sabato 4 agosto 2018

C'è troppo razzismo in giro

C'è troppo razzismo in giro. Tra la gente, in televisione, sui giornali, su facebook, nei social.


C'è troppo razzismo in giro. Lo percepisci nello sguardo cupo delle persone appena vedono che il colore della tua pelle è scuro, non abbronzato, ma proprio scuro tendente al nero.

C'è troppo razzismo in giro. Ti rimbomba nelle orecchie quando ti insultano perché sei una bella donna di colore.

Ma no, l'Italia NON è un paese razzista. Certo che l'Italia NON è razzista, ma i razzisti esistono. Però si continua a negare anche questo, nonostante i ripetuti atti di violenza contro di noi che siamo "diversamente" bianchi.

Lo dice perfino Salvini che il razzismo NON esiste, e se lo dice lui, il più razzista di tutti, allora vuol dire che è vero, il razzismo in Italia NON esiste .. e io mi sto sbagliando.

Adesso i razzisti si sentono potenti, vengono allo scoperto, sono arroganti, non hanno nemmeno più paura di mostrare la loro brutta faccia. Si sentono protetti, dalla politica, dall'indifferenza, sono sicuri di farla franca.

Sanno che in questo nuovo governo del "cambiamento" c'è chi nega perfino la loro esistenza, i "nuovi ministri" del cambiamento hanno negato perfino l'esistenza dei razzisti.

Sono triste, ma non ho paura. Non ho paura dei razzisti, quelli semmai mi fanno vomitare dallo schifo .. Ho invece più paura di chi tace, ho paura della troppa "indifferenza", di chi vede ma non dice nulla.

Si, c'è troppo razzismo in giro, c'è troppo razzismo in questa nuova Italia che NON mi piace più, in questa nuova Italia che NON accoglie più, che non sa più indignarsi nemmeno di fronte al puzzolente vento dell'intolleranza .. In fondo era soltanto un uovo in faccia, una fucilata ad un piccione, un colpo di pistola dal balcone per provare la nuova arma, un inseguimento perché si pensava fosse un ladro.

"Razzismo al contrario" .. È il nuovo slogan, la nuova invenzione dei razzisti, nel senso che (secondo loro) anche i neri odiano i bianchi. Un tentativo ipocrita per ribaltare la frittata, per far diventare colpevole la vittima.

E allora ecco apparire all'orizzonte il neo-ministro della famiglia Fontana che, dopo aver dichiarato guerra ai gay, adesso vuole abolire la legge Mancino (n. 205 del 25 giugno 1993), quella che prevede il reato di "odio razziale e apologia del fascismo", e vieta la propaganda fondata sull'odio in base all'etnìa o alla razza. Quel ministro giustifica questa "sparata" proprio con l'esigenza di limitare il "razzismo al contrario". Insomma siamo alle comiche.

Il "razzismo al contrario" semplicemente NON esiste, perché da qualunque parte lo guardi è comunque sempre RAZZISMO

Ma quando mi vedi nuda vado bene anche se sono "NEGRA"


There's too much racism around. Among people, on Television, in newspapers, on Facebook, in social media.

There's too much racism around. You feel it in the dark look of people as soon as they see that the color of your skin is dark, not tanned, but just dark tending to black.

There's too much racism around. It rumbles in your ears when they insult you because you're a beautiful black woman.

But no, Italy is not a racist country. Of course Italy is not racist, but racists exist. But we continue to deny this too, despite the repeated acts of violence against us that we are "differently" white.

It even says Salvini that racism doesn't exist, and if he says it, the most racist of all, then means it's true, racism in Italy doesn't exist.. and I was wrong.

Now racists feel powerful, they come out in the open. They know that in this new government of "change" there are those who even deny their existence, the "new ministers" of change today denied the existence of racists.

I'm sad, but I'm not afraid. I'm not afraid of racists, if anything makes me sick from crap.. I'm more afraid of who's silent, I'm afraid of too much "indifference", of who sees but doesn't say anything.


