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08 maggio 2022

NordEst Nigeria. L'inferno dimenticato dal mondo

Gli operatori umanitari temono che il ritorno dei profughi a Malam Fatori, nello stato del Borno, epicentro dell’insurrezione jihadista da oltre dieci anni, provocherà ancora più vittime e sfollati.

Più di quattromila nigeriani fuggiti dagli abusi dei jihadisti nel nord-est della Nigeria nel vicino Niger hanno fatto ritorno nelle loro case, nonostante l’insicurezza che ancora regna in tutta l’area. Gli operatori umanitari temono che il ritorno dei profughi a Malam Fatori, nello stato del Borno, epicentro dell’insurrezione jihadista da oltre dieci anni, provocherà ancora più vittime e sfollati.

Nella regione, inoltre, i servizi base per la popolazione sono pressoché inesistenti, perché la città, praticamente deserta da mezzo decennio, è molto vicina alle zone controllate dai terroristi. Le autorità, poi, hanno deciso di chiudere i campi per gli sfollati e traferire coloro che esprimevano il desiderio di tornare nelle loro case. L’obiettivo è chiaro: incoraggiare la popolazione a soddisfare i propri bisogni tornando a lavorare i campi, lasciandoli praticamente soli nella gestione, non solo della loro sopravvivenza, ma anche della sicurezza.

Nata nel 2009, l’insurrezione jihadista nel nord-est della Nigeria ha causato oltre 40mila morti e 2,2 milioni di sfollati. Migliaia di nigeriani sono fuggiti dalla violenza stabilendosi nella regione di Diffa, nel vicino sud-est del Niger. Ma da allora i gruppi jihadisti Boko Haram e il suo rivale Stato islamico nell’Africa occidentale (Iswap) hanno esteso la loro capacità di azione anche oltre confine, lanciando attacchi dalle loro roccaforti incastonate sulle rive del lago Ciad.

All’inizio di marzo, uomini armati hanno attaccato tre villaggi in Niger, proprio dove si erano rifugiati i nigeriani. Secondo il ricercatore dell’Institute for Security Studies, Malik Samuel, hanno “ucciso 45 persone e ne hanno rapite altre 22”, anche per questo molti rifugiati vogliono tornare in Nigeria.

L’esercito nigeriano ha, di recente, effettuato sgomberi e pattugliamenti, ma tutta l’area rimane saldamente nelle mani dei jihadisti ed è ancora la roccaforte dello Stato Islamico, che ha ripreso il sopravvento su Boko Haram, continuando una contesa infinita e sanguinosa tra i due gruppi, con i civili che ne fanno, come sempre, le spese.

Per anni i jihadisti hanno piazzato ordigni improvvisati e mine, messo in atto imboscate sulle strade e preso di mira anche le postazioni dell’esercito. I rifugiati tornati nella regione del Borno devono affrontare anche il problema delle mine e il tornare a lavorare i campi, per loro, potrebbe essere fatale. Gli stessi militari sono particolarmente cauti quando si muovono nella regione e la loro preoccupazione principale è mettere in sicurezza le basi contro le azioni dei terroristi. In passato gli attacchi in quest’area, in particolare a Maiduguri, hanno fatto poche vittime perché erano praticamente disabitate ma, già a febbraio di quest’anno, Iswap ha affermato di aver ucciso almeno 30 soldati in due imboscate.

Negli ultimi sei mesi, quasi 50 attacchi hanno avuto luogo vicino al confine con il Niger, di cui 38 a Malam Fatori. Secondo un funzionario locale un distaccamento della Multinational Joint Force, che include militari provenienti da Camerun, Niger, Nigeria e Ciad, è stato dislocato nell’area, ma con un mandato di due mesi. Poco cosa per fronteggiare lo strapotere jihadista e garantire a chi rientra un minimo di sicurezza per poter riprendere una vita pressoché normale.

La vera sfida, tuttavia, inizierà proprio questo mese, con il ritorno delle piogge e la ripresa delle attività agricole. I civili potrebbero “avventurarsi” nei campi, ma questo è normale se vogliono coltivare e sopravvivere, e finire per calpestare una mina, oppure essere rapiti dai gruppi jihadisti. I rischi sono molto alti.

Chi torna, poi, deve affrontare una situazione di precarietà mai vista prima. Nelle città l’accesso ai servizi essenziali è limitato se non assente. Le stesse Organizzazioni non governative si rifiutano di avventurarsi nella regione perché temono rapimenti e agguati. Non esiste, nemmeno, una strada sicura per accedere a Malam Fatori. “Siamo preoccupati per un rimpatrio troppo frettoloso a Malam Fatori”, spiega alla France Presse, Camilla Corradin, portavoce del Forum INGO Nigeria, che raggruppa 54 Ong internazionali che forniscono aiuti umanitari. Rimpatri che non “rispecchierebbero i quadri giuridici internazionali”, insiste la Corradin e che “rischiano di non essere sostenibili e di causare danni ai rimpatriati, anche provocando ancora più sfollati”.

E poi c’è il problema dell’accesso all’acqua potabile. Nella città di Malam Fatori l’unico punto per potersi approvvigionare di acqua è nella base militare, spiegano fonti umanitarie. Le autorità dello stato del Borno hanno detto di aver donato denaro e cibo ai rifugiati e di aver costruito una scuola e un centro sanitario. Ma, sempre secondo fonti umanitarie, la scuola non ha insegnati e nella clinica manca tutto e non c’è nemmeno un mercato in città. La cruda realtà è che i rifugiati vivono in una sorta di campo di “concentramento”, sono tenuti in città senza alcun accesso ai servizi primari e, ora che sono tornati, non possono lasciarla.

Iswap e Boko Haram

La resa dei conti è arrivata il il 19 maggio 2021. Nella foresta di Sambisa (nello Stato nord-orientale di Borno) si fronteggiano i miliziani di Boko Haram e dell'Iswap (Stato Islamico della Provincia dell'Africa Occidentale), altro gruppo terroristico nato dalla scissione di Boko Haram e affiliato all'Isis. Questi ultimi hanno la meglio. Nel corso dello scontro avrebbe perso la vita anche Abubakar Sekau, leader storico di Boko Haram.

Fu Al-Baghdadi in persona (fondatore dello Stato Islamico iracheno) a rimuovere Sekau nell'agosto 2016 e a nominare Abu Musab al-Barnawi a capo del gruppo islamista, sancendo la frattura tra le due fazioni. La pratica terroristica tra i due schieramenti è la stessa: omicidi, razzie, rapimenti di donne e bambini.

