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09 febbraio 2018

La grave instabilità e le violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Situazione allarmante

Nel 2018 la Repubblica Democratica del Congo farà tremare di nuovo l’Africa.


L’arroccamento del presidente Kabila al potere alimenta la deriva politica e umanitaria. E nel 2018, segnato dalla corsa verso il voto fin qui negato, l’instabilità del Paese può innescare una nuova “mega-crisi nel continente”. Gli esperti avvertono.

«La crescente instabilità politica e la gigantesca crisi umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo nel 2018 daranno origine a una mega-crisi nel continente africano»

La previsione è di Ulrika Blom, direttrice del Consiglio norvegese per i rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo, che ha lanciato l’allarme sulla deriva della crisi politica e umanitaria, che sta minando la nazione dei Grandi Laghi.

Un avvertimento sostenuto anche dal rapporto diffuso dai ricercatori del Centro di monitoraggio dei trasferimenti forzati interni (Idmc), da cui emerge che è il Congo-Kinshasa è il Paese con il maggior numero di sfollati interni e supera tutte le altre emergenze in corso a livello mondiale.

L’infausto primato è il risultato della brutale ondata di violenza iniziata nel 2016, che solo nel 2017 ha costretto oltre 1,7 milioni di persone a lasciare le proprie case (una media quotidiana di oltre 5.500 persone) e che secondo gli analisti è stata alimentata dalla crisi politica in atto nel Paese, generata dalla decisione del presidente Joseph Kabila di rimanere in carica anche dopo la fine del suo secondo mandato, ormai un anno fa.

Una decisione che ha suscitato proteste anche nell'ultimo giorno del 2017, quando, stando a fonti Onu sentite dall'Afp, gli scontri tra manifestanti e forze di polizia hanno portato alla morte di sette persone a Kinshasa e una a Kananga. Una crisi crescente e incontrollata continuata, soprattutto nella regione del Kananga, per tutto il mese di gennaio. Le stesse Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie li hanno definiti crimini contro l'umanità, uccisioni, assalti ai villaggi, e soprattutto violenze e stupri di massa compiuti sia fa fazioni di oppositori, milizie armate e lo stesso esercito regolare. Le morti e le uccisioni potrebbero essere ormai centinaia.

Una lunga empasse politica
La sua ostinazione nel restare incollato alla poltrona ha trascinato l’ex colonia belga nell'empasse politica e ha contribuito al rallentamento dell’economia e all'aumento dell’inflazione, che ha provocato un vertiginoso aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, rendendo ai congolesi sempre più difficile assicurarsi la sussistenza.

Kabila è salito al potere della Repubblica Democratica del Congo nel 2001 senza essere eletto, all'indomani dell’assassinio di suo padre, Laurent-Désiré Kabila, avvenuto il 16 gennaio 2001. In seguito, ha vinto le elezioni nel 2006 e nel 2011. Poi nel rispetto della Costituzione, che non permette di ricandidarsi per un terzo mandato, avrebbe dovuto lasciare il suo incarico il 20 dicembre 2016.

Tuttavia, Kabila sta continuando a governare adducendo ragioni di sicurezza, dovute alle rivolte interne nelle province orientali del Congo e nella regione del Gran Kasai, quest’ultima innescata proprio dal suo rifiuto di andarsene. Oltre a paventare la minaccia del terrorismo e i rischi dell’aggravamento della crisi economica, Kabila ha prima dichiarato di voler cambiare la Costituzione per poi rigettare ogni forma di trattativa.

Le sue macchinazioni politiche finora gli hanno consentito di restare in carica almeno sino al gennaio 2019, dopo che in spregio dell’Accordo di San Silvestro (siglato il 31 dicembre 2016), che prevedeva la convocazione di nuove elezioni entro la fine di quest’anno, lo scorso 8 novembre, ha stabilito che non si andrà al voto prima del 23 dicembre 2018. Le elezioni locali, invece, sono state fissate per il settembre 2019, garantendo così al suo blocco politico di restare al potere per almeno altri due anni.


Le inchieste sulla rete di Kabila
In questo modo, Kabila avrà tutto il tempo necessario per escogitare altre soluzioni che gli consentano di continuare a esercitare il controllo sul Congo, dove la corruzione e il malaffare legato al suo clan continuano a farla da padroni, come dimostra un’inchiesta realizzata nel dicembre 2016 da Bloomberg Businessweek.

Dall’indagine, emerge che il presidente non vuole lasciare il potere per non rinunciare a un incarico che ha permesso a lui e alla sua famiglia di controllare le principali ricchezze del Paese, che comprendono l’estrazione di minerali, l’allevamento, la costruzione di strade e di altre infrastrutture.

