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29 ottobre 2018

Violentate e mutilate. L'orrore delle bambine stuprate dalle milizie nella Repubblica Democratica del Congo

Il Paese africano è una terra che vanta primati agghiaccianti. Vent'anni di conflitto, oltre sei milioni di morti e il dilagare della violenza sessuale usata come arma di guerra.

Una bambina congolese a Beni, nella Repubblica Democratica del Congo

Dal 2013 al 2016, in questo piccolo villaggio, è avvenuto un orrore che dovrebbe indignare e sconvolgere il mondo intero. Un dramma così devastante che dovrebbe togliere il fiato a chiunque ne venga a conoscenza. In tre anni, 46 bambine sono state violentate. Degli irregolari, appartenenti alla milizia privata del deputato Frederic Batumike, venivano nel cuore della notte in questo villaggio e per prima cosa rapivano le bambine, poi le violentavano e infine le lasciavano lì, dove avevano compiuto la violenza, da sole e distrutte, ma non prima di averle anche mutilate. E la più piccola vittima aveva solo due anni

A parlare e raccontare con una voce satura di disperazione e con occhi in cui è rimasta impressa, come un tatuaggio indelebile, una rabbia lacerante è Zawada Bagaya Bazilianne, la consulente legale della Fondazione Panzi. È seduta dentro il suo ufficio, una piccola baracca di legno, nel paese di Kavumu, nella provincia congolese del Sud Kivu, il luogo dove l’orrore si è compiuto.

Intorno colline verdi, strade rosse, fangose, cieli plumbei e una nebbiolina sottile, che si solleva dalla valle come un sipario, lasciando così visibile, sul proscenio della terra congolese, una tragedia, che per i più è impossibile anche solo da immaginare.

Il piccolo paese è puntellato di case di terra e paglia, alcune di legno e la paura sembra essersi posata in ogni dove. Le madri chiudono le porte e richiamano i figli in casa quando vedono i visitatori, i bambini scappano a nascondersi tra le gambe e dietro le gonne delle nonne e gli uomini interrompono il loro lavoro e statuari, in mezzo ai campi, con i machete e i bastoni stretti nelle mani, osservano gli stranieri.

In un piccola casa abita Beatrice. Ha 9 anni e vive sola con la nonna e il dolore per la atroce violenza di cui è stata vittima, la fine del suo vivere, di un qualsiasi futuro e l’inizio di un presente di puro dramma, cristallizzato in due occhi neri che sembrano chiedere conto al mondo il perché di una tale follia e di un’assoluta e impietosa ingiustizia.

È dal villaggio di Kavumu che occorre partire per conoscere il dramma degli stupri che affligge la Repubblica democratica del Congo. Nell’ex Zaire infatti, stando ai dati delle Nazioni Unite nel 2015 si sono registrate 15mila violenze sessuali, una ogni mezz’ora.

Il paese africano è una terra che vanta primati terribili. Vent'anni di conflitto, oltre sei milioni di morti, più di 50 gruppi ribelli nelle regioni del nord est e poi, a partire dagli anni ’90, il dilagare della violenza sessuale, gli stupri. Lo stupro in Congo infatti è stato importato come arma di guerra durante la seconda guerra congolese (1998-2003) e poi ha infettato l’intera nazione come una metastasi.

Quando si sono registrati i primi casi di violenze, noi medici eravamo impreparati. Vedevamo donne, ragazze e anche bambine arrivare in ospedale con gli organi totalmente distrutti. I loro corpi non solo erano stati vittime di violenze carnali, ma anche di torture. Alcune donne erano state mutilate e altre erano state abusate con l’introduzione di oggetti taglienti nella vagina. È stato osservando certi casi che ho deciso di intervenire

A parlare e raccontare il dramma contro cui si sta battendo è il chirurgo Denis Mukwege, medico congolese, vincitore del premio Nobel per la pace 2018 insieme a Nadia Murad, vincitore del premio Sakharov nel 2018, conosciuto in tutto il mondo anche come ”il medico che ripara le donne” e uno dei simboli della lotta alla violenza sessuale.

