Mafia Nigeriana. Capi, soldati, spaccio, punizioni

Ferrara, settembre 2021, così è stata smontata l’organizzazione dominante nel centro nord. Il giudice: "Clan pericolosissimo"

Violenti, pronti "all’annientamento fisico degli avversari", dotati di "elevatissima capacità intimidatoria" e capaci di "allarmanti azioni di plateale contrapposizione allo Stato italiano". Sembrerebbe il ritratto dei ‘padrini’ di Cosa Nostra della Sicilia profonda o delle 'Ndrine che dominano i pendii dell’Aspromonte. Invece no. Siamo a Ferrara. E l’organizzazione che per anni ha dettato legge in alcuni quartieri della città non è nemmeno italiana ma interamente formata da nigeriani.

È infatti nel cuore della placida provincia emiliana che la ‘piovra nera’ ha ficcato i suoi tentacoli. Non solo all’interno delle mura estensi. Il gruppo aveva addentellati anche in gran parte del nord, da Padova a Torino, passando per Parma, Brescia e Verona. Fino a pochi anni fa, gli allarmi lanciati sul fenomeno venivano etichettati come l’esagerazione di residenti lamentosi o come le farneticazioni di qualche razzista. Ma ora le cose sono cambiate. Adesso c’è un processo in corso. L’accusa è associazione a delinquere di stampo mafioso ed è uno dei primi casi in Italia in cui il reato viene contestato a un gruppo di origine africana.

Alla sbarra è finito uno dei più potenti e feroci clan (o cult , come li chiamano i membri) nigeriani: gli Arobaga-Vikings. A descriverne la pericolosità e la struttura sono le 110 pagine firmate dal giudice dell’udienza preliminare Francesca Zavaglia. Il magistrato, il 10 giugno, ha emesso le prime sei condanne (pene da cinque a otto anni) a carico di altrettanti affiliati. Per gli altri diciassette, tra cui i boss, è stato disposto il rinvio a giudizio, con prima udienza celebrata l’altro ieri in tribunale a Ferrara.

Ma chi sono i Vikings? È lo stesso giudice a spiegarlo. Il clan ha una gerarchia rigida, con al vertice il presidente del ramo italiano dell’organizzazione (detto Vatican) e un consiglio di anziani. Sotto si dipana una piramide di capi di livello intermedio fino ai soldati . Ai livelli più alti c’era Emmanuel Okenwa, noto come ‘Boogye’, un dj di musica afro-beat che "si vantava di essere il re di Ferrara".

La sentenza delinea poi altre caratteristiche del gruppo, come il linguaggio in codice con l’utilizzo di vocaboli di derivazione nautica, o l’abbigliamento, con lo sfoggio di berretti o bandane di colore rosso. Zavaglia si sofferma poi sui feroci riti di affiliazione, sulle punizioni per gli insubordinati, sulle lotte per il controllo del territorio e sull’obbligo di versare denaro all’organizzazione (una "quota sociale" per gli affiliati e aiuti per i carcerati e le loro famiglie).

A Ferrara i Vikings regnavano sul quartiere della stazione, gestendo le piazze di spaccio e lo sfruttamento della prostituzione a volte in accordo e a volte in contrasto con il clan rivale degli Eiye. Ed è stata proprio una faida con l’altra banda a indirizzare procura e polizia sulla pista giusta, sollevando il velo su un fenomeno fino a quel momento sconosciuto. Era l’estate del 2018. Una partita di droga non pagata nei termini stabiliti fu la scintilla della violenza. Aggressioni quotidiane ai danni di membri dell’uno e dell’altro clan. Fino alla resa dei conti.

Un commando di Vikings tese un agguato a un membro di spicco degli Eiye, massacrandolo a colpi di machete. Sopravvisse per miracolo. Le indagini sul tentato omicidio accesero i riflettori su esponenti e affari del clan, tra cui la pretesa del ‘pizzo’ da altri nigeriani e gli "abusi a danno dei negozianti".

Insomma , conclude il giudice, siamo davanti a un’organizzazione "di elevata pericolosità ed efferatezza" nota "a tutta la comunità nigeriana" che "ben percepiva la carica intimidatoria" e ormai "altamente temuta da tutti i residenti". Che il problema non fosse più limitato alla sola comunità straniera, Ferrara lo ha appreso nel febbraio del 2019 con la ‘rivolta dei cassonetti’.

Animati dalla falsa notizia di un connazionale morto durante un inseguimento con le forze dell’ordine, decine di nigeriani scesero in strada, rovesciando bidoni dell’immondizia e lanciando bottiglie. Un ulteriore segno, sempre stando alle parole del giudice, di quella "escalation di violenza" stroncata un anno dopo a suon di arresti.



La "Cosa Nera" e la politica negazionista

Dalla ‘ndrangheta calabrese, con cui fanno affari e trattano alla pari, hanno preso il meglio. Hanno osservato e copiato il modello italiano con l’attenzione di chi non vuole restare indietro. Affari e violenza, strategia e gerarchia. Nella classifica delle mafie degli anni Duemila le cosche nigeriane si sono ritagliate un ampio posto al sole il cui business copre traffico di cocaina e affari con i narcos, prostituzione e traffico di esseri umani.

Il processo in corso a Ferrara e le motivazioni delle prime sei condanne tracciano un quadro criminale allarmante, anche non del tutto nuovo, ma che conferma il radicamento della Cosa nera. Un rapporto della Dia precisa che le gerarchie e l’organigramma sono quelle ‘ndranghetiste, come del resto la suddivisione dei territori e dei processi decisionali. Guarda e impara, mescolando riti tribali tra frustate, torture e brindisi col sangue e organizzazione manageriale.

Ciò che le sentinelle del politicamente corretto non amano sentirsi dire è che se i capi arrivano in modo regolare dalla Nigeria il reclutamento dei soldati pesca in parte fra le migliaia di disperati alla ricerca dell’impossibile sogno italiano. Per anni la politica e perfino la giustizia ha sottovalutato questo fenomeno criminale perché tira in ballo il tema dell’immigrazione. A Ferrara, il clan del Vikings, oggetto della maxi inchiesta, ha messo radici con affari allargati a tutto il nord Italia. E proprio qui la politica è stata a lungo negazionista per scelta ideologica. Dal 2018 al 2020 i nigeriani sono stati i cittadini stranieri che hanno subito più denunce e arresti per associazione mafiosa. Dati, non opinioni. I gruppi consolidati oggi sono i Viking, Axe, Maphite ed Eiye. La Cosa nera c’è e si vede.

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