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25 novembre 2019

In Italia una donna uccisa ogni 72 ore. Ecco perché è importante il 25 novembre

La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, fissata dalle Nazioni Unite, rappresenta il momento più importante dell'anno per parlare, informare e sensibilizzare su un problema così grave


Quasi 7 milioni di donne in Italia hanno subìto violenza fisica o sessuale nel corso della vita, una su tre; per quasi 3 milioni l'abuso è perpetrato dal partner o dall'ex.

Nel 2018 le vittime di femminicidio sono state 142, un numero in crescita rispetto all'anno precedente, e 94 quelle registrate nei primi dieci mesi del 2019 (fonte: Istat).

Ogni 72 ore, nel nostro Paese, una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza e tre femminicidi su quattro avvengono in casa. La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, fissata dalle Nazioni Unite il 25 novembre, rappresenta il momento più importante dell'anno per parlare, informare e sensibilizzare su un problema così grave.

La chiusura dei centri anti-violenza
Il quadro assume toni ancora più inquietanti alla luce della prima indagine sui centri anti-violenza condotta dall'Istituto nazionale di statistica, secondo la quale in Italia al momento abbiamo 281 strutture, 0,05 per 10 mila residenti, ovvero molto meno di un centro ogni diecimila abitanti.

Nel 2017 sono state 44mila le donne che hanno chiesto aiuto a un centro anti-violenza, e due su tre, ovvero 29mila, sono state prese in carico, iniziando un percorso di uscita dall'incubo, con percentuali più alte al nord rispetto a sud e isole. Le donne con figli rappresentano il 63,7%.

I giovani e la violenza di genere
Secondo una ricerca dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza, circa una ragazza su 10 è stata aggredita verbalmente dal proprio fidanzato: nella metà dei casi l'episodio è avvenuto in pubblico, per futili motivi; una su 20 è stata addirittura picchiata.

Una ragazza su 5 ha subìto scenate di gelosia per il suo abbigliamento o per essere stata troppo espansiva con altre persone, a detta del fidanzato. Il 17% dei ragazzi, infine, controlla di frequente lo smartphone della fidanzata, per verificare messaggi e chiamate. In 3 casi su 4, la ragazza decide di perdonare questi comportamenti.

Un problema culturale
"Viviamo in una società pervasa dalla violenza di genere. Che sia fisica, psicologica o nella subdola forma della discriminazione, sul lavoro come nella società. I giovani replicano le strutture comportamentali a loro famigliari, e se queste implicano la violenza, è molto probabile che diventeranno persone violente" spiega Valentina Ruggiero, esperta in diritto di famiglia, per molti anni avvocato di Telefono Rosa. "La recente legge detta Codice Rosso (Legge 19 luglio 2019, n. 69) ha introdotto nuovi e importanti strumenti a tutela delle donne vittime di violenza, ma resta un problema culturale. Dobbiamo educare al rispetto le nuove generazioni, far capire loro cosa sia giusto, affinché non replichino gli errori dei loro genitori"

La situazione nelle scuole secondarie
Terre des Hommes e ScuolaZoo hanno lanciato un report sulla Generazione Z, ovvero quella delle ragazze nate tra la seconda metà degli anni '90 e la fine degli anni 2000, realizzato attraverso i nuovi dati dell'Osservatorio Indifesa intervistando oltre 8mila ragazzi e ragazze delle scuole secondarie in tutta Italia: il 10% ha dichiarato di aver subito molestie sessuali e il 32% di aver ricevuto commenti non graditi a sfondo sessuale online, il 7% di aver subìto rispettivamente stalking e ricatti o minacce relative alla circolazione di proprie foto o video a sfondo intimo, mentre l'8,4% di aver ricevuto minacce di violenza

Più della metà delle ragazze ha ammesso di aver ricevuto commenti volgari online sul proprio corpo. Il 64% dei maschi ha invece dichiarato di non essere mai stato vittima di body shaming e solo il 35% di sentirsi offeso da certi commenti.

Il Codice Rosso (Legge 19 luglio 2019, n. 69)
"Per chi è ormai adulto, il discorso diventa più complesso poiché si tratta di andare a sradicare modelli interiorizzati nel corso dell'intera vita. Un processo difficile, anche se non impossibile. Il Codice Rosso, però, sta cambiando il modo di approcciarsi a chi sporge denuncia, garantendo un intervento più rapido e dando la possibilità alla polizia giudiziaria di comunicare immediatamente al PM le notizie di reato, anche in forma orale: così si accorciano i tempi, e le vittime vengono ascoltate entro 3 giorni dalla denuncia"

La violenza assistita in famiglia
La violenza sulle donne all'interno delle mura domestiche è legata a doppio filo a quella assistita dai bambini e secondo l'Istat il numero dei piccoli esposti a episodi di maltrattamento dentro casa è in aumento.

