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28 novembre 2022

La Cina continua a conquistare pezzi di Nigeria (e di Africa)

La Nigeria è sempre più indebitata con la Cina

C’è grande preoccupazione in Nigeria in relazione all’indebitamento del Paese con la Cina. Dai dati pubblicati dall’Ufficio Gestione del Debito (Dmo) e riportati dai giornali risulta che l’amministrazione guidata da Muhammed Buhari, dal 2015, ha preso in prestito dalla Cina una somma pari a 2,02 miliardi di dollari. Al 30 giugno 2015 il debito complessivi della Nigeria dalla Cina era di 1,38 miliardi di dollari. Tuttavia, al 31 marzo 2020, il portafoglio del debito risultava salito a 3,40 miliardi di dollari.

Tutti i prestiti contratti con la Cina sono legati a progetti. I progetti (undici al 31 marzo 2020) comprendono il Progetto di modernizzazione delle ferrovie nigeriane (sezione Idu-Kaduna), il progetto di metropolitana leggera di Abuja, il progetto di espansione dei quattro terminal aeroportuali nigeriani (Abuja, Kano, Lagos e Port Harcourt), il progetto di modernizzazione delle ferrovie nigeriane (sezione Lagos-Ibadan) e il progetto di riabilitazione e ammodernamento della strada Abuja-Keffi-Makurdi, a cui ora si aggiunge un nuovo sistema di monitoraggio elettronico satellitare lungo alcuni tratti dei 5.000 chilometri di confine nigeriano che sarà costruito dalla cinese Huawei.

La Cina continua a “conquistare” pezzi di Africa
Huawei costruirà un nuovo sistema di monitoraggio elettronico satellitare lungo alcuni tratti dei 5.000 chilometri di confine nigeriano. Solo uno dei tantissimi esempi di come Pechino e le sue aziende si siano installate nel continente. E c'è un libro che racconta come ha fatto.

“Sorveglianza elettronica satellitare 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Potremo premere un pulsante per sapere cosa sta succedendo al posto di frontiera di Kamba, al confine di Jibia e anche a Mfum, tra gli altri”. A parlare così è stato Rauf Aregbesola, ministro degli Interni della Nigeria. I dettagli sui nuovi sistemi di sorveglianza al confine del paese africano derivano invece da un accordo che Abuja è “sul punto di stipulare” con la cinese Huawei. Obiettivo della costruzione di un confine digitale: rafforzare i controlli sull'immigrazione e migliorare la sicurezza, contrastando i crimini transfrontalieri. "La Nigeria ha circa 5.000 chilometri di linea di confine. Ciò significa che non è possibile avere un numero sufficiente di uomini che presidiano ogni centimetro o millimetro di quella linea di confine".

Il 5G di Huawei si fa largo in Africa

Si tratta di solamente uno dei casi di penetrazione tecnologica cinese in Africa. La stessa Huawei, mentre soffre ancora gli effetti della "fatwa" lanciata nei suoi confronti dagli Stati Uniti, nel continente continua a trovare nuovi spazi. In Africa, gli operatori locali hanno investito pesantemente in apparecchiature e infrastrutture cinesi, con Pechino che spesso fornisce finanziamenti per la costruzione di infrastrutture informatiche e di telecomunicazioni, tra cui centri dati, cavi in fibra ottica e servizi cloud. A ottobre altri due operatori di telefonia mobile africani hanno lanciato reti 5G alimentate da Huawei. Si tratta della sudafricana Telkom, in parte di proprietà statale, e del principale operatore di telefonia mobile del Kenya, Safaricom. Molte delle società di telecomunicazioni africane, compresa Safaricom, usano più fornitori per evitare le sanzioni statunitensi o evitare di finire nel mirino per la cooperazione con Huawei. Una cooperazione a cui in molti in Africa continuano a dare grande importanza.

Il rapporto si proietta anche verso il futuro. Durante un recente vertice sul 5G svoltosi a Bangkok, l'azienda di Shenzhen ha annunciato nuovi investimenti in Africa per dare impulso alla “terza ondata della digitalizzazione” a partire dal 2023. Le tecnologie Huawei sono spesso più convenienti di quelle offerte dalle controparti occidentali e i paesi africani colgono l'occasione per modernizzare le proprie infrastrutture tecnologiche. Il fatto che l'Africa prosegua a stringere accordi con un'azienda finita nel mirino di Washington e di riflesso dell'Occidente, è sintomatico di una traiettoria precisa dei rapporti tra Cina e Africa. E la vicenda tecnologica è sintomo di una storia più ampia, molto più ampia.

Africa rossa

Una storia che inizia con il tour diplomatico dell'allora primo ministro cinese Zhou Enlai in diversi paesi africani tra il dicembre 1963 e il febbraio 1964. Anzi, ancora prima, con la conferenza di Bandung del 1955 che pone le basi per la cooperazione tra Asia e Africa. “Dal 1991, ogni anno l’Africa si conferma la prima meta intercontinentale del ministro degli Esteri cinese”. Ed è stata anche la seconda meta di Xi Jinping per un viaggio all'estero, subito dopo la Russia, nel 2013. All'alba del suo primo mandato da segretario generale del Partito comunista cinese e presidente della Repubblica Popolare. Dal terzomondismo di Mao Zedong alla retorica attuale della Cina garante di sviluppo e stabilità per i paesi emergenti, l'Africa ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale per la diplomazia cinese.

I principi fondamentali della politica estera cinese ben si sposano con le necessità dei governi africani. Rispetto della sovranità e integrità territoriale, non interferenza negli affari esterni, cooperazione win-win: larga parte di quello che i leader regionali vogliono sentirsi dire, soprattutto se si tratta di promesse che non portano con sé dettami politici o sui diritti. Quantomeno sul fronte interno, mentre su quello esterno si richiede una contropartita diplomatica. La prima, storicamente, è quella del salto della barricata in sede Onu con il disconoscimento della Repubblica di Cina di Chiang Kai-shek e il riconoscimento della Repubblica popolare. Dopo una prima fase dotata di una connotazione troppo politica durante l'era di Mao, i rapporti si fanno più tiepidi, complice anche lo storico avvicinamento della Cina agli Stati Uniti e all'occidente. La retorica rivoluzionaria e terzomondista lascia spazio allo sviluppo economico dell'era di Deng Xiaoping.

L'Africa torna prepotentemente al centro delle prospettive di Pechino a cavallo del nuovo millennio. Quando l'occidente isola la Cina, questa cerca proiezione nelle regioni in via di sviluppo a partire dall'Africa. Succede per la prima volta dopo Tian'anmen: nel 1992 “l’allora ministro degli Esteri Qian Qichen visitò 14 paesi africani, inaugurando una pratica ancora in voga. Quella che pare sia stata, dall'inizio, un’iniziativa personale è diventata una regola non scritta per la quale tutt’ora il capo della diplomazia cinese compie la prima trasferta estera dell’anno proprio nel continente africano”. Ancora di più questa tendenza si è accentuata dopo la crisi finanziaria del 2008 e il lancio della Belt and Road Initiative.

