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01 aprile 2016

Le Coop di "Mafia Capitale" sono vive e vegete e continuano a fare affari d'oro sulla pelle dei migranti

Nel luglio 2015 erano stati emessi dei provvedimenti che avrebbero limitato la possibilità delle cooperative coinvolte in "Mafia Capitale" di partecipare ad altre gare. Ma nel settembre 2015 sono stati revocati. La Domus Caritatis sul suo sito dice "Continueremo a intraprendere nuove attività nell'interesse dei soci"

Immigrati a Milano Centrale
Il 16 febbraio scorso a Treviso si è svolta la gara per aggiudicarsi la gestione di 1.428 immigrati nel 2016. Un appalto del valore di 18 milioni di euro (17.935.180 per l'esattezza). La torta se la spartiranno 6 cooperative, una di queste è la Domus Caritatis, si tratta della stessa Domus Caritatis coinvolta nell'inchiesta di Mafia Capitale. Il suo leader storico e fondatore è stato arrestato nel giugno 2015, era uno di quelli che al telefono con i boss della solidarietà malata stabiliva come "magnarsi Roma"

In un'altra intercettazione con Salvatore Buzzi parlava della spartizione dei profughi, "Trentacinque a voi e trentacinque a noi, che stai a di'? A Salvatò eh, non facciamo scherzi. L' accordo è al 50 per cento, dividiamo da buoni fratelli". Da buoni fratelli, capito? Del resto loro sono molto devoti, parlano con i cardinali e fanno affari con gli immigrati che, si sa, rendono più della droga. "La mucca dev'essere munta" è la loro litania preferita. Ora pro nobis, Santa Immigrazione. Anzi, lucra pro nobis.

Ora la domanda, figlia del buon senso, è piuttosto semplice. Ma se una cooperativa è sospettata di gestire profughi in modo NON trasparente a Roma come fa a continuare a vincere gare d'appalto in tutta Italia? Non dovrebbe essere esclusa? Almeno temporaneamente sospesa? Se poi dimostrerà di essere innocente, per l'amor del cielo, porte spalancate dappertutto.

Ma nel frattempo non si potrebbe soprassedere? Visto che stiamo parlando di solidarietà non sarebbe meglio lasciare l'incombenza a qualcun altro? Insomma, come fa la Prefettura di Treviso a dare un punteggio tecnico altissimo all'offerta presentata da una cooperativa che ha passato gli ultimi anni a tentare di "magnarsi Roma?"

Il viaggio nel mondo dei farabutti di Profugopoli riserva sorprese davvero incredibili. L' elenco, con nomi e cognomi, di coloro che si sono arricchiti con il business degli immigrati è pieno di personaggi folkloristici, dall'Heidi di Busto Arsizio all'ex deputato della Val Seriana, già smascherato da Striscia la Notizia; da Lady Finanza all'immobiliarista con società off shore nel paradiso fiscale; dalle coop Re Mida che grazie all'accoglienza in un anno riescono ad aumentare il fatturato del 178 per cento ai preti con il vizietto dei soldi e delle molestie sessuali ai clandestini.

C'è davvero di tutto. Le procedure d'emergenza, infatti, favoriscono ogni sorta di abuso. Negli ultimi mesi gli stranieri sono stati affidati indistintamente al gruppo folk di balli siciliani (marranzano, tarantella, friscalettu e bummulu), a istituti scolastici per odontotecnici, a società di servizi logistici per le imprese, a multinazionali dell'energia alleate con piccole cooperative siciliane e perfino a una associazione specializzata in corsi per buttafuori e addetti alle pompe funebri. Tutti volontari con il cuore in mano? Tutti samaritani mossi soltanto dalla generosità? Madre Terese disinteressate?

Evidentemente no. E per questo c'è da indignarsi a sufficienza conoscendoli da vicino. Ma ancor di più fa indignare il fatto che il passato non insegni proprio nulla. Le cooperative coinvolte a vario titolo in Mafia Capitale infatti non solo continuano a prosperare a Roma, ma si allargano in tutta Italia.

