Visualizzazione post con etichetta Benin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Benin. Mostra tutti i post

13 luglio 2017

Dantokpa, Benin. Il mercato dove si vende di tutto, anche i bambini

Storie d'Africa. Il mercato africano di Dantokpa. A Cotonou, capitale del Benin, si trova il più grande mercato all'aperto dell'Africa occidentale dove si scambiano ogni giorno merci per un valore pari a 1,5 milioni di euro.


Dantokpa significa "sulle rive della laguna Dan". Dan, nella cultura animista del Benin, è una divinità rappresentata dal serpente, il Dio della prosperità e dell'abbondanza.

Il mercato è un ampio complesso che in origine era di 13 ettari. Costruito nel 1963, oggi ha ormai raggiunto i 20 ettari e invade le case circostanti. Immaginate un'area a forma di quadrato con due km. di lunghezza per ogni lato. Ora ha assunto il ruolo di un vero e proprio mercato internazionale in cui operano commercianti provenienti da paesi limitrofi, Nigeria, Mali, Burkina Faso, Niger, Costa d'Avorio, ma anche Togo e Ghana.

A Dantokpa si compra e si vende di tutto, dai prodotti agricoli (verdure, ortaggi, frutta, cereali, ecc..) fino ai prodotti "usati" e poi riciclati provenienti dall'Europa come per esempio i computer, telefonini e smartphone. Le donne sono protagoniste nel commercio dei tessuti e dei prodotti di uso domestico .. e poi tutti i prodotti etnici e dell'artigianato tradizionale africano, ivi compresi oggetti legati al woodoo.

Dantokpa non chiude mai, lavora anche di notte quando si possono vendere e comprare anche bambini, bambine e ragazze provenienti dalle zone povere o dalle aree rurali dell'Africa Sub Sahariana occidentale, che saranno poi sfruttati nello stesso mercato da artigiani e commercianti senza scrupoli, o dai mercanti di uomini, oppure da sfruttatori del mercato del sesso.

Quello degli "schiavi" è un vecchio "vizio" del Benin, Dantokpa infatti si trova a poche decine di chilometri da Ouidah, il luogo da dove nei secoli XVII, XVIII e fino al XIX partivano le navi negriere per le americhe. Quello degli schiavi bambini è purtroppo una piaga difficile da debellare, nonostante le leggi severe che in questi anni il Benin si è dato.

Benin, un tempo il paese in cui venivano convogliati e da cui partivano gli schiavi diretti nelle Americhe, oggi il paese in cui i "nuovi schiavi" sono i bambini, venduti per pochi soldi dalle stesse famiglie povere.

Nel mercato di Dantokpa si cammina con attenzione per non calpestare mucchi d’indumenti accatastati in ogni dove, spazi angusti pieni di cose, donne con i bambini sulla schiena sedute a terra che cuciono, aggiustano, separano. Poco più in là altre donne friggono banane, cucinano riso e carne, intanto parlano a voce alta chiamando attenzione al loro cibo. Il selciato di catrame raccoglie nelle buche l’acqua ormai putrida rimasta dall'ultimo violento acquazzone.

Se si è stranieri a Dantokpa è opportuno farsi accompagnare da persone del luogo. Ci si addentra lentamente con molta discrezione e circospezione nel cuore del grande mercato. Il gran vociare generale di donne e uomini che contrattano e bambini che strillano viene sovrastato dal rumore ritmico, martellante e assordante di ferro battuto. Passo dopo passo si cerca di non calpestare le lastre di metallo arrugginito ai lati delle baracche, l’odore intenso e acre della lamiera permea l’aria già irrespirabile. Giovani uomini lavorano a ridurre in lastre pentole vecchie, pezzi di auto arrugginiti e utensili abbandonati, lattine vuote.

