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04 gennaio 2019

Le Strade del Sesso. Mafia nigeriana a Bari e dintorni, schiave in vendita sulla provinciale 231

Le più impaurite sono le donne di colore. Scappano a piedi nudi in mezzo alla campagna o reagiscono lanciandoci contro sassi e ciabatte. In tante non hanno il permesso di soggiorno. Sono sfruttate, non ci sono dubbi, e gli sfruttatori sono nei paraggi.


Reportage sulla tratta della prostituzione che dall'Africa porta sulle nostre strade decine di migliaia di giovani schiave.

Quando il sole cala sull'Adriatica, l’amore profuma di sudore e kleenex sporchi. La superstrada dell’amore non è un paradiso del sesso a buon mercato, somiglia piuttosto alla commedia dantesca, tra il Purgatorio di anime in pena, in cerca di uno sguardo al cielo, e l’inferno di chi, l’amore, è costretto a venderlo.

Se ne accorgono tutti. I clienti, nel senso di vergogna che li accompagna mentre tornano a casa, le giovani donne costrette a passare la notte occupando una sudicia piazzola, illuminate da una processione di fari accecanti come quei sogni abbandonati una volta arrivate in Italia.

Il mercato del sesso nell'hinterland barese parla la lingua sottile e seducente delle donne dell’est Europa, l’inglese consumato, o il pidgin di Benin City delle nigeriane. Da dieci anni a questa parte sono loro a monopolizzare le statali e le provinciali che si avviluppano attorno a Bitonto e Bari.

Secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni circa l’80% delle migranti nigeriane arrivate via mare in questi anni è probabile vittima di tratta destinata allo sfruttamento sessuale in Italia e in altri paesi dell’Unione Europea. Terre des Hommes dà in costante crescita il numero di giovani donne nigeriane che raggiungono l’Italia, erano circa 5mila nel 2015, passate a 11mila nel 2016, 9mila nel 2017, come i minori non accompagnati, in larga parte di sesso femminile, passati da 900 a 3040.

Un esercito di schiave che ha occupato la provinciale 231, che collega il nord barese al capoluogo, la vecchia 96, la litoranea San Giorgio, Stanic e l’area circostante lo Stadio “San Nicola”, un tempo circondario della prostituzione omosessuale e dell’Est, oggi territorio di nigeriane, spesso minorenni, un segno evidente che in questi luoghi la mafia nigeriana ha preso piede.



Diffidenza e paura
Avvicinare queste ragazze è pressoché impossibile. Le barriere linguistiche, la logorante routine della contrattazione, l’oscura colpa di essere scure come l’ebano in un paese di "muzungu" (chi non ha la pelle color ebano, ovvero uomo bianco) trasformano le giovani nigeriane in professioniste senza volto.

A raschiare il forte strato di diffidenza sono le due unità di strada del territorio, “Micaela Onlus”, di Adelfia, e Comunità Oasi2 San Francesco, di Trani. Le due realtà, che offrono servizi di assistenza e accompagnamento alle donne su strada, pattugliano di giorno l’ex 98 e di sera, le periferie baresi. È grazie al loro silenzioso lavoro che giornalisti, inquirenti e istituzioni sono riusciti a conoscere la tratta, almeno nella sua tipologia di "prostituzione su strada"

Nel dedalo delle “complanari del piacere”, le "sex worker" non possono incontrare nessuno che non sia un cliente, non parlerebbero per paura di ritorsioni, è già difficile per gli operatori del volontariato che devono costruire con loro un difficile rapporto di fiducia. In tutti i viaggi delle unità di strada, si passano decine di tazze di tè, condom mono-uso, coperte, vestiti.

Le piccole “bugie” dei volontari alla ricerca di una storia, di sapere, dall'altra delle ragazze che mentono costantemente sul nome, sull'età, sulla loro provenienza nella speranza che un giorno possano uscire da una storia che le rende schiave.

Tutte le “Joy”, “Destiny”, “Glory” che ho incontrato durante la mia attività di "mediatrice culturale" condividono le stesse vicende. Che iniziano a Benin City o, a volte, a Lagos. Qui, nonostante il fermento culturale della primavera africana, la Nollywood che inizia a diventare politicamente impegnata, c’è una generazione sulla cui pelle continua a prosperare un colonialismo trasformato, ma ugualmente violento. Sono le ragazze nere dei villaggi e delle bidonville la merce ambita dai capitalisti del sesso. Belle, bellissime, già pronte alla vita da grandi a dodici anni. Ogni giorno centinaia di uomini, gli Italos, cercano ragazze da immettere nel mercato italiano grazie ai contatti di una rete che unisce la Nigeria alle complanari di Puglia, Sicilia, Marche, Piemonte, Veneto, quasi tutta l'Italia.

Il sogno di una vita migliore
Dalla loro c’è la povertà che ammazza i sogni nelle bidonville della periferia di Benin City, o di Lagos, la voglia di occidente di migliaia di teenager, molte, moltissime famiglie, più o meno costrette a considerare le proprie figlie come moneta di scambio per la sopravvivenza. È in mezzo alle crepe di uno stato sociale inesistente che gli aguzzini della tratta agiscono, sapendo di poter contare su una complicità culturale che parte spesso dalle chiese evangeliche, o pentecostali, rette da pastori-gangster, molto spesso sono proprio loro gli oba, gli intermediari.

"Want to go abroad ??" (Vuoi andare all'estero). È la domanda che i connection man rivolgono ad ogni ragazza di bell'aspetto che non può permettersi il visto. Così le ragazze vengono finiscono nelle trame della tratta, e a volte il loro "apprendistato" inizia già sulle strade turistiche delle grandi città che si trovano lungo la rotta verso la Libia, verso l'Italia.


Una ragazza nigeriana sulla SP 231, a ridosso di Corato

Strada provinciale 231, tratto tra Ruvo di Puglia e Terlizzi

Bari, parcheggio dello Stadio San Nicola

Lo juju
Prima di partire, con la promessa di un lavoro da parrucchiera o da commessa, le giovani si sottopongono ad un rito woodoo. Nonostante le comunità Yoruba e Igbo siano a maggioranza cristiana, le credenze tribali sono ancora prepotentemente diffuse negli strati più deboli della comunità. In Nigeria, con il woodoo, malattie, sfortuna e disgrazie vengono allontanate con sacrifici ed offerte. Nell'area del Benin esistono addirittura scuole private riconosciute dallo Stato, dove centinaia di bambini vengono istruiti alle pratiche religiose. È naturale quindi che una partenza venga salutata e benedetta dalle divinità.

Nel caso delle ragazze, però, i sacerdoti modellano il rituale sciamanico, che viene svolto mescolando sangue mestruale, peli pubici e parti di animale, e servirà a garantire il pagamento del debito contratto con i mediatori, che si occuperanno del viaggio.

Lo scorso marzo l'Oba di Benin City (ovvero Re Ewuare II), massima autorità della religione animista della Nigeria, ha emanato un pronunciamento contro la tratta, e ha costretto gli sciamani, ovvero i sacerdoti della religione tradizionale, a revocare la maledizione dei riti “juju” cui vengono sottoposte le giovani ragazze prima di iniziare il “viaggio” verso l’Europa. Ma di tutto ciò i trafficanti di uomini se ne fregano e questi rituali vengono comunque eseguiti. La religione non c'entra, c'entra invece il business, e sciamani, pseudo-sciamani corrotti lo eseguono ancora. Quello che conta davvero è intrappolare la ragazza, renderla fragile, sottomessa, ubbidiente, metterle paura.

