07 dicembre 2013

Darfur, 300 mila sfollati in sei mesi.

Nonostante la crisi umanitaria in quest’angolo di mondo sia più pressante che mai e la recrudescenza degli attacchi armati, sia da parte delle forze militari governative sia di ex miliziani, non c’è media che se ne occupi.

Testimonianza di Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur e giornalista di Repubblica

Una tenda logora quattro metri per quattro. Sette brande rabberciate, tre donne e cinque bambini, altrettante siringhe da 5 millimetri di latte. Questo è l’ultimo ricordo visivo, seppur non il più forte, del mio viaggio in Darfur dello scorso inverno.  Sono passati dieci mesi ma quell'immagine è ben nitida nella mia mente perché, nonostante la profonda disperazione che trasmetteva, era l’unico barlume di speranza in un contesto drammatico. Una microscopica goccia di "vita", rappresentata da quel latte artificiale che sostituiva quello materno delle donne darfuriane che, sfinite dalla malnutrizione e traumatizzate dal conflitto, non ne hanno più.

Nonostante la crisi umanitaria in quest’angolo di mondo sia più pressante che mai e la recrudescenza degli attacchi armati, sia da parte delle forze militari governative sia di ex miliziani, non c’è media che se ne occupi. La Siria occupa, da sola, quei già residui spazi dedicati alle notizie su conflitti e tragedie umanitarie in corso nel mondo. A poco è valso l’impegno di organizzazioni come la nostra o la denuncia di Amnesty International, che ha di recente presentato un nuovo rapporto sulle violenze nella regione e in altre aree limitrofe dalla fine del 2012 e che negli ultimi mesi hanno registrato un’escalation che non lascia adito a dubbi. È in atto una nuova forte repressione nei confronti della ribellione e della popolazione civile del Darfur. Ma la coltre calata su questo conflitto è impenetrabile.

Eppure almeno duecento persone sono rimaste uccise negli ultimi due mesi in Darfur nei violenti scontri tra fazioni rivali. L’ultimo bollettino umanitario fornito dalle Nazioni Unite traccia un quadro allarmante e tragico: un centinaio di esponenti della tribù Reizegat sono morti nei combattimenti, altrettanti  tra le fila dei Maaliya, oltre trecento i feriti e decine di migliaia di persone, tra rifugiati del Darfur e ciadiani rimpatriati, costrette ad abbandonare i propri villaggi. Il flusso più ampio di sfollati in Darfur è stato registrato tra gennaio e giugno 2013, poi per un paio di mesi si era ridotto per riprendere nelle ultime settimane. La maggioranza dei profughi ha cercato rifugio nella zona di Tissi, nel sud-est del Ciad.

Da un’indagine retrospettiva sulla mortalità pubblicata di recente da Medici Senza Frontiere, risulta che il 93% delle morti tra gli sfollati è avvenuto in Darfur, prima che potessero raggiungere il Ciad, ed è stato causato principalmente dalla violenza. Se nella regione occidentale del Sudan a fare vittime sono gli scontri tra fazioni contrapposte, in Kordofan sono i bombardamenti delle forze armate di Khatoum. L’aeronautica sudanese da maggio scorso ha intensificato i raid sui villaggi dei Monti Nuba nonostante una dichiarazione di cessate il fuoco proclamata dal governo. La denuncia di nuovi attacchi contro la popolazione civile mossa dal Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord è stata riportata dal Sudan Catholic Radio Network. Un cacciabombardiere Mig sudanese avrebbe sganciato quattro bombe sul villaggio di Umserdiba e altre due su quello di Genesia, distruggendo colture e abitazioni rurali. Un Antonov da trasporto convertito in rudimentale bombardiere, avrebbe poi sganciato otto bombe sui villaggi di Hejerat e Habab. Le Montagne Nuba si trovano nel Sud Kordofan, al confine tra Sudan e Sud Sudan, dove dal 2011 è in corso un conflitto tra l’esercito di Khartoum e l’Splm-N. A confermare bombardamenti e scontri ci sono foto satellitari ottenute dal Progetto Enought.