Ci sono tanti, tantissimi bambini, dagli 8 ai 15 anni. Tanti smaglianti sorrisi, tra gioia e stupore accolgono gli estranei senza distogliere le mani dal lavoro. Mostrano orgogliosi i loro bellissimi e artistici manufatti: angioletti colorati fatti con le lattine riciclate, aeroplanini e motociclette costruiti con lamiera zincata saldata attorno alle candele di vecchie automobili, lanterne costruite con lampadine e pezzi di lattine colorate.


Tra i mucchi di ferro ammassati qua e là, alcuni bambini inventano al momento danze al ritmo di un canto improvvisato, tanta è la gioia per la visita non usuale di un "turista occidentale ricco"

I ragazzi che lavorano il ferro vivono all'interno di un vecchio container arrugginito collocato nel mercato e adibito anche ad aula scolastica. Due mattine alla settimana per due ore consecutive i bambini ricevono un po’ d’istruzione ed hanno la possibilità di un confronto aperto tra di loro e con la maestra (progetti come questi vengono sostenuti da Onlus e associazioni locali). A volte cantano e ballano, altre ascoltano poesie, s’impara un po’ di numeri, un po’ di francese, comunque troppo poco.

All'interno di queste baracche il caldo è opprimente, dai tetti rotti rivoli di pioggia colano giù sugli arredi scarni. Poco dopo qualcuno porta un ventilatore. La lamiera del vecchio container è rovente, ma i bambini sono contenti. Per i bambini si porta le merendine che vengono subito distribuite equamente a tutti.

I bambini raccontano le loro esperienze. Pochi hanno studiato per due o tre anni poi la famiglia non aveva più soldi per mantenerli quindi sono dovuti entrare al mercato a servizio di un “padrone”. Altri sono arrivati al mercato da piccolini e non sono mai più usciti. Lavorano tutti i giorni tranne la domenica. Ricevono una piccola paga giornaliera che usano per comperarsi da mangiare, a volte i soldi non bastano ad assicurare un piatto di cibo. Tutti vorrebbero studiare, imparare il francese per poter trattare con le persone al mercato, avere un pallone per giocare, oppure un ventilatore e poi che sia riparato il tetto della baracca.

Quando questi bambini si ammalano o si feriscono restano in balia di se stessi, tanti di loro hanno le dita delle mani tumefatte, ferite alle gambe e al volto, e lesioni infette. Tutti questi bambini vorrebbero uscire dal mercato di Dantokpa per ricevere una formazione o imparare un mestiere.

“Quando ci facciamo male il padrone aspetta che la ferita guarisca da sola, solo se non passa va a prendere la medicina”


Il mercato internazionale di Dantokpa è un’icona rappresentativa della città di Cotonou, la capitale economica del Benin. È il più importante mercato dell’Africa occidentale sia per il flusso dei prodotti commercializzati che per il numero degli acquirenti. Si estende spontaneamente in modo quasi tentacolare e invade i quartieri adiacenti che ormai si confondono con Dantokpa.

Questo complesso, costruito nel 1963 ora si estende su quasi 20 ettari, è gestito dalla Società di gestione dei mercati autonomi (SOGEMA) un organismo che dipende dal ministero degli interni. È formato da una grande costruzione di 66 metri x 44 metri, a tre piani con 1100 spazi di vendita costituiti da box in affitto e da negozi. Attaccati all'edificio principale ci sono degli “apatams” piccole baracche in legno e latta che costituiscono circa cinquemila punti vendita. Il mercato presenta parecchi problemi di sicurezza e d’insalubrità.

La fama del mercato è notevole soprattutto nella regione dell’Africa dell’Ovest, in quanto numerosi commercianti della Nigeria, del Mali del Burkina Faso, del Niger e della Costa d’Avorio vengono ad acquistare merci, e anche parecchi commercianti del Cameroun e di altri paesi dell’Africa centrale frequentano questo mercato.

Un fenomeno che purtroppo si può osservare a Dantokpa e che non è stato ancora sufficientemente studiato è lo sfruttamento economico di un numero scandaloso di bambine e bambini in tenera età da parte di tutrici, padroni di atelier e mercanti che ignorano quasi del tutto i diritti dei bambini.

