martedì 11 dicembre 2018

Global Compact, lo firmano 164 Paesi ma l'Italia non c'è

Marrakech, Marocco. All'appello mancavano meno di 30 Paesi (e tra questi l’Italia). Il risultato è stato dunque soddisfacente.


Sono 164 i Governi del mondo che lunedì 10 dicembre, a Marrakech, hanno approvato il "Global Compact" per l’immigrazione, il documento promosso dalle Nazioni Unite che prevede la condivisione di alcune linee guida generali sulle politiche migratorie. Un “patto” per condividere dei principi, quindi non vincolante.


Domenica sera, davanti ad una platea gremita di giornalisti, la rappresentante speciale dell'ONU per la migrazione, Louise Arbour, lo ha subito sottolineato: questo accordo non è vincolante ed è finalizzato ad una maggiore cooperazione tra Stati in materia di migrazione. Ma su di un punto l’ex alto magistrato canadese è stata ferma. «Non è una conferenza negoziale o consultiva. Si firma ciò che si è deciso lo scorso luglio. È una riaffermazione di impegni presi in precedenza»

Il Paese ospitante, il Marocco, ha profuso ogni sforzo perché la cornice della Conferenza fosse all'altezza della situazione. Ad accogliere migliaia di delegati è un grande spazio dove filari di palme e cactus portano a capannoni moderni simili a grandi tende. Sullo sfondo la catena innevata dell’Atlante. Ma l’assenza dell’Italia, il solo Paese che si affaccia sul Mediterraneo a non essere qui, non è passata inosservata.

Cosa è il Global Compact
Il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare (o semplicemente Global "Compact for Migration") è un documento promosso dall'ONU che prevede la condivisione di alcune linee guida generali sulle politiche migratorie. L’obiettivo è dare una risposta coordinata e globale al fenomeno.

Questo documento si basa sul riconoscimento della necessità di un “approccio cooperativo per ottimizzare i benefici complessivi della migrazione, affrontando i rischi e le sfide per gli individui e le comunità nei paesi di origine, transito e destinazione

Il patto punta a realizzare 23 obiettivi in tema di immigrazione. Una sorta di approccio multilaterale a 360 gradi in cui sono impegnati tutti gli attori coinvolti. Si parte dalla raccolta dei dati come base per le politiche da implementare. Ma viene dato peso anche al contrasto dei fattori negativi e strutturali che impediscono alle persone di costruire e mantenere mezzi di sostentamento nei paesi di origine.

Il patto, inoltre, intende ridurre i rischi e le vulnerabilità che gli individui affrontano nelle diverse fasi della migrazione (incluso la lotta al traffico di esseri umani). Le linee guida individuate nel documento sono la centralità delle persone, la cooperazione internazionale, ma anche il rispetto della sovranità di ogni Stato ed il rispetto delle norme internazionali.

Dalla crisi del 2015 a oggi. Il cammino dell’accordo
L’accordo è probabilmente nato dalla gravissima crisi migratoria scoppiata nel 2015, quando i leader dei Paesi europei sono apparsi impreparati a gestire un flusso, inatteso, di rifugiati e migranti di enormi dimensioni. Il più grande dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Che ha avuto aspetti drammatici.


«È stato intollerabile il numero dei migranti che hanno perso la vita durante questi flussi. L’obiettivo era e resta l’adozione per un quadro regolativo, peraltro di principi non vincolanti, per migrazioni ordinate, sicure e nel quadro della legalità»

Il cammino è iniziato a New York nel 2016, quando tutti i 193 Stati membri delle Nazioni Unite hanno firmato la cosiddetta “Dichiarazione di New York” sui migranti e sui rifugiati. Di fatto sancendo l’avvio di una fase negoziale per arrivare ad un accordo. L’iter per sviluppare il patto ha poi preso il via nell'aprile del 2017. Il 13 luglio 2018 gli Stati membri dell'ONU hanno finalizzato il testo del “Global Compact per la migrazione sicura, ordinata e regolare

È un passo storico. Anche se l’accordo ha creato grande scontento, non solo tra i suoi nemici della prima ora, i populisti od i Paesi che adottano politiche migratorie molto restrittive, ma anche tra chi sin dall'inizio lo appoggiava fortemente ed ora è deluso dai continui rimaneggiamenti che ne avrebbero annacquato i contenuti.

I punti che NON piacciono agli Stati contrari
Uno dei principi più invisi alle forze politiche di destra o comunque conservatrici, a partire dagli Stati Uniti, è quello che chiede «il riconoscimento e l’incoraggiamento degli apporti positivi dei migranti e dei rifugiati allo sviluppo sociale»

Tra gli altri punti contestati c’è quello che prevede un maggiore sostegno ai Paesi e alle comunità che ospitano il maggior numero di rifugiati. Altri paesi, europei e non, temono poi che questo accordo sancisca un «diritto alla migrazione». Ed è questo l’argomento forte a cui i populisti ricorrono con frequenza, agitando lo spettro dell’invasione di migranti.

Chi è uscito dal global Compact
L’ultimo paese a cambiare opinione è stato il Cile, a poche ore dalla firma. I primi sono stati gli Stati Uniti di Donald Trump, già nel dicembre del 2017. Poi è stata la volta dell’Australia, nel luglio 2018, mese in cui è iniziata la deriva europea.