Ma l'Iswap si distingue nell'evitare abusi e maltrattamenti agli ostaggi durante la prigionia e nell'avere tra gli obiettivi preferiti campi militari, sedi istituzionali, e siti petroliferi. A rafforzarne il consenso è l'attenzione ai bisogni della popolazione. A fronte della violenta risposta militare dello Stato centrale, i miliziani fanno proseliti in una regione poverissima dove ai giovani senza prospettive non resta che l'opzione terroristica.

Dal 2009, l'integralismo islamico nel nord-est della Nigeria ha causato oltre 40mila morti e 2,2 milioni di sfollati, interi villaggi rasi al suolo, migliaia di ragazze rapite e fini di sfruttamento sessuale, almeno tre milioni di bambini e bambini che non potranno più avere un'istruzione.

20 dicembre 2021

Natale in Nigeria, tra i cristiani perseguitati da Boko Haram

Ogni notte Naomi rivive l'incubo di essere rapita, Charles quello di nascondersi nella boscaglia. Per loro e per tutti i cattolici nigeriani in fuga dagli jihadisti, padre Christopher rischia ogni giorno la vita

Quanti giorni durò il cammino dei cristiani verso il Camerun? Naomi non li aveva contati, di quell'estenuante fuga dai jihadisti nigeriani ricorda solo una fatica disumana e la paura: «Avevamo i piedi gonfi e pieni di vesciche, era davvero troppo. Mia sorella era stata catturata da Boko Haram, ma aveva un bambino in braccio ed è stata l’unica ragione per cui l’hanno lasciata andare. Non era figlio suo, ce l’aveva tra le braccia solo in quel momento, ma le ha salvato la vita. Molte altre persone, come mia madre, sono state uccise».

Naomi vive e rivive sempre lo stesso incubo, ogni singola notte, appena cala il buio sulle tende degli oltre 30mila sfollati nigeriani a Pulka. Lo stesso incubo vissuto da migliaia di rifugiate come lei: donne rapite, costrette a sposare un jihadista ed ad assistere all’uccisione di un proprio familiare. Anche Charles, un papà di 33 anni, è intrappolato nei ricordi dei giorni insanguinati da Boko Haram: «I terroristi attaccavano di notte, uscivamo dalla città non appena cominciava a calare il buio e ci nascondevamo nella boscaglia. Spesso sogno ancora di nascondermi»

In fuga da Boko Haram
Naomi e Charles, come gli altri cristiani riparati nel campo Alpha a Pulka, uno dei 20 campi profughi sparsi nello stato di Borno, vicino al confine col Camerun, sono la ragione per cui padre Christopher rischia la vita ogni giorno. I terroristi «hanno provato a spaventarli e minacciarli, cercando di costringerli a convertirsi. Poi hanno cominciato a diventare più violenti. I sacerdoti hanno dovuto nascondersi sulle montagne, ma gli insorti di Boko Haram hanno continuato a molestare e perseguitare la gente cristiana», racconta ad Aid to the Church in Need (Acn) il sacerdote cattolico della diocesi di Maiduguri, capitale di Borno che dista 120 miglia da Pulka. «Dicevano ai cristiani che se si fossero convertiti nessuno avrebbe fatto loro del male. La situazione è diventata così difficile che tra il 2015 e il 2016 molte persone hanno iniziato a fare i bagagli e lasciare il Paese, attraversando la frontiera e cercando rifugio in Camerun»

Scappavano da città, villaggi, il campo profughi di Minawao era arrivato a contare più di sessantamila rifugiati nigeriani. Finché, riconquistate le zone al confine, l’esercito li convinse a far ritorno in patria. Ma poco è cambiato da allora, «eravamo rifugiati in Camerun, siamo tornati qui due anni fa. E siamo tornati a vivere nel pericolo». I cristiani non possono allontanarsi dal campo, «ci sono continui attacchi e alcune persone vengono uccise. Non è nemmeno facile per me raggiungere i fedeli», conferma padre Christopher, costretto a vivere in una casa abbandonata da quando Boko Haram ha distrutto la chiesa e la canonica di Pulka.

 
 2021 Natale tra i cristiani perseguitati da Boko Haram nello Stato di Borno. Interi villaggi rasi al suolo, 20mila morti, uccisi dalle bombe di Boko Haram o dai loro fucili, bambine costrette a diventare bombe umane, oltre duemila ragazze rapite costrette a diventare spose dell'Islam, schiave sessuali. Tre milioni di bambini che non potranno andare a scuola perché gli edifici sono stati bruciati e i loro insegnanti uccisi.

Natale tra i profughi di Pulka
«Andare e venire è sempre un rischio, ma per me è importante fare tutto il possibile per aiutare queste persone», persone che chiedono un aiuto a restare saldi nella virtù più difficile e cara ai cristiani nigeriani: la speranza. «La vita in Camerun era così dura che pensavamo di averla persa per sempre. Padre Christopher ci ha ridato coraggio. È un vero padre per tutti noi e sta cercando di colmare con la sua presenza il vuoto lasciato dai nostri familiari assassinati. Si prende cura di noi come se fossimo la sua famiglia. Capiamo che è Dio ad aiutarci attraverso di lui, attraverso chi non ci ha dimenticato»

Anche nel momento più doloroso. E a Pulka l’ora più dolorosa per i cattolici è quella del Natale perché «la sofferenza è parte di noi cristiani», dice Charles, un padre «benedetto con quattro figli» e che senza fede, assicura, non avrebbe potuto sopportare la mancanza di senso di tutto il dolore, suo e della sua gente, né celebrare la certezza della salvezza del Bambino che nasce. Natale una volta era gioia, canto, famiglie che si riunivano, «poi sono iniziati gli attacchi, non potevamo nemmeno mettere piede fuori di casa dopo il tramonto. Finché divenne troppo pericoloso celebrarlo» ricorda Naomi. Che oggi non ha più una madre e una casa ma è tornata ad avere speranza, «ci servono cibo, tende, vestiti, medicine, soldi per tornare all’università». Ci sono circa 14 mila cattolici a Pulka, Acn sta lavorando a progetti per realizzare un pozzo, ricostruire la parrocchia, aiutare i catechisti dei campi profughi.