I satelliti posizionati sull'area hanno documentato che l’aviazione sudanese ha effettuato un raid nei pressi del villaggio di Jau nello Stato sud-sudanese di Unity. Il bombardamento sarebbe avvenuto a pochi giorni dagli accordi raggiunti il 3 settembre tra il Presidente sudanese Omar Al-Bashir e il suo omologo sud-sudanese Salva Kiir, volti a mettere fine al lungo contenzioso sulle esportazioni di petrolio sud-sudanese attraverso le strutture controllate da Khartoum. I sopravvissuti raccontano le stesse storie: uomini armati, spesso in uniformi dell’esercito, arrivano su Land Rover o altri mezzi pesanti, bruciano i loro villaggi, uccidono gli uomini, violentano le donne e fanno razzia di tutto quello che trovano. Sono ormai 10 anni, da quando è iniziato il conflitto in Darfur, che ciclicamente si verificano episodi simili. Ma i mezzi d’informazione ne parlano poco e solo se ci mette la faccia un personaggio famoso come George Clooney. E questo silenzio autorizza i leader del Sudan a riprendere e continuare a massacrare la loro gente, oggi come nel 2003.

I sopravvissuti degli ultimi attacchi dicono che a guidare questa nuova repressione sia una vecchia conoscenza della Corte Penale Internazionale, Ali Kushayb, su cui pende già un mandato per i crimini di guerra commessi in Darfur tra il 2003 e il 2006. Le vittime della nuova ondata di violenze sono membri di due gruppi etnici che finora non erano mai stati colpiti, i Salamat  e i Beni Hussein. Secondo le denunce degli anziani dei villaggi il governo avrebbe come obiettivo quello di scacciare dalle proprie terre i Beni Hussein perché mirerebbe all’oro di cui l’area è ricca. Diversa la motivazione dell’allontanamento forzato dei Salamat, scacciati per consegnare i terreni che coltivavano o utilizzavano per la pastorizia a un gruppo arabo "leale" a Khartoum, i Miseriya.

Insomma il modus operandi del presidente del Sudan Omar Hassan al Bashir, ricercato dalla CPI (Corte Penale Internazionale) oltre che per crimini di guerra e crimini contro l’umanità anche per genocidio, non è cambiato. E le cifre fornite dalle Nazioni Unite, che hanno stimato in oltre 300 mila i nuovi sfollati nei primi otto mesi di quest’anno (all'incirca tanti quanti nei due anni precedenti) dovrebbero scuotere le coscienze di quanti continuano a ostinarsi a ignorare questa crisi dimenticata.


06 dicembre 2013

Una grande Luce si è spenta nel mondo

Ciao "Tata Madiba"
Mvezo, 18 luglio 1918 - Joannesburg 5 dicembre 2013
Grazie per averci lasciato un mondo migliore

La lunga marcia verso la Libertà

Quello che conta nella vita non è il semplice fatto che abbiamo vissuto, ma è la differenza che abbiamo fatto per la vita degli altri che determinerà il significato della vita che conduciamo .. (Nelson Mandela)

Alziamoci insieme ora e nei giorni a venire, facciamo ciò che deve essere fatto per onorare con dignità Tata Madiba, tutti insieme condividiamo l'eredità di Nelson Mandela, teniamola in vita e condividiamola con tutto il mondo.

La sua eredità vive dentro di noi, e adesso è nelle nostre mani.



A lungo uno dei leader del movimento anti-apartheid in Sudafrica, ebbe un ruolo determinante nella caduta di tale regime, pur passando in carcere gran parte degli anni dell'attivismo anti-segregazionista.
Protagonista insieme al presidente Frederik Willem de Klerk dell'abolizione dell'apartheid all'inizio degli anni Novanta, venne eletto presidente nelle prime elezioni multirazziali del Sudafrica (1994) rimanendo in carica fino al 1999. Il suo partito, l'African National Congress, è rimasto da allora ininterrottamente al governo del paese.
Premio Nobel per la Pace 1993

- Leggi la Biografia completa -






 Articolo scritto e curato da


03 dicembre 2013

Repubblica Centrafricana. Crimini spaventosi e il mondo sta a guardare.

Premessa.
Il 24 marzo scorso, dopo un'offensiva durata alcuni mesi, la coalizione dei gruppi armati chiamati Seleka hanno preso il potere nella Repubblica Centrafricana, dopo aver conquistato la capitale Bangui e costretto alla fuga il presidente François Bozizé che avrebbe trovato asilo in Camerun.