Il debito da pagare per il viaggio
Le nigeriane però non sanno che, una volta arrivate in Europa la somma da saldare non ammonterà più a poco più di mille euro come era stato fatto credere in Nigeria (in Nigeria uno stipendio si aggira sui duecento euro), ma arriva ad essere moltiplicato per dieci, cento volte. Al loro arrivo negli hub italiani del sesso, le grandi città del Nord, come Torino, e i centri di accoglienza, una ragazza può arrivare a maturare un debito di oltre 90mila euro.

Così, terminato l’esodo verso il Vecchio Continente, il woodoo diventa la minaccia su cui regge il giogo che costringe le ragazze nigeriane. Sono tantissimi i casi di giovani prostitute riuscite a fuggire dagli aguzzini grazie all'aiuto fornito da associazioni di volontariato, ma poi tornate dopo pochissime settimane su strada, perché letteralmente terrorizzate dalle conseguenze dell’aver infranto il patto siglato col sangue in patria.

A Benin City ci sono templi improvvisati con centinaia di piccoli altarini realizzati con foto e oggetti appartenenti alle giovani andate in Europa e sottoposte al woodoo. Un ricatto carico di misticismo quasi impossibile da spezzare anche se l’Oba di Benin City, Ewuare II, ha liberato queste ragazze dal giuramento del rito juju. Eppure basta farsi un giro per complanari e provinciali per realizzare che nemmeno la prima e dura presa di posizione del re-sacerdote nigeriano è servita a qualcosa.

Le mamam
“Glory” ci guarda timidamente. Indossa un cappellino di lana e dei leggins. Sta per piovere. Non ha tanta voglia di parlare. Poco più avanti una donna avanti con l’età ci osserva. È la mamam.

Una volta diventate troppe vecchie per esercitare, saldato il debito, incattivite dagli anni passati per strada ad inseguire i capricci dei clienti, tante nigeriane scelgono di restare nel giro della prostituzione, diventando esse stesse "mamam" che controllano le più giovani. Si tratta di donne arrivate giovanissime in Italia, senza la possibilità di accedere a istruzione e corsi di formazione professionale. Un esercito di quaranta-cinquantenni senza qualifiche, che conoscono solamente le regole dure della strada. A Bari ce ne sono diverse decine.

Donne nigeriane che NON hanno una coscienza, il loro motto giustificativo: "è giusto che anche loro passino ciò che è capitato a me", insomma occhio per occhio, quello che conta è il business, "fin'ora ho sempre pagato, è arrivato il momento che anch'io diventi ricca"

Gestiscono le case in affitto dove vengono ospitate anche da sei-otto ragazze, esigono la quota mensile di debito, regolano la vita privata delle ragazze, si occupano del loro stato di salute. Una donna nigeriana che presta servizio con una unità di strada ci ha raccontato di una giovane costretta dalla sua mamam ad abortire e a gettare il feto nella spazzatura. E per far abortire una ragazza che rimane incinta di clienti si va dalle percosse agli impacchi di prezzemolo, vengono usati attrezzi rudimentali, improvvisati. Non importa il dolore, bisogna lavorare. Per saldare il debito, per continuare a guadagnare.


Strada provinciale 231, tratto tra Ruvo di Puglia e Terlizzi

Bari, zona Santa Caterina

Bari, complanare Statale 16, nei pressi di Torre a Mare

Le confraternite della Mafia Nigeriana
Spesso capita che le mamam siano legate sentimentalmente ad alcuni esponenti delle cellule criminali nigeriane. I cultist, i cultisti della mafia nigeriana, divisa nelle numerose confraternite, “Black Axe”, “Eye”, sono molto radicati in Piemonte, Campania e Sicilia. A Bari, nelle carte delle diverse inchieste condotte da Procura e DDA, il loro nome non compare. Eppure chi è riuscito ad uscire dalla tratta non ha dubbi, la mafia nera è arrivata da diverso tempo in Puglia e affianca ormai sodalizi criminali stranieri radicati da decenni, come quelli albanesi e rumeni.

Sono gli affiliati delle confraternite a controllare il racket, coperti da piccole attività commerciali o semplici Money Transfert, grazie, quasi certamente, ad accordi con la mala locale. Da Bari e da Foggia, la cellula nigeriana può controllare migliaia di ragazze su strada, nonché il traffico di droga all'interno dei ghetti di Rignano Garganico e Borgo Mezzanone, come ha denunciato il sociologo Leo Palmisano in un articolo sul Corriere del Mezzogiorno, che gli è valso, nelle scorse settimane, pesante minacce anonime sui social.

Stadio San Nicola
Dalle luci della grandeur barese di Poggiofranco, a bordo di un furgoncino carico di vivande e preservativi, si arriva alla periferia barese. È buio quando arriviamo nell'area dello Stadio. Le luci del San Nicola sono ancora calde, ma nei parcheggi è calata la nebbia. È qui, a pochi metri da un viadotto che si apre il girone del sesso a pagamento.

La grande area progettata da Renzo Piano è il cuore della prostituzione barese. Qui accorrono centinaia di clienti terminato l’orario d’ufficio, da qui si diramano le provinciali interessate dal racket. Agli inizi del 2018, il San Nicola è finito sulle cronache nazionali per alcuni casi di minori di etnia rom costretti a prostituirsi. L’indignazione generale e i riflettori nazionali si sono presto spenti, senza interessare le decine di nigeriane che ogni giorno prestano servizio nei parcheggi della struttura.

Anche loro, soprattutto loro, nella terra dei muzungu (uomini bianchi) sono invisibili. Sino a quando un’auto accosta e abbassa i finestrini. “Ciao, amore”. In questo saluto, che precede ogni contrattazione, risiede la cifra dell’esistenza su strada. È il capitalismo dei corpi, costretti a sbracciarsi, a danzare, a inseguirsi per per strappare uno scampolo di esistenza, riconosciuta da un pugno di clienti in quel breve lasso di tempo tra la prestazione e il pagamento.


Gli ex-volontari di Volti d'Ebano, l'unità di strada che operava a Bitonto, Clementina Chirico e Antonio Maffei, spiegano, assieme agli operatori di Oasi 2 e ad un ex vittima di tratta, come funziona il racket nigeriano.

Le ragazze dei postriboli si presentano pressoché nude, in ridicole e retoriche vesti fluo che lasciano scoperti gambe e seni. I loro corpi appaiono provati, gusci paradossalmente privati di qualsiasi carica erotica. Ad ogni svincolo, sotto ogni insegna, sotto ogni lampione, sembra di trovare un’antica statua scolpita nell'ebano più nero, smussata dal tempo, che sulle statali scorre più velocemente.

Le "awoulaba" (parola che si può tradurre come pesciolini in attesa di essere pescati) sono piene di cicatrici, segni tondi di sigarette spente sulle braccia, sulle gambe, sui seni, raschi, escoriazioni che trasformano i loro corpi in copie sbiadite delle patinate e giunoniche starlette black. I segni evidenti di violenze e soprusi da parte di mamam e boys pronti a picchiare chi sgarra.

