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05 gennaio 2024

In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori Fulani, di origine islamica. Lettera da un Paese crocifisso
Un vero e proprio genocidio in atto nel nord della Nigeria nell'indifferenza del Mondo

Nei giorni di Natale c’è stata l’ennesima strage di cristiani nello Stato di Plateau, nel centro-nord della Nigeria: 160 le vittime, oltre trecento i feriti. Pubblichiamo in una nostra traduzione quello che ha scritto per raccontare quanto avvenuto il reverendo Gideon Para-Mallam, missionario, pastore protestante, ambasciatore della Ifes (International Fellowship of Evangelical Students), tutore e portavoce della famiglia di Leah Sharibu.

Villaggio di Chriang: un bambino di 9 anni della scuola elementare, Regard Yusuf, è stato indotto con l’inganno a condurre gli aggressori nel luogo dove si nascondeva sua madre insieme ad altre donne, la vigilia di Natale del 24 dicembre 2023, durante gli attacchi coordinati a Mangur e Bokkos, nello stato di Plateau. Per questo motivo 23 donne sono state massacrate, e con loro il bambino di 9 anni e sua madre. Tra le vittime ci sono anche Veronica Mallan e Godwin Mallan, di 9 mesi. Mentendo, gli assassini avevano promesso al bambino che non sarebbe stato ucciso, ma hanno fatto l’esatto contrario, condannandolo a una morte prematura. Un bambino di 9 anni e un neonato di 9 mesi: due giovani vite promettenti tra le 160 persone uccise dalle forze del terrorismo e della perversità. Solo una donna, caduta in un fosso durante la fuga, è sopravvissuta per poter raccontare quanto accaduto.

Villaggio di Tahure: l’onorevole Sabo Abang è stato fatto prigioniero la notte del 24 dicembre e tenuto in ostaggio durante gli attacchi. Tre giorni dopo, è stato sgozzato come un agnello e il suo cadavere ancora fresco è stato gettato vicino alla sua casa. Al Jos University Teaching Hospital (Juth), giace gravemente ferito un bambino di tre anni, colpito da una pallottola a distanza ravvicinata durante l’attacco della vigilia e del giorno di Natale. Sempre al Juth è ricoverata una bambina di 5 anni a cui gli aggressori hanno mozzato una mano.

Non si fa nulla per fermarli

Nello Stato di Plateau è in corso un terrificante genocidio, che però viene raccontato come uno scontro fra agricoltori e pastori. Si tratta invece di una realtà sanguinosa in cui pastori Fulani armati, descritti talvolta come banditi ma in realtà terroristi, attaccano altre etnie in alcune zone dello stato e in gran parte delle comunità della Middlebelt. Purtroppo vengono inventate narrazioni false e fuorvianti mentre continuano a scorrere fiumi di sangue. È un danno per la nazione nigeriana e per l’umanità. Ciò che è successo a Bokkos non è, né uno scontro né una rappresaglia. Si tratta di eliminazione deliberata, mirata, intenzionale e sistematica di intere popolazioni, secondo un modello già messo in pratica in alcune comunità nel nord della Nigeria.

Purtroppo, coloro che da tempo avrebbero dovuto agire con fermezza per porre fine a questo fenomeno non stanno facendo nulla o i passi finora compiuti non stanno dando i risultati sperati: arrestare i colpevoli, porre fine ai massacri e promuovere una pace sostenibile sono passi proattivi di cui si avverte le massima urgenza, adesso e subito. Simili stragi ingiustificate devono finire e solo il governo federale ha il diritto e l’autorità costituzionale per farlo. Ma che invece sembra rimanere indifferente al continuo massacro di cristiani, forse perché al potere c'è un presidente mussulmano.

Ciò che è accaduto a Bokkos appare chiaramente motivato da intenti genocidi, accaparramento di terre, occupazione finalizzata alla conquista. Il governo dello Stato del Plateau dovrebbe continuare a lamentarsi e ad assistere impotente? Il governo federale della Nigeria dovrebbe ridursi a un’entità che si limita a rilasciare dichiarazioni di cordoglio alla stampa senza alcun risultato concreto, mentre la carneficina continua e gli aggressori non vengono mai trovati o perseguiti, finché non si verifica un’altra serie di simili orribili attacchi genocidi?

L’audacia della perversità. Mentre il team presidenziale si recava in visita alla popolazione di Bokkos il 27 dicembre scorso per portare le proprie condoglianze, guidato dal vicepresidente Shettima, due villaggi, Dun e Bodel, sono stati attaccati e diverse case sono state bruciate.

Una missione genocida

Quello che sta accadendo nel Plateau è un ciclo ricorrente di violenza unilaterale, pastori fulani (mussulmani, pastori nomadi per definizione, ma terroristi di fatto), boko-haram (terroristi integralisti che hanno insanguinato la Nigeria per due decenni). Cosa c’è che non va nella mia Nigeria? Perché ci siamo ritrovati con leader che trascurano crimini clamorosi e favoriscono un sistema che avversa la libertà di religione e di credo? Perché la comunità internazionale rimane in silenzio mentre in Nigeria si commettono crimini contro l’umanità senza alcuna remora? Perché i nigeriani non sono uniti nella condanna e in un’azione comune che metta fine al terrorismo in atto nella Middlebelt? Perché la comunità globale è costantemente impegnata a voltarsi dall’altra parte mentre donne e bambini innocenti vengono massacrati, e i colpevoli non vengono accusati e perseguiti e il governo non ha ancora intrapreso passi decisivi per interrompere la carneficina?

La presidenza nigeriana non deve lasciarsi ingannare e credere che quanto sta accadendo nello stato di Plateau sia una situazione “occhio per occhio”. Non lo è! Crederlo significa seguire una narrazione fuorviante che non porterà a nessuna soluzione pacifica radicata nella verità e nella giustizia sociale. La popolazione di Bokkos ha cercato di difendere la propria città, ma è stata sopraffatta da una forza di combattimento che si è presentata con l’intenzione di compiere una missione genocida. Le armi sofisticate utilizzate dovrebbero far preoccupare il governo federale. Come mai armi così micidiali sono arrivate nelle mani di questi assassini che continuano a uccidere senza alcuno scrupolo?

Le forze dell'oscurità

In base ai fatti e alle statistiche disponibili ecco il dettaglio delle persone uccise negli attacchi nei distretti: a Butura 32, una persona ancora dispersa; a Mbar 29, a Mangor 44 con 50 feriti e tre persone ancora disperse; a Mazat 10; a Bokkos 29, a Tangur 6, a Mushere 2. Il numero totale di persone massacrate a sangue freddo la vigilia e il giorno di Natale è attualmente di circa 160 e i conti non sono finiti. Si stima che gli sfollati interni siano circa 5 mila. Otto chiese sono state date alle fiamme. Il dettaglio disponibile indica che sono stati uccisi nelle loro abitazioni 37 donne, 10 bambini e 3 persone con handicap fisici poiché non erano in grado di correre, 110 gli uomini assassinati. In totale sono stati attaccati 25 villaggi con un assalto coordinato in pieno stile militare.

