giovedì 22 giugno 2017

Dalla Nigeria all'Italia, ecco cosa c'è dietro al traffico di donne e bambini

L'Italia è «legata» alla Nigeria sul fronte della prostituzione e delle adozioni illegali. Con i soldi delle attività illegali si finanzia il boom edilizio di Benin City.

Donne nigeriane tenute prigioniere in una "baby factory"
Violentate e messe incinta, costrette a partorire bambini destinati alle adozioni illegali

Nigeria, Abia State. Siamo nella regione del Delta del Niger, gli stessi luoghi dove venne combattuta la sanguinosa guerra del Biafra e oggi terra dove spadroneggiano le multinazionali del petrolio. Lungo le strade che attraversano quello che oggi è lo stato nigeriano a maggior rischio rapimenti (di stranieri) sfrecciano le macchine del NAPTIP, l’agenzia anti-traffico (di esseri umani) nigeriana, in una folle corsa che termina davanti al portone di una vecchia abitazione. Qui, tra le mura grigie, scrostate, di un edificio decadente e invaso dagli insetti, venivano tenute prigioniere oltre trenta donne costrette a partorire bambini destinati a sparire, «nella migliore delle ipotesi per il circuito delle adozioni illegali» spiega Ijeoma Okoronkwo, referente NAPTIP della zona.

Il caso. La baby factory, così viene chiamato l’edificio, è solo uno dei quaranta casi oggi aperti tra Benin City (città dalla quale partono migliaia di ragazze nigeriane verso l'Italia) e Aba (importante centro economico dell'Abia State) per traffico di minori, un crimine inquietante che apre nuovi scenari in un territorio già martoriato dalla continua emorragia di migliaia di donne trafficate ogni anno verso l’Europa.

«Possiamo affermare con certezza che molti di questi bambini vengono trafficati all'estero, ma stiamo investigando anche l’ipotesi che non si tratti solo di adozioni, quanto di bambini destinati agli omicidi rituali. Donne che si vergognano per queste nascite fuori dal matrimonio, famiglie e trafficanti che si arricchiscono tramite passaggi di bambini, il tutto all'interno di una società sfaldata, dove il traffico di esseri umani è diventato il terzo crimine per diffusione e profitti».

Sono almeno 6.000 all'anno le ragazze nigeriane "trafficate"
per un giro d'affari di 228 milioni di dollari

Il principale, quello di donne. L’UNODC, agenzia ONU per la lotta al crimine organizzato, ha rilasciato numeri scioccanti. Oltre 6.000 donne nigeriane vengono portate ogni anno in Europa a scopo di sfruttamento sessuale, per un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari

«L’organizzazione di questo traffico è, a suo modo, perfetta» spiega Igri Edet Mbang, ufficiale dell’unità di intelligence nigeriana. «Hanno quelli che chiamano agenti, i trolleys e le mamam. Gli agenti hanno il compito di reclutare le vittime. Le conoscono. Conoscono le loro famiglie, la loro storia e il linguaggio giusto per ingannarle»

Il traffico. Ad essere ingannate sono tante, ragazze di città, ragazze che abitano nei villaggi circostanti. Gloria Erobaga ha ventiquattro anni e, dopo due anni sulle strade italiane come prostituta, è stata rimpatriata. In questo giorno piovoso, che inzuppa le strade battute dei dintorni di Benin City, Gloria racconta di essere una sopravvissuta, che all'epoca si è fatta convincere «perché mi promettevano un lavoro onesto. Ma la vita sulla strada faceva molta paura. Loro giravano continuamente per controllarci, per raccogliere i soldi e per uccidere le ragazze che non pagavano. So di donne nigeriane che in Italia sono state uccise, tagliate e gettate in sacchi neri, così, come spazzatura» spiega con un filo di voce.

Benin City, baraccopoli
È anche da luoghi così che le ragazze nigeriane vengono "reclutate"

Lo snodo principale dello sfruttamento, quello che costringe psicologicamente le donne a rimanere schiave, è il rapporto con la mamam, la donna che ha il compito di costringerle a lavorare in strada o in appartamento, che chiede i soldi quotidianamente e, allo stesso tempo, provvede alla casa e a risolvere eventuali controversie. Le mamam sono ovunque a Benin City e contattarle non è difficile.