Il dominio su infrastrutture e trasporti

Il focus principale, in un continente dove molti paesi non hanno sbocco sul mare, è quello su infrastrutture e trasporti. Stando ai dati rilasciati dal ministero degli Esteri cinese nel novembre 2021, la Cina ha costruito in Africa più di 10.000 chilometri di ferrovie e autostrade, quasi 100 porti e 1000 ponti, più di 80 centrali elettriche su larga scala, oltre 130 strutture mediche, 45 stadi e 170 scuole. “La Cina ha raggiunto la quota del 19,6% di tutti i finanziamenti nelle infrastrutture, piazzandosi solo dopo gli stessi governi africani e con largo distacco da qualsiasi altro partner bilaterale. Dove finiscono esattamente i capitali cinesi? Sinora hanno beneficiato nell’ordine: trasporti (52,8%), comparto energetico (17,6%), settore immobiliare industriale, commerciale e residenziale (14,3%) e mining, ovvero l'insieme di tecniche informatiche per estrarre informazioni utili da grandi quantità di dati (7,7%)”. Spesso questi investimenti hanno portato grandi vantaggi dal punto di vista occupazionale e, appunto, infrastrutturale. Ma anche conseguenze dal punto di vista economico. “In meno di dieci anni, per citare un altro paese pesantemente indebitato con la Cina, il debito del Kenya nei confronti di Pechino è più che triplicato, arrivando a contare quasi il 70% del totale delle passività accumulate. Ferrovie, strade, ponti hanno fatto salire il conto a 6,9 miliardi di dollari nell’aprile 2021. È il prezzo da pagare per la Nuova Via della Seta”.

Ma la proiezione di Pechino va oltre le infrastrutture e investe in pieno la dimensione tecnologica. Lo Zimbabwe ha adottato il riconoscimento facciale di CloudWalk Technology, altri paesi quello di Hikvision. Le aziende cinesi lavorano ai cavi sottomarini per la connessione internet, mentre nel 2020 la sottomarca Tecno per la prima volta ha superato Samsung diventando il brand di cellulari più venduto in Africa. Nella primavera del 2021 Didi Chuxing ha fatto il suo ingresso nel continente con l’inaugurazione del primo servizio di ride-hailing (macchine con autista via app) a Cape Town. In cambio la Cina riceve accesso preferenziale alle risorse minerali e alle terre rare, cruciali per la guerra fredda tecnologica. La Repubblica Democratica del Congo ha il 54% delle risorse globali di cobalto, fondamentale per lo sviluppo delle auto elettriche: nel 2018 la Cina ne ha importato per 1,2 miliardi di dollari. Alle sue spalle l'India con "soli" 3,2 milioni.

La dimensione politica della strategia cinese in Africa

Non manca però anche l'aspetto politico. La Cina ha finanziato la costruzione di tanti edifici simbolo del potere continentale africano. “Secondo stime prudenti, almeno 40 dei 55 paesi africani hanno edifici governativi di fattura cinese per un totale di 186 costruzioni: un centro conferenze in Zambia, la sede del Ministero degli Esteri in Kenya, l’edificio che ospita il parlamento dello Zimbabwe, il Centro africano per la prevenzione e la cura delle malattie in Etiopia”. La Cina di Xi Jinping non nasconde più il suo orgoglio per un modello politico-sociale “con caratteristiche cinesi” che ora prova anche a insegnare alle controparti africane. Dal 2011 al 2017 Pechino ha offerto almeno 4.100 borse di studio per studenti e funzionari sudsudanesi, per dirne una. Ma gli scambi di questo tipo sono stati numerosi con tutto il continente. Strategicamente, a Gibuti è stata invece aperta la prima base militare all'estero dell'Esercito popolare cinese, in corrispondenza dello stretto di Bab el-Mandeb che porta a Suez e al Mediterraneo. Mossa che consente alla Cina di posizionarsi in uno snodo importante ma anche di mostrarsi come potenza responsabile partecipando a diverse operazioni anti-pirateria.

I vantaggi della cooperazione con l'Africa sono chiari dal punto di vista economico e digitale. “Il valore dell’economia di internet in Africa potrebbe raggiungere i 180 miliardi di dollari entro il 2025, pari al 5,2% del Pil del continente, per poi salire a 712 miliardi di dollari, l’8,5% del Pil complessivo, prima del 2050”. Pechino ottiene così una via privilegiata per accedere a risorse naturali chiave. Ma l'aspetto economico si intreccia anche con quello politico: l'Africa è destinata a crescere e la Cina può aiutarla a farlo e a ripetere i “miracoli” di cui si è resa protagonista all'interno. “All’apparenza, non si tratterebbe più quindi solo di esportare modelli urbani, piani industriali e tecniche agricole, bensì di trasferire tutta l’impalcatura ideologica che ha permesso al gigante asiatico di crescere tanto rapidamente”. Più Pechino entra in rotta di collisione con Washington e più il messaggio acquisisce un afflato retorico del modello alternativo di sviluppo. Un terzomondismo più pragmatico e multiforme.


30 maggio 2022

Il Razzismo Scientifico. Cattiva scienza, molti pregiudizi

"Ogni tempo ha il suo fascismo, se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti". (Primo Levi)

Per secoli si è tentato di definire dei criteri “oggettivi” per classificare le persone umane, per fornire supporto ad un razzismo scientifico, che afferma che la naturale diversità biologica tra gli individui o tra le popolazioni si riflette nelle gerarchie sociali o etniche. Questo falso paradigma, che ha avuto pesanti conseguenze sul piano politico e socio-culturale, è basato su presupposti ideologici che mirano a giustificare le disuguaglianze e a legittimare la tesi della superiorità dei “bianchi”, e quindi del loro diritto di sopraffazione su altri gruppi umani. Sulla base di questo pregiudizio il razzismo scientifico è riuscito ad avallare molteplici forme di discriminazione, per creare e perpetuare un ordine sociale, in cui le classi dominanti hanno mantenuto privilegi e diritti, a danno delle classi subalterne. Nella storia il cosiddetto “razzismo scientifico” è servito da pretesto per giustificare lo schiavismo, il colonialismo, la segregazione di gruppi etnici minoritari, la discriminazione, la tortura, la persecuzione e persino il genocidio.

A partire da Linneo, il grande innovatore della classificazione delle specie, schiere di scienziati ottocenteschi hanno cercato di identificare caratteristiche somatiche, i cosiddetti tratti antropometrici, come il volume cranico, il grado di prognatismo o l’indice cefalico, per tentare di catalogare i gruppi sociali o etnici. Lo scopo era quello di arrivare a costruire una gerarchia di valore tra di essi, associando arbitrariamente ai connotati fisici qualità comportamentali o abilità intellettuali, che pertanto sarebbero innate e da cui scaturirebbero le differenze socio-economiche per classe, censo, sesso, etnia e via dicendo. Per quanto sia stato meticolosamente cercato questo nesso biologico non è mai stato dimostrato. «Troppi studi sulle caratteristiche psichiche delle razze si basano prima di tutto sulla presunta superiorità del tipo razziale europeo e poi sull’interpretazione di ogni deviazione da questo come segno di inferiorità mentale. Quando il prognatismo dei negri viene interpretato in tal senso, senza che si sia provata una connessione biologica tra la forma delle mascelle e il funzionamento del sistema nervoso, si commette un errore. Questo è un ragionamento di tipo emotivo, non scientifico».

Quanto i risultati di questi tentativi di classificazione siano stati inconcludenti e fortemente contraddittori, lasciamolo dire a Charles Darwin: «L’uomo è stato studiato più attentamente di qualsiasi altro animale, eppure c’è la più grande varietà di giudizi fra le persone competenti riguardo a se possa essere classificato come una singola razza oppure due (Virey), tre (Jacquinot), quattro (Kant), cinque (Blumenbach), sei (Buffon), sette (Hunter), otto (Agassiz), undici (Pickering), quindici (Bory de St-Vincent), sedici (Desmoulins), ventidue (Morton), sessanta (Crawford) o sessantatre secondo Burke». Darwin, da acuto osservatore qual era, rilevava che «le razze umane non sono abbastanza distinte tra loro da abitare la stessa regione senza fondersi l’una con l’altra» (Darwin 1871).

