mercoledì 4 dicembre 2019

Burkina Faso. Le speranze di un popolo tra violenza jihadista e una grave crisi umanitaria

Il World Food Programme (WFP) lancia l’allarme sul peggioramento delle condizioni di vita in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti. Violenze diffuse e cambiamenti climatici le cause principali.


Nella fascia saheliana la crisi alimentare super il livello dell'emergenza
L’agenzia ONU World Food Programme (WFP) ha lanciato oggi l’allarme sul peggioramento della crisi umanitaria in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti, nella fascia saheliana centrale dell’Africa occidentale. La violenza diffusa e l’impatto a lungo termine del cambiamento climatico le cause principali. Secondo il WFP, la risposta umanitaria deve essere rapidamente potenziata, se si vogliono proteggere e salvare vite nel Burkina Faso e nella regione.

La malnutrizione oltre la soglia dell'emergenza
Il Burkina Faso sta vivendo una crisi drammatica crisi che ha sconvolto le vite di milioni di esseri umani. Quasi mezzo milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e un terzo del Paese è considerato ora zona di guerra. Le associazioni umanitarie registrano tassi di malnutrizione ben al di sopra della soglia di emergenza. Significa che bambini piccoli e madri che hanno appena partorito sono particolarmente in pericolo. Se il mondo vuole davvero salvare vite, questo è il momento

Scuole chiuse e campi abbandonati
C’è stato un brusco aumento delle violenze in Burkina Faso. Nella prima metà del 2019 si sono registrati più attacchi di quanti ne siano avvenuti in tutto il 2018, con vittime civili in numero quattro volte maggiore rispetto a tutto il 2018. I livelli crescenti di insicurezza hanno portato alla chiusura delle scuole e all'abbandono dei campi da parte degli agricoltori, fuggiti in cerca di salvezza, in un paese dove quattro persone su cinque contano sull'agricoltura per i propri mezzi di sostentamento.

L’impatto sui 20 milioni di persone che vivono in aree di conflitto nella regione è drammatico. Solo nel Burkina Faso, almeno 486.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Nei tre paesi del Sahel centrale (Mali, Burkina Faso e Niger) gli sfollati sono ora 860.000 mentre arrivano a 2,4 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza alimentare anche se la cifra aumenta in continuazione a causa del continuo aumento di persone costrette ad abbandonare i propri luoghi di origine.

La sfida contro i cambiamenti climatici
Il WFP e le altre agenzie umanitarie si trovano ad affrontare la crisi crescente in un momento in cui scarseggiano i finanziamenti a sostegno delle operazioni di soccorso e nuove risorse sono necessarie per rispondere ai maggiori bisogni. Anche al netto dell’insicurezza che aggrava la situazione, il Sahel è colpito duramente dai cambiamenti climatici e molte comunità stanno già cercando di adattarsi all'imprevedibilità del clima.

La sfida per il WFP è immensa: rispondere ai bisogni umanitari immediati e, allo stesso tempo, salvaguardare gli investimenti fatti nella resilienza e nella auto-sufficienza delle comunità affinché i progressi fatti negli ultimi anni non siano vanificati.

Il lavoro del WFP in 80 Paesi
Il WFP ha rafforzato la sua risposta, fornendo assistenza alimentare e nutrizionale, quest'anno, ad oltre 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel Centrale, concentrando gli sforzi in aree dove i bisogni umanitari sono maggiori e dove si sono verificati i maggiori spostamenti di popolazione.

Il WFP ha urgentemente bisogno di 150 milioni di dollari per le operazioni nei tre paesi del Sahel centrale, Mali, Niger e Burkina Faso, che includono sia le attività emergenziali che quelle sulla costruzione della resilienza. Il World Food Programme delle Nazioni Unite lavora in oltre 80 paesi nel mondo, sfamando le persone colpite da conflitti e disastri e gettando le basi per un futuro migliore.


Sahel Centrale. L'emergenza umanitaria che il mondo sta ignorando
Il conflitto va avanti, e anche a passo veloce

Stiamo parlando del Sahel centrale, una regione dell’Africa che comprende Burkina Faso, Mali e Niger, dove 20 milioni di persone, si stima, vivono in zone colpite dai conflitti e dove 2,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, un numero in crescita a causa dei continui spostamenti di sfollati.

