lunedì 28 gennaio 2019

Matteo Salvini, il ministro dell'odio e della discriminazione. La sua Europa non esiste

Non a caso scrivo questi pensieri nel "Giorno della Memoria", del ricordo dei campi di concentramento, dell'orrore nazista, delle leggi razziali, dell'olocausto.


Un ministro social
Ogni giorno video intrisi di cinismo e propaganda, tutti i giorni almeno una decina di tweet e messaggi deliranti su facebook per propagandare ai suoi fans la sua durezza, la sua ipocrisia, la sua mancanza di etica e compassione nei confronti di chi soffre.

"Aiutiamoli a casa loro", "I porti resteranno chiusi", "Non sbarcherà più nessuno", "Prima gli italiani". Frasi ripetute come un mantra, con ossessione. L'ossessione di un uomo incattivito dal potere.

Il Decreto sicurezza
Che io considero "la prima legge razziale del XXI secolo". A centinaia in strada, senza dimora. Intere famiglie, anche i bambini. Sono gli effetti del "decreto sicurezza" fortemente voluto dal ministro dell'interno. Sulla pelle dei poveri del mondo. È iniziata la fase 2 della strategia Salvini. Prima strombazzare un'emergenza che non c'è, poi crearla ad arte sbattendo per strada da un giorno all'altro persone con regolare permesso umanitario.

Porti chiusi
In barba a qualsiasi convenzione internazionale, alla stessa costituzione italiana e a quel minimo di umanità che è dovuto ad ogni essere umano, si tiene in ostaggio, come fossero delinquenti, persone, donne e bambini che invece hanno sofferto e subito ogni tipo di violenza negli hot-spot libici.


Le ong come capro espiatorio
Si cerca in tutti i modi di far par passare il concetto che le stesse ong che salvano i migranti in mare siano complici dei trafficanti di esseri umani. Non solo, ma in qualche modo sta passando il concetto che tutti quelli che aiutano i migranti, associazioni, Caritas, Chiesa Cattolica e onlus varie, siano il male assoluto che aiuta lo straniero usurpatore.

Il razzismo che dilaga
È doveroso pensare che nel clima che si è venuto a creare i divulgatori dell'odio si sentano pressoché impuniti. Numerosi negli ultimi mesi gli episodi di discriminazione fatti passare come fatti dovuti a singoli o a semplici episodi di violenza.

A parole nessuno è razzista, ma già il fatto di tollerare episodi, piccoli o grandi, di intolleranza nei confronti di migranti è di per se "razzismo"

Dare la colpa agli altri, a chi c'era prima
È diventato il mantra del "governo del cambiamento", soprattutto in materia di immigrazione. Loro, quelli di adesso, stanno sistemando tutto il male dei governi precedenti, anche a costo di tenere i porti chiusi, di discriminare e di violare i diritti umani.

Salvini sta smantellando tutto ciò che funziona, gli Spar, la rete di protezione per le vittime di tratta. Colpisce Riace, una realtà divenuta il simbolo di un'integrazione possibile.

Ma ancora non ha smantellato i grandi centri di accoglienza, Il Cara di Mineo, il Cara di Foggia o quello di Isola Capo Rizzuto, quelli si, veri e propri "lager di Stato", ma si sa che colpire i grandi Centri di accoglienza significa colpire anche interessi politici. Prendersela con i più deboli e con le piccole realtà che funzionano è molto più facile.

Facciamo quello che abbiamo detto in campagna elettorale
Peccato che questo governo sia frutto di un "tradimento". In campagna elettorale Salvini aveva giurato (e sottoscritto un accordo) che sarebbe rimasto nell'area di centro-destra. I cinque stelle invece avevano giurato ai loro elettori che mai si sarebbero alleati con altri partiti.

La conseguenza è quella di un governo litigioso che sui grandi temi si divide. Grandi opere, reddito di cittadinanza, pensioni, lo stesso decreto sicurezza, non sono altro che il frutto di estenuanti mediazioni e di ricatti sottobanco, se tu mi dai quello io ti do quest'altro. Non direi proprio che era quello che entrambi i parti avevano promesso ai loro elettori. I loro provvedimenti "bandiera" risultano annacquati, fatti approvare solo per poterli sbandierare come "vittorie"

Le politiche in Africa
Il ministro Salvini e di recente anche il premier Conte hanno sbandierato i loro viaggi in Africa come una politica per facilitare i rimpatri e impedire le migrazioni verso l'Europa in cambio di aiuti.

Il problema è che tutti questi viaggi sono stati fatti alla corte di dittatori e despoti africani al potere da decenni, che si sono sempre impadroniti degli aiuti umanitari provenienti dall'Europa e che di certo non hanno a cuore i loro popoli.

Ed in effetti, dei viaggi in Africa, ancora nessuno effetto concreto. Insomma, la così detta politica bilaterale africana, è solo una foglia di fico da presentare ai propri sostenitori per dire che "loro" stanno facendo qualcosa.

Ecco perché l'Europa disegnata da Salvini NON esiste. Fallita ancora prima di nascere
Vogliono superare il regolamento di Dublino, ma poi votano contro quando il Parlamento Europeo ha cercato di regolamentare la materia dell'immigrazione.

Vogliono la ridistribuzione dei migranti in Europa, ma poi si alleano proprio con quei paesi che hanno chiuso le porte ai migranti e hanno dichiarato esplicitamente che loro non accoglieranno mai nessuno.

La marcia su Bruxelles (in vista delle elezioni europee di maggio) della galassia dei partiti della destra nazionalista è sparpagliata e disunita. Nemmeno lo sforzo di Salvini di disegnare una rete paneuropea ha prodotto una reale convergenza d'azione, tra movimenti politici che hanno gli stessi slogan ma che si dividono, e talora contrappongono, per le differenti strategie.

Sulla carta l'alleanza sovranista in vista delle prossime europee sembrava un piatto già pronto e servito, di fatto non è così. Nei sondaggi gli ultraconservatori, i nazionalisti, i populisti in ciascun Paese dell'Unione Europea sono dati in ascesa. Il vento tira in quella direzione, tanto in Polonia quanto in Francia.