Un’ulteriore conferma di quanto appurato un anno fa dal settimanale economico statunitense giunge da un’altra recente inchiesta realizzata dalla Ong britannica Global Witness attraverso l’analisi dei dati dell’Extractive Industries Transparency Initiative (EITI), dai quali emerge che un fiume di denaro proveniente dal settore minerario, si è disperso all'interno di una vasta rete corruttiva legata al presidente congolese.

Leggendo il rapporto appare evidente che detenere il potere in Congo, significa gestire affari miliardari con le multinazionali e i Paesi affamati di materie prime. Anche questo spiega perché Kabila non ha rispettato l’accordo di San Silvestro e continua ostinatamente a calpestare la Costituzione, che da più di un anno impone la sua presenza al potere.

Nel frattempo, l’uomo forte di Kinshasa continua a restare indifferente alle vibranti proteste delle opposizioni, alla povertà e agli squilibri sociali che attanagliano il suo Paese, relegato al 176esimo posto su 188, nella graduatoria mondiale dell’indice di sviluppo umano redatta annualmente dalle Nazioni Unite.

Senza dimenticare, che in 57 anni d’indipendenza il Congo è stato condizionato da guerre civili, carestie ed efferate razzie compiute contro la popolazione. In tutto questo tempo, la nazione dell’Africa centrale è stata teatro di ripetuti colpi di stato, che hanno portato al potere tiranni del calibro del colonnello Mobutu Sese Seko, che per 36 lunghi anni ha instaurato una dittatura cleptocratica nel Paese.

Ma soprattutto, da quando ha ottenuto l’indipendenza il Congo non ha mai conosciuto una pace stabile e tra il 1997 e il 2003 è stato teatro di un conflitto passato alla storia come la “prima guerra mondiale africana”, che vide coinvolte otto nazioni africane e 25 gruppi armati, molti dei quali attivi ancora oggi nelle regioni minerarie del Kivu.


Un pesante retaggio che ci aiuta a capire quanto sarà difficile trovare una soluzione per stabilizzare il caotico quadro politico che sta minando il Paese africano.

Ciò che sta accadendo nella Repubblica Democratica del Congo è una lunga serie di orrori dimenticati dal grande circuito mediatico del mondo occidentale.

Oggi, in quel grande paese africano martoriato da sempre da guerre civili e violenze, c'è il più grande numero di profughi al mondo. Ma ancora nessuno se ne accorto, oppure ha fatto finta di non vedere.

Il suo presidente, Joseph Kabila, arroccato al potere al di fuori della Costituzione, si interessa di più alle ricche miniere di minerali preziosi che alle sorti del suo popolo. Ma è una situazione che potrebbe presto esplodere coinvolgendo l'intero continente africano.






Articolo a cura di
Maris Davis

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18 ottobre 2017

Anche l'Africa ha le sue "Catalogne"

La Catalogna diventerà indipendente dalla Spagna? Chissà. Speriamo di No

Manifestazioni per l'indipendenza del Biafra, Nigeria

Il presidente catalano Carles Puidgemont ha solennemente dichiarato che la secessione ci sarà, ma al momento è sospesa. Il rischio di uno strappo violento da Madrid è stato (al momento) superato. Ma questa crisi politica ha aperto un forte dibattito sulla validità degli Stati nazionali in Europa.

La situazione in Africa è però diversa, dove i confini tra gli Stati NON sono esistevano

In Africa gli Stati modello occidentale è sempre stato un problema. Prima della colonizzazione non c’erano veri e propri Stati nazionali. Fu il colonialismo ad imporre confini tra gli Stati in Africa.

Esistevano regni multietnici che non avevano confini precisi. Lo Stato africano nasce con la colonizzazione europea che, nel separare i propri domini, fissa frontiere rigide che inglobano realtà diverse e, spesso, dividono popolazioni da sempre unite. Neanche la stagione delle indipendenze cambia questa situazione de facto.

L’Organizzazione dell’unità africana sceglie chiaramente di non voler rimettere in discussione l’assetto geopolitico africano

Alcuni studiosi calcolano che, se l’impianto statale ereditato dal colonialismo fosse superato, l’Africa avrebbe il doppio degli Stati attuali. A più di cinquant'anni dalla fine del colonialismo classico, però, solo due nazioni hanno rotto il tradizionale assetto ereditato dal passato.

