giovedì 11 luglio 2019

Internally displaced people, il fenomeno delle migrazioni Sub-Sahariane

Sono "sfollati", ovvero persone costrette ad abbandonare i luoghi d'origine per le cause più diverse. Sono "sfollati interni" se questo movimento di popolo avviene all'interno dello stesso Stato di appartenenza, "sfollati" o "rifugiati" se le persone in fuga sono costrette ad attraversare almeno un confine internazionale.


Un fenomeno in crescente aumento nell'Africa Sub-Sahariana
Ammonta a 28 milioni di persone il numero dei nuovi "Internally Displaced People" (IDPs), registrati solo nel 2018. Questi si aggiungono ai 40 milioni registrati l’anno precedente dall’UNHCR. Si tratta del nucleo centrale delle migrazioni odierne, che lambisce marginalmente l’Europa e che rimane invece circoscritto all'area di conflitto da cui scaturisce o nella sua immediata periferia.

Per dare una definizione precisa, si tratta di “persone o gruppi di persone costrette od obbligate a fuggire o ad abbandonare le loro case o luoghi di residenza abituale, in particolare a causa o per evitare gli effetti di conflitti armati, situazioni di violenza generalizzata, violazioni di diritti umani o disastri naturali o provocati dall'uomo, e che non hanno attraversato un confine internazionalmente riconosciuto

I disastri naturali, la causa principale
La causa principale del loro status è data dai disastri naturali, che ne determinano i due terzi del totale, mentre la restante parte è composta da chi fugge da violenze o conflitti armati. Qual'è, quindi, la differenza sostanziale tra questa categoria e quella più comunemente conosciuta dei “rifugiati

Rifugiati
Il rifugiato è, secondo la Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati “Convenzione di Ginevra” del 1951, una persona che “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi

Nel corso degli anni, la definizione è stata modificata e ampliata, facendo sì che diventasse centrale il riferimento all'attraversamento di un confine internazionale. Agli IDPs, quindi, non viene riconosciuto uno status speciale dal diritto internazionale: “the term ‘internally displaced person’ is merely descriptive” si legge nelle spiegazioni dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ciò non significa che rappresentino un fenomeno secondario nel vasto scenario migratorio odierno, anzi al contrario: basta guardare quale sia lo Stato con il più alto numero di sfollati interni, le Filippine, con quasi 4 milioni, dei quali la metà a causa del tifone Mangkhut, che ha colpito l’arcipelago all'inizio di settembre dell’anno scorso.

Etiopia
È l’Etiopia ad avere nel 2018, in proporzione, un numero di persone che fuggono dalle armi nettamente superiore a quello di chi ha lasciato la propria casa a causa di disastri: oltre 2,8 milioni contro poco meno di 300 mila persone.

Attualmente, la cifra complessiva si aggira ai 2,5 milioni, ma quest’anno si è toccato il picco, con un’impennata nettissima rispetto al passato e più che raddoppiando il numero registrato nel 2017. Ciò è dovuto all’acuirsi degli scontri nel Paese, in particolare lungo i confini della regione Oromia con la Southern Nations, Nationalities and Peoples’ (SNNP) a sud-ovest, la Benishangul-Gumuz a nord-ovest e il Somali National Regional State (SNRS) a est.

Diversi scontri, tra gli altri, si sono verificati nella capitale di quest’ultima, Jijiga, e nella stessa capitale etiope Addis Abeba. Il conflitto per le risorse e la violenza etnica hanno provocato 2,9 milioni di nuovi sfollati in Etiopia nel 2018, più che in qualsiasi altro paese del mondo e quattro volte il dato del 2017.

Somalia e Corno d'Africa
Anche siccità e carestia sono un fattore chiave nella nascita degli IDPs. soprattutto lungo il confine con la Somalia, dove si concentra buona parte della richiesta di urgenti aiuti umanitari per contrastare la malnutrizione.

Molti somali, dallo scoppio della guerra civile negli anni ’90 ad oggi, vivono in una situazione di precaria sostenibilità, causata anche dalla profonda siccità che devasta regolarmente il Corno d’Africa. I due fenomeni hanno quasi lo stesso peso sulla bilancia degli sfollati, come mostrano i dati IDMC: nel solo anno scorso, 547 mila persone sono state colpite da cause climatiche, a fronte di altri 578 mila soggetti invece alle violenze. Il totale degli IDPs ha così raggiunto i 2,6 milioni di persone.

In Somalia gli scontri regionali, in particolare tra i jihadisti di al-Shabaab e le forze filo-governative, uniti alle espulsioni forzate dalle città, hanno portato al più alto numero di nuovi spostamenti in un decennio. Nel 2014, la Somali Disaster Management Agency (SODMA) ha iniziato la prima fase di profiling degli IDPs, iniziando con cinque dei più grandi insediamenti di sfollati interni a Mogadiscio: Horsed, Tarabunka, Sigale, Darwish e Bondhere. A quella data, erano circa 50 mila le persone registrate nei campi.

Non sorprende, quindi, che lo spostamento interno sia un fenomeno sempre più urbano. Conflitti, shock climatici e progetti di sviluppo su larga scala spingono le persone dalle aree rurali a quelle cittadini, e tali afflussi presentano grandi sfide per i centri e possono aggravare i fattori di rischio esistenti. Le persone che sono fuggite dai combattimenti nella Somalia rurale, ad esempio, affrontano, una volta arrivati a Mogadiscio, situazioni di povertà estrema, insicurezza di ruolo e spostamenti forzati da inondazioni e sfratti. Ecco quindi che gli spostamenti prendono origine anche nelle città, sia che siano scatenati da conflitti, disastri o infrastrutture e progetti di rinnovamento urbano.