L'idea del ministro degli Interni italiano era di mettersi alla guida del carro dove avrebbero trovato posto tutti questi gruppi di estrema destra, andando a confluire in una famiglia politica alternativa ai due grandi e storici blocchi: popolari e socialisti.

le ruote del carro però non girano, frenate a causa della troppa litigiosità. Ad esempio il movimento polacco PIS (Diritto e Giustizia) di Jaroslaw Kaczynski fomenta il risentimento anti-russo. E per lui sarebbe ingombrante entrare in un'alleanza dove, direttamente o indirettamente, la voce e le pressioni di Putin sono forti. Mentre per molti partiti populisti europei è imbarazzante condividere un percorso insieme al neo-fascismo di Marine Le Pen.

In definitiva, la campagna elettorale che ci porterà al rinnovo del Parlamento Europaeo è scandita da un inequivocabile cambio di registro da parte dei sovranisti storici, da forze anti-sistema ai partiti di governo, maturando la vocazione alla normalizzazione una volta raggiunto e preso il potere: intoccabile l'euro, patto di stabilità, e fonti europei.

Del manifesto per la demolizione del condominio europeo della passata legislatura non c'è traccia, siamo al classico condono. Ciononostante l'obiettivo non dichiarato è quello di raggiungere i numeri per formare una maggioranza assieme ai popolari, secondo il modello austriaco. Socialisti permettendo.

Che Salvini in Europa si sarebbe ritrovato con un pugno di mosche lo si era capito da tempo, nessuno dei suoi "amici" è intervenuto in aiuto del governo italiano sulla manovra durante lo scontro con Bruxelles. Nessuno degli stati presi da lui a modello ha aperto le porte alla ridistribuzione dei migranti.

Non avendo una propria credibilità internazionale si è messo sulla scia delle relazioni diplomatiche di Netanyahu. In Israele purtroppo la società è sotto l'incubo perenne della guerra.

Nell'Italia di Salvini siamo l'uno contro l'altro in una epocale battaglia del "bellum omnium contra omnes". Il falco della destra israeliana poggia il proprio riconoscimento sulla sicurezza nazionale del suo Paese, il ministro Salvini invece sul respingimento dei migranti fatto in maniera brutale e al limite dei diritti umani. Uno indossa abiti sartoriali, l'altro felpe e divise.

Essere uno statista, sicuramente criticabile, e un politico molto popolare e discutibile, non è la stessa cosa.

De Gasperi, che fu un vero statista italiano, diceva che "Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista pensa alle prossime generazioni". Non vedo oggi in Italia politici in grado di pensare alle prossime generazioni, tutti, da Salvini ai suoi colleghi di governo, pensano solo alle prossime elezioni. Oggi stanno pensando alle prossime Europee, domani penseranno alle prossime elezioni regionali e nazionali, insomma vedo solo politici che inseguono esclusivamente il consenso popolare .. con ogni mezzo e a costo di qualsiasi falsità, bluff e "nefandezza".




Articolo di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

domenica 13 gennaio 2019

Manifesto delle Ragazze di Benin City. Fermiamo insieme la mafia nigeriana che ci rende Schiave

La prima volta che vai sulla strada per "lavorare" sei nel panicoHai paura, tristezza. Ti senti umiliata. Io ricordo la stradaRicordo il marciapiede. Ricordo la mia vergogna di stare lì, con dei vestiti assurdi.


E l'attesaRicordo l'attesa che qualcuno arrivasse e mi facesse un segno dal finestrino abbassato, che mi dicesse vieni, che dicesse quanto. Ricordo ancora la voce dei primi che mi hanno chiamata, e la mia voce che rispondeva no, no, NO! Non voglio farlo.

Ma poi mi tornava nella testa il ricordo delle botte della mia mamam, il dolore di quelle sigarette spente sulle mie gambe, sulle mia braccia, sul mio seno, di quando rientravo e non avevo guadagnato abbastanza.



Prendiamo atto che
Dallo scorso anno c'è stata una drastica riduzione di arrivi di ragazze nigeriane, dobbiamo però tenere conto che negli anni precedenti, dal 2015, sono arrivate in Italia più di 20.000 ragazze, e che due su cinque sono minorenni. Almeno l'80% di queste nuove ragazze adesso sono in strada, costrette a fare le prostitute. Carne fresca in pasto ai lupi affamati.

E se sommiamo anche quelle che erano già in Italia prima del 2015, sulle strade italiane siamo in più di 30.000, costrette a stare li con la vergogna di quei "vestiti assurdi" addosso. Trentamila, come una piccola città, tante, tantissime, troppe. Noi nigeriane siamo un terzo di tutte le prostitute che attualmente "lavorano" in Italia.

In Libia
Pensiamo molto a quelle di noi che sono ancora in Libia, sono migliaia, molte migliaia, che non possono più partire, che non possono più tornare indietro. Alcune di noi sono rimaste là per molti mesi, anche due anni. Prigioniere in Libia, picchiate e torturate quasi ogni giorno, stuprate anche da più uomini alla volta, costrette a diventare prostitute nelle "connection house". Loro laggiù stanno ancora peggio di noi.

My Lord
I offer to you the white rose of my soul.
Men who buy me not see my suffering.
Only you my Lord, you can grow the white rose in the garden your mercy.

My Lord
Send me someone to take me away from here.
My Lord
You know I don't want to be here.
My Lord
You know that this is not that I want to do.

Mafia nigeriana
La DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) ci dice che la mafia nigeriana in Italia ha migliaia di affiliati, è in crescita e fa affari con le mafie locali (mafia siciliana, camorra, 'ndrangheta e sacra corona unita). Affari come traffico di droga, spaccio, riciclaggio .. e ovviamente "sfruttamento della prostituzione", sfruttano noi ragazze nigeriane, sfruttano le loro connazionali proprio qui in Italia dove per noi ci sono sempre tanti clienti.

Fra quelle decine di migliaia di affiliati alla mafia nigeriana ci sono anche le nostre "mamam" che ci picchiano se non portiamo a casa abbastanza soldi, e poi ci cono anche i "boys", quei ragazzi che ci stuprano se diciamo di no, o se vogliamo smettere, o se pensano che li vogliamo denunciare.

