Visualizzazione post con etichetta Mafia Nigeriana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mafia Nigeriana. Mostra tutti i post

10 ottobre 2021

Mafia Nigeriana. Capi, soldati, spaccio, punizioni

Ferrara, settembre 2021, così è stata smontata l’organizzazione dominante nel centro nord. Il giudice: "Clan pericolosissimo"

Violenti, pronti "all’annientamento fisico degli avversari", dotati di "elevatissima capacità intimidatoria" e capaci di "allarmanti azioni di plateale contrapposizione allo Stato italiano". Sembrerebbe il ritratto dei ‘padrini’ di Cosa Nostra della Sicilia profonda o delle 'Ndrine che dominano i pendii dell’Aspromonte. Invece no. Siamo a Ferrara. E l’organizzazione che per anni ha dettato legge in alcuni quartieri della città non è nemmeno italiana ma interamente formata da nigeriani.

È infatti nel cuore della placida provincia emiliana che la ‘piovra nera’ ha ficcato i suoi tentacoli. Non solo all’interno delle mura estensi. Il gruppo aveva addentellati anche in gran parte del nord, da Padova a Torino, passando per Parma, Brescia e Verona. Fino a pochi anni fa, gli allarmi lanciati sul fenomeno venivano etichettati come l’esagerazione di residenti lamentosi o come le farneticazioni di qualche razzista. Ma ora le cose sono cambiate. Adesso c’è un processo in corso. L’accusa è associazione a delinquere di stampo mafioso ed è uno dei primi casi in Italia in cui il reato viene contestato a un gruppo di origine africana.

Alla sbarra è finito uno dei più potenti e feroci clan (o cult , come li chiamano i membri) nigeriani: gli Arobaga-Vikings. A descriverne la pericolosità e la struttura sono le 110 pagine firmate dal giudice dell’udienza preliminare Francesca Zavaglia. Il magistrato, il 10 giugno, ha emesso le prime sei condanne (pene da cinque a otto anni) a carico di altrettanti affiliati. Per gli altri diciassette, tra cui i boss, è stato disposto il rinvio a giudizio, con prima udienza celebrata l’altro ieri in tribunale a Ferrara.

Ma chi sono i Vikings? È lo stesso giudice a spiegarlo. Il clan ha una gerarchia rigida, con al vertice il presidente del ramo italiano dell’organizzazione (detto Vatican) e un consiglio di anziani. Sotto si dipana una piramide di capi di livello intermedio fino ai soldati . Ai livelli più alti c’era Emmanuel Okenwa, noto come ‘Boogye’, un dj di musica afro-beat che "si vantava di essere il re di Ferrara".

La sentenza delinea poi altre caratteristiche del gruppo, come il linguaggio in codice con l’utilizzo di vocaboli di derivazione nautica, o l’abbigliamento, con lo sfoggio di berretti o bandane di colore rosso. Zavaglia si sofferma poi sui feroci riti di affiliazione, sulle punizioni per gli insubordinati, sulle lotte per il controllo del territorio e sull’obbligo di versare denaro all’organizzazione (una "quota sociale" per gli affiliati e aiuti per i carcerati e le loro famiglie).

A Ferrara i Vikings regnavano sul quartiere della stazione, gestendo le piazze di spaccio e lo sfruttamento della prostituzione a volte in accordo e a volte in contrasto con il clan rivale degli Eiye. Ed è stata proprio una faida con l’altra banda a indirizzare procura e polizia sulla pista giusta, sollevando il velo su un fenomeno fino a quel momento sconosciuto. Era l’estate del 2018. Una partita di droga non pagata nei termini stabiliti fu la scintilla della violenza. Aggressioni quotidiane ai danni di membri dell’uno e dell’altro clan. Fino alla resa dei conti.

Un commando di Vikings tese un agguato a un membro di spicco degli Eiye, massacrandolo a colpi di machete. Sopravvisse per miracolo. Le indagini sul tentato omicidio accesero i riflettori su esponenti e affari del clan, tra cui la pretesa del ‘pizzo’ da altri nigeriani e gli "abusi a danno dei negozianti".

Insomma , conclude il giudice, siamo davanti a un’organizzazione "di elevata pericolosità ed efferatezza" nota "a tutta la comunità nigeriana" che "ben percepiva la carica intimidatoria" e ormai "altamente temuta da tutti i residenti". Che il problema non fosse più limitato alla sola comunità straniera, Ferrara lo ha appreso nel febbraio del 2019 con la ‘rivolta dei cassonetti’.

Animati dalla falsa notizia di un connazionale morto durante un inseguimento con le forze dell’ordine, decine di nigeriani scesero in strada, rovesciando bidoni dell’immondizia e lanciando bottiglie. Un ulteriore segno, sempre stando alle parole del giudice, di quella "escalation di violenza" stroncata un anno dopo a suon di arresti.



La "Cosa Nera" e la politica negazionista

Dalla ‘ndrangheta calabrese, con cui fanno affari e trattano alla pari, hanno preso il meglio. Hanno osservato e copiato il modello italiano con l’attenzione di chi non vuole restare indietro. Affari e violenza, strategia e gerarchia. Nella classifica delle mafie degli anni Duemila le cosche nigeriane si sono ritagliate un ampio posto al sole il cui business copre traffico di cocaina e affari con i narcos, prostituzione e traffico di esseri umani.

Il processo in corso a Ferrara e le motivazioni delle prime sei condanne tracciano un quadro criminale allarmante, anche non del tutto nuovo, ma che conferma il radicamento della Cosa nera. Un rapporto della Dia precisa che le gerarchie e l’organigramma sono quelle ‘ndranghetiste, come del resto la suddivisione dei territori e dei processi decisionali. Guarda e impara, mescolando riti tribali tra frustate, torture e brindisi col sangue e organizzazione manageriale.

Ciò che le sentinelle del politicamente corretto non amano sentirsi dire è che se i capi arrivano in modo regolare dalla Nigeria il reclutamento dei soldati pesca in parte fra le migliaia di disperati alla ricerca dell’impossibile sogno italiano. Per anni la politica e perfino la giustizia ha sottovalutato questo fenomeno criminale perché tira in ballo il tema dell’immigrazione. A Ferrara, il clan del Vikings, oggetto della maxi inchiesta, ha messo radici con affari allargati a tutto il nord Italia. E proprio qui la politica è stata a lungo negazionista per scelta ideologica. Dal 2018 al 2020 i nigeriani sono stati i cittadini stranieri che hanno subito più denunce e arresti per associazione mafiosa. Dati, non opinioni. I gruppi consolidati oggi sono i Viking, Axe, Maphite ed Eiye. La Cosa nera c’è e si vede.