Sono l’Eritrea, che nel 1993, dopo una lotta trentennale, si stacca dall’Etiopia e il Sud Sudan, che nel 2011 ottiene l’autonomia dal Sudan e dà vita al più giovane Stato del mondo.

Sahara Occidentale

Esistono però molte situazioni di tensioni. Difficile elencarle tutte. Ci limiteremo a citare le più «calde». Tra queste un posto d’onore lo merita il Sahara Occidentale. Ex colonia spagnola, dopo il ritiro delle truppe di Madrid è stata invasa e annessa dal Marocco. Da allora (1976), i saharawi non smettono mai di rivendicare la loro indipendenza.

Nel 1991, un accordo con Rabat stabilisce che si sarebbe dovuto tenere un referendum per l’autodeterminazione. Il voto non viene organizzato e la situazione rimane irrisolta, con i marocchini che occupano il territorio e i saharawi ribelli costretti all'esilio nei Paesi confinanti 

Biafra

In Nigeria, stanno riemergendo con forza le rivendicazioni indipendentiste delle popolazioni igbo. Protagonisti della secessione del Biafra nel 1967 che dà vita a una sanguinosa guerra civile, dopo cinquant'anni gli igbo tornano a chiedere maggiore autonomia. Alla base delle richieste l’insofferenza verso il potere di Abuja e la volontà di sfruttare in proprio le ingenti ricchezze petrolifere (approfondimenti).

Cabinda (Congo)

Richieste di autonomia simili sono avanzate dalla popolazione di Cabinda, una piccola enclave angolana in territorio congolese. Da sempre chiedono l’indipendenza, ma il governo di Luanda non ha mai accettato. Anche perché i politici angolani sanno che i più ricchi pozzi petroliferi sono proprio nel territorio della piccola regione.

Regioni anglofone nel sud-ovest del Camerun

In Camerun, fin dall'indipendenza (1960), le popolazioni di lingua inglese si sono dimostrate insofferenti al governo di Yaoundé. I francofoni (al contrario) hanno sempre negato l’autonomia, tendendo a imporre l’insegnamento della lingua francese e gli istituti giuridici francesi anche nelle regioni da sempre legate al mondo anglosassone.

Da alcuni mesi la tensione si è acuita. Per evitare tensioni, Yaoundé ha scollegato le regioni ribelli dalla rete Internet e ha fortemente represso ogni manifestazione. Fino a quando potrà durare questa situazione?

Isola di Zanzibar

Anche la stabile e pacifica Tanzania ha la sua spina. Si chiama Zanzibar. Zanzibar e la parte continentale della Tanzania (allora Tanganica) si sono unite solo nel 1964, pochi mesi dopo la rivoluzione di Zanzibar (la più breve rivoluzione che la storia ricordi). In precedenza, l’isola era un soggetto politico distinto, prima un sultanato e poi un protettorato britannico e infine, per breve tempo, una monarchia costituzionale. Da allora non sono mai mancate le rivendicazioni di autonomia e di indipendenza. Finora però tutte rientrate.

Somaliland

Questa breve e incompleta carrellata non può che non terminare con il Somaliland. A dire il vero lo Stato è indipendente dal 1991 cioè da quando, crollato il regime somalo di Siad Barre, ha separato i propri destini da quelli della Somalia meridionale. In realtà, la sua indipendenza non è mai stata riconosciuta a livello internazionale. Così, da 26 anni la nazione, pur essendo stabile, pur avendo istituzioni democratiche, pur avendo propri confini definiti, vive in una sorta di limbo che la tiene lontana dalla comunità degli Stati africani.



Articolo a cura di
Maris Davis

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22 settembre 2017

In Kasai perfino gli uccelli hanno smesso di cantare

Testimonianza di Joanne Liu Presidente di Medici Senza Frontiere International


Durante la mia recente visita in Kasai (Repubblica Democratica del Congo) sono stata con le nostre équipe nella parte rurale della regione congolese, particolarmente colpita dalle violenze. I villaggi e i campi erano stati dati alle fiamme e sono state scoperte diverse fosse comuni. Un uomo ci ha avvicinato e ci ha detto: "La violenza qui è stata talmente terribile che non abbiamo sentito cantare gli uccelli per giorni"

Eppure, quando sono arrivata, ho avuto l'impressione che non fosse successo nulla. Kananga è una città congolese abbastanza tipica e vivace di circa 750.000 abitanti. I mercati erano pieni e la musica suonava a forte volume nei piccoli negozi. Molto diverso dalla situazione che i miei colleghi avevano trovato lo scorso marzo.

