martedì 31 dicembre 2019

Buon Anno 2020

Buon Anno 2020
Diffondete la Speranza e coltivate l'Amore


"La Terra è un solo paese, siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero e fiori dello stesso giardino"

(dal messaggio della fratellanza)

Sognate in Grande
Pensate in Grande
AGITE in GRANDE
Sarà un 2020 bellissimo.

sabato 28 dicembre 2019

Razzismo all'italiana. Gli odiatori di professione non si fermano nemmeno davanti al dolore di una mamma nigeriana che piange la morte di un figlio

Accade nel Pronto Soccorso dell'Ospedale di Sondrio. «Tanto fate un figlio all'anno». La donna urlava di dolore per la morte del suo bambino, i pazienti in attesa la offendono.


Tua figlia di 5 mesi si sente male, non respira più, non capisci cosa le stia succedendo. La prendi tra le tue braccia, corri al pronto soccorso dell’ospedale più vicino a casa. Non sai perché sta male, ma capisci che la situazione è disperata. I medici la prendono in cura e dopo 90 minuti ne constatano il decesso: arresto cardiaco. Il cuore della piccola aveva smesso di battere già da un po’ e non riprenderà più. Tu sei una ragazza di 22 anni e fai quello che avrebbe fatto qualunque altra madre davanti al corpo senza vita di tua figlia di 5 mesi: piangi, urli, non puoi dare una spiegazione a quanto successo, non può esserci pace davanti a uno strazio simile.

Arrivi dalla Nigeria però, la tua pelle è scura, molto scura, e per alcune delle persone in attesa al pronto soccorso questo è imperdonabile e non riescono a trattenere la propria disumanità. «Tanto ne fai un altro», dice qualcuno. Altri parlano di riti tribali e satanismo, qualcuno ti dà della scimmia, qualcun altro parla di «tradizioni loro». Anche questo devi sopportare in quella corsia dell’ospedale di Sondrio.

«Non può essere così grave, gli africani fanno un figlio all'anno. Mettetela a tacere quella scimmia. Ma cosa urla? Sarà stato un rito tribale»
Il pianto di una giovane donna nera disturba l’attesa di quei bianchi sondriesi seduti ad aspettare il loro turno. È la faccia feroce della stupidità razzista che dilaga da nord a sud, quel virus che gli stupidi razzisti accolgono e rivomitano appena ne hanno occasione. Ad ascoltare quelle parole una consigliera comunale di minoranza, Francesca Gugiatti, che racconta tutto sabato sera in piazza alla manifestazione delle Sardine e poi scrive un post su Facebook. «Ho sperato più che mai che calasse il silenzio fra le voci insopportabili e malvagie di quegli individui. E invece no, anche di fronte alla morte di un’innocente, le voci hanno continuato. La più tremenda è stata: “tanto loro ne sfornano uno all'anno". Siete davvero schifosi»

La direzione dell’ospedale ha detto che il personale non ha sentito quegli insulti. «Le frasi riportate da Francesca non possono essere né confermate, né smentite. Il personale in servizio non le ha assolutamente sentite. È certo invece che l’assistenza e la cura nei confronti della famiglia e della loro figlioletta sono state massime»

Il caso è diventato nazionale, tanti i politici che hanno commentato. A Sondrio il sindaco di centro destra che governa la città dal 2018 ha messo il silenziatore sugli insulti razzisti. «Di fronte ad una mamma che perde la propria figlia non resta che stringersi idealmente attorno a lei in silenzio e meditazione», ha detto il sindaco Marco Scaramellini senza citare quanto denunciato dalla dalla donna che aveva assistito alla scena. Guida una giunta sostenuta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e tre liste civiche. Eppure perfino Giorgia Meloni ha postato il suo ribrezzo «da mamma»: «Non ho parole, che schifo», ha scritto su Facebook commentando la notizia.