Nell'Africa nera, e in particolare in Nigeria, la bellezza ha il peso di un fondo-schiena imponente. La chiamata al sesso arriva da rotondità importanti, ben distanti dalla bellezza spigolosa europea. Ma il colonialismo passa anche per il corpo e le african beauty sono oggi molto richieste. Su strada vince il "nigerian first"

“Ciao amore”
Di frasi così se ne sente poche. Prima che presidi sanitari e assistenziali, le unità di strada rappresentano per molte ragazze un prezioso spazio di dialogo. Appena gli operatori scendono dal furgoncino, “Angela” chiude la zip del piumino, sino ad allora aperto a mostrare seni fieri. Fa freddo e qualche minuto in più di calore sono una benedizione. È giovanissima, nonostante il suo corpo sembra conoscere la strada da molto tempo. Guida un gruppo di tre ragazze, tra cui, forse, una minorenne, esile, con berretto di lana e sneakers, rimasta ricurva sullo smartphone durante tutta la durata del “contatto”

Quella lì è la loro postazione abituale e lo si capisce dall'erba pestata, dai rifiuti bagnati e da una sudicia betoniera in cui è stato acceso un falò. Qualche metro più avanti la strada non è più illuminata: è il posto ideale per nascondersi in auto e viene difeso con prepotenza dalle quattro, disposte a presidio attorno al fuoco. “Angela” è l’unica a parlare, le altre preferiscono continuare a chiacchierare tra loro sorseggiando il latte caldo offerto e toccandosi le kinky twist (gesto per sistemare il reggiseno)

“Fa freddo, poche ragazze oggi, nemmeno i travestiti” ci dice Angela, indicando con l’unica mano libera piazzole deserte in lontananza. Sperano di guadagnare qualche extra ed è forse per questo che dopo qualche minuto prova a troncare la conversazione, rivolgendo lo sguardo oltre, in cerca di qualche macchina in arrivo. Appena ci allontaniamo, arriva una monovolume. Salgono in due, compresa la più giovane, costretta a staccarsi dal suo smartphone.

Accecati dai neon del “Parco dell’Amore”, ci si rende conto che la serata non è delle migliori. Lo capiscono anche gli operatori incrociando i dati registrati sulle cartelline. Solitamente in tutta Bari, di sera, è possibile incontrare tra le trenta e le quaranta nigeriane. Numeri che raddoppiano se sommati a quelli della mattina, quando il mercato della prostituzione si sposta sulle provinciali interne. Guidare per una Bari deserta aiuta comunque a capire alcune delle regole che vigono su strada.

Se a San Nicola (zona stadio), le nigeriane dividono l’asfalto con transgender e omosessuali, nel resto del capoluogo la concorrenza è rappresentata dalle donne dell’Est. Rumene, albanesi, bulgare, in alcuni casi polacche, vittime di una tratta, una tratta diversa ma allo stesso modo selvaggia, che nasce molto tempo fa, all'indomani del crollo del muro di Berlino. Come nel settore agricolo, la ricerca di manodopera (sessuale) a basso costo ha prodotto una guerra tra poveri e schiavizzati. Il Terzo Mondo europeo contro il Terzo Mondo che tutti immaginiamo, quello africano. È così per la raccolta dei pomodori, è così per il sesso a pagamento.

Nigeriane e donne dell’ex blocco sovietico sono i due poli su cui è costruito il mercato globalizzato delle prestazioni sessuali non solo a Bari. Si guardano in cagnesco, non perdono occasioni per sputare veleno tra di loro. Soprattutto con i clienti. Ma la naturale tensione fa bene al libero mercato. E le organizzazioni criminali che gestiscono dall'alto il racket, da buoni capitalisti lo sanno.

Rione Stanic
In auto la geografia carnale si mostra chiara. Salvo qualche eccezione nei pressi di alcune aziende, la Stanic è territorio delle rumene, come il tratto Sud del lungomare.

Le complanari della 16, invece, sono egemonizzate dalle sorelle nere, le nigeriane. A Santa Caterina, dove di sera i lustrini sostituiscono le luci di un imponente centro commerciale, le nigeriane hanno conquistato due rotatorie, relegando ai margini di una strada le due ragazze rumene (probabilmente di etnia rom) rimaste.

Le rotatorie sono la vetrina della strada. Ambite, desiderate, pagate carissime. Per questo qui i profitti vanno massimizzati. Freddo, pioggia, caldo, non fa nessuna differenza: le ragazze stazionano quasi completamente nude dalla vita in giù, pronte alla passerella di auto che girano per due, tre, quattro volte.

A Santa Caterina, in uno slargo che conduce verso Bitritto, una giovane ragazza di colore indossa una parrucca bionda, un perizoma e dei collant, il volto nascosto da un make up pesante con l’obiettivo di schiarire i pigmenti della pelle. È una maschera indifferente quando i volontari dell’unità di strada le consegnano un bigliettino con il numero dell’associazione.

Il rione Stanic era una borgata sorta attorno un grande complesso industriale che oggi non c’è più. La Bari operaia ormai è un ricordo sbiadito, che ha lasciato spazio al degrado e all'incuria. Chi viene da Nord, è accolto dal calore delle numerose rumene in attesa ai lati della strada. “Destiny” sembra lì quasi per errore. Seduta e oscurata dal monumentale ponte Adriatico è l’unica ad indossare un piumino e dei pantaloni. Ha varcato da molto la soglia dei trent'anni, parla un italiano fluente e ci racconta del suo passato da badante, in Sardegna. “Ho perso i miei datori di lavoro, un po' la crisi, così ho raggiunto delle amiche a Bari e sono finita su strada per necessità”. Deve fare a gara con la forza e le forme delle più giovani, ma lei siede stoica nel traffico caotico. Non le è mai passato per la testa di diventare mamam. “Che Dio vi benedica”

Bari Sud
Sulle complanari di Bari Sud sono parcheggiate le più giovani, tra di loro moltissime sono sicuramente minorenni. Le ultime arrivate. Sono quelle più ricercate, perciò il racket della prostituzione nigeriana per loro ha studiato un posizionamento strategico, lontano dalle arterie presidiate dalle forze dell’ordine, facile da controllare (a differenza delle altre zone, si avverte la presenza di un controllo costante della malavita), in grado di sopportare un afflusso enorme di clienti. Le ragazze nigeriane hanno le treccine e si radunano in grossi e chiassosi gruppi. Impossibile avvicinarle e avere un “contatto” soddisfacente.

Salutano con strafottenza, ritirano condom e salutano. “È una sorta di meccanismo di autodifesa, con l’esuberanza di gruppo provano a nascondere le loro fragilità”. Molte di loro hanno attraversato il deserto, sono state le schiave sessuali dei carcerieri dei centri di detenzione libici, hanno tagliato il Mediterraneo a bordo di un barcone. L’arroganza è uno dei modi per restare aggrappate a se stesse.


