Agbogbloshie, Ghana. Ecco dove finiscono i rifiuti elettronici del ricco occidente

Ghana, la discarica di Agbogbloshie ad Accra. La Sodoma e Gomorra dell'Hi-Tec. Falò di rottami e nuvole di fumi tossici stanno avvelenando irreparabilmente l'ambiente e le persone.


Ad averla creata il traffico illegale che ogni anno riversa in Africa la spazzatura elettronica dell'Occidente.

A pochi km da Accra. Una città nella città, dove vivono decine di migliaia di persone. La più estesa discarica africana di rifiuti elettronici.

Molti, da governi ad associazioni, da agenzie a ong, promettono di smantellarla. Ma sono progetti che durano poche settimane, addirittura pochi giorni. Poi la novità scompare come scompaiono i “benefattori” e i “curiosi”, e tutto torna come prima. Peggio di prima, perché questa è una gallina dalle uova d’oro, dove a lucrare sono in molti. Tranne i disperati.

Agbogbloshie rappresenta un grande buco nero. Un luogo dove tutto è possibile e illegalità e rischio sono la norma

Qui approdano ogni anno migliaia e migliaia di tonnellate di e-waste (impossibile fornire una cifra precisa). Computer, stampanti, televisori, fornetti elettronici, frigoriferi, cellulari. Roba ormai inutile secondo chi la butta via. Condemned things, la definiscono invece tutti quelli che su quei rifiuti fa business.

Arrivano dall'Europa, compresa l’Italia, dagli Stati Uniti, da paesi cosiddetti avanzati che, però, non riescono a smaltire questi oggetti di consumo in modo adeguato e seguendo le regolari procedure.

Sono oggetti che rientrano nella categoria di “rifiuti pericolosi” e che quindi, secondo la Convenzione di Basilea (il principale trattato internazionale per la regolamentazione dei movimenti di rifiuti pericolosi fra le nazioni), sarebbe vietato spedire nei paesi in via di sviluppo. Ma quella stessa convenzione ne permette l’esportazione per la riparazione e il riuso. E così avviene.

Ogni settimana decine di container contenenti questa merce arrivano nel porto di Tema, grande centro a circa 30 chilometri dalla capitale del Ghana. False etichette per indicare che si tratta di beni di “seconda mano”, e una catena di corruzione sistematica rende possibile lo scarico anche di quegli oggetti che sono, in realtà, in massima parte inutilizzabili.

Cosa hanno in comune un televisore vecchio modello proveniente dall’Olanda, il monitor di un PC con una targhetta di riconoscimento scritta in italiano e un cellulare acquistato negli States? Hanno in comune il fatto di essere ormai considerati e-waste (rifiuti elettronici) e di aver affrontato un lungo viaggio per finire la propria vita ad Agbogbloshie, in Ghana, dove si trova la più grande discarica tech dell’Africa. Un’inquietante realtà che già diverse volte è finita sotto i riflettori dei media.

Il Paese che recupera e ricicla
Il Ghana è un Paese dell’Africa occidentale molto povero, ma in forte crescita economica. Acquistare qui un qualsiasi tipo di apparecchio elettronico appena uscito dalla fabbrica è praticamente impossibile. Da un lato sarebbe materialmente difficile trovarlo sul mercato, dall'altro il suo prezzo di vendita rischierebbe di essere molto superiore rispetto a quanto si paga normalmente.

Motivi che hanno spinto il Ghana a specializzarsi nel recupero e riciclo dei rifiuti elettronici e hanno trasformato il Paese in una delle mete preferite dell’e-waste mondiale. Le strade di Accra, la capitale, pullulano di negozi di elettrodomestici ed elettronica di seconda mano.

All'ingresso pile di frigoriferi e televisori in bella mostra, mentre nel retrobottega giovani ragazzi armeggiano con pinze e fili di rame vicino a un transistor.

Come sistema di riparazione è forse un po’ primitivo, ma sicuramente efficace. Soprattutto se si prendono in considerazione le parole di Martin Oteng-Ababio, professore dell’Università del Ghana. “Molti degli studenti possiedono un computer di seconda mano perché il mercato dell’usato, per buona parte della popolazione, è l’unica via d’accesso alla tecnologia


Ogni mese arrivano al porto di Accra 500 container di rifiuti elettronici provenienti dai Paesi più sviluppati del mondo

Tecnologia che, sotto forma di e-waste, proviene dalle aree più sviluppate del mondo e che nel 2018, è stato calcolato, toccherà le quasi 50 milioni di tonnellate prodotte all’anno. In una speciale classifica dei Paesi più consumisti la parte del leone ovviamente la fanno gli Stati Uniti con 7.072 tonnellate annue (circa 22,12 kg per ogni americano) di rifiuti elettronici. Ma anche l’Europa dice la sua con le 1.511 tonnellate del Regno Unito e le 1.077 dell’Italia. Per non parlare poi della Norvegia che di tonnellate ne produce solo 146, ma ha uno dei valori pro capite più elevati (28,4 kg).