Per fortuna a occuparsi di loro ci pensano organizzazioni come SOS Villaggi dei Bambini, che grazie al progetto "Mamma e Bambino" garantisce da anni protezione alle mamme e ai loro figli: l'iniziativa si concretizza all'interno dei sei villaggi SOS (Trento, Ostuni, Vicenza, Roma, Saronno, Mantova) e nel programma di affido familiare interculturale di Torino attraverso servizi che vanno dalla "Casa mamma con bambino", che accoglie la diade e le gestanti che hanno bisogno di un sostegno, alla "Casa SOS per donne vittima di violenza", dedicata alle vittime di violenza o a rischio di maltrattamenti costrette a allontanarsi da casa, fino agli "Appartamenti per l'autonomia", mirati al recupero della genitorialità e all'acquisizione di un'indipendenza di tipo lavorativo e economico. Una rete che lo scorso anno ha dato accoglienza a 66 donne e 99 bambini.

Gli orfani di femminicidio
Un problema ulteriore e non meno grave è poi quello dalla mancanza di tutela per gli orfani di femminicidio e le famiglie affidatarie che si prendono cura di loro: "Queste persone hanno diritto a fondi che da due anni sono bloccati in attesa dell'emanazione di un regolamento attuativo"

Donne invisibili, donne nascoste,
donne cancellate, donne mascherate,
donne impaurite, donne offese,
donne bastonate, donne stuprate,
donne comperate, donne vendute.

Quante donne così, dovranno
viaggiare ancora attraverso i secoli,
prima che l’uomo capisca da chi è nato.

Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne, ecco perché si celebra il 25 novembre

Le Sorelle Mirabal, 1960

Il 25 novembre ricorre la Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne, ricorrenza istituita il 17 dicembre 1999 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134. La data è stata scelta come giorno della ricorrenza in cui celebrare attività a sostegno delle donne, sempre più vittime di violenze, molestie, fenomeni di stalking e aggressioni tra le mura domestiche. Il 25 novembre non è una data casuale: quel giorno infatti, correva l’anno 1960, furono uccise le sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana.

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il caso Mirabal
Il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal fu fortemente sentito dall'opinione pubblica. Le tre donne sono considerate ancora oggi delle rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell'arretratezza e nel caos.

Il 25 novembre del 1960 le tre donne si recarono a far visita ai loro mariti in carcere quando furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare che le portarono in un luogo nascosto. Qui furono torturate, stuprate, massacrate a colpi di bastone e strangolate a bordo della loro auto.

La storia delle sorelle Mirabal: bibliografia e filmografia
L’unica sopravvissuta fu la quarta delle sorelle Mirabal, Belgica Adele, che dedicò la sua vita a onorare il ricordo delle tre donne. Pubblicò successivamente un libro di memorie: Vivas in su jardin.

Le sorelle Mirabal sono conosciute anche con il nome “Mariposas”, poiché simili a delle farfalle in cerca di libertà. La loro storia venne raccontata anche dall’opera della scrittrice dominicana Julia Alvarez, Il tempo delle farfalle, in Italia edito da Giunti. Esistono anche due film che raccontano la loro biografia “In the Time of Butterflies” (2004) e “Trópico de Sangre” (2010).




Articolo di
Maris Davis


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06 luglio 2017

6 luglio. Giornata Mondiale del Bacio (World Kiss Day)


Il 6 luglio è la giornata mondiale del bacio. Una festa nata in Inghilterra negli anni ‘90 e poi diventata internazionale. Psicologi e ricercatori dicono che baciare fa bene: allevia lo stress, rafforza l’intesa nella coppia e addirittura allunga la vita. Di passione o d'amicizia, traditore o passionale. Di baci non ce n'è uno solo. E il 6 luglio è il giorno in cui li si celebra il Bacio.

Se dai uno sguardo in su pensami e mandami un bacio, il vento lo porterà tra le più belle cose che ho nel Cuore

Passionale, torrido, romantico, dolce. Oppure finto, ipocrita. Addirittura traditore. Dietro un bacio non c’è solo il lavoro di 35 muscoli facciali, ma anche molta storia della letteratura e del cinema. Non si poteva, dunque, che celebrare questo straordinario scambio di sentimenti tra esseri umani, dedicandogli dal 1990 la Giornata mondiale del bacio, il 6 luglio.

