15 dicembre 2020

Breve Storia della Prostituzione (Coatta)

Regolamentare le prostituzione è la più insopportabile e indegna delle menzogne che l'uomo si racconta da millenni. Codificare il mercimonio coatto equivale a negarne l'irriducibile iniquità
Se nel più antico testo legislativo dell'Umanità (il codice Hammurabi del XVIII secolo avanti Cristo) è regolamentata la prostituzione, è evidente quanto il fenomeno affondi le proprie malefiche radici nella notte dei tempi. 
Nell'Egitto dei faraoni le schiave del sesso erano le prigioniere di guerra e, persino il popolo ebraico, fin dagli albori della sua millenaria storia, affidava ai tribunali la gestione economica e sociale dell'attività delle prostitute. 
Meretrici, etère, cortigiane, attraverso la civiltà greco e latina fino ad arrivare al Medioevo cristiano e mussulmano, e da lì al Rinascimento e all'età contemporanea, come ricostruisce Vern Leroy Bullough (sessuologo americano, 1928-2006) nel suo saggio "Storia della prostituzione". 

L'ingiustizia più radicata nella storia dell'Umanità
Dall'età preistorica la sopraffazione dell'uomo sulla donna e meretricio sono inestricabilmente collegati. Gli studi antropologici individuano la divisione forzata tra sessualità maschile e femminile, già prima del passaggio dalla vita nomade a quella stanziale, avvenuto diecimila anni fa con l'introduzione dell'agricoltura. 
Insomma, più che il mestiere più antico del mondo, la prostituzione si configura come l'ingiustizia più radicata nella storia dell'umanità. 
Le prime case di tolleranza statali nell'Atene del VI secolo avanti Cristo, all'epoca di Solone (630-560 a.C., politico, giurista, poeta ateniese). Funzionari dello Stato (pornotelones) riscuotevano dal tenutario (pornoboskos) la tassa sulle rendite delle sue dipendenti. 
Le prostitute di strada, invece, si riconoscevano per la scritta "akolouthi" (seguimi) sui sandali e un magistrato si occupava del controllo del meretricio. 

Mesopotamia
Già nel XVIII secolo a.C., nell'antico regno di Babilonia è stata riconosciuta la necessità di tutelare i diritti di proprietà delle donne, tra cui quelli delle prostitute. Tali disposizioni, che affrontano i diritti di eredità delle donne (riguardanti la dote per le figlie non sposate e i doni ricevuti dal padre), sono stati trovati nel Codice di Hammurabi
Una delle prime forme di prostituzione presenti nel mondo antico è stata la cosiddetta prostituzione sacra, presumibilmente praticata già tra i Sumeri. Nelle fonti pervenuteci (Erodoto e Tucidide) vi sono varie tracce di prostituzione sacra. A Babilonia ogni donna doveva raggiungere, almeno una volta nella sua vita, il santuario di Militta dedicato alla Dea Anahita (o Nana, equivalente ad Afrodite) e qui avervi un rapporto sessuale con uno straniero, come pegno simbolico d'ospitalità. 
In tutto l'antico Oriente, in Mesopotamia lungo il Tigri e l'Eufrate, vi erano molti santuari e templi o "case del cielo" (dedicati perlopiù alle divinità dell'amore) dove la prostituzione sacra era una pratica comune. Ciò viene documentato dallo storico greco Erodoto nelle sue Storie. La prima prostituzione babilonese si svolgeva in spazi che erano centro d'attrazione per tutti i viaggiatori. 
Una tale tradizione si è conclusa quando l'imperatore Costantino, nel IV secolo dopo Cristo, fece abbattere i templi dedicati alle dee per sostituirli con chiese cristiane. 