Filmata con telecamera nascosta, una mamam spiega che nulla è possibile senza di lei. «Ho il contatto giusto in Italia. Questo è il business vero, dove si guadagna, il resto è tutto una copertura. Però voglio solo ragazzine inesperte e, soprattutto, è necessario esaminare la spiritualità della ragazza, prima di procedere».

Parole che introducono l’elemento che crea e sancisce la schiavitù fisica e psicologica, il woodoo, chiamato juju, rito tradizionale utilizzato per creare un legame tra la vittima e i trafficanti. Le donne, sottoposte a un giuramento durante il quale donano peli pubici, sangue e indumenti intimi, vengono portate da santoni della religione tradizionale o dai nuovi pastori delle chiese pentecostali che hanno invaso le strade di Benin City, disposti a celebrare il rito previo pagamento e quindi a rendersi complici di un circuito criminale di cui ormai lo juju è considerato in Nigeria ed Europa parte integrante. E come se non bastasse, «lo juju possiamo anche recapitarlo via posta, tramite DHL. Lo spediamo dalla Nigeria all'Italia,» afferma la madam filmata in segreto.

Legame Speciale. Un legame «speciale» con l’Italia sancito anche da un recentissimo report della Banca Mondiale sul ruolo di Western Union e delle rimesse dei nigeriani presenti nel bel paese. «Western Union possiede la fetta di mercato maggiore in Nigeria (70-80%) e un contratto in esclusiva con First Bank of Nigeria per il trasferimento di soldi, ma soprattutto è il maggiore veicolo di trasferimento delle rimesse, che provengono principalmente dall'Italia e indirizzate a Benin City, dove i soldi vengono investiti nel crescente business edilizio».

Sono soldi, molti soldi quelli che entrano in Nigeria ed escono tramite la tratta. «Ma noi nutriamo qualche speranza,» afferma ancora Okoronkwo. «Oggi abbiamo delle donne, che hanno venduto i propri bambini o le proprie figlie, che sono venute a denunciare, che parlano. Abbiamo anche messo mano alla legge sulle adozioni e cominciato a mappare le zone a rischio. C’è speranza, almeno per noi».
(Fonte dell'Articolo: reportage Al Jazeera)





Articolo a cura di
Maris Davis

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mercoledì 21 giugno 2017

Nascere "bianchi" in Africa, una vita di terrore

Concentrati per la maggior parte in Africa Sub-Sahariana, gli albini subiscono discriminazione e sono spesso vittime di uccisioni rituali a scopi di lucro. L’impegno dell'Onu per la salvaguardia dei loro diritti.


Dal 2014 le Nazioni Unite hanno proclamato il 13 giugno giornata mondiale di consapevolezza sull'albinismo.
Alcuni fatti:
Tanzania, gennaio 2015, Yohana, un anno e mezzo, la vittima più giovane.
Mali, 23 maggio 2016, quattro persone uccise.

Sono solo due dati? No, sono persone, esseri umani indifesi perché nati con una malattia genetica: l’albinismo appunto. Raro nel mondo occidentale, ma estremamente diffuso nel continente africano. «È molto difficile vivere in Africa per un albino. Tutti attorno a te sono di pelle nera e il colore della tua pelle si distingue per forza in modo netto». Così, spiega Ikponwosa Ero, 34 anni, albina di origini nigeriane, da vent'anni cittadina canadese, nominata nel 2015 dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite esperta indipendente sul tema dell’albinismo.

Può sembrare paradossale che nei paesi dell’Africa sub-sahariana si concentri la maggior parte delle persone con questa rara patologia, eppure i dati epidemiologici ci dicono questo: l’albinismo ha una prevalenza di uno ogni 20.000 nati in Europa e Nord America e di uno ogni 5.000 nei paesi a sud del Sahara, con la Tanzania che detiene il maggior numero di soggetti, uno su 2.000 nati.

Fonte di guadagno
In Africa gli albini sono vittime di rapimenti finalizzati all'uccisione. I corpi vengono prima sotterrati e poi riesumati per ottenere polveri “miracolose” dai resti ossei. I bambini sono strappati in fasce dalle loro madri e mutilati perché si pensa che braccia e gambe assicurino fortuna e denaro. Uno scenario apocalittico, i cui responsabili principali sono soggetti avidi e ignoranti.