Alla mafia nigeriana noi dobbiamo pagare il "viaggio", ci chiedono di pagare 30-40.000 euro, ma a quelle più belle e giovani anche di più, e finché il debito non è pagato loro ci hanno in pugno, minacciano i nostri familiari che sono ancora in Nigeria. Loro ci hanno fatte venire qui dicendoci bugie e falsità, ci hanno costrette a giurare con il "ju-ju", ci hanno ingannate.

Clienti
I clienti italiani appunto. Sono almeno tre milioni e mezzo quelli che abitualmente frequentano prostitute, poi c'è un altro paio di milioni che vanno a puttane ogni tanto e altri 4 milioni che almeno una volta hanno pagato una prostituta per fare sesso.

Un maschio italiano su tre ha pagato, almeno una volta, una prostituta

Noi "Ragazze di Benin City" abbiamo clienti di tutte le età, ricchi e sbandati, raffinati e sporchi da far schifo, giovani e vecchi che nemmeno gli tira più, vengono a raccontarci delle loro mogli, delle loro fidanzate, dei loro figli. Ma che "stronzi". Ci raccontano che vanno perfino in Chiesa e che sono impegnati nelle parrocchie. C'è tanta ipocrisia in certi "cattolici" italiani.

A volte ci chiedono di fare sesso anche con più uomini, ci invitano nelle loro feste. Altre volte sono perfino le donne e le ragazze che ci chiedono di fare sesso con loro.

Ormai in tanti vogliono filmare mentre lo facciamo, ci pagano perfino di più. Ma ormai non ce lo chiedono nemmeno più, fanno i loro bei video a nostra insaputa con noi e basta e poi li pubblicano nei siti porno, vogliono far vedere al mondo il loro pisello, vantarsi della loro miseria.

Ci chiedono rapporti senza protezione. Molte di noi accettano anche tutte queste "schifezze", ma solo per pagare prima quel debito.

Papagiro, così li chiamiamo noi quelli che ogni giorno se ne prendono una diversa, ormai li conosciamo bene quelli che ci girano intorno quasi tutti i giorni. Ma ci sono anche altri che si innamorano di noi, che ci vogliono aiutare, non sanno nulla di noi. Poverini, ci danno soldi con la scusa che ci vogliono aiutare, ma alla fine anche loro vogliono sesso da noi, e così ci sentiamo di nuovo "comprate", anche da chi dice di amarci.

Ci sono anche i clienti violenti, che ci minacciano e ci costringono a farlo gratis, che quando ci siamo appartati e soli ci derubano, diventano cattivi e ci stuprano.

Siamo quelle che "costano" meno di tutte, a volte la diamo via anche solo per 10 euro e anche meno. Siamo in tante, c'è concorrenza anche fra di noi. Lo facciamo per non essere picchiate o maltrattate se torniamo con pochi soldi. A volte ci capita di essere costrette ad avere anche dieci o più clienti al giorno.

Se restiamo incinta i nostri sfruttatori ci costringono ad abortire. Ci costringono a "lavorare" sempre, con qualsiasi tempo, freddo o caldo torrido, pioggia o neve. Ci costringono a "lavorare" anche se siamo ammalate. Alcune di noi sono perfino morte per questo.

Abbiamo paura
Se non ci fossero così tanti "clienti" in Italia non ci farebbero arrivare.

Ci minacciano, ci dicono in continuazione che uccideranno i nostri genitori, faranno del male alla nostra famiglia che è ancora giù, in Nigeria, a Benin City, la città di molte di noi. Non conosciamo niente dell'Italia, gli italiani che frequentiamo sono solo "clienti", quelle poche parole della lingua italiana che riusciamo a dire fanno solo riferimento al sesso.

Viviamo rinchiuse come in una gabbia di ferro dentro la quale c'è posto solo per i nostri sfruttatori, per i nostri "clienti" e per le nostre amiche nigeriane, ma anche loro sono costrette a fare le prostitute.

A volte andiamo nelle nostre chiese pentecostali dove conosciamo altri nigeriani che ci guardano storto perché conoscono il "nostro" mestiere. E se ci confidiamo con il Pastore della Chiesa quello ci dice che il "debito" va pagato, e così ci sentiamo ancora di più in gabbia, e la nostra diffidenza verso gli altri aumenta ancora di più.

Alle associazioni di volontariato
Vi chiediamo aiuto, vi preghiamo di aiutarci, di proteggerci, se necessario siate severi con noi. Molte di noi sono ribelli, ma hanno solo paura. Non sappiamo l'italiano, a volte non riusciamo a farci capire da voi.

Sappiamo che fate tanto per noi, e quando le prime volte che parliamo con voi ci rassicura di più una donna che conosca la nostra lingua, noi non abbiamo studiato, spesso non sappiamo leggere nemmeno l'inglese.

Grazie per tutto quello che fate per noi. Abbiamo solo bisogno di essere protette e di avere attorno a noi persone amiche e di amici di cui possiamo fidarci. Abbiamo bisogno di "affidare" a chi ci vuole bene le nostre vite da ricostruire.

Vite rubate alla nostra adolescenza, alla nostra giovinezza di ragazze, ai nostri sogni

Alle autorità di polizia
Vi preghiamo, prendeteci quando ci vedete in strada. Fate retate a più non posso, ma non una ogni tanto solo per fare qualcosa, ma ogni giorno per tanti giorni di seguito, in modo continuato. E quando ci prendete non rilasciateci solo perché la prostituzione non è reato, così siamo costrette a tornare dai nostri aguzzini.

Affidateci a chi sapete che può aiutarci, per denunciare i nostri sfruttatori abbiamo bisogno di tempo, di riconquistare la fiducia negli altri. Dovete avere pazienza con noi. Noi non siamo semplicemente "migranti" ma siamo "vittime di tratta", vere e proprie schiave sessuali. Cercate di capire almeno questo quando ci prendete e ci portate in questura o nelle caserme dei carabinieri.

Rimandateci piuttosto in Nigeria. Molte di noi piangeranno e si dispereranno, ma per noi adesso che abbiamo conosciuto l'inferno, è sempre meglio essere povere nel nostro paese piuttosto che essere schiave qui in Italia.