Sud Sudan
La guerra civile in atto dal 2013 ha provocato un grave stato di insicurezza. Un terzo della popolazione, 4 milioni di persone hanno abbandonato i luoghi d'origine, sia perché coinvolti direttamente nel conflitto, ma soprattutto per l'impossibilità di coltivare le terre e avviare qualsiasi altro tipo di attività economica come l'allevamento di bestiame. Un milione e mezzo di persone ha trovato "rifugio" in Uganda

Repubblica Democratica del Congo
Proseguendo nella lista degli Stati con il più alto numero di "Internally Displaced People", troviamo la Repubblica Democratica del Congo (RDC). Qui nel 2018 sono stati quasi 2 i milioni di sfollati, causati in larga parte dai conflitti armati. In totale, però, la cifra supera i 3 milioni, poiché decenni di disordini continuano a causare nuovi spostamenti.

Le cifre per la Repubblica Democratica del Congo sono altamente prudenti e non catturano l’intero paese, ma si registra un calo rispetto al 2017, quando si sfiorarono i 4,5 milioni. La situazione, però, sembra non conoscere tregua, nonostante i tentativi della diplomazia italiana e francese di riportare la pace nella zona, che dall'inizio degli anni ’90 è immersa in continui scontri.

Le elezioni presidenziali tenutesi lo scorso 30 dicembre non hanno risolto definitivamente il conflitto, che prosegue nelle provincie del North Kivu, South Kivu, Tanganyika e Kasai Central, oltre all'emergere di nuovi focolai in quelle di Ituri e Mai-Ndombe. L’inizio ufficiale delle attività in loco dell’ISIS e la costante presenza dell’Ebola, fanno sì che la popolazione civile possa difficilmente rimanere serena nelle proprie abitazioni. Infatti, chi decide di abbandonare non solo la propria casa, ma anche il Paese, si dirige principalmente verso quelli più vicini: in primis l’Uganda, che compare anche tra i primi cinque Stati al mondo per numero di rifugiati ospitati.

La stessa Repubblica Democratica del Congo compare al nono posto della classifica sopracitata (paesi che ospitano rifugiati di altri paesi). Come abbiamo visto, infatti, la differenza sostanziale da un IDP e un rifugiato è l’attraversamento intenzionale di un confine nazionale. Questo, nella maggior parte dei casi, si traduce fin da subito con uno spostamento di persone verso gli Stati limitrofi, anziché verso quelli più lontani come quelli europei.

Il caso Nigeria
Dal 2009 è in atto, nelle regioni nord-orientali del paese, un conflitto contro le milizie islamiste di Boko Haram, gruppo integralista islamico. Nel 2015 la crisi si è aggravata a tal punto che, ad oggi, almeno 2,7 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare i luoghi d'origine. Un terzo di di questi si sono "rifugiati" in Camerun e in Niger, il resto è ospitato in campi per "sfollati" nelle zone più sicure del Paese.


Resta grave l'emergenza umanitaria nella zona attorno al Lago Ciad, zona di influenza di Boko Haram, aggravata nel 2018 da un lunghissimo periodo di siccità, e dove almeno 20 milioni di persone sono travolte dalla carestia.

Altri punti di crisi nell'Africa Sub-Sahariana
Oltre ai già citati casi di "Internally displaced people" resta grave la situazione nella regione occidentale dell'Africa Sub-Sahariana, Mali del nord e Burkina Faso, integralismo islamico, e nella Repubblica Centrafricana, guerra civile e violenze.

È sempre gravissima la situazione nella regione del Darfur e in generale in tutta la regione meridionale del Sudan, conflitti armati decennali. Un situazione che potrebbe aggravarsi anche alla luce del recente colpo di stato militare che di recente ha deposto il presidente "genocidiario" Omar al-Bashir dopo 30 di potere assoluto.

Il Niger è invece un paese di passaggio per tutte le migrazioni che dal sud del Sahara si spostano il Libia in attesa di giungere in Europa.

Nel mondo, la crisi siriana e il Libano
Il capitolo della questione siriana, e quindi dei relativi sfollati e rifugiati, merita un’analisi a sé. Anche perché si specchia con la situazione sociale del Libano, meta per molti che fuggono dal Paese governato da Assad ma dove il peso dei propri sfollati interni, risalenti ancora alla guerra civile libanese (1975-1990), si fa ancora oggi sentire.

In un’indagine compiuta da due ricercatori dell’Università dell’Arizona e condotta su oltre 2 mila residenti libanesi, completata nell'estate 2017, oltre un terzo degli intervistati ha dichiarato di essere stato sfollato durante la guerra civile. Circa il 44% degli intervistati è stato colpito, esposto a bombardamenti, aggressione fisica e tortura o rapimento. Anche tra coloro che non hanno subito violenza diretta, il 70% era a conoscenza di violenze nelle vicinanze del proprio distretto. Di conseguenza, gli intervistati hanno identificato una serie di motivi per lasciare le loro case: minacce alla sicurezza, atti di violenza, situazione economica difficile e mancanza di bisogni primari.

In modo analogo, molti siriani sono stati spostati in più posti. Circa il 12% ha dichiarato di essere stato sfollato in Siria prima di recarsi in Libano. Qui, la vicinanza geografica e la facilità di attraversamento delle frontiere consentono alle persone di andare avanti e indietro per controllare i membri della famiglia e le loro proprietà.

Sempre secondo i dati ottenuti da questo studio, la durata del dislocamento medio si aggira attorno ai 7 anni, ma alcuni libanesi non sono tornati a casa per oltre 40 anni, mentre altri non vi hanno ancora fatto ritorno. Diversi fattori hanno ritardato o impedito alle persone di tornare a casa: impossibilità di ricostruire le proprie case, insicurezza, conflitti religiosi e difficoltà di acclimatamento, ossia l’adattamento che si attua in risposta a variazioni dell’ambiente climatico, alla loro nuova locazione.

Per quanto riguarda i rifugiati siriani, circa il 60% degli intervistati ha espresso il desiderio di tornare a casa; solo il 18% sostiene di non voler tornare in nessun caso. Sulla base dell’esperienza libanese, quindi, è probabile che molti di essi rimarranno sfollati per ancora molti decenni in futuro. Coloro che ritornano, nel frattempo, dovranno essere sostenuti al fine di ottenere soluzioni durature nel loro paese di origine. Un costo che sta lievitando a livello globale, mentre i finanziatori dei fondi predisposti iniziano a tirarsi indietro: il caso del taglio del contributo degli USA al bilancio dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA) potrebbe essere il primo, importante segnale di un cambio drastico nelle politiche di cooperazione ai PVS dell’Occidente.