La più grande tomba dei cristiani
La sicurezza nello Stato, lo abbiamo scritto tante volte, continua ad essere pressoché inesistente. La Nigeria è il paese africano, dove ogni anno muore il maggior numero di cristiani al mondo, vittime di sequestri, devastazioni, massacri ad opera di Boko Haram ma anche degli estremi fulani e banditi collusi con i jihadisti. «Siamo stati torturati e minacciati durante la prigionia. Ero così scioccato da non riuscire neanche a pregare», raccontava solo pochi giorni fa ad Acn padre Bako Francis Awesuh, il sacerdote di Gadanaji rapito, torturato e scampato alla morte per un soffio (e un ingente riscatto pagato da famiglia e parrocchiani). La violenza è in aumento in tutto paese e incomprensibile resta la decisione del governo degli Stati Uniti di espungere la Nigeria dalla lista nera dei paesi che violano di più la libertà religiosa.
Bring Back Our Girls

24 giugno 2019

Nigeria, il destino delle donne rapite da Boko Haram e poi liberate

Il destino delle donne che vissero con Boko Haram. Dal 2015, decine di migliaia di donne prima rapite da Boko Haram e poi fuggite o salvate dall'esercito nigeriano e ora incontrano difficoltà di reinserimento sociale. Il report di International Crisis Group


Boko Haram, l'organizzazione terrorista formata da gruppi jihadisti armati, che scorrazzano nel nord-est della Nigeria dal 2009, è tornato all'offensiva.

Nel 2015, l'esercito nigeriano, con il sostegno dei Paesi vicini (Camerun, Ciad e Niger), aveva iniziato una contro offensiva meglio coordinata, tanto che riuscì a riconquistare buona parte del territorio controllato dai jihadisti. Nel 2016, Boko Haram si divise in due fazioni e riprese slancio, soprattutto nell'ultimo anno, come si legge in un lungo e dettagliato rapporto di International Crisis Group.

Una fazione ora si chiama Stato Islamico e agisce nella Provincia dell'Africa Occidentale (ISWAP). Ha vinto una serie di battaglie contro l'esercito nigeriano e sta costruendo una sorta di "proto-stato" sulle rive e le isole del lago Ciad, colmando le lacune nella fornitura di servizi da parte dei pubblici poteri, allo scopo di coltivare il sostegno della popolazione civile.

Il flusso migratorio di ritorno
La seconda fazione, gestita dall'ex leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, che ha basi soprattutto nella foresta di Sambisa e lungo il confine tra Nigeria e Camerun. Ha segnato alcuni recenti successi militari, anche se un buon numero di città e villaggi continuano ad essere alternativamente controllati dall'esercito nigeriano e dai gruppi armati dei jihadisti.

Questo ha fatto maturare la convinzione, tra osservatori e operatori umanitari, che sembra al momento improbabile la fine del conflitto. Nonostante i suoi risultati non uniformi, la campagna militare del governo ha prodotto un flusso di rimpatriati da Boko Haram, per lo più donne e ragazze, dalle città d'origine e dai campi per sfollati interni.

Il difficile ritorno delle donne e gli infanticidi
All'inizio queste donne hanno trovato il ritorno molto difficile. Sono state temute come potenziali terroriste, da quando Boko Haram aveva utilizzato donne come kamikaze.

Per questa ragione molte di loro hanno dovuto affrontare uno stigma intenso, soprattutto quelle di loro che avevano messo al mondo dei bambini o delle bambine nate in seguito a stupri subiti dai "tagliagole" di Boko Haram. Nel 2015 lo stigma era così forte e diffuso che i gruppi di aiuto e le ONG locali hanno assistito a casi di infanticidio. Le madri sentivano che i loro bambini non avevano alcuna possibilità di accettazione sociale.

Abusi continuati
La maggior parte delle donne intervistate da Crisis Group ha riferito che gli uomini armati controllano l'accesso ai pass per lasciare i campi profughi, così come l'accesso a una varietà di programmi di assistenza e confermano abusi per mano delle forze di sicurezza, insulti, minacce, furti e varie forme di violenza sessuale.

Diversi hanno notato che l'esercito nigeriano è ora meno rigido (o semplicemente più debole) del CJTF, la Task Force creata dalla coalizione internazionale a guida USA contro il cosiddetto stato islamico dell'Iraq, istituita dal comando centrale degli Stati Uniti per coordinare gli sforzi militari contro Da'esh, composta da militari statunitensi e personale proveniente da oltre 30 paesi.

Lo stigma in fase di esaurimento
C'è un ampio consenso tra i funzionari umanitari internazionali e le ONG locali che lo stigma attribuito alle donne rimpatriate è diminuito, così come è diminuita la pura imprevedibilità del numero di donne che ritornano e il passare del tempo.

Tuttavia la situazione degli sfollati nel nord-est della Nigeria, in particolare nel Borno State, continua ad essere grave, dal punto di vista della carenza di cibo, cure mediche e opportunità economiche. Gli attacchi ai campi stessi rimangono una minaccia.

Ma, mentre nel 2015 le donne cominciano a tornare erano ampiamente considerate con sospetto, per le loro esperienze precedenti sotto il controllo jihadista avvolto nel mistero, oggi dopo 4 anni, migliaia di donne sono tornate e poche persone le vedono come minacce immediate. Insomma, l'accettazione è migliorata, le persone si stanno abituando a loro.

La logica patriarcale
Ma ci sono anche altri motivi per cui oggi meno persone considerano le ex-donne rapite da Boko Haram come un pericolo. Il principale è rappresentato dalla logica patriarcale della società nel nord-est nigeriano, dove sono in pochi a ritenere che le donne rimpatriate siano pienamente responsabili delle azioni di Boko Haram.

La cultura dominante del Borno rurale non trasforma mai queste donne in autorità perché "loro", in fondo, sono "solo donne". La clemenza si deve anche al fatto che poche donne sono state coinvolte in combattimenti o altri atti di violenza.

Le forme di riscatto femminile
La vita nel nord-est della Nigeria è una lotta cronica per le donne, sia sotto il governo federale, che spesso non riesce a fornire servizi di base ai suoi cittadini, (alle donne in particolare) o sotto il controllo jihadista di Boko Haram, che sfrutta le donne per raggiungere i propri obiettivi. Eppure se le donne sono ferite dalla negligenza dello Stato e dalle tattiche insurrezionali, ma non sono solo oggetti passivi.