Le parole di Denis Mukwege
Per fermare quanto sta avvenendo qui in Congo occorrerebbe innanzitutto che i colpevoli venissero puniti. Poi ci vorrebbe una ferma volontà politica nazionale ed internazionale di porre fine al saccheggio dei minerali. Perché in questo modo cesserebbero i conflitti che stanno dilaniando da anni il nostro paese

È una battaglia necessaria, gli stupri non distruggono solo le donne e il loro corpo ma l’intera società. Dopo essere state violentate le vittime vengono considerate colpevoli dai mariti e vengono per questo allontanate e isolate. Ci sono alcune donne che contraggono l’hiv, che è una malattia che provoca una stigmatizzazione dell’ammalato, e altre che soffrono di perdite e incontinenza e quindi vengono derise e umiliate dalla comunità. È una tragedia che va fermata, occorre intervenire su moltissimi fronti, anche con un profondo lavoro di sensibilizzazione nei villaggi e nelle città, per far si che le comunità non considerino più queste donne colpevoli della tragedia che è loro toccata

E per comprendere appieno queste parole basta dirigersi al porto di Bukavu e imbarcarsi su uno dei traghetti colmi di persone che ogni ora salpano, lasciandosi alle spalle le colline di terra rossa e fango che punteggiano il capoluogo del Sud Kivu e, dopo aver attraversato il lago omonimo, attraccano nella città di Goma.



Il centro principale del Nord Kivu, città nera, con le strade di pietra vulcanica e la vegetazione verde impenetrabile del parco del Virunga tutt’intorno, è stato il palcoscenico della maggior parte dei conflitti della regione ed è qua, nel campo profughi di Mugunga, ai piedi del vulcano Nyragongo, che vive Amani Bahati, che ha 59 anni, vittima senza consolazione della pietà altrui, ma violata anche nell'intimo dal pubblico disprezzo e dallo sfregio accusatore dei più.

Ero insieme ad altre donne a far legna cinque mesi fa, quando alcuni soldati con le divise delle FARDC (Forze Armate Repubblica Democratica del Congo) hanno abusato di noi. Dopo che è successo tutto ciò siamo state isolate dalla società, non ho più un lavoro, sono ammalata e sapete come ci chiama la gente: ”le stuprate”. Così è come siamo considerate e questa è la nostra vita dopo essere state violentate




Articolo di
Maris Davis


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07 settembre 2018

I bambini di strada di Kinshasa tra stregoneria e abbandono

L’80% dei bambini di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, è stato cacciato dalla propria famiglia di appartenenza dopo essere stato accusato di stregoneria.


Un fenomeno inquietante che ha registrato un vero e proprio boom negli ultimi anni. Colpa della grave crisi economica e sociale del paese e di superstizioni che vengono pizzicate dai pastori delle cosiddette “Chiese del risveglio”: percosse, sequestro dei fedeli, furto degli stipendi, lavoro forzato e truffe di ogni genere.

Alain, 31 anni, è il responsabile del centro per minori abbandonati “Lopango Ya Esengo”. «La gente è impazzita, basta porre ai genitori una domanda inopportuna per essere accusati di stregoneria. Disabili, ragazzi con attacchi epilettici, anemici, balbuzienti, bambini silenziosi, bambini vivaci, bambini intelligenti». L’importante è trovare una causa ai fatti del mondo e togliere una bocca in più da sfamare.

I corpi dei bambini vengono unti con benzina e sale grosso.
La “purificazione” viene eseguita incidendo dei tagli simbolici tramite un machete, somministrando purghe, digiuni e farmaci che inducono al vomito. Nella sala operatoria spirituale si consuma una vera e propria truffa.

Il prete “aspira il maligno” dal ventre del bambino con le labbra e sputa pezzi di carne che aveva nascosto precedentemente in bocca. È con questo tipo di rituale "truffa" che i genitori dei bambini si convincono che davvero loro figlio (o figlia) è uno stregone (o una strega)

Le famiglie schiacciate da povertà, disoccupazione, malattie finiscono spesso per affidarsi a predicatori che individuano nei bambini la causa di ogni male.


I bambini additati come demoni diventano degli incubi per le famiglie.
Così pericolosi che i loro stessi parenti decidono di sbarazzarsi di loro e abbandonarli alla vita di strada. Questi figli hanno alle spalle genitori convinti di aver risolto tutti i dolori della propria esistenza, senza di loro.

Paradossalmente, nella Repubblica Democratica del Congo l’accusa di stregoneria è illegale, difatti a Kinshasa è stata istituita una commissione per far rispettare la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, un tribunale che fino a questo momento è rimasto del tutto inattivo.

Per arginare e sradicare il fenomeno alla base sono state lanciate numerose campagne di sensibilizzazione e comunicazione, da parte di diversi attori: il governo, l’Unicef, ONG volte a coinvolgere le famiglie, e le chiese, cercando di smontare i falsi miti e le false credenze.

In un contesto rurale, in cui la credenza nella magia fiorisce e il pregiudizio è profondamente radicato, risulta spesso difficile persino trovare operatori e personale che accettino di lavorare con questi bambini. È poi fondamentale agire sulle cause che favoriscono il sorgere e il diffondersi di queste credenze: povertà, malnutrizione, vita di strada.

Inoltre i conflitti armati, la violenza e le agitazioni popolari continuano a dominare il contesto congolese.