La stessa Domus Caritatis un mese dopo l'arresto di uno dei suoi capi risultava ancora incaricata della gestione di 17 centri di accoglienza a Roma (di cui quattro vinti proprio nell'ultimo mese, dopo l' arresto), di 5 centri interculturali, di un centro a Velletri e uno a Como.

Per conquistare quest'ultimo, il Sacco e Vanzetti, appalto del valore di 2.148.000 euro per tre anni ha battuto una cooperativa locale che gestiva quel servizio da tempo e che pure aveva fatto un'offerta economicamente più vantaggiosa. Inoltre a Domus Caritatis, dopo l'esplosione di Mafia Capitale, sono stati affidati 50 immigrati dalla Prefettura di Teramo (prima classificata nella gara) e 118 dalla Prefettura di Lecco. Questi ultimi, fra l'altro, sono stati collocati a Maggio di Cremano, una frazione di 500 abitanti appena, suscitando inevitabilmente la sollevazione dei cittadini.

Immigrati al CARA di Mineo
E non è un caso isolato. La coop Tre Fontane (non indagata ma legata a Domus Caritatis e più volte citata negli atti dell'inchiesta) ha vinto a Tivoli, Guidonia, Colleferro, Nettuno, Anzio e perfino a Sassari (anche qui con rivolta di sindaco e cittadini).

E Inopera, la società che gestiva l'orrore di Best House Rom di via Visso a Roma, 300 nomadi ospitati in condizioni disumane a costi con cui si potevano affittare villette di lusso (600 euro al mese a testa, 2 milioni e 800 mila euro l' anno), ha vinto a Livorno (33,5 euro al giorno per 120 immigrati), a Avellino (32,6 euro al giorno) e ha avuto per mesi in mano il centro di via Ortles a Milano, dove pure la Prefettura ha sempre riscontrato "gravi inadempienze"

Ma come? La Best House viene chiusa per violazione diritti umani, con "interdittiva antimafia", e poi la stessa coop che ha fatto così male viene giudicata degna di gestire profughi altrove? Possibile non ci sia nessun altro?

Sia chiaro, è tutto regolare. Come al solito in Italia le peggiori storture avvengono con l'avallo della legge. Nel luglio 2015, per la verità, erano stati emessi dei provvedimenti che avrebbero limitato la possibilità delle cooperative coinvolte in Mafia Capitale di partecipare ad altre gare. Ma nel settembre 2015 sono stati revocati. "Il Tribunale ha confermato che non esiste alcuna preclusione alla partecipazione e all'aggiudicazione di gare d' appalto" festeggia Domus Caritatis sul suo sito, promettendo che continuerà a "intraprendere nuove attività nell'interesse dei soci"

È chiaro, è nell'interesse dei soci che la società coinvolta in Mafia Capitale vince a Lecco, Teramo, ora a Treviso, e poi chissà dove. E a noi non resta che chiederci "ma davvero l'interesse dei loro soci è anche l'interesse del Paese? O come si fa a fermare questo schifo?"
(da un'articolo di Mario Giordano, Libero Quotidiano)



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29 marzo 2016

CARA di Mineo, terra di nessuno alla mercé di sfruttatori e mafie

Ci siamo occupati spesso del CARA di Mineo il più grande centro per richiedenti asilo d'Europa, a partire dal 2013, ma nonostante gli anni, il cambio di governi, l'aggravarsi drammatico della situazione, il coinvolgimento della stessa struttura nelle indagini di "Mafia Capitale", nonostante tutto questo la "politica" (quella nazionale) TACE, e tace di un silenzio assordante.