Organizzazioni come Under the same Sun, oppure Standing Voice, impegnate soprattutto nella cura e nel superamento del deficit visivo di cui sono affette le persone albine, forniscono dati unanimi, il corpo di un albino ha un valore materiale di decine di migliaia di euro. Spesso sono gli stessi parenti, soprattutto padri e zii, che considerano la nascita di un albino una fonte di denaro.

Discriminazione sociale
Ikponwosa Ero
Ikponwosa Ero racconta. «Il mio ruolo è quello di monitorare la situazione rispetto alla salvaguardia dei diritti degli albini nei diversi Stati e riportare alle Nazioni Unite le violazioni di cui sono vittime. Oltre a questo, ho il compito di interagire con i governi locali e di rappresentare e supportare i diritti degli albini attraverso una missione di advocacy. Non è facile avere dati ufficiali dai diversi stati africani sugli attacchi ai danni di persone albine. Ci sono tuttavia molte organizzazioni non governative che diffondono i propri dati, affidabili, su tali attacchi»

Ma gli albini hanno una vita difficile a prescindere dalle violenze. «Per il solo fatto di nascere con una pelle così chiara sei additato come diverso. L’albino vive una situazione di forte discriminazione sociale a causa dell’ignoranza generale su questa condizione. Vedono solo il colore della tua pelle, ma non sanno che la tua vista è fortemente compromessa e che, quindi, non avrai la possibilità di frequentare la scuola perché non sei in grado di leggere ciò che sta scritto sulla lavagna»

Ero ricorda inoltre il problema del cancro alla pelle: non esistono protezioni solari e, a causa del melanoma, gli albini africani hanno una sopravvivenza media di soli 40 anni. «Inoltre gli insulti verbali di cui sono vittime i bambini albini, a partire dai propri familiari per proseguire quando escono e camminano per la strada, è uno dei fatti più dolorosi. Ma qualcosa sta cambiando, anche se molto lentamente»

Una vita di terrore
Le persone affette da albinismo continuano ed essere discriminate, perseguitate e uccise in Africa sub-sahariana. Un fenomeno in espansione nel settore orientale, dove perdurano e si diffondono credenze secondo le quali parti del corpo di un albino siano potenti ed indispensabili ingredienti nei rituali di magia nera per ottenere denaro, potere e successo.

Cacciati come animali perché alcune parti del loro corpo vengono vendute e usate per compiere riti magici che si ritiene portino fortuna, ricchezza e salute. Martirizzati ed emarginati dalle loro stesse comunità culturalmente arretrate che in loro vedono solo un’anomalia da eliminare o “oggetti preziosi” da sfruttare. Siamo nel 2017, eppure è ancora questo il destino per molti albini. Una vita di terrore, da “ultimo fra gli ultimi” che non può mai dirsi davvero al sicuro.

In Malawi la carneficina continua
A confermarlo ci sono i dati pubblicati da Amnesty International sulla situazione in Malawi, uno dei paesi in cui il fenomeno è maggiormente diffuso. Alcune misure di protezione in campo legislativo prese dal governo di Lilongwe, come le modifiche al codice penale e una nuova legislazione sull'anatomia, sembravano aver avuto un qualche risultato perché nel secondo semestre dell’anno non erano state registrate nuove uccisioni. Invece, da gennaio due persone con albinismo (un ragazzo di 19 anni e una donna di 31) sono state uccise e molte altre avrebbero subito la stessa sorte, se i tentativi di rapimento non fossero stati sventati. Così, il numero delle persone con albinismo uccise nel paese africano dal 2014 è salito a 20 e nello stesso periodo le denunce di tentato rapimento e di attacchi sono state ben 117.

Un caso sarebbe avvenuto anche nel vicino Mozambico, dove il 28 maggio scorso un bambino malawiano, Mayeso Isaac, è stato rapito e poi ucciso da una banda armata mentre si stava recando a visitare alcuni parenti.

Annie Alfred è una bambina come molte altre, vive in Malawi con la sua famiglia e ha molti amici. Ha 10 anni e da grande vuole fare l’infermiera. Ma probabilmente non potrà mai farlo perché vi sono persone nel suo paese che credono che il suo corpo abbia dei poteri magici. Pensano che non sia un essere umano.

La chiamano “fantasma. Vogliono rubarle i capelli o, peggio ancora, le ossa. Annie è affetta da albinismo, un’anomalia congenita che impedisce al suo corpo di produrre sufficiente melanina, la sostanza che permetta ai capelli di assumere il loro colore e alla pelle di proteggersi dal sole.