Circa tremila bambini sono arruolati nei gruppi armati, diventati bambini soldato, e innumerevoli sono le violenze quotidiane contro i minori

Subentra allora un catenaccio antropologico culturale, ricordandoci che fino a non troppi anni fa e ancora, in certe zone europee, si sente la puzza di “vecchio” di quest’ignoranza impressa sulle vite delle vittime scelte e indicate dalla società, i cosiddetti "Malpelo" (bambini cresciuti soli in modo selvaggio) ad esempio. Qui il diavolo è solo l’uomo, senza creature al di sopra. Qualunque sia la maniera di “essere dio”, non potrebbe mai essere privo d’amore. Ma la magia è un’altra cosa, è ciò in cui crediamo per farci sembrare il mondo meno brutto. Ma a volte nemmeno questa ci riesce. Prendiamoci cura dell’umanità, che è la più bella delle stregonerie.

A Kinshasa non esistono solo gli esorcisti, e sono molti i rifugi per bambini di strada gestiti con cuore da religiosi cattolici. Nella capitale congolese il centro giovanile “Simba Ngai” (letteralmente sostienimi) ospita i piccoli accusati di stregoneria.

«Per ogni bambino che riusciamo ad aiutare, altri mille restano sulla strada. Le nostre risorse sono limitate mentre la miseria e la disperazione dilagano ovunque. Basterebbe un euro al giorno per salvare un bambino, per togliere i piccoli dalla strada e offrire loro quelle cure e attenzioni necessarie per reintegrarli nella società»






Articolo di
Maris Davis


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22 giugno 2018

Mamma Faida e le altre schiave della Repubblica Democratica del Congo

Dopo il parto donne costrette a subire violenze e umiliazioni. “Detenute in ospedale per pagare le cure

Faida Mwenge con il suo bimbo, Jospin, fuori dalla casa dove abitano nel complesso dell’ospedale di Beni. La donna deve ancora versare 170 dollari all'ospedale per il parto cesareo cui venne sottoposta. Fino ad allora dovrà fare le pulizie e lavare i piatti per conquistarsi la libertà di tornare nella sua vera casa dal marito

Faida, una giovane 20enne congolese, ha partorito il suo Jospin da 3 mesi, ma il piccolo non ha ancora visto la luce del sole tropicale che abbaglia le foreste nord-orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Entrambi sono rinchiusi in uno degli ospedali fatiscenti della città di Beni, al confine con l’Uganda, non lontano da dove, a dicembre, un gruppo di ribelli ugandesi ha ucciso 14 Caschi blu dell’Onu.

Faida dopo una serie di complicazioni durante il travaglio è stata costretta ad un parto cesareo costato 260 dollari, una cifra che è riuscita a pagare solo in parte grazie all'aiuto di parenti e amici. Mancano ancora 170 dollari per saldare il debito, ma lei non lavora e il marito è disoccupato, così, finché non riuscirà a racimolare l’intera somma, sarà «detenuta» all'interno dell’ospedale, costretta a lavare i panni sporchi degli altri pazienti, dopo aver già venduto i pochi vestiti che aveva.


Faida non è la sola donna nella Repubblica Democratica del Congo e in molti Paesi dell’Africa sub-sahariana ad essere vittima della sua povertà come ha documentato lo studio «Hospital Detentions for non payment of fees: a denial of rights and dignity», pubblicato dalla onlus inglese Chatham House.

Ragazze giovanissime, spesso neo-mamme, incoscienti dei loro diritti, costrette a subire umiliazioni di ogni genere perché non hanno il denaro sufficiente per pagare diaria e trattamenti sanitari forniti dagli ospedali pubblici e privati

In uno studio effettuato per sei settimane nel 2016, Chatham House ha scoperto che 46 su 85 donne congolesi, ossia il 54% tra coloro che avevano partorito, venivano trattenute in ospedale per non aver pagato la degenza. Secondo il rapporto, almeno 950 casi sono stati documentati nel periodo 2013-2017, ma date le difficoltà nell'accedere alle strutture è probabile che il fenomeno riguardi migliaia di donne.

Una pratica così diffusa tanto da diventare, in molte regioni del Paese, il principio per cui è diritto dell’ospedale non dimettere le giovani donne finché il conto non è stato saldato. Fino a quel giorno vengono controllate a vista da guardie private nelle strutture sanitarie, in alcuni casi i medici propongono sesso in cambio della liberazione, altre volte vengono umiliate pubblicamente e costrette a lavori schiavistici all'interno dell’ospedale per ripagare il debito.


«Spesso sono le Ong a pagare per le pazienti» ha rivelato il dottor Pierrot Kabemba, direttore sanitario della regione di Beni, dove Faida è detenuta, all'agenzia di stampa americana Associated Press. Detenzioni che spesso portano i nuclei famigliari a distanziarsi, generando così ulteriore povertà.