La prima in Europa è stata l’Ungheria, uscita dall’accordo il 24 luglio. Seguita in ottobre dall’Austria, guidata dal dicembre del 2017 da una coalizione tra il Partito popolare, di centrodestra, e la formazione di estrema destra Partito della libertà. Il mese successivo una raffica di abbandoni dei Paesi dell’Est Europa. Il 14 novembre è uscita dall'accordo la Repubblica Ceca, seguita il 20 novembre dalla Polonia. Con l’uscita della Slovacchia, il 25 novembre, il gruppo di Visegrád era al completo.

Il 5 dicembre la piccola Repubblica Dominicana, con una giustificazione discutibile, il global compact impedirebbe il controllo del suo confine con Haiti (Paese più povere dell’America), ha detto no. Anche la Lettonia sembra contraria.

I dubbiosi. Chi resta dentro ma non partecipa
Altri Paesi, tra cui la Svizzera e l’Italia hanno annunciato di non voler partecipare alla conferenza, tenendo di fatto in sospeso la loro adesione all'accordo fino a che non si saranno pronunciato i rispettivi Parlamenti. Altri Paesi che, secondo il rappresentante dell'ONU per la migrazione, sono «impegnati in ulteriori decisioni interne» sul Global Compact sono Israele, Estonia, Slovenia e Bulgaria.

Vi sono poi dei paesi che potrebbero approvare il documento, aggiungendo delle note in cui preciseranno quella che è la loro interpretazione del Global Compact. Tra questi potrebbero esserci i governi di Danimarca, Norvegia e Regno Unito.

In Belgio cade il Governo per il Global Compact
Un caso a parte è quello del Belgio, che sulla questione del Global Compact ha visto cadere il governo. Dal 2014 il Paese è guidato da una coalizione che per la prima volta, e per ben quattro anni finora, è riuscita a tenere insieme da un lato i liberali francofoni e fiamminghi (Mr e OpenVld) e i cristiano-democratici fiamminghi (Cd&V) e, dall'altro, i nazionalisti fiamminghi della N-Va (primo partito della coalizione), alla loro prima esperienza in un governo federale. La decisione del premier Charles Michael di partecipare alla conferenza di Marrakech ha spinto i nazionalisti fiamminghi a ritirare i suoi ministri dal Governo. Michadel ora dovrà guidare un governo di minoranza fino al maggio del 2019.

La posizione dell’Italia
L’Italia ha partecipato a tutte le fasi del negoziato nel corso degli ultimi due anni. Ma il 27 novembre il ministro dell’interno italiano Matteo Salvini ha dichiarato di essere contrario al Global Compact, perché metterebbe sullo stesso piano «i migranti cosiddetti economici e i rifugiati politici», mentre altri esponenti della Lega hanno sostenuto le posizioni del ministro affermando che il documento implica un rischio di «immigrazione incontrollata. Impossibile per gli stati limitare i flussi migratori»

Per questo il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha rimandato al parlamento l’esame del piano sostenendo che Roma potrebbe accettare l'accordo in un secondo momento, dopo l’esame dell’aula: L'Italia quindi non ha partecipato al vertice di Marrakech e per ora non aderirà al "Global Compact for Migration"

Flussi migratori
Su di un punto, almeno, non sembra esservi disaccordo. Né tra chi è contro il Global Compact, chi è scettico e chi invece lo difende a spada tratta. I flussi migratori sono un fenomeno in forte crescita. Una realtà di cui, volenti o nolenti, i Paesi più sviluppati, ma non solo, dovranno tenere conto. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite il numero dei migranti nel mondo è salito nel 2017 a 256 milioni di persone, il 49% in più rispetto al 2000. Di questi, il 90% (secondo un rapporto di McKinsey diffuso nel 2016) vive nelle città.

«Solo una piccola parte di questi migranti arriva nei Paesi industrializzati. In Africa l’80% dei migranti non lascia il Continente»

In effetti i dati ONU segnalano che, con 36 milioni di migranti, l’Africa rappresenta solo il 14% dei flussi migratori mondiali. Tra questi 36 milioni restano nel continente l’80 per cento. Del restante 20% solo una quota minore, un milione di persone, migra in modo irregolare.

Quasi volesse fugare la paura degli Stati che potrebbero dire NO all’accordo, la Arbour ha precisato. «Ripeto, sui migranti irregolari il patto non aggiunge nulla alle legislazioni internazionali vigenti. Non cambia e non obbliga nessuno Stato». E dopo? «Ci aspettiamo più cooperazione e più entusiasmo per trasformare in realtà alcune disposizioni del patto»

La strada, però, appare ancora lunga

Le migrazioni ordinate nel disordine globale

Il Patto Globale pensato per le migrazioni le vuole proprio così. Sicure, ordinate e soprattutto regolari. La dottrina dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni è stata dunque fatta propria dalla Nazioni Unite e dalla comunità internazionale. Una migrazione inesistente nel Sahel e altrove.

La sicurezza che ci riguarda nel Sahel è quella alimentare, quella di curarsi e quella di pagare l’affitto a fine mese.

