lunedì 9 settembre 2019

Tempi duri per la Francia in Africa

La Francia di Emmanuel Macron in Africa è circondata, minacciata da Stati Uniti, Cina, Russia. Le solide fondamenta della FranceAfrique si stanno trasformando in pantano.


FranceAfrique, la potente lobbie che agisce per conto del governo francese nelle ex-colonie in Africa. Fin dagli anni '60 ha deciso governi e imposto dittatori, ha provocato guerre e soprattutto controllato intere economie attraverso il Franco CFA.

 

Dall'inizio del secondo millennio l'ingresso in Africa di nuovi attori come la Cina, la Russia e gli Stati Uniti hanno provocato una reazione dei francesi che ora, per la prima volta dalla decolonizzazione, devono fare i conti con una situazione non più di predominio.

 

Per la Francia le ex-colonie rappresentano il 42% del PIL nazionale, e senza di esso la Francia da potenza economica del G7 si ritroverebbe alla stregue dei paesi del terzo mondo.

 

In Africa il neo-colonialismo 2.0 sta avanzando a grandi passi e i nuovi predoni hanno già affondato i loro primi colpi mortali.


L'Africa, un continente da sempre sfruttato dove i predoni di tutto il mondo si sentono liberi di rubare di tutto. La Francia è fin'ora stato il predone più cattivo.

I ‘possedimenti d’oltre mare’, le ex colonie della Francia in Africa, servono all’economia della Madre Patria (valgono il 42% dell’economia francese), quindi, il controllo neo-coloniale delle risorse naturali, della finanza, dell’economia, della politica, non è terminato con le varie indipendenze acquisite negli anni sessanta.

La cellula africana dell’Eliseo nota come FranceAfrique, dopo aver constatato l’impossibilità militare di mantenere il controllo delle colonie (la guerra d’Algeria è stata la più drammatica prova di questa impossibilità), ha lavorato incessantemente per mantenere il controllo indiretto tramite Capi di Stato e regimi di comodo. Per quarant’anni la Francia ha fatto il bel e cattivo tempo nei Paesi francofoni africani, decidendo chi accedeva alla Presidenza e quali politiche economiche dovevano essere promesse.

Le relazioni Francia-Africa sono state caratterizzate, per quasi mezzo secolo, dal paternalismo, ‘amicizie’ con dittatori psicopatici, sfruttamento di minerali e idrocarburi ai danni dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, colpi di Stato, trattative segrete, finanziamento di ribellioni e guerre civili, controllo dei prezzi mondiali di importanti prodotti di esportazione, tra cui il cacao.

I primi quarant’anni di FranceAfrique sono stati caratterizzati da una brutalità che ricordava molto da vicino quella nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, o Grande Guerra Patriottica come è denominata dai russi. Impresentabili e sanguinari dittatori erano i benvenuti all’Eliseo in quanto garanti degli interessi francesi. Mobutu Sese Seko nello Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), Jean-Bedel Bokassa nella Repubblica Centrafricana, Idri Deby Itno nel Ciad (attualmente ancora in carica), Omar Bongo Odinga in Gabon, Juvenal Habyarimana nel Rwanda.

Il primo attacco all'impero francese in Africa

Negli anni Novanta si è assistito al primo ‘attacco all’‘Impero francese in Africa’, attuato da Stati Uniti e Gran Bretagna.

Tutto inizia con i tre rivoluzionari africani: Yoweri Kaguta Museveni in Uganda, Paul Kagame in Rwanda, Meles Zenawi in Etiopia. Uomini nuovi sulla scena africana che propongono una politica mista tra rigore marxista e libero mercato. Il primo a prendere il potere è Museveni, nel 1987, seguito da Melezev, nel 1991. Paul Kagame sarà l’ultimo ad arrivare alla Presidenza, dopo che i francesi, nel tentativo di mantenere il Rwanda francofono, idearono e permisero il genocidio.

Dopo il Rwanda cade lo Zaire. La giovane Repubblica Democratica del Congo diventa teatro di due guerre pan-africane (dal '96 al ‘97, e dal 1998 al 2003) e tre grandi ribellioni.