Bibbia e prostituzione
La prostituzione era comune anche nell'antico Israele, nonostante fosse tacitamente proibita dalla legge ebraica. Nella religione della terra di Canaan una parte significativa degli addetti alla prostituzione sacra all'interno dei templi era di sesso maschile.
Solitamente in onore della Dea Astarte era di uso comune anche in Sardegna e in alcune delle culture derivanti dai Fenici. Sotto l'influenza fenicia si è sviluppata in altri porti del Mar Mediterraneo, come Erice in Sicilia, Locri Epizefiri, Crotone, Rossano di Vaglio, e Sicca Veneria, fino a giungere all'Asia Minore, in Lydia, Siria e tra il popolo degli Etruschi
La Sacra Bibbia contiene indicazioni al riguardo, fornendo rappresentazioni della prostituzione praticata nella società del tempo. Nel libro della Genesi al capitolo 38 viene narrata la storia di Giuda e Tamar. La prostituta esercita il proprio commercio ai bordi di una strada, in attesa dei viaggiatori di passaggio, coprendosi il volto (e ciò la segna come prostituta). Viene pagata in natura, chiedendo una capra in cambio. Un prezzo piuttosto elevato in una società dedita quasi esclusivamente alla pastorizia, un costo che solamente i ricchi proprietari di numerose mandrie avrebbero potuto permettersi di pagare per un singolo incontro sessuale. Se il viaggiatore non portava con sé il proprio bestiame, avrebbe dovuto dare alcuni oggetti di valore in deposito alla donna, fino a quando l'animale pattuito non le fosse stato consegnato. 
Anche se in questa storia la donna non era una vera prostituta, bensì una vedova, ella aveva le sue buone ragioni per cercar d'ingannare Giuda (figlio di Giacobbe e suo suocero) e rimanere incinta di lui. Tamar riesce ad impersonare benissimo il ruolo ed il suo comportamento può esser considerato come quello reale effettivo che ci si sarebbe attesi da un'autentica prostituta nella società del tempo. 
Un'altra storia biblica, più tarda, presente nel libro di Giosuè, narra di una prostituta di Gerico di nome Rahab la quale aiuta le spie israelite intrufolatesi in città, grazie alla conoscenza della situazione socio-culturale e militare datale dalla popolarità che gode tra i nobili di alto rango. Le spie, in cambio d'informazioni, le promettono di salvare la vita a lei e alla sua famiglia durante l'invasione militare che era stata pianificata. Un segno lasciato davanti alla casa avrebbe indicato ai soldati di non far irruzione. Dopo la conquista della città la donna lasciò la professione, si convertì all'ebraismo e sposò un membro di spicco del popolo. 
Nel libro dell'Apocalisse la grande meretrice di Babilonia è "Babilonia la Grande, madre delle prostitute e di tutte le abominazioni della Terra" (qui la parola prostituta può anche esser tradotta come persona dedita all'idolatria). Alcune antiche pergamene suggeriscono che il significato del nome del luogo ove s'esercitava la prostituzione babilonese era simile alla parola ebraica che significa "libero". Ciò indicherebbe che i maschi avrebbero dovuto offrire loro stessi per poter riacquistare la libertà. 

I "Lupanari" dell'Antica Roma
Nella Roma delle origini le prostitute si tingevano i capelli di rosso, indossavano la tunica invece della stola e ululavano come i lupi alla luna per attirare i loro clienti, per questo erano chiamate lupe (oltreché meretrici, da mercere, guadagnare) e i lupanari erano i bordelli dell'epoca
Altri loro nomi erano, fornicatrices (da fornix, arco) perché adescavano sotto i ponti, ambulatrices (passeggiatrici) perché adescavano per strada, e lenoctilucae (lucciole) perché uscivano di notte. Le prostitute erano di proprietà dei padroni di schiavi (lenones). 
Per Catone il censore "è nei lupanari che i giovani devono soddisfare i loro ardori, pittosto che attaccarsi alle donne sposate", e un Tribunale sorvegliava 32.000 prostitute. 

