domenica 22 luglio 2018

Storie di nigeriane uccise. Una notte di follìa e sadismo tolse la vita a Evelyn

Era la notte tra il 20 e il 21 febbraio 2005 quando Evelyn, nigeriana di 23 anni, venne uccisa da tre quasi coetanei italiani alla periferia di Brescia in una notte di follìa, perversione, sadismo, e razzismo.


Foto di Hitler e scritte naziste nella camera di uno dei tre killer. «L' ipotesi della rapina degenerata non sta in piedi, c'è l'ombra del razzismo», così disse il pm di Brescia subito dopo l'arresto dei tre killer.

«L'hanno uccisa loro, non ci sono dubbi. Resta da chiarire il movente, l'ipotesi della rapina degenerata non sta in piedi». Giancarlo Tarquini, procuratore di Brescia parlò anche di «notte di follia di gruppo dove hanno regnato crudeltà profonda, perversione, sadismo e forse anche razzismo». Evelin aveva solo 23 anni, e fu trovata morta nelle campagne attorno a Brescia.

Durante la perquisizione nella camera di uno degli arrestati i carabinieri hanno trovato collage di fotografie di Hitler, frasi inneggianti al nazismo, una valigetta con scritto «chi tocca muore» con due pistole giocattolo.

E poi c'è quella cintura in pelle, usata per stringere il collo di Evelyn durante quella notte di vero e proprio sadismo. Fu portata da Francesco (uno dei killer), 22 anni di Pompiano (BS), e che getta sulla vicenda l'ombra della premeditazione. «Quel laccio doveva servire per immobilizzarla, non per strangolarla» disse uno degli assassini durante la confessione fiume al sostituto procuratore e ai carabinieri di Gardone Valtrompia e Brescia.

Versione poco convincente perché sarebbe bastato poco, a tre ragazzi, per rapinare una coetanea indifesa. «Ho tentato di fermare gli altri due» ha aggiunto Francesco, scaricando la responsabilità sugli amici-complici, che a loro volta rilanciarono. «L' idea non è stata nostra, ma sua»

«Francesco è un ragazzo intelligente, lucido. Sa cosa dice e lo fa con proprietà di linguaggio. Una personalità inquietante, da studiare», disse il pubblico ministero subito dopo l'interrogatorio.

«Non capisco, non riesco a crederci, è stato travolto da una storia più grande di lui», commentò il datore di lavoro di Francesco. «Sono cinque anni che lavora da noi e qui troverà sempre la porta aperta». Come Francesco, anche Andrea e Stefano (gli altri due assassini) vengono descritti come ragazzi buoni, affabili, educati. Da nessuno una sola parola di pietà per Evelyn, ma solo belle parole per i suoi assassini.

Eppure la sera del 20 febbraio si sono trasformati
Il terzetto non era affiatato: «Andrea non l'avevo mai visto prima, non lo conoscevo», raccontò Francesco. «È stato Stefano, che avevo conosciuto mesi prima, a chiamarmi, dicendo che aveva urgente bisogno di soldi. Così ho pensato che potevamo rapinare Evelin, quella prostituta nigeriana che già conoscevo come cliente»

Scatta la trappola
La telefonata, l'incontro e poi, sull'auto della mamma di Andrea (uno degli arrestati), e quindi il delitto a sei mani. Evelin viene presa a calci, a sprangate, strangolata con la cintura e finita a botte. Non prima di averla violentata e stuprata a turno per almeno un'ora, così accertò anche l'autopsia sulla ragazza.

La sfida
Vicino al cadavere i carabinieri trovarono un biglietto con scritto «Purè», il soprannome che le prostitute nigeriane di Brescia avevano dato a Francesco e del quale lui andava fiero. Una «firma» decodificata più tardi, quando il ragazzo ha commesso errori grossolani quasi a soddisfare il desiderio inconscio di venire catturato.

«L'abbiamo fermato in tempo», disse un carabiniere, «quel ragazzo ci stava sfidando. Rischiavamo di trovarci tra le mani un delitto-fotocopia tra qualche tempo»

Un delitto e tre vite sbagliate
Tre ragazzi (un bresciano e due cremonesi) arrestati per l' omicidio di Evelyn.