Da allora il potere è stato assunto da un governo fantoccio presieduto Michel Djotodia.

Truppe armate Seleka
Seleka è un'organizzazione militare di ispirazione islamica radicale che opera tra la Repubblica Centrafricana, il Sudan e il Ciad, il cui obiettivo è quello di islamizzare e imporre la "sharia islamica", e sradicare non solo la cultura cristiana, ma la memoria storica stessa dell'Africa. Si suppone che stia collaborando con altri gruppi islamici, come per esempio il gruppo di Boko Haram in Nigeria, per assumere il controllo dell'intera Africa Sub-Sahariana.

Crimini spaventosi e il mondo sta a guardare.
Bombardamenti, razzie nei villaggi, esecuzioni e torture di civili, stupri, arruolamento di bambini. Le violazioni dei diritti umani commesse da Seleka hanno raggiunto un livello spaventoso. Secondo il rapporto diffuso da Amnesty International siamo di fronte a crimini di guerra e crimini contro l'umanità, e anche ieri la stessa organizzazione ONU ha sollecitato un appello per evitare un'ecatombe.

Bambini Soldato nella
Repubblica Centrafricana
Per mantenere il potere con il terrore, la coalizione Seleka ha ingrossato le sue fila, ad oggi dispone di circa 25.000 uomini. Ha reclutato ex-criminali e banditi, combattenti provenienti dal Ciad e dal Sudan e mercenari. Ma quel che è peggio, ha arruolato e sta impiegando tra 3.500 e 6.000 bambini soldato. Il nuovo governo di Michel Djotodia guarda impotente o semplicemente assiste indifferente.

Il rapporto di Amnesty International descrive numerosi casi di violenza estrema commessi dalle forze Seleka.

Stupri di massa.
Amnesty International riferisce che i militari di Seleka assaltano villaggi e dopo aver incendiato e ucciso gli uomini, stuprano le donne e le ragazze di fronte ai bambini in lacrime.

In tutto questo non vengono risparmiati neanche gli orfani. I ribelli hanno fatto irruzione in un orfanotrofio nella provincia di Nana-Gribizi sparando all'impazzata e terrorizzando i bambini, razziando computer, scorte alimentari e veicoli in dotazione alla struttura. Circa 20 bambini sono stati "freddati" senza pietà.

Crisi Umanitaria.
La crisi umanitaria provocata da mesi di violenza è disastrosa. Gli sfollati sono centinaia di migliaia, oltre sessantamila persone si sono rifugiate nei paesi confinanti.

Padre Aurelio Gazzera con un gruppo di
bambini della Repubblica Centrafricana
Migliaia di persone dipendono dalle cure mediche e dagli alimenti forniti dalle organizzazioni umanitarie, i cui volontari vengono a loro volta presi di mira dalle forze di Seleka. Il 7 settembre a Bassangoa, dove si trovavano circa 30.000 sfollati, due operatori dell'organizzazione francese Acted sono stati picchiati e poi uccisi in modo sommario.

A luglio l'Unione Africana si era impegnata a inviare nella Repubblica Centrafricana 3.500 uomini per proteggere i civili. Nonostante i solleciti, ne sono arrivati meno la metà, un numero completamente inadeguato in un paese grande più del doppio della Francia.

La reazione delle Nazioni Unite è stata praticamente nulla se si eccettua la proposta del Segretario generale Ban ki-Moon di inviare una missione di peacekeeping nel paese. Ogni giorno, gruppi armati di ogni risma e miliziani della coalizione Seleka, ora al potere, compiono omicidi, stupri e torture nella più completa impunità. La crisi dei diritti umani è completamente fuori controllo.

Eppure c'era tutto il tempo per poter fare qualcosa. Il colpo di stato è avvenuto in marzo e le violenze che hanno tutto il sapore di una vera e propria epurazione etnica, sono iniziate fin da subito.

Sono in crescendo anche le tensioni inter-etniche e tra gruppi religiosi. La maggioranza della popolazione è cristiana, come lo era il deposto presidente François Bozizé. Al contrario, i miliziani di Seleka, così come il nuovo presidente insediato Michel Djotodia, sono mussulmani.

