiana e per due terzi di etnia igbo.

Fin dall'indipendenza, gli igbo (Sud-Est, cristiani e animisti) si sentono emarginati dalla vita socio-politica nigeriana e perseguitati dagli altri due principali gruppi etnici, gli hausa-foulani (Nord, mussulmani) e gli yorouba (Sud-Ovest, prevalentemente cristiani).

Così, già nel gennaio 1966, la Nigeria assiste a un primo colpo di Stato. I media puntano il dito contro gli ufficiali igbo. La reazione è durissima e molti igbo vengono massacrati nel Nord. Due milioni di essi decidono di trasferirsi nella regione natia. La tensione sale ancora e sfocia nella dichiarazione di indipendenza del 1967. Ma il Governo nigeriano non può accettare che una delle sue regioni più ricche si stacchi e diventi indipendente. Il Biafra ha un’agricoltura floridissima e, soprattutto, è ricchissimo di idrocarburi (petrolio).

La reazione è quindi violenta. Il Presidente federale dichiara la secessione un «atto di ribellione» e annuncia che «verrà schiacciata». Le autorità militari federali organizzano un blocco commerciale della regione meridionale. Scatta poi un’offensiva militare sul terreno, preparata da forti bombardamenti aerei.

La Nigeria è sostenuta dalla Gran Bretagna, ex potenza coloniale, ma anche dall'Unione Sovietica e dall'Organizzazione per l’unità africana. I secessionisti trovano il sostegno solo della Francia (che mira ad ampliare la propria zona di influenza in una regione ricchissima) e da alcuni Stati africani (tra i quali la Rhodesia, gli attuali Zambia e Zimbabwe).

L’offensiva dell’esercito nigeriano sarà implacabile e accompagnata da violazioni dei diritti umani. Nel frattempo il Biafra è colpito da una drammatica carestia che colpisce tra gli otto e i dodici milioni di persone. Il mondo viene a sapere di quella tragedia dai primi filmati in bianco e nero che vengono trasmessi dai telegiornali. Si vedono per la prima volta i volti dei bambini sofferenti e malnutriti. Passano le immagini dei violenti combattimenti.

Una manciata di medici francesi, tra cui il futuro ministro francese Bernard Kouchner, colpito dalla tragedia e non soddisfatto del lavoro delle istituzioni internazionali decide di intervenire. Da quella loro azione, nel 1971, nascerà Medici senza Frontiere, organizzazione ancora attiva negli interventi di emergenza in situazioni di guerra.

Intanto i soldati nigeriani prendono una città dopo l’altra. All'inizio del 1970, l’esercito federale lancia il suo ultimo assalto. Il 15 gennaio l’incubo finisce: il Biafra non esiste più. Ojukwu fugge in Costa d’Avorio. I militari biafrani si arrendono. Quella ferita procurerà dolore ancora per molto. E oggi, a cinquant'anni di distanza, tornano anche le rivendicazioni di indipendenza (represse dal Governo di Abuja). Segno che l’insoddisfazione verso la Nigeria non è venuta meno nelle regioni del Sud-Est.

Biafra 1967-1970 (foto storiche)
Cliccare sulla foto per ingrandirla

Il nome "Biafra" è stato cancellato da tutte le mappe geografiche della Nigeria e quello che fu uno stato indipendente per soli tre anni ora è un territorio smembrato in ben nove entità territoriali diverse che sono diventati nove Stati Federati della Repubblica di Nigeria.

Si stimarono quasi 3 milioni di morti, di cui due terzi in gran parte bambini, dovuti alla fame e alla malnutrizione. Le immagini di bambini gravemente malnutriti fecero il giro del mondo, e nel linguaggio comune la frase "bambini del Biafra" divenne un neologismo per indicare proprio bambini estremamente magri e affamati.

Almeno 5 milioni di persone furono costrette ad abbandonare i luoghi di origine per far posto alle concessioni petrolifere di ricche multinazionali. I contadini costretti a vendere terreni in cambio di irrisori risarcimenti in denaro o in cambio di estinzione di debiti.