Baciare fa bene, riduce l’ansia e migliora il sonno. Parola di scienziati. Nella saliva, infatti, ci sono circa 60 milioni di batteri, virus e funghi attivano e rinforzano il sistema immunitario, agiscono positivamente sull'umore abbassando i livelli di cortisolo. Detto così, è davvero poco romantico. Meglio, allora, pensare ai grandi baci passati alla Storia, come i basia tra Catullo e l’amata Lesbia. O ai baci che hanno fatto grande la letteratura (quello “infernale” tra Paolo e Francesca di dantesca memoria) e il cinema: quello appassionato tra quello Clark Gable e Vivien Leigh in Via col vento (1939) o quello tra Patrick Swayze e Jennifer Grey nel film cult Dirty Dancing (Balli proibiti) del 1987.

Il rumore di un bacio non è forte come quello di un cannone, ma il suo eco dura molto più a lungo

Ai baci d’amore, però, a volte si sostituiscono quelli d’interesse: Giuda ne diede uno a Gesù per 30 denari, i due amanti dell'Hôtel de Ville di Parigi posarono per il fotografo Robert Doisneau per 500 franchi. Spontaneo fu invece il Kiss in Times Square tra il marinaio e l’infermiera alla fine della Seconda guerra mondiale. Una scena che richiama subito alla mente, casqué escluso, Il bacio dipinto da Francesco Hayez pre-guerra d’Indipendenza.

Ma non per tutti il bacio è un gesto positivo.
  • In Cina, per esempio, è bandito perché è reputato antigienico.
  • In alcune popolazioni africane, come i Masai, il bacio è un atto impuro.
  • In Giappone, se non praticato in privato, viene considerato un gesto di maleducazione.
  • In Occidente, invece, è tutta un’altra storia.
58 ore, 35 minuti e 58 secondi: è questo il record mondiale del bacio più lungo, segnato da una coppia tailandese nel 2013. Ma non serve rinunciare ai pasti e al sonno o rischiare una carenza di ossigeno per poter apprezzare quella che è la più classica dimostrazione di affetto e desiderio.

Il bacio viene da sempre celebrato nell’arte, nella musica e nella letteratura. Duemila anni prima che Celentano cantasse che “con 24mila baci / felici corrono le ore”, il poeta romano Catullo implorava la sua amata Lesbia di dargli “mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento”. Emblema romantico italiano è il Bacio di Hayez (conservato alla Pinacoteca di Brera di Milano), altrettanto carico di trasporto quello dell’austriaco Klimt. Nel giro di un secolo, anche il cinema ci ha regalato baci indimenticabili, dai grandi classici ai film odierni.



Se dai uno sguardo in su pensami e mandami un bacio, il vento lo porterà tra le più belle cose che ho nel Cuore



Articolo a cura di
Maris Davis

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01 dicembre 2016

AIDS, ogni due minuti un giovane si contagia

Secondo l'Unicef è previsto boom di casi, +60% nel 2030 fra gli adolescenti.


Un aumento del 60% dei nuovi casi di HIV fra gli adolescenti entro il 2030, se i progressi si arrestano. "Ogni 2 minuti un adolescente, con molte probabilità una ragazza, contrae l'HIV"

Secondo un nuovo rapporto dell'Unicef, se entro il 2030 non verranno effettuati ulteriori progressi per raggiungere gli adolescenti, i nuovi casi di contagio da HIV per questa fascia di età aumenteranno fino a 400.000 ogni anno, rispetto ai 250.000 del 2015 in tutto il mondo.

L'AIDS rimane una delle cause principali di morte fra gli adolescenti. Nel 2015 ha causato 41.000 vittime fra i ragazzi tra i 10 e i 19 anni, secondo il settimo rapporto sui bambini e l'AIDS 'For Every Child: End AIDS'

"Il mondo ha fatto enormi progressi per porre fine all'AIDS, ma la battaglia è ancora lontana dall'essere conclusa, soprattutto per quanto riguarda i bambini e gli adolescenti"

Nel rapporto viene sottolineato che sono stati fatti considerevoli progressi nella prevenzione della trasmissione materno infantile dell'HIV. Nel mondo, fra il 2000 e il 2015, sono stati evitati 1,6 milioni di nuovi contagi fra i bambini. Nel 2015 sono state colpite 1,1 milioni di persone fra bambini, adolescenti e donne.

I bambini fra 0 e 4 anni che convivono con l'HIV, rispetto a tutti gli altri gruppi di età, avverte l'Unicef, vanno incontro ai maggiori rischi di morte causata dall'AIDS, e questi casi sono spesso diagnosticati e curati troppo tardi. Solo alla metà dei bambini nati da madri sieropositive viene effettuato un test per l'HIV nei primi due mesi di vita, e nell'Africa Sub-Sahariana, l'età media dei bambini che cominciano a ricevere cure e ai quali le madri hanno trasmesso il virus dell'HIV, è di circa 4 anni.