Il Sahel è storicamente e strutturalmente molto povero, non riceve i grandi investimenti di cui avrebbe bisogno. È un’area soggetta a shock climatici, dove si registrano le temperature più alte e le minori risorse naturali per l’agricoltura

Parti del Burkina Faso, dove il conflitto si è intensificato durante tutto l’anno, sono in “caduta libera” poiché la minaccia di violenza da parte dei gruppi armati costringe le persone nelle zone rurali a fuggire.

A gennaio c’erano circa 80.000 sfollati, ora sono circa 486.000, altri 250.000 sono sfollati del Mali e del Niger. Nelle prossime settimane, la cifra totale nella regione raggiungerà 1 milione di persone. Con questi due paesi anch'essi sull'orlo della crisi, a settembre il WFP ha dichiarato il Sahel centrale un’emergenza di livello 3, il grado più alto"

È un ambiente difficile, ancora di più adesso che la gente ha meno coltivazioni disponibili a causa del conflitto, il bestiame viene ucciso, la gente ha perso i mezzi di sussistenza

In questi paesi del Sahel, il 60% della popolazione ha meno di 25 anni, con un accesso limitato alle opportunità di lavoro e ai servizi sociali. Livelli cronici di malnutrizione, insicurezza alimentare, povertà e disuguaglianza sono prevalenti in tutti questi paesi; e con una popolazione sempre più giovane, alcuni finiscono ad ingrossare le fila dei gruppi armati.

I progressi che faticosamente si sono fatti nella costruzione della resilienza e nello sviluppo rischiano di sfumare. In Niger, da gennaio a settembre, il WFP ha assistito 9.700 studentesse adolescenti con borse di studio. Oggi le scuole sono chiuse in molte zone colpite dal conflitto, un bambino su tre non può andare a scuola.

Gli edifici scolastici sono tra i primi spazi che vengono usati per accogliere gli sfollati. Ciò influisce sulla frequenza scolastica nelle comunità ospitanti che, per complicare di più le cose, il WFP a volte non è in grado di raggiungere alcune zone proprio a causa del conflitto.

Il WFP ha assistito quest’anno 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel e richiede investimenti urgenti per una risposta più incisiva e per proteggere i progressi compiuti nei programmi in corso, in particolare nella costruzione della resilienza.

Ogni giorno ci sono persone fuggite appena in tempo dai loro villaggi con storie orribili”. Come ad esempio, l’uccisione di 25 membri di una famiglia. “Alcuni cercano di tornare indietro per vedere se riescono a prendere alcuni dei loro beni e non tornano, quindi è probabile che siano stati uccisi. Sono storie terrificanti

Il WFP lavora anche per sostenere le famiglie ospitanti che ricevono gli sfollati, l’ospitalità non è sempre facile, quando chi non ha quasi nulla accoglie decine di persone. Tra l’altro, sia chi ospita che chi viene ospitato deve affrontare un altro problema: trasferirsi in un determinato territorio, e viceversa non lasciarlo, può sollevare i sospetti del governo su come ciò sia possibile senza l’allineamento o la complicità con i gruppi armati.

La sfiducia, la violenza, non rispettano confini politici, né più né meno che una possibile siccità, che è una minaccia sempre sospesa sul Sahel, (l’ultima è avvenuta quasi dieci anni fa). Così il Burkina Faso, il Mali e il Niger rimangono in un groviglio di disperazione sempre più profondo.


Il Mali e il Burkina Faso erano paesi emblematici, negli anni ’90. Hanno rappresentato un buon esempio di contesti in cui “la vita non è facile, le risorse sono scarse ma c’è stabilità, erano sulla via della democrazia, la gente viveva bene insieme, nessun conflitto. Noi avevamo zero problemi di accesso, loro avevano il turismo.

La stabilità che ha posto i paesi sulla strada dello sviluppo si è conclusa con la diffusione dei conflitti. Prima in Mali, nel 2012, e dal 2018 in Burkina Faso. In entrambi i paesi, la violenza ingolfa gli investimenti e mette a rischio lo sviluppo e i progressi nella resilienza. Un altro problema che il Sahel centrale deve affrontare è la mancanza di copertura mediatica: non se ne parla abbastanza, come per la Siria e per lo Yemen, ma la portata della tragedia è sostanziale e potenzialmente colpisce più persone di Siria e Yemen messi insieme.