Il risveglio del Biafra, e in Nigeria si torna a parlare di secessione
- leggi -
La Guerra del Biafra (1967-1970)
- leggi -


Comunicato Stampa "Associazioni per i popoli minacciati"
Nigeria: il 30 maggio di 50 anni fa iniziava il genocidio in BiafraDi nuovo in aumento la violenza in Nigeria. Un nuovo rapporto documenta arresti di massa e fucilazioni di attivisti del Biafra.
Bolzano, Göttingen, 29 maggio 2017

L'attivista biafrano Samuel Ukeje ad una tavola rotonda GfbV
A cinquant'anni dall'inizio del genocidio in Biafra, l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si dice preoccupata per la nuova escalation di violenza registrata nel sudest della Nigeria. Un nuovo rapporto pubblicato dall'APM sulle violazioni dei diritti umani nel paese africano documenta la fucilazione di 180 sostenitori di movimenti pro-Biafra da agosto 2015 a oggi e l'arresto di 1.244 attivisti pro-Biafra nello stesso periodo.

Il 30 maggio 1967 la regione del Biafra in Nigeria dichiarò la propria indipendenza. In risposta il governo nigeriano attuò un vero e proprio genocidio nel quale morirono fino al 1970 due milioni di persone. Parlare del Biafra è tuttora un tabù in Nigeria e nessuno dei governi nigeriani che da allora si sono succeduti ha voluto ammettere che la questione del Biafra è una questione politica che necessita di una soluzione politica e non può essere risolta con il terrore e le minacce.


Dall'autunno 2015 il governo del presidente Muhammadu Buhari punta sulla criminalizzazione di tutti gli attivisti pro-Biafra. I sostenitori delle organizzazioni IPOB, MASSOB, BZM e BIM rischiano la vita o il carcere anche solo se partecipano a manifestazioni pacifiche pro-Biafra. Quando in novembre 2016 Amnesty International denunciò la preoccupante situazione dei diritti umani nel Biafra, l'organizzazione subì una campagna di diffamazione e fu accusata di voler destabilizzare il paese. Alcune delle persone arrestate furono processate per alto tradimento anche se la sistematica mancanza di prove ha finora impedito la loro condanna. Il rapporto dell'APM documenta anche il processo subìto dal fondatore dell'IPOB Nnamdi Kanu che in contraddizione a ogni standard internazionale per garantire un processo giusto, aveva unicamente lo scopo di mettere a tacere Kanu.

La violenza in Nigeria nasce anche dalla escalation del lungo conflitto tra i nomadi Fulani e i contadini del Biafra. Da decenni il cambiamento climatico in corso sottrae ai nomadi Fulani i preziosi pascoli per le loro mandrie che costituiscono anche la loro base economica vitale. Alla ricerca di nuovi pascoli finiscono per entrare nei terreni dei contadini del Biafra i cui campi vengono distrutti. Questo conflitto, a lungo ignorato, ha causato nel 2016 più vittime degli attacchi di Boko Haram. Per l'APM il governo nigeriano deve finalmente prendere sul serio il conflitto Fulani e trovare una soluzione equa se non vuole che il conflitto cresca e crei ancora più violenza e morti. Terrorizzare i sostenitori dei movimento pro-Biafra e reprimere sistematicamente la libertà di opinione e di manifestare certo non aiuterà a risolvere i conflitti.
(Associazione per i popoli minacciati)

Il nuovo rapporto sul 50º anniversario del genocidio del Biafra in Nigeria è attualmente disponibile in tedesco








Articolo di
Maris Davis

Condividi su Facebook


 

27 novembre 2016

Il risveglio del Biafra, e in Nigeria si torna a parlare di secessione

Esecuzioni extra-giudiziarie, torture e trattamenti degradanti. 150 attivisti uccisi in un solo anno.

Manifestazione pro-Biafra
Amnesty International denuncia una nuova ondata di repressione, che sembra riportare indietro le lancette della storia. La "questione del Biafra" indipendentista è rimasta centrale, dopo la guerra dal '67 al '70, nelle vicende politiche del gigante africano, riemergendo in questi ultimi anni.

Era il 1970 e il motto “non perdenti, non vincitori”, con cui Yakubu Gowan, allora presidente di una giunta militare, mise fine a quasi tre anni di guerra nel cuore della Nigeria, fece il giro del mondo. Il sogno di un Biafra indipendente era stato sepolto da milioni di cadaveri, e il lento accerchiamento degli indipendentisti da parte dell’esercito nazionale, simile per certi versi a quello operato dalle forze lealiste nella Siria di oggi, aveva lasciato la popolazione allo stremo.