Il numero di sfollati in Repubblica Democratica del Congo ha raggiunto quota 4 milioni e ogni giorno, secondo i numeri del Consiglio norvegese per i rifugiati, 5.500 persone sono costrette ad abbandonare le proprie case. Una «mega-crisi», come l’ha definita l’istituzione scandinava, che sta colpendo diverse regioni del Paese. Dal Kasai al Katanga al Kivu settentrionale e meridionale. Un’instabilità dovuta alle lotte tribali, alla guerra per i preziosi minerali della regione, il coltan su tutti, e agli scontri tra forze governative e ribelli indipendentisti, stanchi della presidenza di Joseph Kabila, alla guida della Repubblica Democratica del Congo dal 2006.

Alcune donne "prigioniere" all'interno di uno degli ospedali della Repubblica Democratica del Congo

Terminato il suo mandato presidenziale nel 2016, Kabila ha deciso di non lasciare l’incarico e di posticipare le elezioni ritenendo che la situazione di sicurezza nel Paese non fosse adeguata.

Una decisione che ha portato a un’escalation di violenza soprattutto nella regione indipendentista del Kasai, dove, secondo le stime del World Food Programme (Wfp), al momento 500 mila persone sono malnutrite a causa della crisi. In totale l’agenzia delle Nazioni Unite stima che almeno 3,2 milioni di congolesi stanno vivendo una grave crisi alimentare anche per la mancanza di donatori internazionali.

Dopo mesi di trattative Kabila, anche grazie al ruolo cruciale nella mediazione della Chiesa cattolica locale, si era convinto a indire nuove elezioni alla fine del 2017, salvo poi far saltare nuovamente il banco e posticipando le presidenziali di un anno. Una svolta che ha portato le Nazioni Unite, presenti nel Paese con 19 mila Caschi blu in quella che è la più grande missione di pace al mondo, a innalzare il livello di emergenza ad L3, il più alto presente e destinato in precedenza ad altre crisi come Siria, Iraq e Yemen.




Articolo a cura di
Maris Davis


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13 marzo 2018

Repubblica Democratica del Congo. La maledizione di un paese ricco di minerali preziosi

L’inferno del Coltan e la manodopera della disperazione. È un minerale indispensabile per i nostri smartphone. Si estrae nelle miniere del Congo (Repubblica Democratica), controllate dai signori della guerra. Che danno «lavoro» a milioni di schiavi «volontari»


Il coltan è un minerale di superficie e per estrarlo non bisogna fare costosi tunnel di chilometri. È raro, si trova in Congo e in pochi altri Paesi. E soprattutto è indispensabile per i nostri smartphone e per l’industria aerospaziale.

Facile, prezioso, utile: tre vantaggi che ne fanno il bancomat della giungla, disponibile per chi abbia un esercito privato, sia guerrigliero o militare corrotto. La manodopera della disperazione è semplice da «creare». Basta razziare nelle province vicine, uccidere, violentare. La gente scapperà e verrà a scavare proprio per il «Signore della guerra» che controlla il coltan. Senza che lui investa un centesimo per allestire la miniera, la gente si organizzerà in clan di 30-40 persone.

Gli uomini estrarranno le pietre con le vanghe, le donne e i bambini le laveranno a mano nell'acqua e le trasporteranno al mediatore più vicino. A volte cammineranno anche due giorni nella foresta con trenta chili sulle spalle. I minerali verranno imbarcati per la Cina o la Malesia dove i due metalli del coltan (columbine e tantalio) verranno separati per essere venduti all'industria high tech. A ogni passaggio il Signore della guerra prende una tangente e si arricchisce sulla miseria altrui. Può essere un ribelle, un colonnello dell’esercito o un poliziotto.

Il Congo è pieno di schiavi volontari al servizio di uomini forti. Milioni, senza neppure la dignità di una statistica attendibile: bambini analfabeti, orfani, condannati a tramandare da una generazione all'altra la maledizione delle miniere.

Rapporti Onu parlano di 11 milioni di morti legati al controllo di questo business. Di chi è la colpa? Di un Paese troppo ricco di risorse e troppo povero di capitale umano. Dell’era coloniale. Del post colonialismo. Del neoliberismo. Della corruzione. Del fallimento dello Stato. Dei nostri smartphone e missili spaziali. Quasi l’80 per cento del minerale per i telefonini proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, l’intero Paese, invece di arricchirsi, ne è sconvolto e per di più, boicottare l’uso del metallo sarebbe come condannare alla fame milioni di persone.