Nel 2015 nel mondo erano circa 2 milioni gli adolescenti fra i 10 e i 19 anni che convivevano con l'HIV. Nell'Africa Sub-Sahariana, la regione maggiormente colpita, 3 nuovi casi su 4 registrati fra gli adolescenti dai 15 ai 19 anni hanno colpito le ragazze.

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Articolo a cura di
Maris Davis

30 luglio 2016

Tratta e Sfruttamento, ecco la mappa degli orrori

30 luglio .. Giornata Mondiale contro la tratta di esseri umani. I minori vittima di schiavitù e grave sfruttamento nel mondo sarebbero, secondo le stime, un milione e 200 mila. Una vittima di tratta su cinque è un bambino o un adolescente.. In Italia la tratta di esseri umani è la terza fonte di reddito delle organizzazioni criminali.

"Piccoli Schiavi Invisibili" Dossier Save the Children 2016 .. I minori stranieri non accompagnati restano i più vulnerabili, nei primi sei mesi dell’anno raddoppiati quelli giunti via mare in Italia (10.524 a fronte dei 4.410 dello stesso periodo del 2015). Tra i più colpiti, ragazze nigeriane e rumene, adolescenti egiziani e minori "in transito"

Ragazze nigeriane e romene buttate per strada. Minori egiziani, bengalesi e albanesi costretti a spacciare. Giovani somali ed eritrei, "in transito" nel nostro Paese, vittime di sfruttamento. Nella Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, Save the Children mappa gli orrori del 2016 nel dossier "Piccoli schiavi invisibili". A partire da un dato, nel nostro Paese la tratta di persone costituisce la terza fonte di reddito per le organizzazioni criminali, dopo il traffico di armi e droga.

Sbarchi, il boom dei bambini soli. I minori vittima di schiavitù nel mondo sarebbero un milione e 200 mila. Una vittima di tratta su cinque è un bambino o un adolescente. "Quello della tratta è un fenomeno estremamente complesso soprattutto in Italia, che spesso coinvolge minori stranieri non accompagnati, cioè senza adulti di riferimento, molti dei quali sono in transito nel nostro Paese e si spostano da una città all'altra. Basti pensare che in Italia, tra gennaio e giugno 2016, sono arrivate via mare 70.222 persone in fuga da guerre, fame e violenze. Di queste 11.608 sono minori, il 90% dei quali (10.524) non accompagnati, un numero più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (4.410 da gennaio a giugno 2015)"

Ragazze in vendita e baby spacciatori. Tra i minori vittima di tratta e sfruttamento in Italia, molte sono le ragazze nigeriane, romene e di altri Paesi dell'Est Europa, sempre più giovani, costrette alla prostituzione su strada o in luoghi chiusi. Attraverso le attività delle unità mobili, Save the Children ha anche intercettato gruppi di minori egiziani, bengalesi e albanesi inseriti nei circuiti dello sfruttamento lavorativo e nei mercati del lavoro in nero, costretti a fornire prestazioni sessuali, spacciare droga o commettere altre attività illegali. A destare particolare preoccupazione sono poi i minori "in transito", tra i quali spiccano eritrei e somali che, una volta sbarcati sulle nostre coste, in assenza di sistemi di transito legali e protetti, si allontanano dai centri di accoglienza e si rendono invisibili alle istituzioni nella speranza di raggiungere il Nord Europa, divenendo facili prede degli sfruttatori.

Il business degli sfruttatori. In Italia, la tratta di persone costituisce la terza fonte di reddito per le organizzazioni criminali, dopo il traffico di armi e di droga. Il numero dei procedimenti a carico degli sfruttatori, e soprattutto quello delle condanne in via definitiva, rimane però limitato. In Italia, dal 2013 al 2015, sono stati denunciati per reati inerenti la tratta e lo sfruttamento un totale di 464 individui, alla maggior parte dei quali viene contestato il reato di riduzione in schiavitù. Per lo specifico reato di tratta di persone sono stati arrestati più di 190 soggetti di nazionalità prevalentemente romena, albanese e nigeriana. Secondo i dati riportati dal ministero della Giustizia, il 12% degli autori di reati connessi alla tratta e allo sfruttamento sono di nazionalità italiana.

Il caso delle schiave nigeriane. Il numero delle minori nigeriane arrivate in Italia è in continuo aumento: nei primi sei mesi del 2016, sono state registrate 3.529 donne di nazionalità nigeriana sbarcate sulle coste italiane, tutte molto giovani, e 814 minori non accompagnati. "Questo dato riflette un trend in aumento che ha visto un incremento del 300% degli arrivi di ragazze nigeriane nel nostro Paese tra il 2014 e il 2015". La maggior parte di loro sono adolescenti di età compresa tra i 15 e i 17 anni, con un numero crescente di bambine di 13 anni.