05 settembre 2019

Green Bible. Svelati i segreti della "Bibbia Verde" della Mafia Nigeriana

Pena di morte per i traditori. Un vero e proprio manuale di istruzioni per gli affiliati. Si tratta della ‘Green Bible’, ovvero il codice della mafia nigeriana.


Dai soldi per mantenere le famiglie degli arrestati alle quattro ramificazioni, fino al codice di comportamento per i nuovi affiliati: le tante similitudini dei Maphite con le 'ndrine calabresi, scoperte nel manuale che apre la porta sul mondo della criminalità organizzata africana.

Un vero e proprio manuale di istruzioni per gli affiliati, nel quale, per esempio, il piano di riciclaggio di denaro nei Paesi di origine viene indicato come ‘Mario Monti’.

Si tratta della ‘Green Bible’, ovvero il codice della mafia nigeriana. È stato scoperto poco più di un mese fa a Torino nel corso di una indagine sfociata in alcune decine di fermi.

Grazie alla ‘Bibbia Verde’, contenuta in un pacco inviato dalla Nigeria all’Italia e intercettato nel capoluogo piemontese, gli investigatori sono riusciti a ricostruire la struttura del clan Maphite (o Green Circuit association), le regole, le cariche e le investiture, i riti di iniziazione, le punizioni. “Ogni operazione criminale aveva un nome in codice. Il ‘Mario Monti’ era uno di questi”

E a leggere bene il manuale, che nei giorni scorsi è stato depositato ai Tribunali della Libertà di Catania, Modena e Torino, si possono notare inquietanti e neanche tanto nascoste similitudini con la ‘ndrangheta.

A cominciare dal fatto che i Maphite in Italia sono divisi in 4 ramificazioni, esattamente tanti quanti sono i mandamenti delle ‘ndrine calabresi. E chiunque desideri farne parte deve essere di "razza africana" e raccomandato da un membro. E dovranno essere superati 120 giorni di prova, prima di ottenere l’affiliazione. Così come accade per i “contrasti onorati” delle ‘ndrine. Da quel momento, il fine ultimo del nuovo membro dei Maphite sarà fare soldi. Occupandosi di droga, prostituzione, rapine, armi. Il denaro è l’unica cosa che conta. I "soldi" è ciò intorno a cui ruota tutto.

Anche in caso di arresto. Quando verranno stanziati, entro 48 ore, 10mila dollari per il mantenimento della famiglia dell’arrestato. Con questo, proprio come accade per la “bacinella” della ‘ndrangheta, si vuole evitare la cosa peggiore di tutte: il pentimento. La collaborazione con la giustizia, la violazione dell’omertà porta come conseguenza diretta solo alla morte. È il primo insegnamento che viene trasmesso agli ‘showguy’, i giovani che entrano nella famiglia Maphite.

Tenere la bocca chiusa e non lamentarsi delle punizioni. Restando lontano dalle forze dell’ordine (chiunque sia, anche alla lontana, imparentato con un poliziotto non può entrare), ma anche sciogliendo qualsiasi rapporto con i cults africani o le mafie italiane. Perché di loro non c’è bisogno.

Sono le rigide regole della "Green Bible" della mafia nigeriana. Il testo spiega anche l'ordine gerarchico dell'organizzazione malavitosa: ci sono capitani, tenenti, sergenti e soldati semplici.

Il giuramento col fuoco per entrare nel clan

"Giuro di essere leale e fedele all'organizzazione dei Maphite. Se domani deciderò di svelare questi segreti, questo fuoco brucerà me e le cose che mi appartengono; ovunque mi trovi i Maphite mi faranno a pezzi sino alla morte"

I nuovi affiliati che entrano a far parte della mafia nigeriana sono sottoposti ad una sorta di rito tribale, prima vengono picchiati dagli altri membri e poi devono tenere tra le mani dei pezzi di carta infuocati, per dimostrare il loro valore.

Tipico e conosciuto soltanto dagli adepti il modo di comunicare, i rituali, e un prestabilito modo di ingresso all'interno dell’organizzazione, di affiliazione, rigidissime le regole di comportamento e puntualmente codificate che ripercorrono in parte quelle più conosciute delle organizzazioni di tipo mafioso italiane.

Così è strutturata la mafia nigeriana

L’indagine che poi ha portato al sequestro della "Green Bible" fu avviata nel 2017 e si è conclusa lo scorso luglio con un "elevato numero di arresti"

Un'indagine che si è avvalsa anche delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che hanno consentito di ricostruire ruoli, gradi, gerarchie e regole di funzionamento all'interno dell’organizzazione criminale, nonché i diversi reati che hanno permesso all'organizzazione stessa la propria sopravvivenza e il dominio in alcuni ambiti criminali, spaccio di sostanze stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, uso indebito di strumenti di pagamento elettronico, oltre a frequentissimi e violenti scontri con organizzazioni criminali nigeriane contrapposte.

Tutte attività criminali che hanno trovato riscontri oggettivi, codificate nella "Green Bible". Il gruppo dei Maphite aveva diviso l'Italia in quattro grandi zone di influenza e affidato ogni zona ad una "famiglia mafiosa". Così come descritto nel codice della "Bibbia Verde" si evidenzia anche nella realtà dei fatti una struttura di tipo piramidale ai cui vertici ci sono i "capi" e giù fino ai "soldati".

In particolare: coloro che decidono le nuove iniziazioni, coloro che gestiscono la prostituzione, altri che mantengono i rapporti di forza con le altre organizzazioni criminali, fino a coloro che organizzano lo spaccio di droga nelle piazze cittadine.