Ma come ha reagito la città della Valtellina?
«Dai commenti che ho sentito in giro e letto sui social è emersa la consapevolezza dell’esistenza di questo razzismo latente», ha detto un cittadino sondriese. «Qui non ci sono mai stati episodi di violenza, ma c’è un sottobosco, una sorta di razzismo subdolo, non evidente. Lo chiamerei razzismo ignorante»

A Sondrio qualcuno sta avviando una raccolta fondi per aiutare la giovane mamma. «So che qualcuno si sta organizzando per capire se si può aiutare economicamente questa ragazza, almeno per il funerale della bambina»

Dal consiglio regionale lombardo anche il Movimento 5 Stelle propone una raccolta fondi e chiede alla giunta del leghista Attilio Fontana di investire «in politiche di inclusione, formazione a partire dalle scuole e campagne di sensibilizzazione che abbiano effetti concreti». Quel Fontana che durante la campagna elettorale per la presidenza lombarda parlò di razza bianca a rischio. Poi vinse le elezioni.




Articolo a cura di
Maris Davis


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giovedì 12 dicembre 2019

Mortalità infantile e materna, ogni 11 secondi muore un neonato o una donna in gravidanza

Sono 28 milioni ogni anno i neonati o le mamme che muoiono di parto.


Il rapporto UNICEF-OMS: il peso delle gravi disuguaglianze nel mondo. I livelli di mortalità materna sono circa 50 volte maggiori nell'Africa Sub-Sahariana rispetto ai paesi ad alto reddito.
Dal 2000, le morti di bambini si sono ridotte di circa la metà e le morti materne di oltre un terzo. Nonostante ciò, circa 2,8 milioni di donne in stato di gravidanza e neonati muoiono ogni anno, il che vuol dire: uno ogni 11 secondi, principalmente per cause prevenibili o facilmente curabili.

Inoltre, 6,2 milioni di bambini, sotto i 15 anni, sono deceduti nel 2018, e oltre, nel 2017 circa 290.000 donne sono morte a causa di complicazioni durante la gravidanza e il parto. Del numero totale di morti di bambini, 5,3 milioni sono avvenute nei primi 5 anni, di cui circa la metà nel primo mese di vita.

Il mondo ha compiuto progressi sostanziali nel ridurre la mortalità infantile e materna. Una riduzione del 56% delle morti di bambini sotto i 15 anni, da 14,2 milioni a 6,2 milioni nel 2018; dal 2000 al 2017 il tasso di mortalità materna è diminuito del 38%.

In Italia i tassi di mortalità infantile sono diminuiti costantemente. Nel 1990 il tasso di mortalità neonatale era di 6 neonati morti ogni 1.000 nati vivi, nel 2018 era di 2

I rischi per i neonati
Secondo le nuove stime sulla mortalità materna e dei bambini lanciate oggi da un gruppo di agenzie delle Nazioni Unite guidato dall'UNICEF e dall'OMS, oggi sta sopravvivendo il numero maggiore di sempre di donne e di bambini.

Nonostante ciò, le nuove stime rivelano che le donne e i neonati sono più vulnerabili durante e immediatamente dopo il parto. I bambini, in particolare, affrontano il rischio di morte maggiore durante il primo mese, soprattutto se sono nati troppo presto o troppo piccoli, hanno complicanze durante la nascita, malformazioni congenite o contraggono infezioni. Circa un terzo di queste morti avvengono nel primo giorno e circa tre quarti solo nella prima settimana.

Da occasione di gioia a tragedia
In paesi che forniscono a tutti servizi sanitari di alta qualità, a prezzi accessibili e sicuri, le donne e i bambini sopravvivono e crescono. Questo è il potere della copertura sanitaria universale

Nel mondo, la nascita è occasione di gioia. Ma, ogni 11 secondi, una nascita è una tragedia familiare. Un paio di mani esperte per aiutare le madri e i neonati nel periodo della nascita, insieme ad acqua pulita, nutrizione adeguata, medicine e vaccini di base, possono fare la differenza fra la vita e la morte. Dobbiamo fare tutto il necessario per investire nella copertura sanitaria universale per salvare queste preziose vite

Le ampie disuguaglianze nel mondo
Le stime mostrano inoltre ampie disuguaglianze nel mondo, con donne e bambini in Africa Sub-Sahariana che affrontano rischi di morire sostanzialmente maggiori rispetto a tutte le altre regioni. I livelli di mortalità materna sono circa 50 volte maggiori per le donne in Africa Sub-Sahariana e i loro bambini hanno probabilità 10 volte maggiori di morire nel loro primo mese di vita rispetto ai paesi ad alto reddito.