Come Darwin ben sapeva, il concetto di razza descrive bene la situazione degli animali da allevamento. Infatti, in zootecnia, si definisce “razza” una tipologia di esemplari, discendenti da un numero ristretto di antenati, sottoposti ad un prolungato isolamento riproduttivo rispetto al resto della loro specie. Se l’isolamento viene mantenuto, gli animali si differenziano progressivamente e alla lunga possono dar luogo a specie distinte o andare incontro all’estinzione, come avviene anche in natura. Se possiamo parlare di razze canine, bovine, ovine, equine e così via, è perché l’uomo, fin dalla preistoria, ha selezionato gli animali in base a specifiche proprietà e li ha fatti accoppiare in modo strettamente controllato, tenendo ben separate le diverse linee genealogiche. L’uomo ha scelto gli esemplari da allevare per le loro qualità: il cane da pastore per l’abilità di proteggere il gregge e il cane da caccia per il fiuto e la velocità nella corsa. E così per le mucche da latte o da carne, i cavalli da tiro e da corsa, le pecore da lana o da carne, e via dicendo.

Il concetto di razza, quindi, si adatta molto male alla specie umana, dalla natura molto avventurosa che si è spinta al di là di ogni ostacolo naturale, catene montuose e calotte polari, mari e oceani, deserti o steppe, fino ad arrivare ad esplorare e colonizzare l’intero pianeta. Una specie socievole che è stata anche capace di abbattere barriere linguistiche, culturali e sociali, anche se non sempre in modo amichevole, di mettere a frutto scambi tra culture e società diverse, mescolandosi continuamente anche dal punto di vista procreativo. Di conseguenza, considerato che nell’ambito della nostra specie non c’è stato un fenomeno di isolamento riproduttivo analogo a quello che genera le razze negli animali da allevamento, non ci sorprende che non si riescano a stabilire i confini tra le presunte razze umane. «Il problema delle classificazioni in base a caratteri antropometrici o genetici è che è sempre possibile separare dei gruppi per un singolo o pochi caratteri ma questi gruppi non corrispondono a quelli che si ottengono con un altro insieme di caratteri. Nessuno dei parametri presi in considerazione di volta in volta è sufficiente per caratterizzare una razza umana, perché comunque sia definito il gruppo è sempre omogeneo per quel carattere e molto eterogeneo per tutti gli altri».

Nel XX secolo, fallito il tentativo di distinguere gli esseri umani in base a parametri morfologici, si cercò di trovare il modo di farlo in base alle caratteristiche genetiche, con il presupposto assai semplicistico e del tutto infondato che se i geni possono rendere conto della costituzione fisica della persona, del colore degli occhi o della pelle, possono spiegare anche il suo temperamento, le sue proprietà intellettuali e le sue inclinazioni morali. Alcuni scienziati hanno sostenuto che certi modi d'agire siano causati da una determinata conformazione della rete dei neuroni e che questa, in ultimo, sia l'espressione diretta della costituzione genetica. Il tentativo è quello di ridurre l’identità dell’uomo all’espressione diretta del suo patrimonio genetico, di interpretare il suo modo di agire come determinato a priori da un meccanismo biologico, in particolare dall'azione di singoli geni che controllerebbero specifici comportamenti. «Si cerca di diffondere la convinzione che l’azione dei geni controlli direttamente la conformazione delle reti di neuroni, dando luogo a comportamenti prefissati». Sebbene questi presupposti siano stati smentiti ampiamente dalle evidenze sperimentali, l’ideologia razzista si sforza di riaffermare la supremazia delle classi dominanti, cercando di individuare differenze genetiche tra i gruppi, che possano servire da criteri per la catalogazione e per stabilirne possibilmente una graduatoria. Quindi, ancora una volta, dai temi dell’ereditarietà si fa discendere una concezione gerarchica e classista delle società umane, giustificata da presunte “Leggi di Natura”.

Talvolta a sostegno del mito della razza sono enfatizzate antiche ascendenze comuni tra individui molto diversi, come gli “ispanici”. Negli Stati Uniti l’FBI definisce la razza ispanica come «la razza degli immigrati di madrelingua spagnola: nello stesso catalogo vanno a finire persone di origine europea, africana o dell’America centro-meridionale. I loro antenati sono sparsi in tre continenti e oltre la lingua e lo status di immigrati spesso condividono solo le condizioni socio-economiche». Il più delle volte si trascura l’evidenza che gli appartenenti alla stessa popolazione non hanno tutti lo stesso colore della pelle, struttura dei capelli, forma degli occhi e tanto meno la stessa indole o gli stessi talenti. Al contrario, come è inconfutabile, l’identità individuale è piuttosto legata alla cultura e alla lingua, costrutti basilari nello sviluppo della personalità, che sono però estranei alla biologia.

Se alcune peculiarità nel nostro aspetto sono ben visibili, gli studi più recenti della genetica umana hanno rivelato che esiste un grandissimo numero di differenze genetiche impercettibili tra un individuo e l’altro. Ma questa variabilità è distribuita in modo continuo su tutti i continenti. «La diversità genetica tra gli individui è tale da rendere vuoto il concetto di razza e priva di fondamento scientifico l’idea di superiorità genetica di un qualsiasi popolo su di un altro, non perché tutti gli uomini siano uguali ma proprio perché sono tutti geneticamente diversi». Ma se siamo «tutti differenti», siamo anche tutti «parenti», più o meno alla lontana, visto che l’intera famiglia umana è nata in Africa e da essa circa centomila anni fa partì la diaspora che portò la nostra specie ad espandersi sull’intero pianeta. Nella storia di queste migrazioni, alcune popolazioni sono rimaste più isolate e si sono maggiormente diversificate, mentre il continuo rimescolamento nell’ambito di gruppi che occupavano la stessa area geografica o zone limitrofe tendeva ad assimilarli.

Pertanto, nessun gruppo si può considerare omogeneo, le differenze genetiche sfumano le une nelle altre in maniera graduale da un gruppo all’altro, il che impedisce di stabilire, almeno dal punto di vista genetico, confini tra le popolazioni umane. Come quando si guarda l’arcobaleno, si distinguono bene il blu dal verde, o l’arancio dal rosso, non si può individuare una linea di demarcazione tra una sfumatura e l’altra. È così anche per il colore della pelle, e per i geni che lo controllano: esiste un’ampia gamma di sfumature, che hanno un valore adattativo in specifiche condizioni ambientali. In altre parole, dove c’è un’intensa esposizione al sole, il colore è generalmente più scuro, perché questo pone gli individui al riparo dagli effetti dannosi della luce UV (cancro della pelle), mentre dove l’esposizione è minore, la carnagione tende a essere più chiara, perché così aumenta l’assorbimento della luce attraverso la pelle che è necessario per la sintesi di vitamina D. Il valore adattativo di queste differenze può spiegare perché il colore sia diverso tra gli individui che abitano regioni diverse, per esempio africana, europea o asiatica, ma in questo confronto perdiamo di vista la gradualità che invece osserviamo tra gruppi che vivono in regioni contigue.