La sicurezza che i figli possano terminare l’anno scolastico e che le piogge stagionali siano puntuali. La sicurezza che dovrebbe accompagnare chi ha scelto di viaggiare e di tradurre la mobilità in frontiere si trasformano in passerelle.

La sicurezza è invece diventata appannaggio, qui come nel nord del mondo, dei militari e delle ditte che ne hanno fatto uno dei business tra i più lucrativi.

Se migrazioni sicure significa migrazioni scelte, allora non è evitabile la domanda a chi appartenga il diritto di scegliere. Noi vorremmo essere sicuri di arrivare a destinazione e di essere trattati come soggetti di diritti umani. Vorremmo essere sicuri di non essere rispediti al mittente.

Quanto ad essere ordinate, poi, è una pretesa che suona come un’utopia di cattivo gusto.
  • Fate proprio di tutto per sregolare l’economia, la politica, il commercio, la natura umana, la famiglia, i nascituri e il clima.
  • Avete colonizzato una parte del mondo e con la globalizzazione, da voi gestita e imposta, la perpetuate a piacimento.
  • Avete fatto di tutto per “disordinare” il mondo e nelle migrazioni, invece, vorreste ordinarlo.
  • L’unico ordine che vi interessa è quello che mantenga le cose come stanno e che il mondo, così com'è, non si tocchi per nulla.
Chiunque osi mettere in discussione il vostro disordine è tacciato di essere ribelle, sovversivo e criminale.

Siete riusciti a fare dei migranti dei criminali che infrangono, con vostro disappunto, il vostro mondo che la disuguaglianza rende ordinato ai vostri interessi di classe.

Non ci interessa il vostro ordine e le migrazione non saranno mai ordinate ai vostri interessi.

Ci arroghiamo il diritto di “disordinare” le vostre arroganti pretese di conservazione dei privilegi.

L’ordine che proponete si trova realizzato nei sogni infranti che la nostra epoca ha prodotto.
(Maris)


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Articolo di
Maris Davis


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venerdì 7 dicembre 2018

Il neo-colonialismo francese sottomette i paesi dell'Africa sub-sahariana

Emmanuel Macron e la continuità dell’impero francese in Africa. La Francia chiude i suoi confini ai migranti africani che essa stessa ha contribuito a provocare con politiche di controllo militare ed economico sulle sue ex-colonie.


Qualunque candidato alla presidenza francese, che sia di desta o di sinistra, durante la campagna elettorale deve chiarire la sua posizione nelle relazioni con le ex-colonie africane.

Normalmente l’argomento, pur essendo pubblico, è riservato alle élite imprenditoriale, finanziaria e alla Cellula Africana del Eliseo (nota come France Afrique), un dipartimento speciale per gli affari africani che sembra vivere di vita propria. Talmente potente da condizionare la politica estera di tutti i presidenti eletti in Francia dal dopo guerra.

Ogni candidato è ben consapevole che la sua posizione sull'Africa determinerà l’appoggio o meno del grande capitale e dell'alta finanza visto che le ex-colonie rappresentano il 45% del PIL nazionale francese grazie alle risorse naturali e alla moneta unica che le ex-colonie sono costrette ad adottare, il Franco CFA, e imposta alle sue colonie africane il 26 dicembre 1945.

Una delle principali ragioni dell’intervento francese in Libia fu quella di distruggere il progetto del Colonnello Gheddafi di sostituire il Franco CFA con una moneta unica del Nord Africa e dell’Africa Occidentale garantita dalle immense riserve d’oro e di petrodollari custodite presso la Banca Centrale a Tripoli e ora ovviamente sparite. Un progetto che Gheddafi ha pagato con la morte e la Libia con l’orribile caos che sembra non aver fine.

La tenuta della supremazia francese nelle sue colonie africane è messa in discussione

L’afflusso di materie prime continua dalla periferia alla Madre Patria, come continuano gli affari delle multinazionali francesi nel Continente e il controllo finanziario su tutte le Banche Centrali dei paesi africani francofoni. Eppure venti di ribellione sono sorti dal 2014 e stanno aprendo pericolose crepe nel sistema France Afrique.

I numeri della France Afrique sono impressionanti, oltre 40 interventi diretti tesi a difendere regimi filo-francesi, sia democratici che dittatoriali, o ad aiutare dei ribelli a rovesciare dei regimi ostili.

Attualmente la Francia è legata a 12 Paesi da accordi militari di tipo difensivo, ed è presente in 10 Paesi con missioni militari, per un totale di oltre 5mila unità.

Dietro la scusante della guerra contro l'imperialismo delle multinazionali occidentali, la Francia ha utilizzato la compagnia di sicurezza privata dello storico mercenario Bob Denard per combattere in Katanga e Biafra, e tentare dei cambi di regime in Gabon, Angola, Zimbabwe, Benin, Repubblica Democratica del Congo e Unione delle Comore.

Lo Sdece (Direzione generale per la sicurezza esterna) è stato il principale strumento di difesa della France Afrique coinvolto in numerosi omicidi politici, soprattutto di leader carismatici noti per le loro denunce nei confronti della sottomissione del continente all'imperialismo occidentale: Ruben Um Byobe e Félix-Roland Moumié dell'Unione Popolare del Camerun, Barthélemy Boganda del Partito Nazionalista Centrafricano, l'oppositore politico Ciadiano Outel Bono, l'attivista anti-apartheid Dulcie September, fino ad arrivare ai mostri sacri del fronte nazionalista africano Thomas Sankara e Patrice Lumumba.

