giovedì 15 agosto 2019

Woodstock compie 50 anni a tempo di rock and roll

Il 15 agosto 1969 cominciò il weekend più famoso degli anni Sessanta, “tre giorni di pace e musica”, e che musica, era rock and roll.



Quando quattro produttori musicali e promoter newyorkesi si misero in testa di organizzare un festival estivo, all’inizio del 1969, le premesse erano quelle di un evento come tanti altri, in quel periodo in cui la musica rock e il movimento hippy stavano dilagando tra i giovani americani. Il 15 agosto, quando nella località di Bethel, New York, cominciò ufficialmente la “Aquarian Exposition: 3 Days of Peace & Music”, ci si rese in fretta conto che stava però succedendo qualcosa di epocale.

Il Festival di Woodstock, come ricordiamo oggi il weekend più famoso della storia della musica rock, aveva attirato un numero di persone che sembrava vicino al mezzo milione, mandando nel caos un’intera contea. Il nome lo prese dalla società che lo organizzava, e che originariamente progettava di aprire uno studio nell’omonima città (Woostock appunto), che in realtà dista da Bethel una settantina di chilometri.

Cominciò esattamente 50 anni fa, finendo due giorni e mezzo dopo con il leggendario concerto di Jimi Hendrix, che suonò il lunedì mattina davanti alle poche decine di migliaia di persone che avevano resistito fino a quel momento in quel terreno trasformato nel frattempo in una specie di campo di battaglia, simile a quelli della guerra che si stava combattendo a quasi 10mila chilometri di distanza, in Vietnam.

L’idea per Woodstock era venuta a Michael Lang, Artie Kornfeld, Joel Rosenman, e John P. Robert, quattro produttori, promoter e imprenditori di New York che ci misero un po’ a mettersi d’accordo su cosa volevano davvero organizzare. L’idea comunque non fu mai quella di organizzare il più grosso festival musicale che gli Stati Uniti avessero mai visto, quanto quella di seguire il modello di molti altri eventi rock che erano stati organizzati nell’estate precedente, per guadagnarci dei soldi.

All’inizio addirittura fecero fatica a ingaggiare artisti di primo piano, finché i Creedence Clearwater Revival accettarono la loro proposta di 10mila dollari, aprendo la strada ad una affollatissima di star dell’epoca.

Anche trovare il luogo per l’evento non fu per niente facile. La ricerca si concentrò da subito nell’area a nord ovest di New York, ma i residenti e i proprietari terrieri locali delle zone sondate fecero resistenza appena intuito cosa stessero programmando gli organizzatori. Finché non incontrarono Max Yasgur, proprietario di una grossa fattoria, convinto Repubblicano e sostenitore della guerra in Vietnam, che pensò però che il festival avrebbe potuto aiutare i suoi affari. Accettò quindi ospitare l’evento nei suoi terreni di circa 2,5 chilometri quadrati.

Secondo gli stessi organizzatori i partecipanti non sarebbero stati più di 50mila. E invece furono dieci volte di più

La stima di 50mila presenze fu sconfessata in poco tempo, quando vennero messi in vendita i biglietti. Li avevano soltanto un po’ di negozi di dischi di New York, oppure si potevano ordinare per corrispondenza in uno specifico ufficio postale di Manhattan. Costavano 18 dollari per tutti e tre i giorni, una cifra considerevole per l’epoca, non lontana dall’equivalente dei biglietti degli attuali grossi festival su più giorni. Ne vennero venduti 168mila, e si stimò che ai cancelli si sarebbero presentati in 200mila.

Apertura del Festival
La mattina del 15 agosto fu chiaro che non era così. Il New York Times ha raccontato che l’unico reporter inviato a seguire l’evento si aspettava «soltanto un altro grosso festival», ma una volta arrivato sul posto si ritrovò in mezzo a un enorme ingorgo, circondato da decine e decine di migliaia di giovani che lasciavano l’auto dove potevano e si riversavano verso l’area dei concerti. Qualcuno chiamò il caporedattore del giornale implorandolo di mandare altre persone: «questa notizia è molto più grande di quanto pensa il Times»

Le autorità cominciarono a trasmettere comunicati allarmisti alla radio per scoraggiare le persone che si dovevano ancora mettersi in viaggio, in parte riuscendoci. Gli organizzatori abbandonarono in fretta l’idea di chiedere 24 dollari per il biglietto per chi non lo aveva acquistato in anticipo: Woodstock diventò un festival gratuito.

Venerdì 15 agosto 1969
Il primo concerto iniziò alle 17.07 del venerdì, e lo tenne il cantautore Richie Heavens, che fu spostato all’apertura dopo che la band dei Sweetwater era stata fermata dalla polizia, e altri artisti erano rimasti bloccata nel traffico. Verso le dieci di sera cominciarono le prime piogge, mentre si susseguivano gli artisti fino ad arrivare al gran finale di serata con il concerto di Joan Baez, incinta di sei mesi.

Sabato 16 agosto 1969
Il giorno successivo si esibì alle due di pomeriggio un giovanissimo Carlos Santana, con la sua omonima band, e quella sera lo seguirono alcune delle più grandi band degli anni Sessanta, dai Canned Heat, ai Grateful Dead, ai Creedence Clearwater Revival. Nella notte suonò Janis Joplin, poi Sly and the Family Stone, gli Who e infine, alle 8 della domenica mattina, i Jefferson Airplane.


Domenica 17 agosto 1969
Nel frattempo, tutto intorno lo scenario era surreale. Si erano accumulate tra le 400 e le 500mila persone, in un contesto allestito per accoglierne meno della metà. Ma l’organizzazione riuscì a improvvisare un’infrastruttura tutto sommato funzionante, pur nelle prevedibili scarsissime condizioni igieniche e di sicurezza.

C’erano tende dell’infermeria strapiene, poco cibo trasportato d’urgenza con l’elicottero, un sacco di fango causato dalle piogge, e un impianto audio prodigioso e diventato leggendario, che permise tutto sommato di godersi il concerto alla maggior parte degli spettatori. Tra un concerto e l’altro, le colonne di casse trasmettevano gli annunci di gente che aveva perso i propri amici, e i continui disperati appelli a rispettare alcune minime misure di sicurezza.

La mattina di domenica il governatore dello stato di New York Nelson Godfeller chiamò gli organizzatori dicendo di aver deciso di inviare sul posto 10.000 membri della guardia nazionale, ma fu dissuaso all’ultimo.