Che cosa ci dicono le differenze genetiche sulle diversità umana, in particolare sul piano intellettuale? La diversificazione tra le persone non trae origine solo dai geni, ma in gran parte dall’ambiente, inteso in senso lato, cioè da tutte le esperienze quotidiane e che producono segnali che modificano il funzionamento dei geni e le reti neurali del sistema mente-cervello. Ne è una prova il fatto che i gemelli identici, pur avendo lo stesso patrimonio genetico, si somigliano moltissimo da piccoli, quando le influenze dell’ambiente sono ancora contenute, ma tendono a differenziarsi sempre di più nel corso della vita adulta. I geni sono importanti, ma non sono tutto, la maggior parte dei nostri caratteri, specialmente quelli che riguardano le facoltà intellettuali, non dipende quindi solo dall’azione dei geni. «In qualsiasi momento della sua vita, un organismo è la conseguenza unica di una storia evolutiva che risente dell’interazione e delle influenze reciproche tra forze interne ed esterne».

Quindi ogni persona riceve il suo patrimonio genetico, dai suoi genitori e, prima ancora dagli antenati. In questo patrimonio è racchiuso un potenziale, che nel corso della vita diventa una realtà, in continua trasformazione. «Questi processi sono guidati, ma non determinati, dai geni e quindi non interpretabili con il modello secondo il quale lo sviluppo consiste nella “decodificazione di un programma prefissato contenuto nel nostro DNA”. Ammesso che nel nostro DNA sia scritto il nostro futuro, non possiamo, non tener conto del fatto che parole identiche hanno significati diversi in contesti differenti e funzioni molteplici anche nello stesso contesto».

La scuola del determinismo biologico, sostenitrice del razzismo scientifico, ha spesso giocato sul mito che la scienza si fondi su dati oggettivi, affermando di trattare il tema dell’ineguaglianza come una questione puramente scientifica e sostenendo che le proprie posizioni fossero libere da contaminazioni ideologiche o da considerazioni di ordine sociale, politico o religioso Al contrario, essa ha alimentato teorie ad hoc, snaturando e distorcendo i concetti dell’antropologia prima, e della genetica poi, per tenere in vita il mito delle razze. Cercando di erigere inverosimili barriere tra i gruppi umani, si è confusa l’identità religiosa con l’appartenenza etnica (si pensi al caso degli arabi o degli ebrei), la competizione per il potere o per l’egemonia politica scambiata per conflitto razziale: si pensi a baschi e spagnoli, hutu e tutsi, serbi e croati, popolazioni simili, territorialmente confinanti con secoli di convivenza e di rimescolamento genetico alle spalle.

La scuola del determinismo biologico ha sostenuto ogni sorta di conclusione reazionaria, ha tentato di ridurre problemi sociali a problemi di ordine biologico e genetico, negando gli effetti delle disparità sociali. Porta sulle spalle la responsabilità della emarginazione, quando non della sterilizzazione e dell’eliminazione fisica di cittadini indigenti come di minorati psichici e fisici. Una tragica pagina della storia che prese il nome di igiene razziale e culminò nella tragedia dell’olocausto.

Fortunatamente, sono sempre di più gli scienziati che riaffermano che tutte le discriminazioni sono ingiuste ed immotivate, che esse pongono eccessiva enfasi sulle differenze, che vengono considerate arbitrariamente innate, immutabili ed insuperabili, e che una visione deterministica rende un cattivo servizio alla genetica e svilisce il suo importante contributo alle conoscenze in campo biologico.

Purtroppo però, se il razzismo scientifico è del tutto screditato, non possiamo illuderci che il razzismo sia sconfitto. Infatti, come si legge nelle cronache dei quotidiani, anche cambiando gli stereotipi al mutare delle circostanze, l’idea di fondo resta quella che non tutti possono avere gli stessi diritti. E chi ha bisogno di un nemico può facilmente inventarsene uno, attuale o potenziale. Che sia basata su diversità sessuali o linguistiche, socio-culturali o religiose, oppure morfologiche e genetiche, la discriminazione prefigura sempre la negazione della libertà e della dignità dell’uomo. Ma almeno non lo si può più fare in nome della scienza.

La "teoria del razzismo scientifico" fu la "scusa giuridica" per la colonizzazione, ovvero la spartizione dell'Africa da parte delle grandi potenze europee. Fu la "scusa giuridica" per la sottomissione dei popoli africani e dello sfruttamento economico di un intero continente.
L'Africa e il Razzismo Scientifico
In Africa il profondo processo di sincretismo (assimilazione, fusione di elementi tra diverse religioni) ha reso possibile la coesistenza delle religioni tradizionali con quelle rivelate. La prima presenza di missionari cristiani nell'Africa Occidentale è legata strettamente agli iniziali tentativi di evangelizzazione, intrapresi verso la metà del XVII secolo, in quella vasta zona dell'Africa che fu la culla della "tratta degli schiavi".

Come lo fu lo schiavismo anche l'imposizione delle religioni occidentali sono state il segno che l'Africa è sempre stato considerato un luogo di conquista perché abitato da popolazioni "primitive" considerate inferiori. E la dimostrazione di ciò è stata la "teoria del razzismo scientifico" ampiamente diffusa in occidente nel XIX secolo, e secondo la quale i "negri", proprio perché dalla pelle scura, non potevano avere l'intelligenza dei bianchi occidentali. Secondo tale teoria gli africani erano posizionati a metà tra l'homo sapiens occidentale e il regno animale.

La "teoria del razzismo scientifico" fu poi la "scusa giuridica" per la colonizzazione, ovvero la spartizione dell'Africa da parte delle grandi potenze europee. Dalla metà del XIX secolo e fino agli anni '60 del XX secolo l'intero continente africano subì non solo una vera e propria occupazione politica, ma anche il suo sfruttamento economico. Agli africani vennero imposte leggi occidentali, religioni occidentali e le lingue occidentali. Se nei secoli precedenti gli africani diventavano schiavi nel "Nuovo Mondo" e fuori dall'Africa, con la colonizzazione iniziata nel XIX secolo, per 150 anni gli africani sono diventati schiavi a casa loro.

La fine della colonizzazione in Africa, avvenuta tra i primi anni '60 e la fine degli anni '70 del XX secolo, non ha però impedito la fine del suo sfruttamento economico e commerciale che ora avviene con modi diversi, attraverso la corruzione, attraverso l'imposizione di governi "fantoccio" appoggiati dall'occidente, di multinazionali aggressive e potentissime dal punto di vista economico. In tutto questo si mescola poi la religione, i fanatismi, l'integralismo islamico, le divisioni su base etnica, ed è anche per questo che oggi l'Africa è in assoluto il continente più litigioso al mondo.

Aiutiamoli a "casa loro". Un motto che che oggi va di moda in Italia e in Europa. Ma aiutare gli africani a casa loro significa soprattutto non sfruttarli, permettere agli africani di usufruire loro stessi delle ricchezze dell'Africa, permettere agli africani di eleggere democraticamente i loro governanti, smetterla di intromettersi come piovre nei meccanismi commerciali, economici e politici degli stati africani.

Un giorno una persona di un certo livello sociale e anche molto istruita mi disse, a proposito dell'ENI che da 50 anni "ruba" il petrolio della mia Nigeria, "ma i nigeriani NON hanno la tecnologia e la conoscenza necessaria per estrarre e raffinare loro stessi il loro petrolio", un'implicita dimostrazione che la "teoria del razzismo scientifico", ancora oggi è ben radicata nel cervello di molti bianchi occidentali, anche tra quelli con cultura superiore, come se gli africani non fossero in grado di amministrare da soli le loro ricchezze, una giustificazione per dire che lo sfruttamento dell'Africa da parte dell'occidente è ancora necessario.

09 settembre 2019

Tempi duri per la Francia in Africa

La Francia di Emmanuel Macron in Africa è circondata, minacciata da Stati Uniti, Cina, Russia. Le solide fondamenta della FranceAfrique si stanno trasformando in pantano.