Nella "Green Bible" vengono citate anche le "mamam", anelli terminali della catena della prostituzione. Sono le "mamam" che individuano e "acquistano" le ragazze in Nigeria, poi affidano il "viaggio" ad un anello superiore della catena. Una volta che la ragazza arriva in Italia la "mamam" ha il compito di gestirla anche avvalendosi dei "soldati", ovvero i boys. Su ordine della "mamam" i boys possono controllare, picchiare e perfino violentare le ragazze che non si adeguano.

A questo punto la "mamam" mette in conto il rischio (la possibilità di perdere il pacco durante il viaggio), ovvero la possibilità che la ragazza venga fermata, che venga bloccata nei campi della Libia, che passi di mano ad altre organizzazioni criminali (in Libia esiste per esempio il mercato delle schiave del sesso), o che magari muoia o venga uccisa.

Secondo l'OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni), nell'ultimo anno e mezzo solo una ragazza su dieci partite dalla Nigeria è già arrivata in Italia. Questo a causa di tre fattori principali, l'aggravarsi della guerra civile in Libia, la chiusura dei porti e un tasso più elevato di mortalità nell'attraversare il Mediterraneo per mancato pattugliamento di navi ONG.

Leggi anche
Mafia Nigeriana. Sgominata cellula dei Maphite attiva in Emilia Romagna. Svelati i segreti della "Green Bible"



Articolo di
Maris Davis


Condividi su Facebook


29 agosto 2019

Dalla prostituzione al traffico di organi. Si allarga il business della Mafia Nigeriana

Un falso contratto di lavoro a Dubai dietro al quale si nasconde il commercio peggiore. Ecco come le ragazze già costrette a vendersi in italia vengono ingannate di nuovo. Con il sogno di sottrarsi al marciapiede.



Le ragazze nigeriane sono l’80 per cento delle vittime dello sfruttamento sessuale in Italia, fenomeno che interessa in totale tra le 30 e le 50 mila donne. E il decreto sicurezza voluto da Matteo Salvini rende più vulnerabile chi è arrivata negli anni scorsi, in particolare le vittime di tratta. Mentre si fanno largo fenomeni di sfruttamento nello sfruttamento. sempre più difficili da combattere e segnali allarmanti di come il fenomeno stia cambiando, in peggio. Ad esempio, ormai ci sono tratte dentro la tratta: donne ingannate più volte, passate di paese in paese, scomparse e spesso uccise: circa 500 in Italia negli ultimi 20 anni.

Quello che accade dentro la rete fittissima e autoreferenziale che è la comunità nigeriana, in cui i legami sono una protezione ma anche una trappola, in cui tutti conoscono tutti e se un destino è deciso nessuno tenta di cambiarlo, a volte emerge grazie a donne coraggiose come Isoke, Maris Davis, Grace, Nadine, Blessing e tante altre che hanno visto la neve per la prima volta in Italia più di venti anni fa. Oggi come allora le cose NON sono cambiate, poco hanno fatto le istituzioni per contrastare il fenomeno, tanto ha fatto la mafia nigeriana che ha affinato le armi e si è intrufolata nel territorio italiano in modo ancora più capillare. Rispetto a 20 anni fa, ai tempi di Isoke, Maris Davis, Grace, Nadine, le cose sono peggiorate.

Appena arrivate, accanto al fuoco, semi svestite, non si capacitavano di essere cadute nella trappola della tratta. Ribellarsi è costato molto, pestaggi, tentativi di essere uccise e per Maris Davis anche un rapimento cruento che l'ha portata in Spagna dove è rimasta segregata per 4 anni, come racconta lei stessa nel libro "Parlo di me"

«Come siete arrivate qui, possono ingannarvi ancora e portarvi altrove, non accettate nulla», ripetono a tutte. Perché il destino può essere ancora peggiore della schiavitù e della prostituzione: e si chiama traffico di organi.

Per le donne vittime di tratta le cose sono peggiorate ancora di più con l'entrata in vigore dei due decreti sicurezza voluti da Salvini. È stata smantellata tutta quella rete di protezione sociale così faticosamente costruita negli anni. Un colpo al Cuore per tutte quelle ragazze nigeriane che con fatica e tanta sofferenza avevano denunciato i loro aguzzini e che ora rischiano di ritornare dentro al vortice della schiavitù sessuale.

Il trucco dei falsi fidanzati

«A Verona una ragazza nigeriana ci ha mostrato un contratto di assunzione per un lavoro a Dubai, ottenuto tramite il fidanzato. Un contratto come quello non ti fa dubitare, ci credi sempre». Dietro però, spesso, si nasconde il traffico peggiore: quando si ricevono queste opportunità allettanti, addirittura con contratto firmato, c’è dietro una rete criminale transnazionale attiva da tempo, ma che negli ultimi cinque anni è emersa con forza: «Questi falsi fidanzati conquistano la loro fiducia, dicono alla ragazza “tu sei sveglia, cosa fai qui in attesa, c’è questa possibilità”»

Arriva il contratto e le giovani donne vengono spedite nel Golfo, di solito a Dubai, Gibuti ed Emirati. Ai “fidanzati”, contemporaneamente, arrivano i soldi tramite money transfer o su carte ricaricabili. «Delle ragazze poi non si sa più nulla», dietro c'è il racket del traffico di organi: «In quei paesi operano medici cinesi, stando a quello che ci hanno detto, non arabi. Magari loro fanno i broker, ma chi fa le operazioni è asiatico». Il fenomeno delle sparizioni e in generale della tratta, riguarda anche i minori.

«Qualche anno fa collaborai con i Carabinieri del Ros all'indagine per il ritrovamento di un bambino africano nel Tamigi, a Londra, privato di tutti gli organi. Non era chiaro se fosse per qualche rito o altro. Con Esther Ekanem, anche lei nigeriana, che da Londra si occupa di tratta di esseri umani, ci siamo subito attivate. Lei stava indagando sulla tratta delle donne sfruttate per fare figli destinati alla vendita, alle adozioni illegali, ma non si nasconde che i bambini servano per più scopi»

Joseph Chidiebere Osuigwe, avvocato e direttore del Devatop Centre for Africa Development in Nigeria, conferma che la mafia nigeriana ha ormai un ruolo di primo piano in questo traffico, annidato dentro la tratta tradizionale per lo sfruttamento sessuale o lavorativo che dalla Nigeria, anche attraverso il Mediterraneo, si indirizza verso tre continenti.