Il primo soprannominato "Purè", Francesco, 22 anni, di Pompiano (Brescia). Operaio specializzato. Voleva bene ad Evelin, disse, ma le poi ha teso la trappola portando da casa la cintura di mamma con la quale la ragazza nigeriana è stata uccisa. Ha "firmato" il delitto lasciando sul posto un biglietto con il suo soprannome, «Purè». Sopranome che gli avevano dato le stesse nigeriane. Francesco, reo confesso del delitto, era un simpatizzante nazista.

Poi c'è Stefano, 19 anni, di Soncino (Cremona), il «piccolo» del branco, era impegnato soltanto in lavoretti saltuari. È in camera sua che i carabinieri trovano i collage delle fotografie di Hitler, frasi inneggianti al nazismo e due pistole giocattolo. Sul collo ha tatuato una scritta inquietante «Doc, denominazione di origine controllata, mostro per caso»

Ed infine Andrea, vent'anni, anche lui di Soncino (Cremona), disoccupato, compaesano di Stefano. Non conosceva né Francesco né Evelin. Quella notte, per la «spedizione» alla Mandolossa, alla periferia di Brescia, secondo gli inquirenti, ha messo a disposizione l'automobile della madre all'interno della quale si è consumato il delitto.

La morte di Evelyn fu raccontata nella cronaca di alcuni giornali locali e subito dimenticata, né si sa dove oggi oggi sia sepolta la sua salma, forse restituita ai genitori in Nigeria, o più probabilmente sepolta in un anonimo cimitero del bresciano.

Due anni dopo il delitto, nel processo d'appello (svolto con rito abbreviato), i tre killer sono stati condannati a una pena detentiva di 14 anni ciascuno. Il giudice d'appello, nonostante le evidenze, non ha riconosciuto né l'aggravante per "futili motivi", né quella di "odio razziale". I tre assassini finiranno di scontare la loro pena tra uno o due anni e così molto presto torneranno in libertà.

Per ricordare quelle che, tra di noi, non ci sono più
Raccontiamo queste storie, anche a distanza di anni, per tenere vivo il ricordo di quelle nigeriane che, come me, sono state vittime della più odiosa schiavitù, quella sessuale, e non ce l'hanno fatta a sopravvivere.

Negli ultimi dieci anni almeno 500 ragazze nigeriane sono state uccise in Italia, oltre duemila sono scomparse e di loro si sono perse le tracce, forse sono ancora vive in Italia o in un altro paese europeo, forse sono rientrate in Nigeria, forse sono morte, uccise o sopraffatte da malattie o dall'AIDS.




Articolo a cura di
Maris Davis


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martedì 17 luglio 2018

Il dramma di Vivian intrappolata nel "Juju"

Vivian è stata stuprata e sfruttata già prima di arrivare in Italia, ma in Italia è stata "fortunata", ha trovato subito chi ha potuto aiutarla.


Le ragazze nigeriane sbarcate in Europa sono decuplicate negli ultimi tre anni. Vittime di una rete potente che le sottomette anche con la magia nera e il woodoo. Vivian racconta come anche lei è rimasta intrappolata.

A Vivian non piace ricordare. Tutti i giorni, dal lunedì alla venerdì, si sveglia alle 6.30 e cammina spedita verso la metro che la porterà al lavoro, nella mensa di una scuola elementare di Roma. E si perché oggi Vivian, grazie all'aiuto di un'associazione si è liberata della schiavitù e dei suoi sfruttatori.

Non si volta indietro. Ma ogni tanto il passato calpesta il suo sonno. Si rivede con indosso un vestito bianco macchiato di sangue, rivede "papa" e lo sciamano. Nell'incubo non hanno volto, però ripetono nei suoi confronti quel rituale di quasi quattro anni fa. Tanto è trascorso dal giorno del "juju", variante nigeriana del rituale woodoo, con cui è cominciato il suo viaggio verso l’Italia.


JuJu
«Mi spogliarono completamente nuda, mi fecero indossare una tonaca bianca e inginocchiare su una pozzanghera d'acqua. "Papa" (il ragazzo che l'ha convinta a partire) sgozzò un gallo vivo che aveva portato per l'occasione, squarciò il ventre e ne prese le interiora e le poggiò sulla mia testa schiacciando forte perché il sangue mi colasse sul corpo.