FranceAfrique, la potente lobbie che agisce per conto del governo francese nelle ex-colonie in Africa. Fin dagli anni '60 ha deciso governi e imposto dittatori, ha provocato guerre e soprattutto controllato intere economie attraverso il Franco CFA.

 

Dall'inizio del secondo millennio l'ingresso in Africa di nuovi attori come la Cina, la Russia e gli Stati Uniti hanno provocato una reazione dei francesi che ora, per la prima volta dalla decolonizzazione, devono fare i conti con una situazione non più di predominio.

 

Per la Francia le ex-colonie rappresentano il 42% del PIL nazionale, e senza di esso la Francia da potenza economica del G7 si ritroverebbe alla stregue dei paesi del terzo mondo.

 

In Africa il neo-colonialismo 2.0 sta avanzando a grandi passi e i nuovi predoni hanno già affondato i loro primi colpi mortali.


L'Africa, un continente da sempre sfruttato dove i predoni di tutto il mondo si sentono liberi di rubare di tutto. La Francia è fin'ora stato il predone più cattivo.

I ‘possedimenti d’oltre mare’, le ex colonie della Francia in Africa, servono all’economia della Madre Patria (valgono il 42% dell’economia francese), quindi, il controllo neo-coloniale delle risorse naturali, della finanza, dell’economia, della politica, non è terminato con le varie indipendenze acquisite negli anni sessanta.

La cellula africana dell’Eliseo nota come FranceAfrique, dopo aver constatato l’impossibilità militare di mantenere il controllo delle colonie (la guerra d’Algeria è stata la più drammatica prova di questa impossibilità), ha lavorato incessantemente per mantenere il controllo indiretto tramite Capi di Stato e regimi di comodo. Per quarant’anni la Francia ha fatto il bel e cattivo tempo nei Paesi francofoni africani, decidendo chi accedeva alla Presidenza e quali politiche economiche dovevano essere promesse.

Le relazioni Francia-Africa sono state caratterizzate, per quasi mezzo secolo, dal paternalismo, ‘amicizie’ con dittatori psicopatici, sfruttamento di minerali e idrocarburi ai danni dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, colpi di Stato, trattative segrete, finanziamento di ribellioni e guerre civili, controllo dei prezzi mondiali di importanti prodotti di esportazione, tra cui il cacao.

I primi quarant’anni di FranceAfrique sono stati caratterizzati da una brutalità che ricordava molto da vicino quella nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, o Grande Guerra Patriottica come è denominata dai russi. Impresentabili e sanguinari dittatori erano i benvenuti all’Eliseo in quanto garanti degli interessi francesi. Mobutu Sese Seko nello Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), Jean-Bedel Bokassa nella Repubblica Centrafricana, Idri Deby Itno nel Ciad (attualmente ancora in carica), Omar Bongo Odinga in Gabon, Juvenal Habyarimana nel Rwanda.

Il primo attacco all'impero francese in Africa

Negli anni Novanta si è assistito al primo ‘attacco’ all’‘Impero francese in Africa’, attuato da Stati Uniti e Gran Bretagna.

Tutto inizia con i tre rivoluzionari africani: Yoweri Kaguta Museveni in Uganda, Paul Kagame in Rwanda, Meles Zenawi in Etiopia. Uomini nuovi sulla scena africana che propongono una politica mista tra rigore marxista e libero mercato. Il primo a prendere il potere è Museveni, nel 1987, seguito da Melezev, nel 1991. Paul Kagame sarà l’ultimo ad arrivare alla Presidenza, dopo che i francesi, nel tentativo di mantenere il Rwanda francofono, idearono e permisero il genocidio.

Dopo il Rwanda cade lo Zaire. La giovane Repubblica Democratica del Congo diventa teatro di due guerre pan-africane (dal '96 al ‘97, e dal 1998 al 2003) e tre grandi ribellioni.

Una serie di guerre civili che continua tutt’ora, coinvolgendo i Paesi vicini: Burundi e Rwanda, il primo in mano ad un regime razial-nazista HutuPower, il secondo costantemente minacciato di invasioni delle FDLR, il gruppo terroristico rwandese creato nel 2000, da Parigi, raggruppando tutte le forze HutuPower che avevano scatenato l’Olocausto nel 1994. È proprio il Congo che ferma la guerra per procura tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. L’impossibilità di vittoria dei fronti contrapposti fa comprendere a Washington e Londra la necessità di accordi con Parigi per spartirsi le risorse naturali africane.

Il secondo attacco all’impero francese proviene dalla Libia di Gheddafi

Presso la Banca Centrale di Tripoli erano stati accumulati 143 tonnellate d’oro e una enorme quantità di argento che dovevano servire alla creazione di una moneta panafricana basata sul dinaro libico che potesse rappresentare una valida alternativa al Franco CFA dei Paesi africani francofoni.

Alla scoperta di questo piano, il Presidente Nicolas Sarkozy sostiene una finta ribellione e attacca militarmente la Libia per interrompere il processo avviato da Gheddafi di indipendenza finanziaria ed economica delle sue ‘colonie’ africane. Ora la Libia, Paese economicamente avanzato sotto il Colonnello, è diventato un inferno, dove decine di milizie si stanno scontrando, ponendolo in una situazione di caos somalo che durerà per decenni.

La caduta della Libia ha aperto le porte per una controffensiva francese in Africa. Prima si creano pericolosi gruppi islamici legati ad Al Qaeda, Daesh e Arabia Saudita, poi si invadono i Paesi con il pretesto di combattere il terrorismo internazionale. Mali e Repubblica Centrafricana diventano le vittime più esemplari. In questa ‘opera’, Parigi associa Washington, che ora inizia a dar segni di stanchezza.

Constatando che la lotta contro un fantomatico terrorismo internazionale nel Sahara favorisce solo la Francia, ora il Presidente Donald Trump sta progressivamente ritirando le sue truppe dal fronte sahariano, lasciando il compito di controllo del territorio ai soldati francesi.

Per tentare di contro-bilanciare la perdita dell’alleato americano e condividere le spese dello sforzo bellico, la Francia ha convinto la Germania all’avventura d’oltre mare. Il primo contingente di soldati tedeschi giunge in Niger nel novembre 2018 per partecipare alla lotta internazionale contro il terrorismo, ovvero dividersi le risorse naturali della regione con la Francia.

Anche gli italiani erano disponibili ad inviare un contingente in Niger con la scusa di fermare i migranti di passaggio, ma per la Francia l'Italia non era il partner adatto, troppi gli interessi francesi in Niger che non potevano (e non possono) essere svelati, e quindi i soldati italiani sono stati fin da subito dichiarati non graditi, meglio i tedeschi, da sempre più amici dei francesi.

La terza minaccia è rappresentata dall’espansionismo economico della Cina

Una potenza troppo forte per tentare colpi di mano diretti nei Paesi francofoni che sono oggetto delle proposte di cooperazione economica e militare di Pechino. Di fronte al peso politico internazionale e alla potenza militare della Cina, Parigi è costretta ad una politica di compromessi nel tentativo di limitare i danni e mantenere l’egemonia nella regione. Dopo Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, la FranceAfrique è costretta ad accettare un nuovo e ingombrante ospite: la Cina.

La quarta minaccia all’Impero d’oltremare francese è la Russia

È anche quella più pericolosa in quanto determinata, guerrafondaia e aggressiva. La Russia ritorna in Africa dopo il crollo dell’Unione Sovietica determinata a conquistare l’impero francese.