Africans will return to Africa at their home only when Europeans, western multinationals stop stealing Africa's riches

Free Africa. Away from Africa all westerners who steal our wealth, take away our land, pollute our rivers and our seas, cut our forests.
(Maris)

E poi fate attenzione perché i razzisti di oggi si definiscono "patrioti", difendono (secondo loro) l'italianità degli italiani dall'invasione dei barbari africani


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“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”
(Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Art. 1)

L'odio disumano e nauseabondo provocato dalla politica palesemente "razzista" di Salvini, con l'ausilio degli "insignificanti" 5 stalle e dell'inutile presidente del consiglio, stanno "autorizzando" in tutta Italia sempre maggiori atti di violenza con i migranti (tutti, anche verso chi, come me, è "regolare")

Troppi ancora gli indifferenti, ancora troppi coloro che guardano dall'altra parte, e invece ancora troppo pochi quelli che hanno il coraggio di indignarsi contro una politica che lascia al loro destino bambini e bambine, donne magari incinta, sofferenti in cerca di sollievo.

Un'Italia che sta perdendo la sua umanità, alla deriva, che guarda solo nel suo orticello, senza sapere che i pomodori made in Italy che compra al supermercato sono stati raccolti da "migranti" pagati (forse) due euro all'ora.

Migranti, un'emergenza che non c'è, ma che è diventata il capro espiatorio per la politica "infame" di qualcuno.




Articolo a cura di
Maris Davis



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venerdì 27 luglio 2018

Ventimiglia. Le migranti minorenni costrette a prostituirsi per passare il confine

L’allarme di Save the Children, a Ventimiglia le migranti minorenni costrette a prostituirsi per guadagnare il denaro necessario per attraversare la frontiera.


Il report di Save the Children sulla tratta di bambini e ragazzi. Nel mondo gli "schiavi invisibili" sono dieci milioni. In Italia è emergenza per cinquemila minori migranti soli.

Si stima che quasi 10 milioni di bambini e adolescenti nel mondo, solo nel 2016, siano stati costretti in stato di schiavitù, venduti e sfruttati principalmente a fini sessuali e lavorativi. Un numero che corrisponde al 25% del totale delle persone in questa condizione, oltre 40 milioni, di cui più di 7 su 10 sono donne e ragazze.

Circa 1 milione, secondo le stesse stime, i minori vittime di sfruttamento sessuale nel 2016, mentre in cinque anni, tra il 2012 e il 2016, 152 milioni di bambini e ragazzi tra i 5 e i 17 anni sarebbero stati coinvolti in varie forme di lavoro minorile, di cui oltre la metà in attività particolarmente pericolose per la loro stessa salute.

30 luglio, "Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani"
A pochi giorni dalla Giornata contro la tratta, Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, diffonde il rapporto “Piccoli schiavi invisibili 2018”, una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori in Italia. Un fenomeno che per sua natura risulta difficilmente quantificabile e che resta in gran parte sommerso: nei 28 Paesi dell’Unione europea sono 30.146, di cui oltre 1.000 minori, le vittime registrate di tratta e sfruttamento, a fronte di stime che parlano di circa 3,6 milioni di persone in schiavitù in Europa nel 2016.


"Survival Sex" e Ventimiglia, l'ultima frontiera dell'orrore
L'ultima frontiera dell'orrore passa per Ventimiglia. Qui nell'ultimo anno è esploso il fenomeno del "survival sex" (sesso di sopravvivenza), ovvero delle minorenni costrette a prostituirsi per pagare il passaggio del confine o reperire cibo e un posto dove dormire. Si tratta di ragazze provenienti per lo più dal Corno d'Africa e dall'Africa-sub-sahariana che devono versare ai passeurs tra i 50 e i 150 euro per il viaggio in auto.