La tonaca bianca iniziò a macchiarsi con il sangue del gallo ucciso, gocciolando a fiotti prima sul mio viso, poi sul collo, sentivo quel sangue perfino sul mio seno mentre lo sciamano cominciò la preghiera che diceva: "Se onorerai il tuo debito la tua vita proseguirà liscia come l’acqua di questo mare. Se non paghi finirai in un vortice. Tu se non onorerai il debito subirai torture e morirai, la tua famiglia sarà per sempre maledetta"

"Poi mi costrinsero a togliere la tonaca bianca bagnata e intrisa del sangue del gallo. Restai così di nuovo completamente nuda, lo sciamano mi si avvicinò, prima mi tagliò una ciocca di capelli e i peli della mia vagina, ed infine con un rasoio affilato mi fece due piccoli segni tra i miei seni". I peli del pube e la ciocca di capelli simboleggiano il pegno da consegnare alla mamam in Italia, la piccola cicatrice tra i seni è il simbolo permanente che ricorda alla ragazza, tutti i giorni, il giuramento.

«Io promisi. Anche se non ci credevo. Non so se ci credevo, in quel momento sentivo che il "juju" era più forte, che mi soggiogava»

Così racconta Vivian (nome di fantasia), ricordando quel momento. Adesso è abbastanza libera da sfidare se stessa nello sforzo di voltarsi indietro, solo per qualche ora.


Iniziano sempre così le storie delle ragazze vittime di tratta dalla Nigeria. Destinate allo sfruttamento sessuale in Europa, in tre anni quelle arrivate via mare in Italia sono più che decuplicate: 433 nel 2013, 1.454 nel 2014, 5.633 nel 2015, 11.009 nel 2016, oltre 9.000 nel 2017. Questi i numeri denunciati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Un aumento spropositato anche rispetto alla crescita generale di persone sbarcate sulle coste italiane nello stesso periodo.

L’approdo di Vivian a Lampedusa si colloca quasi all'inizio di questa curva crescente, nel settembre del 2015. La sua è una vicenda che si discosta, nella prima parte, dal copione classico. Oggi, a differenza di una decina di anni fa, quasi sempre i parenti sanno che le ragazze andranno a prostituirsi, o comunque lo sospettano. È un "mestiere" accompagnato dalla vergogna solo se non ti arricchisci; se invece fai i soldi è tollerato. Per questo sempre più ragazze diventano anche "mamam" (a loro volta sfruttatrici).

«Purtroppo in un Paese dove indigenza estrema e corruzione sono diffusissime, la ricchezza è un valore enorme», osserva Simona Moscarelli, esperta legale dell’Oim. Quello che spesso non si conosce è la portata reale del debito contratto: «Prima era attorno ai 50 mila euro, adesso è sceso a 30 mila. Si tratta in ogni caso di somme che pensano di poter restituire con qualche mese di lavoro in strada. Ma non è così»

Vivian non è stata venduta da familiari consenzienti, spinti dalla povertà, in cerca di una chance di sopravvivenza o di un riscatto sociale. Vivian è finita nella rete di trafficanti e mamam per mancanza di appigli. Il fratello maggiore scomparso in circostanze ignote. La seconda moglie del padre musulmano che, rimasta vedova, si appropria di tutto il poco che hanno e la taglia fuori dalla nuova famiglia. La madre, cristiana pentecostale, uccisa poco dopo da un’infezione da diabete che non aveva potuto curare. Uno zio che le lascia le prime violazioni sul corpo e la violenta ripetutamente.

Sola a 22 anni, incontra l’uomo che ancora oggi chiama "papa". «Probabilmente un trafficante improvvisato», ricostruisce Chiara Spampinati dell’associazione Differenza donna, la prima a parlare con Vivian quando arrivò nel Cie di Ponte Galeria a Roma, convincendola a sporgere denuncia. È lui a prometterle il passaporto e un lavoro in un ristorante in Niger. «Mi spiegò che non mi conosceva, e che quindi prima di andare a Benin City per fare i documenti dovevamo fare il rito, altrimenti non si sarebbe potuto fidare di me», ricorda la ragazza.

