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08 agosto 2019

Africa. Il neo-colonialismo delle multinazionali dell'acqua

L’insieme di permessi che regolamentano ancora oggi l’utilizzo delle fonti idriche per l’agricoltura in gran parte dei paesi, risalgono all'epoca coloniale.


Un sistema superato dai regimi consuetudinari in uso prima dell’arrivo dei bianchi che continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali, ma che creano un limbo legale che finisce per avvantaggiare latifondisti e grandi aziende, spesso straniere.

Nel 1929 nella colonia e protettorato inglese del Kenya, venne approvato il primo sistema di permessi sulle risorse idriche nazionali per l’irrigazione. L’ordinanza dichiarava esplicitamente “l'acqua di ogni corpo idrico è proprietà della Corona britannica e il suo controllo conferito al governatore in loco”. L’espressione corpo idrico si riferiva sia all'acqua di superficie sia alle falde sotterranee. Qualsiasi utilizzo, deviazione, interruzione di queste acque, richiedeva un’apposita autorizzazione. Solo le paludi o le sorgenti che si trovavano all'interno di terreni di proprietà, quasi sempre essenzialmente di coloni, erano esenti dagli obblighi burocratici.

È passato quasi un secolo da allora e 55 anni dall'indipendenza del Kenya, eppure il diritto all'acqua è rimasto fermo nel tempo. Molti paesi africani, una volta divenuti indipendenti, hanno mantenuto e rafforzato le regole coloniali sul consumo dell’acqua e le leggi consuetudinarie in uso prima dell’arrivo dei bianchi, sebbene riconosciute, sono rimaste sempre in una posizione subordinata.

Piccoli coltivatori indeboliti
Almeno questo è ciò che avrebbero voluto i governi. Nella prassi, con l’aumento esponenziale dei piccoli agricoltori, l’implementazione dei permessi è divenuta logisticamente impossibile e quindi, di fatto, i regimi consuetudinari continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali.

Secondo alcuni studi condotti in Sudafrica e Ghana, sarebbero milioni i piccoli contadini che investono in strumenti idrici di auto-approvvigionamento e condivisione delle acque, superando di gran lunga i progetti pubblici su larga scala. E la Banca Mondiale è ben consapevole di quella che lei stessa descrive come una “rivoluzione già in atto”

Una rivoluzione che tuttavia appare insufficiente per arginare le continue crisi alimentari che imperversano nel continente. Anche il sistema formale dei permessi, infatti, contribuisce a indebolire l’accesso a una risorsa vitale per l’agricoltura, come l’acqua, stremando i contadini, riducendo i loro mezzi di sostentamento e la sicurezza alimentare di buona parte dei paesi.

Le grandi dighe nella Valle dell’Omo in Etiopia e il sistema di sbarramenti sul fiume Sanaga in Camerun, sono due esempi che dimostrano quanto questi enormi progetti abbiano avuto un alto costo sociale ed ambientale.

Secondo la Banca Mondiale, circa il 90% delle terre rurali africane non è certificato, ma è sottoposto direttamente al diritto consuetudinario. Per poter utilizzare l'acqua in molte parti dell'Africa è necessario possedere dei terreni e il riconoscimento dell’irrigazione informale andrebbe a rafforzare proprio i diritti fondiari.


Decolonizzare l’acqua
“Decolonizzare l’acqua” è il concetto chiave della proposta lanciata da International Water Management Institute (IWMI) durante la 7°edizione della Settimana dell’Acqua (Africa Water Week), tenutasi un mese fa a Libreville, in Gabon.

Il report si basa su una ricerca condotta in Kenya, Malawi, Zimbabwe, Sudafrica e Uganda, sulle modalità di accesso all'acqua. Viene evidenziato come nella popolazione totale dei cinque paesi, più di 165 milioni di persone, solo i latifondisti, grandi aziende o miniere, riescono a destreggiarsi nel complicato e costoso processo delle autorizzazioni, mentre i piccoli proprietari terrieri rimangono in un limbo legale con la possibilità di irrigare solo un acro di terreno.

L'IWMI e l’ong sudafricana Pegasys propongono un “approccio ibrido” per superare quest’ingiustizia amministrativa: riconoscere i permessi esistenti e le pratiche consuetudinarie sull'acqua.