Quel pomeriggio cominciò l’ultima sessione di concerti, aperta da Joe Cocker e seguita dai Ten Years After, The Band, Johnny Winter, Crosby Stills Nash & Young fino al gran finale, alle 9 del lunedì mattina davanti ad appena 30mila persone.


Il concerto di Jimi Hendrix
Vestito con la giacca bianca con le frange e la fascia in testa, diventò il più famoso di tutti, entrando nella storia della musica e della cultura popolare del Novecento. In particolare per la celebre versione dell’inno americano suonato con la chitarra elettrica, imitando i suoni delle bombe sganciate sul Vietnam.

Alla fine del festival si contarono due morti, uno per overdose e uno perché schiacciato accidentalmente da un trattore. Circa 4.000 persone furono soccorse per ferite, per malattie o per problemi legati all’alcol e alla droga. Ci fu almeno una nascita, insieme ad alcuni aborti.

Quando si capirono le dimensioni e la portata del festival vennero fuori anche gli artisti che avevano declinato l’invito, da Bob Dylan a Simon & Garfunkel, dai Led Zeppelin ai Byrds. Gli organizzatori andarono quasi in bancarotta, ma si rifecero abbondantemente grazie al successo del film che uscì l’anno successivo con le riprese dei concerti, diretto da Michael Wadleigh e ancora oggi uno dei più celebri documentari sugli anni Sessanta.

Omaggio a Woodstock. Immagini d'epoca



Woodstock, 15-18 agosto 1969 il primo, ma anche il più grande raduno Rock di tutti i tempi. Quello che caratterizzò Woodstock fu proprio lo spirito di fratellanza e di pace con cui parteciparono tutti, dagli spettatori agli artisti presenti.


Il luogo
Bethel, della contea di Sullivan, una cittadina rurale 69 km. a sud-ovest di Woodstock, nello stato di New York. L'allevatore, Max Yasgur, accettò di affittare 2,4 km/q per 75.000 dollari. Altri 25.000 dollari furono pagati come affitto a proprietari confinanti per ingrandire il sito del festival. Il terreno di Yasgur formava una conca naturale digradante verso lo stagno Filippini a nord.

Il Palco
Il palco fu costruito alla base del rilievo, con lo stagno sullo sfondo. Lo stagno sarebbe diventato un luogo molto amato dai partecipanti, che vi facevano il bagno svestiti (nudi). Gli spettatori furono più di 450.000 (secondo altre fonti non verificate, le presenze erano addirittura un milione di persone).


Artisti presenti nell'ordine esatto della loro esibizione sul palco
Ogni band avrebbe dovuto suonare per un'ora, ma superare quel limite fu un fatto ordinario a causa degli infiniti "bis". Il primo artista salì sul palco nel pomeriggio di venerdì 15 agosto, l'ultimo fu Jimi Hendrix che, con la sua band, iniziò la sua esibizione alle 9 di mattina di lunedì 18.

Swami Satchidananda, Richie Havens, Country Joe McDonald, John B. Sebastian, Sweetwater, Incredible String Band, Bert Sommer, Tim Hardin, Ravi Shankar, Melanie, Arlo Guthrie, Joan Baez, Quill, Keef Hartley Band, Santana, Canned Heat, Grateful Dead, Mountain, Creedence Clearwater Revival, Sly & The Family Stone, Janis Joplin, The Who, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Country Joe & The Fish, Ten Years After, The Band, Blood Sweat And Tears, Johnny Winter, "Crosby, Stills, Nash & Young", Paul Butterfield Blues Band, Sha-Na-Na, Jimi Hendrix (The Gypsy Sun & Rainbows Band).

Artisti che rinunciarono all'ultimo momento
Jeff Beck Group (si sciolsero prima del Festival), Iron Butterfly (bloccati per via del traffico), Joni Mitchell, Lighthouse (dissero che era una pessima iniziativa), Ethan Brown (arrestato 3 giorni prima).

Aneddoti e Curiosità
  • Due decessi a Woodstock, il primo per un'overdose di eroina, il secondo, uno spettatore investito da un trattore mentre dormiva.
  • Due nascite e quattro aborti spontanei.
  • Richie Havens, al settimo bis, esaurì il suo repertorio.
  • John Sebastian lasciò il palco inaspettatamente, dopo essere stato avvisato che la moglie aveva partorito.
  • Tim Hardin, nonostante suonò due sole canzoni, la sua esibizione durò un'ora.
  • Jerry Garcia e Bob Weir (chitarristi dei Grateful Dead) presero la scossa toccando le loro chitarre.
  • Pete Townshend degli Who sbatté più volte la chitarra sul palco e poi la gettò al pubblico.
  • Sempre Pete, dopo essere stato importunato dal leader del movimento hippy disse "La prossima fottuta persona che cammina su questo palco verrà uccisa, d'accordo? Potete ridere, ma sono serio!".
  • Joe Cocker e Carlos Santana, fino ad allora perfetti sconosciuti, dopo Woodstock divennero famosissimi.

Woodstock. La playlist live





Articolo di
Maris Davis


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giovedì 8 agosto 2019

Africa. Il neo-colonialismo delle multinazionali dell'acqua

L’insieme di permessi che regolamentano ancora oggi l’utilizzo delle fonti idriche per l’agricoltura in gran parte dei paesi, risalgono all'epoca coloniale.


Un sistema superato dai regimi consuetudinari in uso prima dell’arrivo dei bianchi che continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali, ma che creano un limbo legale che finisce per avvantaggiare latifondisti e grandi aziende, spesso straniere.

Nel 1929 nella colonia e protettorato inglese del Kenya, venne approvato il primo sistema di permessi sulle risorse idriche nazionali per l’irrigazione. L’ordinanza dichiarava esplicitamente “l'acqua di ogni corpo idrico è proprietà della Corona britannica e il suo controllo conferito al governatore in loco”. L’espressione corpo idrico si riferiva sia all'acqua di superficie sia alle falde sotterranee. Qualsiasi utilizzo, deviazione, interruzione di queste acque, richiedeva un’apposita autorizzazione. Solo le paludi o le sorgenti che si trovavano all'interno di terreni di proprietà, quasi sempre essenzialmente di coloni, erano esenti dagli obblighi burocratici.