Il juju si svolge in una delle piccole località della Nigeria, dove il fiume Niger si divide in tanti rami prima di sfociare nel Golfo di Guinea. Quello subìto da Vivian non è tra i più violenti, «il rito canonico prevede che alla ragazza si taglino una ciocca di capelli, i peli delle ascelle o quelli pubici, e che le si pratichi un taglio tra le scapole, in mezzo al seno oppure sul braccio. A volte si procede durante le mestruazioni, dando alla vittima nuovi indumenti intimi nel corso della cerimonia». Una cerimonia di espropriazione dell’anima, «un atto in cui non conta tanto la violenza in sé, ma il simbolismo. Sancisce la perdita della proprietà di te stessa, è un rito di magia nera, in teoria slegato dalla religione ma percepito come strettamente connesso ad essa, ed è per questo che lo subiscono tutte»

Il lavoro nel ristorante di Agadez, in Niger, durerà pochi mesi. «Il marito della proprietaria mi violentava. Lei lo scoprì, s’infuriò e mi cacciò via». Vivian così finisce nelle mani di una mamam. «Appena fuori, sulla strada di fronte al ristorante vidi una donna su un pick-up. Disse che andava in Libia e si offrì di portarmi con lei. Avrei pagato all’arrivo». Di nuovo senza alternative, spaventata e bisognosa di qualcuno di cui fidarsi, accetta.

La rotta per la Libia è la solita, quella che passa per Dirkou, da anni check-point dei trafficanti prima di passare il confine tra Niger e Libia. «C’erano auto cariche di persone, si fermavano tutti lì a prendere le taniche d’acqua». Ma arrivate a Zuara, in Libia sulla costa del Mediterraneo, dopo qualche settimana come aiutante domestica in una casa, la mamam alza la posta: i soldi che guadagna non bastano per ripagare il viaggio. «Mi mise in contatto con un uomo, che mi portò in una connection house». È il ghetto dell’addestramento verso la schiavitù in Europa: a quel punto il destino delle ragazze come Vivian è già deciso, vengono abituate a prostituirsi, stuprate, torturate.

Connection House, Libia

L’obiettivo è piegarle psicologicamente, ammaestrarle a non fidarsi dell’uomo bianco. «L’instabilità politica in Libia e la presenza di Boko Haram nel nord della Nigeria hanno amplificato la capacità criminale di queste organizzazioni di trafficanti, che con il traffico di donne hanno trovato un business redditizio e funzionale al controllo del territorio». Prima del 2015 le ragazze si muovevano anche in aereo, con documenti falsi, da Lagos verso gli hub di Parigi, Madrid, Milano. Ora i controlli più rigorosi negli scali europei favoriscono la rotta attraverso il deserto e il Mediterraneo.

Questo spiega in parte il forte incremento del flusso via mare. Oltre ad una richiesta, evidentemente alta. E che negli ultimi tempi si caratterizza per un aumento delle minorenni, l’anno scorso le minorenni erano due su cinque, istruite a dichiarare la maggiore età, e di donne incinta.

E poi le violenze già in Libia. Nell'ultima relazione dell’Oim (Organizzazione Internationale per le Migrazioni) si legge che i trafficanti sanno che «la presenza di un bambino piccolo, o di una donna incinta favorisce spesso la permanenza legale delle donne nei Paesi di destinazione, lasciandole più libere in seguito di prostituirsi e quindi di essere sfruttate». E soprattutto per questo che vengono stuprate.

«Dopo circa due mesi l’uomo mi disse, ti porto in Europa con la barca, non so dove finirai ma se ti va bene qualcuno all'arrivo ti aiuterà. Tu non hai nessuno, non ti conviene restare qui»

La partenza avviene da Tripoli, passando per altre violenze in un’altra connection house. Vivian, nella tragedia, è stata fortunata. Il barcone con cui ha fatto la traversata è andato in avaria, nei soccorsi è stata separata dal trafficante che era a bordo con lei, 24 ore dopo l’attracco a Lampedusa era al Cie di Ponte Galeria. Ma non va sempre così. Spesso le ragazze viaggiano con in tasca un "pizzino" con il numero di telefono di una mamam che le aspetta in Italia, e sono proprio le ragazze a dover chiamare.

Perché, per contraddittorio che sembri, le ragazze nigeriane guardano ai loro aguzzini con un sentimento di gratitudine, «come a qualcuno che ha comunque permesso loro di arrivare in Europa; e allo sfruttamento stesso come a un prezzo da pagare per raggiungere una situazione di benessere»

Gli operatori Oim, nel 2017, hanno individuato 6.592 vittime (certe) di tratta sbarcate sulle coste del sud d’Italia.