In Malawi vivono tra le 7.000 e le 10.000 persone albine. Tutte loro subiscono la stessa sorte di Annie: rischiano tutte di essere perseguitate e uccise da chi crede di potersi arricchire grazie alla vendita di parti del loro corpo.

Le persone come Annie non sono mai al sicuro, sono visti come gli oggetti preziosi che possono essere rubati e venduti. Questo non solo perché alcuni criminali tentano di rapirle, ma anche perché i loro stessi famigliari sono vittime del pregiudizio e vogliono arricchirsi sfruttando il loro corpo.

Chiedi al Malawi di proteggere Annie e tutte le persone affette da albinismo. Fermiamo questi orrendi crimini. SUBITO

Una malattia genetica
L’albinismo, dal latino albus (bianco), è un disturbo genetico ereditario che si manifesta con l’assenza o la carenza di melanina nella pelle, nei capelli e negli occhi, perché il corpo non riesce a produrla. Le persone albine sono immediatamente riconoscibili per il colore candido della pelle e, soprattutto, dei capelli. La persona affetta da albinismo, inoltre, molto spesso ha anche problemi di deficit visivo ed è soggetta un alto rischio di cancro alla pelle, dovuto alla mancanza di protezione contro le forti radiazioni solari.

A livello mondiale, la malattia si stima riguardi una persona ogni 17.000 ma, anche se può sembrare un paradosso, la patologia è prevalente nell'Africa Sub-Sahariana (Malawi, Tanzania, Burundi, Zimbabwe, Kenya e Mozambico in testa), in particolare a causa delle unioni tra consanguinei che restano ancora molto diffuse. L’incidenza è pari a uno ogni 5.000 individui nei paesi a sud del Sahara, con la Tanzania che detiene il maggior numero di soggetti: una nascita ogni 2.000.

Non è facile avere dati ufficiali dal continente africano sul numero esatto di attacchi ai danni di persone albine per rituali magici, perché la maggior parte non vengono nemmeno documentati, ma si stima siano centinaia. La loro vita è già difficile all'interno delle stesse comunità a cui appartengono che, non conoscendo la malattia, interpretano la nascita di un soggetto bianco come un evento magico. I bambini sono così oggetto di stigmatizzazione perché troppo diversi e finiscono col vivere ai margini, senza diritti né protezione.


Piaga causata da un mercato lucroso
Le pratiche disumane subite dagli albini africani si susseguono soprattutto perché la loro morte vale molto denaro e attorno ad essa si è formato un mercato illegale.

Alcune parti del corpo degli albini sono molto richieste dagli sciamani per compiere i loro riti magici e vengono vendute a prezzi altissimi sul mercato nero. Secondo recenti inchieste, in Kenya il prezzo per una persona affetta da albinismo è arrivato a raggiungere i 180mila euro, mentre le orecchie, la lingua, il naso, i genitali e gli arti possono arrivare anche a costare 75mila euro e la pelle vale invece tra i 1.500 e i 7.000.

Spesso sono i loro stessi familiari che, vittime dell’ignorante pregiudizio, vogliono arricchirsi sfruttando il corpo dei parenti. E in casi ancor più estremi ci sono bambine che vengono violentate, poiché si crede che dormire con un albino possa guarire gli uomini malati di Aids.

Oltre al Malawi, dove il governo nel 2015 ha addirittura autorizzato la polizia ad usare armi da fuoco contro chi viene colto in flagrante rapimento di un albino (senza però ottenere grandi successi come prevedibile), si aggiunge quello della Tanzania che detiene il record di queste “uccisioni rituali. Ufficialmente si tratta di almeno 80 morti dal 2000 al 2015, ma il numero potrebbe essere più alto.

Nel gennaio del 2015, il governo di Dar es Salaam (Tanzania) ha emesso il divieto di praticare la stregoneria e messo al bando gli sciamani. Eppure, nonostante duecento arresti tra stregoni e criminali vari, il divieto è servito a poco. Nel periodo che ha preceduto le elezioni generali dell’ottobre dello stesso anno, infatti, è stato registrato un notevole incremento degli attacchi per scopi rituali, a cui sembra si siano sottoposti numerosi politici per rafforzare le proprie chance elettorali.