È passato quasi un secolo da allora e 55 anni dall'indipendenza del Kenya, eppure il diritto all'acqua è rimasto fermo nel tempo. Molti paesi africani, una volta divenuti indipendenti, hanno mantenuto e rafforzato le regole coloniali sul consumo dell’acqua e le leggi consuetudinarie in uso prima dell’arrivo dei bianchi, sebbene riconosciute, sono rimaste sempre in una posizione subordinata.

Piccoli coltivatori indeboliti
Almeno questo è ciò che avrebbero voluto i governi. Nella prassi, con l’aumento esponenziale dei piccoli agricoltori, l’implementazione dei permessi è divenuta logisticamente impossibile e quindi, di fatto, i regimi consuetudinari continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali.

Secondo alcuni studi condotti in Sudafrica e Ghana, sarebbero milioni i piccoli contadini che investono in strumenti idrici di auto-approvvigionamento e condivisione delle acque, superando di gran lunga i progetti pubblici su larga scala. E la Banca Mondiale è ben consapevole di quella che lei stessa descrive come una “rivoluzione già in atto

Una rivoluzione che tuttavia appare insufficiente per arginare le continue crisi alimentari che imperversano nel continente. Anche il sistema formale dei permessi, infatti, contribuisce a indebolire l’accesso a una risorsa vitale per l’agricoltura, come l’acqua, stremando i contadini, riducendo i loro mezzi di sostentamento e la sicurezza alimentare di buona parte dei paesi.

Le grandi dighe nella Valle dell’Omo in Etiopia e il sistema di sbarramenti sul fiume Sanaga in Camerun, sono due esempi che dimostrano quanto questi enormi progetti abbiano avuto un alto costo sociale ed ambientale.

Secondo la Banca Mondiale, circa il 90% delle terre rurali africane non è certificato, ma è sottoposto direttamente al diritto consuetudinario. Per poter utilizzare l'acqua in molte parti dell'Africa è necessario possedere dei terreni e il riconoscimento dell’irrigazione informale andrebbe a rafforzare proprio i diritti fondiari.


Decolonizzare l’acqua
Decolonizzare l’acqua” è il concetto chiave della proposta lanciata da International Water Management Institute (IWMI) durante la 7°edizione della Settimana dell’Acqua (Africa Water Week), tenutasi un mese fa a Libreville, in Gabon.

Il report si basa su una ricerca condotta in Kenya, Malawi, Zimbabwe, Sudafrica e Uganda, sulle modalità di accesso all'acqua. Viene evidenziato come nella popolazione totale dei cinque paesi, più di 165 milioni di persone, solo i latifondisti, grandi aziende o miniere, riescono a destreggiarsi nel complicato e costoso processo delle autorizzazioni, mentre i piccoli proprietari terrieri rimangono in un limbo legale con la possibilità di irrigare solo un acro di terreno.

L'IWMI e l’ong sudafricana Pegasys propongono un “approccio ibrido” per superare quest’ingiustizia amministrativa: riconoscere i permessi esistenti e le pratiche consuetudinarie sull'acqua.

Secondo il report, il sistema dei permessi sull'acqua può esistere, ma come semplice strumento normativo. Le tasse vanno ad applicarsi ai pochi coltivatori su larga scala che determinano impatti sull'ambiente più forti rispetto ai piccoli fruitori, scoraggiando l’uso dispendioso e sproporzionato dell’acqua, proprio laddove rappresenta una risorsa più che mai preziosa.

Un quarto della popolazione mondiale rischia di rimanere senz'acqua

E anche l'Italia non se la passa molto bene


Ci sono 17 paesi che ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo e che stanno affrontando una gravissima crisi idrica: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. Lo sostiene un’analisi del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali. Secondo i dati del WRI questi paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, mentre dovrebbero conservarne per periodi di maggiore siccità.


Paesi come Qatar, Israele, Libano e Iran ogni anno prelevano in media più dell’80 per cento delle proprie risorse totali di acqua, e rischiano seriamente di rimanerne a corto.

Ci sono poi altri 44 paesi, che ospitano un terzo della popolazione mondiale, che prelevano ogni anno il 40 per cento dell’acqua di cui dispongono. Per questi paesi, che comprendono anche l’Italia (al 44esimo posto), il WRI calcola un alto rischio di terminare le risorse idriche: meno elevato dei primi 17, ma comunque preoccupante.

Dal 1960 a oggi il prelievo di acqua in tutto il mondo è più che raddoppiato, a causa dell’incremento della richiesta, e non dà segni di diminuire. Diverse grandi città, dove la domanda di acqua è più alta, negli scorsi anni hanno subìto gravi crisi idriche, rischiando di arrivare a quello che il WRI chiama il “Giorno Zero”: il giorno in cui tutte le risorse idriche di una città o di un paese termineranno. Tra queste ci sono San Paolo in Brasile, Città del Capo in Sudafrica, Chennai in India, e anche Roma, che nel 2017 aveva dovuto razionare il prelievo di acqua a causa della siccità.

Tra le cause che hanno portato a un aumento così consistente del prelievo di acqua c’è da considerare il cambiamento climatico, che ha portato a periodi di siccità più frequenti, rendendo più difficile l’irrigazione dei terreni agricoli e costringendo di conseguenza a un utilizzo maggiore dell’acqua prelevata dalle falde acquifere. Al tempo stesso, l’innalzamento delle temperature fa evaporare l’acqua presente nei bacini idrici con più facilità, esaurendo quella a disposizione per il prelievo.


Quali sono le zone più interessate
La crisi idrica riguarda soprattutto Medio Oriente, Nord Africa e Sahel, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. Qui i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne. I paesi del Golfo Persico, per esempio, sottopongono a trattamento di purificazione circa l’84 per cento di tutte le proprie acque reflue, ma poi ne riutilizzano solamente il 44 per cento.

Ci sono eccezioni virtuose: l’Oman è al 16esimo posto dei paesi più a rischio idrico, ma sta emergendo come un esempio da seguire; sottopone a trattamento il 100 per cento delle proprie acque reflue e ne riutilizza il 78 per cento. Un paese che invece desta molta preoccupazione è l’India, che è al 13esimo posto dei paesi a maggiore rischio idrico, ma che ha una popolazione tre volte superiore a quella di tutti gli altri 16 paesi della classifica messi insieme.