Svincolo nei pressi di Andria

Bari, rione Stanic

Strada provinciale 231

La Provinciale 231
Il supermarket del sesso chiude per poche ore. All’alba le ragazze si spostano dalla città sulle provinciali interne, quelle che collegano Bari a Bitonto, Terlizzi, Corato, Palo del Colle, Altamura. Salgono sugli stessi treni, sugli stessi bus che trasportano studenti e pendolari. Li aspetta la 231, l’ex 98, che va presidiata prima che agricoltori e operai si rechino al lavoro. Spesso sono proprio loro ad accompagnare le giovani donne alle uscite della provinciale, in cambio di una fugace prestazione, di un pompino, di una sveltina.

L’unità di strada di Oasi2 da Trani arriva a coprire la 231 da Corato a Bitonto. Da Ruvo sino a Bitonto la strada è occupata quasi esclusivamente da nigeriane, in ogni piazzola, ad ogni curva c’è una giovane di colore. Giunoniche, fragili, svestite. Alcune abbozzano una danza con il fondoschiena. Ci sono poche donne dell’Est e l’unica concorrenza è rappresentata dalle trentenni colombiane che occupano i bungalow e le roulotte parcheggiate a ridosso dei campi di ulivi.

La 231, dorsale dell’economia agricola del nord barese, è la “Domiziana” di Bari, un harem a buon mercato che attrae consumatori di ogni tipo, dal contadino allo studente. Il numero enorme di clienti che affollano le corsie, sino al tramonto, testimonia la "massificazione" del sesso a pagamento posta in essere dalle organizzazioni criminali con la tratta delle nigeriane.

Le ragazze sono costrette ad avere anche più di dieci rapporti al giorno

Dai 30 ai 10 euro (a volte anche solo 5 euro) per ogni prestazione, e soprattutto, sono disposte ad offrirsi senza protezione. “Le nere possono fare di tutto” racconta un ragazzo travestito che occupa una piazzola nei pressi di Ruvo. Il racket nigeriano funziona perché offre un “prodotto” accessibile a tutti, in qualsiasi momento, in grado di soddisfare qualsiasi esigenza, a poco prezzo.

Le conseguenze di questo plusvalore sono terribili. Le ragazze sono costrette a lavorare tutti i giorni della settimana, anche per dodici ore. Lavorano di meno solo la domenica, giorno sacro per le nigeriane pentecostali, che si riuniscono nei capannoni adibiti a chiese dai pastori di Bari. Tutte si prostituiscono anche durante il periodo mestruale, ricorrendo ai metodi più variegati (e pericolosi): c’è chi tampona la vagina con dell’ovatta, chi con uno straccio. Come detto, persino le gravidanze sono risolte molto spesso in casa con impacchi caserecci o cocktail di medicinali.

In tante crollano
Gli ex operatori di “Volti d’Ebano”, la vecchia unità di strada legata alla Fondazione Santi Medici Cosma e Damiano Onlus, ricordano ancora con spavento il gesto di una ragazza che, decisa a farla finita, si sdraiò nel bel mezzo della carreggiata, in direzione Bitonto. Fortunatamente riuscì a salvarsi, grazie anche all'aiuto delle sue amiche.

L'indotto della prostituzione
Sulla 231, ma soprattutto a Bari, il dramma produce un’economia parallela che non interessa le organizzazioni criminali. Sono in tanti a lucrare: avvocati, commercialisti, chi affitta tuguri, chi procura preservativi, gli hotel che affittano camere a ore, chi offre servizi di catering, locali notturni che si trasformano nei weekend in case chiuse, e così via.

Tutti passaggi che possono fruttare anche diverse centinaia di euro a ragazza. Nel 2017 le indagini della Squadra Mobile di Bari hanno permesso di denunciare a piede libero un professionista barese che avrebbe indotto circa centocinquanta nigeriane a dichiarare una falsa provenienza, al fine di ottenere il permesso di soggiorno provvisorio, per fini umanitari, e poter allungare la loro permanenza sul territorio italiano.

5-600 ragazze nigeriane, ma forse addirittura di mille, sono quelle che gravitano attorno alla sola città di Bari. Un numero enorme che sta a significare come la mafia nigeriana sia penetrata capillarmente in città

Le istituzioni possono fare poco. Il comando di Polizia Locale di Terlizzi, il territorio più colpito dell’hinterland dal fenomeno, ha ricevuto lo scorso anno il premio nazionale Anvu “Prof. Alvaro Pollice” per le attività di contrasto alla prostituzione. Nella città dei fiori, in realtà, sono state applicate sempliciotte politiche del decoro: dai resoconti dei giornali online, si apprende che negli ultimi anni le attività della Polizia Locale hanno portato a otto arresti in flagranza di reato, cinque denunce e tre decreti di espulsione per altrettante ragazze nigeriane non regolari. Pochissimo, praticamente nulla, rispetto alle 5-600 nigeriane, forse addirittura mille, che gravitano attorno alla sola città di Bari

Nessuno si è preoccupato delle ragazze e mai nessuno lo farà: tra gli ulivi di una contrada terlizzese che si affaccia sulla 231, campeggia ancora oggi un cartello bacchettone che recita “divieto di prostituzione”, con lo stemma del Comune di Terlizzi, ma senza alcuna autentificazione. La prostituzione è ridotta ad una pura e semplice questione di immagine.

Approfondimento
Ecco come i baresi fanno i soldi con l'indotto della prostituzione

Joy si prostituiva sulla complanare di San Giorgio
Da quando arrivò al Cara di Bari-Palese sapeva che doveva avvisare la sua mamam che le aveva promesso un lavoro come parrucchiera. Bisogna guadagnare, provvedere alla famiglia rimasta in Nigeria, c’è un debito da pagare. Lascia il centro, la mamam la porta in una casa a Madonnella, in via Ragusa dove c'era anche una connazionale. Inizia a prostituirsi, la costringono a prostituirsi.

Quella sera Joy sta male. È stanca, tossisce tutto il tempo. Ma non chiama i soccorsi, non sa di avere la tubercolosi, non ha i documenti in regola. Si accascia a terra, ai margini della strada, nella notte fredda di Bari. Un passante, forse un cliente, chiama l’ambulanza con il suo cellulare. È troppo tardi. All'arrivo dei sanitari, Joy perde sangue dalla bocca. Passano alcune ore e muore. Era meno di due anni fa.

In un mercato fuori controllo il rischio della proliferazione di patologie è molto alto e sono frequenti i casi di ragazze affette da AIDS, gonorrea, epatite. L’incidenza aumenta tra le nigeriane dato il numero di rapporti consumati senza protezione. Come nel caso di Joy Johnson, sono le patologie legate all'attività su strada a preoccupare. Da anni le associazioni denunciano l’insorgere di malattie considerate scomparse, nonché di segnali psicosomatici molto forti, che possono causare patologie all'apparato respiratorio, ulcere, coliti, gastriti, malattie da stress, perfino tumori.


Una ragazza nigeriana sosta dei pressi di uno svincolo della Strada provinciale 231

Una delle roulotte parcheggiate a ridosso della Strada provinciale 231. Qui
esercitano le colombiane

Una ragazza nigeriana sulla Strada provinciale 231

I clienti
"Sono felice, un mio amico mi porterà a cena, mangeremo pesce". Il sorriso di “Petra” è illuminato dalla luce incandescente di un lampione. Alle sue spalle c’è uno stabilimento in abbandono. Che strano posto per un appuntamento. Ma l’amico è un cliente e “Petra” sorride.