Amnesty International ha documentato anche con immagini satellitari i crimini di massa in corso nella Repubblica Centrafricana.

Ultime Notizie.
Sembra che il gruppo armato Seleka si stia ritirando da Bangui (la capitale) dopo l'annuncio che la Francia ha annunciato di voler intervenire nella sua ex-colonia. Ad un anno dal suo intervento in Mali, Parigi vuole evitare ulteriori massacri e di destabilizzare ulteriormente un paese fragile come la Repubblica Centrafricana - leggi -

Attualmente la Repubblica Centroafricana è un Paese alla deriva, con tutta la popolazione intrappolata come in un enorme campo di concentramento, ostaggio del governo e della follìa di Seleka, una anomala formazione para-militare non amalgamata e che da quasi un anno sta spadroneggiando commettendo ogni sorta di crimini, nella totale indifferenza del mondo, ci stiamo chiedendo se, ONU, Francia e il resto del mondo non avessero potuto intervenire prima.

Anche se la Francia interviene militarmente adesso l'agonia della Repubblica Centroafricana non finirà molto presto, noi continueremo a seguire le notizie che arrivano da quel martoriato paese africano.

Altre Fonti




Articolo scritto e curato da


02 dicembre 2013

Le moderne Schiavitù sono figlie dell'Interesse economico.

Per molte persone, l'immagine che viene alla mente sentendo la parola schiavitù è legata alla tratta degli schiavi, ai trasferimenti via nave da un continente all'altro, e all'abolizione di questa tratta nei primi anni del 1800 (i primi furono gli inglesi nel 1812).

Molte persone non conoscono la vera storia della schiavitù in senso stretto, una schiavitù legata alla "spogliazione" dell'Africa da parte delle potenze coloniali. Un traffico durato alcuni secoli, iniziato addirittura agli inizi del '500 e durato fino alla metà dell '800. Per approfondire leggere il nostro articolo "Ouidah, la strada degli schiavi".

Se è finita la schiavitù di un tempo legata alle catene, oggi le moderne schiavitù hanno altri nomi. Milioni di uomini, donne e bambini in tutto il mondo sono costretti a vivere come schiavi. Uno sfruttamento che non è chiamato schiavitù ma viene chiamato con altri nomi. Le persone sono vendute come oggetti, costrette a lavorare gratis o per una paga minima in condizioni disagevoli, persone sfruttate in tutti i modi nel nome di interessi economici di ricche multinazionali, di mercanti di uomini, di interessi nazionali.

La schiavitù è un fenomeno che non appartiene il passato, perché forme odiose, spesso circondate da opportunismo e indifferenza, dilagano sia negli stati in via di sviluppo che nei regimi dittatoriali, piuttosto che nelle nazioni che si definiscono democratiche e che hanno sottoscritto la "Convenzione" sulla soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione del 1949.

Mappa 2013 sulla presenza di schiavi nel mondo
La schiavitù purtroppo non è solo il ricordo di un barbaro passato, anche oggi milioni di persone vivono questa questa condizione di sfruttamento, anche se ufficialmente la schiavitù è condannata e vietata da tutti gli Stati.

Secondo il Rapporto 2013 sulla schiavitù, nel mondo ci sarebbero attualmente 30 milioni di schiavi. Persone sfruttate soprattutto e quasi esclusivamente per motivi economici e queste moderne schiavitù si chiamano:

Tratta di esseri umani
Sfruttamento sessuale di donne e bambini
Sfruttamento lavorativo e lavoro coatto
Sfruttamento del lavoro minorile
Lavoro forzato
Commercio per fini sessuali di minori
Matrimoni precoci, forzati e combinati
Persecuzioni a causa della religione o dell'appartenenza etnica
ecc..

Altri Articoli da leggere


Nostri Documenti
(download immediato e gratuito)





Articolo curato da

01 dicembre 2013

Rosarno, gli Schiavi delle Arance

Rosarno, in provincia di Reggo Calabria, quattro anni fa fu al centro di una rivolta di immigrati. Una rivolta nata dallo sfruttamento e dalle condizioni di vita impossibili nei campi per la raccolta di agrumi.