In quel luogo accadono cose da "terzo mondo", ma nonostante questo tace la politica perché quel posto in Sicilia è un ricettacolo di voti e di clientele, le associazioni che ci lavorano dentro solo sussurrano, e le cooperative che hanno gli appalti (mense, pulizie, assistenza, amministrazione, ecc..) se la godono (a suon di milioni di euro sulla pelle dei migranti)
Alcuni dei nostri articoli precedenti
La tratta delle prostitute africane e caporalato al CARA di Mineo
- leggi -
Viaggio tra i richiedenti asilo del CARA di Mineo, un "Inferno di Stato"
- leggi -
Prostituzione. Vergogna al CARA di Mineo
- leggi -
Centri di Identificazione ed Espulsione, luoghi da chiudere
- leggi -
Asilo politico, rifugiati e migranti. Un vero business (per qualcuno)
- leggi -
Senato, rapporto sui CIE in Italia. Diritti umani violati
- leggi -

Desideriamo ringraziare La7 per i sui servizi puntuali sul CARA di Mineo, e soprattutto per aver documentato lo "sfruttamento" delle ragazze nigeriane che sono costrette a prostituirsi a poche centinaia di metri dalla struttura, alla luce del sole, ragazze sfruttate che vengono lasciate alle mercé degli schiavisti del "terzo millennio".

Migranti stranieri, ospiti del CARA di Mineo, che in attesa (un'attesa a volte lunghissima) di una risposta dallo Stato sulla domanda di asilo vengono sfruttati, ovviamente in nero, nei campi di pomodoro, negli aranceti che sono numerosi in provincia di Catania.

Ecco le video-inchieste de "La7" su quello che davvero accade al CARA di Mineo. Una struttura che DEVE essere chiusa al più presto, una struttura dove i diritti umani vengono violati nel cuore dell'Europa, una struttura che è semplicemente una vergogna per l'Italia.


CARA di Mineo un giro di prostituzione alla luce del sole

Dai 20 ai 50 euro, ecco quanto valgono secondo un anziano agricoltore di Mineo le ragazze del Centro rifugiati che ogni giorno sono costrette a vendere il loro corpo per strada.

CARA di Mineo, un anno dopo nulla è cambiato

Nonostante le inchieste giudiziarie il centro di accoglienza per richiedenti asilo mantiene intatto il suo ruolo strategico per il sistema di accoglienza in Italia, e i pullman carichi di migranti continuano ad arrivare.

Il CARA di Mineo: terra di nessuno

Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo (Catania) di cui si richiede la chiusura da mesi ma che è ancora scena di illeciti ed abusi.

CARA di Mineo tra prostituzione e aborti clandestini

Nuove storie di degrado dal Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo.

La tratta delle prostitute al CARA di Mineo

Donne e bambine costrette a prostituirsi per saldare il costo del biglietto per l'Europa.

CARA di Mineo, ecco come si passa dai buchi nella rete

Abbiamo verificato la situazione dei migranti ospitati presso il grande centro di accoglienza siciliano.



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19 novembre 2015

Mafia Nigeriana e Cosa Nostra, in Sicilia è un patto di sangue

Mafia nigeriana, il patto con "Cosa Nostra", agguati con l’ascia, riti woodoo e sangue bevuto. A Palermo prima inchiesta sulla "Cosa Nera".

Nel regno che fu di Riina e Provenzano, contestato per la prima volta l'aggravante mafiosa a un'organizzazione straniera. Il gruppo Black Axe (affiliazione alla Mafia Nigeriana) controlla spaccio e prostituzione a Palermo, con il beneplacito dei boss locali. L'indagine partita da un regolamento di conti a colpi di scure e machete. I simboli e i riti di affiliazioni emersi anche in precedenti processi a Brescia e Torino.

Non è la storia di una famiglia di Cosa nostra, fatta di "soldati" e capi-bastone, boss latitanti e pentiti, sicari e sentinelle dello spaccio. Non è la storia di una gang di camorristi in trasferta, che ha attraversato il Sud Italia per mettere a posto gli affari in terra di Sicilia e rinsaldare alleanze con la "cupola".