Alla giustizia italiana
Voi giudici state facendo dei disastri. Noi denunciamo chi ci ha fatte arrivare in Italia, denunciamo le nostre mamam e i nostri sfruttatori, la polizia fa le indagini e li prende e succede quasi sempre, ma poi voi, in attesa del processo, li rimandate ai "domiciliari". Così loro scappano e vengono a cercarci per ammazzarci, per farci del male, per vendicarsi. Cari giudici, questo lo dovete sapere, che così per noi sarà sempre più difficile denunciare.

Come ci possiamo fidare ancora di voi ??

Passa troppo tempo per fare i processi ai nostri sfruttatori arrestati, ci vogliono lunghi anni, loro hanno i soldi, pagano i migliori avvocati, e alla fine riescono perfino a cavarsela con poco dopo tutto il male che ci hanno fatto.

Ai tantissimi nigeriani onesti che sono in Italia
Non siate "omertosi", non fate più finta di non vedere. Voi lo sapete che nella casa vicina, in quell'appartamento del vostro palazzo, che proprio lì c'è una mamam, una signora che ospita ragazzine che ogni giorno scendono in strada. Denunciate quella signora che fa "business" sulla pelle di "quasi bambine" che magari hanno l'età delle vostre figlie. Non dite più "non è affar mio". Denunciate, aiutate a stanare questi covi dove si celano sfruttatori e sfruttatrici del nostro paese.

E anche voi degli "African Shop" aiutate la polizia ad individuare chi vi compra preservativi, chi vi noleggia video di un certo tipo, voi di sicuro sapete chi sono le ragazze sfruttate e chi sono i loro sfruttatori.

E voi Pastori delle Chiese Pentecostali smettetela di proteggere i nostri sfruttatori e le nostre sfruttatrici solo perché elargiscono cospicui contributi al vostro "Dio", a voi e alla vostre chiese.

Smettetela di sfruttare l'ingenuità di ragazzine appena arrivate, che si credono costrette a rispettare quel "giuramento", aiutatele invece a credere nel vero Dio, quello che non vuole soldi, dite loro che quel "giuramento" non è più valido e che anche l'Oba di Benin City ha detto che quei "giuramenti" non hanno valore. Loro si fidano di voi, pastori delle Chiese Pentecostali.

La Nigeria
Il nostro paese di origine non ci aiuta. Non ci aiuta a fermare le partenze di questo traffico ignobile. Il nostro paese, lo chiamano anche "il gigante dai piedi d'argilla", un posto dove c'è tanto petrolio ma poca benzina.

Il nostro paese di origine è troppo impegnato a combattere Boko Haram, è troppo impegnato ad eleggere il nuovo presidente (fra un mese ci sarà il voto), è troppo corrotto e la mafia nigeriana paga bene per far chiudere gli occhi a tutti quelli che potrebbero impedirci di uscire dalla Nigeria e andare incontro al deserto da dove non si può più tornare indietro.

E figuraci se il nostro paese aiuta proprio noi, ragazze poverissime, poco istruite, che arriviamo da villaggi sperduti, da campi profughi di gente in fuga dalle atrocità di Boko Haram, noi che arriviamo dalle periferie maleodoranti di città come Benin City.

Figurarci se aiuta noi che siamo in gran parte di etnia Igbo, un popolo massacrato durante la guerra del Biafra, spogliato delle terre per far posto ai pozzi di petrolio, un popolo che vuole solo la sua indipendenza, che vuole riavere solo la sua terra ora inquinata dalle multinazionali del petrolio, dove è diventato impossibile coltivare, pescare, vivere.

Il governo del cambiamento italico
Se prima almeno alcune di noi, quelle che denunciavano, quelle che accettavano un aiuto per uscire dalla schiavitù, potevano avere un minimo di "protezione umanitaria" e fare un percorso di integrazione, ora, con il quel famigerato "decreto sicurezza" ci hanno tolto anche la "protezione umanitaria". Ci stanno buttando fuori dagli Sprar, dai percorsi di recupero e di integrazione, dai Cara. Abbiamo il diritto a restare in Italia per legge, ma non più il diritto ad avere una casa, a studiare, ad avere un luogo in cui vivere.

Il governo del cambiamento italico ci vuole ancora in "strada", in balia dei nostri sfruttatori. O magari vorrebbe per noi le "case chiuse" affinché i nostri sfruttatori, non siano per noi solo "sfruttatori", ma anche i nostri "padroni". Patroni anche delle nostre vite.

Vogliamo ricordare a questo governo del cambiamento italico che noi, Ragazze di Benin City, non siamo migranti, ma schiave, schiave sessuali, vittime di trafficanti di esseri umani. Non dovete perseguire noi che siamo le vittime ma i nostri sfruttatori, dovete perseguire, arrestare e tenere in carcere quelli che ci hanno fatte arrivare in Italia.

Dovete fare una legge per punire i nostri clienti, chi ci compra, anche loro sono i nostri sfruttatori

Mio Signore
ti offro la rosa bianca della mia anima.
Gli uomini che mi comprano non vedono la mia sofferenza.
Solo tu mio Signore puoi coltivare la rosa bianca nel giardino della tua misericordia.

Mio Signore
mandami qualcuno che mi porti via da qui.
Mio Signore
tu sai che non voglio stare qui.
Mio Signore
tu sai che non è questo che volevo fare.

Italiani
Tanti italiani, ultimamente sono diventati in troppi, ci considerano semplicemente "migranti". Non persone da aiutare perché schiave, ma solo corpi da comprare per fare sesso, carne da macello buona per soddisfare i peggiori istinti degli "ipocriti" che vanno in Chiesa, che dopo aver salutato mogli, figli o fidanzate vengono da noi per farsi fare un pompino a pochi euro.



Ci dicono "sporca negra torna a casa tua", ma quando ci vedono nude andiamo bene anche se siamo "nere"


La nostra Campagna Informativa
"Le Ragazze di Benin City"
- clicca qui -




Articolo di
Maris Davis


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venerdì 11 gennaio 2019

Le ragazze di Chibok, l'Hotel Supramonte e Fabrizio De André. Il rapimento

Il “rapimento” tra cronaca, musica, filosofia e psicologia. Gli occhi bendati di donne in fiamme e uomini soli che urlano pietà nel silenzio assordante della barbarie umana.


“E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo
Tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
E una lettera vera di notte falsa di giorno
Poi scuse, accuse e scuse senza ritorno
E ora viaggi, vivi, ridi o sei perduta
Col suo ordine discreto dentro il cuore
Ma dove, dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore?”