Dal 2017 al 2018 le visite di Stato della diplomazia russa in Rwanda e altri Paesi africani si sono susseguite senza sosta. Sono stati firmati decine di contratti di vendita di armi, estrazione di minerali e idrocarburi, cooperazione militare, economica, scientifica, arrivando agli studi di realizzazione delle prime centrali nucleari.

Mosca ha speso milioni per aumentare la sua influenza politica e culturale in Africa. L’obiettivo è chiaro: estromettere Francia, Europa e Stati Uniti e dividere l’Africa solo con la Cina. Una divisione che si basa su alleanze politiche ed economiche e non sul neo-colonialismo di stampo occidentale, quindi conveniente per molti Paesi africani.

Mosca protegge il regime di Kabila nella Repubblica Democratica del Congo e quello di Nkurunziza in Burundi, impedendo alla Francia di attuare un cambiamento di regime più favorevole e meno pericoloso di quello cleptomane congolese e potenzialmente genocidario burundese.

Ma è in Centrafrica che la Russia si è impegnata a buttare fuori i francesi, prendendo le redini del destino del martoriato Paese cascato in guerra civile permanente grazie agli intrighi internazionali di Parigi. Soldati, mercenari, imprenditori russi stanno letteralmente invadendo la Repubblica Centrafricana con l’obiettivo di rafforzare un Governo loro amico e sbattere fuori i francesi.

La prima e scontata risposta di Parigi è stata quella di impedire il processo di pace russo, supportato da vari Paesi africani, e di riavviare la guerra civile utilizzando le milizie cristiane Anti Balaka nell’intento di regalare ai russi un Afghanistan in versione africana.

La seconda risposta è stata quella di minacciare il Cremlino, invitandolo a non interferire nei territori francesi d’oltre mare. La reazione russa non si è fatta attendere. La minaccia lanciata da Parigi ha fatto aumentare la guerra fredda in Africa e risvegliato l’Orso sovietico. «Dopo aver terminato la liberazione della Repubblica Centrafricana dalle mani della Francia, continueremo con una vasta operazione di liberazione dell’Africa tutta intera»

Durante il recente incontro dei Capi di Stato in Francia (in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale), il Presidente Vladimir Putin avrebbe parlato chiaro al suo omonimo francese. "La Francia deve mettere un termine allo sfruttamento disumano delle risorse sub-sahariane". Una richiesta che non può essere accettata, in quanto le colonie africane rappresentano il 42% dell’economia francese. Chiedere il ritiro della Francia dall’Africa equivale a richiedere il fallimento economico e il declassamento da potenza mondiale a Paese di secondaria importanza sul scacchiere internazionale.

La guerra fredda tra Russia e Francia in Africa è iniziata. Le modalità di questa guerra non sono al momento facilmente prevedibili, ma le conseguenze potrebbero essere enormi. La Russia ha una diplomazia e proposte economiche meno raffinate di quelle cinesi, ma si presenta ai governi africani come un potenza del Sud, ‘amica’ e determinata a mettere fine al neo-colonialismo occidentale, offrendo protezione, collaborazione economica, giusti accordi commerciali, trasferimento di tecnologia, avvio della rivoluzione industriale. Questo in contemporanea con l’offensiva economica cinese nel Continente in chiave anti-occidentale.

Tempi duri per l’Europa debole, divisa e in preda all’ascesa al potere di movimenti di destra sovranisti, se non fascisti


Dall’altra parte dell’oceano l’America di Trump è confusa

Il presidente americano ha avviato un nuovo corso della sua politica estera in Africa e tende a riprendere la guerra fredda con la Francia, in quanto le risorse naturali servono all’industria americana, forse più che a quella francese. Ma gli Stati Uniti del 2018 non sono più la potenza vincitrice del ‘45, dove potenza militare si coniugava con potenza industriale e boom economico. Gli Stati Uniti del 2018 sono una potenza in declino che ha fallito il progetto di Nuovo Ordine Mondiale ideato dalla famiglia Bush, in stretta collaborazione con il capitalismo americano.

Le guerre fino ad ora fatte per questo ‘mitico’ ordine mondiale hanno dissanguato le casse dello Stato: 6 mila miliardi di dollari spesi nei fronti Afghanistan, Iraq, guerre segrete o di procure in Siria, Yemen, piani eversivi in Venezuela, Nicaragua e altri Paesi. Donald Trump è in rotta di collisione con la Francia, che ha ravvivato la proposta di un esercito europeo indipendente dal Patto Atlantico: la NATO.

La Francia di Macron sembra essere un governo di fine epoca, piuttosto che un moderno governo capace di far risorgere il Grandeur Francese. Sempre più le proteste popolari interne (per esempio i "gillet gialli") che, in mancanza di una chiara alternativa di sinistra, stanno spostando la popolazione a favore del fascismo di Le Pen. Una Francia che deve equilibrare la potenza della grande Germania e continua la guerra fredda mai dichiarata con l’Italia per questioni economiche e migratorie. Guerra fredda di cui teatro principale è la Libia e quello secondario il Niger.

La Francia di Emmanuel Macron è circondata in Africa

Il terreno inizia a mancare sotto i piedi. Le solide fondamenta della FranceAfrique si stanno trasformando in pantano.

L’impero francese è minacciato da Stati Uniti, Cina, Russia mentre i governi delle sue ‘colonie’ diventano sempre più aggressivi e imprevedibili. Tira aria di ribellione e sconvolgimenti epocali, Parigi potrebbe essere, per la prima volta, la vittima di un futuro da incubo, dove le sconfitte subite all'epoca in Indocina e Algeria riaffiorano triplicate per porre il colpo mortale ai territori d’oltremare.

Anche la risposta militare è sempre più debole, come dimostra il Centrafrica e il Mali. Ora anche la Famiglia Bongo in Gabon è in bilico, la sta tenendo in piedi il lavoro della massoneria con FranceAfrique, e altri soldati francesi sono stati inviati per difendere l’Impero. Tempi duri per la FranceAfrique.


Campagna Informativa
"Africa Libera"



Articolo di
Maris Davis


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17 dicembre 2018

Aiutiamoli a casa loro. Ma è l’Africa che aiuta l’Occidente, non il contrario

L’immaginario dominante sull'Africa raffigura un continente povero e bisognoso d’aiuto. Una falsità costruita sulle narrazioni coloniali e post-coloniali. L'Africa non ha bisogno di aiuti mascherati da generosità, ha solo bisogno di non essere "sfruttata"


Riso amaro per l'Africa
Il 5 dicembre 1992, sulla spiaggia di Mogadiscio, l’allora ministro francese della salute, Bernard Kouchner, si fa riprendere dalle telecamere delle Tv di mezzo mondo mentre scende da una nave di aiuti umanitari con un sacco di riso sulle spalle.

La nave, secondo i francesi, contiene riso raccolto dai bambini delle scuole di tutta la Francia. In effetti durante le settimane precedenti lo sbarco, era stata organizzata una campagna intitolata “Riso per la Somalia”. I bambini francesi sono arrivati, tutti, a scuola con uno o due chili di riso da mandare ai bambini somali. Ma sembra che il riso che arriva alle popolazioni affamate del corno d’Africa non è nei pacchi da un chilo che si vendono nei supermercati. È contenuto nei soliti sacchi da 25 chili degli aiuti alimentari. In ogni caso, lo stato francese non aveva bisogno dell’aiuto dei bambini per riempire un paio di navi di aiuti alimentari. Aveva solo bisogno di fare una mega operazione di propaganda per mascherare un intervento militare in un intervento umanitario.