Un altro dato di cui tenere conto è che ci sono anche paesi dove il rischio di crisi idrica in generale è basso, ma che presentano zone interne densamente abitate con un rischio maggiore. È il caso degli Stati Uniti (che sono al 71esimo posto della classifica del WRI) e del Sudafrica (al 48esimo posto), dove rispettivamente lo stato del New Mexico e la provincia del Capo Occidentale soffrono una grave crisi idrica e le cui popolazioni prese singolarmente sono maggiori di quelle di alcuni dei primi 17 paesi nella classifica.


Cosa si può fare
Il WRI dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate. Qualcosa si può fare per fermare questa crisi idrica, e il WRI suggerisce tre soluzioni.

Innanzitutto i paesi dovrebbero migliorare l’efficienza della propria agricoltura, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono meno acqua e migliorando le tecniche di irrigazione (utilizzando meno e meglio l’acqua a disposizione). Inoltre anche i consumatori potrebbero fare qualcosa, riducendo lo spreco di cibo, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura. Bisognerebbe poi investire in nuove infrastrutture per il trattamento delle acque e in bacini per la conservazione delle piogge, e infine cambiare il modo di pensare alle acque reflue: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne.


Articolo di
Maris Davis




martedì 6 agosto 2019

Il Governo dei "razzisti" non si ferma, attraverso il CONI vuole mettere le mani perfino sullo Sport

Sport, il Cio contro la legge delega di Giorgetti: “Governo non può controllare il Coni” e minaccia la sospensione, ma la Lega vuole andare avanti comunque.


Il testo approvato alla Camera è oggi in discussione al Senato. Il Comitato olimpico internazionale scrive al presidente del Coni Malagò: “Il Governo non può controllare le federazioni”. Fonti di maggioranza: i decreti attuativi che saranno emanati nel prossimo anno recepiranno le osservazioni.

Il Comitato olimpico internazionale si schiera contro le legge delega sullo sport voluta dal sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti che è all'ordine del giorno dei lavori del Senato. In una lettera indirizzato al Coni, il Cio scrive che il governo non può avere “un ‘controllo’ specifico” sugli enti che compongono il Comitato olimpico nazionale. La legge “intaccherebbe chiaramente l’autonomia del Coni” in sei punti, scrive il Cio, minacciando di poter adottare “la sospensione o il ritiro del riconoscimento del comitato olimpico”.

La Lega però tira dritto e per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo replica: si va avanti “a prescindere da lettere e letterine varie”. 

Non c’è fiducia, si voteranno tutti gli emendamenti”, ha aggiunto Romeo. La senatrice Pd Simona Malpezzi invece si dice molto preoccupata: “Bisogna che sia chiaro a tutti, le prossime Olimpiadi sono a rischio“. Se, ma sarebbe l’extrema ratio, il Cio dovesse decidere per una sospensione, le due principali conseguenze sarebbero la decadenza dei Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 e la mancata partecipazione dell’Italia a Tokyo 2020 (gli atleti sarebbero presenti negli sport individuali come indipendenti).

Ci sorprende la lettera del Cio scritta in modo frettoloso da funzionari che non hanno letto il testo della delega”, aggiunge il capogruppo della Lega Romeo, intervenendo durante l’esame del ddl sull'ordinamento sportivo. Leggendo il testo del provvedimento, ha spiegato, “dov’è il rischio di mettere in pericolo l’autonomia del Coni e delle federazioni sportive, sinceramente non lo comprendiamo. La prossima volta, prima di scrivere le letterine leggiamo il provvedimento”. Dopo la risposta di Romeo, fonti di maggioranza fanno sapere all’Adnkronos che i decreti attuativi che saranno emanati nel prossimo anno recepiranno le osservazioni del Cio e del Parlamento.

Il sottosegretario Giancarlo Giorgetti
La lettera del Cio è arrivata in mattinata al presidente del Coni, Giovanni Malagò, da sempre critico contro la riforma dello sport intavolata lo scorso autunno dal sottosegretario Giorgetti. Malagò si è visto sottratte competenze, e quindi soldi, a favore della nuova Sport e Salute: un ente istituzionale, autogovernato dallo sport, una società per azioni partecipata da Palazzo Chigi (anzi, tecnicamente dal Mef).

Tre giorni fa Malagò e Rocco Sabelli, cioè il Coni e la nuova società, hanno trovato un primo accordo sulle rispettive funzioni. Con la nascita di Sport e Salute, era stata definita una delega al Governo per completare il processo di riforma dello sport con un apposito disegno di legge. Ecco dunque il testo, già approvato dalla Camera e ora in esame al Senato, che all'articolo 1 conferma l’ampia delega concessa al Governo per l’adozione di misure in materia di ordinamento sportivo e le molte competenze sottratte al Coni: in primis la distribuzione dei fondi alle Federazioni sportive.

Sono proprio questi passaggi a finire nel mirino del Cio che esprime “seria preoccupazione” per alcune disposizioni della legge. Nella lettera si segnala che la legge “intaccherebbe chiaramente l’autonomia del Coniin sei punti e in particolare si fa riferimento al Capo I, Art. 1, comma 1, lettera I dove si parla della “piena autonomia gestionale, amministrativa e contabile delle federazioni sportive”. Tali enti, si legge, “dovrebbero completamente rendere conto al Coni per ogni specifica assistenza finanziaria e tecnica che possono ricevere” e quindi secondo il Cio questa parte del testo dovrebbe essere “discussa o semplicemente rimossa

Il Cio spiega poi come “i comitati olimpici possono cooperare con i governi, tuttavia essi non devono intraprendere azioni contrarie alla carta olimpica

Prima Sport e Salute, adesso la legge delega al governo: lo sport ha perso la sua autonomia, secondo il Cio. Che si schiera anche contro il “riordino” del Coni con decisioni “unilaterali” del governo. L’esecutivo dovrebbe solo essere di supporto alle sue attività “nella piena ottemperanza della carta olimpica”. Inoltre, il ruolo del Coni non può essere “strettamente limitato alle ‘attività olimpiche‘

La lettera integrale inviata dal CIO al Coni
Il presidente del Coni Malagò festeggia dopo l'assegnazione
dei giochi invernali a Milano-Cortina 2026
Il Cio scrive di aver “esaminato con attenzione le disposizioni e desideriamo esprimere serie preoccupazioni in merito ad alcune di esse che, se approvate, intaccherebbero chiaramente l’autonomia del Coni. La posizione del Cio relativamente ai rapporti che dovrebbero intercorrere tra le autorità di Governo i Comitati olimpici nazionali è estremamente chiara, ed è stata riportata in un documento approvato nel 2016. Questo approccio è fondato sul principio fondamentale di “autonomia responsabile” dei Comitati olimpici nazionali così come esposto nella Carta Olimpica“. Tra i principi fondamentali (paragrafo 5) si scrive che “le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico devono essere politicamente neutrali. Hanno il diritto e l’obbligo di autonomia, comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport, la definizione della struttura e della governance delle loro organizzazioni, il diritto di elezioni libere da qualsiasi influenza esterna e la responsabilità di assicurare che siano applicati i principi di buona governance