Ciò significa che otto ragazze nigeriane su dieci che arrivano in Italia sono certamente vittime di sfruttamento sessuale

Se va bene, al porto riescono a parlare con loro, informandole su diritti e vie d’uscita possibili. Ma quelle convinte a denunciare subito sono state appena 91, tra le quali 36 erano minorenni. Nulla, perché soprattutto le nigeriane, hanno paura del "juju", ma hanno imparato molto bene anche a "non fidarsi" degli italiani che dicono di volerle aiutare.

È come svuotare il mare con un cucchiaino. Per l’informativa, colloquio che ogni migrante fa subito dopo lo sbarco alla presenza di mediatori culturali, ci sono pochi minuti a disposizione, la si fa per gruppi nei quali è spesso presente anche la mamam, non c’è privacy. Molte di loro non denunciano perché immaginano maledizioni conseguenti al tradimento del rito woodoo, o temono ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti in Nigeria. Che non sono rare.

«Noi pensiamo che le vittime di tratta siano circa 8 su dieci fra le nigeriane che sbarcano. Per questo è importante, già in Nigeria, lavorare a partire dal fattore culturale e dell'istruzione»

La fine del 2017 e la prima metà del 2018 ha segnato un calo drastico degli arrivi di migranti, e quindi un drastico calo anche di arrivi di nuove ragazze nigeriane a rischio sfruttamento. Ma non sono calati in proporzione anche le partenze dalla Nigeria di queste ragazze che, come Vivian, saranno violentate, stuprate e sfruttate già in Niger, o in Mali, ma soprattutto nelle connection-house libiche dove, con la chiusura dei porti italiani, i periodi di permanenza diventeranno sempre più lunghi, quasi infiniti.

Il neo-ministro dell'interno Salvini va dicendo che chiudendo i porti e impedendo ai migranti di sbarcare, si impedisce anche il business ai trafficanti di esseri umani. Nulla di più falso, ma questo lo sa anche Salvini. A Salvini interessa solo mettere la cenere sotto il tappeto.

Quello che Salvini non vuole sapere è che una volta arrivati in Libia, un paese in guerra, i migranti vengono imprigionati, picchiati, le donne violentate, sfruttate nelle connection-house per mesi e mesi e che, anche se lo volessero, NON possono più tornare indietro.




Articolo a cura di
Maris Davis


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martedì 10 luglio 2018

Africa. Viaggio in un continente di genocidi, dittature e speranze

Dal Maghreb, polveriera sul Mediterraneo, all'area Sub-Sahariana dei conflitti e della sistematica violazione dei diritti umani, passando per le nuove start-up di creativi.


Genocidi, bambini soldato, abusi sessuali, tratta degli uomini, traffico della prostituzione, dittature militari, violazione dei diritti civili e politici, mancanza della libertà di stampa.

L’Africa è il secondo continente del mondo per estensione, quello con più Stati (54) e con circa 1200 etnie diverse, ma è anche il più povero e tormentato dai conflitti. Dei 54 Paesi africani solo 6 hanno piena libertà di stampa, 25 non ne hanno nessuna, 23 solo in parte. Soltanto 11 rispettano la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Il Nord Africa una polveriera sul Mediterraneo
L’Africa è ancora dominata da regimi non democratici. Mancanza di libertà e corruzione sono all'origine di un malcontento diffuso, e l’Africa del Nord, a partire dal Maghreb, è una polveriera. La regione è stata attraversata dalle Primavere arabe, che inizialmente hanno fatto pensare all'instaurazione di governi democratici, prima che si rivelassero un fallimento.

In Marocco la monarchia di re Mohammed VI ha retto l’urto e attuato alcune timide riforme ma il Paese è dilaniato da forti proteste nella regione montuosa del Rif, la meno sviluppata, e abitata da berberi.

In Algeria Abdelaziz Bouteflika è stato eletto per la quarta volta nel 2014. Il regime del Fronte nazionale di liberazione, al potere dal 1962, è simbolo della corruzione e dell'inefficienza della classe dirigente.