Immigrati che raccolgono arance negli agrumeti di Rosarno
A distanza di 4 anni nulla è cambiato nonostante le promesse dei politici, delle autorità religiose e dei sindaci. Vivono in condizioni impossibili nelle tendopoli e nelle baraccopoli di San Ferdinando dove ci sono al massimo 600 posti ma loro, gli immigrati, sono almeno in duemila in questo periodo di raccolta delle arance, delle clementine e dei mandarini.

immigrati, quasi tutti regolari e con permesso di soggiorno, ma costretti a lavorare in nero, nonostante tutto, e mettersi nelle mani dei caporali. Immigrati che arrivano da tutta Italia, perché non trovano un lavoro regolare a causa della crisi economica che ha colpito anche loro.

James Owusu, ghanese, è un nostro amico, in Italia dal 1992 e fino a due anni fa viveva a Udine. Lavorava alla Electrolux (gruppo Zanussi) di Porcia (PN), ma adesso è senza lavoro. Deve mantenere la figlia e la moglie che sono in Ghana.

James, in settembre, ha accettato l'invito di un amico per andare giù e tentare di trovare lavoro negli agrumeti della piana di Rosarno. Ora ci racconta di una situazione insostenibile, anche se dice di essere fortunato perché ha trovato un posto per dormire in una baracca.

Di mattina molto presto si ritrovano in determinati punti prestabiliti dove attendono l'arrivo dei furgoncini con i caporali i quali caricano a bordo alcuni di loro e  li portano negli agrumeti a lavorare. Tutti quelli che non sono stati scelti dai caporali hanno una seconda possibilità perché a metà mattinata, se il lavoro lo permette, i furgoni fanno un secondo giro per prendere altra manodopera.

Gli immigrati quindi vivono alla giornata, senza essere sicuri di lavorare il giorno dopo, il tutto per 3-4 euro al giorno e per 10-12 ore consecutive.

La Catena della Schiavitù:
  • Le multinazionali, le aziende di trasformazione, Acquistano gli agrumi dai proprietari terrieri per rivenderli direttamente alle grandi catene di distribuzione, o portarli ai mercati ortofrutticoli, oppure trasformarli in bevande. Clamoroso il caso della Coca-Cola, che acquistava le arance di Rosarno per il marchio Fanta, e che ora si è defilata dopo che il suo nome era stato associato a episodi di caporalato.
  • Proprietari terrieri, spesso sono le stesse aziende di trasformazione, a volte sono dei veri e propri latifondisti, altre ancora normali agricoltori.
  • Caporali, o intermediari. È la vera anomalia di questo sistema di schiavitù lavorativa. Imposti dalle mafie (in questo caso dalla 'ndrangheta) che non permettono ai proprietari terrieri di assumere direttamente i lavoratori stagionali. Un vero e proprio "pizzo" da pagare sulla pelle degli immigrati. I "caporali" ricevono il compenso della raccolta dai proprietari degli agrumeti, gli stessi "caporali" poi pagano gli immigrati trattenendo per se stessi (e per le mafie) buona parte di questi guadagni, che sono enormi. Si pensi che è stato valutato che il rapporto può essere anche di uno a quattro (il proprietario paga 4 e l'immigrato alla fine riceve solo uno). Per il sistema del caporalato c'è poi un'altra fonte di guadagno quando i caporali stessi si trasformano in venditori della merce raccolta.
  • Gli Immigrati, sono i veri schiavi di questo sistema. Lavorano quasi sempre in nero per pochi euro al giorno, per mesi e mesi vivono in nelle baracche o nelle tendopoli in condizioni igieniche davvero precarie.
A James abbiamo chiesto come mai accetti tutto questo, e lui ci ha risposto che il poco è sempre meglio di niente. Ed è questa la filosofia di quasi tutti questi "immigrati schiavi" di un sistema che la politica, le istituzioni e nemmeno la ministra Kyenge vuole sradicare

Il sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, che guida una giunta di centro-sinistra dopo un incontro con Cécile Kyenge ha affermato di essere rimasta molto delusa dalle affermazioni della ministra della pari opportunità che ha affermato che per Rosarno il suo ministero non può fare nulla perché il suo è un ministero "senza portafoglio".