Era l’inizio del concetto di “guerre umanitarie”



Quella operazione propagandistica, ma anche la figura stessa di Bernard Kouchner, sono in vari modi simbolici dell’evoluzione dell’immagine dell’Africa nel linguaggio politico e mediatico occidentale Post(neo)coloniale. Medico di formazione, Kouchner è il fondatore di Medici Senza Frontiere e di Médecins du monde, due grosse strutture umanitarie francesi. Viene quindi dalla cooperazione umanitaria per approdare in politica e diventare uno dei principali paladini del “diritto-dovere di ingerenza”. Nozione che ha portato alla quasi totalità degli interventi militari dei paesi della Nato dalla fine della guerra fredda a oggi.

Poveri loro
Dal dopo indipendenza dei paesi africani si è lavorato a lungo sull'immaginario occidentale (e anche africano) sull'idea che l’Occidente, in particolare, i paesi ricchi, in generale (cioè compresi paesi come le petromonarchie arabe, il Giappone, la Corea del Sud, la Cina, ecc...) aiutano l’Africa con miliardi di dollari ogni anno. A questo immaginario di Africa mendicante, voragine di aiuti esteri e che nonostante il generoso aiuto di tutti va sempre peggio, hanno lavorato gli stati, l’Onu, il sistema bancario, i media occidentali e anche le agenzie di solidarietà internazionale.



Per 60 anni ci hanno bombardato di parole e immagini di una Africa che vive a carico del mondo. L’immagine del bambino africano rachitico invade gli schermi del mondo. Invece del lupo cattivo, è il bambino del Biafra che diventa lo spauracchio di chi non vuole finire la sua zuppa: mangia altrimenti diventi come lui.


Partono le grandi operazioni di “solidarietà”, i lanci di cibo dagli elicotteri, le distribuzioni dai camion. Partono i grandi concerti di musica. I giovani vanno ai concerti live a Londra, Parigi e Los Angeles. Si divertono un sacco e sono pure convinti di aver fatto del bene all'Africa.


“We are the world, we are the children, We are the ones who make a brighter day, So let’s start giving"
"Noi siamo il mondo, noi siamo i bambini, Noi siamo quelli che fanno un giorno più luminoso, Quindi iniziamo a dare"
(ritornello di We are the world, scritta da Michael Jackson e Lionel Richie e cantata dalle maggiori star della Pop americana nel 1985)

L’immagine dell’Africa affamata nutre ogni tipo discorso
Quello pietistico dei missionari. Sono i nostri fratelli deboli, hanno fame, aiutateci ad aiutarli

Quello delle Ong. Sono esseri umani come noi, non ce la fanno da soli, aiutateci ad aiutarli

Quello della cooperazione di stato. Sono degli stati che non sono in grado di svilupparsi da soli, useremo soldi pubblici per aiutarli

Quello dell’ONU. Alcuni stati membri non ce la fanno da soli, la banca mondiale, gli stati più ricchi li devono aiutare a svilupparsi

Quello del Fondo monetario e della Banca Mondiale. Gli stati poveri hanno bisogno dei prestiti e dell’assistenza nostra per trovare una via verso lo sviluppo

Quello delle multinazionali. Siamo in Africa perché non è in grado da sola di sfruttare le sue ricchezze

Infine con gli esodi, anche negli ambienti di estrema destra xenofoba cresce il discorso di chi dice: non devono venire qui da noi, aiutiamoli a casa loro.

Tutti vogliono aiutare l’Africa. L’unica che sembra non voler farsi aiutare è proprio l’Africa stessa.

La realtà che viene esclusa dalla narrazione post (neo) coloniale è il fatto che i flussi economici (legali o sommersi) dall’Africa verso il resto del mondo sono infinitamente superiori a quelli dei così detti aiuti.

Non è l’Africa ad essere in debito con il mondo è il mondo che è in debito con l’Africa.

In principio ci fu la schiavitù
Ci sono state le deportazioni di schiavi. Milioni di persone deportate con la forza verso le colonie del nuovo mondo. Milioni sono arrivati e altri milioni sono morti durante i viaggi, incatenati e imprigionati dai coloni europei, si europei.

Poi è arrivato il colonialismo. Il continente africano è stato diviso tra le maggiori potenze del momento. Gran Bretagna e Francia in testa ma anche Portogallo, Spagna, Olanda, Belgio, Germania e Italia. È con il colonialismo che appare il fenomeno delle carestie in Africa.

Popolazioni intere espropriate dalle loro terre, coloni che possiedono da soli territori più grandi dei loro paesi di origine (uno tra tanti il criminale, razzista e colonialista Cecil John Rhodes 1853-1902 che possedeva nella parte meridionale del continente territori più grandi di tutte le nazione dell’Europa occidentale, l'ex Rhodesia, oggi Zambia e Zimbabwe)

Il colonialismo ha introdotte le monoculture, caffè, canna da zucchero, banane, ananas, cacao, caoutchouc, a scapito dei prodotti di prima necessità. È con il colonialismo che si mette in campo il meccanismo della dipendenza alimentare dell’Africa. Il continente è costretto con la forza delle armi a produrre cose che non consuma e a consumare cose che non produce.

I sistemi socio politici tradizionali sono sistematicamente distrutti anche con l’imposizione di frontiere che tagliano in pezzi i popoli africani. In cambio viene messo in posto un sistema politico fantoccio e corrotto. Il colonialismo ha diviso popoli da sempre amici e costretto a convivere popoli fra di loro antagonisti. Ha creato le minoranze etniche.

Il colonialismo ha imposto all'Africa leggi, religioni, lingue e tradizioni occidentali

Il colonialismo ha costretto i popoli africani a parlare le lingue dell'occidente soggiogando di fatto gli africani, diventati schiavi a casa loro. Ha impedito a intere generazioni di giovani africani di studiare, crescere, capire, diventare grandi.

Prima schiavi deportati nel nuovo mondo, e durante il colonialismo schiavi a "casa loro"


Il colonialismo è morto, viva il neo-colonialismo
Dopo la seconda guerra mondiale, il colonialismo mondiale, su indicazione del nuovo padrone del mondo, gli USA, viene dichiarato fuori legge e un processo lento di decolonizzazione è innescato.

Ma le potenze coloniali non possono rinunciare a quella manna celeste che è l’Africa. Scelgono di concedere una apparente indipendenza politica, istituendo progressivamente un sistema neo-coloniale che è nei fatti ancora più spietato dell’ordine coloniale tradizionale, in quanto in apparenza gli ex-stati coloniali non hanno più responsabilità nello sfruttamento disumano delle risorse e delle persone nei paesi ormai “indipendenti”


Ogni giovane politico africano che tenta una via verso l’indipendenza vera è assassinato. La sola Francia ha fatto assassinare almeno una decina di presidenti legittimi considerati troppo ribelli, sostituendoli con militari, ex informatori dei servizi coloniali, mercenari e corrotti vari.

La lista comincia con Sylvanus Olympio, legittimo presidente della Repubblica del Togo, eletto democraticamente e assassinato il 13 gennaio 1963 dal sergente Etienne Eyadema, torturatore e assassino al servizio del colonialismo francese appena rientrato dalla guerra in Vietnam. Eyadema ha regnato fino alla sua morte nel 2005 e ancora oggi a regnare su una repubblica del Togo dissanguata dalle multinazionali e dalla mafia al potere c’è il figlio Faure Eyadema. Questo scenario si ripeterà in tutta l’Africa francofona e, con modalità non tanto diverse, anche nelle ex colonie britanniche, belghe, spagnole e portoghesi.