Spesso e volentieri i governi francesi hanno sfruttato le tensioni inter-etniche e inter-religiose presenti nei paesi più eteregonei per alimentare guerre civili decennali, attraverso le quali mantenere i regimi più ostili, o i territori più ricchi, in un costante stato di assedio e sottosviluppo, utilizzato per acquistare a basso costo materie prime contrabbandate da terrorismo e ribelli, un vero e proprio capitalalismo di rapina.

Vari Paesi africani stanno mettendo in discussione il Franco CFA, il meccanismo principale per continuare la cosiddetta ‘schiavitù economica‘ a vantaggio della Francia. Il Burkina Faso è perso. La rivoluzione democratica del 2014 ha messo fine alla trentennale dittatura di Blaise Compaorè, che conquistò il potere uccidendo il suo compagno politico Thomas Sankara, considerato dalla Francia il nemico numero uno durante la sua breve presidenza negli Anni Ottanta.

I sentimenti antifrancesi nelle colonie sono ormai incontenibili
Dai governi alle popolazioni, tutti invocano (a diversi gradi di intensità) l’indipendenza economica. L’Africa è diventata il continente più pericoloso per i cittadini francesi. A decine sono stati rapiti o uccisi negli ultimi dieci anni. L’esercito francese e la Legione Straniera (corpo d’élite sempre utilizzato da Parigi per azioni eversive in Africa e responsabile di diversi crimini di guerra) sono sempre più sotto pressione per le guerre create dalla Francia in Mali e Repubblica Centrafricana.

Guerre civili create per spodestare vecchi dittatori divenuti scomodi o ribelli, ora fuori controllo della France Afrique. I tentativi di attuare un cambiamento di regime per vie democratiche sono tutti falliti. L’ultimo in Gabon.

La Francia non riesce nemmeno a stabilizzare il suo gioiello coloniale: la Costa d’Avorio, periodicamente colpita da rivolte all'interno delle forze armate che mettono a rischio la tenuta del Presidente Alassane Ouattara messo al potere dai francesi "manu militari".

Gli imprenditori francesi non riescono a penetrare nel mercato dell'Africa anglofona in quanto le loro mosse di egemonia economica vengono sistematicamente vanificate dai governi africani. Ultimo esempio il tentativo della TOTAL di acquisire una posizione di monopolio sul petrolio ugandese. La principale compagnia di comunicazioni: Orange ha fallito in otto Paesi dell’Africa anglofona e mantiene il monopolio nell'Africa francofona solo grazie alle dinamiche di controllo imposte dalla France Afrique.

Il Rwanda a distanza di quasi 25 anni non è stato riconquistato
A Kigali non c’è un governo amico facilmente manovrabile da Parigi e fino ad ora i milioni spesi nel sostegno finanziario e militare dei gruppo terroristico ruandese FDLR (quelli che oggi stuprano in massa donne e bambine nel Nord-Kivu, in Congo) non hanno creato i risultati sperati. In Rwanda rimane stabile un governo antagonista della Francia, guidato da un partito: il Fronte Patriottico Ruandese a cui la France Afrique non ha mai perdonato di aver provocato la scintilla della perdita di controllo nell'Africa Centrale e Orientale. Ultimo baluardo del Grandeur Francese rimane il Burundi.

In una recente intetrvista Macron dichiara di voler abbandonare il network di connivenze con i vari dittatori africani per instaurare nuovi rapporti con l’Africa basati sulla trasparenza.

«Inaugurerò una nuova politica verso il Continente africano, basata sulla libertà e la responsabilità. Con priorità chiare: la sicurezza, la lotta contro il cambiamento climatico, i diritti delle donne, l’educazione e la formazione, le infrastrutture con particolare attenzione all'accesso delle popolazione alla energia e alla acqua potabile, lo sviluppo delle imprese private generatrici di occupazione. L’Europa e l’Africa hanno dinnanzi a loro grandi opportunità. È per questo che dobbiamo rifondare le nostre relazioni con l’Africa per creare un nuovo modello di partenariato basato sul equilibrio, reciproca fiducia e sviluppo economico. Mobiliterò tutte le istituzioni europee e i nostri partner internazionali per focalizzare l’attenzione internazionale verso uno sviluppo durevole e il rafforzamento delle economie africane che devono diventare la priorità assoluta in ogni agenda internazionale»

Invitato a spiegare esattamente cosa significano i “nuovi rapporti” con l’Africa, Macron espone con entusiasmo i suoi grandi progetti. “Scriverò una nuova pagina nelle relazioni con l’Africa basata su un aggiornamento della nostra politica nel Continente capace di rispondere alla vitalità e al potenziale africano. È per questo che lancerò un'iniziativa ambiziosa tra Francia, Europa, sud del Mediterraneo e Africa, per rafforzare i nostri comuni interessi in tutti i settori: sicurezza, clima, commercio, occupazione, innovazione tecnologica