Nel 2019, durante un attacco al villaggio di Waren, nella local goverment area di Barkin Ladi, i pastori Fulani armati avevano minacciato che sarebbe venuto un tempo in cui ai cristiani non sarebbe stato più permesso di celebrare il Natale. Questo caso è forse la prova che stanno realizzando ciò che minacciavano? È necessario indagare in modo accurato e imparziale nella ricerca di una pace e di una giustizia sostenibili come soluzioni per mettere fine a questa insensata carneficina. La Middlebelt sta sanguinando. Può esistere una Nigeria senza la Middlebelt? Può forse Bokkos rappresentare un punto di svolta che consenta alle forze della pace di sconfiggere le forze dell’oscurità in Nigeria? Foundation for Africa continua a sperare che la pace sia possibile non solo nello Stato di Plateau, ma in tutto il paese. Se al mondo interessa interrompere le stragi in Nigeria, faccia sì che gli attacchi dolorosi e ingiustificati contro innocenti e indifesi, come a Bokkos nel giorno di questo Natale appena passato, servano a risvegliare le coscienze per unirsi e salvare vite umane.


28 novembre 2022

La Cina continua a conquistare pezzi di Nigeria (e di Africa)

La Nigeria è sempre più indebitata con la Cina

C’è grande preoccupazione in Nigeria in relazione all’indebitamento del Paese con la Cina. Dai dati pubblicati dall’Ufficio Gestione del Debito (Dmo) e riportati dai giornali risulta che l’amministrazione guidata da Muhammed Buhari, dal 2015, ha preso in prestito dalla Cina una somma pari a 2,02 miliardi di dollari. Al 30 giugno 2015 il debito complessivi della Nigeria dalla Cina era di 1,38 miliardi di dollari. Tuttavia, al 31 marzo 2020, il portafoglio del debito risultava salito a 3,40 miliardi di dollari.

Tutti i prestiti contratti con la Cina sono legati a progetti. I progetti (undici al 31 marzo 2020) comprendono il Progetto di modernizzazione delle ferrovie nigeriane (sezione Idu-Kaduna), il progetto di metropolitana leggera di Abuja, il progetto di espansione dei quattro terminal aeroportuali nigeriani (Abuja, Kano, Lagos e Port Harcourt), il progetto di modernizzazione delle ferrovie nigeriane (sezione Lagos-Ibadan) e il progetto di riabilitazione e ammodernamento della strada Abuja-Keffi-Makurdi, a cui ora si aggiunge un nuovo sistema di monitoraggio elettronico satellitare lungo alcuni tratti dei 5.000 chilometri di confine nigeriano che sarà costruito dalla cinese Huawei.

La Cina continua a “conquistare” pezzi di Africa
Huawei costruirà un nuovo sistema di monitoraggio elettronico satellitare lungo alcuni tratti dei 5.000 chilometri di confine nigeriano. Solo uno dei tantissimi esempi di come Pechino e le sue aziende si siano installate nel continente. E c'è un libro che racconta come ha fatto.

“Sorveglianza elettronica satellitare 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Potremo premere un pulsante per sapere cosa sta succedendo al posto di frontiera di Kamba, al confine di Jibia e anche a Mfum, tra gli altri”. A parlare così è stato Rauf Aregbesola, ministro degli Interni della Nigeria. I dettagli sui nuovi sistemi di sorveglianza al confine del paese africano derivano invece da un accordo che Abuja è “sul punto di stipulare” con la cinese Huawei. Obiettivo della costruzione di un confine digitale: rafforzare i controlli sull'immigrazione e migliorare la sicurezza, contrastando i crimini transfrontalieri. "La Nigeria ha circa 5.000 chilometri di linea di confine. Ciò significa che non è possibile avere un numero sufficiente di uomini che presidiano ogni centimetro o millimetro di quella linea di confine".

Il 5G di Huawei si fa largo in Africa

Si tratta di solamente uno dei casi di penetrazione tecnologica cinese in Africa. La stessa Huawei, mentre soffre ancora gli effetti della "fatwa" lanciata nei suoi confronti dagli Stati Uniti, nel continente continua a trovare nuovi spazi. In Africa, gli operatori locali hanno investito pesantemente in apparecchiature e infrastrutture cinesi, con Pechino che spesso fornisce finanziamenti per la costruzione di infrastrutture informatiche e di telecomunicazioni, tra cui centri dati, cavi in fibra ottica e servizi cloud. A ottobre altri due operatori di telefonia mobile africani hanno lanciato reti 5G alimentate da Huawei. Si tratta della sudafricana Telkom, in parte di proprietà statale, e del principale operatore di telefonia mobile del Kenya, Safaricom. Molte delle società di telecomunicazioni africane, compresa Safaricom, usano più fornitori per evitare le sanzioni statunitensi o evitare di finire nel mirino per la cooperazione con Huawei. Una cooperazione a cui in molti in Africa continuano a dare grande importanza.

Il rapporto si proietta anche verso il futuro. Durante un recente vertice sul 5G svoltosi a Bangkok, l'azienda di Shenzhen ha annunciato nuovi investimenti in Africa per dare impulso alla “terza ondata della digitalizzazione” a partire dal 2023. Le tecnologie Huawei sono spesso più convenienti di quelle offerte dalle controparti occidentali e i paesi africani colgono l'occasione per modernizzare le proprie infrastrutture tecnologiche. Il fatto che l'Africa prosegua a stringere accordi con un'azienda finita nel mirino di Washington e di riflesso dell'Occidente, è sintomatico di una traiettoria precisa dei rapporti tra Cina e Africa. E la vicenda tecnologica è sintomo di una storia più ampia, molto più ampia.

Africa rossa

Una storia che inizia con il tour diplomatico dell'allora primo ministro cinese Zhou Enlai in diversi paesi africani tra il dicembre 1963 e il febbraio 1964. Anzi, ancora prima, con la conferenza di Bandung del 1955 che pone le basi per la cooperazione tra Asia e Africa. “Dal 1991, ogni anno l’Africa si conferma la prima meta intercontinentale del ministro degli Esteri cinese”. Ed è stata anche la seconda meta di Xi Jinping per un viaggio all'estero, subito dopo la Russia, nel 2013. All'alba del suo primo mandato da segretario generale del Partito comunista cinese e presidente della Repubblica Popolare. Dal terzomondismo di Mao Zedong alla retorica attuale della Cina garante di sviluppo e stabilità per i paesi emergenti, l'Africa ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale per la diplomazia cinese.