Un altro aspetto oscuro del problema è proprio questo, chi dovrebbe combattere il fenomeno (funzionari statali o politici) è spesso il mandante dei rapimenti o il fruitore finale dei rituali magici

Servono leggi severe ma soprattutto educazione
In ogni caso è chiaro che le istituzioni di paesi come il Malawi non riescono ad attuare misure efficienti per prevenire gli attacchi e perseguire i colpevoli che restano impuniti, come denunciato in un recente approfondimento dell’emittente Al Jazeera, in cui si spiega il fenomeno riportando numerose testimonianze di vittime.

Anche Deprose Muchena, direttore regionale di Amnesty per l’Africa del sud, ritiene siano le “autorità a dover prendere delle misure decisive per porre fine una volta per tutte a questo fenomeno”. Ma non si tratta solo di leggi, divieti o pene più severe. La “questione albina” va risolta con un cambiamento culturale che può avvenire solo eliminando la superstizione e istruendo con evidenze scientifiche l’opinione pubblica sin dall'infanzia, nelle scuole e con l’aiuto delle organizzazioni che tutelano queste persone. La difesa e i diritti degli albini andrebbero promossi partendo dalla base sociale e in questo gli stati africani maggiormente interessati stanno facendo ancora troppo poco.





Articolo a cura di
Maris Davis

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martedì 13 giugno 2017

Libertà di Stampa. Africa a geometria variabile

World Press Freedom Index 2017
I poteri forti minacciano sempre più la libertà della stampa, che ha subìto un generico deterioramento a livello globale negli ultimi 12 mesi.


La libertà dei media nelle 180 nazioni esaminate nel rapporto annuale di Reporter Sans Frontières non è mai stata così minacciata e “l'indicatore globale” di censura non è mai stato così alto. Ma nel complesso, rispetto al passato, i paesi africani hanno invece migliorato le loro posizioni.

Siamo in un mondo dove gli attacchi ai media e all'informazione sono ormai cosa comune e i poteri forti sono in crescita. È l’era della post-verità, della propaganda e della repressione delle libertà, specie nelle democrazie

Inizia così la descrizione dei risultati del rapporto annuale sulla libertà di stampa nel mondo pubblicato da Reporters Sans Frontières (RSF) nel mese di maggio. I ricercatori lanciano l’allarme affermando che la libertà dei media nelle 180 nazioni esaminate non è mai stata così minacciata e “l'indicatore globale” di censura non è mai stato così alto. Quasi due terzi dei paesi ha fatto registrare un deterioramento della situazione nell'ultimo anno, mentre il numero di quelli in cui la libertà dei media si può definire buona è sceso del 2,3%.

Mappa della Libertà di Stampa nel Mondo 2017

Complessivamente l’Africa compie passi in avanti ma la sua situazione è ancora contraddistinta da una forte disparità tra paesi molto liberi e altri dove la libertà d’informazione è compromessa o del tutto assente

Africa dai mille volti. Nonostante l’allarme lanciato a livello mondiale infatti, nel complesso gli stati africani hanno migliorato nettamente le loro posizioni rispetto agli anni precedenti. In tema di libertà di stampa il continente nella classifica delle macro-regioni ormai segue solo le Americhe (a distanza di poco più di 5 punti) e l’Europa.

Analizzando l’indice i miglioramenti sono tangibili. In cima alla classifica dei dieci paesi africani più virtuosi troviamo la Namibia che occupa il 24° posto a livello mondiale, seguita da Ghana, Capo Verde, Sudafrica, Burkina Faso, Botswana, Mauritania, Mauritius, Madagascar e Senegal.

RSF ha elogiato il Gambia in cui la libertà d’informazione torna a respirare dopo la caduta del dittatore Yahya Jammeh lo scorso 21 gennaio e scala la classifica di due posizioni piazzandosi al 143° posto. Nel Nord Africa, accorpato al Medio Oriente come macro-regione e considerata ancora come la più pericolosa per i giornalisti, spicca la Tunisia che si piazza al primo posto nel Maghreb essendosi classificata al 97° posto, pur perdendo una posizione rispetto allo scorso anno.

I fanalini di coda. In fondo alla graduatoria, per la prima volta dal 2007, non c’è più l’Eritrea che ora è penultima. Magra consolazione visto che a fare peggio ora c'è la Corea del Nord di Kim Jong-un, decritta come un paese che “continua a far vivere la sua popolazione nell'ignoranza e nel terrore”. Situazione non dissimile da ciò che accade ad Asmara, dove tutti i media sono controllati dal regime.