Medioevo
Il Gesù descritto nei Vangeli ha un atteggiamento molto personale nei confronti delle prostitute. Non solo le tratta gentilmente, ma fa di loro addirittura un esempio di fede. "In verità vi dico, i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli" (Matteo 21.31). Nel cristianesimo delle origini la prostituta è colpevole di un grave errore morale, ma può essere salvata dalla fede: "... neanche io ti condanno. Và e non peccare più. La tua fede ti ha salvata". 
Durante il Medioevo, la prostituzione si poteva comunemente ritrovare nei contesti urbani. Anche se tutte le forme di attività sessuale al di fuori del matrimonio erano considerati peccaminosi dalla Chiesa Cattolica Romana, la prostituzione era di fatto tollerata (seppur in maniera riluttante) perché si riteneva evitasse mali maggiori come lo stupro, la sodomia e la masturbazione. Nonostante ciò erano molti i canonisti che premevano ed esortavano le prostitute a convertirsi e cambiare vita. 
Molti governi cittadini stabilirono che le prostitute non dovessero esercitare il loro mestiere all'interno delle mura cittadine, ma solamente al di fuori della giurisdizione comunale. In varie regioni francesi, tedesche e inglesi si adibirono certe strade come aree in cui la prostituzione era consentita. Il toponimo Gropecunt Lane, diffuso in epoca medievale in molte città inglesi e in alcuni casi conservatosi sino ad oggi, stava proprio ad indicare una strada in cui la prostituzione era consentita. A Londra i bordelli di Southwark erano di proprietà del vescovo di Winchester. 
In seguito divenne pratica comune nelle grandi città dell'Europa del Sud di istituire bordelli sotto il controllo delle autorità, vietando al contempo qualsiasi forma di prostituzione svolta al di fuori di tali locali. L'atteggiamento a cui ci si atteneva maggiormente in gran parte dell'Europa del nord era invece quello del laissez faire (lascia fare). La prostituzione trovò infine un mercato molto fruttuoso durante tutto il periodo delle Crociate. 

Le prime limitazioni
Nel Medioevo le meretrici si spostavano secondo il calendario delle fiere e mercati oppure accompagnavano gli eserciti in guerra. 
Il re degli Ostrogoti, Teodorico, cercò, attraverso pene severe, di limitare lo sfruttamento della prostituzione condannando a morte chi, in casa propria tratteneva le donne per mettere in commercio il loro corpo. 
Il re Franchi, Carlo Magno, primo imperatore del Sacro Romano Impero, decretò che fosse impressa in fronte, con un ferro rovente, la condizione di prostituta. 
Il dilagare della sifilide, considerata un castigo divino, e la moralizzazione promossa da Riforma e Controriforma, portarono alla chiusura dei postriboli, nel tentativo di confinare le prostitute in quartieri-ghetto, nonché a gravose imposizioni fiscali sul meretricio. 
In epoca moderna è stato Napoleone a regolamentare e mettere sotto il controllo dello Stato le case di tolleranza, mentre, solo nel 1904, si è arrivati al primo accordo internazionale contro lo sfruttamento della prostituzione e, nel 1910, alla convenzione per la repressione della "tratta delle bianche". 

Nel mondo mussulmano
Nel VII secolo il profeta Maometto dichiarò la prostituzione vietata in ogni caso, considerandola un grave peccato (Sahih al-Bukhari). Ma nonostante questo la schiavitù sessuale è molto comune durante la tratta araba degli schiavi, durante tutta l'epoca medioevale e prima dell'età moderna, in cui donne e ragazze africane, caucasiche, dell'Asia centrale ed europee sono state catturate e costrette a servire come concubine all'interno degli harem dei signori arabi. Ibn Battuta (XIV secolo, viaggiatore, storico e giurista islamico, è considerato uno dei più grandi viaggiatori di tutti i tempi) dice più volte d'aver acquistato delle schiave-concubine durante i suoi viaggi. 
Secondo i musulmani sciiti il profeta sancì l'istituto del matrimonio a tempo determinato, chiamato mut'a in Iraq e sigheh in Iran, ma ciò è stato invece utilizzato spesso come copertura per legittimare le lavoratrici del sesso in una cultura in cui la prostituzione è altrimenti severamente proibita in quanto peccaminosa. I sunniti, che costituiscono la maggioranza dei musulmani in tutto il mondo, ritengono che la pratica del matrimonio temporaneo sia stata abrogata ed infine vietata da uno dei successori di Maometto, il profeta Umar.