Altra frontiera dello sfruttamento resta da sempre quella del marciapiede: qui continua ad aumentare il numero delle nigeriane vittime della prostituzione forzata. È il fenomeno sommerso della tratta dei minori, su cui prova a fare un po' di luce l'ultimo rapporto di Save the Children.

"Si tratta di ragazze giovanissime, soprattutto eritree e nigeriane, particolarmente a rischio e che fanno parte del flusso invisibile dei tanti minori migranti non accompagnati in transito alla frontiera nord italiana i quali, nel tentativo di ricongiungersi ai propri familiari o conoscenti in altri Paesi europei, privati della possibilità di percorrere vie sicure e legali, sono fortemente esposti a gravissimi rischi di abusi e sfruttamento, in molti casi ritrovandosi a vivere in condizioni di grande degrado e promiscuità.

Un esercito invisibile
"Piccoli schiavi invisibili 2018" è una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori. Nel mondo sono quasi 10 milioni i bambini e gli adolescenti che, nel solo 2016, sono stati costretti in stato di schiavitù, venduti e sfruttati principalmente a fini sessuali e lavorativi.

In Italia crescono i minori sfruttati
Quanto all'Italia, le unità di strada del programma "Vie d'uscita" di Save the Children per il contrasto allo sfruttamento sessuale dei minori, tra gennaio 2017 e marzo 2018, sono entrate in contatto con 1.904 vittime, di cui 1.744 neo-maggiorenni o sedicenti tali e 160 minorenni, in netta prevalenza (68%) nigeriane, seguite dalle romene (29%). Un numero nettamente cresciuto rispetto al periodo maggio 2016 - marzo 2017, quando erano state contattate 1.313 vittime.

Ragazzi in fuga
Al 31 maggio 2018, 4.570 minori risultano irreperibili in Italia, hanno cioè abbandonato le strutture di accoglienza in cui erano stati inseriti, in particolare nelle regioni del Sud. Si tratta per lo più di minori eritrei (14%), somali (13%), afgani (10%), egiziani (9%) e tunisini (8%). L'abbandono del sistema di accoglienza e l'ingresso nell'invisibilità espone i minori a rischi notevoli, in particolare i più vulnerabili come le ragazze minorenni provenienti dal Corno d'Africa.

Il flop dei ricollocamenti
"Le nostre evidenze, spiega Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children, ci dicono che l'interruzione, a settembre 2017, del programma europeo di relocation ha contribuito in maniera importante a costringere i minori in transito a riaffidarsi ai trafficanti o a rischiare la propria vita pur di varcare i confini, così come continua ad accadere a Ventimiglia, a Bardonecchia o al Brennero"


Il caso delle nigeriane
Vittime di tratta nel nostro Paese sono soprattutto le ragazze nigeriane e romene. Tra le nigeriane che giungono via mare in Italia, 8 su 10 sarebbero potenziali vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale, un numero che ha fatto registrare, tra il 2014 e il 2016, un incremento del 600 per cento. Indotte dai loro sfruttatori a dichiararsi maggiorenni al momento delle operazioni di identificazione in seguito allo sbarco, molte giovanissime nigeriane sfuggono infatti al sistema di protezione per minori.

Piccoli Schiavi Invisibili 2018
Rapporto sui minori vittime di tratta e sfruttamento in Italia.

La tratta di minori rappresenta uno dei grandi drammi del nostro tempo. È diffusa in tutto il mondo e l’Italia, come il resto dell’Europa, non ne è immune. A subire le violazioni più devastanti sono, in particolare, bambini, bambine e adolescenti in fuga da Paesi gravati da povertà, guerre, discriminazione, disuguaglianza di genere e mancato accesso all'istruzione.

La tratta è una grave violazione dei diritti fondamentali ed è anche un crimine transnazionale estremamente redditizio che fonda il suo modello di business nella vendita e nell'acquisto di donne e uomini, ragazze e ragazzi, trattati come schiavi con il solo scopo di sfruttarli sessualmente, lavorativamente e nelle economie illegali. La “domanda” crescente continua ad alimentare l’offerta.