Nell'Africa Sub-Sahariana
Nel 2018, 1 bambino su 13 in Africa Sub-Sahariana è morto prima del suo quinto compleanno, con un rischio di 15 volte maggiore rispetto a un bambino in Europa, dove ne muore solo 1 su 196 con meno di 5 anni.

Proprio in Africa Sub-Sahariana nel 2018 è stato riscontrato il tasso più alto di mortalità neonatale (primi 28 giorni di vita), 28 bambini morti ogni 1.000 nati vivi, seguito dall'Asia centrale e meridionale con 25 bambini morti ogni 1.000 nati vivi. Il rischio per una donna in Africa Sub-Sahariana di morire durante la gravidanza o il parto nel corso della sua vita è pari a 1 su 37; in Europa è di 1 su 6.500. In Africa Sub-Sahariana e Asia meridionale si registrano circa l’80% delle morti globali materne e di bambini. Le donne affrontano i rischi maggiori di morire durante la gravidanza o il parto in Sud Sudan, Ciad, Sierra Leone, Nigeria, Repubblica Centrafricana e Somalia.


In Europa e Nord America
Qui c'è uno dei più bassi tassi di mortalità dei bambini sotto i 5 anni di tutte le regioni, il 54% di tutte le morti sotto i 5 anni avviene nel periodo neonatale.

In Italia i tassi di mortalità dei bambini sono diminuiti costantemente: nel 1990 il tasso di mortalità neonatale era di 6 neonati morti ogni 1.000 nati vivi, nel 2018 è risultato di 2. Il tasso di mortalità sotto 1 anno è calato da 8 bambini morti ogni 1.000 nati vivi nel 1990 a 3 nel 2018; il tasso di mortalità sotto i 5 anni è stato ridotto da 10 morti ogni 1.000 nati vivi nel 1990 a 3 decessi ogni 1.000 nati vivi nel 2018: Il rischio di morire tra i 5 e i 14 anni è passato da 2 a 1 bambino ogni 1.000 in quella fascia d’età.

Progressi legati alla copertura sanitaria universale
Il mondo ha compiuto progressi sostanziali nel ridurre la mortalità dei bambini e materna. Dal 1990, si è verificata una riduzione del 56% delle morti di bambini sotto i 15 anni, da 14,2 a 6,2 milioni nel 2018.

I paesi in Asia orientale e sud-orientale hanno compiuto i progressi maggiori, con un declino dell’80% delle morti di bambini sotto i 5 anni come Bielorussia, Bangladesh, Cambogia, Kazakhstan. Ma progressi sono stati fatti anche in alcuni paesi dell'Africa: Malawi, Marocco, Mongolia, Rwanda, e Zambia.

Sono alcuni dei paesi in cui si sono verificati progressi sostanziali nella riduzione della mortalità materna e dei bambini. Il successo è dovuto alla volontà politica di migliorare l’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità investendo nella forza lavoro sanitaria e introducendo cure gratuite per le donne in gravidanza e i bambini. Molti di questi paesi si concentrano sull'assistenza sanitaria primaria e la copertura sanitaria universale.





Articolo di
Maris Davis


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mercoledì 4 dicembre 2019

Burkina Faso. Le speranze di un popolo tra violenza jihadista e una grave crisi umanitaria

Il World Food Programme (WFP) lancia l’allarme sul peggioramento delle condizioni di vita in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti. Violenze diffuse e cambiamenti climatici le cause principali.


Nella fascia saheliana la crisi alimentare super il livello dell'emergenza
L’agenzia ONU World Food Programme (WFP) ha lanciato oggi l’allarme sul peggioramento della crisi umanitaria in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti, nella fascia saheliana centrale dell’Africa occidentale. La violenza diffusa e l’impatto a lungo termine del cambiamento climatico le cause principali. Secondo il WFP, la risposta umanitaria deve essere rapidamente potenziata, se si vogliono proteggere e salvare vite nel Burkina Faso e nella regione.