Quest’area non interessa quasi a nessuno. Fino a quando non colpisce davvero dal punto di vista finanziario o politico e ha un impatto diretto sugli attori globali. Al momento, nessuno è veramente interessato e si sta semplicemente a guardare la tragedia che ha luogo davanti ai nostri occhi

Noi stiamo cercando in tutti i modi di continuare ad esserci, con le nostre operazioni sempre più rafforzate, perché questo dà anche un po’ di speranza alle persone, per non farle sentire completamente abbandonate”. Il WFP sta lavorando con i paesi del Sahel centrale, con l’UNICEF, la FAO e molti partner umanitari locali e internazionali.

Ciò che è immediatamente necessario è l’attenzione globale, gli sforzi politici e diplomatici e un enorme sostegno alle persone sul terreno per salvare vite umane, con particolare attenzione allo sviluppo sostenibile. Questo significa che, oltre alla risposta umanitaria, dovremmo agire collettivamente nelle “zone cuscinetto”, quelle aree del paese a rischio di scivolare nella violenza, per evitare ulteriori catastrofi.





Articolo di
Maris Davis


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lunedì 25 novembre 2019

In Italia una donna uccisa ogni 72 ore. Ecco perché è importante il 25 novembre

La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, fissata dalle Nazioni Unite, rappresenta il momento più importante dell'anno per parlare, informare e sensibilizzare su un problema così grave


Quasi 7 milioni di donne in Italia hanno subìto violenza fisica o sessuale nel corso della vita, una su tre; per quasi 3 milioni l'abuso è perpetrato dal partner o dall'ex.

Nel 2018 le vittime di femminicidio sono state 142, un numero in crescita rispetto all'anno precedente, e 94 quelle registrate nei primi dieci mesi del 2019 (fonte: Istat).

Ogni 72 ore, nel nostro Paese, una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza e tre femminicidi su quattro avvengono in casa. La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, fissata dalle Nazioni Unite il 25 novembre, rappresenta il momento più importante dell'anno per parlare, informare e sensibilizzare su un problema così grave.

La chiusura dei centri anti-violenza
Il quadro assume toni ancora più inquietanti alla luce della prima indagine sui centri anti-violenza condotta dall'Istituto nazionale di statistica, secondo la quale in Italia al momento abbiamo 281 strutture, 0,05 per 10 mila residenti, ovvero molto meno di un centro ogni diecimila abitanti.

Nel 2017 sono state 44mila le donne che hanno chiesto aiuto a un centro anti-violenza, e due su tre, ovvero 29mila, sono state prese in carico, iniziando un percorso di uscita dall'incubo, con percentuali più alte al nord rispetto a sud e isole. Le donne con figli rappresentano il 63,7%.

I giovani e la violenza di genere
Secondo una ricerca dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza, circa una ragazza su 10 è stata aggredita verbalmente dal proprio fidanzato: nella metà dei casi l'episodio è avvenuto in pubblico, per futili motivi; una su 20 è stata addirittura picchiata.

Una ragazza su 5 ha subìto scenate di gelosia per il suo abbigliamento o per essere stata troppo espansiva con altre persone, a detta del fidanzato. Il 17% dei ragazzi, infine, controlla di frequente lo smartphone della fidanzata, per verificare messaggi e chiamate. In 3 casi su 4, la ragazza decide di perdonare questi comportamenti.

Un problema culturale
"Viviamo in una società pervasa dalla violenza di genere. Che sia fisica, psicologica o nella subdola forma della discriminazione, sul lavoro come nella società. I giovani replicano le strutture comportamentali a loro famigliari, e se queste implicano la violenza, è molto probabile che diventeranno persone violente" spiega Valentina Ruggiero, esperta in diritto di famiglia, per molti anni avvocato di Telefono Rosa. "La recente legge detta Codice Rosso (Legge 19 luglio 2019, n. 69) ha introdotto nuovi e importanti strumenti a tutela delle donne vittime di violenza, ma resta un problema culturale. Dobbiamo educare al rispetto le nuove generazioni, far capire loro cosa sia giusto, affinché non replichino gli errori dei loro genitori"