Anteprima




Articolo a cura di
Maris Davis


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domenica 22 luglio 2018

Storie di nigeriane uccise. Una notte di follìa e sadismo tolse la vita a Evelyn

Era la notte tra il 20 e il 21 febbraio 2005 quando Evelyn, nigeriana di 23 anni, venne uccisa da tre quasi coetanei italiani alla periferia di Brescia in una notte di follìa, perversione, sadismo, e razzismo.


Foto di Hitler e scritte naziste nella camera di uno dei tre killer. «L' ipotesi della rapina degenerata non sta in piedi, c'è l'ombra del razzismo», così disse il pm di Brescia subito dopo l'arresto dei tre killer.

«L'hanno uccisa loro, non ci sono dubbi. Resta da chiarire il movente, l'ipotesi della rapina degenerata non sta in piedi». Giancarlo Tarquini, procuratore di Brescia parlò anche di «notte di follia di gruppo dove hanno regnato crudeltà profonda, perversione, sadismo e forse anche razzismo». Evelin aveva solo 23 anni, e fu trovata morta nelle campagne attorno a Brescia.

Durante la perquisizione nella camera di uno degli arrestati i carabinieri hanno trovato collage di fotografie di Hitler, frasi inneggianti al nazismo, una valigetta con scritto «chi tocca muore» con due pistole giocattolo.

E poi c'è quella cintura in pelle, usata per stringere il collo di Evelyn durante quella notte di vero e proprio sadismo. Fu portata da Francesco (uno dei killer), 22 anni di Pompiano (BS), e che getta sulla vicenda l'ombra della premeditazione. «Quel laccio doveva servire per immobilizzarla, non per strangolarla» disse uno degli assassini durante la confessione fiume al sostituto procuratore e ai carabinieri di Gardone Valtrompia e Brescia.

Versione poco convincente perché sarebbe bastato poco, a tre ragazzi, per rapinare una coetanea indifesa. «Ho tentato di fermare gli altri due» ha aggiunto Francesco, scaricando la responsabilità sugli amici-complici, che a loro volta rilanciarono. «L' idea non è stata nostra, ma sua»

«Francesco è un ragazzo intelligente, lucido. Sa cosa dice e lo fa con proprietà di linguaggio. Una personalità inquietante, da studiare», disse il pubblico ministero subito dopo l'interrogatorio.

«Non capisco, non riesco a crederci, è stato travolto da una storia più grande di lui», commentò il datore di lavoro di Francesco. «Sono cinque anni che lavora da noi e qui troverà sempre la porta aperta». Come Francesco, anche Andrea e Stefano (gli altri due assassini) vengono descritti come ragazzi buoni, affabili, educati. Da nessuno una sola parola di pietà per Evelyn, ma solo belle parole per i suoi assassini.

Eppure la sera del 20 febbraio si sono trasformati
Il terzetto non era affiatato: «Andrea non l'avevo mai visto prima, non lo conoscevo», raccontò Francesco. «È stato Stefano, che avevo conosciuto mesi prima, a chiamarmi, dicendo che aveva urgente bisogno di soldi. Così ho pensato che potevamo rapinare Evelin, quella prostituta nigeriana che già conoscevo come cliente»

Scatta la trappola
La telefonata, l'incontro e poi, sull'auto della mamma di Andrea (uno degli arrestati), e quindi il delitto a sei mani. Evelin viene presa a calci, a sprangate, strangolata con la cintura e finita a botte. Non prima di averla violentata e stuprata a turno per almeno un'ora, così accertò anche l'autopsia sulla ragazza.

La sfida
Vicino al cadavere i carabinieri trovarono un biglietto con scritto «Purè», il soprannome che le prostitute nigeriane di Brescia avevano dato a Francesco e del quale lui andava fiero. Una «firma» decodificata più tardi, quando il ragazzo ha commesso errori grossolani quasi a soddisfare il desiderio inconscio di venire catturato.