Il mercato del sesso è frequentato da un’umanità variegata e non si può nemmeno generalizzare nell'identificare tutti quelli che frequentano prostitute come orchi affamati di sesso. Quello dei clienti della prostituzione ad oggi resta un mondo dai contorni vaghi, indefiniti, che comprende più di due milioni e mezzo di cittadini italiani che frequentano la strada di frequente e almeno altri sei milioni che hanno rapporti con prostitute di tanto in tanto.

La realtà è complessa e dietro le prestazioni su strada sovente si nascondono vere e proprie relazioni, seppure “falsate” dall'ambiente in cui vengono vissute. D'altronde il cliente paga la prostituta per essere una persona che non è persona. Mirta Da Pra, responsabile del progetto “Vittime” del Gruppo Abele spiega che “non è poi così raro che un uomo paghi solo per parlare”. Più in generale tra i clienti, studenti, operai, anziani, c’è una educazione all'affettività totalmente sfasata. Per loro la prostituta rappresenta un modo semplice e senza mediazioni per accedere al mondo femminile, ad una sfera sessuale aperta, ad un mondo “esotico”, altrimenti precluso.

Il cliente che si “innamora” non è una leggenda metropolitana, sono tantissimi i casi di uomini che si invaghiscono delle ragazze e provano a salvarle dalla tratta. Ci sono uomini che hanno speso fortune personali ingenti pur di cercare di "salvare" queste ragazze. Soprattutto le nigeriane lo sanno, e molto spesso approfittano di questi uomini "chioccia". Si fanno pagare l'affitto, si fanno dare denaro per estinguere il debito e così smettere di prostituirsi, con scuse varie si fanno dare soldi per aiutare fratelli, sorelle, i genitori rimasti in Nigeria.

Questi uomini "innamorati" molto spesso, dopo un po' di mesi, rimangono soli, la ragazza sparisce assieme alle migliaia di euro (a volte decine di migliaia) consegnati alla ragazza.

Come "aiutare" una ragazza nigeriana che si prostituisce
Un'insieme di regole che abbiamo scritto per non lasciarsi fregare, per chi vuole davvero aiutare queste ragazze senza restare poi con un pugno di mosce in mano

Secondo il Ministero delle Pari Opportunità, in Italia ci sono circa 400 strutture che offrono assistenza alle vittime della tratta sessuale e lavorativa, chiamate dagli addetti ai lavori “case di fuga”. I dati di ottobre 2018, i progetti riguardano 1137 persone, di cui 929 donne nigeriane.

La Casa di Adelfia
Una delle case più importanti in provincia si trova ad Adelfia, a pochi chilometri da Bari. La casa è gestite dalle sorelle Adoratrices Esclavas del Santísimo Sacramento y de la Caridad, in collaborazione con Micaela Onlus. L’ordine spagnolo, sin dalla nascita, per vocazione si occupa di assistenza alle donne sfruttate. Sino a qualche anno prestavano attività all’Istituto “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto.

La casa di Adelfia accoglie un piccolo numero di donne, che non supera mai la decina. È composta da una struttura a due piani. Di sopra ci sono le camere, al pian terreno gli spazi comuni. La preoccupazione delle sorelle è quella di riconciliare le vittime con la normalità. In gruppo si prendono cura della casa, badano al giardino, seguono corsi di formazione, tornano a fare esperienza della quotidianità. Per questo i contatti con l’esterno sono molto limitati.


Nigeriane salvate
Il lavoro di ricostruzione psicologica è delicatissimo. In un recente rapporto, l’OIM si è mostrata preoccupata dai disturbi psichici che affliggono le giovani nigeriane. “Situazioni eccezionali di vulnerabilità” che forniscono un quadro “sempre più drammatico della brutalità con cui giovani donne, e a volte bambine, sono trafficate verso l’Europa”

Tantissimi sono i casi di allucinazioni. Alcune donne riferiscono di una presenza maschile nella stanza durante la notte, lo sciamano che le ha sottoposte al juju in Nigeria, o dichiarano di sentirsi soffocare per mano di qualche divinità.

Quelle delle vittime sono identità destrutturate. Le ragazze hanno bisogno di credere in un passato in continuità con il presente cancellando, però, l'esperienza della prostituzione, inelaborabile, avvertita come un'escrescenza temporale o come una crepa che rischia di sfaldare le stratificazioni della storia personale. Ma a quale passato riferirsi, quale storia ripercorrere, quale nostalgia avvertire se la madre terra, la famiglia, la stessa lingua sono sentite come complici dell'orrore che hanno vissuto?

Tra gli Igbo gira un proverbio ripreso da Chinua Achebe ne "Le cose crollano"

"Un uomo che non sa dire dove la pioggia lo ha colpito non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato"

Ci consegna l'immagine impietosa di una generazione di sfruttate. Più delle percosse, più delle torture, più delle angherie subite. Donne costrette a vivere in un eterno presente, private di un futuro in cui sperare e di un passato in cui rifugiarsi. Dove andranno, chi saranno queste donne? L’Occidente deve cominciare a chiederselo.

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Articolo di
Maris Davis


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06 novembre 2018

Le Strade del Sesso. Ardea e Pomezia, il degrado alla luce del sole

Via Ardeatina, Via di Valle Caia, Santa Palomba, quando la decenza non ha più limiti. Degrado, prostituzione, oscenità impunita.


Continua il nostro racconto sulle "Strade del Sesso" in Italia.

C’è di tutto su alcune strade del territorio, una vita che scorre parallela, dove sembra che le regole del vivere comune non esistano, una sorta di zona “franca” dove vale tutto e si può tutto. Lo scenario che è davvero deprimente. Sono le vie del sesso del territorio di Pomezia e Ardea, alle porte di Roma.

Degrado e impunità, è la terra di nessuno
Un senso del pudore inesistente, ragazze praticamente nude in mezzo alla strada, atti sessuali tra le abitazioni anche in pieno giorno. Una vera e propria terra di nessuno. Si trova di tutto.

Le zone sembrano esser ben ripartite tra prostitute. Quelle di nazionalità rumena, che stazionano lungo la Via Ardeatina, quelle dell'est (bulgare, ucraine, moldave), che “hanno” gli spazi che ricadono sotto il Comune di Roma, ed infine le africane, le nigeriane, che si trovano invece nei pressi della stazione.

La situazione, denunciano i residenti, benché atavica, ha raggiunto negli ultimi tempi condizioni non più tollerabili. Anche rapporti sessuali consumato a ridosso della recinzione del campo sportivo dove ogni giorno si allenano bambini anche piccolissimi, atti sessuali anche documentati con video.

Il risultato di tali oscenità è che genitori e dirigenti si ritrovano quotidianamente a ripulire il piazzale del campo sportivo per risparmiare ai propri figli lo spettacolo indecoroso che questi “signori clienti” lasciano ogni qual volta si appartano con le prostitute.

Di notte poi, come se non bastasse, la situazione si fa ancora più drammatica. È con il buio infatti che la terra di nessuno si trasforma nella “terra dei fuochi”. Sono tanti, tantissimi infatti i roghi rudimentali accesi dalle prostitute “al lavoro” un po’ per scaldarsi dal freddo, dato che l’abbigliamento, si fa per dire, resta lo stesso delle ore diurne, e un po’ per segnalare agli avventori la propria presenza. È così che il cliente sceglie la propria “preferita” da caricare in auto, portare in qualche anfratto o perfino in alcune baracche di fortuna allestite lungo la campagna, fare quello che deve fare e pagare il dovuto, prima di riscaricarle al loro posto. E ad attenderle pazientemente c’è sempre il loro “fuoco” e altri clienti.