Secondo il report, il sistema dei permessi sull'acqua può esistere, ma come semplice strumento normativo. Le tasse vanno ad applicarsi ai pochi coltivatori su larga scala che determinano impatti sull'ambiente più forti rispetto ai piccoli fruitori, scoraggiando l’uso dispendioso e sproporzionato dell’acqua, proprio laddove rappresenta una risorsa più che mai preziosa.

Un quarto della popolazione mondiale rischia di rimanere senz'acqua

E anche l'Italia non se la passa molto bene


Ci sono 17 paesi che ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo e che stanno affrontando una gravissima crisi idrica: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. Lo sostiene un’analisi del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali. Secondo i dati del WRI questi paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, mentre dovrebbero conservarne per periodi di maggiore siccità.


Paesi come Qatar, Israele, Libano e Iran ogni anno prelevano in media più dell’80 per cento delle proprie risorse totali di acqua, e rischiano seriamente di rimanerne a corto.

Ci sono poi altri 44 paesi, che ospitano un terzo della popolazione mondiale, che prelevano ogni anno il 40 per cento dell’acqua di cui dispongono. Per questi paesi, che comprendono anche l’Italia (al 44esimo posto), il WRI calcola un alto rischio di terminare le risorse idriche: meno elevato dei primi 17, ma comunque preoccupante.

Dal 1960 a oggi il prelievo di acqua in tutto il mondo è più che raddoppiato, a causa dell’incremento della richiesta, e non dà segni di diminuire. Diverse grandi città, dove la domanda di acqua è più alta, negli scorsi anni hanno subìto gravi crisi idriche, rischiando di arrivare a quello che il WRI chiama il “Giorno Zero”: il giorno in cui tutte le risorse idriche di una città o di un paese termineranno. Tra queste ci sono San Paolo in Brasile, Città del Capo in Sudafrica, Chennai in India, e anche Roma, che nel 2017 aveva dovuto razionare il prelievo di acqua a causa della siccità.

Tra le cause che hanno portato a un aumento così consistente del prelievo di acqua c’è da considerare il cambiamento climatico, che ha portato a periodi di siccità più frequenti, rendendo più difficile l’irrigazione dei terreni agricoli e costringendo di conseguenza a un utilizzo maggiore dell’acqua prelevata dalle falde acquifere. Al tempo stesso, l’innalzamento delle temperature fa evaporare l’acqua presente nei bacini idrici con più facilità, esaurendo quella a disposizione per il prelievo.


Quali sono le zone più interessate
La crisi idrica riguarda soprattutto Medio Oriente, Nord Africa e Sahel, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. Qui i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne. I paesi del Golfo Persico, per esempio, sottopongono a trattamento di purificazione circa l’84 per cento di tutte le proprie acque reflue, ma poi ne riutilizzano solamente il 44 per cento.

Ci sono eccezioni virtuose: l’Oman è al 16esimo posto dei paesi più a rischio idrico, ma sta emergendo come un esempio da seguire; sottopone a trattamento il 100 per cento delle proprie acque reflue e ne riutilizza il 78 per cento. Un paese che invece desta molta preoccupazione è l’India, che è al 13esimo posto dei paesi a maggiore rischio idrico, ma che ha una popolazione tre volte superiore a quella di tutti gli altri 16 paesi della classifica messi insieme.

Un altro dato di cui tenere conto è che ci sono anche paesi dove il rischio di crisi idrica in generale è basso, ma che presentano zone interne densamente abitate con un rischio maggiore. È il caso degli Stati Uniti (che sono al 71esimo posto della classifica del WRI) e del Sudafrica (al 48esimo posto), dove rispettivamente lo stato del New Mexico e la provincia del Capo Occidentale soffrono una grave crisi idrica e le cui popolazioni prese singolarmente sono maggiori di quelle di alcuni dei primi 17 paesi nella classifica.


Cosa si può fare
Il WRI dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate. Qualcosa si può fare per fermare questa crisi idrica, e il WRI suggerisce tre soluzioni.