«L'abbiamo fermato in tempo», disse un carabiniere, «quel ragazzo ci stava sfidando. Rischiavamo di trovarci tra le mani un delitto-fotocopia tra qualche tempo»

Un delitto e tre vite sbagliate
Tre ragazzi (un bresciano e due cremonesi) arrestati per l' omicidio di Evelyn.

Il primo soprannominato "Purè", Francesco, 22 anni, di Pompiano (Brescia). Operaio specializzato. Voleva bene ad Evelin, disse, ma le poi ha teso la trappola portando da casa la cintura di mamma con la quale la ragazza nigeriana è stata uccisa. Ha "firmato" il delitto lasciando sul posto un biglietto con il suo soprannome, «Purè». Sopranome che gli avevano dato le stesse nigeriane. Francesco, reo confesso del delitto, era un simpatizzante nazista.

Poi c'è Stefano, 19 anni, di Soncino (Cremona), il «piccolo» del branco, era impegnato soltanto in lavoretti saltuari. È in camera sua che i carabinieri trovano i collage delle fotografie di Hitler, frasi inneggianti al nazismo e due pistole giocattolo. Sul collo ha tatuato una scritta inquietante «Doc, denominazione di origine controllata, mostro per caso»

Ed infine Andrea, vent'anni, anche lui di Soncino (Cremona), disoccupato, compaesano di Stefano. Non conosceva né Francesco né Evelin. Quella notte, per la «spedizione» alla Mandolossa, alla periferia di Brescia, secondo gli inquirenti, ha messo a disposizione l'automobile della madre all'interno della quale si è consumato il delitto.

La morte di Evelyn fu raccontata nella cronaca di alcuni giornali locali e subito dimenticata, né si sa dove oggi oggi sia sepolta la sua salma, forse restituita ai genitori in Nigeria, o più probabilmente sepolta in un anonimo cimitero del bresciano.

Due anni dopo il delitto, nel processo d'appello (svolto con rito abbreviato), i tre killer sono stati condannati a una pena detentiva di 14 anni ciascuno. Il giudice d'appello, nonostante le evidenze, non ha riconosciuto né l'aggravante per "futili motivi", né quella di "odio razziale". I tre assassini finiranno di scontare la loro pena tra uno o due anni e così molto presto torneranno in libertà.

Per ricordare quelle che, tra di noi, non ci sono più
Raccontiamo queste storie, anche a distanza di anni, per tenere vivo il ricordo di quelle nigeriane che, come me, sono state vittime della più odiosa schiavitù, quella sessuale, e non ce l'hanno fatta a sopravvivere.

Negli ultimi dieci anni almeno 500 ragazze nigeriane sono state uccise in Italia, oltre duemila sono scomparse e di loro si sono perse le tracce, forse sono ancora vive in Italia o in un altro paese europeo, forse sono rientrate in Nigeria, forse sono morte, uccise o sopraffatte da malattie o dall'AIDS.




Articolo a cura di
Maris Davis


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martedì 17 luglio 2018

Il dramma di Vivian intrappolata nel "Juju"

Vivian è stata stuprata e sfruttata già prima di arrivare in Italia, ma in Italia è stata "fortunata", ha trovato subito chi ha potuto aiutarla.


Le ragazze nigeriane sbarcate in Europa sono decuplicate negli ultimi tre anni. Vittime di una rete potente che le sottomette anche con la magia nera e il woodoo. Vivian racconta come anche lei è rimasta intrappolata.

A Vivian non piace ricordare. Tutti i giorni, dal lunedì alla venerdì, si sveglia alle 6.30 e cammina spedita verso la metro che la porterà al lavoro, nella mensa di una scuola elementare di Roma. E si perché oggi Vivian, grazie all'aiuto di un'associazione si è liberata della schiavitù e dei suoi sfruttatori.