La nostra politica estera in Africa cambierà e sarà basata sulla trasparenza e dalla distruzione del network di connivenze franco africane e di influenza di affaristi e speculatori che la politica estera francese ha creato. Relazioni dubbie che persistono nel sistema politico francese sopratutto nella destra ed estrema destra. La mia politica si baserà su nuovi partner, Le forze vive dell’Africa: gli intellettuali, le ONG, le imprese private francesi e africane, la diaspora francese in Africa e quella africana in Francia. La gioventù africana avrà la priorità. Lanceremo le basi necessarie per lo sviluppo di un settore privato dinamico e creativo per sconfiggere la disoccupazione in Africa e attirare gli investimenti internazionali. Fondi sufficienti saranno garantiti per la realizzazione di infrastrutture produttive nel settore acqua, elettricità e comunicazioni

L’intervista rilasciata a Jeune Afrique, ma Macron non ha convinto l’Africa
Tra i corridoi del potere dell’Africa anglofona i propositi del Presidente Macron per il Continente sono definiti “facile propaganda”. Tra i governi dell’Africa francofona vi è il dubbio che Macron voglia utilizzare questo paventato cambiamento nelle relazioni bilaterali come un cavallo di Troia per rafforzare il dominio francese sui Paesi africani. Entrambe le realtà del Continente concordano nel definire l’intervista rilasciata da Macron come un abile esercizio di propaganda che evita di toccare i “mostri” della France Afrique. L’unica vera intenzione del Presidente francese individuata dagli analisti africani è quella di convincere l’Africa ad allearsi alla Francia e alla Unione Europea in difesa degli interessi comuni creando una alleanza economica e politica in grado di sostenere le potenze mondiali tra cui Cina, Russia e Stati Uniti, viste da Macron come entità antagoniste.

Macron rappresenta il meglio della propaganda priva di contenuti dell’alta finanza e della classe imprenditoriale europea ormai speculativa e non produttiva. Entrambi questi potentati stanno lottando disperatamente per continuare nella economia coloniale, dove l’Africa è semplicemente considerata un magazzino di materie prime e un facile mercato per i prodotti lavorati europei

Il delicato tema del Franco CFA è appena accennato
Credo che occorra un dibattito sul Franco CFA ma rimango convinto che prima di tutto è un sistema finanziario che appartiene agli africani. Un sistema che contribuisce a creare stabilità economica e integrazione regionale” Nessun accenno alla ormai profonda crisi diplomatica sotterranea tra Francia e Ciad, causa la campagna politica continentale del Presidente Idris Debi Itno per superare il Franco CFA.

La France Afrique è una realtà multidimensionale, agisce sul piano economico, politico, diplomatico ed ideologico di numerosi paesi, dal Magreb al Sahel all'Africa Sub-Sahariana.

La sottomissione economica è essenzialmente esplicitata nell'esistenza della così detta area-franco, di cui fanno parte 14 Paesi africani, obbligati ad utilizzare il Franco CFA, della cui convertibilità in Euro se ne occupa il Ministero dell'economia e delle finanze francese.

L'appartenenza all'area "franco CFA" prevede inoltre che i paesi membri depositino il 65% delle riserve di moneta estera in Francia. Inoltre, le grandi realtà francesi dei settori energetico e minerario godono di trattamenti privilegiati nello sfruttamento del territorio e nella divisione dei profitti con gli Stati.

La dimensione politico-diplomatica riguarda le pressioni fatte ai Paesi della France Afrique affinché essi sostengano gli interessi nazionali, le posizioni e le dottrine di politica estera francesi in sede internazionale, ad esempio in luogo dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

La dimensione ideologica ha riguardato inizialmente il contenimento delle spinte anti-coloniali di liberazione nazionale durante l'epoca della decolonizzazione, in seguito si è concentrata sul contenimento dei movimenti comunisti nel continente foraggiati dall'Unione Sovietica, ed oggi è principalmente focalizzata su due fronti: la competizione con l'Italia per l'egemonia su Libia e Tunisia ed il contenimento dell'espansionismo sinico (politica basata su ricerca ed innovazione, finalizzata a nuove soluzioni ed idee per un mercato dinamico in costante espansione come quello africano), quest'ultimo molto più difficile del primo obiettivo, tanto che nel vocabolario di politologi e geopolitici è entrato a pieno titolo il neologismo "Cinafrica"

Le scomode alleanze con dittatori africani che mirano alla Presidenza a Vita e al diritto ereditario della Presidenza, sono abilmente confuse da Macron grazie a frasi generiche sul rispetto della Carta Africana per la Democrazia, che regola i principi di "governance", i sistemi democratici e le elezioni nel Continente. Macron si impegna a far rispettare questi principi in tutti i Paesi africani. Eppure continua dietro le quinte il sostegno francese a delle dittature come quella controllata dal Joseph Kabila in Congo.

I presidenti africani che hanno modificato la Costituzione per accedere a un terzo, quarto, quinto mandato o che risiedono alla Presidenza illegalmente (come l’ex presidente Pierre Nkurunziza nel Burundi) sono trattati con tutti gli onori dalla Francia che non ha mai messo in discussione la loro legalità, palesemente assente.