Suor Catherine delle sorelle del Buon Pastore, in missione a Kowesi, nell’ex provincia congolese del Katanga si sforza di spiegare la corsa al coltan. «La gente non scava nelle miniere artigianali per diventare ricca. Lì si abbrutiscono, si prostituiscono, si ubriacano, si ammalano e muoiono. Chi comincia sa già quale sarà il suo destino. Eppure arrivano di continuo. C’entra il fatto che sono stati scacciati dalle loro terre, ma anche altro, come spiegare tutto questo ad un europeo?. Questa gente ha fame, in un paradiso ricco d’acqua e piante meravigliose come il Congo, non sono in grado di coltivare o allevare un pollo, sanno solo scavare»

È la maledizione della ricchezza. Da 20 anni a questa parte sono quasi scomparse per ragioni politiche le grandi compagnie minerarie che offrivano un certo welfare ai loro operai. C’era paternalismo sì, ma la privatizzazione delle concessioni in assenza di un aiuto alternativo ha distrutto la coesione sociale. Signori della guerra controllano decine di migliaia di lavoratori in schiavitù volontaria. Stupri di massa e abusi di ogni genere sono la regola. E chi non scava o spara, muore di fame. Bambini di 5 anni in miniera, bambine di 11 nei bordelli delle bidonville minerarie, madri abbandonate con 5-10 figli che muoiono di fatica e malattia a trent'anni, orfani, schiavi volontari per un uovo al giorno.

Questi minatori «artigianali», dentro la giungla, guadagnano 3-4 dollari al giorno. Donne e trasportatori 2. I bambini anche meno. Però così riescono almeno a mangiare. Il cibo in Congo è carissimo perché importato. Uova dallo Zambia, fagioli dalla Namibia, cavoli e mele dal Sud Africa. Chi compra il minerale dai minatori è spesso lo stesso che gli vende il cibo riprendendosi gli spiccioli che gli ha appena dato. «Basterebbero delle galline a dare un’alternativa»

Per aiutare i bambini minatori del Congo sarebbe, forse, utile un altro Leonardo Di Caprio. Il suo film Blood Diamond (Diamanti di sangue) aiutò a incrinare il legame tra pietre preziose e guerre perché da sempre si cercano gemme per comprare armi, ma è con le armi che ci si impossessa delle gemme. Lo stesso sta accadendo con i metalli per l’High-Tech. Anche grazie a quel film le regole internazionali sono cambiate in meglio. Il commercio dei diamanti non si è convertito in un esercizio di virtù, ma almeno chi vuole comprare pietre pulite oggi può farlo.

Vale lo stesso per gli smartphone che abbiamo in tasca? «Da due anni a questa parte la catena di approvvigionamento dei metalli rari ha ricevuto maggiore attenzione. È entrata in vigore la riforma di Wall Street, la Dodd-Frank Act, che impone di controllare che le materie prime non alimentino i conflitti del Congo. Ci sono stati dei passi avanti, ma resta grande il problema del contrabbando e delle milizie»

Karen Hayes è la direttrice del programma «dalla miniere al mercato» della Ong Pact finanziata dalle industrie che usano il coltan e dal governo olandese. «Dal 2010 abbiamo catalogato 800 miniere, mappato le zone di conflitto, distribuito computer e insegnato agli Stati a sorvegliare la catena dell’export. Oggi possiamo dire che le armi sono scomparse dalle miniere, anche se restano i bambini minatori e la povertà». Pochi però, vedono come Pact, il bicchiere mezzo pieno. Amnesty International sostiene che la Dodd-Frank Act ha solo scalfito il problema e la maggioranza delle società non ha neppure tentato di ottemperare alla Legge soprattutto per la parte del business che avviene nella giungla.

Una compagnia privata, la Fairphone, si vanta di produrre esclusivamente telefonini «senza guerra». «Controlliamo direttamente tutte le fasi dell’approvvigionamento. Così evitiamo il boicottaggio e non danneggiamo l’economia del Paese basato sulle miniere». Dalla parte opposta dell’etica del lavoro, società cinesi, kazake o comunque non quotate a Wall Street, ignorano qualsiasi procedura e comprano coltan da chiunque senza voler sapere come l’ha estratto. Il problema è enorme come il Congo, 80 milioni di abitanti, un governo conteso e un livello di scolarità che invece di crescere diminuisce.

Non è più solo un problema di sfruttamento internazionale. È peggio oggi il fallimento dello Stato. Le autorità hanno assunto una forma violenta e predatoria. Le istituzioni si mostrano efficienti quando distribuiscono concessioni minerarie ai familiari del potere e le proteggono con la forza. Quando invece si tratta di difendere i diritti basici delle persone, dai bambini, alle donne, ai lavoratori, lo Stato smette di esistere. Il risultato sono intere generazioni perdute, un popolo ridotto in schiavitù.