C'è una filosofica analogia tra il rapimento di Fabrizio De André, di cui proprio oggi si ricordano i 20 anni della sua scomparsa, e della moglie Dori Ghezzi avvenuto nel 1979, con quel rapimento di ragazze, studentesse all'epoca giovanissime, avvenuto a Chibok nel mia Nigeria nell'aprile 2014.

De André racconta il suo rapimento nella canzone "Hotel Supramonte", mentre quelle ragazze nigeriane ricordano il loro nei diari e nei racconti di quelle sopravvissute e che oggi sono libere.

Dove finisce l’amore di chi è prigioniero, solo, dimenticato. Resta sospeso a mezz'aria nelle beghe di un tempo che è signore distratto e bambino che dorme. Resta impigliato nei pensieri di chi continua a rivolgere lo sguardo al Cielo aspettando di riabbracciare chi sembra ormai perduto in un domani sempre troppo incerto, di nuvole e sole. Resta tra le dita di chi ha ancora paura e si prende per mano. Resta o svanisce, tra le albe e i tramonti di giorni lunghi e senza parole.

Senza parole sono i giorni e senza parole restano le menti e i cuori. Quei cuori dall'ordine discreto, quei cuori che Fabrizio De André si chiede “ma dove”, dove sono.

È una poesia struggente cantata su note altrettanto malinconiche e con voce non meno graffiante quella dell’Hotel Supramonte.


Il rapimento
I versi, pregni di una tristezza dolce e di una pacatezza aspra, celano il racconto dell’esperienza della prigionia vissuta da Fabrizio De André e da sua moglie Dori Ghezzi in seguito al rapimento avvenuto la sera del 27 Agosto 1979. Il titolo della canzone si riferisce, appunto, al Supramonte, la catena montuosa che si snoda nella zona centro-orientale della Sardegna, da sempre nascondiglio di banditi, latitanti e contrabbandieri. Il cantautore e la compagna vennero poi liberati, in seguito al pagamento di un cospicuo riscatto, rispettivamente il 22 e il 21 Dicembre dello stesso anno.

Ma quante donne in fiamme e quanti uomini soli vivono la stessa tragedia sperimentata da De André e sono condannati ad una sorte ancora più infausta e drammatica? Sono tanti i casi di rapimento riportati dalla cronaca, sono molti i mandanti e altrettanti i carcerieri che si macchiano di un reato così brutale. Alcuni di loro vengono smascherati. Altri, invece, restano senza volto, mentre le loro grida continuano ad echeggiare nelle orecchie delle loro sfortunate vittime, come un incubo che ama ritornare e tormenta.

Il caso Chibok. “Passerà anche questa stazione senza far male. Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
È di questa estate la notizia della condanna a 20 anni di reclusione per un uomo accusato di essere implicato nel rapimento di oltre 200 ragazze dalla loro scuola di Chibook, avvenuto nell’aprile del 2014 nel nord-est della Nigeria, da parte degli estremisti di Boko Haram.

#BringBackOurGirls. Una notizia che ha riportato agli onori della cronaca un rapimento che quattro anni fa sconvolse il mondo e che ancora oggi resta un capitolo aperto.

Cos’è Boko Haram. “Un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve
Boko Haram” è una traduzione nella lingua haussa di una frase secondo cui l’educazione occidentale è un peccato.

I miliziani di questa formazione non credono che la Terra sia rotonda perché nel Corano non c’è scritto, così come non credono che la pioggia sia un fenomeno di evaporazione e condensazione dell’acqua perché la pioggia è una benedizione oppure una maledizione di Allah.

Si deve la nascita di Boko Haram all’imam Mohamed Yusuf, che diede vita a questo gruppo di integralisti nel 2002. Basti pensare che, secondo tale predicatore, la scienza avrebbe dovuto essere bandita dalla Nigeria, così come la democrazia, da sostituire con la sharia, la legge islamica.

Tuttavia, il punto di svolta per il movimento si ebbe nel 2009, quando il fondatore fu arrestato e ucciso in carcere dopo una presunta insurrezione da lui guidata nella città di Maiduguri, capitale dello Stato di Borno. Il suo posto come capo, spirituale e militare, fu preso da un altro religioso, Abubakar Shekau, che negli anni successivi cambiò la strategia del gruppo, rivoluzionando il loro modus operandi.

Fino ad allora i fanatici di Boko Haram si erano limitati a protestare minacciosamente e pubblicamente contro le scuole di tipo occidentale, contro il presunto allentamento dei costumi, contro la polizia che non puniva severamente malavitosi e commercianti di alcol e contro la dilagante corruzione dei politici e dei militari.

Incutevano timore, sì, ma chiunque li avesse visti avrebbe probabilmente pensato che non sarebbero potuti andare molto lontano e si sarebbero estinti progressivamente col tempo. Del resto, potevano solo contare su bastoni e machete.

Eppure, qualsiasi individuo si fosse recato a Maiduguri nel 2014 non avrebbe potuto fare a meno di constatare, con una certa inquietudine, che Boko Haram aveva armi automatiche in quantità, combattenti esperti, una buona capacità logistica, enormi riserve di esplosivo e militanti in grado di usarlo con perizia, tanto che dopo il cambio della guardia le nuove direttive prevedevano uccisioni di religiosi musulmani moderati, attentati suicidi nei mercati, distruzioni di villaggi e rapimenti di bambini per farne soldati.

Dal 2009 deecine di migliaia di persone sono morte e 2,7 milioni sono fuggite dai villaggi distrutti

Certamente vi furono interessi locali, politici ed economici che traevano un ingente profitto dall'esistenza di Boko Haram e della psicosi che i suoi militanti seminavano. Ma è altrettanto certo che a partire dal 2012 si fecero sentire anche pressioni esterne, in particolare quelle provenienti dal jihadismo mediorientale.

Tirando le somme, la conclusione indubbia per chiunque avesse assistito all'evoluzione del gruppo sarebbe stata allora che qualcuno, evidentemente, aveva voluto investire sul terrore. Un terrore sempre meno provinciale e sempre più aggressivo. Un terrore che ringhia ed uccide soprattutto adesso.