I principi fondamentali della politica estera cinese ben si sposano con le necessità dei governi africani. Rispetto della sovranità e integrità territoriale, non interferenza negli affari esterni, cooperazione win-win: larga parte di quello che i leader regionali vogliono sentirsi dire, soprattutto se si tratta di promesse che non portano con sé dettami politici o sui diritti. Quantomeno sul fronte interno, mentre su quello esterno si richiede una contropartita diplomatica. La prima, storicamente, è quella del salto della barricata in sede Onu con il disconoscimento della Repubblica di Cina di Chiang Kai-shek e il riconoscimento della Repubblica popolare. Dopo una prima fase dotata di una connotazione troppo politica durante l'era di Mao, i rapporti si fanno più tiepidi, complice anche lo storico avvicinamento della Cina agli Stati Uniti e all'occidente. La retorica rivoluzionaria e terzomondista lascia spazio allo sviluppo economico dell'era di Deng Xiaoping.

L'Africa torna prepotentemente al centro delle prospettive di Pechino a cavallo del nuovo millennio. Quando l'occidente isola la Cina, questa cerca proiezione nelle regioni in via di sviluppo a partire dall'Africa. Succede per la prima volta dopo Tian'anmen: nel 1992 “l’allora ministro degli Esteri Qian Qichen visitò 14 paesi africani, inaugurando una pratica ancora in voga. Quella che pare sia stata, dall'inizio, un’iniziativa personale è diventata una regola non scritta per la quale tutt’ora il capo della diplomazia cinese compie la prima trasferta estera dell’anno proprio nel continente africano”. Ancora di più questa tendenza si è accentuata dopo la crisi finanziaria del 2008 e il lancio della Belt and Road Initiative.

Il dominio su infrastrutture e trasporti

Il focus principale, in un continente dove molti paesi non hanno sbocco sul mare, è quello su infrastrutture e trasporti. Stando ai dati rilasciati dal ministero degli Esteri cinese nel novembre 2021, la Cina ha costruito in Africa più di 10.000 chilometri di ferrovie e autostrade, quasi 100 porti e 1000 ponti, più di 80 centrali elettriche su larga scala, oltre 130 strutture mediche, 45 stadi e 170 scuole. “La Cina ha raggiunto la quota del 19,6% di tutti i finanziamenti nelle infrastrutture, piazzandosi solo dopo gli stessi governi africani e con largo distacco da qualsiasi altro partner bilaterale. Dove finiscono esattamente i capitali cinesi? Sinora hanno beneficiato nell’ordine: trasporti (52,8%), comparto energetico (17,6%), settore immobiliare industriale, commerciale e residenziale (14,3%) e mining, ovvero l'insieme di tecniche informatiche per estrarre informazioni utili da grandi quantità di dati (7,7%)”. Spesso questi investimenti hanno portato grandi vantaggi dal punto di vista occupazionale e, appunto, infrastrutturale. Ma anche conseguenze dal punto di vista economico. “In meno di dieci anni, per citare un altro paese pesantemente indebitato con la Cina, il debito del Kenya nei confronti di Pechino è più che triplicato, arrivando a contare quasi il 70% del totale delle passività accumulate. Ferrovie, strade, ponti hanno fatto salire il conto a 6,9 miliardi di dollari nell’aprile 2021. È il prezzo da pagare per la Nuova Via della Seta”.

Ma la proiezione di Pechino va oltre le infrastrutture e investe in pieno la dimensione tecnologica. Lo Zimbabwe ha adottato il riconoscimento facciale di CloudWalk Technology, altri paesi quello di Hikvision. Le aziende cinesi lavorano ai cavi sottomarini per la connessione internet, mentre nel 2020 la sottomarca Tecno per la prima volta ha superato Samsung diventando il brand di cellulari più venduto in Africa. Nella primavera del 2021 Didi Chuxing ha fatto il suo ingresso nel continente con l’inaugurazione del primo servizio di ride-hailing (macchine con autista via app) a Cape Town. In cambio la Cina riceve accesso preferenziale alle risorse minerali e alle terre rare, cruciali per la guerra fredda tecnologica. La Repubblica Democratica del Congo ha il 54% delle risorse globali di cobalto, fondamentale per lo sviluppo delle auto elettriche: nel 2018 la Cina ne ha importato per 1,2 miliardi di dollari. Alle sue spalle l'India con "soli" 3,2 milioni.

La dimensione politica della strategia cinese in Africa

Non manca però anche l'aspetto politico. La Cina ha finanziato la costruzione di tanti edifici simbolo del potere continentale africano. “Secondo stime prudenti, almeno 40 dei 55 paesi africani hanno edifici governativi di fattura cinese per un totale di 186 costruzioni: un centro conferenze in Zambia, la sede del Ministero degli Esteri in Kenya, l’edificio che ospita il parlamento dello Zimbabwe, il Centro africano per la prevenzione e la cura delle malattie in Etiopia”. La Cina di Xi Jinping non nasconde più il suo orgoglio per un modello politico-sociale “con caratteristiche cinesi” che ora prova anche a insegnare alle controparti africane. Dal 2011 al 2017 Pechino ha offerto almeno 4.100 borse di studio per studenti e funzionari sudsudanesi, per dirne una. Ma gli scambi di questo tipo sono stati numerosi con tutto il continente. Strategicamente, a Gibuti è stata invece aperta la prima base militare all'estero dell'Esercito popolare cinese, in corrispondenza dello stretto di Bab el-Mandeb che porta a Suez e al Mediterraneo. Mossa che consente alla Cina di posizionarsi in uno snodo importante ma anche di mostrarsi come potenza responsabile partecipando a diverse operazioni anti-pirateria.

I vantaggi della cooperazione con l'Africa sono chiari dal punto di vista economico e digitale. “Il valore dell’economia di internet in Africa potrebbe raggiungere i 180 miliardi di dollari entro il 2025, pari al 5,2% del Pil del continente, per poi salire a 712 miliardi di dollari, l’8,5% del Pil complessivo, prima del 2050”. Pechino ottiene così una via privilegiata per accedere a risorse naturali chiave. Ma l'aspetto economico si intreccia anche con quello politico: l'Africa è destinata a crescere e la Cina può aiutarla a farlo e a ripetere i “miracoli” di cui si è resa protagonista all'interno. “All’apparenza, non si tratterebbe più quindi solo di esportare modelli urbani, piani industriali e tecniche agricole, bensì di trasferire tutta l’impalcatura ideologica che ha permesso al gigante asiatico di crescere tanto rapidamente”. Più Pechino entra in rotta di collisione con Washington e più il messaggio acquisisce un afflato retorico del modello alternativo di sviluppo. Un terzomondismo più pragmatico e multiforme.


08 giugno 2022

Nigeria. Dopo l'ennesimo massacro di cristiani è ora di parlare di genocidio in atto

L'ultimo massacro di una cinquantina di fedeli cristiani, tra cui donne e bambini, nel giorno di Pentecoste, nella Chiesa di Owo nell'Ondo State, con ogni probabilità messo in atto da un commando armato islamista di pastori fulani, mette a nudo la debolezza di un Paese divorato dalla corruzione, dal malaffare e dall'insicurezza.