Una serie di guerre civili che continua tutt’ora, coinvolgendo i Paesi vicini: Burundi e Rwanda, il primo in mano ad un regime razial-nazista HutuPower, il secondo costantemente minacciato di invasioni delle FDLR, il gruppo terroristico rwandese creato nel 2000, da Parigi, raggruppando tutte le forze HutuPower che avevano scatenato l’Olocausto nel 1994. È proprio il Congo che ferma la guerra per procura tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. L’impossibilità di vittoria dei fronti contrapposti fa comprendere a Washington e Londra la necessità di accordi con Parigi per spartirsi le risorse naturali africane.

Il secondo attacco all’impero francese proviene dalla Libia di Gheddafi

Presso la Banca Centrale di Tripoli erano stati accumulati 143 tonnellate d’oro e una enorme quantità di argento che dovevano servire alla creazione di una moneta panafricana basata sul dinaro libico che potesse rappresentare una valida alternativa al Franco CFA dei Paesi africani francofoni.

Alla scoperta di questo piano, il Presidente Nicolas Sarkozy sostiene una finta ribellione e attacca militarmente la Libia per interrompere il processo avviato da Gheddafi di indipendenza finanziaria ed economica delle sue ‘colonie’ africane. Ora la Libia, Paese economicamente avanzato sotto il Colonnello, è diventato un inferno, dove decine di milizie si stanno scontrando, ponendolo in una situazione di caos somalo che durerà per decenni.

La caduta della Libia ha aperto le porte per una controffensiva francese in Africa. Prima si creano pericolosi gruppi islamici legati ad Al Qaeda, Daesh e Arabia Saudita, poi si invadono i Paesi con il pretesto di combattere il terrorismo internazionale. Mali e Repubblica Centrafricana diventano le vittime più esemplari. In questa ‘opera’, Parigi associa Washington, che ora inizia a dar segni di stanchezza.

Constatando che la lotta contro un fantomatico terrorismo internazionale nel Sahara favorisce solo la Francia, ora il Presidente Donald Trump sta progressivamente ritirando le sue truppe dal fronte sahariano, lasciando il compito di controllo del territorio ai soldati francesi.

Per tentare di contro-bilanciare la perdita dell’alleato americano e condividere le spese dello sforzo bellico, la Francia ha convinto la Germania all’avventura d’oltre mare. Il primo contingente di soldati tedeschi giunge in Niger nel novembre 2018 per partecipare alla lotta internazionale contro il terrorismo, ovvero dividersi le risorse naturali della regione con la Francia.

Anche gli italiani erano disponibili ad inviare un contingente in Niger con la scusa di fermare i migranti di passaggio, ma per la Francia l'Italia non era il partner adatto, troppi gli interessi francesi in Niger che non potevano (e non possono) essere svelati, e quindi i soldati italiani sono stati fin da subito dichiarati non graditi, meglio i tedeschi, da sempre più amici dei francesi.

La terza minaccia è rappresentata dall’espansionismo economico della Cina

Una potenza troppo forte per tentare colpi di mano diretti nei Paesi francofoni che sono oggetto delle proposte di cooperazione economica e militare di Pechino. Di fronte al peso politico internazionale e alla potenza militare della Cina, Parigi è costretta ad una politica di compromessi nel tentativo di limitare i danni e mantenere l’egemonia nella regione. Dopo Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, la FranceAfrique è costretta ad accettare un nuovo e ingombrante ospite: la Cina.

La quarta minaccia all’Impero d’oltremare francese è la Russia

È anche quella più pericolosa in quanto determinata, guerrafondaia e aggressiva. La Russia ritorna in Africa dopo il crollo dell’Unione Sovietica determinata a conquistare l’impero francese.

Dal 2017 al 2018 le visite di Stato della diplomazia russa in Rwanda e altri Paesi africani si sono susseguite senza sosta. Sono stati firmati decine di contratti di vendita di armi, estrazione di minerali e idrocarburi, cooperazione militare, economica, scientifica, arrivando agli studi di realizzazione delle prime centrali nucleari.