Chibok e la foresta di Sambisa. “Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
Chibok è una piccola città del nord-est della Nigeria appartenente allo Stato di Borno. Isolata e protetta dalle montagne, nel Settecento divenne un rifugio per chi scappava dai trafficanti di schiavi, fu una delle ultime località nigeriane a passare sotto il controllo britannico durante il colonialismo.

Se la popolazione del nord della Nigeria è per la maggior parte musulmana, Chibok è una piccola eccezione: nel 1941 una coppia di missionari statunitensi arrivò nella città e ne convertì gran parte degli abitanti al cristianesimo.

Da allora, i diversi gruppi religiosi hanno vissuto abbastanza bene insieme, almeno fino all'arrivo di Boko Haram

Nel 2014, 276 studentesse di Chibok furono rapite nella notte tra lunedì 14 e martedì 15 aprile. La scuola femminile della città, che era anche un convitto, aveva tutte le caratteristiche per non piacere a Boko Haram. Alle sue studentesse erano insegnati i principi scientifici e studentesse musulmane e cristiane studiavano fianco a fianco. Scambiavano pensieri. Creavano idee. Erano perciò pronte a cambiare quelle a cui erano state educate e a diffondere le proprie. Forti dell’arma sola della cultura.

Le ragazze furono portate nella foresta di Sambisa, che, per parafrasare ancora una volta De André, divenne il letto di un bosco che ormai aveva il loro nome. Qui si trovava la base di Boko Haram e qui furono divise tra cristiane e musulmane. Le musulmane furono costrette a sposare dei miliziani e lo stesso accadde alle cristiane che accettarono di convertirsi all'Islam.

Le ragazze cristiane che rifiutarono la conversione, le “peccaminose”, furono invece ridotte in schiavitù, costrette a dormire all'aperto e a compiere vari lavori duri, oltre a cucinare per i miliziani, curare quelli feriti e seppellire quelli morti, divennero schiave sessuali. I loro guardiani le separarono in piccoli gruppi e continuarono a spostarle nelle varie basi per tenerle nascoste.

Per molto tempo, prima di rendersi conto del loro valore come ostaggi, Abubakar Shekau le considerò una “seccatura, poiché a differenza di quanto avveniva con i bambini rapiti, non poteva usarle come soldati ed era per di più obbligato a provvedere al loro sostentamento e a impegnare degli uomini nella loro sorveglianza. Provò a costringerle a studiare l’Islam, ma ciò non servì a molto.

La maggior parte delle ragazze cristiane non si convertì mai all'Islam, nemmeno quando i miliziani dissero loro che le avrebbero liberate se tutte si fossero convertite.

Si fecero forza a vicenda, sfruttando il fatto di conoscere una lingua parlata a Chibok, il Kibaku, che i miliziani non conoscevano

Verso la libertà. “Giorni lunghi e senza parole, giorni incerti di nuvole e sole
A metà 2016 furono pianificati due scambi. Nel primo Boko Haram avrebbe liberato 20 ragazze in cambio di un milione di euro; se lo scambio fosse riuscito, ce ne sarebbe stato un secondo al prezzo di due milioni di euro, cifra corredata dal rilascio di cinque miliziani prigionieri del governo nigeriano. Il presidente Buhari acconsentì all'accordo tra Mustapha, interlocutore con cui il gruppo terroristico aveva accettato di contrattare, e Boko Haram, chiedendo che il pagamento del riscatto fosse un primo passo verso un accordo di pace.

Il primo scambio avvenne, così, il 13 ottobre 2016: furono rese libere 21 ragazze, una in più in segno di riconoscimento per Mustapha e per il suo lavoro con gli orfani dei miliziani di Boko Haram. Il secondo scambio avvenne invece, il 6 maggio 2017.

82 ragazze fecero così ritorno alle loro vite

Queste giovani donne adesso studiano musica, letteratura ed informatica all’Università Americana della Nigeria, a Yola, nello stato di Adamawa: i loro studi sono pagati dal governo.

Oggi, un capitolo ancora aperto tra paura e speranza. “Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano. Cosa importa se sono caduto, se sono lontano
Delle 276 studentesse rapite a Chibok nel 2014, 163 sono ad oggi libere, 57 fuggirono poco dopo il rapimento, altre 3 scapparono in seguito, e 103 furono liberate grazie alla trattativa organizzata dalla Svizzera.

Delle rimanenti 113, si stima che almeno 13 siano morte, la maggior parte a causa di bombardamenti aerei, altre di malaria, di fame o per il morso di serpenti; di quelle costrette al matrimonio, 2 sono morte di parto.

Delle 276 studentesse rapite a Chibok nel 2014, CENTO sono ancora prigioniere di Boko Haram

Inoltre, secondo l’UNICEF, dal 2013 più di 1.000 bambini e bambine, e altrettante donne sono state rapite da Boko Haram nel nord-est della Nigeria, sono stati uccisi almeno 2.295 insegnanti e distrutte più di 1.400 scuole. La maggior parte di queste non sono state più riaperte. Un milione di bambini non può più andare a scuola.


Il diario dell’orrore e il racconto di Naomi Adamu. “Grazie a te ho una barca da scrivere, ho un treno da perdere
Durante la prigionia, Naomi Adamu, una studentessa rapita e poi resa libera, scriveva di nascosto quello che vedeva e sentiva, facendosi portavoce di una cronaca straziante narrata con gli occhi di chi ha visto l’orrore e l’ha vissuto sulla propria pelle.

Il diario è stato scritto su uno dei quaderni che i miliziani avevano dato alle ragazze per prendere appunti durante le lezioni sul Corano a cui le obbligavano a partecipare.

Dopo aver scoperto che alcune ragazze usavano i quaderni come diari, i miliziani glieli bruciarono. Adamu riuscì a salvare i propri, tenendoli nascosti tra la biancheria intima. La BBC ha pubblicato i passaggi più salienti di quel diario.