In Nigeria c’è un genocidio in atto perpetrato dai mussulmani Fulani nei confronti dei contadini cristiani del nord, ma i media occidentali non ne parlano

Oppure ne parlano, ma solo quando capita l'ennesimo massacro, l'ennesimo villaggio bruciato, l'ennesimo rapimento. Già nel 2019 Jubilee Campaign (organizzazione no profit che si occupa della tutela dei diritti umani) ha presentato alla Corte Penale Internazionale le prove che i crimini contro i cristiani in Nigeria costituiscono un genocidio. Solo tra il 2014 e il 2016 più di 4mila cristiani sono stati uccisi e quasi 200mila case cristiane distrutte.

I militanti Fulani (a cui si deve la diffusione della religione islamica in Africa occidentale) attaccano i villaggi a maggioranza cristiana dove uccidono civili e bruciano le loro case. Solo nel 2019 avevano compiuto 52 attacchi letali contro le comunità cristiane. In uno di questi ucciso 300 persone dello stesso villaggio, e in un altro villaggio attaccato sono state trovate 174 salme, tra donne e bambini, in una fossa comune.

Jubilee Campaign ha esposto alla Corte Penale Internazionale le testimonianze di cristiani nigeriani che hanno raccontato che i pastori prevalentemente musulmani sono spesso armati con fucili d’assalto costosi e sono stati addirittura visti a bordo di elicotteri. Inoltre, questi pastori sono soliti gridare insulti genocidiari anti-cristiani durante le loro incursioni. I media occidentali, però, sminuiscono questi attacchi, ridimensionandoli come una semplice competizione tra i pastori fulani e agricoltori cristiani per accaparrarsi le risorse dei territori. Se questo poteva essere vero nel 2013, quando tutto è iniziato, con gli anni gli attacchi si sono moltiplicati, sono diventati indiscriminati e con armi sempre più micidiali. Nulla a che fare con un semplice scontro per l'uso di qualche centinaio di metri di pascolo. Dopo nove anni, è diventata una vera e propria caccia al cristiano.

Non solo Boko Haram e Iswap

Meno noti dei terroristi di Boko Haram, uccidono più di loro. Gli islamisti Fulani, nella cintura centrale del paese, fanno migliaia di vittime, soprattutto per motivi religiosi, nell'impunità e nell'indifferenza del mondo.

Nel 2018 la Nigeria è stato il secondo paese al mondo per numero di vittime causate dal terrorismo. Per il Global Terrorism Index 2019 (GTI), le vittime sono state 2.040, meno dell’Afghanistan (7.379), più dell’Iraq (1.054). In un rapporto della Croce Rossa Internazionale sono illustrate cifre da guerra civile: tra il 2009 e il 2019 gli attacchi del gruppo islamista Boko Haram hanno provocato, soprattutto nella Nigeria nord-orientale, 27mila morti, 22mila dispersi, oltre duemila rapimenti di ragazze di cui più della metà minorenni, e oltre 2,4 milioni di sfollati.

Delle 2mila vittime del 2018 contate dal GTI, ben 1.158 sono attribuite non a Boko Haram, ma agli estremisti fulani. Se in questi anni gli sforzi dell’esercito nigeriano hanno ottenuto qualche vittoria contro Boko Haram (che si è indebolito anche perché si è diviso in due gruppi), si è moltiplicato il pericolo dei pastori islamisti che uccidono impuniti, mettendo in atto un vero e proprio genocidio nei confronti dei cristiani.

Sebbene il GTI (Global Terrorism Index) spieghi che "gli eventi attribuiti agli estremisti Fulani riflettono l’uso del terrorismo come una tattica utilizzata nel conflitto, e che non ci sia un vero e proprio gruppo unico e organizzato, è innegabile che molti tra di loro si sono radicalizzati e, soprattutto, si sono dotati di armi di ultima generazione che prima non possedevano".

Detto tra le righe significa che tra i Fulani, uccidere e ammazzare i cristiani, è un'usanza diffusa, quasi radicalizzata, e allo scopo si comprano liberamente armi sempre più micidiali, tanto le autorità non fanno nulla, e si resta impuniti.

Nonostante i ripetuti massacri, nessun colpevole è stato fino a oggi indagato, arrestato o condannato. Secondo alcuni, il principale motivo di questa assenza di misure di contrasto alla violenza sta nell’appartenenza dell’attuale presidente Mohammed Buhari, che è proprio di etnia fulani.

Vogliono colpire i cristiani, e il governo non fa nulla per fermarli, perché anche Buhari è di etnia Fulani

È triste, ma si deve constatare che è come se vi fosse un ordine da parte del governo federale a non intervenire contro i crimini dei fulani, e così loro uccidono, distruggono e poi fuggono, e nessuno fa niente per fermarli. Anzi, se la polizia trova la gente locale con le armi che cerca di difendersi, generalmente arresta questi anziché i fulani armati con gli AK47. I mandriani si sentono forti, perché c’è un loro uomo al potere che li protegge.

Buhari è perfino lo sponsor della principale organizzazione di pastori fulani, la Miyatti Allah cattle breeders association of Nigeria, Macban, che, secondo alcune ong locali, dovrebbe essere perseguita per terrorismo e crimini contro l'umanità. E, come fa notare la Ong nigeriana International society for civil liberties & the rule of law, meglio nota come Intersociety, l’ondata di violenze dei fulani si è intensificata già a partire dal giugno 2015, un mese dopo la prima elezione di Buhari a presidente.

Nel frattempo, nel 2019, Buhari, un'ex-militare golpista degli anni '80, è stato rieletto per il secondo mandato e le violenze contro i cristiani si sono moltiplicate. Doveva sconfiggere il terrorismo islamista di Boko Haram, ma ora si ritrova in casa due gruppi terroristici, oltre a Boko Haram, anche l'Iswap (Ex-Stato Islamico dell'Africa occidentale). Ma oggi i Fulani, amici di Buhari, uccidono più di Boko Haram e Iswap messi insieme.

Dopo l'omicidio di Deborah e l'arresto dei suoi assassini gli islamici assaltano tre chiese cristiane

Deborah è stata uccisa il 12 maggio scorso nel college Shehu Shagari, a Sokoto. La sua colpa è di aver risposto in una chat di gruppo su WhatsApp, infestata da messaggi islamici che miravano a convertirla: «Per carità di Dio, non ci accadrà proprio niente. Questo gruppo non è stato creato per essere riempito di informazioni inutili, ma per notizie inerenti ai compiti e agli esami. E chi sarebbe il profeta Maometto?». Il solo fatto di aver pronunciato la parola “Maometto” le è valso la morte per mano di decine e decine di zelanti giovani islamici, coetanei, studenti come lei nello stesso College, che l’hanno inseguita, sottratta alla protezione della sicurezza interna, picchiata con pietre e bastoni e infine bruciata.

Dopo il terribile omicidio di Deborah, che ha sconvolto l’intera Nigeria, suscitando condanna unanime, anche da parte di molti Imam a Sokoto, capitale dell’omonimo stato dove vige la sharia, le autorità hanno fermato due dei tanti musulmani che l’hanno uccisa, Bilyaminu Aliyu e Aminu Hukunchi. Per protestare contro l’arresto dei due giovani, una folla di islamici ha assaltato il 14 maggio tre chiese, devastando i negozi di molti cristiani e costringendo il governo a imporre un coprifuoco di 24 ore.