Settori. Il Mercato di Dantokpa è diviso in molti settori specifici e ciascuno di questi ha dei responsabili. I diversi settori sono:
  • Pièce sodji, dove si vendono i pezzi di ricambio delle moto;
  • Hangar mê, dove si vendono bigiotteria e ornamenti vari;
  • Adjégounle, dove si vendono medicinali tradizionali;
  • Kpodji, dove si vendono sacchi di mais e di fagioli;
  • Gbo Sodji, dove si vendono i montoni e dove di notte si pratica la prostituzione;
  • Wedemè Sodji, dove si vendono condimenti e spezie, cipolle;
  • La grande costruzione centrale dove si vendono stoffe e gioielli;
  • Todomey, dove si vendono il peperoncino i pomodori, le patate dolci, i pesci e la manioca e i feticci caratteristici del woodoo;
  • Tévi Sodji, dove si vendono gli igname (tubero tipico dell'Africa che appartiene alla famiglia delle patate);
  • Sofladoto, dove si vendono noci di cola e pomodori;
  • Mawulè, parco dei grandi trasportatori che vengono dal nord Benin.

Il mercato si anima tutti i giorni e per un gran numero di persone 24 ore su 24. Tra i commercianti e le commercianti (la maggior parte sono donne) la maggioranza possiede un luogo stabile di vendita, pochi sono ambulanti.

Bambini e bambine
Nel mercato si trovano moltissimi bambini e soprattutto bambine, o ambulanti o fissi, sul luogo di vendita. Questi bambini fanno un po’ di tutto.

In alcuni luoghi come sul parco Nord Zou e presso Mawule, alla vigilia di Tokpa (ogni cinque giorni il mercato è più vasto e frequentato e prende il nome di Tokpa) si può assistere, a partire dalla mezzanotte, a un vero traffico e scambio di bambine e bambini che vengono principalmente dal Togo e dal nord Benin. Ci sono donne che mercanteggiano il prezzo dei bambini e pagano i trafficanti. Molti bambini e bambine prendono poi la strada della Nigeria. Si tratta soprattutto di minori, la maggior parte in età dagli 11 ai 16 anni.

Ci sono poi altre categorie di bambini:
  • I forgerons, i piccoli fabbri che lavorano trasformando le latte già utilizzate in oggetti di uso domestico (imbuti, fornellini, setacci, ecc..) o in piccoli oggetti decorativi;
  • I ragazzini che trasportano la mercanzia per conto degli acquirenti;
  • Le ragazzine che puliscono il mercato;
  • Le ragazzine che aiutano a preparare il cibo che la gente mangia nel mercato;
  • Altre bambine e adolescenti messe a disposizione di turisti (per lo più occidentali) che cercano sesso;
  • I piccoli artigiani (per la maggior parte minori) che lavorano presso meccanici, fabbri o falegnami.




Condividi la nostra Campagna Informativa
"Lotta alle Moderne Schiavitù"
- clicca qui -



Articolo di
Maris Davis

Condividi su Facebook


08 novembre 2013

Ouidah, la Strada degli Schiavi


A duecento anni dall'abolizione inglese della tratta, sono ancora evidenti in Africa i terribili ricordi della schiavitù.


Venticinque marzo 1807, la Gran Bretagna è la prima nazione a mettere fuorilegge la schiavitù. È l’inizio della fine per la tratta degli schiavi praticata dalle principali potenze europee sin dal Cinquecento. In tre secoli, almeno dodici milioni di esseri umani vengono prelevati con la forza dall'Africa e stivati nelle navi negriere dirette in America. Un traffico mostruoso di donne e uomini che avrebbe contribuito in modo determinante alla stagnazione demografica dell’Africa e alla spoliazione delle sue preziose materie prime. Una delle pagine più oscure della storia dell’uomo.