Mosca ha speso milioni per aumentare la sua influenza politica e culturale in Africa. L’obiettivo è chiaro: estromettere Francia, Europa e Stati Uniti e dividere l’Africa solo con la Cina. Una divisione che si basa su alleanze politiche ed economiche e non sul neo-colonialismo di stampo occidentale, quindi conveniente per molti Paesi africani.

Mosca protegge il regime di Kabila nella Repubblica Democratica del Congo e quello di Nkurunziza in Burundi, impedendo alla Francia di attuare un cambiamento di regime più favorevole e meno pericoloso di quello cleptomane congolese e potenzialmente genocidario burundese.

Ma è in Centrafrica che la Russia si è impegnata a buttare fuori i francesi, prendendo le redini del destino del martoriato Paese cascato in guerra civile permanente grazie agli intrighi internazionali di Parigi. Soldati, mercenari, imprenditori russi stanno letteralmente invadendo la Repubblica Centrafricana con l’obiettivo di rafforzare un Governo loro amico e sbattere fuori i francesi.

La prima e scontata risposta di Parigi è stata quella di impedire il processo di pace russo, supportato da vari Paesi africani, e di riavviare la guerra civile utilizzando le milizie cristiane Anti Balaka nell’intento di regalare ai russi un Afghanistan in versione africana.

La seconda risposta è stata quella di minacciare il Cremlino, invitandolo a non interferire nei territori francesi d’oltre mare. La reazione russa non si è fatta attendere. La minaccia lanciata da Parigi ha fatto aumentare la guerra fredda in Africa e risvegliato l’Orso sovietico. «Dopo aver terminato la liberazione della Repubblica Centrafricana dalle mani della Francia, continueremo con una vasta operazione di liberazione dell’Africa tutta intera»

Durante il recente incontro dei Capi di Stato in Francia (in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale), il Presidente Vladimir Putin avrebbe parlato chiaro al suo omonimo francese. "La Francia deve mettere un termine allo sfruttamento disumano delle risorse sub-sahariane". Una richiesta che non può essere accettata, in quanto le colonie africane rappresentano il 42% dell’economia francese. Chiedere il ritiro della Francia dall’Africa equivale a richiedere il fallimento economico e il declassamento da potenza mondiale a Paese di secondaria importanza sul scacchiere internazionale.

La guerra fredda tra Russia e Francia in Africa è iniziata. Le modalità di questa guerra non sono al momento facilmente prevedibili, ma le conseguenze potrebbero essere enormi. La Russia ha una diplomazia e proposte economiche meno raffinate di quelle cinesi, ma si presenta ai governi africani come un potenza del Sud, ‘amica’ e determinata a mettere fine al neo-colonialismo occidentale, offrendo protezione, collaborazione economica, giusti accordi commerciali, trasferimento di tecnologia, avvio della rivoluzione industriale. Questo in contemporanea con l’offensiva economica cinese nel Continente in chiave anti-occidentale.

Tempi duri per l’Europa debole, divisa e in preda all’ascesa al potere di movimenti di destra sovranisti, se non fascisti


Dall’altra parte dell’oceano l’America di Trump è confusa

Il presidente americano ha avviato un nuovo corso della sua politica estera in Africa e tende a riprendere la guerra fredda con la Francia, in quanto le risorse naturali servono all’industria americana, forse più che a quella francese. Ma gli Stati Uniti del 2018 non sono più la potenza vincitrice del ‘45, dove potenza militare si coniugava con potenza industriale e boom economico. Gli Stati Uniti del 2018 sono una potenza in declino che ha fallito il progetto di Nuovo Ordine Mondiale ideato dalla famiglia Bush, in stretta collaborazione con il capitalismo americano.

Le guerre fino ad ora fatte per questo ‘mitico’ ordine mondiale hanno dissanguato le casse dello Stato: 6 mila miliardi di dollari spesi nei fronti Afghanistan, Iraq, guerre segrete o di procure in Siria, Yemen, piani eversivi in Venezuela, Nicaragua e altri Paesi. Donald Trump è in rotta di collisione con la Francia, che ha ravvivato la proposta di un esercito europeo indipendente dal Patto Atlantico: la NATO.