In Tunisia, in seguito alla “Rivoluzione dei gelsomini” e alla fuga del dittatore Ben Ali nel 2011, si sono svolte le elezioni che hanno visto il trionfo del partito islamista Ennhada. Nel 2014 è stato eletto presidente Beji Caid Essersi, di orientamento laico, che si è alleato con Ennhada ma ne ha ridimensionato le pretese islamiste. La Tunisia è finita allora nel mirino dell’Isis e nel 2015 gli attacchi al museo nazionale del Bardo e a Sousse hanno causato decine di morti, per la maggior parte occidentali.

Ma il Paese più devastato è la Libia. Dopo l’uccisione di Gheddafi non esiste più come Stato unitario, si è frantumata in varie tribù, con territori desertici ancora in mano a gruppi jihadisti, compreso l’Isis, mentre il potere centrale è diviso da due governi, uno riconosciuto, ma che controlla poco il territorio, quello di Al Sarraj, e l’altro non riconosciuto, guidato dal generale Haftar.

L'Africa Sub-Sahariana: dittature militari e genocidi
Campo profughi, Sud Sudan
L’instabilità e le minacce degli islamisti nel Nord si riverberano anche sui Paesi sub-sahariani. In Sudan il conflitto tra il nord islamico e il sud cristiano va avanti da più di 40 anni. Nel 2011 un referendum nel Sud Sudan ha proclamato la secessione dal nord e la creazione di uno stato indipendente. Il presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir ha instaurato un regime in cui vengono costantemente violati i diritti umani e avvengono terribili persecuzioni contro le minoranze animiste, ma anche cristiane.

Nella regione del Darfur è stato attuato un genocidio nei confronti della popolazione non araba che ha portato alla morte fra le 200 mila e le 400 mila persone. Le popolazioni nomadi arabe e le popolazioni stanziali africane sono in guerra per il possesso delle risorse naturali: terra, acqua e petrolio.

In Mauritania esiste il problema della schiavitù e dei diritti umani. L’omosessualità è considerata un crimine e viene applicata la pena di morte con decapitazione in pubblico. Il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.

L’Eritrea è una nazione indipendente da più di 20 anni e da due decenni non vi si svolgono elezioni nazionali. Isaias Afewerki è stato eletto nel 1993 e da allora non ci sono state più elezioni. I maschi sono costretti a prestare servizio militare praticamente a vita. Il paese è considerato la Corea del Nord dell'Africa, gli oppositori vengono imprigionati e torturati.

Il minuscolo Swaziland è governato da re Maswati III. Nel 2001 il re ha introdotto una legge che impone la castità per le donne fino al 24° anno di età.

In Guinea Equatoriale il governo è nelle mani di Mbasogo che è considerato uno dei più brutali e feroci capi politici del mondo.

La Costa d’Avorio è di fatto colonia della Francia, che ha sempre imposto governi amici, fino all'esplosione di una guerra civile (2002-2011) con centinaia di morti che ha ragioni razziali ed economiche.

In Sudafrica il processo verso la democrazia è coinciso con la fine dell’apartheid, ma anche in questo Paese il presidente gode di ampi poteri. Il presidente Jocop Zuma, successore di Nelson Mandela, lo scorso anno è stato costretto a dimettersi a causa di scandali giudiziari e di decine e decine di episodi di corruzione di cui è stato accusato.

Il Sahara Occidentale è conteso tra il Marocco e il Fronte Polisario, che ne ha dichiarato l’indipendenza proclamando la Repubblica Araba del Sahrawi.

La Somalia è stata considerata uno “Stato fallito” ed è uno degli stati più violenti e poveri del mondo.

La Repubblica Centrafricana, nel 2013 ha subito un colpo di stato violento che ha portato al potere il gruppo islamista Seleka. Sono seguiti anni di violenze e massacri a colpi di macete. Da un lato le milizie islamiche Seleka e dall'altro quelle cristiane e animiste, entrambe accusate di violenze indicibili contro la popolazione. Oggi il paese sta attraversando un periodo di transizione dopo che si è dato un nuovo assetto democratico con l'elezione del presidente Faustin-Archange Touadéra nel 2016.

Sud Sudan, il più giovane stato del mondo, resosi indipendente nel 2011 dal Sudan dopo 20 anni di guerra e un referendum che ne ha decretato l'indipendenza. Nel dicembre del 2013 in Sudan del Sud si è verificato un tentato colpo di Stato nel quale le forze leali al presidente Salva Kiir di etnia dinka si sono scontrate con quelle fedeli all'ex vicepresidente Riech Machar di etnia nuer, esonerato a luglio a causa dei forti contrasti con Kiir. Si suppone che almeno 50.000 persone siano state uccise nel corso di questo conflitto etnico. Un conflitto tutt'ora in atto che ha creato una crisi umanitaria di vaste proporzioni.