Global Report on Internal Displacement 2019
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Articolo di
Maris Davis


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giovedì 27 giugno 2019

Non sono razzista, ma .. C'è un'Italia che sta facendo l'abitudine al Razzismo

Siamo davvero fortunati noi africani ad avere al nostro fianco un personaggio come Fabio Carini, l’organizzatore della mezza maratona di Trieste del 5 maggio.


Fortunati ad avere uno che lotta per il nostro bene, che per proteggere dallo sfruttamento (di procuratori cinici) quelli di noi che sono bravi nella mezza-maratona, aveva pensato di escludere dalla corsa tutti i "neri". Per il nostro bene aveva detto.

Come dire che l’apartheid sudafricano era un modello per preservare la genuinità dei neri dalla corruzione del capitalismo bianco. Sembra impossibile eppure è tutto vero.

Fabio Carini. Ha dichiarato all'Ansa «Quest’anno abbiamo deciso di prendere soltanto atleti europei per dare uno stop affinché vengano presi dei provvedimenti che regolamentino quello che è attualmente un mercimonio di atleti africani di altissimo valore, che vengono semplicemente sfruttati e questa è una cosa che non possiamo più accettare»

Ed ecco come è andata a finire. Siccome la faccenda era diventata troppo mediatica e dopo che il signor Carini si è giustificato dicendo che era una provocazione, gli atleti di colore sono stati riammessi alla gara e uno di loro ha pure vinto, ma non sappiamo se era "sfruttato"

Diventa persino difficile parlare di un gesto così miserabile, che non meriterebbe nemmeno tre righe, ma non si può tacere, non si può accettare che dopo averlo annunciato e messo per iscritto, i responsabili se la cavino con un “ma era una provocazione”. Si stava scherzando, un colpetto per togliersi la polvere dalla spalla e via. Tutto finito, uno scherzo? Assolutamente NO.

NO e ancora NO. Se si voleva denunciare lo sfruttamento di certi atleti, si potevano denunciare quei manager scorretti che lucrano sulla pelle dei fondisti africani. Il problema è che certi atteggiamenti, per il tono, il linguaggio e i contenuti, non sarebbero stati tollerati qualche stagione fa. Invece oggi spostiamo sempre più in là il limite del tollerabile.

Ricordate dieci anni fa quando l'allora semplice deputato, ma capogruppo del Carroccio in Consiglio comunale a Milano, Matteo Salvini propose di istituire vagoni della metropolitana milanese separati per gli extracomunitari (allora si chiamavano così, extracomunitari) perché così ci sarebbe stata più sicurezza per gli italiani?

Uno scenario da Alabama degli anni Cinquanta, quando Rosa Parks, divenuta un simbolo di chi si batte per i diritti civili, si rifiutò di cedere il posto sull'autobus a un bianco. Dieci anni fa quella trovata di Salvini suscitò alcune reazioni, anche da parte di esponenti del Popolo della libertà, il partito nato dall'Unione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale.

Se oggi qualcuno riproponesse una idea simile, la reazione, se ci sarà, sarà minore. La prima volta la frase suscita anche un po’ di indignazione, ma la seconda volta passa inosservata. Ci sembra normale, ci abbiamo fatto il callo e l’asticella del tollerabile si è alzata ancora una volta.

L'asticella del tollerabile si è pericolosamente alzata

  • Se non ci indigna per le parole cattive di un ministro contro i migranti (sempre lo stesso Salvini di dieci anni fa, uno che con l'odio ha fatto carriera).
  • Se non ci si indigna se un governo forte con i deboli emana la "prima legge razziale del XXI secolo", e un anno dopo perfino la raddoppia concedendo il "bis".
  • Se non ci si indigna per le parole di Giorgia Meloni che in un video ha detto affondiamo la Sea Watch con il suo carico di migranti a bordo,
  • Se non ci si indigna per gli insulti nel web a Silvia (la ragazza italiana rapita in Kenya il 20 novembre scorso). "Che ci è andata a fare, poteva restare a casa".
  • Se non ci si indigna per lo squadrismo "fascista" organizzato che assalta su facebook qualsiasi post a favore dei migranti,
  • Se non ci si indigna per i muri alzati in Europa, e quelle parole del premier ungherese davvero "irripetibili".
  • Se non ci si indigna per gli striscioni contro Papa Francesco liberamente esposti da Forza Nuova e Casa Pound.
  • Se non ci si indigna per tutti quegli striscioni di critica a questo governo italico fatti togliere dalla forza pubblica.
  • Se non ci si indigna se picchiano un nero, o magari gli sparano
  • Se non ci si indigna se arrivano gli squadristi di Casa Pound per impedire l'assegnazione di una casa popolare ad una famiglia di colore, regolare e da tanti anni in Italia.
  • Se non ci si indigna se arrivano insulti contro i passeggeri "neri" sugli autobus di linea, nella metro, sui treni, nei luoghi pubblici, in strada.
  • Se non ci si indigna quando una ragazza di colore viene stuprata, derubata, offesa.
  • Se non ci si indigna quando le destre governative tolgono ovunque in Italia gli striscioni di Amnesty International "Verità per Giulio Regeni".
  • Se non ci si indigna se quel "Fabio Carini" di Trieste è ancora al suo posto e nessuno ha pensato a farlo dimettere dopo le sue dichiarazioni contro gli atleti di colore.

E io stessa ho alzato la mia asticella del tollerabile, e già perché anch'io ormai ho imparato a non reagire agli insulti a causa del colore della mia pelle. In fondo, si, dopo un po' ci si abitua.