Un nuovo tipo di predatore arriva nella foresta africana, la multinazionale. Il continente è dichiarato territorio di caccia aperta non solo per gli amatori di safari, ma per tutti quelli in cerca di materie prime a basso costo e di lavoratori sfruttabili a volontà.

L’estrazione di petrolio, gas, minerali e legnami pregiati, le monoculture riducono il territorio a una spugna da spremere senza pietà

I prodotti vanno via ma sul territorio non rimane niente tranne inquinamento, povertà, ignoranza, schiavitù, guerre civili fomentate a tavolino.

Le élite africane giocano il gioco e contribuiscono non poco al consolidamento di questo sistema. I governi corrotti, in cambio di una piccola percentuale versta sui loro conti privati, svendono i propri paesi, i propri popoli. È l’esempio di Omar Bongo messo al potere in Gabon dalla Francia e soprannominato “Monsieur 17%”. 17% è la percentuale che la famiglia Bongo pretende da ogni estrazione di ricchezza naturale dal Gabon. Oggi al potere c’è il figlio, Ali Bongo. Grande amico della Francia. Era quello che camminava abbracciato con Hollande durante la marcia “Je suis Charlie”. La stessa Francia che pretende portare la democrazia con le bombe ovunque ci sia petrolio.

Ali Bongo che cammina con Hollande durante la marcia “Je suis Charlie”

È a queste dittature corrotte e violente che la Banca Mondiale e le banche occidentali cominciano presto a concedere prestiti miliardari. Questo si chiama “cooperazione per lo sviluppo”

Io concedo un prestito a uno stato di cui so che la classe politica è corrotta, ladra e violenta. Il prestito ritorna subito nelle banche in Svizzera, nel Lussemburgo o a Jersey (uno dei tanti paradisi fiscali), sui conti privati dei dittatori e dei loro ministri. Oppure viene iniettato nelle economie occidentali sotto forma di partecipazioni in società e acquisto di beni e proprietà di lusso.

Ma nel frattempo i paesi sono sempre più indebitati e presto arriva il Fondo Monetario Mondiale con i suoi programmi di aggiustamento strutturale. La ricetta è semplice: meno scuola, meno sanità, niente protezione sociale, privatizzazione di tutti i servizi pubblici. Ma nessuna condizione di democrazia, di riduzione della corruzione, di aumento della trasparenza, di riduzione dei budget militari o degli sprechi della politica. Niente di niente. Andate avanti così. Che questo, a noi ci sta bene.

Questo succede tra la fine degli anni 70′ e la metà degli anni 80′. Risultato, a fine anni 80′ i primi ragazzi africani cominciano a lasciare i propri paesi a piedi in direzione del nord. Fino a quel momento l’immigrazione si faceva con un regolare biglietto aereo o navale. Chi non si poteva permettere il viaggio, rimaneva a casa dove un minimo di vita dignitosa era ancora possibile. Ma dopo i programmi di aggiustamento la vita diventa un inferno e migrare diventa l’unica soluzione per un numero sempre crescente di disperati.

L'umanitario come parte del problema
Le ONG umanitarie, anche se spesso nate con buone intenzioni, sono parte del problema e non della soluzione. Curano i sintomi della malattia senza mai affrontarne le cause. Anzi molto spesso contribuiscono ad inasprire il male. La dipendenza è la loro ragione di essere.

La ricerca di fondi è la priorità assoluta e molto spesso i progetti sono consoni alle esigenze dei donatori (che sono poi gli Stati responsabili dell’impoverimento dell’Africa) piuttosto che ai bisogni veri della popolazione. Se il trend è forare pozzi per l'acqua, si forano pozzi ovunque con o senza acqua. Se è alla costruzioni di scuole allora si costruiscono scuole ovunque senza un seguito.

I fondi stanziati rimangono in buona parte nei paesi d’origine per pagare l’affitto e le bollette della ONG, per la progettazione, gli studi di fattibilità, gli stipendi degli operatori e dei consulenti, per l’audit e le operazioni di visibilità.

Il poco che arriva in Africa è molto spesso mal gestito da personale senza esperienza e senza competenze che presto comincia a comportarsi da neo-colono che dispone del personale locale come di servitù propria. Questo ovviamente non è un giudizio estendibile su tutta la cooperazione internazionale. Ci sono Ong e missionari seri e onesti, che svolgono un lavoro straordinario, ma sono una minoranza. Del resto il risultato è sotto gli occhi di tutti. Mezzo secolo di cooperazione non ha fatto che peggiorare le cose.

Dalla parte ricca del mondo l’Africa è presentata come il continente indigente. Quello che ha sempre bisogno dell’aiuto altrui. E di fronte all'immagine di chi chiede, chiede ma non fa mai nessuno sforzo per uscire dalla povertà, le reazioni in genere sono di due tipi: quelli che hanno pietà e vogliono aiutare (e questi sono l’obiettivo delle pubblicità pietistiche delle ONG, delle chiese missionarie, ecc..) e quelli che pensano che bisogna aiutare di meno perché siamo stufi di aiutare sempre, e questi sono il target privilegiato dei discorsi conservatori: “aiutiamo prima i nostri”

Dalle navi dei negrieri ai barconi dei disperati
Questi discorsi si stanno evolvendo oggi di fronte alle situazioni, sempre più frequenti, di arrivo di profughi dalle zone devastate del continente africano, le posizioni variano un pochino.

Ci sono quelli che dicono: "Sì accogliamoli per pietà, per solidarietà, per carità cristiana". Poi ci sono quelli che dicono: “Va bene se proprio dobbiamo aiutarli, aiutiamoli a casa loro. Ma non devono venire da noi perché si sa che il bambino affamato ruba il pane" (della gente così detta per bene)

Tutto questo è frutto di un discorso sbagliato sull'Africa. L’Africa è narrata da quelli che la sfruttano e l’immagine del continente ne esce al rovescio.
  • Risulta che il parassita sia l’Africa, non le multinazionali, non gli stati coloniali e neo-coloniali.
  • Risulta che è il mondo ad aiutare in continuazione l’Africa. Quando è vero proprio il contrario. I flussi di ricchezza dall'Africa verso gli altri continenti sono infinitamente superiori alle gocce che ci tornano sotto forma di crediti, aiuti, cooperazione internazionale, carità e quant'altro.
Chi ha bisogno dell'Africa
Questa è la narrazione dell’Africa che non viene mai fatta sui media occidentali. Non c’è nel discorso ufficiale. Non c’è nel discorso della maggioranza delle ONG. Tutti raccontano i mali dell’Africa ma nessuno le origini di questi mali. Ecco dunque nell'immaginario della maggioranza delle persone, compresi i suoi figli, l’Africa è vista come un continente parassita.

Ma la realtà è una altra. L’Africa non avrebbe bisogno di essere aiutata da nessuno tranne che dai suoi figli. Il sistema degli aiuti continua solo ad appesantire il debito e la dipendenza. Non chiede nemmeno la restituzioni di ciò che le è stato sottratto, sarebbe incalcolabile.

L’Africa ha bisogno che si smetta di saccheggiarla. Questo sì. L'Africa ha le risorse per farcela da sola


Jacque Chirac: Senza l’Africa la Francia sarebbe una nazione del terzo mondo

È l’Africa che aiuta l’Occidente, non il contrario .. e lo confermano anche i dati statistici. L'Africa ha solo bisogno di non essere sfruttata, derubata, invasa dalle multinazionali, svenduta ai ricchi. È ora di dire basta all'intromissione dei paesi occidentali negli affari politici, sociali ed economici dell'Africa.

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Articolo di
Maris Davis


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