Non c’entra nulla nemmeno con gli "scappati", le famiglie massacrate dalla seconda guerra di mafia negli anni ’80, fuggite negli Stati Uniti e da lì ricomparse in Sicilia negli anni duemila. Eppure l’ultima inchiesta della procura di Palermo ha comunque svelato l’esistenza di un’associazione criminale di stampo mafioso, con capi e gregari, riti d’iniziazione e affari, metodi di convincimento violenti, protetta dalla più arcaica forma d’immunità: l’omertà. Solo che con la mafia di Riina e Provenzano, delle stragi e del business dell’eroina, ha poco a che fare. Si tratta della "Mafia Nigeriana".

Dopo un secolo e mezzo di storia criminale legata a "Cosa Nostra", in Sicilia, c’è infatti una nuova mafia, che ha messo radici a Palermo, tessendo alleanze e dettando legge tra i vicoli del centro storico. Qui i nuovi boss vengono da lontano, non parlano il siciliano, e la loro organizzazione ha un nome e una storia consolidate in un altro continente: la chiamano Black Axe, l’ascia nera, ed è nata negli anni ’70 all'Università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti.

All'inizio è una gang a metà tra un’associazione religiosa (li chiamano culti) e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Da qualche anno, però, i tentacoli di questa nuova piovra criminale sono arrivati anche in Italia, dove i boss nigeriani hanno iniziato a dettare legge nei sobborghi di città come Brescia e Torino: droga, spaccio, gestione delle prostitute nigeriane e un regime di terrore molto simile a quello che è il marchio di fabbrica delle mafie di casa nostra.

"Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali", si legge in un’informativa dell’ambasciata nigeriana a Roma del 2011. E adesso, per la prima volta, i PM di Palermo hanno contestato l’aggravante mafioso ai boss nigeriani.

Palermo, la culla della Mafia Nigeriana in Italia .. "Le due vittime vengono marchiate con un taglio profondo, eseguito probabilmente con un machete, che gli sfregia la parte superiore del volto".

Gli investigatori palermitani iniziano ad accorgersi che sotto il monte Pellegrino c’è una nuova pericolosissima gang mafiosa il 27 gennaio del 2014, quella notte in via del Bosco, quartiere Ballarò di Palermo e uno dei mercati storici della città, due cittadini nigeriani vengono aggrediti a pugni, calci, e chirurgici colpi di ascia da sei connazionali. Quella che gli agenti della squadra mobile scorgono nell'oscurità è un scena raccapricciante, alla fine della spedizione punitiva, infatti, le due vittime vengono marchiate con un taglio profondo, eseguito probabilmente con un machete, che sfregia la parte superiore del volto.

Le indagini s'indirizzano subito su tre cittadini originari della Nigeria che vivono tra i vicoli di Ballarò. "Li abbiamo picchiati perché hanno molestato la mia donna" dice il capo dei tre, una scusa utilizzata spesso anche in altre città italiane per giustificare le risse tra nigeriani.

Quello di Ballarò è stato solo un regolamento di conti tra connazionali? I PM Gaspare Spedale e Sergio Demontis, però, non ci credono: e scoprono che Austine Ewosa, detto Johnbull, non è solo il capo del trio, ma probabilmente è anche uno dei boss della Black Axe a Palermo e il quartiere Ballarò è il suo regno, ed è tra quei vicoli che Johnbull e i suoi gestiscono lo spaccio di droga, minacciando e massacrando tutti quelli che vogliono piazzare la "roba" senza sottomettersi alla banda, o "gestiscono" giovani ragazze nigeriane da avviare alla prostituzione senza senza il loro consenso.

I nigeriani sono rispettosi dei patti con "Cosa Nostra" .. Il boss siciliano in carcere viene informato "Mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere, sono rispettosi".

Ma non solo. Gli inquirenti si pongono una domanda, come è possibile che a Palermo un’organizzazione straniera gestisca un intero quartiere senza che i padrini, quelli che reggono gli storici mandamenti cittadini, abbiano nulla da ridire? Giovanni Di Giacomo è un boss autorevole, un mafioso dal robusto curriculum criminale, ha esordito come nel gruppo di fuoco di Pippo Calò.