La Francia di Macron sembra essere un governo di fine epoca, piuttosto che un moderno governo capace di far risorgere il Grandeur Francese. Sempre più le proteste popolari interne (per esempio i "gillet gialli") che, in mancanza di una chiara alternativa di sinistra, stanno spostando la popolazione a favore del fascismo di Le Pen. Una Francia che deve equilibrare la potenza della grande Germania e continua la guerra fredda mai dichiarata con l’Italia per questioni economiche e migratorie. Guerra fredda di cui teatro principale è la Libia e quello secondario il Niger.

La Francia di Emmanuel Macron è circondata in Africa

Il terreno inizia a mancare sotto i piedi. Le solide fondamenta della FranceAfrique si stanno trasformando in pantano.

L’impero francese è minacciato da Stati Uniti, Cina, Russia mentre i governi delle sue ‘colonie’ diventano sempre più aggressivi e imprevedibili. Tira aria di ribellione e sconvolgimenti epocali, Parigi potrebbe essere, per la prima volta, la vittima di un futuro da incubo, dove le sconfitte subite all'epoca in Indocina e Algeria riaffiorano triplicate per porre il colpo mortale ai territori d’oltremare.

Anche la risposta militare è sempre più debole, come dimostra il Centrafrica e il Mali. Ora anche la Famiglia Bongo in Gabon è in bilico, la sta tenendo in piedi il lavoro della massoneria con FranceAfrique, e altri soldati francesi sono stati inviati per difendere l’Impero. Tempi duri per la FranceAfrique.


Campagna Informativa
"Africa Libera"



Articolo di
Maris Davis


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venerdì 6 settembre 2019

La pacchia è finita, nel senso che è finita per Salvini e per i razzisti di stato

L’incubo è finito, sono felice


Se ne sono andati quelli che hanno fatto politica dalle spiagge piuttosto che dai ministeri di cui erano responsabili, se ne sono andati quelli che per più di un anno hanno usato arerei di stato per fare campagna elettorale, se ne sono andati quelli che postano video pieni di odio sui social ogni giorno, se ne sono andati quelli dei porti chiusi, quelli che multano chi salva vite in mare, quelli che hanno voluto smantellare tutta la rete dell’integrazione, della protezione sociale e dell’accoglienza.

Salvini non potrà più sbraitare dall'alto del suo ministero

Salvini non è più sulla plancia di comando da dove per quattordici mesi ha tenuto chiusi i porti, ha lanciato raid nei luoghi degli immigrati, ha tenuto in mare per settimane donne, bambini, anziani, malati, ha potuto praticare la politica della discriminazione al motto «è finita la pacchia» contro chi «la pacchia» non l’ha nemmeno mai conosciuta.

In questi mesi il leader della Lega ha fatto danni infiniti

Ha allungato tempi per qualunque pratica necessaria agli stranieri, ha negato protezione, asilo, permessi di soggiorno. Ha moltiplicato la burocrazia a danno prima di tutto degli italiani.

Ora però l’incubo è finito

Allo strategico ministero dell’Interno è arrivata Luciana Lamorgese, una donna. I media l’hanno definita «un tecnico». La migliore definizione è arrivata dalle sue stesse parole, «Io dico che bisogna accogliere nelle regole e non respingere il diverso solo perché viene da un altro mondo, e che potrebbe essere una ricchezza per l'Italia»

I danni fatti da Salvini però rimarranno

Chissà quanti stranieri sono diventati clandestini e ora faranno fatica a rimettere insieme documenti, storie, testimonianze per ottenere ciò che stavano per ottenere. Salvini li ha ributtati nell’inferno della clandestinità. Anche se lo stesso Salvini aveva annunciato di voler ridurre proprio la clandestinità. O meglio ancora, riportare lo straniero a "casa sua"

Con Luciana Lamorgese tutto ciò dovrebbe rientrare

Nel programma di governo è previsto che i due famigerati decreti sicurezza siano rivisti. Alla luce della questione migranti anche la politica con la Libia dovrebbe cambiare. Le frontiere europee e italiane non saranno più spostate oltre il Mediterraneo, non avremo più bisogno di fare accordi con milizie e personaggi impresentabili (come ha fatto Salvini), veri e propri gangster che, in cambio di dollari sonanti, tengano lontani i migranti dalle coste.