Il male minore
Nell'epoca rinascimentale e poi nell'età dei lumi la prostituzione femminile era autorizzata in quanto non metteva a repentaglio la famiglia, né il passaggio in eredità dei beni. 
Uno "sfogatoio" sociale al quale indirizzare le giovani sterili o del tutto prive di mezzi di sostentamento e le vedove senza protezione. 
Ancora oggi, un aspetto particolarmente ripugnante del mercimonio coatto è l'ipocrisia di descrivere il fenomeno come un "male minore" per la società, quasi si trattasse di una valvola di sfogo per stemperare il tasso collettivo di aggressività ed evitare danni peggiori al bene comune. Una tentazione alla quale non sono immuni nemmeno alcuni uomini di Chiesa. 
Alcuni anni fa, prima un parroco piemontese (per "liberare le strade dalla prostituzione che è ineliminabile"), poi un vescovo portoghese (per "limitare la diffusione dell'Aids") arrivarono a chiedere di riaprire le case chiuse, e dovette intervenire "L'Osservatore Romano", con un articolo di padre Gino Concetti, per ribadire che la riapertura dei bordelli è "un metodo già rifiutato dalla coscienza e dalla cultura civile".
Più che il mestiere più antico del mondo, la prostituzione coatta si configura come l'ingiustizia più radicata nella storia dell'Umanità

13 dicembre 2020

Sulla Pena di Morte ho cambiato idea. Applicarla per i reati più efferati non è immorale, è solo giustizia

La pena di morte è solo uno dei tanti modi per somministrare la giustizia "terrena", non deve essere considerata immorale, ma semplicemente una pena equilibrata per punire i reati più efferati commessi da persone malvage.
Per gran parte della mia vita ho creduto anch'io che le pena di morte fosse un'atrocità, qualcosa di immorale. Tutto ciò ha una valenza psicologica o religiosa se ancora credessimo che il mondo sia "buono", ma purtroppo nel mondo ci sono anche persone malvage, persone che "vendono" esseri umani per farne degli schiavi, che vendono armi per alimentare guerre, che vendono droga, persone che uccidono i loro simili, persone che provocano stragi in nome di qualche Dio. Insomma il mondo NON è pronto per "salvare" i cattivi, tutti i cattivi, semplicemente perché NON vogliono essere salvati.

Etica, religione, morale
A seconda di dove viviamo, a seconda di dove siamo vissuti, della nostra educazione, delle nostre esperienze, delle tradizioni che ci sono imposte. A seconda della nostra religione. Tutti noi abbiamo una morale, un'etica, che ci impedisce di separare il piano morale da quello razionale.

Lo Stato appunto, dobbiamo decidere che "Stato" vogliamo essere. Uno stato che governa i propri cittadini in base alla religione, ai libri sacri, come fanno (per esempio) certi stati dove l'unica legge è la "Sharia islamica", oppure vogliamo essere uno stato civile, libero e svincolato dai temi religiosi, giusto, dove i cittadini sono governati con senso di giustizia, democraticamente, con senso etico.

La storia dell'umanità ci racconta che c'è sempre stato il bene e il male, che ci sono sempre state le persone malvage e crudeli, i dittatori, i prevaricatori. Negli ultimi decenni (da dopo la seconda guerra mondiale, o dal post-olocausto, se preferite) gli stati così detti moderni, hanno cercato di trasformare le carceri in "asili nido" dove i colpevoli vengono coccolati come bambini. Sentenze definitive che vengono stravolte da un sistema giudiziario che pensa di redimere anche i malvagi. Ma non tutti i malvagi possono essere redenti.

Punire un delitto in modo proporzionato al delitto stesso. Questa è giustizia, non le sentenze che vengono stravolte, sentenze che non sono effettive, colpevoli (anche di reati gravi) che tornano in libertà prima del tempo, buona condotta, libertà condizionale o sulla parola, sconti di pena, giudici di sorveglianza "rammolliti". Ma tutto questo in uno stato di diritto è sbagliato, ingiusto, e profondamente amorale. Le sentenze definitive devono essere "definitive" a tutti gli effetti e vanno scontate senza "sconti". Uno stato civile NON dovrebbe interessarsi solo ai colpevoli al fine di redimerli, ma dovrebbe interessarsi di più alle vittime. 