Deborah, uccisa solo perché non sapeva chi era Maometto. Padre Joseph Daramola, segretario generale della Christian Association of Nigeria (CAN), ha attaccato il governo federale nigeriano affermando che è «il fallimento nel portare davanti alla giustizia chi in passato ha commesso simili crimini a dare vita a nuovi atti da parte di terroristi e banditi»

«L’omicidio brutale di Deborah Yakubu non è un caso isolato. Molti musulmani e non, accusati di aver insultato l’islam o il profeta, hanno subito la stessa sorte in Nigeria. Non si può dire che questo caso non abbia niente a che fare con la religione. È il contrario. Questi stragisti sono solitamente motivati dalla loro fede nel profeta dell’Islam, dagli insegnamenti islamici e dal desiderio di placare Allah e di guadagnarsi il paradiso nell’aldilà. Se la Nigeria vuole davvero porre fine a questi atti orribili e ai massacri dovrebbe guardare in modo critico a come l’Islam viene professato e praticato nel nord della Nigeria. La Nigeria deve determinare se l’Islam è una religione o un culto di morte»

L'Islam non è una religione di Pace

Uccide, devasta Chiese, brucia villaggi e lapida le ragazze solo perché non sanno chi è Maometto. E restano impuniti nell'inerzia di un governo incapace, corrotto, esso stesso islamico, e di forze dell'ordine ed esercito marci fino al midolo.

Questa è la situazione in Nigeria nel 2022. L'Islam, Fulani, Boko Haram, Iswap e perfino ragazzotti mussulmani che vanno all'Università possono uccidere i cristiani e avere la certezza che resteranno impuniti. Guai ad arrestare qualcuno di loro, guai ad arrestare gli assassini perché altrimenti vengono assaltate Chiese cristiane, o si ammazzano donne e bambini mentre pregano durante la messa di Pentecoste.

Nigeria, un gigante dai piedi d'argilla

Considerato tra i più ricchi di tutto il continente, in quanto primo produttore di petrolio dell'Africa. Dei proventi del petrolio la popolazione vede ben poco, gran parte delle royalities si perdono nei meandri della corruzione, piaga che tutti i presidenti del passato e Muhammadu Buhari, l’attuale capo di Stato al secondo mandato, hanno promesso di sradicare, ma sempre con scarso successo. Basti pensare che anche il giudice dello speciale tribunale anti-corruzione è stato preso con le mani nel sacco, e perfino l'ex-ministra delle risorse petrolifere è stata arrestata a Londra con l’accusa di corruzione. La lista dei personaggi illustri coinvolti in traffici poco trasparenti è lunga.

In base all’ultimo rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale a fine marzo 2022, si prevede che nell’anno in corso il 42 per cento della popolazione vivrà in povertà, ovvero 95,1 milioni di nigeriani. Triste indice, dovuto a svariati fattori, come l’incremento demografico, la pandemia, la guerra in Ucraina che con l’aumento dei prezzi del grano si ripercuote in tutto il continente. Va sottolineato che la Nigeria importa anche prodotti derivati dal petrolio, visto che non dispone di una sola raffineria. L’istituto ha evidenziato che sarà molto difficile per il governo ridurre il tasso di povertà, se non affronta il problema della sicurezza.

Eppure Buhari aveva promesso di combattere povertà e terrorismo. Quasi alla fine del suo secondo mandato tali aspettative non sono state raggiunte, anzi, sempre secondo le proiezione della Banca Mondiale, si prevede che il tasso di disoccupazione raggiunga il 33 per cento nel 2022, mentre quello giovanile potrebbe addirittura sfiorare il 53 per cento. Un'inflazione in salita che al momento si aggira attorno al 17%. La Nigeria è un paese ricco di petrolio, ma povero di benzina.

In un contesto economico disastroso, e con un genocidio in atto nell'indifferenza del mondo, la popolazione nigeriana è chiamata alle urne fra pochi mesi, nel febbraio 2023 e già ora i maggiori istituti di analisi sono davvero preoccupati dell’attuale trend nel Paese. La questione sicurezza deve essere affrontata seriamente prima della prossima tornata elettorale, perché si sa che ogni elezione in Nigeria rappresenta una micidiale fonte di instabilità.

Maris Davis

L'Islam uccide i cristiani, e resta impunito. E questa nella mia Nigeria è una triste verità

20 dicembre 2021

Natale in Nigeria, tra i cristiani perseguitati da Boko Haram

Ogni notte Naomi rivive l'incubo di essere rapita, Charles quello di nascondersi nella boscaglia. Per loro e per tutti i cattolici nigeriani in fuga dagli jihadisti, padre Christopher rischia ogni giorno la vita

Quanti giorni durò il cammino dei cristiani verso il Camerun? Naomi non li aveva contati, di quell'estenuante fuga dai jihadisti nigeriani ricorda solo una fatica disumana e la paura: «Avevamo i piedi gonfi e pieni di vesciche, era davvero troppo. Mia sorella era stata catturata da Boko Haram, ma aveva un bambino in braccio ed è stata l’unica ragione per cui l’hanno lasciata andare. Non era figlio suo, ce l’aveva tra le braccia solo in quel momento, ma le ha salvato la vita. Molte altre persone, come mia madre, sono state uccise».

Naomi vive e rivive sempre lo stesso incubo, ogni singola notte, appena cala il buio sulle tende degli oltre 30mila sfollati nigeriani a Pulka. Lo stesso incubo vissuto da migliaia di rifugiate come lei: donne rapite, costrette a sposare un jihadista ed ad assistere all’uccisione di un proprio familiare. Anche Charles, un papà di 33 anni, è intrappolato nei ricordi dei giorni insanguinati da Boko Haram: «I terroristi attaccavano di notte, uscivamo dalla città non appena cominciava a calare il buio e ci nascondevamo nella boscaglia. Spesso sogno ancora di nascondermi»

In fuga da Boko Haram
Naomi e Charles, come gli altri cristiani riparati nel campo Alpha a Pulka, uno dei 20 campi profughi sparsi nello stato di Borno, vicino al confine col Camerun, sono la ragione per cui padre Christopher rischia la vita ogni giorno. I terroristi «hanno provato a spaventarli e minacciarli, cercando di costringerli a convertirsi. Poi hanno cominciato a diventare più violenti. I sacerdoti hanno dovuto nascondersi sulle montagne, ma gli insorti di Boko Haram hanno continuato a molestare e perseguitare la gente cristiana», racconta ad Aid to the Church in Need (Acn) il sacerdote cattolico della diocesi di Maiduguri, capitale di Borno che dista 120 miglia da Pulka. «Dicevano ai cristiani che se si fossero convertiti nessuno avrebbe fatto loro del male. La situazione è diventata così difficile che tra il 2015 e il 2016 molte persone hanno iniziato a fare i bagagli e lasciare il Paese, attraversando la frontiera e cercando rifugio in Camerun»

Scappavano da città, villaggi, il campo profughi di Minawao era arrivato a contare più di sessantamila rifugiati nigeriani. Finché, riconquistate le zone al confine, l’esercito li convinse a far ritorno in patria. Ma poco è cambiato da allora, «eravamo rifugiati in Camerun, siamo tornati qui due anni fa. E siamo tornati a vivere nel pericolo». I cristiani non possono allontanarsi dal campo, «ci sono continui attacchi e alcune persone vengono uccise. Non è nemmeno facile per me raggiungere i fedeli», conferma padre Christopher, costretto a vivere in una casa abbandonata da quando Boko Haram ha distrutto la chiesa e la canonica di Pulka.