Innanzitutto i paesi dovrebbero migliorare l’efficienza della propria agricoltura, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono meno acqua e migliorando le tecniche di irrigazione (utilizzando meno e meglio l’acqua a disposizione). Inoltre anche i consumatori potrebbero fare qualcosa, riducendo lo spreco di cibo, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura. Bisognerebbe poi investire in nuove infrastrutture per il trattamento delle acque e in bacini per la conservazione delle piogge, e infine cambiare il modo di pensare alle acque reflue: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne.


Articolo di
Maris Davis




18 giugno 2019

Unicef e Oms. Nel mondo una persona su tre senza acqua potabile

L'allarme di Unicef e Oms (organizzazione Mondiale della Sanità) nel rapporto "Progress on drinking water". Per tre miliardi di persone non è possibile lavarsi le mani perché non di dispongono di acqua e sapone in casa.


Nel mondo, una persona su tre non ha accesso all'acqua potabile sicura
Lo rivela il rapporto 'Progress on drinking water', di Unicef e Organizzazione mondiale della sanità, che punta i riflettori sulle disuguaglianze nell'accesso alla risorsa acqua.

Non solo: "Più della metà del mondo non ha accesso a servizi igienico-sanitari sicuri". Il mero accesso all'acqua non basta. Se è sporca o insicura, non stiamo aiutando i bambini a livello globale.

Africa Sub-Sahariana
Nell'Africa Sub-Sahariana due persone su cinque devono percorrere almeno un chilometro per raggiungere un pozzo o una fonte di acqua potabile indispensabile alla sopravvivenza del villaggio e della famiglia.

Il compito di raccogliere l’acqua per le proprie famiglie ricade sull'81% delle donne e bambine impedendo a quest'ultime di andare a scuola. La rinuncia all'istruzione alimenta a sua volta una condizione di povertà e disagio sociale, sia personale che collettivo. Un circolo perverso assolutamente da spezzare.

La mancanza di acqua pulita costa ogni anno all'Africa Sub-Sahariana il 5% del suo PIL ed è legata, direttamente o indirettamente, all'80% delle malattie. Nella regione metà della malattie sono legate all'uso di acqua "sporca" o "contaminata", e dalla mancanza di servizi igienici adeguati.

"Se l'acqua non è pulita, sicura da bere o è troppo lontana da raggiungere, e se l'accesso ai servizi igienici è limitato, allora non stiano lavorando a favore delle nuove generazioni"

Progress on drinking water
Secondo il Rapporto, circa 2,2 miliardi di persone a livello mondiale non dispongono di servizi per l'acqua potabile, 4,2 miliardi non dispongono di servizi igienici sicuri. Per tre miliardi di persone, inoltre, non è possibile neppure lavarsi le mani disponendo di acqua e sapone in casa.


Per Unicef e Oms, dunque, "se progressi significativi sono stati fatti per l'accesso universale di base all'acqua, ci sono tuttavia grandi differenze nella qualità dei servizi forniti"

"Se i vari paesi falliranno negli sforzi per garantire acqua sicura e servizi igienico-sanitari continueremo a vivere insieme a malattie che già da tempo sarebbero dovute essere nei libri di storia: malattie come diarrea, colera, tifo, epatite A e malattie tropicali dimenticate. Investire in acqua, sanità e igiene è vantaggioso per la società sotto molteplici aspetti ed è una base essenziale per la salute pubblica"


"Acqua Bene Primario"
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Articolo di
Maris Davis


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22 marzo 2018

Acqua. In Africa un diritto negato per quattro persone su dieci

22 marzo: il World Water Day, la Giornata mondiale dell'acqua, serve anche a ricordarci che il nostro è un pianeta d'acqua salata (il 97% del totale). Solo il restante 3% è acqua dolce, acque sotterranee (0,77%), ghiacciai e calotte polari (1,7%), laghi e fiumi (0,07%).


Una risorsa che rispettiamo poco e sprechiamo molto.

Per milioni di africani l'acqua pulita è ancora un miraggio, e NON possiamo lavarcene le mani. L'accesso all'acqua pulita è un diritto umano fondamentale ma è ancora negato per più del 40% della popolazione nell'Africa sub-sahariana.