La Porta del non Ritorno
Tra il XVII ed il XIX secolo Ouidah fu uno dei principali empori dell’Africa occidentale per la tratta degli schiavi. Situata nell'odierna Repubblica del Benin, questa città vide partire oltre un milione di schiavi africani. Spesso erano africani anche coloro che li riducevano a mera merce umana da scambiare con prodotti quali alcol, stoffe, bracciali, coltelli, spade e soprattutto armi da fuoco, molto richieste per via dei conflitti inter-tribali.

Si calcola che tra il XVI ed il XIX secolo circa 12 milioni di africani siano stati trasferiti al di là dell’Atlantico per sopperire alla richiesta di schiavi nelle piantagioni e nelle miniere del Nuovo Mondo. A questo proposito un libro afferma che circa l’85 per cento degli schiavi “raggiunse il Brasile e le varie colonie fondate nelle Antille da inglesi, francesi, spagnoli e olandesi”. (American Slavery 1619-1877). A quanto pare il 6 per cento degli schiavi arrivò nelle colonie che successivamente avrebbero fatto parte degli Stati Uniti.


Rotte dalle navi negriere che partivano dalla Costa degli Schiavi
La maggior parte di questi schiavi "provenivano" dai paesi che si affacciano nell'attuale Golfo di Guinea, conosciuta in passato anche come Costa degli Schiavi.

All'inizio del loro viaggio, dopo essere stati incatenati, percossi e marchiati a fuoco, molti schiavi percorrevano a piedi il tratto di 4 chilometri che oggi collega il Museo di Storia di Ouidah, un forte completamente ricostruito, alla cosiddetta Porta del non ritorno, che sorge sulla spiaggia. La porta rappresenta la fine della Via degli schiavi e ha un valore simbolico, dal momento che la partenza degli schiavi non avveniva sempre dallo stesso punto.

Una storia lunga e triste
In epoche lontane i sovrani africani erano soliti vendere i prigionieri di guerra ai mercanti arabi. In seguito le potenze europee entrarono nel commercio degli schiavi, in particolare dopo aver fondato colonie nelle Americhe. A quel tempo i prigionieri catturati nel corso dei conflitti inter-tribali costituivano un enorme serbatoio da cui attingere schiavi, il che rese la guerra un’attività redditizia e per i vincitori e per gli avidi trafficanti di schiavi. Inoltre per trovare gli schiavi si ricorreva al rapimento o ci si rivolgeva ai mercanti africani, che li reperivano nelle zone interne del loro continente. Praticamente chiunque poteva essere venduto come schiavo, persino un principe che non era più nelle grazie del re.

Un noto trafficante di schiavi fu il brasiliano Francisco Félix de Souza. Nel 1788 De Souza assunse il comando del forte che era il fulcro del mercato degli schiavi di Ouidah, nel Golfo del Benin. A quel tempo Ouidah faceva parte del Regno del Dahomey. De Souza, comunque, ebbe un dissidio con il re Adandozan. Pertanto, forse mentre si trovava in prigione, ordì una cospirazione in combutta con il fratello del re. Insieme nel 1818 detronizzarono il sovrano. Così tra Ghezo, il nuovo re, e De Souza, al quale fu affidato il controllo del commercio degli schiavi, nacque un rapporto di affari lucroso.

Ghezo intendeva estendere i confini del suo regno e per farlo aveva bisogno di armi provenienti dall’Europa. Quindi nominò De Souza viceré di Ouidah perché lo aiutasse a curare gli affari con gli europei. Detenendo il monopolio degli schiavi in quella regione dell’Africa, presto De Souza accumulò enormi fortune, e il mercato degli schiavi, ubicato vicino a casa sua, divenne un punto di riferimento per acquirenti stranieri e locali.

Un cammino coperto di lacrime
Per coloro che oggi visitano la Via degli schiavi di Ouidah il tour ha inizio dal Forte, costruito dai portoghesi nel 1721, che oggi ospita il museo. I prigionieri destinati a diventare schiavi venivano tenuti nel grande cortile centrale. Molti di loro avevano camminato per diverse notti incatenati l’uno all'altro. Venivano fatti viaggiare di notte. Per impedire loro di orientarsi. Chiunque fosse riuscito a scappare avrebbe fatto fatica a ritrovare la strada di casa.