La malnutrizione oltre la soglia dell'emergenza
Il Burkina Faso sta vivendo una crisi drammatica crisi che ha sconvolto le vite di milioni di esseri umani. Quasi mezzo milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e un terzo del Paese è considerato ora zona di guerra. Le associazioni umanitarie registrano tassi di malnutrizione ben al di sopra della soglia di emergenza. Significa che bambini piccoli e madri che hanno appena partorito sono particolarmente in pericolo. Se il mondo vuole davvero salvare vite, questo è il momento

Scuole chiuse e campi abbandonati
C’è stato un brusco aumento delle violenze in Burkina Faso. Nella prima metà del 2019 si sono registrati più attacchi di quanti ne siano avvenuti in tutto il 2018, con vittime civili in numero quattro volte maggiore rispetto a tutto il 2018. I livelli crescenti di insicurezza hanno portato alla chiusura delle scuole e all'abbandono dei campi da parte degli agricoltori, fuggiti in cerca di salvezza, in un paese dove quattro persone su cinque contano sull'agricoltura per i propri mezzi di sostentamento.

L’impatto sui 20 milioni di persone che vivono in aree di conflitto nella regione è drammatico. Solo nel Burkina Faso, almeno 486.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Nei tre paesi del Sahel centrale (Mali, Burkina Faso e Niger) gli sfollati sono ora 860.000 mentre arrivano a 2,4 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza alimentare anche se la cifra aumenta in continuazione a causa del continuo aumento di persone costrette ad abbandonare i propri luoghi di origine.

La sfida contro i cambiamenti climatici
Il WFP e le altre agenzie umanitarie si trovano ad affrontare la crisi crescente in un momento in cui scarseggiano i finanziamenti a sostegno delle operazioni di soccorso e nuove risorse sono necessarie per rispondere ai maggiori bisogni. Anche al netto dell’insicurezza che aggrava la situazione, il Sahel è colpito duramente dai cambiamenti climatici e molte comunità stanno già cercando di adattarsi all'imprevedibilità del clima.

La sfida per il WFP è immensa: rispondere ai bisogni umanitari immediati e, allo stesso tempo, salvaguardare gli investimenti fatti nella resilienza e nella auto-sufficienza delle comunità affinché i progressi fatti negli ultimi anni non siano vanificati.

Il lavoro del WFP in 80 Paesi
Il WFP ha rafforzato la sua risposta, fornendo assistenza alimentare e nutrizionale, quest'anno, ad oltre 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel Centrale, concentrando gli sforzi in aree dove i bisogni umanitari sono maggiori e dove si sono verificati i maggiori spostamenti di popolazione.

Il WFP ha urgentemente bisogno di 150 milioni di dollari per le operazioni nei tre paesi del Sahel centrale, Mali, Niger e Burkina Faso, che includono sia le attività emergenziali che quelle sulla costruzione della resilienza. Il World Food Programme delle Nazioni Unite lavora in oltre 80 paesi nel mondo, sfamando le persone colpite da conflitti e disastri e gettando le basi per un futuro migliore.


Sahel Centrale. L'emergenza umanitaria che il mondo sta ignorando
Il conflitto va avanti, e anche a passo veloce

Stiamo parlando del Sahel centrale, una regione dell’Africa che comprende Burkina Faso, Mali e Niger, dove 20 milioni di persone, si stima, vivono in zone colpite dai conflitti e dove 2,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, un numero in crescita a causa dei continui spostamenti di sfollati.

Il Sahel è storicamente e strutturalmente molto povero, non riceve i grandi investimenti di cui avrebbe bisogno. È un’area soggetta a shock climatici, dove si registrano le temperature più alte e le minori risorse naturali per l’agricoltura

Parti del Burkina Faso, dove il conflitto si è intensificato durante tutto l’anno, sono in “caduta libera” poiché la minaccia di violenza da parte dei gruppi armati costringe le persone nelle zone rurali a fuggire.

A gennaio c’erano circa 80.000 sfollati, ora sono circa 486.000, altri 250.000 sono sfollati del Mali e del Niger. Nelle prossime settimane, la cifra totale nella regione raggiungerà 1 milione di persone. Con questi due paesi anch'essi sull'orlo della crisi, a settembre il WFP ha dichiarato il Sahel centrale un’emergenza di livello 3, il grado più alto"

È un ambiente difficile, ancora di più adesso che la gente ha meno coltivazioni disponibili a causa del conflitto, il bestiame viene ucciso, la gente ha perso i mezzi di sussistenza

In questi paesi del Sahel, il 60% della popolazione ha meno di 25 anni, con un accesso limitato alle opportunità di lavoro e ai servizi sociali. Livelli cronici di malnutrizione, insicurezza alimentare, povertà e disuguaglianza sono prevalenti in tutti questi paesi; e con una popolazione sempre più giovane, alcuni finiscono ad ingrossare le fila dei gruppi armati.