Ma è sbagliato perché bisognerebbe indignarsi anche per i piccoli e insignificanti atti di intolleranza, perché a forza di alzare l'asticella, si rischia di arrivare ai forni crematori di hitleriana memoria.

Non sono razzista, ma .. Se parli con ogni singolo italiano e italiana ti dirà, ti giurerà, che NON è razzista. Ma poi in tanti, in troppi secondo me, aggiungerà un piccolo "ma" giustificando certe frasi, certi atteggiamenti, certi comportamenti politici, cercando di argomentare, giustificando, magari arrampicandosi sugli specchi.


È proprio di quel "ma" che ci dobbiamo preoccupare, un "ma" che fa alzare l'asticella del tollerabile

E poi c'è la doppia faccia di tanti italiani. Sono i finti "bigotti", io li chiamo ipocriti, vanno in giro esibendo il crocifisso che hanno in tasca, sono orgogliosamente cattolici ma criticano il Papa quando parla di migranti e di immigrazione, partecipano a quei convegni sulla famiglia "tradizionale" (secondo loro l'unica possibile), e poi scopri che, contrariamente a quello che c'è scritto nel Vangelo, sono decisamente intolleranti, hanno parole di odio per quelli che non la pensano come loro, per i diversi, maschilisti allo stato puro, amano le donne, ma solo se sono "sottomesse" .. insomma sono i moderni farisei. Ligi alla "Sacra Scrittura", ma solo se fa comodo e quando fa comodo.


È arriverà anche il momento in cui sarà necessario reagire, perché l'Italia NON è più quella della tolleranza e dell'accoglienza di qualche anno fa, e sarà necessario che TUTTA la società civile reagisca prima che si lasci travolgere da tutto quello sterco che puzza di RAZZISMO




Articolo di
Maris Davis


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mercoledì 26 giugno 2019

Kenya. Silvia Romano aveva denunciato abusi su bambine, forse rapita per vendetta

Che le indagini sul rapimento di Silvia fossero carenti e blande (anche da parte italiana) era già nell'aria, ma ora salta fuori che sono spariti perfino documenti ufficiali e foto, tra cui la denuncia che la ragazza aveva fatto contro un pedofilo kenyota solo pochi giorni prima del suo rapimento. Denuncia ora introvabile, come introvabile è il pedofilo denunciato dalla ragazza.


E poi c'è quel brutto affare di Likoni, dove un italiano (che Silvia aveva conosciuto) gestisce una struttura per bambini, e dove avvengono episodi poco chiari di molestie sui bambini e sulle bambine. Una struttura di proprietà del figlio di un potente politico locale, intoccabile, e quindi su cui è impossibile indagare.

Per il rapimento di Silvia sono indagati tre uomini, ma manca il quarto rapitore, un certo "Adam" che secondo gli investigatori è la mente.

La prima cosa che salta agli occhi cercando le tracce di Silvia Romano, la ventitreenne milanese sequestrata la sera del 20 novembre a Chakama, in Kenya, è che le indagini sono state abbastanza carenti, che c’è una competizione tra le varie polizie del paese africano e tra queste e l’esercito che si è occupato di scandagliare tutto il territorio al confine con la travagliata Somalia.

Di Silvia non si sa niente dal momento della sua scomparsa. Sparita nel nulla. A parte il silenzio stampa chiesto dalla Farnesina, un atteggiamento di routine che serve più a mantenere segreti inconfessabili che a salvaguardare la vita degli ostaggi o l’inquinamento delle relative indagini, in questi casi si riesce sempre ad avere qualche informazione. Questa volta no. Niente di niente. Davvero sconsolante.

Scusi, ma Silvia Romano ha dormito qui?”. La signora che gestisce la guest house Marigold, nel caotico centro di Mombasa, non solo è gentile, ma anche collaborativa e chiama subito il figlio Aash Sahiko, che si presenta con i registri degli ospiti. Dopo una veloce ricerca arriva la risposta: “Sì, è stata qui il 22 settembre e la notte tra il 5 e il 6 novembre

Ogni dettaglio è prezioso. Silvia è venuta qui sola? “Certo. Ha pagato il prezzo della camera singola. È arrivata sola ed è ripartita sola”. Il figlio della signora che gestisce la guest house se la ricorda bene: “Una bella ragazza così, resta impressa. Ero contento quando l’ho vista per la seconda volta in novembre

Ma è venuto qualcuno della polizia keniota o agenti italiani a chiedere informazioni su Silvia?
No, nessuno. Quando abbiamo saputo del suo rapimento ci siamo preparati a ricevere la visita di qualche investigatore e ci siamo meravigliati che non siano comparsi i poliziotti” Com'è possibile che nessun inquirente si sia fatto vivo per verificare che la ragazza fosse sola?

Silvia, bella, giovane e dinamica, non poteva non attrarre le attenzioni di qualche ragazzo. Infatti erano in tanti a farle la corte o addirittura a dichiararle grande amore, come Alfred Scott un fisioterapista dell'ospedale di Mombasa che su Facebook proclama di essere innamorato della milanese.

Due ipotesi sul suo rapimento
Alla polizia di Nairobi sul rapimento vengono formulate due ipotesi: sequestro per ottenere un riscatto, oppure sequestro per tapparle la bocca su accuse di pedofilia di cui sarebbe stata testimone in due casi, il primo a Likoni e il secondo anche per molestie nella stessa Chakama, villaggio nell'entroterra di Malindi, luogo in cui fu poi rapita.

Le bugie del suo "presunto" fidanzato, un italiano conosciuto in Kenya
Silvia arriva per la prima volta in Kenya il 22 luglio dell’anno scorso. Aveva conosciuto un italiano, Davide Ciarrapica durante una festa di beneficenza. Il trentunenne di Seregno gestisce un centro per bambini a Likoni, un villaggio separato da Mombasa da un braccio di mare che si può superare con un traghetto.