Altre situazioni critiche sono state individuate nella Repubblica Democratica del Congo (perse due posizioni, ora al 154° posto) e Burundi (perse quattro posizioni, ora 160°) dove i media hanno subìto molti attacchi da parte del potere a causa delle crisi politiche che stanno vivendo. Molto male anche il Sudan (174° e penultimo nella classifica africana) e Gibuti, dove ormai non sarebbero più presenti media indipendenti (posizione 172 su 180).

Bavaglio in Tanzania. Una brutta sorpresa in negativo, purtroppo, è arrivata dalla Tanzania, considerata fino a poco tempo fa un paese virtuoso. Il governo del presidente John Magufuli, eletto nel ottobre del 2015 e soprannominato “bulldozer” per la sua lotta contro la corruzione, ultimamente ha iniziato ad usare il pugno duro soprattutto contro l’informazione e minacciato più volte la stampa che critica il suo programma politico, arrestando giornalisti e bloggers. Una serie di leggi come il "Cyber Security Act", il "Media Services Act" e lo "Statistics Act" mettono inoltre a rischio la libertà di stampa nel paese, specie sul web. La nazione dell’Africa orientale ha perso 12 posizioni in classifica e ora è all’83° posto. Peggio ha fatto solo il Nicaragua di Daniel Ortega (-17 posizioni)

Occidente non più cristallino. In occidente invece, l'ossessione per la sorveglianza e le violazioni dei diritti, hanno contribuito a un continuo declino anche in paesi precedentemente ritenuti virtuosi. Tra questi sono inclusi anche gli Stati Uniti e il Regno Unito, entrambi scesi di due posizioni. Secondo RSF, l'ascesa di Trump e la campagna per la Brexit sono responsabili di una “bastonata” ai media, e di una campagna tossica contro i media stessi che ha portato “all'era della post-verità, della disinformazione e delle fake news”. Molto negative le situazioni in Ungheria, Turchia, Polonia e Russia.

A livello globale nell'indice si evidenzia la libertà d'informazione in paesi come Norvegia (prima), Svezia (seconda) e Finlandia (quest’anno terza dopo sei anni di dominio in classifica).

L’Italia è in risalita: dal 77° posto del 2016 all'attuale 52°, ma restano criticità legate a pressioni e intimidazioni da parte delle organizzazioni criminali, sono ancora tanti i giornalisti italiani costretti a girare con la scorta a causa delle minacce di morte ricevute a causa delle loro inchieste sulla criminalità organizzata.

L'indice realizzato da Reporters Sans Frontières si basa su alcuni criteri che sono: il pluralismo dei media, l'indipendenza, la qualità del quadro giuridico e la sicurezza dei giornalisti in 180 paesi del mondo. È stilato mediante la compilazione di un questionario in 20 lingue, inviato a esperti di tutto il mondo. Nell'indice minore è il punteggio, maggiore è la libertà di stampa nel paese.
World Press Freedom Index 2017



Articolo a cura di
Maris Davis

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sabato 10 giugno 2017

Delta del Niger, dove il petrolio inquina la natura e calpesta i diritti

Fino al 1956 lungo il Delta del fiume Niger si estendeva un’oasi incontaminata. Le foreste di mangrovie formavano intricati labirinti nei quali si sviluppava un delicato ecosistema in cui le popolazioni locali vivevano in equilibrio con la natura, traendo da essa il loro sostentamento quotidiano.


In quell'anno nel delta vennero scoperti i primi giacimenti petroliferi che hanno trasformato quell'oasi in un inferno che ancora oggi continua a bruciare. Da allora le compagnie petrolifere, in particolare la Shell che controlla circa la metà del greggio complessivo, la Total, la Chevron e l’italiana Eni, hanno colonizzato il territorio, appoggiate da governi militari e non deboli e corrotti, che nel corso degli ultimi 50 anni hanno svenduto le risorse naturali del loro paese in cambio di mazzette e profitti illeciti, ed hanno messo a tacere le ingiustizie che le popolazioni locali sono costrette a subire quotidianamente.

Nel Delta del Niger (una regione di circa 70.000 kmq con 27 milioni di abitanti), si produce il petrolio nigeriano, circa 2,4 milioni di barili al giorno, e fino al 2016 la Nigeria era il maggior produttore dell'Africa.