Cosa chiedono i residenti
Ma c’è chi, con grande coraggio e forza di volontà, non si rassegna al degrado e lotta quotidianamente nonostante la totale assenza delle istituzioni. Vorrebbero un quartiere normale, sognano un parco pubblico come quello di Roma 2, o degli spazi aggregativi. Si danno da fare e organizzano iniziative come quando armati di scope, sacchi, guanti e quant’altro i cittadini, sostenuti dal Comitato di Quartiere di Santa Palomba, hanno provveduto a ripulire larghi tratti della Via Ardeatina che ogni giorno “ospita” i salottini in bella mostra delle prostitute.

“Prostitute, buche, traffico insostenibile, inquinamento, impianti a rischio di incidente rilevante di cui nessuno ci informa, siamo veramente disperati”, è il grido della popolazione residente. “Ci vergogniamo perfino di invitare gli amici a casa”, dice un altro signore che solo dopo un’estenuante “lotta” è riuscito a far spostare una prostituta con il relativo fuoco dal cancello di casa.

Problemi che si sommano a problemi, come le difficoltà ataviche di una stazione che invece giace nel dimenticatoio, abbandonata a sé stessa e snobbata da tutti con in primis le istituzioni locali e non. “Consapevoli che in Italia non c’è una legge che vieti la prostituzione, chiediamo che, in forza dei pronunciamenti del Parlamento Europeo e degli organismi sovranazionali, si trovi almeno un modo per colpire i clienti, veri e propri complici delle condizioni di queste ragazze, e di colpire anche le prostitute per oltraggio al pudore, quando queste mostrano le loro nudità”, è dunque l’appello trascritto in una raccolta firme trasmessa a tutte le istituzioni e alle forze dell’ordine, ma finora caduta nel vuoto.


Parlano le prostitute, "Ecco chi sono i nostri clienti"
Quello che colpisce di più è la diversità tra le ragazze che offrono il loro corpo. Storie, personalità e motivazioni differenti che fanno capire che, anche in questo ambiente, non si può assolutamente fare delle generalizzazioni.

Laurentina, Ardeatina, via di Pratica, il lungomare di Tor San Lorenzo. E poi la stazione di Santa Palomba, via dei Castelli Romani, via di Valle Caia

Sono solo alcune delle strade del sesso, quelle che con il calare delle tenebre si illuminano dei falò che queste ragazze accendono per scaldarsi nelle sere gelide di un'inverno ormai alle porte.

Di giorno la situazione cambia poco, niente fuochi, ma per il resto la scena è quasi uguale. Bianche, nere, persino qualche orientale. Giovani, anche giovanissime, di sicuro tra loro ci sono minorenni, anche se quando glielo chiedi ti rispondono di aver già compiuto 18 anni. Belle ragazze, che potrebbero aspirare a qualcosa di più della strada, ma che per nostra esperienza personale sono quasi tutte "obbligate" dal racket della prostituzione. Le nigeriane lo sono di sicuro, costrette a stare li da mamam e boss della mafia nigeriana senza scrupoli.

Obbligate o meno, sono lì, a prendere freddo tra un cliente e l’altro, a veder passare giorni e uomini in una sequenza senza fine, senza una via d'uscita, senza alternative. Correndo anche qualche rischio, non è raro che queste ragazze vengano derubate, stuprate e costrette a subire rapporti sessuali "gratis"

Alcune non hanno voluto parlare, qualcuna ha lanciato minacce più o meno velate. Altre sono spaventate, non appena si prova a rivolgere loro la parola arriva "l'uomo" a bordo di un’auto, impaurite dalle minacce dei loro protettori. Senza moralismi di alcun genere cerchiamo di entrare nelle pieghe più profonde dell’animo di queste giovani per capire cosa le spinge (o meglio le costringe) a svolgere il “mestiere più antico del mondo”

Lo scenario
Girare per alcune zone periferiche di Pomezia e Ardea porta in una realtà che solo lo Stato e le Istituzioni in generale sembrano voler ignorare. Donne praticamente nude anche in punti frequentati da bambini e adolescenti, degrado, sporcizia (i “resti” dei rapporti vengono “ovviamente” buttati per terra).

Di giorno la luce del sole mostra impietosa scene che nella maggior parte delle nazioni cosiddette civili non si vedono


Sesso alla luce del sole

Eppure la prostituzione esiste ovunque. La sera non va meglio: i falò riscaldano queste ragazze, mentre il riverbero delle fiamme illumina i loro corpi seminudi nonostante il freddo. Impossibile non vedere, eppure negli anni niente è cambiato, anzi le cose sono decisamente peggiorate.

L’offerta è sempre più sfacciata, a prezzi sempre più stracciati
Il tariffario medio per le prostitute di strada di Pomezia e Ardea si aggira sui 30 euro per “bocca e figa”, 20 per un pompino, intorno ai 40-50 se si vuole fare qualcosa anche con il “lato b”. Ma la concorrenza e la crisi hanno portato tante di queste ragazze a fare sconti: “30 euro e faccio tutto”. Spesso ne bastano anche solo 20. “Tanto è difficile che duri più di 10 minuti, commenta una ragazza, davanti o dietro, ormai per me è lo stesso, basta che si sbrighi”

I luoghi per “consumare” non sono sempre così appartati da consentire di non essere visti. Ci sono video girati anche dai residenti per documentare il degrado che dimostrano come, in pieno giorno, il rapporto sessuale si svolga a ridosso dell’ingresso di un campo da calcio, tra il muro e una roulotte parcheggiata, di fronte a case e uffici, mentre passano le auto. La durata media, come detto dalla ragazza, effettivamente è davvero breve, ma quello che colpisce di più sono gli interrogativi che sorgono spontanei dopo aver assistito a una scena del genere, che tipo di piacere può trovare un uomo da un rapporto sessuale di questo tipo? E che tipo di uomo cerca questo tipo di piacere di bassissimo livello? La risposta non può essere che una, una soltanto, UN DEPRAVATO.


Le ragazze
Quelle strade sembrano vetrine dove si guarda la merce: italiane, straniere, more, bionde, nere, bianche, giovanissime o più mature, magrissime o belle in carne. Alcune sono talmente belle e perfette da sembrare modelle. Si sceglie quello che si preferisce, lo si prende, si consuma, si paga e si va via. Un fazzolettino per darsi una ripulita, un sorso d’acqua per sciacquare la bocca e si ricomincia ad aspettare il prossimo. Il proprio corpo in vendita a prezzi da discount.

Parla Morena, è una ragazza nigeriana di 23 anni.
Morena è una delle cinquemila ragazze arrivate in Italia nel 2015, sognava di fare la parrucchiera, ma appena arrivata al Cara di Mineo alcuni suoi connazionali l'hanno contattata per ricordarle che doveva pagare il debito del viaggio, 40mila euro, una cifra enorme. È così Morena è costretta a prostituirsi, alcuni clienti li riceve perfino nella sua stanzetta all'interno del Cara, e nei weekend nella case private dove "gente" del posto organizza festini a base di sesso in case e appartamenti.