La ragazza intravede la possibilità di fare qualcosa a favore dei più deboli. Così quel giorno si imbarca per Mombasa con lui. Imbarazzante una dichiarazione rilasciata verbalmente da Ciarrapica a un detective keniota. "Impossibile per me riportare qui i particolari scabrosi", riferisce costernato l’investigatore, “Senza alcun pudore Davide, durante un colloquio il 15 maggio scorso, racconta che Silvia, durante il viaggio in aereo, gli è saltata addosso. Piuttosto strano mi è sembrato un modo per screditarla ai miei occhi. Io non gli ho creduto

Silvia resta al Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre di Davide per un mesetto, poi torna a Milano. Il 5 novembre rientra in Kenya. All'aeroporto di Mombasa, va a riceverla proprio Davide Ciarrapica. Insieme vanno a Likoni, ma lei ci resta poche ore. A fine giornata torna a Mombasa e si ferma a dormire al Marigold. La mattina dopo corre a Chakama, insieme a due nuovi volontari appena arrivati nella struttura di Africa Milele, la onlus per cui lavorerà proprio con l'obiettivo aiutare i bambini.

Casi mai chiariti di "presunte" molestie sui bambini nel centro gestito da Davide a Likoni
Quello che si capisce è che da quelle parti si respirava una brutta aria. Una mamma che conosceva bene Silvia all'attracco del traghetto Likoni-Mombasa racconta della permanenza della ragazza in quei luoghi e scoppia in lacrime: “Le voglio bene, le voglio bene. Spero che torni presto. Io avevo tre bambine in quella struttura, poi le ho ritirate”. Perché? “Accadevano cose poco corrette e imbarazzanti. Tornate a casa le mie figlie riferivano di strani atteggiamenti di Davide e del suo socio, Rama Hamisi Bindo”. Il pianto continua a dirotto.

Una visita al "Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre" lascia confusi e stupefatti. Siamo accolti da una signora che si illumina in volto: “Ah, grazie al cielo, dottoressa. Lei è venuta qui per quella quattordicenne incinta”. Evidentemente no, ma desta perplessità anche il fatto che Davide arrivi con la sua girlfriend, una stupenda diciassettenne. Insomma Davide ha già provveduto a sostituire Silvia come "fidanzata"

Silvia aveva promesso a Davide una raccolta fondi
Dopo la sua prima esperienza a Chakama, Silvia rientra in Italia, promettendo comunque a Davide che organizzerà a beneficio del suo centro, incontri di beneficienza per raccogliere fondi. Cosa che fa in ottobre. Ritorna in Kenya il 5 novembre (due settimane prima del suo rapimento) e va a Likoni, giusto il tempo per essere accolta freddamente dai bambini, che hanno l’ordine di restare sull'attenti immobili e di non salutarla, e da Davide, che l’accusa di non aver raccolto sufficiente denaro.

Davide in Italia è stato condannato a 6 anni di reclusione
I bambini africani fanno sempre una gran festa alla gente, specialmente a quella che conoscono e che ha giocato tempo prima con loro. Quei ragazzini restano invece impietriti. “Davide è un collerico irascibile, racconta un altro ex impiegato. Ecco perché in Italia recentemente è stato condannato a 6 anni di reclusione e 35 mila euro di danni per aver staccato a morsi un orecchio durante una rissa in una discoteca di Milano

Racconta uno degli inquirenti kenioti che sta cercando di dipanare l’intricata matassa: “Abbiamo avuto indicazioni che Silvia manifestasse un certo disagio nei confronti della struttura dove, secondo lei, si verificavano molestie nei confronti dei piccoli ospiti. Quell'organizzazione è guardata con una certa benevolenza dalle autorità locali. Il socio e amico di Davide Ciarrapica, nonché proprietario della villa che la ospita, Rama Hamisi Bindo, è figlio di un famoso politico e gode di protezioni insospettabili

“Sì, gode di protezioni potenti”

La polizia di Mombasa, secondo un testimone che teme ritorsioni e intima per ben tre volte di non pubblicare il suo nome, non è mai intervenuta con la dovuta determinazione per indagare sul caso: “Ecco un rapporto riservato critico sul comportamento di come sia stata condotta l’indagine laggiù”. Tira fuori dal cassetto un documento assai compromettente (che però non possiamo pubblicare per non compromettere le indagini).


Sotto promessa dell'anonimato un ispettore di polizia keniota racconta a Massimo Alberizzi e Hillary Duenas, giornalisti di Africa Express particolari dell'inchiesta su Silvia Romano

Nella sua deposizione del 15 maggio scorso alla polizia, Davide Ciarrapica, che per altro afferma di essere stato ascoltato dai carabinieri del ROS durante una sua visita in Italia in gennaio, dichiara di aver sconsigliato a Silvia di andare e prendere servizio a Chakama, eppure in una e-mail inviata a Silvia affermava esattamente il contrario. È stato proprio lui, Davide, a consigliarle di andare a Chakama.

Ma quello che inquieta di più è che all'aeroporto di Mombasa sono spariti tutti i file su Silvia Romano
Ai visitatori che entrano in Kenya viene scattata una fotografia e vengono prese le impronte digitali. Una procedura che deve aver riguardato anche la ragazza milanese. Allora ci chiediamo perché nell'archivio della polizia aeroportuale non c’è niente sull'ingresso in Kenya di Silvia il 5 novembre 2018.


Due giornalisti di Africa ExPress, Massimo Alberizzi e Hillary Duenas, sono andati alla centrale di polizia di Malindi per indagare sul rapimento di Silvia Romano

Riserva sorprese anche l’archivio della polizia di Malindi
L’undici di novembre, nove giorni prima di essere sequestrata, Silvia, dopo aver chiesto consiglio alla presidente di Africa Milele, Lilian Sora che dall'Italia dà il suo totale benestare, con altri due volontari, Giancarlo e Roberta, si reca alla centrale di polizia a denunciare un keniota che per qualche giorno ha soggiornato nello stesso affittacamere in cui da tempo vivono i volontari dell’associazione, un certo Francis Kalama di Marafa, pastore anglicano.