Senza acqua non c'è salute, né sviluppo. I danni all'agricoltura sono incalcolabili, il bestiame muore, le lezioni a scuola non si possono svolgere regolarmente e anche gli equilibri familiari sono "in sospeso" perché le donne sono costrette ad assentarsi per ore alla ricerca di acqua, lasciando incustoditi i figli.

La mancanza di acqua pulita costa ogni anno all'Africa Sub-sahariana il 5% del suo PIL ed è legata, direttamente o indirettamente, all'80% delle malattie. Nella regione metà della malattie sono legate all'uso di acqua "sporca" o "contaminata", e dalla mancanza di servizi igienici adeguati.

Malattie causate dall'utilizzo di acqua contaminata e dall'assenza di servizi igienici ha conseguenze fatali soprattutto per i bambini. Quelli con meno di 5 anni nati in un periodo di siccità hanno il 50% di probabilità di essere malnutriti.


L'accesso ad acqua pulita riduce del 20% la mortalità infantile. La costruzione di pozzi in maniera diffusa e capillare è un buon modo per aiutare le popolazioni che ne sono prive.

Nell'Africa Sub-Sahariana due persone su cinque è costretta a percorrere più di un chilometro ogni giorno (due se si considera anche il ritorno) per recarsi ad una fonte di acqua potabile.

Il compito di raccogliere l’acqua per le proprie famiglie ricade sull'81% delle donne e bambine impedendo loro di andare a scuola. Un ulteriore disincentivo a frequentare la scuola è la mancanza spesso di latrine distinte per maschi e femmine. La rinuncia all'istruzione alimenta a sua volta una condizione di povertà e disagio sociale, sia personale che collettivo. Un circolo perverso assolutamente da spezzare.

La Giornata Mondiale dell'Acqua, un appuntamento fortemente voluto dalle Nazioni Unite e che viene celebrato ogni anno il 22 marzo dall'ormai lontano 1992, non può essere solo una ricorrenza dove si consumano le parole.

È opportuno invece cogliere quest'occasione per soffermarci su un elemento così vitale per la nostra quotidianità, soprattutto in un momento storico in cui si parla di cambiamenti climatici che influiscono sull'ambiente e, tra questi, sull'acqua, purtroppo scarseggiante in più zone del Pianeta.

L'acqua invece dovrebbe essere accessibile a ogni individuo al mondo, in quantità e qualità adeguate. L'Onu questo lo sa bene, e non a caso nel 2010 ha iniziato a riconoscere all'acqua lo stato di diritto umano fondamentale.

Nonostante ciò, la risorsa idrica in più Paesi è ancora tra le cause di guerre e instabilità politiche, e anche per questo motivo, oltre alle prolungate siccità che colpiscono la Terra da anni per via dei cambiamenti climatici, scarseggia.

Secondo le Nazioni Unite, così come altre autorevoli organizzazioni internazionali, almeno 20 litri d'acqua al giorno devono essere disponibili per una persona nel raggio di un chilometro; tuttavia, se nei paesi sviluppati questa disponibilità giornaliera pro capite oscilla tra i 200 e i 300 litri, in Africa ci sono nazioni dove il consumo medio garantito pro capite al giorno è inferiore ai 10 litri.

Proprio questa settimana in Brasile l'ONU presenterà il suo rapporto annuale sull'acqua, intitolato United Nations World Water Development Report, uno studio che dal 2012 rappresenta la pubblicazione più autorevole sull'universo dell'acqua, e che non dà segnali incoraggianti per l'oggi, e nemmeno per il domani.

Due miliardi di persone non riescono ad accedere all'acqua potabile, e di questo passo nel 2050, quando si prevedono nove miliardi di esseri umani al mondo, il numero salirà di un altro miliardo, portandosi a tre.

Una situazione drammatica, già visibile nelle zone dove, scarseggiando, diventa oggetto di contesa, come tra israeliani e palestinesi, come tra ancora Israele e il Libano, come tra India e Cina nella zona del Brahmaputra.

Le alterazioni climatiche in corso poi sono oggetto di discussione da anni, sulla scia di Cop21 a Parigi, la Conferenza Internazionale sul Clima che ha acceso i riflettori sul tema ormai a fine 2015 e proseguita nei successivi consessi di Marrakech e Bonn, e rischiano di aggravare questo quadro e certo non di migliorarlo.