Secondo le testimonianze raccolte da Save the Children, le ragazze vengono adescate nel circuito della tratta tramite conoscenti, vicini di casa, compagne di scuola o spesso anche sorelle maggiori già arrivate in Italia. Una volta reclutate, vengono costrette a un giuramento tramite i riti dello juju o del woodoo, con cui si impegnano a restituire allo sfruttatore il proprio debito, che si aggira tra i 30.000 e i 50.000 euro. Spesso vengono costrette alla prostituzione già durante il viaggio che le porterà in Italia, mentre attraversano il Niger e durante la successiva sosta in Libia.

Molte ragazze vengono indotte alla prostituzione già nelle aree limitrofe ai centri di accoglienza, oppure vengono trasferite dai trafficanti in Campania per essere smistate e distribuite nelle principali città italiane. Le ragazze sono costrette a pagare un affitto sia per il luogo in cui vivono che per il marciapiede, con un costo per quest'ultimo che va dai 100 ai 250 euro al mese. Inoltre il debito cresce in funzione di meccanismi sanzionatori arbitrari messi in atto dagli sfruttatori, che "multano" le ragazze ogni volta che si ribellano alle regole imposte dal sistema di sfruttamento.

Le ragazze sono quindi costrette a prostituirsi in qualsiasi condizioni fisica e a costi bassissimi e ad accettare anche rapporti non protetti, con la conseguenza di dover ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza, spesso clandestina, ed esponendosi al rischio di malattie sessualmente trasmissibili. Per riuscire a sopportare questa vita, molte ragazze cominciano a fare ricorso a sostanze stupefacenti psicotrope, su induzione dei loro trafficanti.

Le minori della Romania e dell’Est. Le ragazze rumene rappresentano uno dei gruppi nazionali più esposti alla prostituzione forzata, con un preoccupante aumento della quota delle minori tra i 15 e i 17 anni. Spesso provengono da contesti socio-culturali poveri e sono sin da piccole vittime di violenze domestiche e alcolismo. Arrivano in Italia con collegamenti via terra a costo moderato, con il miraggio di poter ottenere lavoro come bariste o cameriere, supportate dal proprio sfruttatore, che spesso si maschera dietro il ruolo di “fidanzato”, creando un rapporto di sottomissione con la vittima dal quale le ragazze faticano a uscire.

Oltre ai casi di sfruttamento sessuale, le ragazze rumene sono spesso vittime di sfruttamento lavorativo, in particolare nel settore agricolo, soggiogate dai loro datori di lavoro, tra cui anche cittadini italiani, che ne sfruttano la condizione di necessità per costringerle anche ad avere rapporti sessuali.

I ragazzini egiziani. Secondo le testimonianze raccolte dagli operatori di Save the Children, i minori egiziani arrivati in Italia nel corso del 2016 hanno un’età media inferiore (14-16 anni) rispetto ai connazionali arrivati l’anno precedente (15-17 anni) e sono in aumento i giovanissimi, tra i 12 e i 13 anni. Il viaggio verso l’Italia viene organizzato da un network di persone note alla comunità locale, con i quali vengono stipulati dei veri e propri contratti che prevedono un debito che varia dal 2.000 ai 4.000 euro a seconda delle aree di partenza, con picchi fino a 10.000 euro per coloro che hanno percorso la rotta balcanica.

Il viaggio per raggiungere l’Italia dura in media tra i 7 e i 15 giorni e, poco dopo essere sbarcati sulle nostre coste, i ragazzi si allontanano dalle strutture di prima accoglienza per raggiungere le città del Nord e del Centro Italia (in particolare Roma, Milano e Torino) e una piccola percentuale di loro anche altri Paesi europei. Una volta arrivati in queste città, spesso su indicazione di un adulto, entrano in contatto con le autorità per essere inseriti nelle comunità per minori. In molti casi, questo consente loro di crearsi nuove opportunità di inclusione. Ma per i molti ragazzi che non hanno la possibilità di entrare nel percorso di protezione, in particolare per i neo-maggiorenni, si aprono le porte dello sfruttamento e della vita in strada.

I ragazzi egiziani condividono l'esigenza di dover mandare soldi a casa per pagare il debito contratto dalla famiglia prima della partenza e questo li trasforma in facili reclute del lavoro nero. A Milano e Torino, la maggior parte viene sfruttata in pizzerie, panifici o mercati ortofrutticoli. A Roma, sono tantissimi i minori egiziani che lavorano all'interno dei mercati generali della frutta e verdura, nelle pizzerie, negli auto-lavaggi o nelle frutterie. Vengono pagati pochissimi euro e a volte non vengono proprio retribuiti, con la scusa che il lavoro svolto costituisca un apprendistato. In alcuni casi, sono anche vittime di sfruttamento sessuale o coinvolti in attività illegali come lo spaccio di sostanze stupefacenti.