Il mercato internazionale dell’e-waste
Adam Minter, autore di Junk Yard Planet, parla di “circa 500 container al mese in arrivo al porto di Accra”. Un circolo vizioso che porta nei Paesi in via di sviluppo gli avanzi di un Occidente hi-tech: apparecchi elettronici magari obsoleti ma ancora funzionanti, o che comunque un valore ce l’hanno per via delle componenti metalliche che contengono. Imballati e spediti per mare, una volta arrivati a destinazione c’è ad attenderli un capillare giro di intermediari, riparatori e rivenditori dell’usato. In Europa, Asia, o America, i fornitori non aspettano altro che una telefonata: si tratta un po’ sul prezzo e si organizza subito un’altra spedizione.

Il lato negativo di questa compravendita dipende dalla qualità della merce in arrivo. Perché, in mezzo a molti apparecchi funzionanti, c’è anche una notevole quantità di rottami inutilizzabili. Un flusso di rifiuti tossici vietato dalla convenzione di Basilea che i ricercatori dell’Università del Ghana spiegano così: “Il trattamento dell’e-waste nel rispetto delle leggi ne eleva notevolmente il costo e allora i rifiuti tendono a migrare verso i Paesi in via di sviluppo dove le leggi non ci sono, o comunque non vengono rispettate

Secondo alcuni studi, la durata media di un’apparecchiatura elettronica usata è di due o tre anni. E ad Accra, quando qualcosa non può essere riparato, finisce ad Agbogbloshie. Questo il nome del sobborgo ad ovest della capitale dove col passare del tempo si è creata un enorme discarica del tech che sta inquinando in modo irreparabile il sottosuolo e le acque del fiume Odaw.


Sodoma e Gomorra, ovvero la grande discarica
Agbogbloshie non è una semplice discarica. È un agglomerato umano cresciuto, col passare del tempo e con l’aumento dell’e-waste, nei sobborghi ovest della capitale. Un luogo dove, secondo le stime, abitano circa 80 mila persone che si guadagnano da vivere tra falò di plastica e nuvole di fumi tossici, in quella che qualcuno ha ribattezzato poeticamente “Sodoma e Gomorra

La verità è che di poetico ad Agbogbloshie non c’è nulla. A dominare è la povertà e i rifiuti elettronici, che qui rappresentano un’opportunità di sopravvivenza concreta. Uomini, donne e, soprattutto, ragazzini camminano tra i rottami in cerca di parti e componenti da smantellare e rivendere. La merce più preziosa e ricercata sono i fili di rame che gli e-waste boys recuperano dai fuochi di rifiuti spenti.

Ma qui materie prime e componenti di qualche valore sono solo di passaggio. Dal Ghana, infatti, vengono imbarcate nuovamente e spedite a industrie e raffinerie dell’Occidente, andando ad alimentare il mercato dell’e-waste illegale che fa i propri affari sulla pelle dei Paesi più poveri.

Le conseguenze
La pratica comune dei falò di rottami elettronici diffonde nell’aria componenti pericolose per la salute (metalli pesanti come cadmio, mercurio, bromo, ecc..) che il vento spinge poi a km di distanza. A pagarne le conseguenze sono gli stessi abitanti. Secondo le analisi compiute su diversi campioni di sangue (International growth centre), i livelli di piombo risultano estremamente alti.

Ma lo stesso discorso va fatto per l’ambiente. “Quello che una volta era un paesaggio verde e fertile”, ricorda Mike Anane, il giornalista che ha svelato al mondo gli orrori di Agbogbloshie, “è oggi un cimitero di plastiche ed elettrodomestici dismessi

Anni e anni di discarica hanno inquinato irreparabilmente il sottosuolo e le falde acquifere sottostanti. Lentamente il corso dell’Odaw si è riempito di rifiuti. Rifiuti che il fiume trascina poi fino al mare, nel vicino Golfo di Guinea, e che contribuiscono a rendere ancora più gravi gli effetti dell’inquinamento avvelenando anche la fauna marina.




Articolo a cura di
Maris Davis

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