È un commercio fiorente perché raddoppia il guadagno del trafficante che costringe le vittime, donne, giovani e capifamiglia attratti da un lavoro all'estero, a vendere un organo per saldare il proprio debito: pagano lui con la vendita di un rene, il quale poi riceve soldi anche dal broker. «Le vittime, al netto dei casi di rapimento o convinte da qualcuno di necessitare di un’operazione, vendono a partire da 1.500 dollari, ignare dei 50 mila che guadagna l’organizzazione e dei 128.500 di base che i ricchi pazienti danno alle gang per un rene»

«Questo commercio in Nigeria è tra le forme allargate di sfruttamento degli ultimi dieci anni, insieme a schiavitù domestica, matrimoni forzati, traffico di minori attraverso gli orfanotrofi o il lavoro di apprendistato, i bambini soldato, il traffico per scopi rituali. Siamo a conoscenza di casi avvenuti in India, Malesia e Dubai che coinvolgono cittadini nigeriani, la mia organizzazione ha ricevuto due segnalazioni di rimozione illegale di organi di due nigeriani in India», spiega Osuigwe.

Doppio inganno

L’eventualità che la tratta finalizzata al traffico d’organi coinvolga anche l’Italia non è, allo stato, suffragata da prove giudiziarie. Don Carmine Schiavone, direttore della Caritas diocesana di Aversa e referente regionale Caritas per l’immigrazione, ha rilasciato però un’intervista al sito Vatican News dicendo che «una delle ragazze a ottobre scorso ha cominciato a raccontare di questo commercio, rivelando che alcuni amici suoi, per arrivare in Italia, hanno dovuto dare un rene, alcuni la cornea»

Sotto osservazione poi è il litorale di Castel Volturno, dove sono noti i rapporti tra la mafia nigeriana e la camorra. Va detto però che difficilmente può svilupparsi un traffico d’organi “interno” al nostro Paese: per un trapianto servono strutture ospedaliere complici e molto vicine al luogo in cui l’organo viene espiantato. Il problema, da noi, sono invece le ragazze nigeriane già in Italia che per sottrarsi alla prostituzione accettano le improbabili “offerte di lavoro” in Paesi dove il traffico d’organi non è una leggenda metropolitana ma è stato provato, come appunto l’India e i Paesi del Golfo. Ingannate una volta per farle venire in Italia e una seconda volta per portarle via dal nostro Paese, verso un destino ancora peggiore.

Nel 2018 sono arrivati in Italia solo 1.250 migranti nigeriani, ma aumentano gli adescamenti di chi è già presente da tempo in Europa. Mentre la crescente instabilità libica e la politica dei “porti chiusi” hanno trasformato le rotte: si rafforza quella Nigeria-Mali-Spagna mentre è storico il legame diretto tra la Nigeria e i Paesi del Golfo Persico.

«Nel 2014 sono arrivate in Italia circa 2.400 ragazze. 5.600 nel 2015 e nel 2016 erano 11 mila», spiega Anna Pozzi, giornalista e studiosa esperta di tratta. Col tempo è diminuita l’età delle ragazze, minorenni che spesso non si dichiaravano tali per evitare di essere inserite in strutture protette, con scolarità bassa se non analfabete.

Secondo il rapporto di ActionAid pubblicato ad aprile sulla base di 60 verbali di vittime di tratta presentati presso la Commissione territoriale di Roma tra il 2016 e il 2017, il decreto Sicurezza colpirebbe soprattutto loro: stabilendo il rigetto della richiesta di asilo avanzata da chi ha in esecuzione già un provvedimento di espulsione, queste non hanno la possibilità di presentare nuove richieste e non c’è il tempo di indagare sulle loro storie di sfruttamento.

Il decreto inoltre non solo abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari prima concesso anche in ragione delle violenze subìte nei Paesi di transito, ma i richiedenti asilo e i beneficiari di protezione umanitaria non accedono più al sistema ex Sprar (ora solo per titolari di status di rifugiato o protezione sussidiaria e minori non accompagnati) ma ai Centri ordinari, Cas e Cara: affollati, privi di personale qualificato e programmi di inclusione. L’eliminazione dell’obbligo di denuncia da parte della vittima di tratta per ottenere il permesso di soggiorno depotenzia anche l’articolo 18 del Testo Unico sull'Immigrazione che prima le tutelava.

L'incrocio con la religione

Una sera scaricano Gioia da un’auto davanti alla porta della Caritas di Aversa. La accolgono, non ha documenti, non parla. Se la ricordano a fissare il muro, con le braccia appoggiate su un tavolo per interi pomeriggi. «Quando ha ricominciato a parlare abbiamo capito che era molto confusa. Aveva bisogno di un supporto psicologico importante. Ovunque mi incrociasse, voleva per forza una benedizione», dice don Carmine Schiavone. Con suor Rita Giarretta delle Orsoline del Sacro Cuore di Maria, fondatrice di Casa Rut, Schiavone svolge la sua pastorale in una delle «periferie del mondo»: la strada. «Un giorno ha detto di aver conosciuto un pastore, un reverendo: aveva un numero che chiamava in continuazione perché adesso poteva stare finalmente bene, diceva. Una mattina è uscita e nessuno l’ha più vista»

I sedicenti “pastori” religiosi sono tra le più insidiose pedine della tratta. Alcuni sfruttano direttamente ragazze e ragazzi, altri li mettono in mano ai trafficanti. Case di preghiera delle Chiese pentecostali africane sono presenti sul litorale Domizio e a Castel Volturno, l’enclave dei clan mafiosi nigeriani che gestiscono, dentro una comunità di 25 mila nigeriani e ghanesi, arrivi, traffico di droga e prostituzione.

Certi leader spirituali organizzano momenti di preghiera per la “liberazione”. I migranti raccontano che non ottenere il permesso di soggiorno è un maleficio e loro si offrono di toglierlo a pagamento. «Ce n’è uno considerato potente e allora, quando arriva, molti nigeriani si riversano lì anche da altre parti di’Italia. Vende braccialetti con la scritta Holy ghost fire», spiega Blessing Okoedion nel libro in cui racconta la sua storia.