I minori albanesi. I minori non accompagnati albanesi sono al secondo posto per numero di presenze tra le nazionalità più rappresentate in Italia, con 1.453 ragazzi (12,5% sul totale). Si tratta di un dato in crescita rispetto allo scorso anno, dovuto probabilmente alla recente abolizione dei visti di entrata nei Paesi Schengen. Sono ragazzi provenienti da famiglie disgregate con forti difficoltà economiche o con forti disagi nelle figure genitoriali. Le loro principali mete sono l’Emilia-Romagna e la Toscana. Sono a rischio di sfruttamento in attività illegali, spesso anche a causa del contatto con adulti che li fanno diventare preda di atti di bullismo, fino a circuirli e a spingerli a commettere piccoli furti, ricettazioni e spaccio.

I minori in transito eritrei e somali. Tra i minori entrati in contatto con Save the Children, uno dei gruppi più esposti al rischio di abuso e sfruttamento è rappresentato dai minori non accompagnati in transito in Italia per raggiungere altri Paesi del Nord Europa. Si tratta di bambini e adolescenti giovanissimi che sin dall'inizio del loro viaggio subiscono trattamenti disumani e degradanti, spesso vere e proprie forme di tortura, e che vengono scambiati tra gruppi di trafficanti come avviene nel mercato della droga o delle armi. L’arrivo in Europa non significa per loro la fine dello sfruttamento ma un nuovo inizio, poiché la strada che devono percorrere per raggiungere il Paese di destinazione e la necessità di rendersi "invisibili" li rende ancora più vulnerabili.

Tra i minori in transito, i gruppi principali sono quelli degli eritrei e dei somali. Tutti e tre questi gruppi compiono lunghissimi viaggi prima di arrivare in Italia, attraverso rotte molto diverse, ma tutti sono vittime di sfruttamento e abuso una volta arrivati nel Paese, mentre cercano di pianificare i loro spostamenti verso il Nord Europa, anche a causa della necessità di reperire ulteriore denaro per pagare i trafficanti che li porteranno oltre frontiera.

"Consideriamo indispensabile che l’Europa attivi subito la procedura della relocation almeno per i minori soli e più vulnerabili. È indispensabile garantire ai ragazzi che devono raggiungere familiari in altri paesi europei un percorso legale e protetto. È davvero inaccettabile che questi minori una volta giunti in Europa debbano mettersi nuovamente nelle mani dei trafficanti, alimentando il mercato dello sfruttamento"

Il profilo degli sfruttatori. Per la prima volta, il dossier approfondisce il profilo non solo delle vittime, ma anche degli “offender”, cioè gli sfruttatori. Il profilo degli sfruttatori è molto vario e va dal singolo fino alle organizzazioni criminali, che gestiscono la tratta di persone come attività propedeutica e funzionale a traffici illeciti più lucrativi, come ad esempio quello di droga. I gruppi transnazionali più complessi hanno cellule in tutta Europa e riescono a spostare e gestire un numero notevole di persone, arrivando a muoverle da un Paese all'altro del continente, a seconda della domanda di lavoro forzato o di prostituzione che si creano di volta in volta.

Nel caso degli sfruttatori individuali, particolarmente frequente per le ragazze rumene e dell’Europa orientale costrette alla prostituzione, spesso la condizione di subordinazione e assoggettamento viene messa in atto da una persona con cui la vittima ha una relazione di parentela (cugine o sorelle) o un vincolo sentimentale. Il vincolo di dipendenza affettiva, emotiva ed economica tra sfruttatore e vittima fa sì che quest’ultima non percepisca con chiarezza lo sfruttamento in atto. Lo stato di prolungato sfruttamento, l’asservimento psicologico, la continua frequentazione di connazionali coinvolti nel traffico di persone, nonché la normalità che assume la violenza nella vita quotidiana, fa sì che le ragazze nel tempo vengano indotte a partecipare al business della prostituzione, assumendo anche dei ruoli attivi.

Le reti informali giocano un ruolo importante nel fenomeno del traffico di persone. In generale, queste tipologie di reti non perseguono l’obiettivo finale di sfruttare i migranti dopo il loro arrivo a destinazione, eppure sono frequenti i casi in cui i migranti, soprattutto le donne e i minori, durante o dopo il viaggio, si trovano intrappolati in forme di grave sfruttamento. Come risulta dalle testimonianze dei minori stranieri non accompagnati giunti in Italia, queste reti vengono attivate solitamente dalla stessa famiglia o da un conoscente del ragazzo e lavorano sostanzialmente come una sorta di "agenzia di viaggio"

È il caso emblematico dei minori egiziani, le cui famiglie contraggono un debito nei confronti dei trafficanti che deve essere ripagato una volta giunti in Italia. La necessità di onorare il debito contratto è molto sentita dai ragazzi egiziani, in quanto sono consapevoli che se la loro famiglia rimane insolvente potrà incorrere in problemi di natura penale, pressioni sociali o anche violenze da parte dei trafficanti stessi.