Sfruttamento e lavoro minorile nella Repubblica Democratico del Congo. Adesso basta lacrime di coccodrillo.
La questione mineraria del Congo è alla ribalta. E stavolta i riflettori sono stati accesi dalla Borsa dei metalli di Londra che ha chiesto a tutte le società minerarie presenti al suo interno di dimostrare l’«eticità» dei loro prodotti. Una richiesta non proprio motivata da ragioni morali, ma dalla denuncia di operatori che accusano alcune società cinesi, fra cui la Yantai Cash Industrial, di concorrenza sleale proprio a causa del fatto che ottengono materie prime dal Congo a prezzi bassissimi in forza dell’alto grado di sfruttamento del lavoro e della violazione delle leggi fiscali e doganali.

In Congo l’etica è una parola dimenticata da tempo, sicuramente dal 1890 quando divenne colonia belga, all'inizio per produrre gomma, poi per fornire minerali. All'indomani dalla liberazione (dal colonialismo), Patrice Lumumba provò a togliere le miniere di mano alle compagnie straniere per metterle al servizio del popolo congolese, ma venne assassinato brutalmente.

Mobutu, che succedette all'illuminato Lumumba, gestì le ricchezze minerarie del Congo secondo un accordo di spartizione con le imprese straniere e in 35 anni di dittatura accumulò all'estero 8 miliardi di dollari, mentre il suo popolo si dibatteva nella fame e nella miseria.

Nel 1997 il potere venne rilevato da una nuova 'dinastia', quella di Laurent-Désiré Kabila, che però ereditò un Paese a pezzi. Una condizione di debolezza che nel Kivu, la parte orientale del Congo, favorì la proliferazione di movimenti secessionisti che risentivano delle tensioni etniche esistenti in Rwanda e Burundi. Nel 1998 il Kivu si trasformò in un campo di battaglia con la presenza di sei eserciti stranieri, parte a sostegno di Kabila, parte a sostegno di gruppi etnici locali, parte a sostegno solo di se stessi con l’obiettivo di avere accesso ai giacimenti di oro, zinco, tantalio, tungsteno, di cui la zona è ricca e che sono di fondamentale importanza per l’industria informatica. In effetti, vari generali ruandesi e ugandesi approfittarono della presenza armata in Kivu per appropriarsi di minerali e arricchirsi vendendoli sul mercato nero internazionale. Operazione resa possibile dal fatto che gran parte dell’estrazione è su base artigianale.

Si calcola che nel Kivu ci siano 400mila minatori imprenditori di se stessi che grattano il terreno alla ricerca di pietre grezze che contengono minerali preziosi

Durante la guerra erano obbligati a cedere i loro prodotti ai signori della guerra per prezzi irrisori. E se ufficialmente gli eserciti stranieri si sono ritirati dal Kivu a fine 2002, l’ultimo rapporto presentato alle Nazioni Unite nell'agosto 2017, testimonia che nella zona operano ancora vari gruppi armati che continuano a controllare l’estrazione e la vendita dei minerali per finanziare, col ricavato, l’acquisto di armi.

Tuttavia il minerale che ha indotto la direzione della Borsa di Londra ad avviare la sua indagine di eticità, non è né il tantalio, né il tungsteno, ma il cobalto, un minerale che sta assumendo un’importanza crescente come componente per batterie, dal momento che il futuro dell’industria automobilistica è nell'auto elettrica.

Il Congo contribuisce a metà del cobalto mondiale, soprattutto nella regione del Katanga, attraverso una varietà di attori che comprendono potenti multinazionali, dotate delle più moderne tecnologie, e un esercito di minatori che grattano il terreno con ferri e picconi. Le condizioni di lavoro sono indegne. E non solo per la presenza di lavoro minorile e per le angherie dei grossisti, in gran parte cinesi.

Di tutti questi aspetti, quello che più inquieta i responsabili della Borsa di Londra è il lavoro minorile perché urta, ormai, tanta parte della sensibilità collettiva. Come rimedio si pensa di chiedere alle imprese che trasformano il minerale grezzo in metallo, di auto-certificare, davanti all'opinione pubblica, l’uso di materie prime che escludono il lavoro minorile. Ma questo genere di operazioni salva l’immagine delle imprese, non l’avvenire dei bambini.

Il lavoro minorile non si combatte con le dichiarazioni, bensì eliminando la povertà. I poveri non vogliono ai loro figli meno bene dei ricchi. Le famiglie mandano i figli al lavoro quando i soldi non bastano e quando non c’è scuola. Perciò, se davvero vogliamo eliminare il lavoro minorile, è dai salari degli adulti che dobbiamo partire. Ci vuole un’operazione a tenaglia: da una parte la disponibilità delle imprese a riconoscere salari più alti ai propri lavoratori e a pagare prezzi più alti sui prodotti acquistati dai lavoratori autonomi; dall'altra la disponibilità da parte degli Stati ricchi ad assistere quelli poveri con mezzi e personale affinché i bambini di ogni parte del mondo possano trovare una scuola che li accoglie.