Leggi anche
"Rosarno, dopo quattro anni riesplode l'emergenza"

Tendopoli a Rosarno
Il 30 novembre scorso Dominic Man Addiah, uomo di 31 anni, è morto di freddo a Rosarno (RC), mentre dormiva in una macchina. Anche lui si trovava a Rosarno per la raccolta delle arance. Era in attesa di iniziare il lavoro e non aveva un posto nella tendopoli allestita per i braccianti che lavorano in quelle terre. L’uomo era nato a Monrovia, in Liberia, piccolo paese dell’Africa centro-occidentale. Non è la prima volta che vengono segnalate le pessime condizioni di vita dei raccoglitori nell'area di Rosarno, pagati una miseria dai caporali locali e costretti a vivere nel degrado più assoluto.


Articolo a cura di
Maris Davis


30 novembre 2013

Regala la Speranza .. Adotta un bimbo a distanza.

Regala un sogno a chi non può Sognare,
ma che, nonostante tutto, ti sorride.


Adotta un bambino a distanza
Adozioni a Distanza
sostiene i Villaggi Sos dell'Unicef
per le Adozioni a Distanza
Con 28 euro al mese puoi regalare la gioia ad un bimbo che non può sorridere, né giocare, né studiare .. e neppure sognare.
L'Unicef con i suoi villaggi Sos non è presente solo in Africa ma in tutto il Mondo.
Sito Internet: www.sositalia.it

Le nostre adozioni dirette
Duwai Mohamed Jr., 2016 (14 anni)
presso
Nonostante la sua ricchezza di risorse naturali della Sierra Leone è tra i paesi più poveri del mondo. Dopo dodici anni di disordini civili, la situazione umanitaria in Sierra Leone è ancora instabile e caratterizzata da un elevato potenziale di crisi. Secondo l'UNHCR, circa due milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case (47% della popolazione) oppure hanno perso la vita durante la guerra. I bambini, come i membri più deboli della società, sono i più colpiti.
Nel 2014 la Sierra Leone (assieme a Guinea e Liberia) è stata colpita da una delle più devastanti epidemie di ebola che l'Africa ricordi. Migliaia sono i morti e la capitale Freetown è una delle località più colpite.

Mum Akol Ariak, 2016 (9 anni)
presso
Sud Sudan, dal 9 luglio 2011 è uno stato indipendente dopo un referendum che si svolto nella primavera scorsa. Prima era una provincia autonoma del Sudan. Attualmente la situazione politica è instabile e conflittuale con il nord Sudan che ha in tutti i modi contrastato la sua indipendenza. Gli enormi interessi economici dovuti alla ricchezza di petrolio, all'infinito conflitto del vicino Darfur e dei suoi profughi che a centinaia di migliaia si stanno rifugiando nel confinante Kenia ne sono le cause principali. L'Onu ha appena lanciato l'allarme carestìa e fame per il neo Stato indipendente.
Da oltre due anni nel più giovane Stato al mondo è in atto una sanguinosa guerra civile di origine etnica, nell'estate 2014 anche il villaggio Sos di Malakal è stato evacuato e i bambini con le loro famiglie Sos ospitati in un campo provvisorio in una zona più sicura.

Si conferma di ricevere direttamente dai "Villaggi Sos" interessati aggiornamenti continui e costanti, con foto e lettere, sulla situazione geo-politica locale, sulla situazione familiare e sulle attività svolte dai bambini, nonché sui loro progressi scolastici ed educativi.

Articolo aggiornato (Gennaio 2016)


Maris Davis e altre ragazze nigeriane di Udine (Friends of Africa) fondarono nel 2008 un orfanotrofio nella loro città di origine, Benin City in Nigeria. Attualmente la struttura ospita circa 40 bambini abbandonati, privi di genitori o rifiutati dalle famiglie.



Aiutaci a Sostenere la nostra Pagina Facebook

29 novembre 2013

Nigeria, un Paese sospeso e pieno di contraddizioni.

La Nigeria un Paese sospeso tra le sue contraddizioni, sospeso tra ricchezza è povertà, tra benessere economico e un altissimo tasso di corruzione pubblica. Sospeso dalla fragile convivenza di tantissime etnìe (250 gruppi etnici diversi, i principali Hausa, Fulani, Yoruba, Nupe, Tiv, Kanuri, Igbo, ecc..) che parlano lingue tra di loro incomprensibili, unica lingua comune l'inglese.