Nel traffico dei giovani afgani, la figura dell’intermediario, chiamata anche garante, ha invece il compito di tenere i rapporti con il trafficante allo scopo specifico di tenere bloccato il pagamento finché il minore non giunge al Paese di destinazione.

Per i viaggi via mare, tra le altre figure tipiche del traffico di persone, vi è quella dello scafista. Come riportato sia dai minori egiziani che da quelli afgani, si può trattare addirittura di loro pari costretti ad adempiere a questo compito per pagarsi una parte del viaggio. L’utilizzo dei minori per la traversata garantisce ai trafficanti di non esporsi al pericolo del viaggio via mare o al rischio di venire arrestati e incriminati dalle autorità italiane.

Le organizzazioni criminali che gestiscono la tratta di persone perseguono invece lo scopo specifico dello sfruttamento e assoggettamento delle vittime, al fine di trarne dei benefici economici o altri vantaggi. Questi modelli organizzativi son ben inseriti nel territorio italiano. È il caso dei boss nigeriani che, in accordo con le mafie locali, gestiscono oggi importanti segmenti del traffico e dello spaccio di droga tramite una elevata capacità di controllo sul territorio e sulle persone.
(Save the Children)



"Piccoli Schiavi Invisibili"
Tratta e sfruttamento minorile

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Articolo a cura di
Maris Davis

12 giugno 2016

Giornata Mondiale contro il Lavoro Minorile

L'iniziativa è stata lanciata nel 2002 dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), al fine di tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi sulla necessità di eliminare qualsiasi forma di sfruttamento economico nei confronti dei bambini.

Secondo il rapporto mondiale sul lavoro minorile 2015 sono 168 milioni i bambini in tutto il mondo tra i 5 e i 16 anni coinvolti nel lavoro minorile, di cui 85 milioni coinvolti in lavori particolarmente rischiosi. Il lavoro minorile è al tempo stesso causa e conseguenza della povertà e compromette l’istruzione e la sicurezza dei bambini.

Un fenomeno che accomuna sia i paesi industrializzati che quelli in via di sviluppo. Sempre secondo l'Ilo, sarebbero circa 22.000 i bambini uccisi sul posto di lavoro ogni anno, mentre non si conosce il numero dei feriti o di quelli che si ammalano a causa del loro lavoro.

L’Asia e il Pacifico restano le zone dove si concentra il maggior numero di bambini con quasi 78 milioni, ovvero il 9,3% della popolazione minore. L'Africa sub-sahariana continua ad essere la regione con la più alta incidenza di lavoro minorile (59 milioni, oltre il 21%). L'agricoltura è il settore con il maggior numero di bambini lavoratori coinvolti.


Il lavoro minorile è anche una questione di genere: l’Ilo ha registrato un calo del 40% dal 2000 ad oggi per le femmine, mentre per i maschi solo del 25%. Secondo i dati raccolti dall’Unicef, però, le bambine hanno le stesse possibilità dei bambini di essere vittime del lavoro minorile, con la sola eccezione del Medio Oriente, Africa, America Latina e Caraibi dove, invece, è più probabile che siano i maschi ad essere coinvolti. La disparità di genere si manifesta soprattutto nel tipo di attività svolta.

"Sappiamo che i progressi negli Obiettivi di Sviluppo del Millennio sull'istruzione, la povertà, l’uguaglianza di genere e l'AIDS, vengono sistematicamente minati dal lavoro minorile e che nessuna politica da sola può unilateralmente porre fine al lavoro minorile. È dimostrato che una risposta efficace coerente sul lavoro minorile richiede una combinazione di misure concernenti condizioni di lavoro dignitose, sistemi di protezione sociale attenti all'infanzia e l'estensione dei servizi di base ai più vulnerabili"

Le ultime stime a livello globale parlano di una diminuzione in tutto il mondo del fenomeno, ma i progressi sono più limitati nell'Africa Sub-Sahariana, dove anzi i dati più recenti indicano un peggioramento, con un bambino su 4 coinvolto nel lavoro minorile (la percentuale più alta al mondo), rispetto ad 1 su 8 in Asia e nella regione del Pacifico, 1 su 10 in America Latina e nei Caraibi. Il numero di bambini che unisce il lavoro alla scuola in alcune regioni è aumentato anche del 300%.

Ma anche questi dati possono essere fuorvianti, in quanto figli di migranti, orfani, bambini vittime di tratta e, soprattutto ragazze sono troppo esclusi dalle indagini, che si basano su dati riguardanti le famiglie.