«Sono venuti da noi e ci hanno detto: “Per le musulmane, è l’ora della preghiera”. Dopo la preghiera, hanno detto: “Ora le musulmane si mettano da una parte e le cristiane dall’altra”. Poi abbiamo visto che avevano una tanica nella macchina e abbiamo pensato che fosse benzina. Ci hanno detto: “Chi e quante di voi vogliono convertirsi all’Islam?”. Allora molte di noi, per paura, si sono alzate e sono andate dentro… Hanno detto: “Quelle che sono rimaste vogliono morire, è questa la ragione per cui non volete essere musulmane? Vi bruceremo…”. Poi ci hanno dato quella tanica, che pensavamo contenesse della benzina. Non era benzina, era acqua»

«Ha aperto il Corano e ha cominciato a leggerlo, poi è arrivato a un passaggio che dice che chiunque loro rapiscano durante il jihad è loro, possono farci quello che vogliono… Non è un dovere per una persona coprire il corpo, ma ci hanno dato gli hijab perché non volevano vedere il nostro corpo, che li farebbe peccare e questa è una cosa molto brutta»

«Ci hanno detto che quelle che non accettano di diventare musulmane sono come pecore, mucche e capre… Che le avrebbero uccise… Poi Malam Abba ha detto che quelle che non si sarebbero convertite dovevano stare separate, non dovevano andare da quelle che erano diventate musulmane. Ci ha detto di stare separate, che ci avrebbero preparato un altro posto. Un altro ha detto invece che saremmo rimaste insieme»

«Dio mi ha salvata», la fede come “condanna” e come ancora di salvezza. “Grazie al Cielo ho una bocca per bere e non è facile
«Ho pregato chiedendo a Dio di salvarmi e lui lo ha fatto. So che è stato merito suo». Joy Bishara è un’altra delle 276 ragazze rapite. Caricata con tutte le altre sul camion diretto nella roccaforte jihadista, è riuscita a saltare giù dal veicolo in corsa, a scappare a perdifiato per ore nella boscaglia e a tornare a casa poche ore dopo il rapimento.



«A un tratto il camion ha cominciato a rallentare, come se si fosse fermato. È successo pochi minuti dopo la mia richiesta a Dio di aiutarmi. Gli ho chiesto di salvarmi e lui lo stava facendo. Ho sentito una voce dire “salta giù» e così, nonostante l’altezza e il timore di morire per l’impatto, Joy è saltata insieme a un’altra amica e ad altre ragazze. Per ore ha corso senza voltarsi indietro nella boscaglia, fino a quando non ha incontrato un motociclista che l’ha aiutata a tornare a casa. «Dopo la fuga sono diventata davvero cristiana. Non si può mai dire quali siano i piani di Dio. Bisogna solo ascoltare e obbedire. È quello che ho fatto. Quando sono arrivata qui negli Stati Uniti mi sono battezzata. È davvero incredibile quello che Dio ha fatto nella mia vita»

Che si abbracci il “credo ut intelligam” o l’“intelligo ut credam”, l’irrazionalità peculiare della religione rende difficile comprendere e capire pienamente il mistero di cui è pregno ciò che appare, agli occhi del protagonista, come “miracolo

Nella storia del Pensiero sono state molte le ‘dimostrazioni razionali’ dell’esistenza di Dio, pensiamo a Cartesio, Anselmo, Tommaso, Kierkegaard, nell’alternarsi di prove e argomentazioni frutto del tentativo di provare la Sua inesistenza. Sicuramente, in questa dichiarazione si cela tutta la meraviglia della fede, svincolata da pretese di Ragione. Una fede pressoché folle, che sola può conferire conforto e speranza anche lì dove potrebbe rappresentare una ineludibile condanna.

Con la mente si può capire una cosa, capirla e carpirla; oppure comprenderla, prenderla dentro di sé, farla propria. È nel secondo caso che sboccia e appassisce la massima agostiniana, «Si comprehendis non est Deus», nel fiorire di una dimensione più alta che sfiora l’Assoluto.

Perchél’educazione occidentale è un peccato”. “E poi scuse, accuse e scuse senza ritorno
Boko Haram”, e il significato del suo nome. Ma se l’educazione occidentale è un peccato, qual è il peccato originale di tale cultura?

Afferendoci a Nietzsche, il retrogusto della “mela”, nel senso proprio di malum (mela e male), ed il cambio di rotta verso nuove colonne d’Ercole viene individuato in concomitanza con la comparsa di Socrate.

Così come Adamo ed Eva commettendo il peccato originale hanno condannato tutti gli uomini al dolore e alla morte, Socrate, con la sua filosofia, ha condannato l’umanità a cadere nella mediocrità e nella decadenza

Nietzsche scorge nell'uomo moderno una mancanza di entusiasmo e di energia. Nel mondo greco, invece, scorge la stagione più alta e più ricca della storia umana, e individua il segreto di quel mondo nello spirito “dionisiaco”. Il dionisiaco è passione ed ebbrezza, è liberazione degli impulsi profondi. Al "dionisiaco" Nietzsche contrappone l’“apollineo”, un atteggiamento esistenziale ispirato dalla ragione e dalla riflessione, dal controllo dei sensi e degli istinti.

Ebbene, quello che Nietzsche sottolinea è che è stato Socrate a inaugurare nella mentalità greca una visione razionale del mondo e delle vicende umane; e secondo il pensatore tedesco la rassicurazione cercata nell'ordine razionale dell’universo è propria di una cultura indebolita e decadente. Con Socrate, l’epoca tragica giunge alla fine, e comincia l’epoca della ragione e dell’uomo teoretico.

Socrate cerca di dare una giustificazione di valore universale a concetti come la saggezza, l’amicizia e la virtù in generale. E, ancora, propone «ottimismo», la credenza nella bontà originaria dell’uomo (la virtù può essere insegnata a tutti e tutti la possono apprendere), con la sua fiduciosa attesa di un mondo felice.

Come può l’uomo che confida in sé stesso e sa di non saper ammettere ciecamente che la terra è piatta e che l’acqua non evapora, come predicato dalla filosofia integralista di Boko Haram. Che è vero solo ciò che è scritto nel Corano, la scienza, le conquiste umane e la ragione "è peccato" e va punito.