La situazione nelle scuole secondarie
Terre des Hommes e ScuolaZoo hanno lanciato un report sulla Generazione Z, ovvero quella delle ragazze nate tra la seconda metà degli anni '90 e la fine degli anni 2000, realizzato attraverso i nuovi dati dell'Osservatorio Indifesa intervistando oltre 8mila ragazzi e ragazze delle scuole secondarie in tutta Italia: il 10% ha dichiarato di aver subito molestie sessuali e il 32% di aver ricevuto commenti non graditi a sfondo sessuale online, il 7% di aver subìto rispettivamente stalking e ricatti o minacce relative alla circolazione di proprie foto o video a sfondo intimo, mentre l'8,4% di aver ricevuto minacce di violenza

Più della metà delle ragazze ha ammesso di aver ricevuto commenti volgari online sul proprio corpo. Il 64% dei maschi ha invece dichiarato di non essere mai stato vittima di body shaming e solo il 35% di sentirsi offeso da certi commenti.

Il Codice Rosso (Legge 19 luglio 2019, n. 69)
"Per chi è ormai adulto, il discorso diventa più complesso poiché si tratta di andare a sradicare modelli interiorizzati nel corso dell'intera vita. Un processo difficile, anche se non impossibile. Il Codice Rosso, però, sta cambiando il modo di approcciarsi a chi sporge denuncia, garantendo un intervento più rapido e dando la possibilità alla polizia giudiziaria di comunicare immediatamente al PM le notizie di reato, anche in forma orale: così si accorciano i tempi, e le vittime vengono ascoltate entro 3 giorni dalla denuncia"

La violenza assistita in famiglia
La violenza sulle donne all'interno delle mura domestiche è legata a doppio filo a quella assistita dai bambini e secondo l'Istat il numero dei piccoli esposti a episodi di maltrattamento dentro casa è in aumento.

Per fortuna a occuparsi di loro ci pensano organizzazioni come SOS Villaggi dei Bambini, che grazie al progetto "Mamma e Bambino" garantisce da anni protezione alle mamme e ai loro figli: l'iniziativa si concretizza all'interno dei sei villaggi SOS (Trento, Ostuni, Vicenza, Roma, Saronno, Mantova) e nel programma di affido familiare interculturale di Torino attraverso servizi che vanno dalla "Casa mamma con bambino", che accoglie la diade e le gestanti che hanno bisogno di un sostegno, alla "Casa SOS per donne vittima di violenza", dedicata alle vittime di violenza o a rischio di maltrattamenti costrette a allontanarsi da casa, fino agli "Appartamenti per l'autonomia", mirati al recupero della genitorialità e all'acquisizione di un'indipendenza di tipo lavorativo e economico. Una rete che lo scorso anno ha dato accoglienza a 66 donne e 99 bambini.

Gli orfani di femminicidio
Un problema ulteriore e non meno grave è poi quello dalla mancanza di tutela per gli orfani di femminicidio e le famiglie affidatarie che si prendono cura di loro: "Queste persone hanno diritto a fondi che da due anni sono bloccati in attesa dell'emanazione di un regolamento attuativo"

Donne invisibili, donne nascoste,
donne cancellate, donne mascherate,
donne impaurite, donne offese,
donne bastonate, donne stuprate,
donne comperate, donne vendute.

Quante donne così, dovranno
viaggiare ancora attraverso i secoli,
prima che l’uomo capisca da chi è nato.

Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne, ecco perché si celebra il 25 novembre

Le Sorelle Mirabal, 1960

Il 25 novembre ricorre la Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne, ricorrenza istituita il 17 dicembre 1999 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134. La data è stata scelta come giorno della ricorrenza in cui celebrare attività a sostegno delle donne, sempre più vittime di violenze, molestie, fenomeni di stalking e aggressioni tra le mura domestiche. Il 25 novembre non è una data casuale: quel giorno infatti, correva l’anno 1960, furono uccise le sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana.

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il caso Mirabal
Il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal fu fortemente sentito dall'opinione pubblica. Le tre donne sono considerate ancora oggi delle rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell'arretratezza e nel caos.