Molte di loro hanno contestato il sentimento popolare di donne semplicemente vittime dei gruppi jihadisti e la tradizione che ignora la lunga storia delle aspirazioni femminili.

Una maggiore partecipazione delle donne alla vita sociale e partecipativa, e una maggiore responsabilizzazione delle donne nella gestione pubblica oggi potrebbe anche aiutare a risolvere il conflitto con Boko Haram, terroristi islamici che della donna non hanno la minima considerazione.


Video. Il destino delle donne che vissero con Boko Haram




Articolo di
Maris Davis


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11 gennaio 2019

Le ragazze di Chibok, l'Hotel Supramonte e Fabrizio De André. Il rapimento

Il “rapimento” tra cronaca, musica, filosofia e psicologia. Gli occhi bendati di donne in fiamme e uomini soli che urlano pietà nel silenzio assordante della barbarie umana.


“E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo
Tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
E una lettera vera di notte falsa di giorno
Poi scuse, accuse e scuse senza ritorno
E ora viaggi, vivi, ridi o sei perduta
Col suo ordine discreto dentro il cuore
Ma dove, dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore?”


C'è una filosofica analogia tra il rapimento di Fabrizio De André, di cui proprio oggi si ricordano i 20 anni della sua scomparsa, e della moglie Dori Ghezzi avvenuto nel 1979, con quel rapimento di ragazze, studentesse all'epoca giovanissime, avvenuto a Chibok nel mia Nigeria nell'aprile 2014.

De André racconta il suo rapimento nella canzone "Hotel Supramonte", mentre quelle ragazze nigeriane ricordano il loro nei diari e nei racconti di quelle sopravvissute e che oggi sono libere.

Dove finisce l’amore di chi è prigioniero, solo, dimenticato. Resta sospeso a mezz'aria nelle beghe di un tempo che è signore distratto e bambino che dorme. Resta impigliato nei pensieri di chi continua a rivolgere lo sguardo al Cielo aspettando di riabbracciare chi sembra ormai perduto in un domani sempre troppo incerto, di nuvole e sole. Resta tra le dita di chi ha ancora paura e si prende per mano. Resta o svanisce, tra le albe e i tramonti di giorni lunghi e senza parole.

Senza parole sono i giorni e senza parole restano le menti e i cuori. Quei cuori dall'ordine discreto, quei cuori che Fabrizio De André si chiede “ma dove”, dove sono.

È una poesia struggente cantata su note altrettanto malinconiche e con voce non meno graffiante quella dell’Hotel Supramonte.


Il rapimento
I versi, pregni di una tristezza dolce e di una pacatezza aspra, celano il racconto dell’esperienza della prigionia vissuta da Fabrizio De André e da sua moglie Dori Ghezzi in seguito al rapimento avvenuto la sera del 27 Agosto 1979. Il titolo della canzone si riferisce, appunto, al Supramonte, la catena montuosa che si snoda nella zona centro-orientale della Sardegna, da sempre nascondiglio di banditi, latitanti e contrabbandieri. Il cantautore e la compagna vennero poi liberati, in seguito al pagamento di un cospicuo riscatto, rispettivamente il 22 e il 21 Dicembre dello stesso anno.

Ma quante donne in fiamme e quanti uomini soli vivono la stessa tragedia sperimentata da De André e sono condannati ad una sorte ancora più infausta e drammatica? Sono tanti i casi di rapimento riportati dalla cronaca, sono molti i mandanti e altrettanti i carcerieri che si macchiano di un reato così brutale. Alcuni di loro vengono smascherati. Altri, invece, restano senza volto, mentre le loro grida continuano ad echeggiare nelle orecchie delle loro sfortunate vittime, come un incubo che ama ritornare e tormenta.

Il caso Chibok. “Passerà anche questa stazione senza far male. Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore”
È di questa estate la notizia della condanna a 20 anni di reclusione per un uomo accusato di essere implicato nel rapimento di oltre 200 ragazze dalla loro scuola di Chibook, avvenuto nell’aprile del 2014 nel nord-est della Nigeria, da parte degli estremisti di Boko Haram.

#BringBackOurGirls. Una notizia che ha riportato agli onori della cronaca un rapimento che quattro anni fa sconvolse il mondo e che ancora oggi resta un capitolo aperto.

Cos’è Boko Haram. “Un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve”
“Boko Haram” è una traduzione nella lingua haussa di una frase secondo cui l’educazione occidentale è un peccato.

I miliziani di questa formazione non credono che la Terra sia rotonda perché nel Corano non c’è scritto, così come non credono che la pioggia sia un fenomeno di evaporazione e condensazione dell’acqua perché la pioggia è una benedizione oppure una maledizione di Allah.

Si deve la nascita di Boko Haram all’imam Mohamed Yusuf, che diede vita a questo gruppo di integralisti nel 2002. Basti pensare che, secondo tale predicatore, la scienza avrebbe dovuto essere bandita dalla Nigeria, così come la democrazia, da sostituire con la sharia, la legge islamica.

Tuttavia, il punto di svolta per il movimento si ebbe nel 2009, quando il fondatore fu arrestato e ucciso in carcere dopo una presunta insurrezione da lui guidata nella città di Maiduguri, capitale dello Stato di Borno. Il suo posto come capo, spirituale e militare, fu preso da un altro religioso, Abubakar Shekau, che negli anni successivi cambiò la strategia del gruppo, rivoluzionando il loro modus operandi.

Fino ad allora i fanatici di Boko Haram si erano limitati a protestare minacciosamente e pubblicamente contro le scuole di tipo occidentale, contro il presunto allentamento dei costumi, contro la polizia che non puniva severamente malavitosi e commercianti di alcol e contro la dilagante corruzione dei politici e dei militari.

Incutevano timore, sì, ma chiunque li avesse visti avrebbe probabilmente pensato che non sarebbero potuti andare molto lontano e si sarebbero estinti progressivamente col tempo. Del resto, potevano solo contare su bastoni e machete.

Eppure, qualsiasi individuo si fosse recato a Maiduguri nel 2014 non avrebbe potuto fare a meno di constatare, con una certa inquietudine, che Boko Haram aveva armi automatiche in quantità, combattenti esperti, una buona capacità logistica, enormi riserve di esplosivo e militanti in grado di usarlo con perizia, tanto che dopo il cambio della guardia le nuove direttive prevedevano uccisioni di religiosi musulmani moderati, attentati suicidi nei mercati, distruzioni di villaggi e rapimenti di bambini per farne soldati.