Dividere Stato e Chiesa
Io personalmente sono per una divisione netta tra Stato e Chiesa, ed è anche scritto nella costituzione italiana e sancito dai "Patti Lateranensi del 1929 e dal successivo concordato del 1984".
 
Il problema è che nella pratica delle cose non è sempre così. Politici che "per ragioni morali" impediscono l'approvazione di leggi "giuste" per la collettività, per una società che si evolve, come per esempio il riconoscimento delle unioni omosessuali e andando indietro nel tempo pensiamo a temi come l'aborto, il divorzio. Le ragioni di pochi NON possono, e non devono essere le ragioni di tutti, se davvero vogliamo essere uno stato etico. Dobbiamo solo decidere che Stato vogliamo essere, ma dobbiamo tenere sempre presente che "senza Libertà NON c'è Giustizia, e senza Giustizia NON c'è Libertà" 

In uno Stato di diritto la Pena di Morte è un atto di giustizia verso le vittime di reati gravi contro le persone
Applicare la pena di morte per alcuni reati gravi contro la persona come omicidi efferati, tortura, stragi, omicidi premeditati, femminicidi, stupri, l'uccisione cosciente dei propri figli, la riduzione in schiavitù, pedofilia, mafia, appartenenza ad organizzazioni criminali, non deve essere considerata una sentenza immorale, ma semplicemente un atto di giustizia verso le vittime.

Ci parlano di un mondo globalizzato e ci chiediamo perché i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Si sa che il tabacco provoca il cancro, ma non si impedisce la vendita del tabacco, si sa che certi diserbanti usati in agricoltura (come il glifosato) sono altamente nocivi per l'uomo, ma il loro uso NON viene vietato, non dappertutto. Tutti sanno che le armi uccidono, ma la loro fabbricazione e il loro commercio NON viene impedito. Una strage continua che provoca morte ovunque. Una strage continua provocata da multinazionali che mettono i loro guadagni al di sopra della vita umana. È un mondo ingiusto, e ce ne dobbiamo occupare, contro queste ingiustizie dobbiamo combattere.

Fin dagli anni '50 sono iniziate campagne contro la Pena di Morte, c'è perfino una giornata internazionale contro la pena di morte istituita dalle Nazioni Unite (il 10 ottobre), molti Stati hanno abolito del tutto la pena di morte, alcuni, come l'Italia, l'hanno vietata addirittura nella Costituzione (art. 27), altri l'hanno sospesa. Ci sono moratorie contro la pena di morte. Un'intera umanità che sembra aver preso coscienza che pena di morte è immorale, ma nonostante tutto questo il mondo NON è cambiato, anzi è peggiorato. Eppure c'è chi ancora pensa che non solo pena di morte vada abolita, ma che vada abolito anche l'ergastolo, la condanna a vita, che non ci possano essere condanne superiori ai 20 anni (in alcuni stati scandinavi esiste già questo limite). Andrà a finire che per un perverso senso di pietà anche gli assassini non andranno più in carcere.

Alcuni pensano che un malvagio può redimersi, il carcere lo può redimere. Forse si e forse no. Ma poi mi chiedo come fa a redimersi uno che ha premeditato un omicidio, uno che ha commesso una strage, un genitore che ha deliberatamente ucciso i propri figli (o la propria moglie), un mafioso che ha commissionato chissà quanti omicidi ed è già stato condannato al 41bis, uno che ha ridotto in schiavitù una o più ragazze, donne costrette a prostituirsi. Fosse per me condannerei a morte anche i clienti di prostitute minorenni ridotte in schiavitù. Sarebbe comunque sbagliato pensare alla pena di morte come deterrenza a non commettere reati.