La “questione del Biafra è rimasta però centrale nelle vicende politiche del gigante africano, riemergendo negli ultimi anni, tanto che Amnesty International ha denunciato nei giorni scorsi una nuova ondata di repressione, che sembra riportare indietro le lancette della storia.

Prove inconfutabili. Il rapporto, intitolato “I proiettili piovevano dappertutto”, offre prove inconfutabili che le forze di sicurezza nigeriane hanno commesso violazioni dei diritti umani, incluse esecuzioni extra-giudiziarie, tortura e altri trattamenti degradanti. Interviste, video e fotografie presi con i cellulari, hanno portato Amnesty a contare almeno 150 morti negli ultimi 14 mesi. Si tratta, in gran parte, di persone che partecipavano a manifestazioni pacifiche, riunioni e sit-in promossi dall'IPOB (Popoli Indigeni del Biafra), uno, forse oggi il più attivo, dei movimenti indipendentisti del sud-est della Nigeria.

Un bagno di sangue. “Il dispiegamento dell’esercito nelle manifestazioni pro-Biafra sembra abbia contribuito a questo bagno di sangue, e per questo il governo deve avviare indagini interne”. Il report suggerisce che le vittime potrebbero essere molte di più (IPOB parla di almeno duemila morti dall’agosto 2015) mentre il colonnello Sani Usman, portavoce dell’esercito nigeriano, ha ribaltato le “insinuazioni di Amnesty International” sostenendo come sia “noto che le manifestazioni di IPOB e MASSOB (un altro movimento indipendentista) abbiano provocato atrocità e disordini

Il Biafra (in verde)
Quella guerra dal 1967 al 1970. Una serie di mobilitazioni, proclami unilaterali di indipendenza politica e monetaria, ed occasionali appelli ad armarsi contro il potere centrale, hanno accresciuto negli ultimi anni una tensione mai sopita. Le violenze della guerra del 1967-70, sedimentate nella biografia di molti degli attuali leader indipendentisti, hanno lasciato però il posto a opzioni politiche e diplomatiche di lungo periodo.

Nonostante il lessico accesso, le mobilitazioni sono state infatti, in gran parte, non-violente e affiancate da azioni internazionali, nel tentativo di creare consenso attorno al progetto indipendentista, sfruttando l’aspetto religioso (il territorio del Biafra è per lo più cristiano) e gli interessi economici che gravitano attorno al bacino petrolifero del delta del Niger.

"Scherzano con la nostra sicurezza". Le rivendicazioni dei militanti pro-Biafra, supportate da una diaspora dinamica, che si sente "igbo", il primo gruppo linguistico e etnico della regione, piuttosto che nigeriana, si sono fatte risentire dopo l’elezione di Muhammad Buhari, un musulmano del nord, alla presidenza del paese. Oggetto preferito degli strali dell’IPOB, che lo descrive come un alleato del gruppo Boko Haram, lo scorso marzo Buhari ha lanciato un avvertimento agli indipendentisti. “Se interferiranno con il movimento di truppe e con l’economia, parlando di Biafra nonostante abbiano già avuto milioni di morti allora scherzano con la nostra sicurezza, e non lo tollereremo". Dichiarazioni come questa, secondo il rapporto, avrebbero favorito le violenze di esercito e polizia, contribuendo a creare un clima di impunità.

"Mi hanno buttato in una fossa, vicino al campo militare”. Lo ha raccontato ad Amnesty un uomo sopravvissuto per miracolo ad una retata, “sono stato gettato lì insieme a decine di cadaveri ma sono riuscito a trascinarmi fuori e nascondermi nella boscaglia. Da lì ho visto i soldati che gettavano acido sui corpi".

Le testimonianze raccolte da Amnesty tracciano un quadro di violenza gratuita, sfociata in sparatorie contro manifestazioni pacifiche, detenzioni arbitrarie e torture. Una donna ha raccontato di aver ricevuto una telefonata dal marito, rinchiuso in un mezzo militare insieme a cadaveri e feriti. “Mi diceva che era stato colpito alla pancia, poco dopo ho sentito degli spari e poi più nulla, non ho più avuto notizie di mio marito

Quell'arresto che ha innescato la miccia. A far crescere proteste e violenze, in un clima tragico che potrebbe avere esiti ancora peggiori, è stato l’arresto, nell'ottobre 2015, di Nnamdi Kanu, cittadino nigeriano-britannico e animatore di Radio Biafra, voce della propaganda indipendentista, con una sede anche in Italia, in provincia di Treviso.