Dal 2009 deecine di migliaia di persone sono morte e 2,7 milioni sono fuggite dai villaggi distrutti

Certamente vi furono interessi locali, politici ed economici che traevano un ingente profitto dall'esistenza di Boko Haram e della psicosi che i suoi militanti seminavano. Ma è altrettanto certo che a partire dal 2012 si fecero sentire anche pressioni esterne, in particolare quelle provenienti dal jihadismo mediorientale.

Tirando le somme, la conclusione indubbia per chiunque avesse assistito all'evoluzione del gruppo sarebbe stata allora che qualcuno, evidentemente, aveva voluto investire sul terrore. Un terrore sempre meno provinciale e sempre più aggressivo. Un terrore che ringhia ed uccide soprattutto adesso.

Chibok e la foresta di Sambisa. “Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome”
Chibok è una piccola città del nord-est della Nigeria appartenente allo Stato di Borno. Isolata e protetta dalle montagne, nel Settecento divenne un rifugio per chi scappava dai trafficanti di schiavi, fu una delle ultime località nigeriane a passare sotto il controllo britannico durante il colonialismo.

Se la popolazione del nord della Nigeria è per la maggior parte musulmana, Chibok è una piccola eccezione: nel 1941 una coppia di missionari statunitensi arrivò nella città e ne convertì gran parte degli abitanti al cristianesimo.

Da allora, i diversi gruppi religiosi hanno vissuto abbastanza bene insieme, almeno fino all'arrivo di Boko Haram

Nel 2014, 276 studentesse di Chibok furono rapite nella notte tra lunedì 14 e martedì 15 aprile. La scuola femminile della città, che era anche un convitto, aveva tutte le caratteristiche per non piacere a Boko Haram. Alle sue studentesse erano insegnati i principi scientifici e studentesse musulmane e cristiane studiavano fianco a fianco. Scambiavano pensieri. Creavano idee. Erano perciò pronte a cambiare quelle a cui erano state educate e a diffondere le proprie. Forti dell’arma sola della cultura.

Le ragazze furono portate nella foresta di Sambisa, che, per parafrasare ancora una volta De André, divenne il letto di un bosco che ormai aveva il loro nome. Qui si trovava la base di Boko Haram e qui furono divise tra cristiane e musulmane. Le musulmane furono costrette a sposare dei miliziani e lo stesso accadde alle cristiane che accettarono di convertirsi all'Islam.

Le ragazze cristiane che rifiutarono la conversione, le “peccaminose”, furono invece ridotte in schiavitù, costrette a dormire all'aperto e a compiere vari lavori duri, oltre a cucinare per i miliziani, curare quelli feriti e seppellire quelli morti, divennero schiave sessuali. I loro guardiani le separarono in piccoli gruppi e continuarono a spostarle nelle varie basi per tenerle nascoste.

Per molto tempo, prima di rendersi conto del loro valore come ostaggi, Abubakar Shekau le considerò una “seccatura”, poiché a differenza di quanto avveniva con i bambini rapiti, non poteva usarle come soldati ed era per di più obbligato a provvedere al loro sostentamento e a impegnare degli uomini nella loro sorveglianza. Provò a costringerle a studiare l’Islam, ma ciò non servì a molto.

La maggior parte delle ragazze cristiane non si convertì mai all'Islam, nemmeno quando i miliziani dissero loro che le avrebbero liberate se tutte si fossero convertite.

Si fecero forza a vicenda, sfruttando il fatto di conoscere una lingua parlata a Chibok, il Kibaku, che i miliziani non conoscevano

Verso la libertà. “Giorni lunghi e senza parole, giorni incerti di nuvole e sole”
A metà 2016 furono pianificati due scambi. Nel primo Boko Haram avrebbe liberato 20 ragazze in cambio di un milione di euro; se lo scambio fosse riuscito, ce ne sarebbe stato un secondo al prezzo di due milioni di euro, cifra corredata dal rilascio di cinque miliziani prigionieri del governo nigeriano. Il presidente Buhari acconsentì all'accordo tra Mustapha, interlocutore con cui il gruppo terroristico aveva accettato di contrattare, e Boko Haram, chiedendo che il pagamento del riscatto fosse un primo passo verso un accordo di pace.

Il primo scambio avvenne, così, il 13 ottobre 2016: furono rese libere 21 ragazze, una in più in segno di riconoscimento per Mustapha e per il suo lavoro con gli orfani dei miliziani di Boko Haram. Il secondo scambio avvenne invece, il 6 maggio 2017.

82 ragazze fecero così ritorno alle loro vite

Queste giovani donne adesso studiano musica, letteratura ed informatica all’Università Americana della Nigeria, a Yola, nello stato di Adamawa: i loro studi sono pagati dal governo.

Oggi, un capitolo ancora aperto tra paura e speranza. “Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano. Cosa importa se sono caduto, se sono lontano”
Delle 276 studentesse rapite a Chibok nel 2014, 163 sono ad oggi libere, 57 fuggirono poco dopo il rapimento, altre 3 scapparono in seguito, e 103 furono liberate grazie alla trattativa organizzata dalla Svizzera.

Delle rimanenti 113, si stima che almeno 13 siano morte, la maggior parte a causa di bombardamenti aerei, altre di malaria, di fame o per il morso di serpenti; di quelle costrette al matrimonio, 2 sono morte di parto.

Delle 276 studentesse rapite a Chibok nel 2014, CENTO sono ancora prigioniere di Boko Haram

Inoltre, secondo l’UNICEF, dal 2013 più di 1.000 bambini e bambine, e altrettante donne sono state rapite da Boko Haram nel nord-est della Nigeria, sono stati uccisi almeno 2.295 insegnanti e distrutte più di 1.400 scuole. La maggior parte di queste non sono state più riaperte. Un milione di bambini non può più andare a scuola.


Il diario dell’orrore e il racconto di Naomi Adamu. “Grazie a te ho una barca da scrivere, ho un treno da perdere”
Durante la prigionia, Naomi Adamu, una studentessa rapita e poi resa libera, scriveva di nascosto quello che vedeva e sentiva, facendosi portavoce di una cronaca straziante narrata con gli occhi di chi ha visto l’orrore e l’ha vissuto sulla propria pelle.