Non più lacrime di coccodrillo, ma concrete scelte di giustizia, così si costruisce un mondo migliore

Entro il 2025 niente più bambini nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo

L’annuncio è stato fatto il 31 agosto dal ministro del Lavoro e del Benessere sociale, Lambert Matuku Memas: accogliendo le raccomandazioni presentate in un rapporto pubblicato nel 2016 da Amnesty International e Afrewatch, il governo ha adottato una strategia nazionale con l’obiettivo di porre fine entro il 2025 al lavoro minorile nelle miniere artigianali della Repubblica Democratica del Congo.

Non è noto il numero esatto dei minori che estraggono dalle miniere di cobalto ciò che poi farà funzionare gli smartphone e le auto elettriche in tutto il mondo. Nel 2014 Unicef aveva diffuso la stima di 40.000 bambini impiegati nelle miniere del sud del paese, ma è probabile che fossero o che nel frattempo siano diventati molti di più.

L’annuncio del governo di Kinshasa è importante, perché per la prima volta è stato riconosciuto un fatto fino a oggi negato: che decine di migliaia di bambini e ragazzi dedicano ore, ogni giorno, a un’attività pericolosissima per la loro salute. Metà del cobalto estratto al mondo e l'80% del coltan usato nei nostri smartphone proviene dalle miniere congolesi.

Naturalmente, occorrerà controllare passo passo se e come la strategia del governo verrà attuata. Ma intanto registriamo l’impegno assunto dal governo.

Leggi anche il nostro recente articolo
La grave instabilità e le violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Situazione allarmante
- clicca qui -




Articolo a cura di
Maris Davis

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09 febbraio 2018

La grave instabilità e le violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Situazione allarmante

Nel 2018 la Repubblica Democratica del Congo farà tremare di nuovo l’Africa.


L’arroccamento del presidente Kabila al potere alimenta la deriva politica e umanitaria. E nel 2018, segnato dalla corsa verso il voto fin qui negato, l’instabilità del Paese può innescare una nuova “mega-crisi nel continente”. Gli esperti avvertono.

«La crescente instabilità politica e la gigantesca crisi umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo nel 2018 daranno origine a una mega-crisi nel continente africano»

La previsione è di Ulrika Blom, direttrice del Consiglio norvegese per i rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo, che ha lanciato l’allarme sulla deriva della crisi politica e umanitaria, che sta minando la nazione dei Grandi Laghi.

Un avvertimento sostenuto anche dal rapporto diffuso dai ricercatori del Centro di monitoraggio dei trasferimenti forzati interni (Idmc), da cui emerge che è il Congo-Kinshasa è il Paese con il maggior numero di sfollati interni e supera tutte le altre emergenze in corso a livello mondiale.

L’infausto primato è il risultato della brutale ondata di violenza iniziata nel 2016, che solo nel 2017 ha costretto oltre 1,7 milioni di persone a lasciare le proprie case (una media quotidiana di oltre 5.500 persone) e che secondo gli analisti è stata alimentata dalla crisi politica in atto nel Paese, generata dalla decisione del presidente Joseph Kabila di rimanere in carica anche dopo la fine del suo secondo mandato, ormai un anno fa.

Una decisione che ha suscitato proteste anche nell'ultimo giorno del 2017, quando, stando a fonti Onu sentite dall'Afp, gli scontri tra manifestanti e forze di polizia hanno portato alla morte di sette persone a Kinshasa e una a Kananga. Una crisi crescente e incontrollata continuata, soprattutto nella regione del Kananga, per tutto il mese di gennaio. Le stesse Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie li hanno definiti crimini contro l'umanità, uccisioni, assalti ai villaggi, e soprattutto violenze e stupri di massa compiuti sia fa fazioni di oppositori, milizie armate e lo stesso esercito regolare. Le morti e le uccisioni potrebbero essere ormai centinaia.

Una lunga empasse politica
La sua ostinazione nel restare incollato alla poltrona ha trascinato l’ex colonia belga nell'empasse politica e ha contribuito al rallentamento dell’economia e all'aumento dell’inflazione, che ha provocato un vertiginoso aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, rendendo ai congolesi sempre più difficile assicurarsi la sussistenza.

