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Rwanda, 25 anni dopo il genocidio. Così le donne hanno cambiato il paese

Oggi in parlamento gli uomini sono in minoranza. Dopo le stragi del 1994 le donne sono state protagoniste di un vero e proprio cambiamento culturale.


Il Rwanda è una delle nazioni più povere sulla terra e solo fino a pochi anni fa alle donne venivano negati i diritti fondamentali.

Poi, nel 1994, tutto è cambiato. La maggior parte degli uomini sono stati uccisi e le donne sono rimaste sole. Ma non si sono né spaventate né fermate. Hanno preso in mano il paese e a loro si deve la sua rinascita.

Un po' di Storia

L’Africa Sub-Sahariana è l’area del pianeta che meno ha potuto approfittare delle opportunità offerte dalle trasformazioni economiche di fine Novecento. Povertà crescente, una drammatica situazione sanitaria e la cronica debolezza delle strutture statali post decolonizzazione. Una lunga serie di colpi di Stato e guerre civili ha fatto del paese delle mille colline il teatro del più grande massacro etnico dopo l’Olocausto.

Era il 6 aprile di 25 anni fa. Niente armi sofisticate o aviazione. Per le atrocità peggiori bastarono machete e fucili, imbracciati dai giovani miliziani dell’Mrdn, il partito Hutu. Uno scontro etnico e sociale tra i più sanguinosi della storia, che ebbe ripercussioni ben oltre i confini naturali del paese. Il numero delle vittime, la maggior parte Tutsi, si aggirò intorno agli 800mila in soli 100 giorni. Migliaia di morti anche tra gli Hutu, uccisi dal partito Tutsi, l’Rpf o perché contrari ai massacri.


Paul Kagame

In quei 100 giorni di sangue molti erano fuggiti nella vicina Uganda, dove l’Rpf, il cui capo era Paul Kagame, si stava organizzando per riprendersi il paese. Da allora a guidare il Rwanda è lui. Un vero e proprio regime autoritario che potrebbe durare ancora a lungo, secondo quanto stabilito da una modifica della Costituzione nel 2015.

Da quando Kagame è al potere, però, il piccolo Rwanda ha raggiunto importanti traguardi. Un paese stabile che lavora per sanare le ferite tra Hutu e Tutsi per una convivenza pacifica, il suo sviluppo economico-tecnologico è in crescita e i tassi di povertà si abbassano sempre di più. Un cambio consistente che ha come protagonista le donne.

Divario di genere

Prendiamo la questione del divario salariale. Seppur diverso in tutto il mondo a seconda di come lo si misura, ovunque le donne vengono pagate molto meno degli uomini. Chiudere il divario sembra difficile ma non impossibile, molto vicino ci sta andando proprio il Rwanda.

Prima del genocidio le donne non potevano parlare in pubblico o aprire un conto in banca senza l’autorizzazione dei mariti, le capanne avevano un’entrata separata per le donne che portava direttamente alla cucina, un chiaro indicatore che quello era il loro posto. Ovviamente non avevano alcun diritto sulle finanze familiari e quello che guadagnavano doveva essere consegnato ai mariti.

Dopo le violenze e le centinaia di migliaia di morti, la popolazione del Rwanda era composta per il 65 per cento da donne. Di loro, secondo le stime Onu, 250mila erano state vittime di stupro e i bambini nati da questi si aggirano tra i 5mila e i 20mila.

Nonostante il trauma, molte di queste donne trovarono la forza di testimoniare al Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda ad Arusha in Tanzania. Per la prima volta lo stupro, considerato prima di allora alla stregua del furto di una vacca, venne riconosciuto come arma di guerra e crimine contro l’umanità. Il paese aveva completamente mutato la sua struttura sociale.

A causa della mancanza di uomini le donne entrarono in massa nel mondo del lavoro, accedendo per la prima volta a lavori che prima per loro erano proibiti. Si aprirono le porte dell’istruzione e il numero delle bambine iscritte alla primaria e secondaria raggiunse presto quello dei bambini. Le donne cominciarono a entrare in polizia, nell'esercito, poi divennero sindaci o governatrici.

Nel 1999 venne riconosciuto loro il diritto all'eredità. Stavano cambiando il paese. Il governo capì che le donne erano necessarie per la ricostruzione del Rwanda e implementarono nuove politiche per agevolarle al potere.