Oggi è detenuto all'ergastolo. Fuori dal carcere mantiene, però, ancora la sua influenza, al punto che riesce a fare nominare il fratello Giuseppe reggente del clan di Porta Nuova. Un incarico che durerà poco, dato che il 12 marzo del 2014 Giuseppe Di Giacomo verrà ucciso in pieno giorno nelle strade del quartiere Zisa. Aveva però già cominciato a muoversi da padrino, a dirigere il racket delle estorsioni, e a riferire ogni cosa al fratello detenuto, durante i colloqui intercettati in carcere.

In uno di quei colloqui, Giovanni Di Giacomo chiede informazioni su Ballarò, il quartiere storico nel centro della città. "Lì ci sono i turchi" dice il fratello, e a Palermo da più di mezzo secolo quando qualcuno dice "i turchi", si riferisce genericamente alle persone di colore. È per questo che Di Giacomo chiede delucidazioni, "Quali turchi?", "I nigeriani" chiarisce il boss di Porta Nuova. "Ma sono rispettosi mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere, e poi questi immagazzinano".

Una affermazione che, per gli inquirenti, spiega chiaramente come Cosa nostra a Palermo abbia dato il suo via libera alla presenza dei nigeriani di Black Axe sul territorio. E quella spiegazione, "questi immagazzinano", vuol dire praticamente che nei vicoli dimenticati di Ballarò i nigeriani "rispettosi" smerciano enormi quantitativi di droga e hanno basi logistiche per gestire anche il business della prostituzione a Palermo, con il beneplacito delle famiglie di Cosa nostra, ormai falcidiate dagli arresti e a corto di soldati fedeli per controllare ogni angolo della città.

È così che il ventre molle di Palermo è diventato oggi mandamento delle gang nigeriane, con tanto di benedizione degli eredi di Totò Riina e Pippo Calò. Ed è per questo motivo che i PM della procura hanno deciso di contestare alla banda di Johnbull il tentato omicidio e lo spaccio di droga aggravati dalle modalità mafiose, ed inoltre la riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione.

Il Boss Nero che sta a Catania .. "È questo che fa Ugiagbe, gestire lo spaccio di droga e dirimere questioni spinose con le altre mafie straniere in Italia"

E mentre molto presto il tribunale di Palermo processerà per la prima volta un gruppo di nigeriani contestandogli di aver agito con le stesse modalità della mafia, è da quasi tre anni che gli agenti segreti dell’AISI, l’agenzia per la sicurezza interna, compilano informative su Gabriel Ugiagbe, nigeriano di 33 anni, boss di primo livello di Eiye, un’altra importante organizzazione criminale interna alla Mafia Nigeriana, che ha spesso scatenato faide contro gli uomini della Black Axe, salvo poi tornare a promuovere alleanze in nome di un solo obiettivo, gli affari.

È questo che fa Ugiagbe, gestire lo spaccio di droga e dirimere questioni spinose sorte tra la sua organizzazione e le altre mafie straniere in Italia. Ed è così che Ugiagbe è diventato un boss autorevole tra le cosche di mezza Europa. Dal suo residence a Catania, nel quartiere Librino, dove fu localizzato già nel 2013, si sposta in continuazione all'estero, in Austria e Spagna, ma anche nel nord Italia, terreno di conquista per le mafie nigeriane già da diversi anni.

Bere sangue umano fa parte del rito di affiliazione .. "L’affiliazione alla famiglia mafiosa nigeriana prevede un rito particolare, bere sangue umano recitando strane invocazioni woodoo"

Rito di affiliazione di una ragazza
davanti al "Boss" e alla "mamam"
Prima dell’indagine dei PM palermitani, prima delle informative dei servizi sul boss di stanza a Catania, prima delle note dell’ambasciata di Lagos, due tribunali italiani avevano emesso sentenze di condanna per associazione mafiosa contro bande nigeriane, sempre le stesse, Black Axe e Eiye.