L’inquinamento criminale viene causato dalla perdita del greggio che fuoriesce da tubature vecchie ed usurate dal tempo, pipeline, che si estendono nel territorio per centinaia di chilometri e che scorrono a cielo aperto nella foresta, tra i villaggi e nei terreni dei contadini locali. Il petrolio appena estratto in questo modo viene portato fino sulla costa dove viene stoccato in attesa si essere trasferito nelle petroliere che in continuazione fanno la spola tra il Golfo di Guinea e i porti europei.

E sì, perché il petrolio nigeriano non rimane in Nigeria ma se va altrove, la Nigeria è un paese ricco di petrolio ma povero di benzina

Ogni anno Amnesty International cataloga le perdite e gli incidenti, sono centinaia, molte centinaia ogni anno da 50 anni a questa parte. Il petrolio viene riversato nei terreni, tra gli alberi della foresta, nell'acqua del fiume e lungo le sue sponde. Le persone che vivono in questo luogo respirano aria inquinata, mangiano pesce contaminato e bevono acqua mista a petrolio.

Sono 36 mila i chilometri quadrati di mangrovie, corsi d’acqua e lagune invasi dalla melma nera. Per rifornirsi di acqua potabile, le popolazioni locali sono costrette a scavare nel sottosuolo fino a 50 metri di profondità, causando instabilità del terreno e ponendo la zona a rischio di frane. 

Le Nazioni Unite hanno calcolato che ci vorrebbero almeno trenta anni e miliardi di dollari per bonificare tutto il territorio

Il recente rapporto del UNEP, cioè il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, denuncia apertamente questa catastrofe ambientale. Sono stati esaminati più di 4mila campioni estratti da 780 pozzi d'acqua della zona. Il risultato è sconcertante: le popolazioni bevono, cucinano e si lavano con acqua proveniente da pozzi contaminati dal benzene, in cui i livelli di tossicità sono 900 volte superiori a quanto consentito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)


Anche l’aria viene contaminata dai gas, sottoprodotti delle estrazioni petrolifere, che vengono bruciati a cielo aperto dal 1985, pratica definita “gas flaring” (gas esplosivo) che fa sprecare ogni anno una quantità di gas pari al 30% del fabbisogno europeo. Questo gas potrebbe essere reinserito nel sottosuolo oppure utilizzato per i fabbisogni energetici della Nigeria. Invece viene bruciato dalle multinazionali perché ciò rende l’estrazione del petrolio molto più veloce, abbassando così i costi di gestione e di produzione.

Gas Flaring
Siamo nel Delta del fiume Niger, nel Sud della Nigeria, ad oggi uno dei luoghi più inquinati del mondo, sono gli stessi luoghi dove fu combattuta la disastrosa "Guerra del Biafra". Ma sono anche i luoghi di origine di mia mamma.

Il Gas Flaring è un gas dissociato, e si trova nella parte superiore dei giacimenti di petrolio. È un gas intrasportabile e deve essere trasformato sul posto con appositi impianti. Dal Gas Flaring si ricava energia elettrica e gas metano.

Nel Delta del Niger invece il Gas Flaring viene bruciato e disperso nell'aria. Secondo le compagnie petrolifere, tra cui l'italiana ENI, costruire gli impianti necessari per recuperare quel gas è anti-economico.

Bruciare il gas flaring è vietato, sia da una legge federale della Nigeria del 1989, sia da una convenzione ONU. La ricaduta al suolo delle sottilissime particelle provoca nella popolazione bruciore e arrossamento degli occhi e, soprattutto, gravi malattie alle vie respiratorie. Ed è per questo che bruciare sul posto il gas flaring è dalle Nazioni Unite considerata una vera e propria "Violazione dei Diritti Umani". Ma le compagnie petrolifere che operano nel Delta continuano imperterrite e "impunite" a violare, non solo una legge nigeriana, ma anche a violare il diritto alla salute delle popolazioni locali.

Sull'intero territorio del "Delta Niger" sono oltre 100 le torri che sprigionano in maniera perenne lingue di fuoco che sputano diossina, benzene, sulfuri e particolati vari. Tanto per fornire qualche dato, secondo delle ONG locali dei 168 miliardi di metri cubici di gas bruciati ogni anno al mondo, 23 (il 13 per cento) provengono dalla Nigeria. In termini di ossido di carbonio, parliamo di 400 milioni di tonnellate, ovvero il 25 per cento del consumo annuo di gas degli Stati Uniti. Le piogge acide conseguenza diretta del Gas Flaring sono tra le principali criticità di una situazione che ha ormai superato i livelli di guardia.