 
 2021 Natale tra i cristiani perseguitati da Boko Haram nello Stato di Borno. Interi villaggi rasi al suolo, 20mila morti, uccisi dalle bombe di Boko Haram o dai loro fucili, bambine costrette a diventare bombe umane, oltre duemila ragazze rapite costrette a diventare spose dell'Islam, schiave sessuali. Tre milioni di bambini che non potranno andare a scuola perché gli edifici sono stati bruciati e i loro insegnanti uccisi.

Natale tra i profughi di Pulka
«Andare e venire è sempre un rischio, ma per me è importante fare tutto il possibile per aiutare queste persone», persone che chiedono un aiuto a restare saldi nella virtù più difficile e cara ai cristiani nigeriani: la speranza. «La vita in Camerun era così dura che pensavamo di averla persa per sempre. Padre Christopher ci ha ridato coraggio. È un vero padre per tutti noi e sta cercando di colmare con la sua presenza il vuoto lasciato dai nostri familiari assassinati. Si prende cura di noi come se fossimo la sua famiglia. Capiamo che è Dio ad aiutarci attraverso di lui, attraverso chi non ci ha dimenticato»

Anche nel momento più doloroso. E a Pulka l’ora più dolorosa per i cattolici è quella del Natale perché «la sofferenza è parte di noi cristiani», dice Charles, un padre «benedetto con quattro figli» e che senza fede, assicura, non avrebbe potuto sopportare la mancanza di senso di tutto il dolore, suo e della sua gente, né celebrare la certezza della salvezza del Bambino che nasce. Natale una volta era gioia, canto, famiglie che si riunivano, «poi sono iniziati gli attacchi, non potevamo nemmeno mettere piede fuori di casa dopo il tramonto. Finché divenne troppo pericoloso celebrarlo» ricorda Naomi. Che oggi non ha più una madre e una casa ma è tornata ad avere speranza, «ci servono cibo, tende, vestiti, medicine, soldi per tornare all’università». Ci sono circa 14 mila cattolici a Pulka, Acn sta lavorando a progetti per realizzare un pozzo, ricostruire la parrocchia, aiutare i catechisti dei campi profughi.

La più grande tomba dei cristiani
La sicurezza nello Stato, lo abbiamo scritto tante volte, continua ad essere pressoché inesistente. La Nigeria è il paese africano, dove ogni anno muore il maggior numero di cristiani al mondo, vittime di sequestri, devastazioni, massacri ad opera di Boko Haram ma anche degli estremi fulani e banditi collusi con i jihadisti. «Siamo stati torturati e minacciati durante la prigionia. Ero così scioccato da non riuscire neanche a pregare», raccontava solo pochi giorni fa ad Acn padre Bako Francis Awesuh, il sacerdote di Gadanaji rapito, torturato e scampato alla morte per un soffio (e un ingente riscatto pagato da famiglia e parrocchiani). La violenza è in aumento in tutto paese e incomprensibile resta la decisione del governo degli Stati Uniti di espungere la Nigeria dalla lista nera dei paesi che violano di più la libertà religiosa.
Bring Back Our Girls

24 giugno 2019

Nigeria, il destino delle donne rapite da Boko Haram e poi liberate

Il destino delle donne che vissero con Boko Haram. Dal 2015, decine di migliaia di donne prima rapite da Boko Haram e poi fuggite o salvate dall'esercito nigeriano e ora incontrano difficoltà di reinserimento sociale. Il report di International Crisis Group


Boko Haram, l'organizzazione terrorista formata da gruppi jihadisti armati, che scorrazzano nel nord-est della Nigeria dal 2009, è tornato all'offensiva.

Nel 2015, l'esercito nigeriano, con il sostegno dei Paesi vicini (Camerun, Ciad e Niger), aveva iniziato una contro offensiva meglio coordinata, tanto che riuscì a riconquistare buona parte del territorio controllato dai jihadisti. Nel 2016, Boko Haram si divise in due fazioni e riprese slancio, soprattutto nell'ultimo anno, come si legge in un lungo e dettagliato rapporto di International Crisis Group.

Una fazione ora si chiama Stato Islamico e agisce nella Provincia dell'Africa Occidentale (ISWAP). Ha vinto una serie di battaglie contro l'esercito nigeriano e sta costruendo una sorta di "proto-stato" sulle rive e le isole del lago Ciad, colmando le lacune nella fornitura di servizi da parte dei pubblici poteri, allo scopo di coltivare il sostegno della popolazione civile.

Il flusso migratorio di ritorno
La seconda fazione, gestita dall'ex leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, che ha basi soprattutto nella foresta di Sambisa e lungo il confine tra Nigeria e Camerun. Ha segnato alcuni recenti successi militari, anche se un buon numero di città e villaggi continuano ad essere alternativamente controllati dall'esercito nigeriano e dai gruppi armati dei jihadisti.

Questo ha fatto maturare la convinzione, tra osservatori e operatori umanitari, che sembra al momento improbabile la fine del conflitto. Nonostante i suoi risultati non uniformi, la campagna militare del governo ha prodotto un flusso di rimpatriati da Boko Haram, per lo più donne e ragazze, dalle città d'origine e dai campi per sfollati interni.

Il difficile ritorno delle donne e gli infanticidi
All'inizio queste donne hanno trovato il ritorno molto difficile. Sono state temute come potenziali terroriste, da quando Boko Haram aveva utilizzato donne come kamikaze.

Per questa ragione molte di loro hanno dovuto affrontare uno stigma intenso, soprattutto quelle di loro che avevano messo al mondo dei bambini o delle bambine nate in seguito a stupri subiti dai "tagliagole" di Boko Haram. Nel 2015 lo stigma era così forte e diffuso che i gruppi di aiuto e le ONG locali hanno assistito a casi di infanticidio. Le madri sentivano che i loro bambini non avevano alcuna possibilità di accettazione sociale.

Abusi continuati
La maggior parte delle donne intervistate da Crisis Group ha riferito che gli uomini armati controllano l'accesso ai pass per lasciare i campi profughi, così come l'accesso a una varietà di programmi di assistenza e confermano abusi per mano delle forze di sicurezza, insulti, minacce, furti e varie forme di violenza sessuale.