La pena di morte dovrà essere semplicemente una "pena" da applicare a coloro che commettono reati particolarmente efferati. È ora di smetterla di pensare ad una giustizia fatta su misura per dare diritti ai malfattori e ai malvagi, è più umano pensare ad una giustizia che difenda le vittime, che protegga le vittime dei reati. Non me la sento più di mantenere in carcere gente malvagia, senza anima, e magari che si fa beffe della giustizia. Non me la sento più di mantenere in carcere un marito che ha ammazzato sua moglie e magari anche i suoi figli. Quindi SI al ripristino della "Pena di Morte", non è un fatto immorale (come in questi ultimi decenni ci hanno fatto credere), ma è semplicemente un atto di GIUSTIZIA.

Non c'è Giustizia senza Libertà, ma nemmeno Libertà senza Giustizia

12 maggio 2020

Cara Silvia, o se preferisci ti chiamerò anch'io Aisha

Cara Silvia, hai deluso. Ci hai traditi tutti quanti.


Quando ti rapirono
Quando ti rapirono quel giorno di novembre del 2018 noi eravamo qui, a difenderti. Ti abbiamo difesa dagli attacchi di una certa stampa che ti aveva immolata sull'altare della tua ingenuità, e di quell'essere andata in Africa senza quell'esperienza necessaria a fare la volontaria in certi posti, in certi luoghi. 
Il tuo sorriso e quella forza di volontà che sembravi dimostrare ci avevano contagiati.
Quando ti rapirono e per tanti giorni a seguire ti abbiamo difesa dagli odiatori del web, dagli idioti che ti avevano presa di mira proprio perché volevi aiutare tutti quei bambini africani che tu tanto amavi. Erano quelli che andavano predicando "aiutiamoli a casa loro", ma quando qualcuno di noi (o qualcuna come te) va laggiù, ad aiutare quelle persone e quei bambini, ti deridono, ti insultano. I razzisti li abbiamo combattuti, li stiamo combattendo
Ci avevi conquistati tutti per quel tuo essere così generosa, per quel tuo coraggio così puro e semplice che a molti è sembrato ingenuità, per quel tuo volerti donare agli altri a tutti i costi. 
Abbiamo sofferto molto per la tua sorte in tutti questi mesi, un anno e mezzo fatto di silenzi, grandi silenzi, a volte tante parole, tante ipotesi inutili. Anche noi abbiamo scritto qualcosa di te perché ti sentivamo vicina, perché eri nei nostri pensieri, perché ti abbiamo voluto bene. Perché anche noi di Foundation for Africa abbiamo qualcuno laggiù, andato ad aiutare quelle persone che anche tu volevi aiutare.

Finalmente libera
Immagina la nostra immensa gioia quando abbiamo saputo che eri libera. Una gioia che abbiamo subito voluto condividere con i nostri amici. Si, eravamo felici per te, per la tua famiglia, e per tutti quelli che ti vogliono bene. Eravamo tutti ansiosi di conoscere, di sapere, di capire cosa ti era davvero accaduto, dei tuoi carcerieri, di quello che ti avevano fatto. 
Ma poi è subentrata la delusione. Al tuo rientro in Italia nemmeno una parola sui malvagi che ti avevano rapita e sui criminali che per tutto questo tempo ti hanno tenuta prigioniera. A molti quel tuo silenzio sui tuoi carcerieri è apparso come tu li volessi proteggere, forse difendere. E poi la tristezza e la delusione nell'apprendere che ti eri convertita all'Islam, la religione di chi uccide, di chi disprezza le donne, di chi sottomette e perseguita chi non la pensa come loro.

E poi qual nome, Aisha
Lo sai chi era Aisha? Anch'io ho letto il Corano, ma non per questo mi sono convertita all'Islam.

Aisha, una delle mogli di Maometto, forse la prediletta. Lui la sposò quando lei aveva solo sei anni, "venduta" dal padre di lei. Il primo rapporto sessuale tra i due avvenne quando la "bambina" Aisha aveva solo nove anni. Questo è l'Islam che ancora oggi sposa le bambine, l'islam dei matrimoni combinati, un flagello attuale anche ai nostri giorni, oggi, proprio adesso, e proprio in Africa.
Cara Silvia, ti sei data il nome di una sposa bambina. Vergognati!