Kabila è salito al potere della Repubblica Democratica del Congo nel 2001 senza essere eletto, all'indomani dell’assassinio di suo padre, Laurent-Désiré Kabila, avvenuto il 16 gennaio 2001. In seguito, ha vinto le elezioni nel 2006 e nel 2011. Poi nel rispetto della Costituzione, che non permette di ricandidarsi per un terzo mandato, avrebbe dovuto lasciare il suo incarico il 20 dicembre 2016.

Tuttavia, Kabila sta continuando a governare adducendo ragioni di sicurezza, dovute alle rivolte interne nelle province orientali del Congo e nella regione del Gran Kasai, quest’ultima innescata proprio dal suo rifiuto di andarsene. Oltre a paventare la minaccia del terrorismo e i rischi dell’aggravamento della crisi economica, Kabila ha prima dichiarato di voler cambiare la Costituzione per poi rigettare ogni forma di trattativa.

Le sue macchinazioni politiche finora gli hanno consentito di restare in carica almeno sino al gennaio 2019, dopo che in spregio dell’Accordo di San Silvestro (siglato il 31 dicembre 2016), che prevedeva la convocazione di nuove elezioni entro la fine di quest’anno, lo scorso 8 novembre, ha stabilito che non si andrà al voto prima del 23 dicembre 2018. Le elezioni locali, invece, sono state fissate per il settembre 2019, garantendo così al suo blocco politico di restare al potere per almeno altri due anni.


Le inchieste sulla rete di Kabila
In questo modo, Kabila avrà tutto il tempo necessario per escogitare altre soluzioni che gli consentano di continuare a esercitare il controllo sul Congo, dove la corruzione e il malaffare legato al suo clan continuano a farla da padroni, come dimostra un’inchiesta realizzata nel dicembre 2016 da Bloomberg Businessweek.

Dall’indagine, emerge che il presidente non vuole lasciare il potere per non rinunciare a un incarico che ha permesso a lui e alla sua famiglia di controllare le principali ricchezze del Paese, che comprendono l’estrazione di minerali, l’allevamento, la costruzione di strade e di altre infrastrutture.

Un’ulteriore conferma di quanto appurato un anno fa dal settimanale economico statunitense giunge da un’altra recente inchiesta realizzata dalla Ong britannica Global Witness attraverso l’analisi dei dati dell’Extractive Industries Transparency Initiative (EITI), dai quali emerge che un fiume di denaro proveniente dal settore minerario, si è disperso all'interno di una vasta rete corruttiva legata al presidente congolese.

Leggendo il rapporto appare evidente che detenere il potere in Congo, significa gestire affari miliardari con le multinazionali e i Paesi affamati di materie prime. Anche questo spiega perché Kabila non ha rispettato l’accordo di San Silvestro e continua ostinatamente a calpestare la Costituzione, che da più di un anno impone la sua presenza al potere.

Nel frattempo, l’uomo forte di Kinshasa continua a restare indifferente alle vibranti proteste delle opposizioni, alla povertà e agli squilibri sociali che attanagliano il suo Paese, relegato al 176esimo posto su 188, nella graduatoria mondiale dell’indice di sviluppo umano redatta annualmente dalle Nazioni Unite.

Senza dimenticare, che in 57 anni d’indipendenza il Congo è stato condizionato da guerre civili, carestie ed efferate razzie compiute contro la popolazione. In tutto questo tempo, la nazione dell’Africa centrale è stata teatro di ripetuti colpi di stato, che hanno portato al potere tiranni del calibro del colonnello Mobutu Sese Seko, che per 36 lunghi anni ha instaurato una dittatura cleptocratica nel Paese.

Ma soprattutto, da quando ha ottenuto l’indipendenza il Congo non ha mai conosciuto una pace stabile e tra il 1997 e il 2003 è stato teatro di un conflitto passato alla storia come la “prima guerra mondiale africana”, che vide coinvolte otto nazioni africane e 25 gruppi armati, molti dei quali attivi ancora oggi nelle regioni minerarie del Kivu.


Un pesante retaggio che ci aiuta a capire quanto sarà difficile trovare una soluzione per stabilizzare il caotico quadro politico che sta minando il Paese africano.

Ciò che sta accadendo nella Repubblica Democratica del Congo è una lunga serie di orrori dimenticati dal grande circuito mediatico del mondo occidentale.

Oggi, in quel grande paese africano martoriato da sempre da guerre civili e violenze, c'è il più grande numero di profughi al mondo. Ma ancora nessuno se ne accorto, oppure ha fatto finta di non vedere.

Il suo presidente, Joseph Kabila, arroccato al potere al di fuori della Costituzione, si interessa di più alle ricche miniere di minerali preziosi che alle sorti del suo popolo. Ma è una situazione che potrebbe presto esplodere coinvolgendo l'intero continente africano.






Articolo a cura di
Maris Davis

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