Nel 2009 a Brescia vengono condannati per il 416 bis (associazione di tipo mafioso), con pene dai 5 ai 7 anni, dodici persone, la "cupola" della mafia nigeriana nella città lombarda, guidata in città da Frank Edomwonyi.

"Si avvalevano della forza di intimidazione del vincolo associativo, nonché della condizione di assoggettamento e di omertà che si sostanziava nell'osservanza delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione di sanzioni anche corporali in caso di inosservanza, nella pretesa dagli affiliati del versamento, obbligatorio e periodico, di somme di denaro prestabilite per le finalità del gruppo locale e per le finalità della casa madre nigeriana”, così scrive nel suo atto d’accusa il PM antimafia Paolo Savio, che nella sua inchiesta scopre anche come l’affiliazione alla famiglia mafiosa prevedesse un rito particolare, bere sangue umano recitando strane invocazioni.

Più o meno come l’arcaica forma di affiliazione a "Cosa Nostra", che prevedeva un taglio sul dito per farlo sanguinare, e un giuramento pronunciato mentre un’immagine sacra veniva fatta bruciare insieme a quel sangue.

Anche a Torino, la mafia nigeriana ha messo radici da anni, già nel 2010 sono stati condannati per associazione mafiosa 36 imputati, appartenenti ai clan Black Axe e Eiye, con pene dai 4 ai 14 anni di carcere. Nel capoluogo piemontese, infatti, gli Eiye e i Black Axe entrano in rotta di collisione già nel 2003.

Scoppia una guerra, combattuta per le strade della città con coltelli, machete e asce, che fa feriti su feriti e attira l’attenzione degli investigatori. Sembrava un caso isolato, una guerra tra bande che si fermava solo alle periferie torinesi, e invece adesso la mafia made in Nigeria è arrivata a mettere radici anche a Palermo, la stessa città che ha visto suo malgrado la nascita della Piovra.
(da un'inchiesta di Giuseppe Pipitone, giornalista siciliano)



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02 febbraio 2014

Minorenni e rumene costrette a prostituirsi in Italia

Giovanissime rumene schiave sessuali
L'Italia sembra diventato il paese che "attrae" le mafie straniere nel business della prostituzione. Non solo la mafia nigeriana, di cui ci occupiamo di solito ma, e direi soprattutto, mafia rumena a albanese.

Gli italiani maschi sono davvero clienti molto assidui delle le prostitute di tutti i tipi, soprattutto se minorenni e a buon prezzo. Ragazze-bambine che sono rese schiave da organizzazioni criminali internazionali e a cui la mafia locale italiana offre supporto logistico (case, appartamenti, e strade lungo le quali far prostituire queste donne schiave).

Hanno un'età compresa tra i quattordici e e i venti anni e provengono tutte dalle regioni più arretrate della Romania e dalle periferie delle grandi città del paese danubiano, sono loro le nuove schiave del sesso, adolescenti costrette a crescere troppo in fretta, e neanche considerate come esseri umani, né dai loro aguzzini (albanesi o rumeni che siano), ma non sono esseri umani nemmeno per i loro italianissimi clienti.

Le ragazze maggiorenni sono alettate da un lavoro sicuro e dignitoso in Italia, quelle minorenni sono brutalmente rapite alle attenzioni dei loro genitori, se non addirittura vendute dalle stesse famiglie per pochi soldi. Altro modo per carpire la fiducia delle ragazze è l'amore, ragazzi prestanti che si fingono innamorati e circuiscono queste ragazze e le convincono a lasciare la famiglia.