Certo, noi non possiamo sapere perché, è una scelta tua (lo hai detto tu stessa). Sono scelte che fanno parte del privato interiore, della tua coscienza. Ma di certo tu adesso potrai capire anche perché non ci è più possibile starti accanto, difenderti, volerti bene.

Cara Silvia, no, non ti chiamerò Aisha, davvero non posso
Lo sai, io sono nata in Africa, da ragazza ho vissuto dove adesso l'Islam cattivo rapisce le ragazze cristiane per convertirle all'Islam, le costringe a diventare mogli e spose dei loro stessi carcerieri, dei loro stessi rapitori, le costringe a diventare schiave sessuali.
Nei luoghi dove ho vissuto io l'Islam cattivo di Boko Haram ha distrutto interi villaggi, ucciso migliaia e migliaia di persone. Provocato (ad oggi) 2,7 milioni di profughi, gente, famiglie che non potrà mai più ritornare nei luoghi di origine. 
Più di un milione di bambini non potrà mai andare a scuola perché quell'Islam ha distrutto le scuole e ucciso gli insegnanti, gli educatori, i maestri. 

No Silvia, io non potrò mai chiamarti Aisha. Non sei come Leah Sharibu, ancora prigioniera di Boko Haram in Nigeria perché non vuole convertirsi all'Islam. O come Asia Bibi, per 9 anni prigioniera in Pakistan perché non ha mai voluto abiurare la sua fede cristiana. Quelle si, donne coraggiose, non come te che hai abbracciato la fede dei tuoi rapitori e dei tuoi carcerieri.

No Silvia, io NON potrò mai chiamarti Aisha. Tu mi hai tradita, tu ci hai traditi tutti quanti 

L'Islam è come un gigantesco amplesso dove "godono" solo i vigliacchi che non hanno nessun rispetto per la vita umana e per le donne


Articolo di
Maris Davis


Condividi su Facebook

29 febbraio 2020

Cinque motivi per scegliere l'Adozione a Distanza

L’adozione a distanza è un cambiamento attivo dall'interno. Un gesto di solidarietà che si manifesta nel favorire il sostegno alla vita di un bambino.


Con un impegno economico minimo possiamo assicurare benefici enormi a bambini più sfortunati e intere comunità. Potranno continuare a vivere nel loro paese, ma in salute e con dignità, e forse, scegliere di adottare un bambino a distanza ti pone davanti a dubbi e incertezze. Vogliamo aiutarti a fare chiarezza e mostrarti come un piccolo gesto possa riaccendere le speranze di chi soffre.

Scegliere di adottare un bambino a distanza
Nonostante le difficoltà, abbiamo la fortuna di essere nati qui, e non in un paese povero del terzo mondo. Quello che possiamo fare ora è trasferire un po’ della nostra fortuna a bambini che sono stati dimenticati dalla dea bendata. Anche se poco, quello che possiamo donare può fare la differenza nella loro vita. Con il sostegno a distanza potrai seguire da vicino la crescita e lo sviluppo del bambino che stai aiutando, creerai con lui o lei un legame forte. Rimarrai costantemente aggiornato sul progetto di sostegno che stai finanziando, e potrai vedere come il tuo atto d’amore generi sorrisi e speranza nel tuo bambino.

Perché scegliere l’adozione a distanza
Vediamo assieme alcuni degli innumerevoli motivi per cui dovresti decidere di adottare un bambino a distanza.

Garantire cibo e salute
Sono 1 su 7 i bambini che soffrono la fame nel mondo. Nei paesi più poveri basta veramente poco per garantire un pasto a questi bambini. Non vogliamo più vederli soffrire per la mancanza di quel cibo di cui la nostra comunità conta le calorie. Aiutandoli iniziamo a sdebitarci della nostra quotidiana abbondanza.