I progressi che faticosamente si sono fatti nella costruzione della resilienza e nello sviluppo rischiano di sfumare. In Niger, da gennaio a settembre, il WFP ha assistito 9.700 studentesse adolescenti con borse di studio. Oggi le scuole sono chiuse in molte zone colpite dal conflitto, un bambino su tre non può andare a scuola.

Gli edifici scolastici sono tra i primi spazi che vengono usati per accogliere gli sfollati. Ciò influisce sulla frequenza scolastica nelle comunità ospitanti che, per complicare di più le cose, il WFP a volte non è in grado di raggiungere alcune zone proprio a causa del conflitto.

Il WFP ha assistito quest’anno 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel e richiede investimenti urgenti per una risposta più incisiva e per proteggere i progressi compiuti nei programmi in corso, in particolare nella costruzione della resilienza.

Ogni giorno ci sono persone fuggite appena in tempo dai loro villaggi con storie orribili”. Come ad esempio, l’uccisione di 25 membri di una famiglia. “Alcuni cercano di tornare indietro per vedere se riescono a prendere alcuni dei loro beni e non tornano, quindi è probabile che siano stati uccisi. Sono storie terrificanti

Il WFP lavora anche per sostenere le famiglie ospitanti che ricevono gli sfollati, l’ospitalità non è sempre facile, quando chi non ha quasi nulla accoglie decine di persone. Tra l’altro, sia chi ospita che chi viene ospitato deve affrontare un altro problema: trasferirsi in un determinato territorio, e viceversa non lasciarlo, può sollevare i sospetti del governo su come ciò sia possibile senza l’allineamento o la complicità con i gruppi armati.

La sfiducia, la violenza, non rispettano confini politici, né più né meno che una possibile siccità, che è una minaccia sempre sospesa sul Sahel, (l’ultima è avvenuta quasi dieci anni fa). Così il Burkina Faso, il Mali e il Niger rimangono in un groviglio di disperazione sempre più profondo.


Il Mali e il Burkina Faso erano paesi emblematici, negli anni ’90. Hanno rappresentato un buon esempio di contesti in cui “la vita non è facile, le risorse sono scarse ma c’è stabilità, erano sulla via della democrazia, la gente viveva bene insieme, nessun conflitto. Noi avevamo zero problemi di accesso, loro avevano il turismo.

La stabilità che ha posto i paesi sulla strada dello sviluppo si è conclusa con la diffusione dei conflitti. Prima in Mali, nel 2012, e dal 2018 in Burkina Faso. In entrambi i paesi, la violenza ingolfa gli investimenti e mette a rischio lo sviluppo e i progressi nella resilienza. Un altro problema che il Sahel centrale deve affrontare è la mancanza di copertura mediatica: non se ne parla abbastanza, come per la Siria e per lo Yemen, ma la portata della tragedia è sostanziale e potenzialmente colpisce più persone di Siria e Yemen messi insieme.

Quest’area non interessa quasi a nessuno. Fino a quando non colpisce davvero dal punto di vista finanziario o politico e ha un impatto diretto sugli attori globali. Al momento, nessuno è veramente interessato e si sta semplicemente a guardare la tragedia che ha luogo davanti ai nostri occhi

Noi stiamo cercando in tutti i modi di continuare ad esserci, con le nostre operazioni sempre più rafforzate, perché questo dà anche un po’ di speranza alle persone, per non farle sentire completamente abbandonate”. Il WFP sta lavorando con i paesi del Sahel centrale, con l’UNICEF, la FAO e molti partner umanitari locali e internazionali.

Ciò che è immediatamente necessario è l’attenzione globale, gli sforzi politici e diplomatici e un enorme sostegno alle persone sul terreno per salvare vite umane, con particolare attenzione allo sviluppo sostenibile. Questo significa che, oltre alla risposta umanitaria, dovremmo agire collettivamente nelle “zone cuscinetto”, quelle aree del paese a rischio di scivolare nella violenza, per evitare ulteriori catastrofi.





Articolo di
Maris Davis


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