L’intreccio tra religione cristiana, business e il rito ju-ju, che lega le ragazze ai propri sfruttatori, è un capitolo anche della sua storia personale. «Alice è stata molto furba, mi ha ingannata facendosi passare per una donna di Chiesa. Faceva di tutto per mostrarsi molto pia e devota ma non si è fatta scrupolo a raggirarmi e trafficarmi»

Blessing ha 33 anni ed ha appena superato l’esame di maturità in Italia: «Ho preso 64», racconta. Laureata in informatica, assembla e ripara computer a Benin City quando incontra una donna che le propone di trasferirsi a Napoli per lavorare nel nuovo negozio del fratello. Quando arriva a Castel Volturno però si ritrova una “mamam” che le spiega di accettare anche 15, 10 euro e di non rifiutare nessuno. Era il marzo 2013. Oggi lavora come interprete e mediatrice culturale e la sua nuova vita la deve alla Polizia e a Casa Rut, che negli anni di ragazze ne ha accolte 500, più 80 bambini.

Alcune lavorano nella cooperativa NewHope: accessori fatti con stoffe africane e negozio nella più bella via di Caserta, perché «la dignità si restituisce con la bellezza. Non le facciamo sentire delle bisognose, ma persone in grado di farsi valere per quello che sono, che pensano con la propria testa» dice suor Rita.

«Si tollerano le ragazze anche in zone centrali», dice don Carmine. «Lo stiamo notando anche dalla geografia delle abitazioni da cui partono e rientrano». La Caritas di Caserta le va a trovare in strada. Alle 20 parte l’auto con lui in tonaca e i volontari. Si chiede il permesso prima di scendere, e se c’è, ci si stringe la mano, sono festose. «Chiedo di potermi sedere con loro, poi iniziamo a parlare bevendo cioccolata o il tè caldo che abbiamo portato, o regaliamo loro una rosa». Solo dopo varie visite escono le loro storie. L’importante è non essere invadenti, non chiedere, meritare la loro fiducia. «Parlando, emerge che vivono in condizioni pietose. Poi arriva la telefonata di chi le controlla», racconta don Carmine. Quando qualche auto passa con insistenza vuol dire che il tempo è scaduto: si prega tutti insieme, benedizione e si risale in auto. Certe sere le ragazze sono più felici di altre: «Stasera gioca il Napoli». Vuol dire che per strada i clienti saranno pochissimi.

Le "Cose Nostre"

Ha la forma di una sirena, uno specchio in mano, i capelli lunghi, indossa perle e pettini preziosi. Mami Wata è una divinità recente, le organizzazioni criminali fanno giurare le ragazze su di lei, è creata per invocare e giustificare la ricerca sfrenata di benessere. Gli africani vogliono somigliare nello stile di vita all'Europa. E per raggiungerlo, fanno soldi con tutto, hanno perduto i loro valori antichi.

Le radici culturali della vendita di esseri umani parte proprio da questo concetto, fare soldi ad ogni costo senza guardare in faccia nessuno, nemmeno una figlia, una sorella, un'amica.

Abbiamo ricevuto minacce di morte per le indagini sui "fidanzati" dalla stessa comunità nigeriana: «Le cose nostre devono rimanere tra noi», hanno detto. «Donne e minori sono mercificati da genitori, familiari e persino leader della comunità e questo ha autorizzato la società a ignorare i loro diritti fondamentali. Questo è pericoloso per il benessere delle donne in qualsiasi Paese», spiega Joseph Chidiebere Osuigwe, che ha ideato e lanciato Talkam, un’app con cui si può segnalare ogni tipo di violazione dei diritti umani.

A inizio anno è stata resa nota l’esistenza di uno scambio di informazioni tra Fbi e Polizia italiana, i cui investigatori sono esperti delle modalità criminali e della ramificazione in Italia e in Europa dei clan mafiosi nigeriani. Per Osuigwe «è importante lo scambio di informazioni. La condanna di queste mafie dovrebbe comprendere anche la destinazione delle loro ricchezze alla cura dei sopravvissuti»

La maggioranza delle “sopravvissute” in Italia, si trova in carcere, o nel “sommerso”. La speranza arriva dalla seconda e terza generazione: «Non ha nulla a che vedere con questo fenomeno, bisogna valorizzarle, dare loro opportunità, altrimenti si innesca lo stesso meccanismo. Da troppo tempo gli africani pensano che si possa fare soldi con tutto. Cosa possono fare di più che vendere le proprie sorelle?»




Articolo di
Maris Davis


Condividi su Facebook


16 giugno 2019

Mappa della Mafia Nigeriana in Italia. Seconda Parte

L'Italia in mano alla mafia nigeriana

Inchiesta sulla nuova criminalità, violenta e pericolosa, che sfrutta i migranti arrivati sui barconi.


Il «culto», o, per capirci, la cosca emergente sono i Black Cats: i Gatti neri. Hanno tatuato il felino su una spalla e le profonde cicatrici sull'addome sono il risultato del rituale di affiliazione. Sono l’evoluzione della mafia nigeriana, una delle «più pericolose, aggressive e pervasive tra le mafie transnazionali»

I Gatti Neri

I Gatti neri, che vestono di giallo e di verde, sulla dorsale adriatica hanno in mano lo spaccio di droga, la prostituzione soprattutto minorile e la tratta delle bianche: italiane tossicodipendenti adescate con le dosi e poi segregate negli appartamenti. Ne affittano a centinaia, ora li comprano anche, soprattutto nelle zone terremotate, investono in attività commerciali e prestano a usura.

I Black Cats sono una derivazione «colta» dei Black Axe, la più aggressiva tra le mafie nere e hanno la loro cattedrale in Campania sulla costa domiziana a Castelvolturno: 20 mila italiani e 25 mila clandestini africani in un labirinto dove c’è una sola legge, la violenza.

Il "Gran Ibaka"

I Black Cats hanno la loro centrale operativa a Padova e lì, a Cadoneghe, il 22 novembre scorso la Squadra mobile ha arrestato il capo dei capi, Fred Iyamu. Lo chiamano «Gran Ibaka». Ci sono arrivati con un’inchiesta partita a Cagliari dove hanno arrestato altri 15 nigeriani. La sua storia è comune a molti mafiosi neri. È arrivato nel 2006 col barcone. Si è sposato a Cadoneghe con una ragazza pugliese, ha ottenuto il permesso di soggiorno e ha sostituito al vertice della mafia il capo dei capi in Italia Osahenagharu Uwagboe, detto Sixco, arrestato nel 2016 a Zivio vicino a Verona.