È necessario sviluppare nuovi sistemi di raccolta dati per garantire che questi bambini invisibili diventino visibili e vengano aiutati.

L’agricoltura risulta essere il settore con la più alta presenza di minori, 98 milioni, ma bambini e adolescenti sono coinvolti anche in attività domestiche, nel lavoro in miniera o nelle fabbriche, spesso in condizioni di estremo pericolo e sfruttamento.

L’Africa sub sahariana è quella con la massima incidenza che, assieme all'Asia rappresenta il 90% dei casi di lavoro minorile nel mondo.

Anche l'Italia è coinvolta. Il lavoro dei minori è presente anche in Italia e riguarda almeno 340.000 minori sotto i 16 anni, di cui 28.000 coinvolti in attività molto pericolose per la loro sicurezza e la loro salute, ai limiti dello sfruttamento. "Il picco di lavoro minorile si registra fra gli adolescenti nell'età di passaggio dalla scuola media a quella superiore, che vede in Italia uno dei tassi di dispersione scolastica più elevati d'Europa, pari al 18,2%"

In Italia possono lavorare i minori al di sotto dei 16 anni solo se si tratta di attività lavorative di carattere culturale, artistico o pubblicitario o comunque nel settore dello spettacolo e condotte a determinate condizioni di legge. Nel 2006 in Italia l'obbligo di istruzione è stato innalzato a 16 anni.
(Unicef)
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04 aprile 2016

Le mine anti-uomo uccidono dieci persone al giorno

Ogni giorno dieci persone nel mondo muoiono per le mine anti-persona e un terzo di queste sono bambini, spesso attratti dagli ordigni perché scambiati per giocattoli.

Rispetto al 1997, anno in cui 160 Paesi siglarono a Ottawa il trattato che le mette al bando, il numero delle vittime si è ridotto del 75%, grazie allo sforzo congiunto dei Paesi più toccati dal problema, delle organizzazioni anti-mine e dell'ONU. Tuttavia, nel mondo oltre 100 milioni di questi ordigni restano inesplosi, pronti a uccidere a "dispetto" di qualsiasi tregua o trattato di pace. Ed è su questo che il mondo focalizza la sua attenzione in occasione della giornata per la promozione e l'assistenza all'azione contro le mine che si celebra ogni 4 aprile.

Nella battaglia contro i "soldati perfetti", come vengono chiamati gli ordigni, Mine Action, secondo il Segretario generale dell'ONU Ban Ki-Moon, ha un ruolo fondamentale per ottenere una risposta umanitaria effettiva, sia nelle situazioni di conflitto che di post conflitto.

"La Mine Action deve essere considerata un investimento per l'umanità, poiché contribuisce a far crescere società pacifiche in cui coloro che ne hanno bisogno possono ricevere cure, i rifugiati e gli sfollati possono fare ritorno alle loro case in sicurezza, ed i bambini possono andare a scuola, oltre a fornire contesti sicuri in cui intraprendere la ricostruzione e riavviare lo sviluppo, gettando le fondamenta per una pace sostenibile"

Il rischio di mettere il piede su una mina anti-uomo è tutt'oggi un rischio reale in 57 Paesi, tra cui 33 nazioni che hanno aderito al Trattato di Ottawa il cui obiettivo principale è quello di disinnescare il pianeta entro il 2025. Tuttavia ogni anno vengono ancora prodotti circa 10 milioni di mine. In fondo al Trattato manca infatti la firma di alcuni grandi produttori come Cina, Russia e Stati Uniti. Stati Uniti che però l'anno scorso hanno annunciato lo stop alla produzione e impiego delle mine.

Mappa del rischio mine anti-uomo nel mondo
Gruppi e bande armate non statali continuano a fare uso di mine o di ordigni esplosivi improvvisati molto simili in diversi Paesi tra cui Afghanistan, Colombia, Tunisia, Angola, Myanmar, dove cui le mine mietono più vittime, e ancora Ucraina, Libia, Siria.

In Italia "Il nostro Paese, l'Italia, ha completato la distruzione delle scorte di munizioni cluster il 31 ottobre 2015 con cinque anni di anticipo sulla data prevista. La missione permanente italiana presso Ginevra ha comunicato all'Implementation Support Unite (ISU) della Convenzione sulle Munizioni Cluster. L'Italia aveva dichiarato di possedere un totale di 5.113 munizioni cluster e 2,8 milioni di sub-munizioni nel 2015.

Al nostro paese, in quanto Stato Parte della Convenzione sulle Munizioni Cluster, era stato richiesto, secondo l'art.3 della Convenzione, di distruggere tutte le scorte di munizioni cluster sotto la propria giurisdizione e controllo, nel più breve tempo possibile, e non oltre il 1 marzo 2020"



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