Verba volant, scripta manent. E così nel preambolo della nuova Costituzione, emanata nel 2003 venne messa nero su bianco la parità di diritti tra uomini e donne, fissando al 30 per cento la rappresentanza a tutti i livelli di governo che spettava alle donne. La Costituzione ha anche creato la posizione di “controllo dei generi” a garanzia della conformità dei programmi pubblici rispetto agli obiettivi del paese in tema di uguaglianza e pari opportunità.


Il Rwanda delle donne

Il 2008 fu l’anno della svolta. Il Rwanda fu il primo paese al mondo ad avere un parlamento a maggioranza femminile con una percentuale del 56 per cento. Record confermato e cresciuto al 64 per cento nel 2013, come riportato dall’Inter- Parliamentary Union. Si tratta della percentuale più alta al mondo, mentre quella della partecipazione nella forza lavoro è dell’88 per cento. Stessa percentuale per quanto riguarda il reddito che le donne portano a casa, sono loro, infatti, a mantenere le famiglie.

Secondo alcuni studi sulla violenza di genere, maggiore è la differenza tra il salario di moglie e marito, maggiore è la possibilità che le donne siano vittime di violenza. Nonostante ciò, il caso del Rwanda è curioso perché, secondo un rapporto del governo, una donna su due ha subito violenza. Un dato inaccettabile e così, sempre nel 2008, le deputate rwandesi hanno dimostrato la loro forza proponendo una legge che prevenisse e punisse la violenza sessuale e di genere.

Entrata in vigore nel 2011, questa legge è stata fondamentale nella costruzione di un’articolata struttura a tutela e promozione dei diritti delle donne. Venne creato un ministero apposito, un ufficio responsabile del rispetto dell’uguaglianza di genere all'interno della polizia e dell’esercito e poi i “Isange-One Stop Centre”, centri dotati di personale di polizia, medico e giudiziario, che possano fornire i servizi necessari alle vittime di violenze sessuali più rapidamente possibile.

Il Rwanda è uno dei pochi paesi nel mondo in cui una donna ha le stesse probabilità di un uomo di lavorare fuori casa, sesto, secondo la classifica del "Global Gender Gap Index 2018" stilato dal World Economic Forum, ad aver ridotto il divario di genere. Il Global Gender Gap è stato introdotto per la prima volta dal World Economic Forum nel 2006 per fornire un quadro della disparità di genere nel mondo e poterne seguire i progressi nel tempo.

Global Gender Gap Index 2018

L’edizione di quest’anno mette a confronto 149 paesi su una scala da 0 (disparità) a 1 (parità) attraverso quattro dimensioni tematiche, i sotto indici di: partecipazione economica e opportunità, educazione, salute e sopravvivenza, empowerment politico. Il punteggio generale è pari al 68 per cento, questo vuol dire che c’è ancora un gap del 32 per cento da chiudere. Il divario è ancora ampio nella maggior parte dei 149 paesi, nessuno ha raggiunto la piena parità, solo i primi sette hanno chiuso fino all'80 per cento del gap. 

Nella top ten ci sono Islanda, Norvegia, Svezia, Finlandia, Nicaragua, Rwanda, Nuova Zelanda, Filippine, Irlanda e Namibia. Un risultato pazzesco, ancor di più se lo paragoniamo all'Italia che si posiziona solo 70° posto, a metà classifica.

L’Africa Sub-Sahariana, con un divario di genere medio del 33,7 per cento, è caratterizzata da un’alta partecipazione femminile nella forza lavoro. La costante crescita del Rwanda che negli anni precedenti aveva raggiunto fino al quarto posto nella classifica mondiale, si è fermata per la prima volta, scendendo appunto di due posizioni. La causa è un aumento del divario di genere nell'indice di partecipazione economica e opportunità, che comporta un calo della presenza delle donne e di parità salariale in lavori professionali e tecnici.

Nonostante ciò, il Rwanda mantiene forti prestazioni per quanto riguarda l’empowerment politico, rimanendo il paese con la più alta percentuale al mondo di donne parlamentari e una quasi parità in posizioni ministeriali. A partire da quest’anno, il Rwanda ha chiuso oltre l’80 per cento del suo divario di genere, il secondo valore più alto registrato dall'indice. Un cambiamento culturale, cominciato come meccanismo di sopravvivenza dopo il genocidio ma che grazie a politiche mirate ha permesso al paese di avvicinarsi sempre di più alla chiusura del divario di genere.

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Articolo di
Maris Davis


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