Diversi hanno notato che l'esercito nigeriano è ora meno rigido (o semplicemente più debole) del CJTF, la Task Force creata dalla coalizione internazionale a guida USA contro il cosiddetto stato islamico dell'Iraq, istituita dal comando centrale degli Stati Uniti per coordinare gli sforzi militari contro Da'esh, composta da militari statunitensi e personale proveniente da oltre 30 paesi.

Lo stigma in fase di esaurimento
C'è un ampio consenso tra i funzionari umanitari internazionali e le ONG locali che lo stigma attribuito alle donne rimpatriate è diminuito, così come è diminuita la pura imprevedibilità del numero di donne che ritornano e il passare del tempo.

Tuttavia la situazione degli sfollati nel nord-est della Nigeria, in particolare nel Borno State, continua ad essere grave, dal punto di vista della carenza di cibo, cure mediche e opportunità economiche. Gli attacchi ai campi stessi rimangono una minaccia.

Ma, mentre nel 2015 le donne cominciano a tornare erano ampiamente considerate con sospetto, per le loro esperienze precedenti sotto il controllo jihadista avvolto nel mistero, oggi dopo 4 anni, migliaia di donne sono tornate e poche persone le vedono come minacce immediate. Insomma, l'accettazione è migliorata, le persone si stanno abituando a loro.

La logica patriarcale
Ma ci sono anche altri motivi per cui oggi meno persone considerano le ex-donne rapite da Boko Haram come un pericolo. Il principale è rappresentato dalla logica patriarcale della società nel nord-est nigeriano, dove sono in pochi a ritenere che le donne rimpatriate siano pienamente responsabili delle azioni di Boko Haram.

La cultura dominante del Borno rurale non trasforma mai queste donne in autorità perché "loro", in fondo, sono "solo donne". La clemenza si deve anche al fatto che poche donne sono state coinvolte in combattimenti o altri atti di violenza.

Le forme di riscatto femminile
La vita nel nord-est della Nigeria è una lotta cronica per le donne, sia sotto il governo federale, che spesso non riesce a fornire servizi di base ai suoi cittadini, (alle donne in particolare) o sotto il controllo jihadista di Boko Haram, che sfrutta le donne per raggiungere i propri obiettivi. Eppure se le donne sono ferite dalla negligenza dello Stato e dalle tattiche insurrezionali, ma non sono solo oggetti passivi.

Molte di loro hanno contestato il sentimento popolare di donne semplicemente vittime dei gruppi jihadisti e la tradizione che ignora la lunga storia delle aspirazioni femminili.

Una maggiore partecipazione delle donne alla vita sociale e partecipativa, e una maggiore responsabilizzazione delle donne nella gestione pubblica oggi potrebbe anche aiutare a risolvere il conflitto con Boko Haram, terroristi islamici che della donna non hanno la minima considerazione.


Video. Il destino delle donne che vissero con Boko Haram




Articolo di
Maris Davis


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27 maggio 2019

Bambini Soldato. Daniel, arruolato in Nigeria a 11 anni

Daniel era stato arruolato nel "Massob", il Movimento armato per la liberazione del Biafra. Alla morte del padre fu costretto a prendere il suo posto.


«Non lo so. In quelle situazioni si spara a raffica, delle persone muoiono, ma poi non si sa chi è stato a sparare. Sì, è possibile che io abbia ucciso qualcuno. Ma non lo posso sapere con certezza»

La drammatica testimonianza di Daniel, bambino soldato a 11 anni scappato dall'Africa dopo essere stato usato come spia e aver dovuto lasciare la scuola per imparare a sparare.

Daniel Uche ha due immagini fisse che lo perseguitano da quando era bambino. La prima è il ricordo di quella maledetta notte in cui gli è stato comunicato che avrebbe dovuto lasciare gli studi per imbracciare un fucile e lottare per la causa del Biafra. L’altra è ambientata nel mezzo del deserto del Sahara, a metà del suo viaggio a piedi verso la Libia.

«Avevo fame, ero stanco e non so dire di preciso il nome del posto in cui mi trovavo. Ricordo che c’era un ragazzo che stava mangiando farina di manioca. Io mi sono avvicinato e gli ho chiesto di lasciarmi ripulire la ciotola che stava usando, così da poter mangiare almeno le briciole. Ma lui non ha voluto e ha preso la sabbia del deserto per pulire la ciotola, così che io non ne potessi mangiare. Avevo 15 o 16 anni, è passato molto tempo, ma questa scena, questa umiliazione, mi torna spesso in mente»

Daniel oggi ha 31 anni, vive a Trento, frequenta il 5° anno di un liceo economico-sociale e ha una vita, all'apparenza, del tutto tranquilla. Lavora aiutando persone con disagio mentale e fa volontariato con un’associazione locale. Fa l’arbitro di calcio e tifa Milan. Ma le ferite che si porta dentro da quando era un bambino soldato, tra gli 11 e i 15 anni d’età, sono profonde. E hanno bisogno di una vita intera per essere curate.

Daniel ha deciso di raccontare la sua storia ai ragazzi delle superiori che hanno partecipato all'ultimo Festival dei diritti umani di Milano. Un racconto difficile da fare. E da ascoltare fino in fondo.

Bambini soldato in Nigeria, la testimonianza di Daniel
Bandiera del Biafra
Daniel è nato nel Biafra, in Nigeria. Una terra marchiata da una guerra violenta, costata la vita a oltre 1 milione e 200 mila persone tra il 1967 e il 1970. Un conflitto proseguito poi in maniera strisciante, con la contrapposizione tra forze governative, da una parte, e il Movimento per la realizzazione dello Stato sovrano del Biafra (Massob), dall'altra.

Il reclutamento del ragazzo tra le forze armate del Massob risale alla morte del padre, avvenuta quando lui aveva 10 anni e andava alle elementari. Daniel era il primo figlio della famiglia e, proprio per questo, è stato costretto a proseguire la lotta del padre, che ricopriva un ruolo importante all'interno del Movimento.

La notte del bambino soldato, immagini che non si dimenticano
Una notte, quando Daniel aveva 11 anni, si sono presentati alla porta i dirigenti del Massob. «Volevano che io sostituissi mio padre all'interno del Movimento, che mi concentrassi nelle attività del campo militare e lasciassi la scuola. La mamma all'inizio ha provato a dire che dovevo almeno finire le medie, ma i dirigenti insistevano. Dicevano che avrei fatto una carriera politica. E alla fine mia mamma accettò». E fu il principio di un periodo terribile, che gli avrebbe tolto per sempre l’innocenza della sua età.