In Sudafrica a Cape Town non piove come dovrebbe da tre anni ormai, l'acquedotto cittadino è prosciugato da mesi e la città corre ogni giorno il rischio di svegliarsi con i rubinetti all'asciutto. Nel Sahel, in Africa centrale, 135 milioni di persone rischiano la vita a causa del prosciugamento idrico, causato da una temperatura media che potrebbe salire di ben 5 gradi di media da qui al 2050 e di 8 addirittura fino al 2100.

A rischio ci sono anche alcune metropoli apparentemente insospettabili, soprattutto per casi di inquinamento. A Mosca, in Russia, l'acqua potabile non soddisfa gli standard di qualità e sicurezza per il 60% delle fonti. Al Cairo, in Egitto, il 97% dell'acqua utilizzata dalla popolazione proviene dal Nilo, che però è anche la destinazione finale di scarichi di rifiuti agricoli che non subiscono adeguato trattamento prima di essere riversati nelle acque.

Situazioni simili che si verificano in altre zone del mondo e che mettono a rischio la vita di milioni di persone. Come possiamo contribuire? Cosa possiamo fare? Maggiore attenzione nel risparmio idrico è intanto il modo più sicuro per scongiurare future crisi.

Anche gli italiani possono fare di più: secondo l'Istat infatti, in Italia consumiamo in media 175 litri di acqua ciascuno al giorno, con picchi superiori a 220 litri in alcune zone. In Spagna e Francia per esempio, la media è di 150 litri pro capite al giorno.

È fondamentale quindi gestire noi stessi sotto questo punto di vista secondo i limiti previsti dalla natura, per non trovarci un giorno in una situazione irrecuperabile che, per quanto catastrofica, non appare così lontana.

La Giornata mondiale dell'acqua 2018 ha quindi un valore fondamentale sia come monito alla corretta e oculata gestione delle nostre risorse idriche, sia come invito a riflettere sull'ambivalente natura di questo prezioso elemento che ci presenta, al pari delle migrazioni,  sfide e opportunità da cogliere.

Infine l'edizione di quest'anno ci spinge a guardare agli strumenti e alle soluzioni già esistenti invece di cercarne di nuovi, come il diritto internazionale offre mezzi adeguati per consentire un ingresso sicuro e legale delle persone vulnerabili nei paesi che li ospitano, così la natura contiene in sé gli strumenti per tutelare il pianeta terra e la sua popolazione. Oggi ci servono il coraggio e la determinazione per usare quei mezzi e quegli strumenti.


UNICEF. 700 bambini ogni giorno muoiono per malattie correlate alla mancanza di acqua.

Ogni giorno oltre 700 bambini muoiono per malattie legate ad acqua non pulita e scarse condizioni igienico-sanitarie. Lo evidenzia l'Unicef in occasione della Giornata mondale dell'acqua che ricorre il 22 marzo. Nel mondo circa 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua pulita e almeno 263 milioni di persone impiegano più di 30 minuti per raccogliere acqua, ricorda il Fondo dell'Onu per l'infanzia, che sottolinea come siano i bambini le prime vittime della mancanza d'accesso alle risorse idriche.

"Quando un bambino ha accesso ad acqua sicura è meno esposto a rischi e pericoli vitali per la sua crescita. L'accesso all'acqua ancora oggi rimane un 'lusso' per miliardi di persone in tutto il mondo"

"In diversi paesi, bambini anche molto piccoli percorrono ogni giorno chilometri di strada per raccogliere acqua pulita per se stessi e le loro famiglie, trasportando taniche generalmente del peso di 20 chili. Durante il tragitto i bambini possono essere attaccati, correndo diversi rischi. Il tempo impiegato, inoltre, è tempo sottratto alla possibilità di studiare e giocare"


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Articolo a cura di
Maris Davis

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28 aprile 2017

Siccità, dalla Nigeria del nord al Corno d'Africa. Gli eco-profughi sono 157 milioni