Una volta arrivati, gli schiavi venivano messi all'asta, dopo di che i mercanti che li avevano acquistati li marchiavano a fuoco. Gli schiavi destinati ai paesi oltremare venivano dapprima condotti sulla spiaggia e poi trasportati fino alle navi a bordo di canoe o piccole imbarcazioni.

Un’altra tappa lungo la storica Via degli schiavi è il luogo in cui un tempo si trovava l’Albero dell’oblio. Ai nostri giorni un monumento commemorativo ha preso il posto di quell'albero, intorno al quale gli schiavi erano costretti a marciare (a quanto pare gli uomini dovevano fare nove giri e le donne sette). Agli schiavi veniva detto che questo avrebbe rimosso dalla loro mente il ricordo della terra natia smorzando il loro istinto di ribellione.

Lungo il percorso si trova anche un monumento che commemora le capanne Zomaï, che oggi non esistono più. La parola Zomaï si riferisce al fatto che all'interno delle capanne non penetrava mai la luce, il che per i prigionieri che vi venivano stipati costituiva un assaggio delle condizioni orrende che li aspettavano sulle navi. È possibile che rimanessero nelle capanne per mesi prima di partire. Quelli che morivano durante la terribile attesa venivano ammassati in una fossa comune.

Un monumento particolarmente toccante è lo Zomachi, emblema del pentimento e della riconciliazione. Qui tutti gli anni nel mese di gennaio discendenti di schiavi e mercanti si riuniscono per chiedere il perdono per coloro che si macchiarono di terribili colpe.

L’ultima tappa del tour è la Porta del non ritorno, monumento che commemora gli ultimi istanti trascorsi dagli schiavi sul suolo africano. Questo ampio arco è fregiato con bassorilievi raffiguranti due file di africani incatenati che confluiscono sulla vicina spiaggia prospiciente l’Atlantico. Si dice che a quel punto alcuni prigionieri, in preda alla disperazione, abbiano inghiottito della sabbia per conservare il ricordo della loro patria. Altri, invece, preferirono morire strangolandosi con le catene.

Ouidah, la strada degli schiavi (Video)



La fine della schiavitù
Schiavitù negli USA nel 1860
A partire dagli inizi del XIX secolo si intensificò l’impegno per ottenere l’abolizione della schiavitù. L’ultimo carico di schiavi partito da Ouidah alla volta degli Stati Uniti fece il suo arrivo a Mobile, in Alabama, nel luglio del 1860. Comunque la loro schiavitù durò poco, dal momento che nel 1863 il governo degli Stati Uniti emanò il proclama di emancipazione. Nel 1888, allorché fu abolita anche in Brasile, la schiavitù cessò di esistere definitivamente nell’emisfero occidentale.

La tratta degli schiavi ha avuto l’effetto di generare una vera e propria diaspora degli africani, con un forte impatto, evidente ancora oggi, sull'assetto demografico e sulla cultura di molti paesi delle Americhe. Un altro effetto è stato la diffusione del woodoo, culto in cui si ricorre a riti magici e incantesimi, presente in particolar modo ad Haiti. L’Encyclopædia Britannica spiega che la parola "woodoo" deriva da vodun, che nella lingua della popolazione Fon del Benin (antico Dahomey) indica una divinità o un "essere spirituale".

Purtroppo alcune forme di oppressione sono sopravvissute fino ai nostri giorni, anche se non si tratta sempre di schiavitù in senso letterale. Ad esempio, sono milioni coloro che conducono una vita in povertà assoluta a causa di condizioni economiche proibitive. Altri sono schiacciati da regimi oppressivi. Milioni di persone, inoltre, sono schiave delle superstizioni e di falsi insegnamenti religiosi.



In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...