Non si volta indietro. Ma ogni tanto il passato calpesta il suo sonno. Si rivede con indosso un vestito bianco macchiato di sangue, rivede "papa" e lo sciamano. Nell'incubo non hanno volto, però ripetono nei suoi confronti quel rituale di quasi quattro anni fa. Tanto è trascorso dal giorno del "juju", variante nigeriana del rituale woodoo, con cui è cominciato il suo viaggio verso l’Italia.


JuJu
«Mi spogliarono completamente nuda, mi fecero indossare una tonaca bianca e inginocchiare su una pozzanghera d'acqua. "Papa" (il ragazzo che l'ha convinta a partire) sgozzò un gallo vivo che aveva portato per l'occasione, squarciò il ventre e ne prese le interiora e le poggiò sulla mia testa schiacciando forte perché il sangue mi colasse sul corpo.

La tonaca bianca iniziò a macchiarsi con il sangue del gallo ucciso, gocciolando a fiotti prima sul mio viso, poi sul collo, sentivo quel sangue perfino sul mio seno mentre lo sciamano cominciò la preghiera che diceva: "Se onorerai il tuo debito la tua vita proseguirà liscia come l’acqua di questo mare. Se non paghi finirai in un vortice. Tu se non onorerai il debito subirai torture e morirai, la tua famiglia sarà per sempre maledetta"

"Poi mi costrinsero a togliere la tonaca bianca bagnata e intrisa del sangue del gallo. Restai così di nuovo completamente nuda, lo sciamano mi si avvicinò, prima mi tagliò una ciocca di capelli e i peli della mia vagina, ed infine con un rasoio affilato mi fece due piccoli segni tra i miei seni". I peli del pube e la ciocca di capelli simboleggiano il pegno da consegnare alla mamam in Italia, la piccola cicatrice tra i seni è il simbolo permanente che ricorda alla ragazza, tutti i giorni, il giuramento.

«Io promisi. Anche se non ci credevo. Non so se ci credevo, in quel momento sentivo che il "juju" era più forte, che mi soggiogava»

Così racconta Vivian (nome di fantasia), ricordando quel momento. Adesso è abbastanza libera da sfidare se stessa nello sforzo di voltarsi indietro, solo per qualche ora.


Iniziano sempre così le storie delle ragazze vittime di tratta dalla Nigeria. Destinate allo sfruttamento sessuale in Europa, in tre anni quelle arrivate via mare in Italia sono più che decuplicate: 433 nel 2013, 1.454 nel 2014, 5.633 nel 2015, 11.009 nel 2016, oltre 9.000 nel 2017. Questi i numeri denunciati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Un aumento spropositato anche rispetto alla crescita generale di persone sbarcate sulle coste italiane nello stesso periodo.

L’approdo di Vivian a Lampedusa si colloca quasi all'inizio di questa curva crescente, nel settembre del 2015. La sua è una vicenda che si discosta, nella prima parte, dal copione classico. Oggi, a differenza di una decina di anni fa, quasi sempre i parenti sanno che le ragazze andranno a prostituirsi, o comunque lo sospettano. È un "mestiere" accompagnato dalla vergogna solo se non ti arricchisci; se invece fai i soldi è tollerato. Per questo sempre più ragazze diventano anche "mamam" (a loro volta sfruttatrici).

«Purtroppo in un Paese dove indigenza estrema e corruzione sono diffusissime, la ricchezza è un valore enorme», osserva Simona Moscarelli, esperta legale dell’Oim. Quello che spesso non si conosce è la portata reale del debito contratto: «Prima era attorno ai 50 mila euro, adesso è sceso a 30 mila. Si tratta in ogni caso di somme che pensano di poter restituire con qualche mese di lavoro in strada. Ma non è così»

Vivian non è stata venduta da familiari consenzienti, spinti dalla povertà, in cerca di una chance di sopravvivenza o di un riscatto sociale. Vivian è finita nella rete di trafficanti e mamam per mancanza di appigli. Il fratello maggiore scomparso in circostanze ignote. La seconda moglie del padre musulmano che, rimasta vedova, si appropria di tutto il poco che hanno e la taglia fuori dalla nuova famiglia. La madre, cristiana pentecostale, uccisa poco dopo da un’infezione da diabete che non aveva potuto curare. Uno zio che le lascia le prime violazioni sul corpo e la violenta ripetutamente.