Tra i casi più eclatanti esaminati dagli esperti dell'ONU c’è quello relativo alla comunità di Nisisioken Ogale, dove il livello del benzene, elemento altamente cancerogeno, eccede di 900 volte il limite previsto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il governo nigeriano rimane immobile di fronte a questa situazione anche se avrebbe tutti gli strumenti "legali" per revocare le licenze di sfruttamento alle multinazionali responsabili.

Non solo la salute delle persone viene minacciata, ma questo provoca "piogge acide" che bruciano i terreni agricoli che non potranno mai più essere coltivati impedendo quindi il sostentamento alimentare alle popolazioni locali.

Si è calcolato che se il gas flaring della Nigeria fosse utilizzato si potrebbe fornire di energia elettrica a tutta l'Africa Sub-Sahariana praticamente per sempre

Il Gas Flaring che brucia in continuazione provoca un panorama desolante, nuvole che oscurano i giorni e fiamme che accendono le notti.

Noi di Foundation for Africa, ci battiamo da sempre contro l'inquinamento del Delta del Niger, è ora che il mondo sappia e che intervenga con decisione sul governo nigeriano per porre fine a quello che ormai tutte le ONG, Amnesty International in primis, definisce un'atrocità.
(Maris)

Il solo inquinamento ambientale prodotto dal “gas flaring” nel mondo, diventa pari alle emissioni di 77 milioni di auto o di 125 centrali a carbone. Le fiammate ardono continuamente di giorno ed illuminano la notte, rendendo irrespirabile l’aria, facendo aumentare considerevolmente la temperatura attorno alle trivellazioni e causando problemi respiratori, malattie della pelle e degli occhi, disturbi gastrointestinali, leucemie e cancro.

Oltre ai problemi di salute e quelli ambientali, la popolazione deve anche subire l’ingiustizia sociale. Nonostante l’immenso valore economico degli oltre 600 pozzi petroliferi, dopo circa 50 anni di estrazioni che ogni anno creano l’80% del Pil nazionale, la Nigeria resta uno tra i più poveri paesi africani. L’aspettativa di vita dei 27 milioni di persone che abitano il Delta del Niger, delle quali il 60% sopravvive grazie alle attività direttamente collegate all’eco-sistema, arriva a poco più di 40 anni.


La distribuzione delle risorse non è equa. Nelle regioni del Delta il tasso di disoccupazione varia tra il 75 e il 95%, perché a lavorare nei pozzi petroliferi è soprattutto manodopera specializzata proveniente dall'estero. Gli unici ad arricchirsi con il petrolio sono le multinazionali ed i politici locali corrotti.

Negli ultimi decenni però queste disuguaglianze hanno esasperato la popolazione che, attraverso proteste e mobilitazioni, subendo repressioni violente da parte dello Stato e dagli agenti della sicurezza privata delle multinazionali, è arrivata a rivendicare la fine del saccheggio indiscriminato del territorio, chiedendo la bonifica dei corsi d’acqua e dei terreni, una più equa distribuzione dei proventi del petrolio, nonché il risarcimento del debito ecologico.

Playlist Video
Situazione nel Delta del Niger


Nel 2005 è stato anche costituito un gruppo armato, il MEND (Movimento di Emancipazione del Delta del Niger) che ha compiuto numerose operazioni di sabotaggio dei pozzi, delle condutture e si è reso responsabile del rapimento di alcuni lavoratori delle multinazionali. Il movimento dichiara di combattere per il controllo del petrolio in tutto il Delta del Niger e per consentire alle persone di trarre dei benefici dalle estrazioni.

La popolazione cerca di sopravvivere riprendendosi il proprio territorio saccheggiato e devastato dalle logiche imperialistiche, che mietono vittime e sacrificano gli equilibri naturali in tutto il mondo, non solo in Africa, non solo in quello che un tempo era un paradiso ed oggi è solo l’opaco ricordo di una natura violentata. La Nigeria cerca di rialzarsi, ma l’opinione pubblica internazionale sembra non appoggiare concretamente questa lotta a cui non concede neppure il giusto risalto mediatico.



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Articolo di
Maris Davis

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