Per restare all'interno del movimento (paragrafo 7) è necessarioil rispetto della carta olimpica e il riconoscimento da parte del Cio”. “Per adempiere alla propria missione, i comitati olimpici possono cooperare con i governi, tuttavia, essi non devono intraprendere azioni contrarie alla carta olimpica”. Il Coni devepreservare la propria autonomia e resistere a pressioni di qualsiasi tipo, incluse, quelle politiche, giuridiche, religiose o economiche che potrebbero impedire loro di adempiere alla carta olimpica

La cui violazione fa scattare sanzionicompresa la sospensione o il ritiro del riconoscimento di tale comitato olimpico nazionale se la costituzione, la legge o altre norme in vigore nella nazione in questione, o qualsiasi atto da parte di organi di governo o altri organismi, sia di ostacolo all'attività o alla libera espressione dello stesso comitato. Il Comitato esecutivo del Cio offrirà a tale comitato nazionale l’opportunità di essere ascoltato prima di adottare una decisione di questo tipo

Da Losanna si ribadisce inoltre che “l’autonomia dello sport è formalmente stabilita in una Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottata a New York nel mese di ottobre 2014 che riconosce lo sport come mezzo per promuovere l’educazione, la salute, lo sviluppo e la pace, e sostiene anche l’indipendenza e l’autonomia dello sport“. Che deve cooperare con i governi nell'assoluto rispetto riguardo dell’autonomia del Comitato olimpico nazionale, e senza alcuna interferenza esterna nella governance e nelle attività di queste organizzazioni”

Questi i punti del disegno di legge che per il Cio stridono con la carta olimpica: “Il Coni non dovrebbe essere ‘riorganizzato’ mediante decisioni unilaterali da parte del Governo. La sua governance interna e le sue attività devono essere stabilite e decise nell'ambito del proprio statuto, e la legge non dovrebbe avere per obiettivo un ‘micromanaging’ della sua organizzazione interna e delle sue attività”. E ancora: “Le aree relative alle attività del Coni dovrebbero essere congiuntamente determinate con essi, in conformità con la Carta Olimpica e gli statuti delle rispettive Organizzazioni Sportive Internazionali alle quali sono affiliate. Inoltre, il ruolo del Comitato Olimpico Nazionale non è strettamente limitato alle ‘attività olimpiche’.

La missione dei comitati olimpici è di sviluppare, promuovere e proteggere il Movimento Olimpico nei rispettivi paesi, in conformità con la Carta Olimpica” e che il ruolo dei Comitati Olimpici Nazionali è altresì “di promuovere i principi fondamentali ed i valori dell’Olimpismo nei rispettivi paesi” e “di incoraggiare lo sviluppo dello sport d’alta prestazione così come pure dello sport per tutti”. L’altro punto su cui interviene il Cio: “Le entità che compongono il Coni dovrebbero rimanere vincolate agli statuti del Coni, della Carta Olimpica e agli statuti delle organizzazioni sportive internazionali alle quali sono affiliate, e dovrebbero completamente rendere conto al Coni per ogni specifica assistenza finanziaria e tecnica che possono ricevere dal Coni (proprio come loro stesse devono rendere conto nei confronti delle relative autorità di governo per fondi pubblici che possono ricevere dal governo, ma ciò non significa che il governo possa avere un ‘controllò specifico sulle stesse).

Un appunto anche sul capo I, Art.1, comma 1, lettera I): questa disposizione dovrebbe essere discussa e concordata tra le autorità governative e il Coni. È parte della governance interna e le entità territoriali/decentrate del Coni potrebbero avere poteri specifici“. Quanto al capo I, Art. 1, comma 1, lettera m il Cio scrive che “dovrebbe essere discussa o semplicemente rimossa perché questa è parte della governance interna del Coni”. Nella lettera si chiede a Malagò diportare queste serie preoccupazioni all'attenzione urgente delle più alte autorità di Governo e lavorare insieme con loro per perfezionare il Disegno di Legge e renderlo compatibili con i principi fondamentali e le regole che governano il movimento Olimpico, prima che il testo definitivo sia presentato alle autorità competenti per l’approvazione. Contiamo sulla comprensione e sulla positiva collaborazione delle parti per risolvere amichevolmente questi temi e evitare eventuali complicazioni e ulteriori azioni da parte del Cio. Se necessario, siamo pronti ad organizzare un incontro congiunto questa settimana presso la sede centrale del Cio a Losanna


Articolo di
Maris Davis


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venerdì 2 agosto 2019

Guerre dimenticate. I dieci conflitti (anzi undici) scomparsi dalle cronache internazionali e dall'attenzione dei media

Conflitti e Guerre di cui nessuno parla, e che proprio per questo non interessa a nessuno risolvere. Si trovano soprattutto in Africa, ma anche in Asia, America Latina ed Europa. Lo rivela il report annuale del Norwegian Refugee Council.

Nigeria, profughi in fuga dalle atrocità di Boko Haram

Dal Congo al Donbass, passando per il Camerun, il Burundi, la Repubblica Centrafricana l'Afghanistan e il Venezuela. Sono queste le crisi e le guerre dimenticate che ancora oggi continuano a fare morti e feriti. Ma nonostante questo, grazie anche al silenzio assordante dei media, non riescono ad ottenere un concreto sostegno internazionale.

A denunciarlo è il Norwegian Refugee Council (NRC) che ha appena pubblicato un rapporto annuale sui dieci Paesi con le crisi più dimenticate al mondo. La lista completa comprende anche il Mali, il Darfur, il Venezuela e la guerra in Libia.