Lo accusano di atteggiamenti equivoci nei confronti di alcune bambine

Una ricerca approfondita sui registri delle querele della polizia non porta a nulla. Gli agenti che se ne occupano e controllano i faldoni, allargano sconsolati le braccia.


La polizia di Malindi è assai cooperativa e i funzionari hanno controllato i registri delle denunce per ben due volte per cercare quella che Silvia Romano fece pochi giorni prima del suo rapimento. Un denuncia che ora risulta sparita

Eppure in un messaggio audio WhatsApp, Silvia, che qualcuno dipinge come sprovveduta e che invece si dimostra testarda, legalista e amante della giustizia, racconta con una dovizia di dettagli di essere andata alla polizia e di aver avuto l’assicurazione che Kalama sarà arrestato e “le bambine sottoposte a un test medico”.

Particolare assai pesante. La promessa comunque non avrà seguito: Kalama (il pastore anglicano accusato da Silvia di molestie) è uccel di bosco, sparito. Di lui nessuno ha più traccia, tanto meno gli investigatori, né si pensa abbia mai avuto notifica della denuncia.


File WhatsApp di Silvia 10 giorni prima di essere rapita, mentre informa la presidente di Africa Milele, Lilian Sora, sulla sua denuncia contro Francis Kalama (pastore anglicano) per atteggiamenti equivoci nei confronti di alcune bambine

Per il rapimento di Silvia attualmente in cella ci sono tre persone:
  • un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, Moses Luari Chende;
  • un keniota di etnia orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro), Gababa;
  • e un somalo con un documento d’identità keniota ottenuto illegalmente senza la necessaria e obbligatoria procedura, Ibrahim.
“Loro sanno sicuramente qualcosa ma sono solo degli esecutori. Aspettiamo che facciano i nomi dei mandanti

Già, ma in Kenya fare i nomi di chi ha ordinato un rapimento è come suicidarsi. “Ma perché governo italiano non garantisce la sicurezza in Italia? Una taglia e un permesso di soggiorno per chi fornisce informazioni sarebbero assai utili”. Una domanda banale, ma senza risposta.

Salta fuori anche una critica della polizia all'esercito
Ha chiuso le frontiere con la Somalia, ma non è stato assolutamente cooperativo con le indagini. Certo, non è il loro compito, ma loro sono andati anche in villaggi remoti, dove per noi è difficile arrivare

Sempre alla polizia di Malindi scuotono la testa a sentire parlare degli inquirenti italiani: “È venuto qui il console onorario, Ivan del Prete, con un altro paio di persone ma non ha fatto granché. Ha chiesto informazioni, ma niente di più
(Fonte: Inchiesta African Express)




Articolo di
Maris Davis


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lunedì 24 giugno 2019

Nigeria, il destino delle donne rapite da Boko Haram e poi liberate

Il destino delle donne che vissero con Boko Haram. Dal 2015, decine di migliaia di donne prima rapite da Boko Haram e poi fuggite o salvate dall'esercito nigeriano e ora incontrano difficoltà di reinserimento sociale. Il report di International Crisis Group


Boko Haram, l'organizzazione terrorista formata da gruppi jihadisti armati, che scorrazzano nel nord-est della Nigeria dal 2009, è tornato all'offensiva.

Nel 2015, l'esercito nigeriano, con il sostegno dei Paesi vicini (Camerun, Ciad e Niger), aveva iniziato una contro offensiva meglio coordinata, tanto che riuscì a riconquistare buona parte del territorio controllato dai jihadisti. Nel 2016, Boko Haram si divise in due fazioni e riprese slancio, soprattutto nell'ultimo anno, come si legge in un lungo e dettagliato rapporto di International Crisis Group.

Una fazione ora si chiama Stato Islamico e agisce nella Provincia dell'Africa Occidentale (ISWAP). Ha vinto una serie di battaglie contro l'esercito nigeriano e sta costruendo una sorta di "proto-stato" sulle rive e le isole del lago Ciad, colmando le lacune nella fornitura di servizi da parte dei pubblici poteri, allo scopo di coltivare il sostegno della popolazione civile.

Il flusso migratorio di ritorno
La seconda fazione, gestita dall'ex leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, che ha basi soprattutto nella foresta di Sambisa e lungo il confine tra Nigeria e Camerun. Ha segnato alcuni recenti successi militari, anche se un buon numero di città e villaggi continuano ad essere alternativamente controllati dall'esercito nigeriano e dai gruppi armati dei jihadisti.

Questo ha fatto maturare la convinzione, tra osservatori e operatori umanitari, che sembra al momento improbabile la fine del conflitto. Nonostante i suoi risultati non uniformi, la campagna militare del governo ha prodotto un flusso di rimpatriati da Boko Haram, per lo più donne e ragazze, dalle città d'origine e dai campi per sfollati interni.

Il difficile ritorno delle donne e gli infanticidi
All'inizio queste donne hanno trovato il ritorno molto difficile. Sono state temute come potenziali terroriste, da quando Boko Haram aveva utilizzato donne come kamikaze.

Per questa ragione molte di loro hanno dovuto affrontare uno stigma intenso, soprattutto quelle di loro che avevano messo al mondo dei bambini o delle bambine nate in seguito a stupri subiti dai "tagliagole" di Boko Haram. Nel 2015 lo stigma era così forte e diffuso che i gruppi di aiuto e le ONG locali hanno assistito a casi di infanticidio. Le madri sentivano che i loro bambini non avevano alcuna possibilità di accettazione sociale.

Abusi continuati
La maggior parte delle donne intervistate da Crisis Group ha riferito che gli uomini armati controllano l'accesso ai pass per lasciare i campi profughi, così come l'accesso a una varietà di programmi di assistenza e confermano abusi per mano delle forze di sicurezza, insulti, minacce, furti e varie forme di violenza sessuale.

Diversi hanno notato che l'esercito nigeriano è ora meno rigido (o semplicemente più debole) del CJTF, la Task Force creata dalla coalizione internazionale a guida USA contro il cosiddetto stato islamico dell'Iraq, istituita dal comando centrale degli Stati Uniti per coordinare gli sforzi militari contro Da'esh, composta da militari statunitensi e personale proveniente da oltre 30 paesi.