Sola a 22 anni, incontra l’uomo che ancora oggi chiama "papa". «Probabilmente un trafficante improvvisato», ricostruisce Chiara Spampinati dell’associazione Differenza donna, la prima a parlare con Vivian quando arrivò nel Cie di Ponte Galeria a Roma, convincendola a sporgere denuncia. È lui a prometterle il passaporto e un lavoro in un ristorante in Niger. «Mi spiegò che non mi conosceva, e che quindi prima di andare a Benin City per fare i documenti dovevamo fare il rito, altrimenti non si sarebbe potuto fidare di me», ricorda la ragazza.

Il juju si svolge in una delle piccole località della Nigeria, dove il fiume Niger si divide in tanti rami prima di sfociare nel Golfo di Guinea. Quello subìto da Vivian non è tra i più violenti, «il rito canonico prevede che alla ragazza si taglino una ciocca di capelli, i peli delle ascelle o quelli pubici, e che le si pratichi un taglio tra le scapole, in mezzo al seno oppure sul braccio. A volte si procede durante le mestruazioni, dando alla vittima nuovi indumenti intimi nel corso della cerimonia». Una cerimonia di espropriazione dell’anima, «un atto in cui non conta tanto la violenza in sé, ma il simbolismo. Sancisce la perdita della proprietà di te stessa, è un rito di magia nera, in teoria slegato dalla religione ma percepito come strettamente connesso ad essa, ed è per questo che lo subiscono tutte»

Il lavoro nel ristorante di Agadez, in Niger, durerà pochi mesi. «Il marito della proprietaria mi violentava. Lei lo scoprì, s’infuriò e mi cacciò via». Vivian così finisce nelle mani di una mamam. «Appena fuori, sulla strada di fronte al ristorante vidi una donna su un pick-up. Disse che andava in Libia e si offrì di portarmi con lei. Avrei pagato all’arrivo». Di nuovo senza alternative, spaventata e bisognosa di qualcuno di cui fidarsi, accetta.

La rotta per la Libia è la solita, quella che passa per Dirkou, da anni check-point dei trafficanti prima di passare il confine tra Niger e Libia. «C’erano auto cariche di persone, si fermavano tutti lì a prendere le taniche d’acqua». Ma arrivate a Zuara, in Libia sulla costa del Mediterraneo, dopo qualche settimana come aiutante domestica in una casa, la mamam alza la posta: i soldi che guadagna non bastano per ripagare il viaggio. «Mi mise in contatto con un uomo, che mi portò in una connection house». È il ghetto dell’addestramento verso la schiavitù in Europa: a quel punto il destino delle ragazze come Vivian è già deciso, vengono abituate a prostituirsi, stuprate, torturate.

Connection House, Libia

L’obiettivo è piegarle psicologicamente, ammaestrarle a non fidarsi dell’uomo bianco. «L’instabilità politica in Libia e la presenza di Boko Haram nel nord della Nigeria hanno amplificato la capacità criminale di queste organizzazioni di trafficanti, che con il traffico di donne hanno trovato un business redditizio e funzionale al controllo del territorio». Prima del 2015 le ragazze si muovevano anche in aereo, con documenti falsi, da Lagos verso gli hub di Parigi, Madrid, Milano. Ora i controlli più rigorosi negli scali europei favoriscono la rotta attraverso il deserto e il Mediterraneo.

Questo spiega in parte il forte incremento del flusso via mare. Oltre ad una richiesta, evidentemente alta. E che negli ultimi tempi si caratterizza per un aumento delle minorenni, l’anno scorso le minorenni erano due su cinque, istruite a dichiarare la maggiore età, e di donne incinta.