Per circa un anno e mezzo, il tempo di ricevere il dinniego alla sua domanda di asilo. Adesso Morena è a tutti gli effetti una irregolare e così si affida ad una sua amica che la porta a Roma. Morena non vorrebbe prostituirsi ma la sua vita è segnata, è troppo bella e richiesta, e la sua amica la tradisce e la "vende"

Morena ha un fisico perfetto, slanciato, da modella, ma le sue carni sono segnate. Ci fa vedere i segni di sigarette spente sulle braccia, nei piedi e alcune cicatrici rimarginate in modo grossolano.

"Io volevo guadagnare soldi per far operare anche una delle mie sorelle, che soffre di una malattia agli occhi. Appena arrivata qui in un giorno riuscivo a guadagnare circa 3-400 euro, anche 20 clienti in un giorno. Gli uomini che venivano con me erano tantissimi. Ma da circa un anno le cose sono cambiate, un po’ per la crisi, un po’ per colpa delle altre ragazze, sono diventate tante, soprattutto nigeriane come me. Quelle nuove si vendono anche per 5 euro perché se non portano a casa soldi vengono picchiate dalle loro mamam"

"Se dici di no a un cliente, quello nemmeno ti risponde e se ne va a cercare un'altra". Ci sono ormai molte ragazze che accettano rapporti anche senza protezione, pur di lavorare.

In che senso?
“Loro hanno prezzi bassissimi, per 20 euro fanno qualsiasi cosa”

Tu invece?
“Io per 20 euro uso solo la bocca. E poi c’è il fatto che io certe cose proprio non le faccio”

Cosa?
“Il dietro non lo faccio toccare a nessuno. Tu non ci crederai, ma io credo in Dio: so che quello che sto facendo è sbagliato, ma Lui sa perché lo faccio. E io so che, nello schifo della mia vita, non posso oltrepassare certi limiti”

Adesso quanto guadagni?
“Se arrivo a 100 euro al giorno sono fortunata, ma per me resta poco, la gran parte lo devo consegnare alla mia mamam”

Devi pagare un protettore?
“Si, la mia mamam. Devo finire di pagare un debito di 40mila euro che mi hanno chiesto per farmi arrivare in Italia dalla Nigeria. Ti assicuro che le donne in questo sono più cattive degli uomini, se in una settimana non porto abbastanza soldi la mia mamam mi picchia di brutto”

Da quanto sei in questo tratto di strada?
“Da questa estate. Prima di qui stavo sulla Pontina, nel tratto dello svincolo di Castel Romano. Ma si fermavano in pochi, perché essendo vicino al centro commerciale avevano paura che qualcuno che li conosceva potesse vederli. Così ho deciso di spostarmi. Qui il cliente si ferma con più tranquillità”

Qual è la cosa più brutta che ti è capitata da quando sei in strada?
“Una volta, sulla Pontina, stava piovendo a dirotto. Si è fermato un uomo, mi ha fatta salire in macchina. Appena entrata mi ha minacciata con un’arma, poi mi ha violentata e rapinata di quel poco che avevo. È stata un’esperienza terribile. Da quel giorno sto ancora più attenta ai possibili clienti. Se non mi ispirano, se vedo che non sono brave persone, li rifiuto. Preferisco perdere un guadagno che rischiare la vita.

Ma quella non è l’unica cosa brutta. Quello che mi fa stare davvero male è sentire le persone, uomini, ma anche donne, che quando passano e mi vedono mi urlano “Zozza, porca, puttana!”. Quella forse è la cosa peggiore. Perché è vero che mi prostituisco, ma se vendo il mio corpo è solo perché c'è qualcuno che mi costringe a farlo, ma in ogni caso NON ho alternative. A volte riesco a mandare qualcosa a casa in Nigeria, e allora mi sento felice”

I tuoi sanno quello che fai in Italia?
"No, non gliel'ho mai detto. Loro credono che io sia una commessa di un negozio. No, non posso dire che sono una prostituta, mia madre morirebbe"

Cosa provi quando stai con un cliente?
“Solo schifo. Per loro e per me. Spesso mi viene da vomitare, soprattutto durante i rapporti orali”

E come fai per resistere?
“Per scordarmi quello che sto facendo, per non pensare a questa vita di merda, quando aspetto i clienti mi metto le cuffiette e ascolto la musica, che mi trasporta in un altro mondo, in un’altra vita. Quando sto con i clienti, quella musica la ricostruisco con la mente, faccio di tutto per isolarmi e distaccarmi dal mio corpo. E sogno quello che sarei potuta essere, quello che vorrei diventare. Tutto, ma non questo”

La seconda storia è quella di Alina, rumena
“Ho 29 anni. Sono arrivata in Italia 10 anni fa”. Alina lavora di notte su via Ardeatina. Combatte il freddo con un falò che alimenta con legni presi da cassette della frutta. Il fumo che sale dal falò brucia gli occhi. “Meglio questo che il gelo”, commenta Alina.“Vengo dalla Romania. Sono arrivata qui quando avevo 19 anni”

Cosa cercavi in Italia?
“All'inizio un lavoro onesto. Ho provato a fare la badante, ma è durato solo per un mese. Era un lavoro faticoso, con poco guadagno. Io credevo che qui in Italia fosse facile trovare un lavoro e fare soldi, non come da noi che davvero si fa la fame. Ma quello della badante non era il lavoro che sognavo”

E cosa sognavi?
“Non lo so neanche io. Ero una ragazzina, mi aspettavo il paese delle meraviglie. Invece la realtà era diversa, ma ero attirata dai soldi, pur non avendo voglia di lavorare duro”

Come sei finita su una strada?
“Ho conosciuto una ragazza che lo faceva già. Guadagnava tanto e io ero un po’ invidiosa di questo. Mi ha chiesto se volevo provare e ho detto di sì. Dieci anni fa le cose erano diverse rispetto ad adesso: guadagnavo un sacco di soldi, alcuni giorni arrivavo anche a mille euro, anche se mediamente facevo intorno ai 6-700 euro al giorno”

Alena non parla bene l’italiano, nonostante sia qui da tanto tempo. “Non parlo molto con gli italiani quando non lavoro frequento i miei connazionali. Con gli italiani maschi ho solo contatti sessuali per lavoro: a loro non importa di parlare tanto e le parole che dicono, quello che vogliono, lo capisco benissimo, così come loro capiscono me. Con le donne italiane non ho praticamente nessun rapporto: si sentono superiori a me, a noi. Passano e spesso mi insultano. Ma io ho imparato a non dar retta a chi non mi conosce e mi giudica solo per il lavoro che faccio”

Come sei quando non sei qui su via Ardeatina?
“Quando torno a casa sono una donna come tante altre: tolgo il trucco pesante, tolgo questi vestiti (indossa una minigonna, calze a rete, una micro-maglietta che lascia scoperta gran parte del suo seno, molto abbondante”) e indosso abiti normali. Cerco di non far capire quale sia il mio lavoro, anche se qualcuno lo immagina. Ma io cerco di vivere una vita normale: esco, mi diverto, frequento gli amici, tutti rumeni come me”

Che tipo di uomini vengono da te?
“Di tutti i tipi: dai ragazzini ancora minorenni fino a quelli molto anziani”

