Africa, sette colpi di stato in sei mesi. È allarme democrazia

In poco più di sei mesi, il continente ha subìto 7 colpi di Stato, di cui 5 attuati dai militari e andati a buon fine.

Il colpo di Stato in Sudan, avvenuto il 25 ottobre per mano dell’esercito contro il governo di transizione, ha aumentato il timore di una regressione democratica in Africa
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Niger. Lo scorso marzo, il Niger ha sventato un colpo di Stato poco prima dell’investitura del neo-Presidente Mohamed Bazoum.

Ciad. Ad aprile, subito dopo l’annuncio della morte del presidente ciadiano Idris Déby, il figlio Mahamat ha dichiarato che avrebbe assunto le redini del potere per 18 mesi attraverso un consiglio militare di transizione.

Mali. Poco più di un mese dopo, è toccato al Mali dove il colonnello Assimi Goita ha arrestato il presidente Bah N’Daw e il primo ministro Moctar Ouane dichiarandosi Presidente della transizione e promettendo che avrebbe portato il Paese alle elezioni legislative e presidenziali nel febbraio 2022.

Guinea. Il 5 settembre, il presidente Alpha Condé (Guinea), per undici anni al potere, è stato deposto dal capo delle forze speciali Mamady Doumbouya, dopo aver cambiato la Costituzione che avrebbe permesso a Condé di presentarsi per un terzo mandato.

Sudan. Per finire, il 25 ottobre, l’esercito sudanese, guidato dal generale Al-Buhran, ha sciolto il governo di transizione e arrestato il primo ministro Abdalla Hamdok e alcuni membri civili del consiglio sovrano di transizione che da due anni guidava il paese.

I colpi di Stato non sono una novità in Africa
Il continente è statisticamente quello che ne ha subito il maggior numero al mondo, e il Sudan è il Paese africano che ne ha avuti di più in assoluto. Secondo due ricercatori americani, Jonathan Powell e Clayton Thyne, dal 1952 il Sudan ha avuto 17 golpe, di cui 5 portati a termine. Lo stesso Omar al-Bashir, destituito nel 2019 dopo mesi di proteste popolari, era arrivato al potere nel 1989 attraverso un "colpo di stato". Ma è anche vero che sebbene l’Africa sia stata attraversata da innumerevoli coup (soprattutto negli anni Sessanta, Ottanta e Novanta) negli ultimi venti anni il numero di "colpi di stato" era calato drasticamente venendo così considerati “un fenomeno del passato”. L'ondata di democrazia e la reintroduzione del multipartitismo nel decennio degli anni '90 e 2000 avevano fornito un barlume di speranza per i governi civili.

Ancora oggi è difficile e troppo presto per tracciare delle conclusioni sul perché vi sia una recrudescenza di "colpi di stato" nel continente (alcuni analisti parlano infatti di “coincidenza). Le ultime esperienze ci dimostrano infatti che possono derivare da prese di potere opportunistiche come in Ciad, e da una combinazione di ambizione militare e scontento popolare come abbiamo visto in Mali, Guinea e Sudan.

Ma a livello regionale, ciò che preoccupa di più di tutti, è il fatto che nonostante l’Africa ospiti una serie di organizzazioni regionali queste non sono state in grado di rispondere alla crisi e, soprattutto, a prevenirle. Tutte le organizzazioni regionali, come l’Unione Africana o la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), hanno sì condannato i "colpi di stato" sospendendo i paesi in questione dalle attività delle varie organizzazioni, dopo essere però rimaste in silenzio di fronte a cambiamenti incostituzionali attuati dai governi per preservare il potere (come per esempio in Guinea), e inermi di fronte a episodi di repressione sui cittadini, fenomeni di corruzione o inadempienze socio-economiche che mettono a dura prova la vita dei cittadini.

I Colpi di Stato degli ultimi sei mesi
I colpi di Stato degli ultimi sei mesi, non sono avvenuti nei Paesi più ricchi dell’Africa ma in Paesi già fragili le cui condizioni di vita delle persone sono peggiorate con la pandemia
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In Mali, come scrive Accord, le misure adottate nel 2020 per limitare la diffusione del virus, hanno avuto un effetto devastante sull’economia del paese: il coprifuoco imposto dalle 9 di sera alle 5 della mattina, ha fatto perdere il lavoro a molte persone che lavoravano di notte e la chiusura delle frontiere ha provocato l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Se infatti prima della pandemia una tonnellata di cemento costava 90000 CFA (circa 135 euro), oggi invece ne costa 110000, circa 170 euro.

Lo stesso è successo in Ciad dove, secondo un sondaggio di Ground Truth Solutions, le misure di contenimento hanno profondamente deteriorato la capacità soddisfare le esigenze di base del 60 per cento degli intervistati.

In Sudan, secondo un rapporto della Banca Mondiale, a causa delle conseguenze della pandemia il 20 percento delle famiglie non possono più permettersi di comprare pane, cereali e prodotti di prima necessità. Le protratte difficoltà economiche e la stessa incapacità dei governi di fornire beni sociali e prospettive economiche alle popolazioni, condite spesso dall’esistenza di un alto tasso di corruzione, hanno spinto i militari a giustificare le loro azioni e a presentarsi come salvatori della patria. La giunta militare ha addirittura dichiarato di aver agito per evitare la “guerra civile”.

In Guinea, il colonnello ha dichiarato nel suo primo discorso ufficiale che “il dovere di un soldato è di salvare un Paese” e di aver agito per contrastare una corruzione dilagante e la povertà.

Allarme Democrazia
Tutto ciò si inserisce in un contesto dove da una parte i civili credono sempre meno nella democrazia: secondo uno studio dell’Africa Barometers, solo una minoranza degli africani crede che le elezioni possano eleggere una leadership rappresentativa e responsabile. Di fatti, suggerisce il sondaggio, è nella fornitura di beni democratici, piuttosto che nelle aspirazioni dei cittadini, che la democrazia in Africa sta perdendo i colpi. Dall’altra parte, come ha dichiarato lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite Guterres, subito dopo il colpo in Guinea, che “i colpi di stato militari sono tornati in un clima in cui vi è una mancanza di unità nelle risposte della comunità internazionale".

"Le divisioni geopolitiche stanno minando la cooperazione internazionale e un senso di impunità sta prendendo piede”. Il caso del Mali insegna: subito dopo il colpo di Stato, la Francia ha annunciato una sospensione di Barkhane, ovvero l’operazione militare dell’esagono impegnata nella lotta contro i gruppi jihadisti. Ma a settembre, l’agenzia di stampa Reuters ha scritto che la società privata russa Wagner, considerata come l’esercito ombra del Cremlino, stava per firmare un contratto con il governo del Mali per fornirgli circa 1000 soldati incaricati di proteggere le personalità e formare l’esercito maliano. In cambio, secondo la Reuters, Wagner dovrebbe avere circa 9 milioni di euro al mese e un possibile accesso a tre giacimenti minerari. Dopo questa notizia, il ministro degli esteri francese Le Drian ha dichiarato che “questa mossa è incompatibile con la presenza francese sul territorio”. Dichiarazione e minaccia che non ha assolutamente portato il governo maliano a cambiare idea sul chiedere sostegno ai russi, anzi. A settembre, durante l’assemblea delle Nazioni Unite, il primo ministro Maiga ha dichiarato che “la nuova situazione creata dalla fine di Barkhane, che mette il Mali davanti al fatto compiuto e lo espone a una sorta di abbandono in volo, ci porta a esplorare modi e mezzi per garantire meglio la sicurezza in modo autonomo con altri partner”.

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