Il diario è stato scritto su uno dei quaderni che i miliziani avevano dato alle ragazze per prendere appunti durante le lezioni sul Corano a cui le obbligavano a partecipare.

Dopo aver scoperto che alcune ragazze usavano i quaderni come diari, i miliziani glieli bruciarono. Adamu riuscì a salvare i propri, tenendoli nascosti tra la biancheria intima. La BBC ha pubblicato i passaggi più salienti di quel diario.

«Sono venuti da noi e ci hanno detto: “Per le musulmane, è l’ora della preghiera”. Dopo la preghiera, hanno detto: “Ora le musulmane si mettano da una parte e le cristiane dall’altra”. Poi abbiamo visto che avevano una tanica nella macchina e abbiamo pensato che fosse benzina. Ci hanno detto: “Chi e quante di voi vogliono convertirsi all’Islam?”. Allora molte di noi, per paura, si sono alzate e sono andate dentro… Hanno detto: “Quelle che sono rimaste vogliono morire, è questa la ragione per cui non volete essere musulmane? Vi bruceremo…”. Poi ci hanno dato quella tanica, che pensavamo contenesse della benzina. Non era benzina, era acqua»

«Ha aperto il Corano e ha cominciato a leggerlo, poi è arrivato a un passaggio che dice che chiunque loro rapiscano durante il jihad è loro, possono farci quello che vogliono… Non è un dovere per una persona coprire il corpo, ma ci hanno dato gli hijab perché non volevano vedere il nostro corpo, che li farebbe peccare e questa è una cosa molto brutta»

«Ci hanno detto che quelle che non accettano di diventare musulmane sono come pecore, mucche e capre… Che le avrebbero uccise… Poi Malam Abba ha detto che quelle che non si sarebbero convertite dovevano stare separate, non dovevano andare da quelle che erano diventate musulmane. Ci ha detto di stare separate, che ci avrebbero preparato un altro posto. Un altro ha detto invece che saremmo rimaste insieme»

«Dio mi ha salvata», la fede come “condanna” e come ancora di salvezza. “Grazie al Cielo ho una bocca per bere e non è facile”
«Ho pregato chiedendo a Dio di salvarmi e lui lo ha fatto. So che è stato merito suo». Joy Bishara è un’altra delle 276 ragazze rapite. Caricata con tutte le altre sul camion diretto nella roccaforte jihadista, è riuscita a saltare giù dal veicolo in corsa, a scappare a perdifiato per ore nella boscaglia e a tornare a casa poche ore dopo il rapimento.



«A un tratto il camion ha cominciato a rallentare, come se si fosse fermato. È successo pochi minuti dopo la mia richiesta a Dio di aiutarmi. Gli ho chiesto di salvarmi e lui lo stava facendo. Ho sentito una voce dire “salta giù”» e così, nonostante l’altezza e il timore di morire per l’impatto, Joy è saltata insieme a un’altra amica e ad altre ragazze. Per ore ha corso senza voltarsi indietro nella boscaglia, fino a quando non ha incontrato un motociclista che l’ha aiutata a tornare a casa. «Dopo la fuga sono diventata davvero cristiana. Non si può mai dire quali siano i piani di Dio. Bisogna solo ascoltare e obbedire. È quello che ho fatto. Quando sono arrivata qui negli Stati Uniti mi sono battezzata. È davvero incredibile quello che Dio ha fatto nella mia vita»

Che si abbracci il “credo ut intelligam” o l’“intelligo ut credam”, l’irrazionalità peculiare della religione rende difficile comprendere e capire pienamente il mistero di cui è pregno ciò che appare, agli occhi del protagonista, come “miracolo”

Nella storia del Pensiero sono state molte le ‘dimostrazioni razionali’ dell’esistenza di Dio, pensiamo a Cartesio, Anselmo, Tommaso, Kierkegaard, nell’alternarsi di prove e argomentazioni frutto del tentativo di provare la Sua inesistenza. Sicuramente, in questa dichiarazione si cela tutta la meraviglia della fede, svincolata da pretese di Ragione. Una fede pressoché folle, che sola può conferire conforto e speranza anche lì dove potrebbe rappresentare una ineludibile condanna.

Con la mente si può capire una cosa, capirla e carpirla; oppure comprenderla, prenderla dentro di sé, farla propria. È nel secondo caso che sboccia e appassisce la massima agostiniana, «Si comprehendis non est Deus», nel fiorire di una dimensione più alta che sfiora l’Assoluto.

Perché “l’educazione occidentale è un peccato”. “E poi scuse, accuse e scuse senza ritorno”
“Boko Haram”, e il significato del suo nome. Ma se l’educazione occidentale è un peccato, qual è il peccato originale di tale cultura?

Afferendoci a Nietzsche, il retrogusto della “mela”, nel senso proprio di malum (mela e male), ed il cambio di rotta verso nuove colonne d’Ercole viene individuato in concomitanza con la comparsa di Socrate.

Così come Adamo ed Eva commettendo il peccato originale hanno condannato tutti gli uomini al dolore e alla morte, Socrate, con la sua filosofia, ha condannato l’umanità a cadere nella mediocrità e nella decadenza. 

Nietzsche scorge nell'uomo moderno una mancanza di entusiasmo e di energia. Nel mondo greco, invece, scorge la stagione più alta e più ricca della storia umana, e individua il segreto di quel mondo nello spirito “dionisiaco”. Il dionisiaco è passione ed ebbrezza, è liberazione degli impulsi profondi. Al "dionisiaco" Nietzsche contrappone l’“apollineo”, un atteggiamento esistenziale ispirato dalla ragione e dalla riflessione, dal controllo dei sensi e degli istinti.

Ebbene, quello che Nietzsche sottolinea è che è stato Socrate a inaugurare nella mentalità greca una visione razionale del mondo e delle vicende umane; e secondo il pensatore tedesco la rassicurazione cercata nell'ordine razionale dell’universo è propria di una cultura indebolita e decadente. Con Socrate, l’epoca tragica giunge alla fine, e comincia l’epoca della ragione e dell’uomo teoretico.

Socrate cerca di dare una giustificazione di valore universale a concetti come la saggezza, l’amicizia e la virtù in generale. E, ancora, propone «ottimismo», la credenza nella bontà originaria dell’uomo (la virtù può essere insegnata a tutti e tutti la possono apprendere), con la sua fiduciosa attesa di un mondo felice.