Accusato di incitamento alla violenza e destabilizzazione, Kanu è in carcere in un processo dagli evidenti contorni politici. Almeno 60 del migliaio di persone scese in piazza a Onitsha il 30 maggio scorso, giorno della nascita della Repubblica del Biafra nel 1967, sono state uccise dalle forze di sicurezza, in quello che sarebbe l’episodio più preoccupante di un’incessante repressione militare.

Le ripercussioni sull'Italia. Se la stabilità della Nigeria, gigante dai piedi d’argilla e stato più popoloso dell’Africa, è cruciale per gli equilibri della regione e non solo, gli effetti delle violenze nel paese si ripercuotono anche sull'Italia. Sono oltre 30mila i cittadini nigeriani arrivati via mare nel 2016, in fuga dall'insurrezione di Boko Haram, nel nord del paese, come da un sud-est violento e insicuro.

Con una corruzione endemica e organizzazioni criminali sempre più forti, e legate alla politica, la Nigeria “produce” inevitabilmente migranti, fra cui moltissime donne vittime di tratta

I programmi di rimpatrio forzato di UE e Italia. Unione Europea e Italia hanno così intensificato i rapporti con il governo Buhari, chiedendo di controllare le frontiere e rafforzando i programmi di rimpatrio forzato dei nigeriani privi di documenti di soggiorno.
Video Amnesty International


Le denunce di Amnesty InternationaI rischiano però di gettare più di un’ombra sui rapporti fra Italia e Nigeria, sanciti da un memorandum d’intesa del febbraio 2016, per ora segreto, e da scambi di visite fra forze di polizia, l’ultima in Italia ad ottobre, per interventi di formazione. Sullo sfondo, e forse non troppo, interessi economici italiani, in primis di ENI, invitata dal premier Renzi durante la visita in Nigeria di febbraio e presente da decenni in quei luoghi a "rubare" il petrolio ai nigeriani.

Se la “biafrexit", come i militanti hanno ribattezzato l’obiettivo indipendentista, sembra un’ipotesi lontana, abusi e violenze delle forze governative, a cui l’UE si appoggia, potrebbero insomma far crescere il numero di persone in fuga.

Biafra, un nome cancellato dalle carte geografiche. Il nome "Biafra" è stato addirittura cancellato da tutte le mappe geografiche della Nigeria e quello che fu uno stato indipendente per soli tre anni ora è un territorio smembrato in ben nove entità territoriali diverse che sono diventati nove Stati Federati della Repubblica di Nigeria, Enugu, Ebonyi, Cross Rivers, Abia, Anambra, Imo, Rivers, Beyelsa, Akwa e Ibom.

Una questione di petrolio. Dopo quella guerra le multinazionali del petrolio (compresa l'italiana ENI) presero possesso di quei luoghi, un territorio grande come la Pianura Padana, trasformandolo in una "pattumiera", incuranti dell'inquinamento e della popolazione residente, e con la complicità del governo federale da 50 anni stanno rubando l'oro nero della Nigeria.

Mia madre. Originaria del Biafra, costretta ad abbandonare per sempre la sua terra durante la guerra del '67-'70 mi diceva sempre "tu non dimenticare la storia perché tutte le cicatrici che non saranno rimarginate torneranno a sanguinare" .. e il Biafra, in Nigeria, è una cicatrice mai rimarginata.

Almeno 5 milioni di persone furono costrette ad abbandonare i luoghi di origine per far posto alle concessioni petrolifere di ricche multinazionali. I contadini costretti a vendere terreni in cambio di irrisori risarcimenti in denaro o in cambio di estinzione di debiti.

Una situazione che a distanza di mezzo secolo pesa ancora pesantemente sul destino del popolo Igbo, un popolo che fu sconfitto e umiliato, e sul destino di un territorio dove la gente non ha ottenuto alcun beneficio da una ricchezza (il petrolio) che fa diventare ricco solo chi è già ricco.

Mentre milioni di bambini morivano di fame, nello stesso luogo qualcuno continuava ad estrarre, non curante, il petrolio

Un po' di Storia
La Guerra de Biafra 1967-1970






Condividi su Facebook

Articolo a cura di
Maris Davis

In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...