E poi le violenze già in Libia. Nell'ultima relazione dell’Oim (Organizzazione Internationale per le Migrazioni) si legge che i trafficanti sanno che «la presenza di un bambino piccolo, o di una donna incinta favorisce spesso la permanenza legale delle donne nei Paesi di destinazione, lasciandole più libere in seguito di prostituirsi e quindi di essere sfruttate». E soprattutto per questo che vengono stuprate.

«Dopo circa due mesi l’uomo mi disse, ti porto in Europa con la barca, non so dove finirai ma se ti va bene qualcuno all'arrivo ti aiuterà. Tu non hai nessuno, non ti conviene restare qui»

La partenza avviene da Tripoli, passando per altre violenze in un’altra connection house. Vivian, nella tragedia, è stata fortunata. Il barcone con cui ha fatto la traversata è andato in avaria, nei soccorsi è stata separata dal trafficante che era a bordo con lei, 24 ore dopo l’attracco a Lampedusa era al Cie di Ponte Galeria. Ma non va sempre così. Spesso le ragazze viaggiano con in tasca un "pizzino" con il numero di telefono di una mamam che le aspetta in Italia, e sono proprio le ragazze a dover chiamare.

Perché, per contraddittorio che sembri, le ragazze nigeriane guardano ai loro aguzzini con un sentimento di gratitudine, «come a qualcuno che ha comunque permesso loro di arrivare in Europa; e allo sfruttamento stesso come a un prezzo da pagare per raggiungere una situazione di benessere»

Gli operatori Oim, nel 2017, hanno individuato 6.592 vittime (certe) di tratta sbarcate sulle coste del sud d’Italia.

Ciò significa che otto ragazze nigeriane su dieci che arrivano in Italia sono certamente vittime di sfruttamento sessuale

Se va bene, al porto riescono a parlare con loro, informandole su diritti e vie d’uscita possibili. Ma quelle convinte a denunciare subito sono state appena 91, tra le quali 36 erano minorenni. Nulla, perché soprattutto le nigeriane, hanno paura del "juju", ma hanno imparato molto bene anche a "non fidarsi" degli italiani che dicono di volerle aiutare.

È come svuotare il mare con un cucchiaino. Per l’informativa, colloquio che ogni migrante fa subito dopo lo sbarco alla presenza di mediatori culturali, ci sono pochi minuti a disposizione, la si fa per gruppi nei quali è spesso presente anche la mamam, non c’è privacy. Molte di loro non denunciano perché immaginano maledizioni conseguenti al tradimento del rito woodoo, o temono ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti in Nigeria. Che non sono rare.

«Noi pensiamo che le vittime di tratta siano circa 8 su dieci fra le nigeriane che sbarcano. Per questo è importante, già in Nigeria, lavorare a partire dal fattore culturale e dell'istruzione»

La fine del 2017 e la prima metà del 2018 ha segnato un calo drastico degli arrivi di migranti, e quindi un drastico calo anche di arrivi di nuove ragazze nigeriane a rischio sfruttamento. Ma non sono calati in proporzione anche le partenze dalla Nigeria di queste ragazze che, come Vivian, saranno violentate, stuprate e sfruttate già in Niger, o in Mali, ma soprattutto nelle connection-house libiche dove, con la chiusura dei porti italiani, i periodi di permanenza diventeranno sempre più lunghi, quasi infiniti.

Il neo-ministro dell'interno Salvini va dicendo che chiudendo i porti e impedendo ai migranti di sbarcare, si impedisce anche il business ai trafficanti di esseri umani. Nulla di più falso, ma questo lo sa anche Salvini. A Salvini interessa solo mettere la cenere sotto il tappeto.

Quello che Salvini non vuole sapere è che una volta arrivati in Libia, un paese in guerra, i migranti vengono imprigionati, picchiati, le donne violentate, sfruttate nelle connection-house per mesi e mesi e che, anche se lo volessero, NON possono più tornare indietro.




Articolo a cura di
Maris Davis


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