Adottare un bambino a distanza significa anche garantirgli le cure di cui ha bisogno: combattere la mortalità infantile e le malattie che prolificano a causa della povertà, come la tubercolosi e l’AIDS. Il nostro intervento in queste zone del mondo significa ospedali, farmaci e personale medico. Significa fermare le sofferenze.

Offrire istruzione per assicurare un futuro ai bambini più poveri
Con l’adozione a distanza paghi gli studi di un bambino. Permettendogli di frequentare la scuola, lo stai liberando da un destino segnato dalla povertà e dal degrado. Laddove le scuole sono troppo costose, troppo lontane e inaccessibili, il tuo sostegno farà la differenza.

Ricevere un’istruzione adeguata dovrebbe essere il diritto di ogni bambino, perché la formazione è il primo e fondamentale passo verso la consapevolezza di una società più giusta. Una società in cui viene insegnato il rispetto per gli altri, l’uguaglianza sociale e la parità di genere sarà sicuramente una società migliore, in grado di prosperare e continuare il suo sviluppo dall'interno.

Adozione a distanza: aiutare i paesi meno fortunati a svilupparsi
Potrai decidere di adottare un bambino a distanza o donare il tuo sostegno a distanza a favore di un’intera comunità. Il tuo gesto avrà comunque delle benefiche ripercussioni su tutto il tessuto sociale in cui si va a inserire.

Le adozioni a distanza seminano i loro benefici nell'intera comunità. Permettono ai paesi poveri di svilupparsi: sostengono i progetti per lo sviluppo e gettano le basi per una società più equa.

Basta poco per adottare un bambino a distanza
Hai la possibilità di fare del bene e ridare speranza a bambini che la brutalità della vita ha sbattuto sulla strada. E lo puoi fare con uno sforzo economico minimo. Il tuo contributo assumerà un valore immenso. Con solo 90 centesimi al giorno circa aiuterai un bambino a crescere, mangiare, curarsi, andare a scuola e disegnare un futuro migliore.

Adottare un bambino a distanza è veramente semplice e lo può fare chiunque. Non è un’adozione vera e propria, non esistono obblighi giuridici e la puoi interrompere in qualsiasi momento. Concedi solo qualche mese di preavviso, per avere il tempo di trovare un altro sostenitore per quel bambino.

Con soli 90 centesimi al giorno circa puoi donare a un bambino una vita più serena e dignitosa nel suo paese di origine. Un futuro che i suoi genitori non sono in grado di garantirgli.

Benefici fiscali dell’adozione a distanza
Quando adotti un bambino a distanza puoi ottenere delle agevolazioni fiscali. Ti basterà conservare le ricevute dei pagamenti o la contabile del bonifico che hai fatto.

Potrai così dedurre l’importo della donazione dal tuo reddito complessivo in sede di dichiarazione dei redditi e ottenere specifici benefici fiscali a seconda dell’ammontare del tuo impegno.

Come adottare un bambino a distanza
Ci hai pensato diverse volte. Il sospetto di essere truffati è sempre dietro l’angolo, a causa delle persone disoneste che approfittano della solidarietà umana. Così, accade che eviti di essere solidale per non farti truffare.

È un’ingiustizia impressionante, perché provoca delle conseguenze incalcolabili in termini di mancati aiuti. Non lasciare che l’avidità di gente senza scrupoli ti neghi il diritto di essere solidale.

Se decidi di Adottare un Bambino a distanza affidati ad associazioni che conosci, serie e organizzate, che operano là dove i bambini vengono davvero aiutati. Oppure fatti consigliare da persone che conosci e di cui ti fidi.

Noi ti possiamo consigliare due link, noi stessi abbiamo adottato bambini attraverso queste due associazioni. Sono serie, puntuali e precise. Ti danno notizie del bambino almeno due volte all'anno e ti permettono di andare a trovare il bambino o la bambina adottata nel luogo in cui vive.



Condividi su Facebook



La Cina continua a conquistare pezzi di Nigeria (e di Africa)

La Nigeria è sempre più indebitata con la Cina C’è grande preoccupazione in Nigeria in relazione all’indebit...