Come può l’uomo che confida in sé stesso e sa di non saper ammettere ciecamente che la terra è piatta e che l’acqua non evapora, come predicato dalla filosofia integralista di Boko Haram. Che è vero solo ciò che è scritto nel Corano, la scienza, le conquiste umane e la ragione "è peccato" e va punito.

La psicologia del rapimento. Rapito, carceriere e mandante. “Ma dove, dov'è il tuo cuore. Ma dov'è finito il tuo cuore?”
«I veri prigionieri continuano a essere i sequestratori. Tanto è vero che noi siamo usciti e loro sono ancora dentro». Furono in molti ad essere spiazzati dalle parole di comprensione che Fabrizio De André, dopo quasi quattro mesi di prigionia, riservò ai suoi rapitori. Venne rilasciato, dopo che il padre Giuseppe pagò un riscatto di oltre 550 milioni. Fedele alla sua fama di cantore di umili e diseredati, Fabrizio si costituì parte civile soltanto nei confronti dei mandanti, «le cui condizioni economiche non consentono trovare per essi alcuna giustificazione»

Il cantautore genovese disse addirittura di essere riuscito a perdonare i carcerieri: “Ho perdonato loro [i sequestratori] perché, potendoci fare del male, hanno scelto di trattarci bene. Vorrei che certi catoni, certa gente che mi dice ‘Dovevi prima impiccare e poi perdonare’, vivessero l’esperienza che abbiamo vissuto noi e provassero quanto è importante, in quelle condizioni, essere trattati con umanità”

La domanda sorge spontanea, come nasce questo spirito di misericordia verso chi tanto ci fa soffrire?

Ebbene, la psicologia del sequestro di persona è intimamente legata alle peculiarità di questo delitto doloso. L’esperienza insegna che tra le motivazioni alla base di tale reato si trovano prevalentemente quelle a scopo di terrorismo ed eversione, quelle a scopo di estorsione ma anche quelle a scopo di sfruttamento delle qualità intrinseche nel soggetto.

Il sequestro di persona rappresenta così un crimine particolarmente brutale, primariamente perché pone il soggetto in una condizione di moderna “schiavitù”, ma anche perché lo espone ad un elevato livello di violenza per un periodo prolungato di tempo, spesso coinvolgendo in questa violenza anche i congiunti del rapito.

Approfondendo il punto di vista psicologico, nelle dinamiche di sequestro sono presenti diversi meccanismi assai rilevanti. Il principale è quello che intende spogliare la vittima di ogni qualità personale positiva, ostacolando cosi un eventuale processo di identificazione del sequestratore con la vittima stessa, rimuovendo con esso la naturale empatia che impedisce il desiderio perverso di infliggere prolungate sofferenze gratuite ad un suo simile.

In questa operazione il sequestratore si ripulisce la coscienza, superando il senso di colpa e inquadrando il sequestro come un pareggiamento di conti o come un atto dovuto. Di fatto il mandante, invece, di per sé committente di tale barbarie, è propriamente il Ponzio Pilato del rapimento: si lava le mani e delega lo sporco lavoro a carcerieri che, al di là del fatto che siano seriali o meno, accettano l’infausto ruolo per lo più per motivazioni economiche.

Il sequestro ha quindi inizio con la cattura, con un elevato impatto psicologico, per ovvi motivi, sulla vittima ed in certa misura anche sul sequestratore. L’ostaggio viene privato improvvisamente ed in modo spesso violento della sua libertà, quindi delle sue abitudini e talvolta della sua identità.

Non potendo più determinare nulla della sua esistenza viene ridotto ad un oggetto nelle mani dei sequestratori. L’effetto “sorpresa” necessario alla cattura costituisce allora in sé per sé un traumatismo, una dolorosa distruzione della sicurezza personale, un crollo nella fiducia del mondo esterno, una chiara percezione di pericolo di vita. Circa invece il sequestratore la cattura coincide con l’inizio dell’attività criminosa, con lo spartiacque nella percezione della propria identità come persona “normale” o come criminale efferato.

Segue a questo punto solitamente una fase di trasferimento durante la quale la vittima percepisce con sempre maggiore chiarezza l’allontanamento dal mondo della sua libertà e l’entrata in un mondo diverso, sconosciuto, ostile, atto a mantenere la sua condizione di “oggetto rubato”

Il trasferimento si completa con la prigionia, solitamente messa in atto in luoghi angusti e difficilmente accessibili, sotto la sorveglianza di soggetti spesso pregiudicati o addirittura latitanti, comunque capaci di essere privi di impegni sociali, familiari, lavorativi per lungo tempo.

Un accenno a sé stante nelle dinamiche di sequestro va riservato agli aspetti “vittimologici” relativi alla relazione vittima-carnefice e alle conseguenze in termini di danno psichico per la vittima.

Degna di nota è la famigerata Sindrome di Stoccolma, che prende il nome da una rapina con ostaggi avvenuta in questa città nel 1973, i cui i sequestrati mostrarono elevata solidarietà e identificazione con gli aggressori, verosimilmente attuate in un procedimento teso dapprima a negare le sofferenze che le 131 ore di sequestro armato procurarono loro e successivamente a giustificare il comportamento del rapitore sulla base di sofferenze precedentemente patite dallo stesso.

In questi casi, però, si osserva anche un processo di identificazione del rapitore con la vittima che lo spinge ad attenuare la sua aggressività in un biunivoco sentimento di humanitas che ritroviamo anche nelle parole del cantautore genovese una volta tornato alla libertà, che giunse a dichiarare perfino: «È un luogo [quello della prigionia] dove le tensioni sociali esistono. Ma sono temperate dal contatto diretto con la natura e da una profonda moralità che si estrinseca nel rispetto di alcuni valori fondamentali, come per esempio l’ospitalità. Per quanto strano possa apparire, anche questo ho trovato nei nostri carcerieri»


L’addio al Supramonte. “E ora viaggi, vivi, ridi o sei perduta”
Il 22 dicembre del 1979, alle ore due del mattino, Fabrizio De Andrè lasciò il “suo” Hotel Supramonte, dove aveva visto la neve. Quella stazione era per lui passata, senza far male seppur infliggendo cicatrici profonde e dolceamare. Altri orizzonti aspettavano il suo treno, gli stessi che al confine tra la terra e il cielo aspettano chiunque riesca a riconoscere nuovamente la libertà.