Entro il 2050 nel mondo ci saranno 250 milioni di "rifugiati ambientali" e ogni anno cresceranno mediamente di 6 milioni. Secondo l'Internal Displacement Monitoring Agency, intere popolazioni hanno oggi il 60% di probabilità in più di essere forzati ad abbandonare la propria casa di quanto non ne avessero nel 1975. Si calcola poi che dal 2008 già oltre 157 milioni di persone abbiano dovuto spostarsi per eventi meteorologici estremi.
I Paesi più poveri subiscono le conseguenze peggiori
Il nostro pianeta sta subendo in maniera sempre più chiara e veloce, un cambiamento non dovuto a fenomeni naturali. Gli effetti dei mutamenti climatici, come è noto, riguardano tutti. L'impatto, però, che hanno sui Paesi più poveri e sulle popolazioni più vulnerabili, è decisamente maggiore. Negli ultimi anni, proprio a causa di queste alterazioni e delle susseguenti drammatiche condizioni ambientali, sono aumentate le migrazioni forzate di intere fette di popolazioni nel mondo.

Cambiamenti non dovuti solo a fenomeni naturali
Le emergenze umanitarie causate da disastri naturali, molto spesso di naturale non hanno nulla. Un classico esempio è quanto sta avvenendo in Sud Sudan dove centinaia di migliaia di persone sono state colpite da carestia e oltre un milione costrette alla fuga nel periodo tra la fine del 2016 e inizio 2017. Come testimoniano molti fonti accreditate, alla base di tale fenomeno c'è l'impossibilità di allevatori, coltivatori, contadini, di occuparsi del bestiame e delle terre in quanto non accessibili per via del conflitto in corso tra truppe governative e ribelli, non per l'aridità del terreno.

Esistono anche situazioni di conflitto, in apparenza estranee a motivi ambientali, che nascondono in realtà origini strettamente connesse ai cambiamenti climatici in atto. Una drammatico caso è rappresentato dalla guerra in Siria. La crisi, nota come primavera siriana, esplode dopo quattro anni consecutivi di siccità che avevano trasformato i terreni agricoli in deserto e creato problemi gravissimi all'agricoltura e all'industria.
Prendere coscienza dei rischi che si stanno correndo
La battaglia per la conservazione dell'ambiente non avrebbe senso se non fosse primariamente una lotta per l'uomo, in particolare l'uomo più fragile, più a rischio, quello che subisce drammaticamente sulla propria pelle gli effetti dei cambiamenti climatici. È necessario porre all'attenzione di tutti il tema degli eco-profughi e prendere coscienza dei rischi che stiamo correndo, e intraprendere azioni concrete personali e comuni perché il mondo sia più vivibile, a partire dalle popolazioni più vulnerabili.

Il fenomeno degli eco-profughi richiama da vicino quanto Papa Francesco esprime quando parla di "ecologia integrale", cioè l'importanza di riportare al centro dell'attenzione la persona. Si prenda davvero a cuore la cura della natura e dell'ambiente. Se ci si prende cura di uomini e donne, se la loro dignità viene difesa e promossa, se i loro diritti fondamentali vengono riconosciuti. Lavorare in questa direzione vuol dire lavorare per la pace e questo è il modo più alto e nobile di custodire la nostra Terra.
Siccità. Un killer che uccide fiumi, animali e uomini. La Situazione più grave in Somalia
Nel 2011 la siccità in Somalia uccise 250mila persone. Sei anni dopo, quella del 2017, cioè quella che si sta preparando in questi giorni, è già riconosciuta come molto più grave. Ci sono già migliaia di vittime e alla fine questa macabra contabilità registrerà una sorta di record, ancora più morti di quel tragico 2011 che i sopravvissuti ancora ricordano.

In Somalia la siccità minaccia sei milioni di persone. In tutto il Corno, nella Nigeria del nord e nello Yemen le persone a rischio sono venti milioni. La Somalia però tra tutte è il territorio che potrebbe subire i danni più gravi, sul piano delle vite umane e su quello del disastri ambientali. La siccità in Somalia sta infatti rendendo sterile un territorio che storicamente è stato una sorta di giardino del Corno d’Africa, quello “tra i due fiumi”, cioè quello tra il fiume Giuba e l’Uebi Shebeli, nel sud, l’unica porzione di Somalia nella quale si poteva praticare l’agricoltura.