Lo stigma in fase di esaurimento
C'è un ampio consenso tra i funzionari umanitari internazionali e le ONG locali che lo stigma attribuito alle donne rimpatriate è diminuito, così come è diminuita la pura imprevedibilità del numero di donne che ritornano e il passare del tempo.

Tuttavia la situazione degli sfollati nel nord-est della Nigeria, in particolare nel Borno State, continua ad essere grave, dal punto di vista della carenza di cibo, cure mediche e opportunità economiche. Gli attacchi ai campi stessi rimangono una minaccia.

Ma, mentre nel 2015 le donne cominciano a tornare erano ampiamente considerate con sospetto, per le loro esperienze precedenti sotto il controllo jihadista avvolto nel mistero, oggi dopo 4 anni, migliaia di donne sono tornate e poche persone le vedono come minacce immediate. Insomma, l'accettazione è migliorata, le persone si stanno abituando a loro.

La logica patriarcale
Ma ci sono anche altri motivi per cui oggi meno persone considerano le ex-donne rapite da Boko Haram come un pericolo. Il principale è rappresentato dalla logica patriarcale della società nel nord-est nigeriano, dove sono in pochi a ritenere che le donne rimpatriate siano pienamente responsabili delle azioni di Boko Haram.

La cultura dominante del Borno rurale non trasforma mai queste donne in autorità perché "loro", in fondo, sono "solo donne". La clemenza si deve anche al fatto che poche donne sono state coinvolte in combattimenti o altri atti di violenza.

Le forme di riscatto femminile
La vita nel nord-est della Nigeria è una lotta cronica per le donne, sia sotto il governo federale, che spesso non riesce a fornire servizi di base ai suoi cittadini, (alle donne in particolare) o sotto il controllo jihadista di Boko Haram, che sfrutta le donne per raggiungere i propri obiettivi. Eppure se le donne sono ferite dalla negligenza dello Stato e dalle tattiche insurrezionali, ma non sono solo oggetti passivi.

Molte di loro hanno contestato il sentimento popolare di donne semplicemente vittime dei gruppi jihadisti e la tradizione che ignora la lunga storia delle aspirazioni femminili.

Una maggiore partecipazione delle donne alla vita sociale e partecipativa, e una maggiore responsabilizzazione delle donne nella gestione pubblica oggi potrebbe anche aiutare a risolvere il conflitto con Boko Haram, terroristi islamici che della donna non hanno la minima considerazione.


Video. Il destino delle donne che vissero con Boko Haram




Articolo di
Maris Davis


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venerdì 21 giugno 2019

Razzismo all'italiana. Decreto in-sicurezza atto secondo

Il peggio deve ancora venire. Decreto in-sicurezza bis, una serie di norme punitive in merito al soccorso in mare di migranti. Ennesima "legge razziale" nell'indifferenza di tutti.


Decreto in-sicurezza, atto secondo. Una serie di norme punitive in merito al soccorso in mare di migranti e ai promotori e ai partecipanti di manifestazioni. Un pacchetto costosissimo e molto pericoloso per uno Stato democratico.

L'analisi tecno-giuridica del decreto è dell'avvocato Riccardo Morielli, operatore legale del Centro di Accoglienza Straordinaria di Savona.

Il ministro dell’Interno ha perso l’ennesima occasione per rivolgere altrove le sue mire politiche e governative nel vero interesse del Paese.

Non pago della prima ondata di “sicurezza” che ha generosamente regalato agli italiani nell'ottobre del 2018, in queste ultime settimane, il ministro si è rimesso le vesti del legislatore d’urgenza e ha sfornato un decreto “sicurezza bis” che, nonostante le revisioni dell'ultimo momento (che sono un contentino per farlo votare anche ai 5 Stelle), dimostra una volta ancora, non solo la sua debolissima conoscenza della Carta Costituzionale, ma anche la sua totale impreparazione in tema di diritto internazionale.

D'altronde quando si consente a soggetti privi della conoscenza dei fondamenti giuridici di legiferare, per giunta con strumenti d’emergenza utilizzati impropriamente, il risultato non può che essere un abominio normativo di difficile comprensione e di ancor più difficile accettazione.

Questa volta ha perfino superato se stesso

Gli istituti colpiti dalle modifiche legislative che dovrebbero regalare a tutti i cittadini italiani una sicurezza definitiva, non vanno solamente ad interessare l'affair migratorio ma vanno ad intaccare alcuni diritti storici del nostro sistema democratico, limitandoli grandemente.

Prima di vederli nel dettaglio è doveroso fare un rapido passaggio sugli interventi in materia immigrazione introdotti col decreto.

Articolo 1

Con l’articolo 1 del decreto Sicurezza Bis, Salvini getta la maschera circa la sua propensione all'accentramento del potere governativo di infausti e tragici richiami.

Con il nuovo comma 1-ter dell’art. 11 del Testo Unico in materia di immigrazione, ribadendo, in premessa, che il ministro dell'Interno è l’assoluta autorità nazionale di pubblica sicurezza, Salvini attribuisce a se stesso il potere di intervenire nel vietare o limitare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, per motivi di ordine pubblico, di sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni, limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, di cui all'articolo 19 comma 2 lettera g della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare.

La soluzione “palliativa” di prevedere che i provvedimenti debbano essere presi di concerto con il ministro della Difesa e con il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, rappresenta solamente un tentativo malriuscito di dimostrare una pluralità operativa, di fatto inesistente.

La finalità è invece palese. Camuffare il potere decisionale unico ed esclusivo del Viminale circa le decisioni sulla chiusura dei porti, con una malcelata condivisione dei provvedimenti al doppio scopo di ottenere l’esclusività e imporre agli alleati di governo una partecipazione tanto indotta quanto obbligata.