E soprattutto potremo, ora sì, esigere dall’Europa una vera collaborazione sulla questione immigrazione




Articolo di
Maris Davis


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giovedì 5 settembre 2019

Green Bible. Svelati i segreti della "Bibbia Verde" della Mafia Nigeriana

Pena di morte per i traditori. Un vero e proprio manuale di istruzioni per gli affiliati. Si tratta della ‘Green Bible’, ovvero il codice della mafia nigeriana.


Dai soldi per mantenere le famiglie degli arrestati alle quattro ramificazioni, fino al codice di comportamento per i nuovi affiliati: le tante similitudini dei Maphite con le 'ndrine calabresi, scoperte nel manuale che apre la porta sul mondo della criminalità organizzata africana.

Un vero e proprio manuale di istruzioni per gli affiliati, nel quale, per esempio, il piano di riciclaggio di denaro nei Paesi di origine viene indicato come ‘Mario Monti’.

Si tratta della ‘Green Bible, ovvero il codice della mafia nigeriana. È stato scoperto poco più di un mese fa a Torino nel corso di una indagine sfociata in alcune decine di fermi.

Grazie alla ‘Bibbia Verde, contenuta in un pacco inviato dalla Nigeria all’Italia e intercettato nel capoluogo piemontese, gli investigatori sono riusciti a ricostruire la struttura del clan Maphite (o Green Circuit association), le regole, le cariche e le investiture, i riti di iniziazione, le punizioni. “Ogni operazione criminale aveva un nome in codice. Il ‘Mario Monti’ era uno di questi

E a leggere bene il manuale, che nei giorni scorsi è stato depositato ai Tribunali della Libertà di Catania, Modena e Torino, si possono notare inquietanti e neanche tanto nascoste similitudini con la ‘ndrangheta.

A cominciare dal fatto che i Maphite in Italia sono divisi in 4 ramificazioni, esattamente tanti quanti sono i mandamenti delle ‘ndrine calabresi. E chiunque desideri farne parte deve essere di "razza africana" e raccomandato da un membro. E dovranno essere superati 120 giorni di prova, prima di ottenere l’affiliazione. Così come accade per i “contrasti onorati” delle ‘ndrine. Da quel momento, il fine ultimo del nuovo membro dei Maphite sarà fare soldi. Occupandosi di droga, prostituzione, rapine, armi. Il denaro è l’unica cosa che conta. I "soldi" è ciò intorno a cui ruota tutto.

Anche in caso di arresto. Quando verranno stanziati, entro 48 ore, 10mila dollari per il mantenimento della famiglia dell’arrestato. Con questo, proprio come accade per la “bacinella” della ‘ndrangheta, si vuole evitare la cosa peggiore di tutte: il pentimento. La collaborazione con la giustizia, la violazione dell’omertà porta come conseguenza diretta solo alla morte. È il primo insegnamento che viene trasmesso agli ‘showguy’, i giovani che entrano nella famiglia Maphite.

Tenere la bocca chiusa e non lamentarsi delle punizioni. Restando lontano dalle forze dell’ordine (chiunque sia, anche alla lontana, imparentato con un poliziotto non può entrare), ma anche sciogliendo qualsiasi rapporto con i cults africani o le mafie italiane. Perché di loro non c’è bisogno.

Sono le rigide regole della "Green Bible" della mafia nigeriana. Il testo spiega anche l'ordine gerarchico dell'organizzazione malavitosa: ci sono capitani, tenenti, sergenti e soldati semplici.