Nel piccolo Burundi il 13 maggio 2015 è stato tentato un colpo di stato per deporre il presidente Pierre Nkurunziza che non voleva lasciare il potere dopo la scadenza del suo secondo mandato. Il golpe fallì due giorni dopo per l'intervento dell'esercito e da allora le violenze contro oppositori politici e popolazione civile hanno provocato almeno 50 mila morti e centinaia di migliaia di sfollati verso i paesi confinanti.

Il Ciad, ex-colonia francese, è governato dal 1990 da Idriss Déby. Ha l'appoggio della Francia che è sempre intervenuta nei momenti crisi politica in suo favore. Il paese è ricco di petrolio ma la sua popolazione vive con meno di due dollari al giorno.

Lo Zimbabwe, è stato uno degli ultimi stati africani ad ottenere l'indipendenza nel 1980. Da allora, e fino allo scorso anno governato da Robert Mugabe, inizialmente considerato un eroe nazionale ma che in seguito accentrò tutti i poteri su di se portando il paese al fallimento economico. Nel 2017, all'età di 93 anni, Mugabe lascia il potere NON senza prima essersi assicurato che le ricchezze accumulate dalla sua famiglia non sarebbero state oggetto di sequestro. Oggi lo Zimbabwe è un paese con un'inflazione galoppante a 4 cifre percentuali, la moneta nazionale sospesa, e dove anche i piccoli scambi commerciali avvengono in dollari o in rand sudafricani.


Repubblica Democratica del Congo. Profughi in fuga dalle violenze nella regione del Nord Kiwu

La Repubblica Democratica del Congo, un paese ricco di miniere e di minerali preziosi e rari, e per questo teatro infinito di guerre, violenze e massacri. Nel 2016 il presidente Joseph Kabila si rifiuta di dimettersi alla fine del suo secondo mandato innescando l'ennesimo periodo di violenze nel Paese. Oggi la Repubblica Democratica del Congo è il paese con il più alto numero di stupri al mondo.

Le poche democrazie sono fragili
Bambini Soldato
Le tensioni investono anche i pochi Paesi con democrazie consolidate. In Kenya la Corte Suprema ha ordinato la ripetizione, per brogli, delle elezioni presidenziali che hanno visto la riconferma di Uhuru Kenyatta.

In Togo migliaia di manifestanti sono scesi per le strade di Lomé, la capitale, per costringere il presidente Faure Gnassingbé a reintrodurre un limite di due termini massimo per il rinnovo della sua carica. È già al terzo mandato, dopo aver occupato il posto nel 2005 per la morte del padre, Gnassingbé Eyadéma, che aveva governato dal 1967.

Anche in Uganda numerosi giovani sono stati arrestati nella capitale Kampala mentre manifestavano contro la proposta governativa di modifica della Costituzione che permetterebbe al presidente Yoweri Museveni di ricandidarsi alle prossime presidenziali anche se avrà superato l'età attualmente consentita (75 anni).

Il Rwanda è stato teatro nel 1994 di un terribile genocidio che ha fatto 1 milione di vittime, a causa dell’odio inter-etnico tra Hutu e Tutsi. Ora il presidente, Paul Kagame, con delle elezioni-farsa si è aggiudicato un terzo mandato con oltre il 98% dei voti.

In Angola l’ex generale Joao Lourenço, 63 anni, ministro della Difesa, delfino di Josè Eduardo Dos Santos, è stato proclamato nuovo presidente dopo che il Paese è stato governato per 38 anni dallo stesso uomo. L’Angola è tra i maggiori esportatori mondiali di petrolio dopo la Nigeria, ma la maggior parte dei ricavi è sempre finita in tasca di Dos Santos e della sua cerchia più ristretta.

In Nigeria colpiscono ancora i Boko Haram. Dal 2009 ci sono stati 25.000 morti e la devastazione quasi totale delle regioni del nord-est. Attualmente ci sono 2,7 milioni di profughi che difficilmente potranno rientrare nei loro luoghi di origine. Obiettivo di questo gruppo terroristico di matrice islamica e alleato dell'Isis, è distruggere gli altri gruppi religiosi.