Dalle varie regioni della Romania, la piccola criminalità locale le trasporta con furgoni fino al confine con la Serbia (in uno dei tantissimi luoghi lungo il corso del Danubio che per un lunghissimo tratto è anche il confine tra i due stati). Da qui le ragazze vengono prese in consegna dalla temibile mafia slava che le trasporta fino alla città di Pozarec, famoso anche perché luogo di nascita e roccaforte del noto dittatore Milosevic (già condannato per crimini contro l'umanità).

In questo luogo le ragazze rumene vengono tenute segregate e stuprate ripetutamente per annientare ogni istinto ribelle. Dopo un periodo che comunque non supera le due-tre settimane, queste "piccole schiave" vengono portate in Kosovo e vendute alla mafia albanese che le trasferisce in Albania e le sistema in piccoli appartamenti nella poverissima città di Elbasan. A questo punto a tutte le ragazze viene applicato un microchip sotto-pelle (di solito nella parte esterna di una spalla) con il solo e unico scopo di permettere ai trafficanti di "carne umana" di controllare in ogni momento la loro posizione. Un po' come si fa per lo studio degli animali selvatici.

A questo punto le ragazze rumene sono pronte per arrivare in Italia. In Italia vengono vendute di nuovo, non più in gruppo, ma singolarmente o al massimo due, ad altri albanesi o rumeni che le "acquistano" per avviarle alla prostituzione intensiva, in strada, in appartamenti, in locali notturni o discoteche.

Ragazzine molto richieste dalla "clientela italiana" perché molto giovani e belle. Vengono offerte a prezzi non elevatissimi, dai 50 ai 150 euro a prestazione. Alcune di loro sono costrette ad avere anche 20-25 rapporti al giorno. Sono schiave a tutti gli effetti.

Solo quest'anno (2014) sono state scoperte almeno due di queste cellule mafiose, una a Bergamo, e un'altra a Roma. Se vengono arrestati gli sfruttatori diretti, è difficile individuare il vero traffico perché sono diversi i passaggi da una mafia all'altra. Per gli albanesi e i rumeni che sfruttano queste ragazze è solo un "business", acquistano le ragazze dall'Albania per una cifra intorno ai 10-15 mila euro a ragazza e poi rientrano dal "costo iniziale" in pochi mesi, se non in poche settimane.

Albanesi e rumeni che in Italia sono invisibili, sono persone spesso insospettabili, con regolari documenti. La collaborazione tra Polizia Italiana, rumena e albanese a volte riesce a individuare canali investigativi su cui lavorare e quindi a identificare persone, ma è sempre troppo poco rispetto alla abnormità del problema.

C'è poi da fare i conti con la corruzione. Molto alta tra le forze di polizia rumene, e comunque presente in Albania. Nel passaggio in Serbia e in Kosovo la criminalità è invece parte integrante di milizie paramilitari che ancora sono attive nei due paesi della ex Jugoslavia.

Le ragazze invece sono vittime molte volte, senz'altro per la loro condizione di schiavitù sessuale e per il fatto che per i loro sfruttatori sono solo "oggetti", picchiate se non lavorano o lavorano poco, violentate ripetutamente, controllate a vista e tenute sotto controllo con il microchip. E poi, se sono "liberate" vengono rimpatriate perché in possesso di documenti falsi o senza documenti.

Anche in questi casi la Bossi-Fini (Testo Unico che in Italia regola tutta la tematica dell'immigrazione clandestina) è inefficace perché non tiene in minimo conto la condizione di schiavitù a cui queste ragazze sono state costrette. Ma non solo, noi abbiamo sempre sostenuto che la Bossi-Fini è una legge razzista - leggi perché -

Molte di queste ragazze poi si ammalano o muoiono anche dopo anni, non per le violenze o le percosse, ma di cancro. La causa è proprio il microchip che sono costrette a tenere sottopelle per tantissimo tempo. Microchip che emette continuamente segnali elettronici che sono altamente cancerogeni.

Questo articolo fa parte della Campagna di sensibilizzazione sulla "schiavitù sessuale" di Foundation for Africa



Articolo curato e scritto da


In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...