Tragica curiosità. Il Codice della Navigazione che attribuiva correttamente questo potere di intervento al ministro dei Trasporti risale al 1942 (epoca fascista). Salvini va oltre, introduce un ampliamento dei poteri del ministro dell’Interno che oltrepassa persino l’impianto originario mussoliniano.

L’indeterminatezza delle condotte descritte nella norma, poi, lascia campo aperto al Ministro che potrebbe decidere di vietare l’ingresso o il transito a qualsiasi imbarcazione in nome di un “allarmismo orientato, diretto a colpire esclusivamente una tipologia di navigazione. E sappiamo bene quale.

Articolo 2

Con l’articolo 2 del decreto legge sicurezza-bis viene modificato l’articolo 12 del Testo Unico in materia di immigrazione, attraverso l’inserimento del nuovo comma 6 bis.

Viene a configurarsi un nuovo illecito amministrativo accanto a quello penale già previsto dalla norma. In sostanza, si prevede l’obbligo per il comandante della nave, di osservare la normativa internazionale e i divieti e le limitazioni disposte dall'articolo 11 comma 1-ter sopra illustrato.

In caso di violazione, è prevista l’irrogazione di una sanzione amministrativa per un importo compreso tra € 10.000 e € 50.000 nei confronti del comandante, dell’armatore e del proprietario della nave. In caso di reiterazione delle condotte commesse con la medesima nave, alla sanzione economica è associata la confisca della nave, procedendo immediatamente a sequestro cautelare.

Primo abbaglio del “legislatore. Le convenzioni internazionali non ammettono in nessun caso la possibilità del mancato soccorso anche se motivato da ragioni di sicurezza. Il salvataggio e la conseguente messa in sicurezza sono i capisaldi della normativa marittima ripresa dal diritto internazionale nonché principi cardine di ogni Stato di diritto.

Anche in questo caso, poi, il generico richiamo a condotte non definite, lascia aperti spazi normativi pericolosi, all'interno dei quali il Ministro potrebbe agevolmente inserirsi per andare a contrastare qualsiasi azione posta in essere dai comandanti, in forza di una paventata necessità di sicurezza che cela, invece, una volontà di colpire chi opera nel soccorso di migranti.

Basta così? Neppure per sogno, il “bello” viene ora e viene per i cittadini italiani

Articolo 6

Con l'articolo 6 si va a scomodare una disposizione normativa risalente alla metà degli anni '70, pensata in quel tempo per contrastare la crescente diffusione e radicalizzazione dei movimenti sociali in costanza di gravi episodi accaduti (attentati e uccisioni politiche) e, fortunatamente, ormai distanti decenni dalla situazione attuale.

L’articolo 5 della legge n. 152/1975 disciplina il cosiddetto reato di “travisamento”, illecito contravvenzionale prima punito con l’arresto da uno a sei mesi, pena poi elevata nel 1977 all'arresto da sei mesi ad un anno e nuovamente modificata nel 2005 con la previsione dell’arresto da uno a due anni.

Con il nuovo decreto sicurezza, tale illecito contravvenzionale, se commesso in occasione di manifestazioni pubbliche, pur restando invariato il massimo di pena, viene trasformato in delitto, con tutta quella serie di conseguenze problematiche che un reato può rappresentare.

Ma la modifica di maggiore impatto apportata alla legge n. 152/1975, concerne l’inserimento dell’art. 5 bis, con il quale, a completamento dello spazio repressivo già saldamente e pesantemente presidiato dall'art. 336 c.p, (violenza o minaccia a pubblico ufficiale) e 337 c.p. (resistenza a pubblico ufficiale) si introduce una nuova ipotesi di reato autonomo, del tutto priva di ratio giuridica, al solo fine di creare un ulteriore deterrente per arrestare qualsiasi forma di protesta nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico.

Articolo 7

Per non farsi mancare nulla, il successivo art. 7 contiene un paio di modifiche al codice penale, anche queste di rilevante impatto. In particolare:
  • Viene innalzato il limite edittale per il reato di interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica utilità (fattispecie, tra l’altro, caduta in disuso consuetudinario negli ultimi decenni e magicamente rispolverata dal Ministro): si prevede la reclusione sino a due anni se la condotta illecita viene commessa nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico
  • In riferimento al reato di danneggiamento aggravato (635 c.p.), attualmente punito con una pena già elevata che va da un minimo di sei mesi ad un massimo di tre anni, viene previsto l’innalzamento dei limiti edittali, che vengono portati da uno a cinque anni, nel caso in cui il reato sia commesso nel corso di una manifestazione pubblica.
  • Corollario incomprensibile di tale disposizione è quello di non poter usufruire, in tali fattispecie, della portata deflattiva della scelta del rito alternativo e deflattivo della sospensione del processo con messa alla prova.
Tutto ciò è allarmante per uno Stato di diritto, oltrepassa di gran lunga le soglie di tollerabilità per uno Stato civile e democratico.

Innalzare le pene per tali tipologie di condotte o prevedere apposite nuove ipotesi delittuose, al solo scopo di creare un deterrente per impedire ai cittadini di contestare l’operato di un governo, manifestando il dissenso, è una subdola opera di controllo indisciplinato e illegittimo.

Senza contare l’enorme stanziamento di fondi statali previsto per mettere in pratica questo scempio normativo. Si parla di oltre 28 milioni di euro che, immancabilmente, ricadranno sulle tasche dei cittadini.

Davvero sentiamo la necessità impellente di impiegare, con urgenza, un così ingente quantitativo di denaro pubblico in questo modo?

Il progetto di questo secondo pacchetto sicurezza, figlio di una precedente normativa che, ad oggi, non ha sortito nemmeno un terzo degli effetti sperati dal Ministro (vedi i bassissimi numeri di rimpatri ed espulsioni), pare solamente l’ennesimo tentativo di colpire i soggetti più deboli dell’ordinamento, individuando, a turno, questa o quella categoria da contrassegnare come l’origine e la causa di tutti i problemi del Paese.

Mala tempora currunt sed peiora parantur
("corrono brutti tempi ma se ne preparano di peggiori")




Articolo di
Maris Davis


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