Il giuramento col fuoco per entrare nel clan

"Giuro di essere leale e fedele all'organizzazione dei Maphite. Se domani deciderò di svelare questi segreti, questo fuoco brucerà me e le cose che mi appartengono; ovunque mi trovi i Maphite mi faranno a pezzi sino alla morte"

I nuovi affiliati che entrano a far parte della mafia nigeriana sono sottoposti ad una sorta di rito tribale, prima vengono picchiati dagli altri membri e poi devono tenere tra le mani dei pezzi di carta infuocati, per dimostrare il loro valore.

Tipico e conosciuto soltanto dagli adepti il modo di comunicare, i rituali, e un prestabilito modo di ingresso all'interno dell’organizzazione, di affiliazione, rigidissime le regole di comportamento e puntualmente codificate che ripercorrono in parte quelle più conosciute delle organizzazioni di tipo mafioso italiane.

Così è strutturata la mafia nigeriana

L’indagine che poi ha portato al sequestro della "Green Bible" fu avviata nel 2017 e si è conclusa lo scorso luglio con un "elevato numero di arresti"

Un'indagine che si è avvalsa anche delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che hanno consentito di ricostruire ruoli, gradi, gerarchie e regole di funzionamento all'interno dell’organizzazione criminale, nonché i diversi reati che hanno permesso all'organizzazione stessa la propria sopravvivenza e il dominio in alcuni ambiti criminali, spaccio di sostanze stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, uso indebito di strumenti di pagamento elettronico, oltre a frequentissimi e violenti scontri con organizzazioni criminali nigeriane contrapposte.

Tutte attività criminali che hanno trovato riscontri oggettivi, codificate nella "Green Bible". Il gruppo dei Maphite aveva diviso l'Italia in quattro grandi zone di influenza e affidato ogni zona ad una "famiglia mafiosa". Così come descritto nel codice della "Bibbia Verde" si evidenzia anche nella realtà dei fatti una struttura di tipo piramidale ai cui vertici ci sono i "capi" e giù fino ai "soldati".

In particolare: coloro che decidono le nuove iniziazioni, coloro che gestiscono la prostituzione, altri che mantengono i rapporti di forza con le altre organizzazioni criminali, fino a coloro che organizzano lo spaccio di droga nelle piazze cittadine.

Nella "Green Bible" vengono citate anche le "mamam", anelli terminali della catena della prostituzione. Sono le "mamam" che individuano e "acquistano" le ragazze in Nigeria, poi affidano il "viaggio" ad un anello superiore della catena. Una volta che la ragazza arriva in Italia la "mamam" ha il compito di gestirla anche avvalendosi dei "soldati", ovvero i boys. Su ordine della "mamam" i boys possono controllare, picchiare e perfino violentare le ragazze che non si adeguano.

A questo punto la "mamam" mette in conto il rischio (la possibilità di perdere il pacco durante il viaggio), ovvero la possibilità che la ragazza venga fermata, che venga bloccata nei campi della Libia, che passi di mano ad altre organizzazioni criminali (in Libia esiste per esempio il mercato delle schiave del sesso), o che magari muoia o venga uccisa.

Secondo l'OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni), nell'ultimo anno e mezzo solo una ragazza su dieci partite dalla Nigeria è già arrivata in Italia. Questo a causa di tre fattori principali, l'aggravarsi della guerra civile in Libia, la chiusura dei porti e un tasso più elevato di mortalità nell'attraversare il Mediterraneo per mancato pattugliamento di navi ONG.

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Articolo di
Maris Davis


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mercoledì 4 settembre 2019

Rwanda, 25 anni dopo il genocidio. Così le donne hanno cambiato il paese

Oggi in parlamento gli uomini sono in minoranza. Dopo le stragi del 1994 le donne sono state protagoniste di un vero e proprio cambiamento culturale.


Il Rwanda è una delle nazioni più povere sulla terra e solo fino a pochi anni fa alle donne venivano negati i diritti fondamentali.

Poi, nel 1994, tutto è cambiato. La maggior parte degli uomini sono stati uccisi e le donne sono rimaste sole. Ma non si sono né spaventate né fermate. Hanno preso in mano il paese e a loro si deve la sua rinascita.