Il 25 novembre del 1960 le tre donne si recarono a far visita ai loro mariti in carcere quando furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare che le portarono in un luogo nascosto. Qui furono torturate, stuprate, massacrate a colpi di bastone e strangolate a bordo della loro auto.

La storia delle sorelle Mirabal: bibliografia e filmografia
L’unica sopravvissuta fu la quarta delle sorelle Mirabal, Belgica Adele, che dedicò la sua vita a onorare il ricordo delle tre donne. Pubblicò successivamente un libro di memorie: Vivas in su jardin.

Le sorelle Mirabal sono conosciute anche con il nome “Mariposas”, poiché simili a delle farfalle in cerca di libertà. La loro storia venne raccontata anche dall’opera della scrittrice dominicana Julia Alvarez, Il tempo delle farfalle, in Italia edito da Giunti. Esistono anche due film che raccontano la loro biografia “In the Time of Butterflies” (2004) e “Trópico de Sangre” (2010).




Articolo di
Maris Davis


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mercoledì 20 novembre 2019

Ciao Silvia, è passato un anno da quando ti hanno rapita

Ciao Silvia, non mi sono mai dimenticata, neppure un giorno, di te. Ti penso spesso e a volte piango, penso ai tuoi genitori, ai tuoi amici, a chi ti conosceva e ti voleva bene, penso alla loro sofferenza. Noi non perderemo mai la speranza di rivedere il tuo sorriso, chiedo anche a te di essere forte, so che sei forte. Un grande abbraccio da tutti noi di Foundation for Africa.


Oggi ricorre il primo anniversario del tuo rapimento. I tuoi 24 anni, la tua laurea con una tesi sulla tratta degli esseri umani, da dodici mesi sei nelle mani di un gruppo armato, qui pensano che siamo gli Al-Shabaab somali. Quel triste giorno ti trovavi in Kenya per conto della Onlus Africa Milele per fare del bene ai bambini dell'Africa, con il tuo entusiasmo, con la tua giovane età.

Chi ti abbia rapita e per quale ragione ancora non si sa esattamente. Di te si sono perse le tracce, probabilmente ti hanno portata in Somalia dove ti tengono prigioniera. C'è chi indaga su ciò che ti è accaduto, ma nulla si sa, nulla vogliono farci sapere, trapelano pochissime notizie su di te. In troppi, qui in Italia ti hanno dimenticata, ma io no, di te non mi dimenticherò mai.

Lo sai Silvia, anche noi di Foundation for Africa abbiamo qualcuno in Kenya e a cui vogliamo bene, che lavora per la gente del posto, per farla vivere meglio, è anche per questo che non ti dimenticheremo mai.

«Si sopravvive di ciò che si riceve, ma si vive di ciò che si dona»

Silvia Romano, un anno fa il rapimento in Kenya della cooperante italiana.
Era il 20 novembre 2018 quando la ragazza milanese fu stata sottratta alla sua attività umanitaria a Chakama da una banda di rapitori locali. Le ultime notizie riportano che la 24enne sarebbe tenuta sotto sequestro in Somalia da un gruppo islamista legato ad Al-Shabaab.

È passato un anno da quando Silvia Romano è stata rapita. Era il 20 novembre del 2018 quando la cooperante milanese fu sottratta alla sua attività umanitaria a Chakama, un villaggio a 80 chilometri da Malindi, in Kenya. Le ultime notizie, che emergono dagli sviluppi dell'indagine della Procura di Roma e dei carabinieri del Ros, riportano che la 24enne sarebbe tenuta sotto sequestro in Somalia da un gruppo islamista legato ai jihadisti di Al-Shabaab.

Chi è Silvia Romano
Silvia Costanza Romano, 24 anni, si è laureata in Mediazione Linguistica per la Sicurezza e Difesa Sociale al Ciels, il Centro di Intermediazione Linguistica Europea. Nell'estate 2018 ha deciso di partire da sola per l'Africa, per la sua prima esperienza di volontariato in un orfanotrofio a Likoni, gestito dalla onlus “Orphan's Dream”. Silvia ha proseguito le sue attività con la piccola onlus marchigiana “Africa Milele" (che opera nel Paese africano su progetti di sostegno all’infanzia) a Chakama, prima di tornare in Italia. Ma poi ha deciso di continuare con il suo impegno in Africa, dove era tornata ai primi di novembre 2018. La ragazza ha insegnato anche ginnastica artistica in una storica palestra milanese e ha fatto l'istruttrice di acrobatica in un centro sportivo.