Il periodo coloniale diretto è criticato da Macron che lo definisce un sistema violento che ha negato lo statuto di esseri umani alle vittime. Affidando il compito di rivedere il periodo coloniale esclusivamente a storici francesi, Macron afferma di essere pronto ad assumere le responsabilità storiche per guardare con serenità il futuro delle relazioni con l’Africa. Non accenna minimamente la metamorfosi coloniale attuata dal Generale De Gaulle nel dopo guerra. Una metamorfosi che terminò la fase coloniale del controllo diretto e occupazione militare dei territori, per iniziare il colonialismo economico indiretto.

Per quanto riguarda la presenza militare francese in Africa Macron si dice cosciente dei sospetti di interferenza negli affari interni di Paesi sovrani ma afferma che le forze armate francesi in Africa giocano un ruolo fondamentale nella lotta contro il terrorismo, la prevenzione delle crisi e il rafforzamento delle capacità di difesa delle Nazioni africane.

Nessun accenno ai rifornimenti di armi al gruppo terroristico nigeriano Boko Haram intercettati dall’esercito camerunese nel 2015 con l’arresto di sei agenti speciali francesi colti sul fatto.

Nessun accenno al corpo speciale di istruttori presente a Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu, Congo che gestiscono l’addestramento militare, approvvigionamento in armi e consigli su tattiche belliche, tutti servizi offerti al gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR). Un gruppo terroristico che controlla varie miniere di coltan e oro e responsabile di atrocità inaudite e pulizie etniche all’est del Congo mentre in Burundi sta pianificando l’invasione del Rwanda.

Fin dal 2015 è stato chiaro che la Francia forniva armi perfino al gruppo terroristico nigeriano Boko Haram.

All'indomani di attacchi commessi in Camerun e Ciad da parte degli integralisti islamici di Boko Haram nel marzo 2015, i servizi di sicurezza nigeriani e camerunensi hanno scoperto che gli ordigni utilizzati dai kamikaze erano di fabbricazione francese, e precisamente le granate contenute nelle bombe a grappolo, le famigerate "Beluga".

Gli ordigni a grappolo sono delle testate, utilizzate dall'aviazione, contenenti delle bombe più piccole chiamate appunto sotto munizioni. E sono state proprio queste sotto-munizioni le armi con cui i miliziani di Boko Haram hanno compiuto diversi massacri.

Sulla base di questa scoperta ed in seguito ad indagini sui rifornimenti di armi a Boko Haram furono arrestati in Camerun sei trafficanti francesi "colti sul fatto" mentre stavano fornendo esplosivi a personaggi inequivocabilmente riconducibili a Boko Haram. (Leggi anche "Quelle maledette armi francesi dietro alle stragi di Boko Haram")

Appaiono chiare l'ipocrisia e la doppia faccia dei francesi che, mentre giustificano la loro massiccia presenza militare in Africa con la scusa del terrorismo islamico e la sicurezza, dall'altra forniscono di armi proprio quei gruppi integralisti che destabilizzano paesi a loro "non compiacenti" (come la Nigeria)

Nessun accenno alla alleanza eversiva con Arabia Saudita e Qatar per la promozione del terrorismo salafista in Africa inserito nella strategia della tensione e del caos contro governi africani non più amici.
  • Nessun accenno ai due tentativi di colpo di stato organizzati dalla Francia per distruggere la democrazia in Burkina Faso e re-instaurare al potere il dittatore Compaorè.
  • Nessun accenno alle operazioni segrete dell’esercito francese in Centrafrica per far giungere al potere le milizie mussulmane Seleka successivamente combattute dalla Francia in quanto incontrollabili per poi ritirarsi militarmente lasciando il Paese nel caos.
  • Nessun accenno ai vari crimini sessuali ed esecuzione sommarie compiuti dai soldati francesi in Africa senza alcun problema giudiziario in Patria.
Influenza della Francia in Africa
In Africa sono presenti 10.000 soldati francesi impegnati nei teatri di guerra creati dalla Francia per mantenere il controllo delle risorse naturali. Dal 2014 la Francia sta utilizzando vari gruppi terroristici salafiti attivi in Africa Occidentale per destabilizzare le colonie africane ribelli e potenze economiche come la Nigeria. Il tutto mascherato da lotta contro il terrorismo.

Una politica eversiva applicata in pieno anche in Siria. Macron non accenna minimamente alla Legione Straniera. Un corpo della Armée de terre française che permette di arruolare dei soldati stranieri (vale a dire dei mercenari). Un corpo formato nel 1831 che gode di una indipendenza a livello di reclutamento e operazionale. Un corpo totalmente fuori dal controllo del Parlamento francese che lo rende di fatto un esercito d’oltremare da utilizzare per mantenere la supremazia politica ed economica della Francia in Africa.

Legione Straniera e genocidio Rwanda 1994
La Legione Straniera è formata anche da criminali ricercati che vi trovano rifugio riuscendo a scappare dalla giustizia. Dopo 5 anni di servizio operativo (leggi combattimenti) i criminali stranieri ricevono amnistia e nazionalità francese. Dal 2012 la Legione Straniera arruola anche immigrati clandestini arrestati in Francia. Gli elementi maschi più promettenti ricevono la possibilità di scegliere tra la deportazione nei loro Paesi d’origine e raggiungere la Legione Straniera.