La psicologia del rapimento. Rapito, carceriere e mandante. “Ma dove, dov'è il tuo cuore. Ma dov'è finito il tuo cuore?
«I veri prigionieri continuano a essere i sequestratori. Tanto è vero che noi siamo usciti e loro sono ancora dentro». Furono in molti ad essere spiazzati dalle parole di comprensione che Fabrizio De André, dopo quasi quattro mesi di prigionia, riservò ai suoi rapitori. Venne rilasciato, dopo che il padre Giuseppe pagò un riscatto di oltre 550 milioni. Fedele alla sua fama di cantore di umili e diseredati, Fabrizio si costituì parte civile soltanto nei confronti dei mandanti, «le cui condizioni economiche non consentono trovare per essi alcuna giustificazione»

Il cantautore genovese disse addirittura di essere riuscito a perdonare i carcerieri: “Ho perdonato loro [i sequestratori] perché, potendoci fare del male, hanno scelto di trattarci bene. Vorrei che certi catoni, certa gente che mi dice ‘Dovevi prima impiccare e poi perdonare’, vivessero l’esperienza che abbiamo vissuto noi e provassero quanto è importante, in quelle condizioni, essere trattati con umanità

La domanda sorge spontanea, come nasce questo spirito di misericordia verso chi tanto ci fa soffrire?

Ebbene, la psicologia del sequestro di persona è intimamente legata alle peculiarità di questo delitto doloso. L’esperienza insegna che tra le motivazioni alla base di tale reato si trovano prevalentemente quelle a scopo di terrorismo ed eversione, quelle a scopo di estorsione ma anche quelle a scopo di sfruttamento delle qualità intrinseche nel soggetto.

Il sequestro di persona rappresenta così un crimine particolarmente brutale, primariamente perché pone il soggetto in una condizione di moderna “schiavitù”, ma anche perché lo espone ad un elevato livello di violenza per un periodo prolungato di tempo, spesso coinvolgendo in questa violenza anche i congiunti del rapito.

Approfondendo il punto di vista psicologico, nelle dinamiche di sequestro sono presenti diversi meccanismi assai rilevanti. Il principale è quello che intende spogliare la vittima di ogni qualità personale positiva, ostacolando cosi un eventuale processo di identificazione del sequestratore con la vittima stessa, rimuovendo con esso la naturale empatia che impedisce il desiderio perverso di infliggere prolungate sofferenze gratuite ad un suo simile.

In questa operazione il sequestratore si ripulisce la coscienza, superando il senso di colpa e inquadrando il sequestro come un pareggiamento di conti o come un atto dovuto. Di fatto il mandante, invece, di per sé committente di tale barbarie, è propriamente il Ponzio Pilato del rapimento: si lava le mani e delega lo sporco lavoro a carcerieri che, al di là del fatto che siano seriali o meno, accettano l’infausto ruolo per lo più per motivazioni economiche.

Il sequestro ha quindi inizio con la cattura, con un elevato impatto psicologico, per ovvi motivi, sulla vittima ed in certa misura anche sul sequestratore. L’ostaggio viene privato improvvisamente ed in modo spesso violento della sua libertà, quindi delle sue abitudini e talvolta della sua identità.

Non potendo più determinare nulla della sua esistenza viene ridotto ad un oggetto nelle mani dei sequestratori. L’effetto “sorpresa necessario alla cattura costituisce allora in sé per sé un traumatismo, una dolorosa distruzione della sicurezza personale, un crollo nella fiducia del mondo esterno, una chiara percezione di pericolo di vita. Circa invece il sequestratore la cattura coincide con l’inizio dell’attività criminosa, con lo spartiacque nella percezione della propria identità come persona “normale” o come criminale efferato.

Segue a questo punto solitamente una fase di trasferimento durante la quale la vittima percepisce con sempre maggiore chiarezza l’allontanamento dal mondo della sua libertà e l’entrata in un mondo diverso, sconosciuto, ostile, atto a mantenere la sua condizione di “oggetto rubato

Il trasferimento si completa con la prigionia, solitamente messa in atto in luoghi angusti e difficilmente accessibili, sotto la sorveglianza di soggetti spesso pregiudicati o addirittura latitanti, comunque capaci di essere privi di impegni sociali, familiari, lavorativi per lungo tempo.

Un accenno a sé stante nelle dinamiche di sequestro va riservato agli aspetti “vittimologici” relativi alla relazione vittima-carnefice e alle conseguenze in termini di danno psichico per la vittima.

Degna di nota è la famigerata Sindrome di Stoccolma, che prende il nome da una rapina con ostaggi avvenuta in questa città nel 1973, i cui i sequestrati mostrarono elevata solidarietà e identificazione con gli aggressori, verosimilmente attuate in un procedimento teso dapprima a negare le sofferenze che le 131 ore di sequestro armato procurarono loro e successivamente a giustificare il comportamento del rapitore sulla base di sofferenze precedentemente patite dallo stesso.

In questi casi, però, si osserva anche un processo di identificazione del rapitore con la vittima che lo spinge ad attenuare la sua aggressività in un biunivoco sentimento di humanitas che ritroviamo anche nelle parole del cantautore genovese una volta tornato alla libertà, che giunse a dichiarare perfino: «È un luogo [quello della prigionia] dove le tensioni sociali esistono. Ma sono temperate dal contatto diretto con la natura e da una profonda moralità che si estrinseca nel rispetto di alcuni valori fondamentali, come per esempio l’ospitalità. Per quanto strano possa apparire, anche questo ho trovato nei nostri carcerieri»


L’addio al Supramonte. “E ora viaggi, vivi, ridi o sei perduta”
Il 22 dicembre del 1979, alle ore due del mattino, Fabrizio De Andrè lasciò il “suo” Hotel Supramonte, dove aveva visto la neve. Quella stazione era per lui passata, senza far male seppur infliggendo cicatrici profonde e dolceamare. Altri orizzonti aspettavano il suo treno, gli stessi che al confine tra la terra e il cielo aspettano chiunque riesca a riconoscere nuovamente la libertà.

Si può assaporare la libertà in una gabbia, la si può ripudiare quando, invece, si è convinti di possederla. Non esiste prigionia più dolorosa di quella che ci rende sotto scacco del nostro io, delle nostre paure, dei nostri rimpianti, d’altra parte.

Quante vittime in ostaggio riescono a respirare molta più libertà dei loro carnefici? Quante volte siamo noi, carnefici di noi stessi, a soffocarci?

Se si viaggia, si ride, si vive, non si è mai perduti

Anche per coloro che hanno dentro al cuore il loro Hotel Supramonte ed un ordine discreto, questa stazione passerà, come passa il dolore.






Articolo di
Maris Davis


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