Il gruppo opera in contrapposizione all'Occidente: il nome significa “tutto ciò che è Occidentale deve essere proibito”. Le violenze di Boko Haram, unitamente alla siccità che ha colpito la regione del lago Ciad sta provocando una gravissima crisi umanitaria con almeno 4 milioni di persone a rischio denutrizione.

L’esercito sempre protagonista
La ragione del proliferare di regimi dittatoriali e spesso militari in Africa sta nel fatto che l’esercito riceve una larga fetta del Pil degli stati e ciò impedisce qualsiasi riforma economica per la popolazione. L’esercito è così l’istituzione più efficiente e finanziata. Ciò consente spesso ai militari di decidere le sorti del loro paese, realizzando anche colpi di stato in cui si appropriano del potere.

Gli stati in Africa hanno spesso costituzioni militari, i presidenti sono militari, quindi la loro è una formazione di questo tipo, perciò il ruolo dell’esercito è fondamentale, per gli equilibri politici interni ed esterni, ed è funzionale agli accordi sulle risorse naturali, e anche al fenomeno del land-grabbing (accaparramento di terre), e che consiste nella vendita da parte dei capi di stato di terreni a grandi paesi stranieri”. Anche perché “i regimi militari sono l’unico sistema per tenere le popolazioni africane dentro i confini politici tracciati dagli europei nel 1885

Il nuovo attore geo-strategico: la Cina
I nuovi sviluppi geo-strategici dell’Africa sono da rintracciare dal dopo fine Seconda guerra mondiale. Dopo la Guerra fredda l’Africa non è stata più un territorio in cui si confrontavano le due superpotenze mondiali, Stati Uniti e Unione Sovietica. Con la caduta dell’Unione Sovietica, e l’inizio del processo di decolonizzazione, i fondi del governo russo non arrivarono più, e gli Stati Uniti ridussero la loro presenza nel continente. Si pensava che in Africa si sarebbero succeduti governi democratici e che si sarebbero aperti al mercato mondiale. Ma in realtà tutto ciò non è successo.

Un nuovo attore nello scacchiere mondiale ha fatto il suo ingresso: la Cina, che ha investito miliardi di dollari in tutta l’Africa. La strategia della Cina è chiara: costruire infrastrutture di ogni tipo, in cambio della possibilità di sfruttare le risorse naturali del continente. “La Cina utilizza la strategia win-win, cioè tutti vincono in questo gioco, sia la Cina che i paesi africani

La Cina ha proposto in Africa un nuovo modello politico ed economico, non una democrazia liberale con un’economia di mercato, ma una dittatura come forma di governo e un rigido sistema capitalistico in economia. “Si pone così come modello socio-economico alternativo all'Occidente

Qualche spiraglio di luce
Un approccio storico statico nello studio dell’Africa è sbagliato. Perché la storia del continente è una storia dinamica, al suo interno, ma anche all'esterno. Molte popolazioni si sono mosse da sud a nord in cerca di una vita migliore, spesso mitizzata e non corrispondente alla realtà. Una caratteristica che non piace alle dittature perché diventa difficile controllare le popolazioni.

Non bisogna addossare tutte le responsabilità dei problemi che attraversano l’Africa all'Occidente. Una nota economista originaria dello Zambia, Dambisa Moyo, autrice del saggio Dead Aid, sostiene infatti che gli aiuti all’Africa “non sono solo inutili, ma anche dannosi”, e che “lo sviluppo economico porta con sé necessariamente lo sviluppo politico

Ma l’Africa non è solo una storia di massacri, guerre, dittature sanguinarie, conflitti religiosi, genocidi e violazioni dei diritti umani. Nel continente si stanno mettendo in moto anche esperienze positive. Crescono nuove start-up, anche in collaborazione con l’Europa.

In Africa vivono molti creativi, e si creano proficue partnership e business con l’Occidente. “Ma non bisogna però dimenticare che è anche un territorio in cui le armi e la violenza sono uno stile di vita, così si spiega anche il proliferare del terrorismo, procurasi un Kalashnikov è facilissimo, lo paghi poche decine di dollari


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"Guerre dimenticate dell'Africa"
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Articolo a cura di
Maris Davis


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