Storie di nigeriane uccise. Una notte di follìa e sadismo tolse la vita a Evelyn

Era la notte tra il 20 e il 21 febbraio 2005 quando Evelyn, nigeriana di 23 anni, venne uccisa da tre quasi coetanei italiani alla periferia di Brescia in una notte di follìa, perversione, sadismo, e razzismo.


Foto di Hitler e scritte naziste nella camera di uno dei tre killer. «L' ipotesi della rapina degenerata non sta in piedi, c'è l'ombra del razzismo», così disse il pm di Brescia subito dopo l'arresto dei tre killer.

«L'hanno uccisa loro, non ci sono dubbi. Resta da chiarire il movente, l'ipotesi della rapina degenerata non sta in piedi». Giancarlo Tarquini, procuratore di Brescia parlò anche di «notte di follia di gruppo dove hanno regnato crudeltà profonda, perversione, sadismo e forse anche razzismo». Evelin aveva solo 23 anni, e fu trovata morta nelle campagne attorno a Brescia.

Durante la perquisizione nella camera di uno degli arrestati i carabinieri hanno trovato collage di fotografie di Hitler, frasi inneggianti al nazismo, una valigetta con scritto «chi tocca muore» con due pistole giocattolo.

E poi c'è quella cintura in pelle, usata per stringere il collo di Evelyn durante quella notte di vero e proprio sadismo. Fu portata da Francesco (uno dei killer), 22 anni di Pompiano (BS), e che getta sulla vicenda l'ombra della premeditazione. «Quel laccio doveva servire per immobilizzarla, non per strangolarla» disse uno degli assassini durante la confessione fiume al sostituto procuratore e ai carabinieri di Gardone Valtrompia e Brescia.

Versione poco convincente perché sarebbe bastato poco, a tre ragazzi, per rapinare una coetanea indifesa. «Ho tentato di fermare gli altri due» ha aggiunto Francesco, scaricando la responsabilità sugli amici-complici, che a loro volta rilanciarono. «L' idea non è stata nostra, ma sua»

«Francesco è un ragazzo intelligente, lucido. Sa cosa dice e lo fa con proprietà di linguaggio. Una personalità inquietante, da studiare», disse il pubblico ministero subito dopo l'interrogatorio.

«Non capisco, non riesco a crederci, è stato travolto da una storia più grande di lui», commentò il datore di lavoro di Francesco. «Sono cinque anni che lavora da noi e qui troverà sempre la porta aperta». Come Francesco, anche Andrea e Stefano (gli altri due assassini) vengono descritti come ragazzi buoni, affabili, educati. Da nessuno una sola parola di pietà per Evelyn, ma solo belle parole per i suoi assassini.

Eppure la sera del 20 febbraio si sono trasformati
Il terzetto non era affiatato: «Andrea non l'avevo mai visto prima, non lo conoscevo», raccontò Francesco. «È stato Stefano, che avevo conosciuto mesi prima, a chiamarmi, dicendo che aveva urgente bisogno di soldi. Così ho pensato che potevamo rapinare Evelin, quella prostituta nigeriana che già conoscevo come cliente»

Scatta la trappola
La telefonata, l'incontro e poi, sull'auto della mamma di Andrea (uno degli arrestati), e quindi il delitto a sei mani. Evelin viene presa a calci, a sprangate, strangolata con la cintura e finita a botte. Non prima di averla violentata e stuprata a turno per almeno un'ora, così accertò anche l'autopsia sulla ragazza.

La sfida
Vicino al cadavere i carabinieri trovarono un biglietto con scritto «Purè», il soprannome che le prostitute nigeriane di Brescia avevano dato a Francesco e del quale lui andava fiero. Una «firma» decodificata più tardi, quando il ragazzo ha commesso errori grossolani quasi a soddisfare il desiderio inconscio di venire catturato.

«L'abbiamo fermato in tempo», disse un carabiniere, «quel ragazzo ci stava sfidando. Rischiavamo di trovarci tra le mani un delitto-fotocopia tra qualche tempo»

Un delitto e tre vite sbagliate
Tre ragazzi (un bresciano e due cremonesi) arrestati per l' omicidio di Evelyn.

Il primo soprannominato "Purè", Francesco, 22 anni, di Pompiano (Brescia). Operaio specializzato. Voleva bene ad Evelin, disse, ma le poi ha teso la trappola portando da casa la cintura di mamma con la quale la ragazza nigeriana è stata uccisa. Ha "firmato" il delitto lasciando sul posto un biglietto con il suo soprannome, «Purè». Sopranome che gli avevano dato le stesse nigeriane. Francesco, reo confesso del delitto, era un simpatizzante nazista.

Poi c'è Stefano, 19 anni, di Soncino (Cremona), il «piccolo» del branco, era impegnato soltanto in lavoretti saltuari. È in camera sua che i carabinieri trovano i collage delle fotografie di Hitler, frasi inneggianti al nazismo e due pistole giocattolo. Sul collo ha tatuato una scritta inquietante «Doc, denominazione di origine controllata, mostro per caso»

Ed infine Andrea, vent'anni, anche lui di Soncino (Cremona), disoccupato, compaesano di Stefano. Non conosceva né Francesco né Evelin. Quella notte, per la «spedizione» alla Mandolossa, alla periferia di Brescia, secondo gli inquirenti, ha messo a disposizione l'automobile della madre all'interno della quale si è consumato il delitto.

La morte di Evelyn fu raccontata nella cronaca di alcuni giornali locali e subito dimenticata, né si sa dove oggi oggi sia sepolta la sua salma, forse restituita ai genitori in Nigeria, o più probabilmente sepolta in un anonimo cimitero del bresciano.

Due anni dopo il delitto, nel processo d'appello (svolto con rito abbreviato), i tre killer sono stati condannati a una pena detentiva di 14 anni ciascuno. Il giudice d'appello, nonostante le evidenze, non ha riconosciuto né l'aggravante per "futili motivi", né quella di "odio razziale". I tre assassini finiranno di scontare la loro pena tra uno o due anni e così molto presto torneranno in libertà.

Per ricordare quelle che, tra di noi, non ci sono più
Raccontiamo queste storie, anche a distanza di anni, per tenere vivo il ricordo di quelle nigeriane che, come me, sono state vittime della più odiosa schiavitù, quella sessuale, e non ce l'hanno fatta a sopravvivere.

Negli ultimi dieci anni almeno 500 ragazze nigeriane sono state uccise in Italia, oltre duemila sono scomparse e di loro si sono perse le tracce, forse sono ancora vive in Italia o in un altro paese europeo, forse sono rientrate in Nigeria, forse sono morte, uccise o sopraffatte da malattie o dall'AIDS.




Articolo a cura di
Maris Davis


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