Non solo la siccità sta prosciugando questi fiumi, sopratutto il Giuba che è diventato una specie di rigagnolo. Il suo corso è ormai una sofferenza. Nasce dall'altopiano etiopico e scende verso sud. Inizialmente raccogliendo l’acqua dalle ambe, le montagne , è un fiume a volte tumultuoso poi pian piano evapora e quando arriva in pianura arranca finché a qualche decina di chilometri dalla foce, dove si riunisce con l’Uebi Shebeli, non ce la fa più. Stremato offre le ultime gocce d’acqua al sole poderoso tanto che il mare a quel punto penetra nel suo letto fino nell'entroterra. E il sale marino brucia, per sempre, quella terra preziosa, l’unica adatta all'agricoltura.

Per la Somalia è una svolta tragica. Ed è una svolta economica, oltre che per l’agricoltura, anche per la pastorizia. La Somalia infatti è uno dei maggiori esportatori mondiali di dromedari, li esporta nello Yemen, nel Medio Oriente, nella penisola arabica. Ma questi animali soffrono la siccità e la mancanza di un territorio verde nel quale periodicamente nutrirsi. E negli ultimi mesi c’è stata una ecatombe di dromedari, ne sono morti già 400mila.

La siccità è un vero e proprio killer che lascerà il segno
Per sempre


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Articolo a cura di
Maris Davis

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08 maggio 2014

Africa. Acqua diritto negato per 4 persone su 10

Acqua Bene Primario
Per milioni di africani l'acqua pulita è ancora un miraggio, e NON possiamo lavarcene le mani. L'accesso all'acqua pulita è un diritto umano fondamentale ma è ancora negato per più del 40% della popolazione nell'Africa sub-sahariana.

Senza acqua non c'è salute, né sviluppo. I danni all'agricoltura sono incalcolabili, il bestiame muore, le lezioni a scuola non si possono svolgere regolarmente e anche gli equilibri familiari sono "in sospeso" perché le donne sono costrette ad assentarsi per ore alla ricerca di acqua, lasciando incustoditi i figli.

La mancanza di acqua pulita costa ogni anno all'Africa Sub-sahariana il 5% del suo PIL ed è legata, direttamente o indirettamente, all'80% delle malattie. Nella regione metà della malattie sono legate all'uso di acqua "sporca" o "contaminata", e dalla mancanza di servizi igienici adeguati. 

Malattie causate dall'utilizzo di acqua contaminata e dall'assenza di servizi igienici ha conseguenze fatali soprattutto per i bambini. Quelli con meno di 5 anni nati in un periodo di siccità hanno il 50% di probabilità di essere malnutriti. L'accesso ad acqua pulita riduce del 20% la mortalità infantile. La costruzione di pozzi in maniera diffusa e capillare è un buon modo per aiutare le popolazioni che ne sono prive.

Pozzo d'acqua in Tanzania
Un pozzo d'acqua riesce a soddisfare il fabbisogno di 3-500 persone e la sua costruzione costa non più di tremila euro - leggi -

Studi accurati, anche a mezzo di satelliti, hanno accertato che il sottosuolo del continente africano è ricco di acqua salubre, perfino in zone desertiche. Purtroppo i governi locali sono troppo presi dalla loro corruzione e dal loro mancato senso del "bene comune" per investire nella costruzione di acquedotti, pozzi e cisterne. E la cooperazione internazionale non ha ancora capito che all'Africa non serve la carità e gli aiuti alimentari "una tantum", ma all'Africa servono infrastrutture adeguate che servano "per sempre".

Proverbio africano .. "Se offri ad un uomo un pesce lo sfamerai per un giorno, ma se gli insegni a pescare lo sfamerai per sempre" .. questo è il principio che dovrebbe perseguire la cooperazione internazionale se vuole davvero aiutare l'Africa.

Sono ancora milioni i bambini privi di acqua potabile e servizi igienici e 1.400 muoiono ogni giorno per la diarrea dovuta all'acqua contaminata o sporca e alla scarsa igiene.