E, ancora, nella città del Santo nel corso dell’operazione che ha acceso la polemica tra l’allora procuratore di Torino Antonio Spataro e Matteo Salvini, accusato dal magistrato di aver favorito i nigeriani annunciando prematuramente l’arresto di 15 pericolosissimi componenti dei Black Axe il 5 dicembre del 2018, sono state messe le manette a Edoseghe Terry, un don (cioè un capo), a Ezuma Christian Onya e a una mamam, che gestisce le prostitute, Franca Udeh.

Le prime condanne di nigeriani per il 416bis, associazione di tipo mafioso

Da Padova la mafia nera ha cominciato una nuova espansione. "Una mafia più violenta di quella palermitana", a definirla così è il procuratore aggiunto di Palermo Leonardo Agueci. Dopo un’operazione condotta a Ballarò, il quartiere di Palermo concesso ai neri da Cosa nostra, che ha portato alle prime condanne per 416 bis di nigeriani.

Sfruttamento della prostituzione. Non solo le ragazzine nigeriane, ma anche tossicodipendenti italiane

È il contesto orribile che sta emergendo da alcune indagini. La mafia nera avrebbe in mano vaste aree di spaccio, e in questo quadro verrebbero avviate alla prostituzione ragazzine italiane tossicodipendenti. Il meccanismo è molto semplice, droga in cambio di sesso con clienti disposti a pagare centinaia di euro per rapporti sessuali con adolescenti.

Un quadro che emerge anche nelle carte del processo, appena concluso, per l’uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana ammazzata il 30 gennaio del 2018 a Macerata. Ci sono le rivelazioni di un pentito che indica in Innocent Oseghale, il 30enne nigeriano arrivato anche lui come profugo, e condannato in primo grado all'ergastolo per l’omicidio e dello scempio del cadavere della ragazza, l’uomo di collegamento tra Castelvolturno e Padova. Oseghale sarebbe stato incaricato oltre che di reclutare tra nigeriani e ghanesi nuovi affiliati, anche di organizzare lo spaccio e la tratta delle bianche. Pamela Mastropietro sarebbe stata uccisa perché si è rifiutata di prostituirsi. I verbali del pentito sono puntualissimi, ed è un dato di fatto che Oseghale ha sull’addome i segni dell’iniziazione.

Il primo pentito dall’interno di Black Axe

Esiste però il «Buscetta dei neri». È il primo pentito dall'interno di Black Axe. Austine Johnbull al sostituto procuratore di Palermo Gaspare Spedale ha dettato, a partire dalla primavera del 2016, migliaia di pagine raccontando tutto, dai riti di iniziazione a come e perché la mafia nigeriana composta da Black Axe, Black Cats, Vikings e Supreme Eye, che tra loro osservano una tregua armata, ha scelto l’Italia come trampolino per la diffusione in Europa, facendo di Castelvolturno la base di arrivo ed espansione.

Ha raccontato come soprattutto i Black Axe abbiano stretto solidi legami con Cosa nostra e ha rivelato che quelle che appaiono come risse tra immigrati sono invece regolamenti di conti mafiosi.

A partire dalla rivolta del 2010 nel ghetto di Rosarno, dove a organizzare il caporalato sono i mafiosi nigeriani che schiavizzano gli altri clandestini. Johnbull ha confermato che il capo dei capi in Italia era Sixco che a Verona nel 2013 organizzò la festa dei «culti».

Era il segnale partito da Benin City, in Nigeria, dominio dei Black Axe, che si tornava all'azione. Nel 2009 i capi africani dopo le mattanze tra nigeriani del 2006 e 2007 tra Padova e Torino (il codice di Supreme Eye prevede di uccidere 15 membri della banda rivale per ogni proprio affiliato ammazzato) ordinarono di mettere in sonno l’organizzazione. Poi cominciò la trattativa con Cosa nostra e con le altre mafie italiche che vendono la droga ai nigeriani e hanno appaltato a loro lo spaccio e la prostituzione.

Le cosche nere comandano in almeno sette regioni

La Dia, nella relazione antimafia del primo semestre del 2018, conferma che le cosche nere comandano in almeno sette regioni, Lazio, Campania, Calabria, Piemonte, Puglia, Sicilia e Veneto, dove trattano da pari a pari con la malavita italiana e ci sono nove città che sono i loro capisaldi: Torino, Verona, Bologna, Macerata, Roma, Napoli, Palermo, Bari, Caserta. Ma i pentiti e le tante operazioni di polizia (gli arresti hanno superato i 300 nel solo 2018) rivelano che anche Padova e Ferrara sono entrate a far parte di questo elenco e che in Sardegna, a Cagliari in particolare, c’è un forte radicamento dei Supreme Eye, mentre in Lombardia cominciano a farsi vedere i colletti bianchi della mafia nera nel bresciano, nell'hinterland milanese e nella bergamasca.

A Capriate San Gervasio, dove si stanno facendo strada i Vikings, è stato arrestato un mese fa Anthony Leonard Iezedomni, ritenuto una sorta di «capo mandamento». È la mappa del crimine d’importazione che ha un volume d’affari impressionante: un pusher viene stipendiato 2 mila euro al mese, una prostituta deve rendere almeno 500 euro al giorno, un «baseball cap» (raccoglitori di elemosine) incassa non meno di 200 euro al giorno. I soldi vengono versati al don che è il boss locale, il quale a sua volta li versa all’head zone, il «capo zona», che lo compensa con 10 mila euro mensili.

Traffico di organi

Stando alle ultime indagini la mafia nera avrebbe messo in piedi un altro orribile mercato: il traffico di organi. La «clinica» degli espianti è a Castel Volturno: è lì che deportano i minori non accompagnati? Ne sono scomparsi 15 mila di quelli arrivati con i barconi. A Castel Volturno un rene varrebbe 60 mila euro, le cornee 10 mila, il midollo 15 mila. Il cuore, volendo, si paga 250 mila euro e non è la finzione shakespeariana di Shylock.