Il 20 novembre 2018 il rapimento
Il 20 novembre 2018 Silvia Romano viene rapita durante un attacco armato di un gruppo di otto persone appartenenti a una banda locale che fa irruzione nell'ufficio dell’organizzazione per cui lavora, con fucili e machete. La polizia kenyota rende noto che nell'attacco gli uomini armati hanno "sparato indiscriminatamente" ferendo cinque persone. Un testimone, un ragazzo che studia grazie alla onlus per cui lavora Silvia Romano, racconta che l’obiettivo degli uomini armati era proprio la ragazza e che l'hanno schiaffeggiata e legata con le mani dietro la schiena, prima di portarla via. Silvia è stata portata via senza cellulare e passaporto su una moto verso una zona boschiva nei pressi del fiume Tana.


I primi arresti
Nei giorni successivi al rapimento si è aperta la difficile fase delle indagini e dei tentativi di arrivare ai rapitori. I primi arresti arrivano un paio di giorni dopo il sequestro: si tratta di 14 persone che non avrebbero fatto parte del commando ma che “potrebbero avere avuto contatti con il gruppo di sequestratori se non proprio esserne complici”. Vengono poi effettuati altri arresti: a finire in manette sono la moglie e il suocero di uno dei tre sospetti rapitori, di cui intanto vengono diffusi nomi e foto. Per incoraggiare i testimoni, viene promessa una taglia di oltre 25mila euro. Nei primi giorni dal rapimento, le autorità kenyote continuano a far trapelare fiducia: “Abbiamo quasi raggiunto i rapitori”, affermano il 26 novembre. “C'è ottimismo sulla liberazione di Silvia Romano", ribadiscono il 28 novembre, sostenendo che i rapitori sarebbero ormai "accerchiati" nella boscaglia.

La conferma che a Natale era ancora in vita
Passano i giorni ma la soluzione della vicenda, che sembrava vicina, non arriva. Il 26 dicembre notizie su Silvia Romano arrivano dalle forze dell’ordine kenyote. “È viva ed è ancora in Kenya”, assicura la polizia regionale escludendo che la ragazza sia stata portata nella vicina Somalia. Il comandante della polizia della costa Noah Mwivanda spiega di avere "informazioni cruciali" che lo confermano, ma che non si possono "rivelare". La conferma che la 24enne era sicuramente in vita a Natale arriva da un vertice avvenuto a Roma tra le autorità giudiziarie italiane e kenyote nel luglio del 2019: la ragazza sarebbe stata poi ceduta a un’altra banda di sequestratori. La conferma dell'esistenza in vita della giovane milanese fino al 25 dicembre 2018 viene dalle dichiarazioni fatte da due cittadini kenyoti arrestati il 26 dicembre in quanto ritenuti tra gli esecutori materiali del sequestro.

Trasferita in Somalia
Per mesi non trapela quasi nulla da parte degli inquirenti e del governo italiano. A fine settembre 2019 un articolo che cita fonti dei servizi italiani, afferma che la giovane, dopo il rapimento, sarebbe stata costretta all'islamizzazione e a sposarsi in Somalia con un uomo legato all'organizzazione che la terrebbe in ostaggio. Una ricostruzione smentita dagli inquirenti. Sempre a fine settembre, citando una fonte di intelligence, trapela che "Silvia è viva e si sta facendo di tutto per riportarla a casa”. Il 18 novembre viene confermata dagli inquirenti l’ipotesi che la 24enne sia in Somalia nelle mani di un gruppo islamico.

Il processo per i rapitori
Degli otto autori materiali del rapimento, cinque sono attualmente ricercati mentre due sono stati arrestati. Un terzo soggetto finito in manette, un cittadino somalo di 35 anni, trovato in possesso di una delle armi in quel villaggio, ha ammesso le sue responsabilità. Il processo per i tre rapitori, Moses Luwali Chembe, Abdalla Gababa Wario e Ibraiam Adam Omar, doveva tenersi a luglio ma è stato rinviato per due volte, la seconda perché Adam Omar, in libertà su cauzione e considerato l'uomo più pericoloso dei tre, non si è presentato all'ultima udienza, quella del 14 novembre. I giudici lo dichiarano “formalmente" latitante.