La Nigeria un Paese da sempre dilaniato dall'acceso contrasto delle due religioni principali, l'Islam prevalente a nord e il Cristianesimo (per lo più anglicani e pentecostali) maggioritario negli stati del sud, e una terza "religione", quella secolare Animista che spesso si sovrappone e perfino convive con le due principali, la religione del "woodoo" e delle credenze popolari. Il Paese della poligamia diffusa (anche tra i cristiani).

Lagos, la città più importante e popolosa
La Nigeria un Paese diviso in 36 Stati federati ma tra loro diversissimi, in ben 12 dei quali vige la legge penale della "Sharìa Islamica" nonostante la costituzione federale lo vieti e imponga la libertà religiosa per tutti. (Il caso di Faith Aiworo, espulsa dall'Italia nel 2010 e condannata a morte in Nigeria perché, dopo uno stupro, ha ucciso il suo aggressore).

La Nigeria un Paese dove il 10% della popolazione detiene il 90% delle ricchezze, dove non c'è mai una via di mezzo, o sei ricco oppure povero e vivi con poco più di 50$ al mese, se sei fortunato. Il primo produttore di greggio dell'Africa, ma i cui immensi proventi vengono divisi solo tra le compagnie petrolifere (tutte straniere) e i funzionari governativi, un Paese dove il petrolio (la vera unica ricchezza del Paese) ha inquinato per sempre un'intera regione (il delta del Niger) ma si deve fare la fila (anche di giorni) per avere una sola tanica di benzina.

La Nigeria dove le giovani ragazze sognano l'Europa per fuggire dalla povertà e vengono "portate via" illuse con false promesse, spesso "vendute" dalle stesse famiglie per pochi naira, e poi costrette a prostituirsi in Italia oppure in Spagna, ma anche in Germania, Olanda, Francia e altri Paesi occidentali. Un fenomeno fortemente controllato dalla "Mafia Nigeriana", presente e ben radicata anche in Italia. Il fenomeno si concentra nel sud ed in particolare nella zona di Benin City e Lagos. Le ragazze non vengono più "reclutate" nelle città (dove l'informazione è più accessibile), ma nelle campagne e nei villaggi dove le ragazze non sono istruite, spesso non sanno neppure leggere, e vivono in un contesto di povertà.
Abbiamo preso spunto dagli avvenimenti accaduti in Nigeria in questi ultimi giorni per dare il quadro di un Paese, dove è cresciuta Maris e quindi a noi particolarmente caro.
Non potevamo restare indifferenti agli attentati che hanno colpito le chiese cristiane del nord in questi ultimi due anni che avrebbero causato più di duemila morti, attentati che stanno radicalizzando il perenne conflitto tra cristiani e mussulmani e che, quasi certamente, non sarà l'ultimo atto di violenza né dall'una, né dall'altra parte. Visto anche l'ormai aperto appoggio di Al Qaeda ai gruppi armati islamici locali.

Un conflitto acuito dalla recente elezione del nuovo Presidente Goodluck  Jonathan, cristiano e originario del sud e confermate da una sentenza della Corte suprema federale che ha anche accusato di brogli il candidato islamico Muhammadu Buhari del nord. Elezioni avvente nell'aprile scorso e che sono state definite le più democratiche nella storia della Nigeria.

Non possiamo nemmeno restare indifferenti all'inquinamento del Delta del Niger. È di pochi giorni fa (del 20 dicembre scorso) l'ennesimo incidente petrolifero causato dalla Shell, compagnia già condannata a pagare un miliardo di dollari per bonificare la regione. In questo contesto operano i gueriglieri del Mend il cui obiettivo è quello restituire il petrolio nigeriano alla Nigeria. Con tutti i mezzi a loro disposizione danneggiano gli impianti delle compagnie petrolifere, ultimamente anche l'ENI presente nel delta con i suoi impianti, ha subito attacchi. I gueriglieri arrivano anche a rapire il personale straniero per ottenere in cambio un riscatto. Considerati dei fuorilegge dal governo centrale, tuttavia ottengono l'appoggio della popolazione locale che, a causa dell'inquinamento, ha perso anche l'unica fonte di sostentamento, l'agricoltura.




Articoli correlati e altri documenti




Aiutaci a Sostenere la nostra Pagina Facebook

In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...