Il silenzio riempiva la città. Non c'erano scuole o negozi aperti. La paura regnava sovrana. Alla fine ho capito che la normalità che stavo osservando in città era simile all'esperienza di chi visita la tomba di una persona cara un anno dopo la sepoltura, quando l'erba comincia a ricrescere sulla fossa. La vita va avanti.

Ricordo una ragazza adolescente ridere e correre dietro altri bambini lungo i corridoi dell'ospedale, come se niente le fosse accaduto. Ma parecchie settimane prima, sua sorella era stata decapitata davanti ai suoi occhi. Gli uomini armati l'hanno portata via e l'hanno tenuta legata sul pavimento per dieci giorni. L'hanno violentata così tante volte che è impossibile contarle. "Se parli, ti tagliamo la testa come abbiamo fatto a tua sorella", le dicevano. Le persone nel Kasai hanno vissuto esperienze inimmaginabili.

La crisi in Kasai è iniziata un anno fa, ma ci è voluto molto tempo per renderci conto della sua gravità. Durante i mesi peggiori, qui non è arrivato alcun aiuto umanitario e anche ora è estremamente limitato. Perché le comunità non chiedono aiuto prima? Un anziano del villaggio ha risposto: "Quando sei sdraiato a terra e le persone ti sparano, non puoi alzarti e correre". Noi di Msf abbiamo iniziato a lavorare a Kananga solo a marzo, molto tardi, troppo tardi, e oggi siamo ancora consapevoli del fatto che stiamo affrontando solo la superficie del problema.

Le ferite dei pazienti che abbiamo curato raccontano i livelli estremi della violenza subita. Per paura, alcune persone gravemente ferite hanno aspettato giorni, settimane prima di cercare un medico.

Per esempio, uno dei pazienti curati dalla nostra équipe chirurgica aveva subito l'amputazione della mano. È rimasto nascosto tra i cespugli per diverse settimane, temendo che lo trovassero e lo uccidessero, e curando il suo moncone con medicine tradizionali. Quando finalmente è arrivato nel nostro ospedale, si era formato un ascesso e si era sviluppata un'infezione grave nelle ossa dell'avambraccio. Le sue possibilità di evitare un'ulteriore amputazione sono esigue.

Se le nostre équipe di salute mentale chiedono cosa sia successo, i nostri pazienti non ci dicono mai chi abbia inflitto queste violenze, la paura rimane, ma ci raccontano le loro storie, sempre orrende: tuo marito decapitato davanti ai tuoi occhi, tua moglie violentata davanti a te e ai tuoi figli mentre sei legato, costretto a guardare.

Ma lo raccontano solo una volta. In seguito, fanno sempre le stesse tre domande: come posso guadagnarmi da vivere, nutrire la mia famiglia, ricostruire una casa? Qual è il mio futuro.

La crisi in Kasai è come un fuoco nella foresta durante i mesi estivi più caldi: una scintilla nell'agosto del 2016 ha coinvolto l'intera regione. Milioni di persone sono rimaste intrappolate dagli attacchi delle milizie, dalla repressione dell'esercito e persino da conflitti localizzati che non hanno nulla a che fare con la scintilla iniziale, ma che sono esplosi a causa del caos che regnava.

E se oggi Kananga sta tornando alla normalità, voci molto preoccupanti provengono da altri luoghi di questa regione grande quanto l'Italia. La mancanza di accesso a causa di problemi di sicurezza rende difficile distinguere le voci dalla realtà. Di certo è che, sebbene apparentemente sembri che non sia accaduto nulla, una tragedia umana si è svolta e si sta ancora svolgendo.
(Joanne Liu)


Msf gestisce in modo indipendente il reparto traumatologico da 49 letti dell'Ospedale Generale di Kananga (provincia centrale di Kasai). L'équipe ha riabilitato la sala operatoria e offre assistenza gratuita alle vittime di traumi violenti e accidentali. Msf gestisce anche cliniche mobili nelle campagne intorno a Kananga per effettuare visite sanitarie gratuite.

Da giugno, Msf sostiene tre centri sanitari e un ospedale generale di riferimento in diverse zone della città di Tshikapa, nella provincia di Kasai, con l'obiettivo di fornire assistenza ai bambini di età inferiore a 5 anni, alle donne in gravidanza e in allattamento, feriti e persone in condizioni di emergenza medica, causate dalla violenza e dalle sue conseguenze. Nel mese di luglio, le équipe hanno ampliato le attività a diverse zone rurali nella periferia di Tshikapa.

Attualmente le équipe stanno valutando le esigenze intorno alla città di Mbuyi Mayi (Kasai Orientale).




Articolo a cura di
Maris Davis

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In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...