In sintesi la Legione Straniera è un corpo di repressione pura utilizzata dalla Francia per le peggiori operazioni militari al fianco di regimi dittatoriali e genocidari alleati di Parigi.

Nel 1994 in Rwanda la 13° semi-brigata della Legione Straniera, il 2° reggimento straniero di fanteria, il 2° reggimento straniero di paracadutisti e il 6° reggimento straniero del genio hanno partecipato alla Operation Turquoise che aveva un solo obiettivo: quello di proteggere il regime genocidario di Aghate Habyrimna e le milizie Interahamwe responsabili di un milione di morti, per la maggioranza tutsi.

La 13° semi brigata si scontrò direttamente contro l’esercito di liberazione del Fronte Patriottico Rwandase vicino a Cyangugu frontiera con il Congo per proteggere la ritirata dell’esercito genocidario. Fu sconfitta in quanto gli Stati Uniti vietarono categoricamente alla Francia l’uso dell’aviazione militare. Vari soldati francesi sono sospettati di aver partecipato attivamente o tollerato il genocidio compiuto al nord est del Rwanda nel 1994.

Burundi e Rwanda
Troppi crimini si nascondono dietro alle controverse relazioni con i due Paesi africani.

In Burundi la Francia è tra i principali finanziatori del regime dell’ex presidente Nkurunziza, assieme a Cina e Russia. Dopo le prime inappropriate dichiarazioni fatte dal regime nel novembre 2015 a proposito dei suoi piani genocidari contro la minoranza tutsi la Francia è stata costretta a prendere le distanze e a pronunciare condanne formali al regime.

Questa nuova linea non ha impedito la recente offensiva diplomatica di Parigi a favore del regime (contemporanea e parallela a quella di Pechino) per bloccare la richiesta di intervento militare prima dell’irreparabile (il genocidio) sottoposta dal Presidente Donald Trump al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Non si intravvedono cambiamenti di politica estera nei confronti del Burundi da parte di Macron.

Non dice nulla della consegna di armi e munizioni al regime burundese che sta avvenendo in questi giorni: 1,5 milioni di dollari di armi e munizioni di fabbricazione russa, pagate dalla Francia e spedite, attraverso il Congo. Una consegna che doveva essere tenuta segreta e che ha l’obiettivo di garantire le condizioni militari, alle forze lealiste di Nkurunziza e ai terroristi ruandesi FDLR (quelli che stuprano donne nel Kivu), per poter respingere una eventuale offensiva militare dell’opposizione armata, appoggiata da Washington, Londra, Tel-Aviv e da potenze regionali. Un gesto che potrebbe risultare criminale in quanto si sta fornendo armi ad un regime che, a più riprese, dal 2015 ha reso pubbliche le sue intenzioni (piani genocidari contro la minoranza tutsi)

Nessuno in Rwanda si aspetta dal Presidente francese una chiara ammissione delle responsabilità durante il genocidio: 100 giorni, 1 milione di vittime, 10.000 al giorno

Nonostante che monsieur Macron con ll suo movimento En Marche si sia distinto dal classico spettro politico francese occorre considerare le sue origini. Macron è un socialista, della stessa famiglia politica che preparò minuziosamente, gestì e coprì il genocidio in Rwanda. Non vedo nessuna intenzione da parte di Macron di denunciare i suoi predecessori, qualcuno ancora in vita in Francia lontano da ogni problema giudiziario” afferma il Professore Aggee Shyaka Mugabe docente di scienze politiche presso l’Università del Rwanda ed esperto in ricostruzione post bellica, e Giustizia sui crimini di guerra e contro l’umanità.

Macron ha lanciato critiche sul colonialismo francese in Algeria per attirare i voti del elettorato francese di origine nord africana ma rimane e rimarrà fermo nel ignorare il ruolo della Francia nel genocidio ruandese. Primo perché l’elettorato francese di origine ruandese è insignificante. Secondo perché le complicazioni giuridiche di una eventuale ammissione di colpa sono troppo grandi e incontrollabili per essere gestite bene dal governo Macron senza conseguenze. Il Genocidio a livello giuridico internazionale è un tra i pochi crimini che non vanno in prescrizione

Per la France Afrique è massima priorità attuare un cambiamento di regime in Rwanda installando un governo “amico” poco importa se ancorato o no alla HutuPower. Macron non andrà contro i piani della Cellula Africana del Eliseo.

Piani che identificano come principale attore per riottenere il controllo del Rwanda proprio il gruppo armato ruandese FDLR autore del genocidio del 1994 che ha il quartiere generale politico a qualche centinaia di metri dal Eliseo nonostante che dal 2000 sia stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali.

Né tanto meno consegnerà alla giustizia ruandese i genocidari fino ad ora protetti dai vari governi francesi, a partire dalla mente del genocidio 1994: la First Lady Aghate Habirimana. Macron difficilmente avrà il coraggio di rompere con la France Afrique. C’è chi invita alla vigilanza in quanto, storicamente, sono stati proprio i governi socialisti a commettere le peggiori atrocità in Africa e, come ricorda il Professor Mugabe “Macron è un socialista, della stessa famiglia politica che preparò, gestì e coprì il genocidio in Rwanda


Francia, regina dello schiavismo. Dedicato ai razzisti di casa nostra
A quanti lamentano le “invasioni” di migranti bisogna ricordare che i migranti arrivano, in gran parte, da Paesi africani dove, ancora oggi, la Francia, di fatto, esercita un potere pieno e incontrollato.