Su questi orrori a Lago Patria, una frazione di Giugliano, sta indagando l’Fbi statunitense insieme al Servizio centrale operativo, alla Polizia postale e ai carabinieri. Pare certo che il traffico di organi sia gestito sul darknet (il terzo livello, quello oscuro, di internet) da un cartello tra camorra e mafia nera. Per questo a Castel Volturno sta arrivando l’esercito: 200 uomini. È un territorio totalmente in mano alla mafia nera, che ha sfrattato i Casalesi, recluta nei centri di accoglienza «cavie» e prostitute, e che deve essere riconquistato allo Stato.

La tratta delle nigeriane

Le ragazze le comprano in Nigeria poi via Libia arrivano in Italia. Le mamam le radunano a Castel Volturno, le ricattano con riti woodoo o juju e le smistano a tutti i centri dell’organizzazione. Attraverso le prostitute sfruttate che hanno l’obbligo di riferire al don, l'organizzazione controlla il territorio ed espande lo spaccio. Se qualche ragazza si rifiuta, fa la fine di Pamela. Fare a pezzi i cadaveri è il rituale di vendetta previsto dallo juju.

In tutta Italia, secondo fonti di intelligence, ci sarebbero almeno 50 mila nigeriane sfruttate, di cui la metà minorenni, per un giro d'affari di non meno di 38 milioni di euro al mese. Le associazioni di volontariato stimano invece 27-30 mila le nigeriane sfruttate attualmente. In ogni caso sempre numeri da capogiro.

La riprova che i centri di accoglienza dei migranti sono i luoghi di reclutamento si è avuta con l’ultima retata al Cara di Mineo, il più grande d’Europa, smantellato nei mesi scorsi. Ospitava nella piana di Catania 4 mila immigrati. Lì, il 27 gennaio scorso sono stati arrestati 19 nigeriani affiliati ai Vikings: avevano organizzato sia il mercato della droga che quello della prostituzione.

Dal 2014 a oggi sono state circa 40 mila le domande di asilo presentate da ragazze nigeriane, un quinto erano minorenni. In Italia i nigeriani sarebbero poco meno di 110 mila e in carcere, dove un detenuto su tre è straniero (dati 2017), ne sono reclusi 1.125. Nel 2017 hanno compiuto 12.387 reati: uno su cinque di quelli commessi da stranieri. Dentro c’è di tutto: importazione dell’eroina gialla con gli ovulatori (i corrieri che ingoiano gli ovuli, sono soprattutto donne pagate 3 mila euro a viaggio), spaccio di coca, hashish e marijuana, sfruttamento degli accattoni, prostituzione, traffico di clandestini e, ora, anche la vendita di organi.

I Black Axe nel marchigiano

È un’escalation impressionate e pochissimi parlano. Perché? La risposta forse sta ancora nelle carte del processo Mastropietro. Dalla Questura di Fermo l’11 luglio 2016 arrivò una segnalazione che non ebbe seguito. Un neo-fascista italiano, in una lite, aveva ucciso Emmanuel Chidi Nhamidi e il 10 luglio si tennero i funerali. C’erano la presidente della Camera Laura Boldrini, il ministro Elena Boschi, l’ex ministro Cécyle Kyenge, l’eurodeputato Pd David Sassoli tutti a esecrare il vile attentato razzista. Dietro il governo italiano sedevano in Duomo dei nigeriani vestiti di rosso e di nero.

Quell’informativa afferma: «Sono Black Axe con le loro insegne per rendere omaggio al morto che era forse affiliato alla mafia nigeriana».

Ora però cominciano a parlare le sentenze. L’11 gennaio di un anno fa il Gup di Torino, la città con più nigeriani, un feudo della mafia nera, ha condannato per associazione mafiosa 21 affiliati ai «culti» Eiye e Maphite. Nelle motivazioni il giudice Stefano Sala scrive: «Tra gli immigrati appena sbarcati vengono reclutati i corrieri della droga .. I moduli operativi delle associazioni criminali nigeriane sono stati trasferiti in Italia in coincidenza con i flussi migratori massivi cui assistiamo in questi anni»


Mappa delle "confraternite" nigeriane presenti in Italia



Vikings


Black Axe


Eiye


Maphite


Questo articolo fa parte di una serie organica di nove articoli sulla Mafia Nigeriana in Italia

Tratta e sfruttamento della prostituzione, zone di influenza in Italia, inchieste, rapporti e accordi con le mafie locali, soprattutto con Cosa Nostra e Camorra, fake-news sui nigeriani, i Culti e la storia, la zona grigia




Articolo di
Maris Davis


Condividi su Facebook


14 giugno 2019

Mappa della Mafia Nigeriana in Italia. Prima Parte

I tentacoli della mafia nigeriana sull'Italia

Ramificazioni da nord a sud. Un'organizzazione mondiale che spadroneggia su traffico di droga, prostituzione e tratta di esseri umani.

C'è un capo pentito

C'è un capo pentito dei Maphite, gang tra le più organizzate e pericolose in Italia, chiamata anche famiglia vaticana, che quando decide di pentirsi vive a Bologna, ha un regolare permesso e fa il commerciante. Ma un giorno si confida con il suo pastore (così racconta lui stesso agli investigatori dell’inchiesta Athenaeum di Torino) e rinnega il passato. Rinnega l’appartenenza alla mafia nigeriana, rischiando la vita.

Era nel Cop, Council of professors, uno degli organismi di vertice del secret cult. Svela riti, gerarchie e affari della cupola nera. Padrona del traffico di droga, dalla cocaina alla marijuana, scambiata con gli albanesi, della prostituzione e della tratta di esseri umani, della clonazione di carte di credito e della falsificazione di documenti.

Uomini di strada e colletti bianchi. Machete e iPhone. I vertici di solito sono immigrati in regola. Scopri parole come don, forum e famiglie, un linguaggio che pare copiato dalle mafie nostrane. E un legame storico delle confraternite, nate nelle università nigeriane, c’è chi si spinge indietro fino agli anni Cinquanta, con la politica, in Africa. La crudeltà come metodo per avere rispetto.

Riti violenti e simboli

Riti violenti e simboli, i nuovi affiliati dei Maphite, gli Omi brother, che per entrare pagano e in cambio devono incassare pestaggi e torture, si vestono di verde. Si combattono o si alleano con gli altri: Supreme Eiye, Vikings, Black Axe, tra i piccoli Blue Queen, al femminile. Tutti sono tenuti al vincolo del segreto. La casa madre è in Nigeria.