I dubbi e le incertezze
Restano ancora molti dubbi e incertezze. Non è ancora chiaro quando Silvia sia stata portata in Somalia: se subito dopo il rapimento oppure nei mesi successivi. I punti poco chiari sono molti. In primo luogo, se è vero che la giovane italiana è in Somalia, non si ha notizia di una rivendicazione in tal senso, e dopo un anno dal rapimento tutto ciò sembra essere inusuale. L'altro fattore: c'è stata una richiesta di riscatto? Se è vero che i committenti del rapimento sono gruppi jihadisti legati agli al Shabaab, rivendicazione e richiesta di riscatto per la liberazione della giovane italiana dovrebbero essere scontate.

Sulla vicenda le richieste di trasparenza all'esecutivo
Alcuni politici e membri di associazioni hanno chiesto a più riprese al governo di fare chiarezza. Pippo Civati, leader di Possibile, in un tweet scrive: "Credo sia doveroso che a un anno di distanza ci sia una comunicazione ufficiale del nostro esecutivo sulla situazione di Silvia Romano. Troppe le voci ufficiose, troppe le mezze verità, troppi i pettegolezzi”. Nino Sergi, fondatore e presidente emerito di Intersos e Policy Advisor di Link 2007, ha nuovamente fatto sentire la sua voce inviando una seconda lettera aperta al generale Luciano Carta, direttore dell'Aise, i servizi di intelligence esterni. “Dodici mesi sono tanti. A chi attende la sua liberazione sembrano interminabili. Non ho nessun titolo per parlare a nome di Silvia, ma quanto le scrivo esprime l'inquietudine e le preoccupazioni di molte persone per la sua liberazione e la sua vita"

Silvia Romano, 23 richieste di arresto e sequestro di beni in Somalia
A un anno esatto dal sequestro della giovane volontaria romana le autorità della Somalia hanno ordinato 23 arresti e il sequestro di beni nell'ambito dell'inchiesta.

A essere colpiti dai provvedimenti sono 23 tra pirati e jihadisti appartenenti all'organizzazione Al-Shaabab. A quanto si apprende sono stati raggiunti da misure preventive personali e patrimoniali in Somalia in relazione al rapimento della cooperante italiana sequestrata il 20 novembre scorso nel villaggio di Chakama in Kenya e attualmente, secondo quanto ricostruito anche dalla Procura di Roma e dai carabinieri del Ros, tenuta prigioniera dal gruppo terrorista affiliato ad Al Qaeda.

I 23 pirati, capi locali di al Quaida e mediatori, sono sospettati di aver organizzato e gestito il sequestro della cooperante italiana. Ad autorizzare le richieste di arresto e di sequestro di beni è stato il presidente della Alta Corte del South West State, da cui dipende una sezione specializzata anti pirateria che dallo scorso mese di luglio indaga sul caso e della quale fa parte, come esperto «onorario», anche un italiano, Mario Scaramella, da quasi dieci anni in Somalia dove insegna diritto pubblico.

Sarebbe stato proprio Scaramella a proporre le misure di prevenzione sui sospetti (uno dei quali sarebbe già detenuto a Baidoa). Contattato da giornalisti, Scaramella, che, prima di essere nominato docente alla South West State University e membro onorario della Alta Corte ha lavorato come assistente del procuratore federale della Somalia nella repressione della pirateria, si è limitato a dire: «Bisogna astenersi da commenti e dal fornire dettagli su una vicenda in corso, indagano le procure dei paesi coinvolti che spero assicureranno alla giustizia I criminali responsabili e gli sciacalli, mediatori senza scrupoli, che hanno speculato e speculano sulla vita di una ragazzina indifesa»


Articolo di
Maris Davis


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sabato 26 ottobre 2019

Rapporto OIM, in aumento il numero di ragazze potenzialmente vittime di tratta

Non solo dalla Nigeria, ora stanno arrivando anche dalla Costa d'Avorio.