Un po' di Storia

L’Africa Sub-Sahariana è l’area del pianeta che meno ha potuto approfittare delle opportunità offerte dalle trasformazioni economiche di fine Novecento. Povertà crescente, una drammatica situazione sanitaria e la cronica debolezza delle strutture statali post decolonizzazione. Una lunga serie di colpi di Stato e guerre civili ha fatto del paese delle mille colline il teatro del più grande massacro etnico dopo l’Olocausto.

Era il 6 aprile di 25 anni fa. Niente armi sofisticate o aviazione. Per le atrocità peggiori bastarono machete e fucili, imbracciati dai giovani miliziani dell’Mrdn, il partito Hutu. Uno scontro etnico e sociale tra i più sanguinosi della storia, che ebbe ripercussioni ben oltre i confini naturali del paese. Il numero delle vittime, la maggior parte Tutsi, si aggirò intorno agli 800mila in soli 100 giorni. Migliaia di morti anche tra gli Hutu, uccisi dal partito Tutsi, l’Rpf o perché contrari ai massacri.


Paul Kagame

In quei 100 giorni di sangue molti erano fuggiti nella vicina Uganda, dove l’Rpf, il cui capo era Paul Kagame, si stava organizzando per riprendersi il paese. Da allora a guidare il Rwanda è lui. Un vero e proprio regime autoritario che potrebbe durare ancora a lungo, secondo quanto stabilito da una modifica della Costituzione nel 2015.

Da quando Kagame è al potere, però, il piccolo Rwanda ha raggiunto importanti traguardi. Un paese stabile che lavora per sanare le ferite tra Hutu e Tutsi per una convivenza pacifica, il suo sviluppo economico-tecnologico è in crescita e i tassi di povertà si abbassano sempre di più. Un cambio consistente che ha come protagonista le donne.

Divario di genere

Prendiamo la questione del divario salariale. Seppur diverso in tutto il mondo a seconda di come lo si misura, ovunque le donne vengono pagate molto meno degli uomini. Chiudere il divario sembra difficile ma non impossibile, molto vicino ci sta andando proprio il Rwanda.

Prima del genocidio le donne non potevano parlare in pubblico o aprire un conto in banca senza l’autorizzazione dei mariti, le capanne avevano un’entrata separata per le donne che portava direttamente alla cucina, un chiaro indicatore che quello era il loro posto. Ovviamente non avevano alcun diritto sulle finanze familiari e quello che guadagnavano doveva essere consegnato ai mariti.

Dopo le violenze e le centinaia di migliaia di morti, la popolazione del Rwanda era composta per il 65 per cento da donne. Di loro, secondo le stime Onu, 250mila erano state vittime di stupro e i bambini nati da questi si aggirano tra i 5mila e i 20mila.

Nonostante il trauma, molte di queste donne trovarono la forza di testimoniare al Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda ad Arusha in Tanzania. Per la prima volta lo stupro, considerato prima di allora alla stregua del furto di una vacca, venne riconosciuto come arma di guerra e crimine contro l’umanità. Il paese aveva completamente mutato la sua struttura sociale.

A causa della mancanza di uomini le donne entrarono in massa nel mondo del lavoro, accedendo per la prima volta a lavori che prima per loro erano proibiti. Si aprirono le porte dell’istruzione e il numero delle bambine iscritte alla primaria e secondaria raggiunse presto quello dei bambini. Le donne cominciarono a entrare in polizia, nell'esercito, poi divennero sindaci o governatrici.

Nel 1999 venne riconosciuto loro il diritto all'eredità. Stavano cambiando il paese. Il governo capì che le donne erano necessarie per la ricostruzione del Rwanda e implementarono nuove politiche per agevolarle al potere.

Verba volant, scripta manent. E così nel preambolo della nuova Costituzione, emanata nel 2003 venne messa nero su bianco la parità di diritti tra uomini e donne, fissando al 30 per cento la rappresentanza a tutti i livelli di governo che spettava alle donne. La Costituzione ha anche creato la posizione di “controllo dei generi” a garanzia della conformità dei programmi pubblici rispetto agli obiettivi del paese in tema di uguaglianza e pari opportunità.