Cosa ti chiedono?
“Principalmente bocca e figa, ma molti vengono da me per il mio seno”

Hai mai avuto paura di salire in macchina con qualcuno?
“La paura c’è sempre: non sai mai veramente chi sia il tuo cliente. Magari ha l’aria di una brava persona, e poi invece è un delinquente che vuole fare tutto gratis e pure derubarti. Sono i rischi che devo correre ogni giorno se voglio guadagnare qualcosa”

Adesso quanto guadagni?
“Dipende dai giorni. Se sono fortunata 100 euro. Ma ci sono giorni in cui faccio solo 20 o 30 euro, anche se sto qui tutta la sera. Il fatto è che siamo in troppe qui. In questo punto siamo tutte rumene. Ma se ti sposti un po’ più su, dopo la rotonda, trovi le italiane. Dal lato opposto ci sono le nigeriane. Prima eravamo di meno, quindi lavoravamo di più e potevamo chiedere più soldi. Adesso è come con le offerte dei supermercati: devi dare qualcosa in più a un prezzo più basso”

Non ti viene voglia di smettere?
“Ancora no”

Quello che guadagni è tutto tuo o hai un protettore?
“No, adesso non ho protettori. Non servono a salvarti la vita, ma solo a fregarti i soldi che guadagni. Guarda, i tempi delle ragazze massacrate di botte per fare questo mestiere sono passati. Era così prima, ma adesso la maggior parte di noi rumene è consapevole di quello che fa sin da prima di iniziare. È una scelta. Certo, può ancora capitare la ragazzina che crede nelle favole e che finisce nelle mani di gente senza scrupoli, ma si tratta di una percentuale molto bassa, proprio perché ormai i guadagni sono calati tanto”

Mentre parliamo arriva un uomo, si ferma. Guarda prima Alina, poi me che sto intervistando Alina. Chiede proprio a me se voglio salire nella sua auto. “Se sei nuova, sarei felice di essere il tuo primo cliente, in questa zona”

Gaby è mora, molto formosa, nigeriana
I vestiti che indossa strizzano le sue forme e gli uomini che passano, anche quelli che non si fermano, comunque rallentano per guardarla. Ha 24 anni e anche lei è nigeriana.

“Sono arrivata 4 anni fa. Mi ero sposata giovanissima, ma lui non era di certo un principe azzurro. Mi picchiava. Ho trovato la forza di andarmene e sono venuta qui”

Cosa pensavi di fare in Italia?
“Non lo so esattamente, ma di certo non volevo fare la prostituta anche se al mio paese si sa che molte ragazze nigeriane diventano prostitute in Italia. Non l’ho scelto io, all'inizio mi costringevano a farlo, ma poi come tante altre mie connazionali mi sono adeguata”

E allora perché sei partita?
“Per i soldi, per cosa, altrimenti? Per la mia famiglia. Allora meglio andare via. Sono venuta qui perché sapevo che avrei trovato altre ragazze nigeriane. Non volevo stare da sola, volevo comunque un legame con il mio paese”

Cioè?
“Farò questo lavoro ancora qualche anno, il tempo di mettere da parte i soldi per me, pagare il debito e stare al sicuro per un po’. Magari poi mi sposerò di nuovo, oppure mi aprirò un negozio”

Perché non hai provato a cercare un lavoro pulito?
“E chi mi avrebbe assunta? Non parlo bene l’italiano, non ho un diploma. Non trovate lavoro voi italiani, anche se siete tutti diplomati o laureati, pensi che qualcuno lo avrebbe offerto a me? I nigeriani maschi sono sfruttati anche loro. Ho degli amici costretti a lavorare per due euro all'ora raccogliendo pomodori o arance”

Cosa provi quando sei qui sulla strada?
“Spero solo che non mi capitino tipi strani”

Qual è stato il tipo più strano con cui hai avuto a che fare?
“Sono tantissimi. Ci sono quelli che invece di concludere si mettono a parlare delle mogli, dicendo che sono più puttane di me, quelli che devono per forza dire le parolacce altrimenti non si eccitano, e quelli che, per riuscire a fare qualcosa, vogliono essere picchiati”

Picchiati? davvero?
“Sì. Schiaffi, morsi, capelli tirati. Alcuni vogliono essere pure insultati. Io non li capisco, ma faccio quello che mi dicono. L’importante è che mi paghino”

Ci sono tipi normali?
“Per fortuna sì, sono la maggior parte. Con loro in 10-15 minuti è tutto fatto. Poche parole, niente richieste strane, vogliono solo godere qualche minuto, magari per dimenticare che la loro vita fa schifo come la mia, per altri motivi”

Qual è il momento più brutto della giornata?
“Quando passano le signore che mi guardano con disprezzo, oppure quando qualcuno mi insulta. Magari sono le stesse che hanno i mariti che vengono da me e che mi raccontano cose brutte sul loro conto. A volte mi raccontano che loro li tradiscono, che li fanno soffrire”

Non ti viene in mente che potrebbero essere bugie, mentre invece sono loro che stanno tradendo le mogli?
“Non è colpa mia se lo fanno. Se non venissero da me, andrebbero da quella che sta venti metri dopo. Il problema non siamo noi prostitute, sono gli uomini che vengono da noi, non credi? Se non ci fosse richiesta, noi non staremmo qui. Ma, invece di fare un’inchiesta sulle prostitute, perché non fai un’inchiesta sul perché gli uomini vogliono le prostitute, invece di stare con le loro mogli? Tu lo sai quanti dicono che riescono ad avere un’erezione solo con noi e non con le compagne, perché noi “puttane” non li giudichiamo, non li assilliamo, non facciamo domande e non vogliano risposte?”

L’argomento ha di certo molti aspetti e Gabriela si infervora a voler far prevalere il suo punto di vista. “Non credere a chi ti dice che l’uomo va con una prostituta solo perché vuole fare chissà quali cose perverse. Quelli che si accontentano di cinque minuti in piedi o di un rapporto orale sono la maggior parte. Quindi perché non lo fanno con le mogli o con le fidanzate?”

Non sapendo cosa rispondere, cambio argomento. Ma cosa avresti voluto fare, se non avessi deciso di vendere il tuo corpo?
“Ho fatto la scuola per parrucchiera. Magari un giorno potrei aprire un negozio anch'io. Ma mi servono tanti soldi. Ci sono molte ragazze nigeriane come che mi chiedono di fare i loro capelli, fare le treccine, e così quando non lavoro qui vado in giro a fare i capelli alle amiche. Per fare le treccine mi pagano anche 150 euro, meglio che stare qui”


Ho avuto tanti clienti che avrebbero voluto togliermi dalla strada, un po' ho fatto finta di assecondarli, ma alla fine anche loro pretendevano di essere i miei "unici" clienti. Persone così per me sono una manna dal cielo, le spremi per due tre, anche per più mesi e poi se ne vanno da soli.

Gli uomini che vanno a puttane non vogliono essere giudicati, non vogliono domande e non vogliono fornire risposte. Ma solo avere un’erezione senza problemi, anche se spesso si abbandonano a confidenze.
(da un'inchiesta di "Corriere della Città", notizie dal litorale romano)

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prostitute nigeriane di Calenzano
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Maris Davis


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