Nuovo rapporto OIM. “Spesso già sfruttate in Tunisia e Libia, sono a rischio di re-trafficking in Italia”. Gli arrivi di donne ivoriane è aumentato in modo esponenziale, passando dall'8% al 46%.
In occasione delle celebrazioni per la Giornata Europea contro la Tratta, una delle forme di schiavitù moderna più diffusa del ventunesimo secolo, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) pubblica un rapporto su un nuovo fenomeno di sfruttamento recentemente emerso a seguito dell’analisi dei flussi migratori lungo la rotta del Mediterraneo Centrale.

Aumento esponenziale delle donne ivoriane in arrivo con i "barconi"
Un aumento di donne in arrivo dalla Costa d'Avorio passato nell'ultimo anno dall'8 al 46%. Tutte a grave rischio sfruttamento. Nel corso dell’ultimo anno l’OIM, presente nei principali punti di sbarco italiani con diversi team anti-tratta, ha rilevato un aumento della presenza di ragazze provenienti dalla Costa d’Avorio. “Abbiamo ragione di credere che molte di queste ragazze siano purtroppo vittime di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo e a volte anche sessuale”, spiega Laurence Hart, direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM. I numeri relativi agli arrivi via mare dei migranti provenienti dalla Costa d’Avorio rivelano come, a una riduzione del numero complessivo dei migranti di nazionalità ivoriana in ingresso in Italia negli ultimi anni, corrisponda il progressivo aumento della percentuale di donne coinvolte, dall’8% sul totale dei migranti di questa nazionalità sbarcati nel 2015 al 46% del 2019.

C'è chi paga il viaggio, ma poi si rivale sfruttando
Nella maggioranza di casi il Paese di partenza è la Tunisia, e, dai colloqui che abbiamo avuto con queste giovani ragazze, pare evidente che ci troviamo di fronte a quello che può essere definito un fenomeno di re-trafficking

Sottoposte a "servitù domestica" in Libia o in Tunisia, maltrattate e private della libertà personale, abusate dai loro "padroni", vengono vendute ai trafficanti per essere portate in Italia e sfruttate di nuovo. Il fenomeno del re-trafficking di ragazze della Costa d'Avorio è paurosamente aumentato
Molte, reclutate nel loro paese per lavorare come domestiche o cameriere, diventano invece vittime di servitù domestica una volta arrivate in Tunisia o in Libia, dove sono sottoposte a maltrattamenti, violenze e privazione della libertà personale, nonché costrette a subire abusi sessuali da parte dei loro sfruttatori. A questa fase ne segue un’altra, che prevede un ulteriore sfruttamento in Europa organizzato da persone che si dicono disposte a farsi carico dell’organizzazione e dei costi della traversata nel Mediterraneo, ma che poi hanno intenzione di sfruttare le vittime una volta giunte in Italia o in altri paesi dell’Unione Europea


La liberazione dagli aguzzini
Dopo lo sbarco in Italia alcune di queste vittime, consapevoli di poter incorrere in una rinnovata condizione di sfruttamento, hanno deciso di chiedere aiuto all’OIM per potersi finalmente liberare dai loro aguzzini. “La scoperta di questo circuito di sfruttamento dimostra ancora una volta come dietro ai numeri degli sbarchi ci siano storie molto drammatiche, di cui spesso si sa troppo poco. Non possiamo fare a meno di pensare alle ragazze ivoriane morte lo scorso 7 ottobre nel corso del naufragio avvenuto al largo di Lampedusa, una tragedia che ci riporta alla memoria l’altro drammatico incidente che nel 2017 causò la morte di 26 ragazze nigeriane, anche loro probabili vittime di tratta

In aumento il numero di prostitute-schiave in Italia
La lunga lotta anti-tratta
Occorre fare di più per proteggere questi gruppi di ragazze vulnerabili, che non solo subiscono una lunga serie di abusi e violazioni di diritti umani, ma poi si trovano costrette a rischiare di morire in mare

Come OIM ribadiamo la nostra volontà a continuare a impegnarci nella lotta alla tratta di esseri umani, promuovendo attività di identificazione e di protezione delle vittime rafforzando l’esistente stretta collaborazione con Procure, Forze dell’Ordine, Ministeri e organizzazioni che lavorano sul territorio



Articolo di
Maris Davis


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