Si può assaporare la libertà in una gabbia, la si può ripudiare quando, invece, si è convinti di possederla. Non esiste prigionia più dolorosa di quella che ci rende sotto scacco del nostro io, delle nostre paure, dei nostri rimpianti, d’altra parte.

Quante vittime in ostaggio riescono a respirare molta più libertà dei loro carnefici? Quante volte siamo noi, carnefici di noi stessi, a soffocarci?

Se si viaggia, si ride, si vive, non si è mai perduti

Anche per coloro che hanno dentro al cuore il loro Hotel Supramonte ed un ordine discreto, questa stazione passerà, come passa il dolore.






Articolo di
Maris Davis


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09 gennaio 2019

Nigeria. "Uccidete e rapite solo i cristiani". Il nuovo corso di Boko Haram

Da quando i terroristi islamici hanno giurato fedeltà all’Isis, non attaccano più in modo indiscriminato i musulmani. Le tappe della svolta ideologica.

Campo profughi del nord Nigeria che ospita sfollati in fuga da Boko Haram

Boko Haram è cambiato
È feroce come prima, compie attentati e massacri come prima, opprime la Nigeria nel nome della purezza islamica come prima. Eppure è diverso.

Da quando nel 2015 Abubakar Shekau, il leader del gruppo terroristico succeduto al fondatore Mohammed Yusuf, ha giurato fedeltà allo Stato islamico, Boko Haram si chiama ufficialmente Iswap, Stato islamico nella provincia dell’Africa occidentale. Nel 2016 Shekau è stato sostituito al potere da Abu Musab al-Barnawi, che ha cambiato politica e strategia degli islamisti.

Colpire solo i cristiani
Come fa notare il docente della Georgetown University Jacob Zenn, in un’analisi pubblicata dal portale African Arguments, «Sotto Shekau, Boko Haram dichiarava frequentemente “infedeli” anche quei musulmani che vedeva come obiettivi legittimi di attacchi mortali. Il gruppo ha rapito centinaia di ragazze islamiche e le ha rese schiave. Questo duro trattamento dei musulmani viola gli ordini dello Stato islamico. Al-Barnawi e i suoi alleati hanno preso le distanze da Shekau e dal 2016 hanno generalmente rispettato il comando teologico di non uccidere i musulmani nelle scuole e nei mercati»

Anche l’Iswap, il nuovo Boko Haram, considera una colpa punibile con la morte «lavorare per il governo o per una Ong internazionale o recarsi a votare», ma l’obiettivo principale dei terroristi jihadisti nigeriani sono diventati i cristiani.

«Al-Barnawi (il nuovo capo di Boko Haram) ha seguito la direttiva di rendere schiave solo le ragazze cristiane. Ecco perché, quando l’Iswap ha rapito oltre 100 studentesse a Dapchi, le ha liberate tutte tranne una ragazza cristiana (Leah Sharibu).

A inizio anno, inoltre, ha rapito una volontaria cristiana dell’Unicef e ha ucciso due giovani musulmane della Icrc solo perché avevano collaborato con una Ong “cristiana”»

La svolta ideologica
Il nuovo corso di Boko Haram non è una buona notizia per la Nigeria. I terroristi islamici, infatti, hanno continuato ad attaccare città e caserme dell’esercito.

Negli ultimi mesi, inoltre, la fazione di Shekau (il leader storico di Boko Haram), che si era allontanato dall’Iswap dopo essere stato scalzato dalla leadership e che aveva fondato un nuovo esercito di circa mille uomini, ha stretto un accordo con l’Iswap per porre fine alla guerra fratricida che negli ultimi mesi ha fatto oltre 400 vittime tra i combattenti delle diverse fazioni terroristiche.

A novembre Shekau, che è stato dato per morto almeno una decina di volte, ha pubblicato un nuovo filmato mostrando come lui e i suoi uomini applicano la sharia all’interno di una caserma dell’esercito appena conquistata nello Stato di Borno.

Se i gruppi dei leader Shekau e Al-Barnawi si riunissero di nuovo, Boko Haram potrebbe diventare ancora più violento e letale nei suoi attacchi.

Nel frattempo, la parola d’ordine resta una: colpire solo i cristiani



Lo Stato Islamico della Nigeria
Da alcune settimane Boko Haram tiene sotto controllo una parte del Borno State che comprende cinque città tra cui Baga che all'inizio del 2015 fu praticamente rasa al suolo durante un attacco che provocò almeno duemila vittime.

È di pochi giorni fa la notizia che l'esercito nigeriano sta preparando un attacco in grande stile per liberare le cinque città tornate sotto il controllo degli jihadisti. Notizia che avrebbe dovuto restare segreta ma che il quotidiano nigeriano Daily Trust ha divulgato e per questo è stato chiuso e due dei suoi giornalisti arrestati.

Il prossimo 16 febbraio in Nigeria sono previste le elezioni presidenziali e Muhammadu Buhari, il presidente nigeriano, mussulmano moderato, ha bisogno di una vittoria contro Boko Haram per farsi rieleggere, e lo dimostra la contro offensiva che l'esercito sta preparando.

Nel 2015 Buhari fu eletto presidente della Nigeria proprio grazie alla "promessa" che avrebbe sconfitto i miliziani islamici che hanno devastato le regioni nord-orientali, rapito ragazze, usato bambine per compiere attentati, distrutto scuole e chiese, raso al suolo interi villaggi e provocato 2,7 milioni di profughi. Una promessa mai mantenuta, oggi Boko Haram è forte come prima, e forse più di prima.

Tra il 2015 e il 2016 la coalizione tra gli eserciti di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun era riuscita a costringere le milizie jihadiste a fuggire nella foresta di Sambisa, liberando così le città sotto il controllo dello Stato islamico di Nigeria, ma Boko Haram è tornato e si è ripreso il controllo di vaste aree del Borno State, e oggi ha un solo obiettivo, uccidere i cristiani.

Nella regione attorno al lago Ciad, confine tra Nigeria, Camerun, Ciad e Niger, è in atto una gravissima crisi umanitaria che coinvolge oltre quattro milioni di persone al limite della sopravvivenza. In gran parte sono persone in fuga dalle violenze di Boko Haram e le organizzazioni umanitarie hanno un difficile accesso, se non impossibile, proprio per la massiccia presenza delle milizie armate di Boko Haram.


La nostra Campagna Informativa
"No all'Islam Integralista,
No alla persecuzione dei cristiani"

- clicca qui -




Articolo di
Maris Davis


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In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...