«Io non ero d’accordo, ma non potevo rifiutarmi. Sono andato nella mia stanza e ho cominciato a piangere ininterrottamente. Mi sono ammalato per tre giorni. Ero distrutto. Il mio unico desiderio era proseguire gli studi. A un certo punto, quando il mio maestro si accorse che non avevo ancora pagato la retta della scuola e me ne chiese la ragione, io risposi che avrei pagato presto. Ma la realtà era che stavo per lasciare la scuola e mi vergognavo con i miei compagni per questo»

Daniel Uche

«Noi eravamo un’arma importante». Il tema dello sfruttamento dei bambini
Daniel non ha avuto scelta. «Sono andato a Lagos. Poi, per tutto il tempo in cui sono rimasto con il Massob, sono stato sottoposto per un paio di volte l’anno all'addestramento militare, che si svolgeva in un campo nei boschi lontano dalla città e che durava 2 o 3 mesi. Ci insegnavano a usare il fucile. Dicevano che noi bambini eravamo un'arma importante»

In quel campo c'erano una ventina di persone fisse, tra cui quattro bambini (Daniel era il più piccolo e vedeva la mamma un paio di volte l’anno). Molti altri, invece, passavano là solo periodi brevi, per poi tornare a studiare, senza essere strappati alle loro famiglie, come era accaduto a lui.

Alla ricerca di vittime. Bambini soldato usati come spie
Il primo compito dei ragazzini era quello di scoprire le abitudini dei nemici dichiarati e dei traditori della causa. Dovevano diventare amici dei loro figli, introdursi nelle loro case, guadagnarsi la loro fiducia. Delle vere e proprio missioni in incognito. «Imparavamo come scoprire il nemico nascosto, ci usavano come spie»

Tutto questo, naturalmente, aveva poi dei drammatici risvolti nel momento in cui gli indipendentisti decidevano di entrare in azione. «Spesso io conoscevo dei bambini e riuscivo a scoprire come avvicinarmi al loro padre. Una volta, per esempio, ho scoperto qual era l’orario migliore per avvicinarci e attaccare la casa di un traditore della causa del Biafra e alla fine siamo riusciti a bruciare la casa del papà di un bambino che avevo conosciuto. In generale, noi bambini eravamo in grado di dire quando ci si poteva avvicinare a una casa e altre informazioni utili per poter intervenire»

«Potrei avere ucciso, ma non lo so con certezza»
I bambini soldato avevano poi altri due compiti. Il primo era quello di partecipare alle manifestazioni pubbliche organizzate dal Massob per rivendicare la creazione dello Stato del Biafra.

Il secondo era un incarico strettamente militare. «All'inizio imparavamo a usare il fucile e da quando avevo 13 anni iniziarono a farmi partecipare alle azioni, a sparare. Attaccavamo noi, facevamo imboscate, oppure difendevamo i biafrani minacciati che ci chiedevano aiuto, intervenivamo se ci avvertivano di un attacco in corso. Se eravamo in inferiorità numerica, invece, chiamavamo i rinforzi»

Daniel racconta tutto, come chi ha il bisogno di buttare fuori anni di sofferenze per liberarsene. Ma ad un certo punto, di fronte a una domanda, si ferma a pensare. Ci sono certe risposte che è difficile dare. «Hai mai ucciso qualcuno?»

«Guarda, non lo so. In quelle situazioni si spara a raffica, delle persone muoiono, ma poi non si sa chi è stato a sparare. Sì, è possibile che io abbia ucciso qualcuno. Ma non lo posso sapere con certezza»

La situazione era così assurda da aver annullato qualunque “anticorpo” nel ragazzo

«Ho cominciato a fare qualunque cosa senza sentire senso di colpa. E quando vedevo un bambino che moriva pensavo che era fortunato, perché non avrebbe dovuto vivere ancora»

In fuga dalla Nigeria, le cause del viaggio in Italia
Daniel è andato via dalla Nigeria perché temeva che altrimenti sarebbe finita male. Nel 2002, ricorda, avevano compiuto un’azione a Lagos finita con più di 10 morti e tanti feriti. «A quel punto gli anziani del Massob intervennero pubblicamente dicendo che avevamo esagerato, che le nostre azioni erano diventate troppo violente. E così capì che non avevo più la loro protezione, che ero in pericolo. E alla fine, dopo il Natale del 2003, decisi di nascondermi e fuggire, per non prendere più parte a queste azioni»

A quel punto Daniel da bambino soldato diventò migrante, attraversando il deserto per raggiungere la Libia, dove si fermò per tre anni, e poi su un barcone diretto a Lampedusa. «Ho rischiato di morire, ma non avevo scelta»

Bambini soldato, violato il diritto allo studio
Se si chiede a Daniel quali siano i principali diritti umani che gli sono stati tolti da bambino, risponde deciso: «L’unico diritto che mi è stato violato è quello allo studio. Mi trattavano bene e tutto, ma non ho potuto proseguire gli studi. Avevano detto che poi avrei fatto la carriera di politico in Nigeria, e quindi mia mamma pensava che in seguito magari avrei continuato a studiare. Ma non è andata così»

Dall'Africa all'Italia, carcere e ripresa degli studi
In Italia la vita dell’ex bambino soldato è stata piuttosto travagliata. Arrivato a Lampedusa nel 2006, è andato poi a Crotone per due mesi, quindi a Napoli alla ricerca di un lavoro e in seguito si è ritrovato vittima del caporalato, impiegato nei campi di pomodoro vicino a Foggia. «Lì rischiavo l’espulsione, ero irregolare, e alla fine sono andato a Padova, dove ho iniziato a spacciare»

Nella città veneta Daniel è stato arrestato. «Mettendo insieme i vari periodi trascorsi in prigione, ho passato dietro le sbarre circa 7 anni. Prima a Padova, poi a Treviso, quindi in Sardegna. Poi, libero, sono andato in Svizzera, dove ho fatto richiesta di asilo politico. E in seguito sono tornato in Italia, dove ho ripreso a spacciare fino a ritrovarmi di nuovo in carcere a Padova e, infine, a Trento. Dove la mia vita è cambiata: ho potuto ricominciare a studiare, ho incontrato don Fabrizio e gli insegnanti del carcere, persone come Silvia, Antonella, Amedeo, Andrea e gli altri, che mi hanno aiutato anche una volta uscito dalla prigione»

Proprio a Trento, Daniel è stato tra i fondatori dell’associazione Dalla Viva Voce che, non a caso, si occupa di sensibilizzazione sul tema del carcere, di dare testimonianze nelle scuole e fornire un aiuto a chi ha ripreso gli studi in carcere.

Bambini soldato con la voglia di sognare
Nonostante tutte le difficoltà che ha dovuto attraversare, Daniel non ha smesso di sognare. In questo periodo sta preparando il suo esame di maturità al liceo economico sociale. E non è finita. «Sto cercando di ottenere la protezione internazionale, faccio volontariato e voglio studiare fino all'università. Poi voglio tornare in Biafra, fare carriera politica e aiutare tutto il mio popolo»

E la vita sembra avergli insegnato cosa sarà necessario cambiare. «Voglio essere un esempio per il mio popolo, ma questa volta non con le armi, ma con le parole e il dialogo, che verranno con lo studio»




Articolo di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...