In Africa il difficile accesso all'acqua e l'inadeguatezza o inesistenza di servizi igienici influisce anche sul diritto all'istruzione, in particolare delle bambine. L'accesso all'acqua pulita è un diritto umano fondamentale, ma tuttora negato a più del 40% della popolazione.

Nella regione Sub Sahariana, il compito di raccogliere l'acqua per le proprie famiglie ricade sull'81% delle donne e bambine impedendo loro di andare a scuola.



I numeri dell'acqua

L'acqua nel mondo
  • 884 milioni di persone, pari a circa un sesto della popolazione mondiale, no hanno accesso ad acqua pulita.
  • Tra le persone senza accesso ad acqua pulita 8 su 10 vivono in aree rurali.
  • Il fabbisogno medio di acqua pulita per bere, cucinare e lavarsi è pari a 20-50 litri la persona.
  • Nei paesi in via di sviluppo ogni persona in media consuma 10 litri di acqua al giorno.
  • In Europa ogni persona consuma in media 200 litri di acqua al giorno.
  • In Nord America ogni persona in media consuma 400 litri di acqua al giorno.
  • 2,6 miliardi di persone, pari a circa due quinti della popolazione mondiale, non hanno accesso ad adeguate misure igieniche.
  • Ogni anno 1,4 milioni di bambini con meno di 5 anni, uno ogni 20 secondi, muoiono per la diarrea causata da acqua contaminata e dall'assenza di misure igieniche adeguate.
  • La diarrea è la principale causa di malattia e di morte, e l'88% dei decessi per diarrea sono legati alla mancanza di servizi igienici e di acqua pulita per bere e per lavarsi.
  • Ogni anno si perdono 443 milioni di giorni di scuola per malattie legate all'utilizzo di contaminata.
  • Per ogni dollaro investito in infrastrutture idriche e igieniche, se ne guadagnano 8 in aumento di produttività.
L'acqua in Africa
  • Nell'Africa sub-sahariana più del 40% della popolazione non ha accesso ad acqua pulita (fonte Unicef).
  • Il 37% delle persone che nel mondo non hanno accesso ad acqua pulita vive nella regione sub-sahariana dell'Africa.
  • Nell'Africa rurale in media ogni famiglia spende il 26% del proprio tempo per andare a prendere acqua, un compito che tocca quasi sempre alle donne e ai bambini.
  • In media il peso dell'acqua che ogni donna africana trasporta ogni giorno è pari a 20 chilogrammi.
  • Al ritmo di progresso attuale il programma delle Nazioni Unite "Obiettivo del Millennio" al punto 7.C che punta a dimezzare entro il 2015 il numero delle persone senza accesso ad adeguate misure igieniche, nell'Africa sub-sahariana sarà raggiunto solo tra 200 anni.
  • Negli ultimi 10 anni gli aiuti per la salute e la lotta all'HIV nell'Africa sub-sahariana sono cresciuti di quasi il 500%, mentre l'incremento di quelli destinati alle infrastrutture idriche e alle misure igieniche è stato pari soltanto al 79%.
  • Nell'Africa sub-sahariana le cure per la diarrea assorbono il 12% del budget sanitario e ogni giorno più della metà dei posti letto ospedalieri sono occupati da pazienti affetti da malattie di origine fecale.
L'acqua nella storia
  • La Corea del Sud ha fatto investimenti enormi in progetti idrici e misure igieniche negli anni sessanta, quando il suo reddito pro-capite era pari a quello del Ghana. Nel corso di quel decennio la mortalità tra i bambini sotto i cinque anni si è più che dimezzata, anche se il numero del personale medico è rimasto sostanzialmente invariato.
  • In Gran Bretagna l'espansione delle infrastrutture idriche e igienico sanitarie nel penultimo decennio del XIX secolo (1880-1890) ha contribuito all'incremento di 15 anni all'aspettativa di vita nei 4 decenni successivi.
Nel mondo, ad oggi, ci sono ancora 700 milioni di persone che devono percorrere almeno un chilometro per raccogliere l'acqua potabile dai pozzi, dalle fontanelle o dalle cisterne. Il 60% di queste sono africane.


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Questo articolo fa parte dalla Campagna di Sensibilizzazione di Foundation for Africa "Acqua Bene Primario"





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