La Francia di oggi è ancora un Paese colonialista che sfrutta, a tutti i livelli, 14 Paesi africani. Le undici principali componenti del ‘patto di continuazione della colonizzazione’ che risale alla fine degli anni ’50 del secolo passato.

Quando i cronisti di casa nostra ci informano che la maggior parte dei migranti arriva dall’Africa Sub-Sahariana, ci dicono solo la parte finale di una verità orribile e incredibile, che getta infamia su uno dei Paesi più avanzati d’Europa: la Francia, la Francia di Voltaire, di Rousseau, di Ravel, di Monet, di Camus e Sartre.

La Francia che scippa ogni anno alle ex-colonie 500 miliardi di dollari come ristoro delle spese sostenute in quei Paesi durante il periodo coloniale

Si può essere più indegni e schifosi di così? Sì, si può. Quando Sékou Touré della Guinea (o Guinea Konakry) decise, nel 1958, di voler uscire dall'impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del Paese, l'elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel Paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il Paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate. L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie: il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto. E ci sono riusciti.

Durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex-legionari stranieri per guidare colpi di Stato contro i presidente eletti

Ecco qualche nome che ancora fa inorridire. "Anime Nere" sempre sostenute dai francesi
  • Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, che guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana; Bokassa il cannibale, si vantava di mangiare il cuore dei suoi nemici.
  • Yaméogo Aboubacar Sangoulé Lamizana, Alto Volta ora Burkina Faso, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei Paesi. È stato presidente da gennaio 1966 fino al novembre 1980.
  • Mathieu Kérékou, che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di Stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970. È stato Presidente del Benin dal 1972 al 1991, e poi ancora dal 1996 al 2006.
Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di Stato si sono susseguiti in 26 Paesi africani, 16 di questi ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di Stato si sono verificati nell'Africa francofona.

Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.

Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo

Il predecessore di Chirac, François Mitterand, già nel 1957, profetizzava che: “Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo

14 Paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi.

Il Togo e altri 13 Paesi africani pagano un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di Stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione (È la forma più elefantiaca di ascarismo della Storia).

È chiaro chi sono i migranti, poveri disgraziati tenuti in misera perché la Francia possa vivere al di sopra delle sue possibilità e possa dare lezioni all'Italia? Razzisti e salviniani, che cosa significa aiutarli a casa loro (frase detta ad minchiam)? Significa dichiarare pubblicamente che la Francia è l’abominio dell‘Europa, una Paese colonialista, razzista e schiavista.

La Francia non rinuncerà mai a questo sistema malvagio
Non è affatto disposta a recedere da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall'Africa al suo ministero del Tesoro ogni anno.

La verità è questa. La Francia ha accettato soltanto un’“indipendenza sulla carta” per le sue colonie, siglando sotto la minaccia delle armi “Accordi di Cooperazione”, specificando la natura delle loro relazioni con la Francia, in particolare i legami con la moneta coloniale francese (il Franco CFA), il sistema educativo francese, le preferenze militari e commerciali.
Franco CFA: Il paradosso africano della moneta forte in un'economia debole
(Video)


Ecco le 11 principali clausole del patto che le ex-colonie francesi sono stati obbligati a sottoscrivere in cambio dell'indipendenza. Un'indipendenza solo fittizia.

1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese. Siccome i francesi gli hanno fatto un favore, i neo “indipendenti” Paesi pagano per ogni infrastruttura costruita dalla Francia nel Paese durante la colonizzazione.

2. Confisca automatica delle riserve nazionali. I Paesi africani devono depositare le proprie riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici Paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

Non è una coincidenza che i migranti vengano da quei Paesi. Più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi Paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi Paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.

Si stima che la Francia detenga all'incirca 500 miliardi di monete provenienti dagli Stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero. Gli Stati africani non hanno accesso a quel denaro. L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano

3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel Paese. La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovata nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i Paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.

4. Priorità agli interessi francesi e alle società negli appalti pubblici. Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime, e solo dopo, questi Paesi possono guardare altrove.

Non importa se i Paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove. Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei Paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities, acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti, e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura. Gli africani vivono in un Continente di proprietà degli europei.

5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del Paese. Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi. La situazione nel Continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di Stato o per qualsiasi altro scopo.

6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel Paese per difendere i propri interessi. In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli Stati africani e anche di fare stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei Paesi, gestiti interamente dai francesi.

7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo. Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière! "Sì, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière". Se il francese è l’unica lingua che parli, hai accesso al solo 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.

8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA. Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta all'incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue ‘casse’.

9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve. Senza report, niente soldi.

10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia. I Paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei Paesi ha solo alleanze militari con gli ex-colonizzatori (divertente, ma si può fare di meglio).

11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali. Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Ovviamente, il venir meno ad uno soltanto di questi patti comporta reazioni militari sanguinosissime.


C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa


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Articolo di
Maris Davis


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