L’organizzazione sostiene che alcune crisi ricevono molta più attenzione e aiuto di altre. I motivi sono diversi. «La negligenza può essere il risultato di una mancanza di interesse geopolitico, oppure le persone colpite potrebbero sembrare troppo lontane e troppo difficili da identificare». Inoltre, questa differenza potrebbe anche essere «il risultato di priorità politiche contrastanti»

Guerre dimenticate nel mondo. I media nel 2018
Sono vari i fattori che determinano se una crisi riceve o meno una copertura da parte dell’informazione mainstream. Nel rapporto, che ha utilizzato i dati di monitoraggio dei media forniti dalla società Meltwater e parla della situazione nel 2018, si legge che «il livello di attenzione non è necessariamente proporzionale alla dimensione della crisi». E anche quando sono pubblicate informazioni su un conflitto, «la situazione dei civili potrebbe essere oscurata a causa di strategie di guerra e alleanze politiche»

Camerun
In Camerun la crisi iniziata con proteste pacifiche alla fine del 2016 si è intensificata, fino a diventare un vero conflitto tra gruppi armati governativi e ribelli. Fino ad ora, più di 450 mila persone sono state sfollate e quasi 800 mila bambini non possono andare a scuola. Il paese africano è spaccato in due tra regioni francofone e anglofone. Le aree dove si parla inglese sono discriminate politicamente ed economicamente dal governo.

Centinaia di villaggi sono stati bruciati, decine di migliaia di persone si nascondono nella boscaglia senza aiuti umanitari e nuovi attacchi sono in atto ogni giorno. Migliaia di persone hanno abbandonato le loro case per raggiungere la Nigeria, in cerca di sicurezza.

«Nonostante l’entità della crisi, i bisogni umanitari non vengono soddisfatti. La mancanza di informazioni e l’attenzione politica internazionale hanno permesso che la situazione si deteriorasse da manifestazioni non violente a vere e proprie atrocità commesse entrambe le parti»

Per reprimere le rivendicazioni indipendentiste, il governo è ricorso a un uso eccessivo della forza, che ha portato la polizia a sparare sulla folla durante le manifestazioni di piazza. Si registrano arresti di massa e un ingente spiegamento delle forze di sicurezza.

Repubblica Democratica del Congo
Nel 2018, quando i combattimenti inter-etnici sono ripresi nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, centinaia di migliaia di congolesi sono stati costretti a fuggire in Uganda attraverso il lago Alberto. Circa un milione di persone, invece, sono sfollati interni. «La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di scuole e abitazioni e gli attacchi ai civili hanno creato importanti bisogni umanitari», si legge nel rapporto. A questa situazione si è aggiunto un focolaio di ebola nell'agosto dello scorso anno. Un anno fa.

«L’attenzione dei media internazionali durante tutto l’anno si è concentrata principalmente sull'esito delle elezioni presidenziali ritardate e dell’epidemia di Ebola, spingendo una delle peggiori crisi umanitarie sul pianeta nell'ombra della coscienza del mondo»

Le recenti elezioni presidenziali del 30 dicembre 2018 hanno visto vincitore a sorpresa Félix Tshisekedi, leader dell'opposizione, che eredita un Paese seduto su una polveriera, un decennale stato di guerra nel Kivu, un paese con il più alto numero di stupri al mondo, poverissimo ma ricco di risorse minerarie e naturali che fanno gola a potentati economici stranieri mondiali, ma soprattutto europei, in particolare francesi, che non vedono di buon grado la sua ascesa al potere.

Il diffondersi dell'epidemia di ebola che da un anno persiste proprio nelle regioni attraversate dal conflitto aggrava non poco una situazione già di per se disastrosa. Una regione dove persistono decine di milizie armate al soldo di non si sa quale "padrone", o quale paese africano od occidentale che sia, con l'unico obiettivo di mettere le mani sui più ricchi giacimenti di minerali preziosi al mondo, e dove anche gli operatori umanitari sono presi di mira e attaccati.

Repubblica Centrafricana
Nella Repubblica Centrafricana, 2,9 milioni dei 4,6 milioni di abitanti del Paese hanno urgente bisogno di aiuti umanitari. Gruppi armati locali controllano la maggior parte delle regioni e ripetuti episodi di violenza continuano a costringere i civili ad abbandonare le proprie abitazioni. Allo stesso tempo, la criminalità è in aumento.

Migliaia di donne sono vittime di stupri e violenze nella guerra in corso da cinque anni nella Repubblica Centrafricana. Lo rivela un rapporto di Human Rights Watch. Mentre le Nazioni Unite parlano di «segnali di genocidio evidenti»

Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 296 donne e ragazze che denunciano brutali violenze sessuali avvenute tra il 2013 e la metà del 2018. Il titolo del rapporto riprende una delle dichiarazioni delle vittime, “Ci hanno detto che eravamo loro schiave”, e riporta le drammatiche testimonianze di donne e ragazze tra i 10 e i 75 anni.

Vittime delle violenze anche gli operatori delle ONG, che sono stati regolarmente attaccati e intimiditi. Proprio per questo, alcune organizzazioni sono state costrette a sospendere o a ritirarsi.

Burundi
Quando nel 2015 il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato i piani per candidarsi alla presidenza per il suo terzo mandato, le proteste di piazza si sono trasformate in violenti scontri e la polizia ha risposto brutalmente ai disordini politici. Per questo quasi 500 mila persone sono fuggite in cerca di sicurezza nei Paesi vicini. La maggior parte dei rifugiati è scappato nella vicina Tanzania, mentre altri sono andati in Rwanda, Uganda e in Congo.

«A causa della mancanza di attenzione da parte dei media e di finanziamenti inadeguati da parte della comunità internazionale, i rifugiati non sono in grado di coprire i loro bisogni primari. Vivono in campi sovraffollati, non hanno abbastanza da mangiare e sono minacciati dalle malattie trasmesse dall'acqua»

Sudan, Darfur
Darfur, insediamento profughi 'al Salam'

Una guerra a bassa intensità ma con 700 mila persone abbandonate a loro stesse. Un deserto di capanne e baracche di fango e lamiere. Sorvolando in elicottero ‘al Salam’ l’impatto visivo del campo racconta della vastità della crisi umanitaria dimenticata da tutti.

La crisi è iniziata con il deflagrare del conflitto fra i ribelli della regione occidentale del Sudan e l’esercito di Khartoum il 26 febbraio del 2003. Il governo sudanese non si è limitato agli attacchi militari verso il Sudan Liberation Army ma ha esteso l’azione repressiva nei confronti di tutta la popolazione del Darfur: oltre 400 mila morti e 2 milioni e 800 mila sfollati, di cui solo un milione ha fatto rientro nelle aree pacificate. A distanza di 16 anni, seppure la guerra ad alta intensità sia limitata ad alcune aree, la situazione per i profughi è più disperata che mai.