È una rete mondiale. Muove un fiume di denaro, che torna in patria fuori dai circuiti bancari, ad esempio con l’hawala, noi traduciamo avallo, la parola in arabo significa trasferimento. È un antichissimo sistema musulmano codificato nel Corano e parente delle nostre lettere di cambio, privati che si accordano con altri privati in ogni parte del mondo, così si possono trasferire capitali in un giorno. Sotto i riflettori Castel Volturno (Caserta), ‘capitale’ di valenza europea, e il centro richiedenti asilo di Mineo (Catania), base operativa dei Vikings. Quel che ti aspetti di meno, invece, è l’insediamento nel centro-nord, dalle Marche al Piemonte, dall’Emilia Romagna alla Lombardia al Veneto.

Per trent'anni l'Italia non ha voluto vedere la mafia nigeriana

Fenomeno invece descritto perfettamente nelle indagini dell’operazione Athenaeum, centinaia di pagine d’inchiesta che scandagliano la presenza della piovra nera in Italia. Gianni Tonelli, oggi parlamentare, torna agli inizi della sua carriera di poliziotto. Quando da giovane agente a Ferrara si trovò a indagare su una certa ‘madame’ che gestiva un traffico di ragazze.

Allora il fenomeno era ignorato. "Mi immaginavo che quel nome, madame o mamam, indicasse reverenza e rispetto. Invece è un ruolo ben definito nell'organizzazione. Erano i primi segnali, era l’88. Compresi che c’era una rotazione, venivano sequestrati i passaporti. La madame viveva a Firenze, faceva la spola con la Nigeria. I colleghi della Toscana arrivarono in fondo, ma l’indagine era sempre per sfruttamento della prostituzione"

Quindi la conclusione è questa: la mafia nigeriana opera da trent'anni in Italia. Non si è voluto vederla. E questa miopia si è ripetuta anche a Castel Volturno. I nigeriani coinvolti, per troppo tempo sono stati considerati vittime della camorra, invece era una guerra tra i camorristi e la nuova organizzazione nigeriana che voleva conquistare fette di territorio.

Anche nel mio caso le indagini furono superficiali


Arrivai in Italia nel 1995, con i documenti veri di un'altra ragazza che non ho mai conosciuto, viaggiando con un volo diretto Lagos-Amsterdam, e poi dall'Olanda fino a Torino in treno. Allora la rotta desertica via Libia praticamente non esisteva. Già quel viaggio, nel mio piccolo, mi aveva fatto capire che dietro c'era tutta un'organizzazione ben strutturata fatta di corruttori e corrotti (per esempio il fatto di salire su un'aereo o attraversare frontiere con documenti praticamente falsi). Sono stata seguita e accompagnata in ogni tappa del viaggio, fatta salire sull'aereo a Lagos senza problemi. Ad Amsterdam qualcuno mi aspettava per farmi uscire indenne dall'aeroporto, e poi a Torino sono venuti a prendermi in stazione per portarmi alla mia destinazione finale e consegnarmi alla mamam che mi aveva "comprata"

Quando due anni dopo denunciai tutto, si capiva che agli investigatori interessava solo lo "sfruttamento della prostituzione" (il mio) e poco hanno fatto per approfondire l'intera organizzazione. Allora di "mafia nigeriana" proprio non si voleva sentir parlare.

Nel 1999 i miei sfruttatori mi ritrovarono, mi rapirono e mi portarono in Spagna. Ciò significa che già allora c'era una rete di spie, di segnalatori su tutto il territorio italiano. Tra di noi ragazze parlavamo che era impossibile scappare al nostro destino perché di sicuro, prima o poi, ti avrebbero ritrovata. E così fu per me.

Resi pubblica la mia vicenda personale per la prima volta nel 2010. Parlai esplicitamente di "mafia nigeriana", ma anche 9 anni fa parlare di "mafia nigeriana" in Italia era come parlare al vento. Solo da pochi anni, alcuni bravi investigatori hanno iniziato a contestare il metodo mafioso ad alcuni imputati nigeriani, e solo lo scorso anno si è celebrato il primo processo in Italia (a Palermo) a carico di una ventina di nigeriani ai quali fu anche contestato il "metodo mafioso"

La mafia nigeriana è presente in Italia fin dalla seconda metà degli anni '80. Ci sono voluti 30 anni perché sia chiamata con il suo nome "Mafia", e riconosciuta come tale.


La piovra nera ha messo radici da nord a sud

In questi 30 anni la piovra "nera" ha messo radici da nord a sud, indisturbata, tra l'indifferenza colpevole, spesso derubricata a problema di ordine pubblico, e la polemica politica di questi ultimi tempi ha annebbiato i fatti.

Si è preferito generalizzare sui migranti, etichettare tutti i migranti come possibili malfattori se non addirittura terroristi, si è preferito lanciare l'allarme "invasione dei barbari neri", e non ci si è accorti che i veri criminali stranieri erano già tra di noi.


Perché, come chiariva fin dal 2016 la relazione della Dia, "i gruppi criminali nigeriani operano su buona parte del territorio nazionale, comprese le regioni ove risulta forte il controllo della criminalità endogena, come nel caso della Campania e della Sicilia"

Già allora si annotava che a Palermo "sono state registrate cointeressenze tra gruppi criminali ed esponenti di Cosa Nostra finalizzati alla gestione del narcotraffico". Questo è quello che gli investigatori hanno accertato fino ad oggi.

Ma un’organizzazione così imponente, dove sarà arrivata, nel frattempo? Qual'è la parte di questa storia che ancora ignoriamo?


Mappa delle "confraternite" nigeriane presenti in Italia



Vikings


Black Axe


Eiye


Maphite


Questo articolo fa parte di una serie organica di nove articoli sulla Mafia Nigeriana in Italia

Tratta e sfruttamento della prostituzione, zone di influenza in Italia, inchieste, rapporti e accordi con le mafie locali, soprattutto con Cosa Nostra e Camorra, fake-news sui nigeriani, i Culti e la storia, la zona grigia




Articolo di
Maris Davis


Condividi su Facebook


In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...