Il Rwanda delle donne

Il 2008 fu l’anno della svolta. Il Rwanda fu il primo paese al mondo ad avere un parlamento a maggioranza femminile con una percentuale del 56 per cento. Record confermato e cresciuto al 64 per cento nel 2013, come riportato dall’Inter- Parliamentary Union. Si tratta della percentuale più alta al mondo, mentre quella della partecipazione nella forza lavoro è dell’88 per cento. Stessa percentuale per quanto riguarda il reddito che le donne portano a casa, sono loro, infatti, a mantenere le famiglie.

Secondo alcuni studi sulla violenza di genere, maggiore è la differenza tra il salario di moglie e marito, maggiore è la possibilità che le donne siano vittime di violenza. Nonostante ciò, il caso del Rwanda è curioso perché, secondo un rapporto del governo, una donna su due ha subito violenza. Un dato inaccettabile e così, sempre nel 2008, le deputate rwandesi hanno dimostrato la loro forza proponendo una legge che prevenisse e punisse la violenza sessuale e di genere.

Entrata in vigore nel 2011, questa legge è stata fondamentale nella costruzione di un’articolata struttura a tutela e promozione dei diritti delle donne. Venne creato un ministero apposito, un ufficio responsabile del rispetto dell’uguaglianza di genere all'interno della polizia e dell’esercito e poi i “Isange-One Stop Centre”, centri dotati di personale di polizia, medico e giudiziario, che possano fornire i servizi necessari alle vittime di violenze sessuali più rapidamente possibile.

Il Rwanda è uno dei pochi paesi nel mondo in cui una donna ha le stesse probabilità di un uomo di lavorare fuori casa, sesto, secondo la classifica del "Global Gender Gap Index 2018" stilato dal World Economic Forum, ad aver ridotto il divario di genere. Il Global Gender Gap è stato introdotto per la prima volta dal World Economic Forum nel 2006 per fornire un quadro della disparità di genere nel mondo e poterne seguire i progressi nel tempo.

Global Gender Gap Index 2018

L’edizione di quest’anno mette a confronto 149 paesi su una scala da 0 (disparità) a 1 (parità) attraverso quattro dimensioni tematiche, i sotto indici di: partecipazione economica e opportunità, educazione, salute e sopravvivenza, empowerment politico. Il punteggio generale è pari al 68 per cento, questo vuol dire che c’è ancora un gap del 32 per cento da chiudere. Il divario è ancora ampio nella maggior parte dei 149 paesi, nessuno ha raggiunto la piena parità, solo i primi sette hanno chiuso fino all'80 per cento del gap. 

Nella top ten ci sono Islanda, Norvegia, Svezia, Finlandia, Nicaragua, Rwanda, Nuova Zelanda, Filippine, Irlanda e Namibia. Un risultato pazzesco, ancor di più se lo paragoniamo all'Italia che si posiziona solo 70° posto, a metà classifica.

L’Africa Sub-Sahariana, con un divario di genere medio del 33,7 per cento, è caratterizzata da un’alta partecipazione femminile nella forza lavoro. La costante crescita del Rwanda che negli anni precedenti aveva raggiunto fino al quarto posto nella classifica mondiale, si è fermata per la prima volta, scendendo appunto di due posizioni. La causa è un aumento del divario di genere nell'indice di partecipazione economica e opportunità, che comporta un calo della presenza delle donne e di parità salariale in lavori professionali e tecnici.

Nonostante ciò, il Rwanda mantiene forti prestazioni per quanto riguarda l’empowerment politico, rimanendo il paese con la più alta percentuale al mondo di donne parlamentari e una quasi parità in posizioni ministeriali. A partire da quest’anno, il Rwanda ha chiuso oltre l’80 per cento del suo divario di genere, il secondo valore più alto registrato dall'indice. Un cambiamento culturale, cominciato come meccanismo di sopravvivenza dopo il genocidio ma che grazie a politiche mirate ha permesso al paese di avvicinarsi sempre di più alla chiusura del divario di genere.

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Articolo di
Maris Davis


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