L’Unamid, la missione delle Nazioni Unite, dispiegata nel 2008, ha abbandonato l’area concentrando le attività nel nord della regione nell’ottica di una smobilitazione progressiva concordata tra l’Onu, con un voto in Consiglio di sicurezza, e il Sudan.

Per le atrocità commesse in Darfur l'ex-presidente del Sudan, Omar al Bashir, è stato condannato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l'Umanità.

Sud Sudan
Il Sud Sudan è il più giovane Stato al mondo, diventato indipendente nel 2011 dopo un conflitto ventennale con il Sudan. Fin dai primi mesi dalla sua indipendenza il governo non si era però mostrato in grado di governare con efficienza, a causa soprattutto delle molte divisioni etniche e di una controversia tra le varie fazioni per la gestione e la vendita del petrolio.

Nel dicembre del 2013 è cominciata una guerra civile molto violenta che non si è mai fermata. Da una parte c’è il presidente Salva Kiir, a capo del paese dall'anno dell’indipendenza, e dall'altra l’ex vicepresidente Riek Machar. L’opposizione tra i due schieramenti è alimentata anche da antiche divisioni etniche, e cioè dall’inimicizia tra i dinka, il gruppo etnico di Kiir e il più numeroso del paese, e i nuer, a cui invece appartiene Machar.

In questi anni entrambi gli schieramenti si sono macchiati di orribili crimini contro i civili, assalti a villaggi, stupri di massa, esecuzioni sommarie e arruolamento di bambini soldato. Un terzo della popolazione, 2 milioni e mezzo di persone, sono state costrette a fuggire. Attualmente più di un milione e mezzo di sud sudanesi si sono rifugiati nella vicina Uganda.

Dal 2016 e fino all'ultimo di inizio 2019 si sono firmati decine di accordi di pace tra i due gruppi in conflitto, tutti puntualmente violati. Attualmente il paese si trova al centro di una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, una crisi aggravata anche dal perdurare della siccità che ha colpito in questi anni il Corno d'Africa.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, ma è già fallito
La terza popolazione con più profughi nel mondo, lo certifica l'Unhcr, sono i Sud Sudanesi. Ma l'Europa e l'occidente in generale non si accorge dei quasi 2 milioni e mezzo di loro costretti a scappare: la quasi totale maggioranza sta sparsa nei campi di accoglienza dell'Africa centrale.

Ancora nel 2018, dalla zona di conflitto del Sud Sudan si è registrata la più grande fuga di popolazione: solo l'Uganda ospita un milione e mezzo di rifugiati, e anche il Congo, il Kenya e l'Etiopia fanno la loro parte. Il Sud Sudan (in teoria lo Stato più giovane al mondo nato nel 2011 dopo una guerra lunga 20 anni con il Sudan) è in realtà uno Stato fallito, teatro dal 2013 di una cruenta guerra civile. Negoziati per il cessate il fuoco si sono svolti a più riprese ad Addis Abeba tra le due fazioni del presidente Salva Kiir e l'ex vice Riek Machar, a capo rispettivamente delle etnie dinka e nuer.

Ma ogni intesa raggiunta si è poi dissolta nel giro di poco tempo e non si intravedono soluzioni a breve termine, per un conflitto che dal 2013 ha fatto 50mila morti. In uno “Stato” ricco di petrolio dove per l'Onu milioni di sud-sudanesi sono a rischio carestia.

Anche l'Europa ha la sua guerra "dimenticata", il Donbass in Ucraina
Giunto ormai al sesto anno, il conflitto armato in Ucraina non si ferma e una soluzione concreta non sembra arrivare. Le ostilità continuano a danneggiare le infrastrutture. Centinaia di migliaia di sfollati e case distrutte. Mentre i bambini non possono andare a scuola.

«Anche se nel corso del 2018 sono entrati in vigore cinque accordi di cessate il fuoco, che hanno comportato una riduzione delle vittime, sono stati tutti di breve durata. Il conflitto armato rimane una realtà quotidiana per tutte le persone che vivono vicino alle prime linee»

I 10.000 morti delle trincee ucraine
La battaglia navale nell'autunno dello scorso anno nello Stretto di Kerch, tra la Crimea annessa dalla Russia e l'Ucraina ha riacceso i riflettori su un conflitto a cosiddetta bassa intensità, ma mai risolto.

Dall'invasione della Crimea e dalle autoproclamate repubbliche popolari del Donbass, nel lembo orientale dell'Ucraina, in 5 anni secondo i dati dell'Onu del 2018 si sono contati più di 10mila morti, 30 mila feriti e circa 2 milioni di sfollati, oltre 3 mila i civili uccisi. Non si è mai smesso di sparare, nonostante gli accordi del 2015 di Minsk, tra Donetsk, Kharkiv e Lugansk il cessate il fuoco è di norma violato.

Nelle zone cuscinetto tra le città filorusse e l'Ucraina si muore e si resta mutilati anche per le mine. Decine e decine i civili sono rimasti uccisi o feriti, si muore per colpi d'artiglieria, per gli spari e per le per granate. Nella trincea del Donbass, la scintilla tra Ucraina e Russia, evitata lo scorso autunno per un soffio, può sempre riesplodere.

In Yemen la crisi più grave al mondo, ma se ne parla poco. Le bombe contro scuole e abitazioni civili sono "made in Italy"
Quasi 85 mila bambini morti per fame o per malattie, oltre 10 mila civili caduti in guerra, l'80% dei minori bisognosi, secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità, di assistenza umanitaria.

Numeri terribili che arrivano dallo Yemen, la peggiore crisi umanitaria al mondo. Uno spiraglio per la pace si è aperto, con l'accordo temporaneo sul porto di Hodeida, ai negoziati dell'Onu di Stoccolma, anche grazie al mutato atteggiamento internazionale verso l'Arabia Saudita. Dopo l'omicidio di Jamal Khashoggi ordinato dai vertici di Riad, anche il Senato degli Usa ha votato per la fine del coinvolgimento nei raid sauditi, dal 2015 in Yemen.

Ma per troppi anni è calato il silenzio sulla distruzione di San'a' e le bombe contro scuole e abitazioni sono state confezionate anche in Italia. Diversi Stati europei, capofila la Germania, stanno interrompendo le forniture di armi a Riad, ma in Sardegna si punta a triplicare le bombe made in Germany ai sauditi. Destinazione proprio lo Yemen, dove le migliaia di profughi non raggiungono l'Europa, privi di soldi per fuggire.

In Italia ultimamente va di moda chiudere i porti per chi fugge da queste guerre, e aprirli invece per le armi e per gli armamenti che alimentano queste guerre e questi conflitti

Venezuela. Inflazione al milione per cento
Dal 2013, secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) quasi 2 milioni e mezzo di venezuelani hanno lasciato il Paese rifugiandosi negli Stati confinanti.

L'esodo, esploso nell'ultimo biennio, è la conseguenza della grave crisi economica che, dalla morte di Hugo Chavez, ha avvitato il Venezuela: in cinque anni il Pil è crollato del 40% e alla fine del 2018 l'inflazione ha toccato il milione per cento. I numeri mostruosi si traducono nella drammatica mancanza di beni di consumo di base e di farmaci.

Non basta ormai uno stipendio mensile, tra i più bassi al mondo, per una porzione di carne o altri generi di prima necessità. La maggior parte dei Paesi ha interrotto i rapporti commerciali con Caracas, isolata nell'asse con Cuba.

Anche la Chiesa ha denunciato il «disastro senza fine». Per l'emergenza umanitaria, l'Ecuador ha dichiarato lo Stato di emergenza. Mentre in Venezuela il presidente Nicolas Maduro, ottuso epigono del Caudillo, reprime il dissenso interno, facendo sparare sui manifestanti e imbavagliando magistratura e parlamento.

Afghanistan. Record tragici
L'Occidente combatte dal 2001 in Afghanistan. 18 anni di guerra eppure oltre metà della popolazione del Paese è ancora sotto il dominio degli estremisti islamici. E la loro espansione territoriale è, oggi, più estesa che mai. Una guerra iniziata dagli Stati Uniti per ritorsione dopo le stragi dell'11 settembre.

Metà della popolazione afghana vive sotto il controllo dei talebani oppure in un’area contesa al governo di Kabul dagli estremisti islamici. Gli stessi americani ammettono che l’espansione territoriale dei talebani è la più estesa dal 2001, quando l’Emirato islamico crollò sotto i bombardamenti Usa dopo l’11 settembre. Nonostante il lungo, sanguinoso e costoso intervento occidentale siamo al punto di partenza, o forse peggio.

Il problema è che solo alcuni anni fa l'Afghanistan era sulla bocca di tutti, e nelle prime pagine di tutti i media internazionali. Oggi, stante ai deludenti risultati sia sul campo militare che in quello politico, di Afghanistan si sente parlare solo in occasione di attentati, e nel 2018 ce ne sono stati tanti, tantissimi, un vero record.

Il 2018 per l'Afghanistan ha segnato un altro record di vittime in attacchi o attentati suicidi. Quasi 1700 morti civili, nei primi sei mesi dell'anno secondo l'Onu: un trend più negativo del 2017, a sua volta più negativo del 2016. Il crescendo è dovuto alla penetrazione dell'Isis e di altri gruppi jihadisti, distinti dai talebani, in ritirata dalle guerre in Siria e in Iraq e alla ricerca di uno Stato rifugio.

L'Isis si espande, dalla provincia del Nangarhar, soprattutto nel Nord-Est, e i campi di addestramento afgani sono una fucina anche per nuovi combattenti. Dall'ultimo rapporto delle Nazioni Unite è anche emerso che i morti e i feriti a causa dei talebani (42%) e dell'Isis (18%) sono quadruplicati: il governo controlla poco più del 50% del territorio, il resto è in mano ai signori della guerra che hanno anche raddoppiato la produzione di oppio. Più di 60 morti si sono contati anche ai seggi e tra i candidati delle Legislative del 2018.

La normalità è impossibile e perciò l'Afghanistan resta tra i Paesi con più profughi al mondo, oltre 2 milioni e mezzo, il 79% di loro minori.

Anzi undici, la mia Nigeria. Boko Haram
Dal 2009 le regioni nord-orientali della Nigeria sono al centro di attentati sanguinosi, rapimenti, assalti a villaggi da parte del gruppo integralista islamico Boko Haram. Assalti contro obiettivi cristiani come scuole e Chiese. Il 2015 è stato l'anno più tragico quando, dopo un'offensiva durata alcuni mesi, le milizie islamiche conquistarono diverse città nel nord-est del paese e proclamarono lo Stato islamico di Nigeria e dell'Africa occidentale, riuscendo a controllare un territorio grande come il Belgio e l'Olanda messi insieme.

La contro-offensiva dell'esercito nigeriano, in coalizione con gli eserciti di Niger, Ciad e Camerun, iniziò dopo alcuni mesi e nel 2017 i territori prima controllati da Boko-Haram furono completamente liberati e i miliziani in ritirata rifugiati nella impenetrabile foresta si Sambisa e nelle aree intorno al Lago Ciad.

Ad oggi, nella stessa area, continuano gli attentati, non più solo contro obiettivi cristiani, ma anche contro moschee, ospedali, mercati all'aperto, ecc.. È diventata ormai prassi l'uso di bambine kamikaze, un crimine atroce per compiere un altro crimine atroce.

Le atrocità di Boko Haram hanno provocato 2,7 milioni di profughi, oltre 25.000 morti, una devastante crisi umanitaria e alimentare attorno al lago Ciad, aggravata anche dalla perdurante siccità, dove 20 milioni di persone sono al limite della sopravvivenza.

Negli ultimi 5 anni si stima che almeno duemila ragazze siano state rapite, costrette a conversioni all'Islam per diventare mogli degli stessi miliziani, usate per scopi sessuali, ridotte in schiavitù e spesso costrette a diventare kamikaze.

Ma nell'area del Sahel non c'è solo Boko Haram. In Somalia agiscono i miliziani Al-Shabaab, nella Repubblica Centrafricana i Seleka, e gruppi di tuareg che agiscono tra il Mali settentrionale, Burkina Faso e Niger. Tutti gruppi che mirano ad introdurre e diffondere l'Islam integralista nell'Africa sub-sahariana, un disegno appoggiato dall'Arabia Saudita che, quasi certamente, fornisce armi di ultima generazione a tutto l'integralismo islamico in Africa.


La nostra Campagna Informativa
"Guerre dimenticate dell'Africa"
- foundation4africa.it -




Articolo di
Maris Davis


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