giovedì 28 giugno 2018

Nigeriane schiave addestrate nei bordelli di Tripoli prima di arrivare sui marciapiedi italiani

La terrificante odissea delle ragazze nigeriane, adescate nei villaggi e nelle periferie povere dell'Edo State da sorridenti mamam e poi condotte con la forza dai trafficanti verso le coste italiane.


Un viaggio che include una permanenza, fino a un paio di anni fa inedita, nelle case chiuse illegali della Libia, alla mercé di aguzzini che le costringono a prostituirsi per pochi dinari e senza preservativo. Le ribelli vengono punite con botte, torture e stupri. Chi rimane incinta viene fatta abortire a forza di calci sul ventre, o con intrugli di farmaci potenti.

Tutto avviene all'insaputa delle mamam che dall'Italia pagano i trafficanti per il trasporto delle ragazze, ma se scoprono che cominciano il mestiere già in Libia le abbandonano al loro destino. Spesso interviene una figura ricorrente nei racconti delle sventurate, il cliente-fidanzato, frequentemente di origine ghanese, che organizza una fuga dalla casa chiusa e le accompagna fino allo sbarco verso l'Italia, spesso proprio fino in Italia, guadagnandosi così la loro fiducia.

In Italia il fidanzato, o presunto tale, attende che la ragazza esca dal Centro di Accoglienza, la ospita in casa di amici e, sospettano fortemente le operatrici di Be Free (un'associazione italiana che si occupa di tratta e di violenza sulle donne), la avvia alla prostituzione lui stesso o la consegna alla mamam con cui è sempre in contatto.

La tappa del bordello libico prima dell’arrivo in Italia è la novità emersa dai colloqui con 111 detenute nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, raccolti dalla cooperativa sociale Be Free che proprio nel Cie romano ha aperto uno sportello di assistenza psicosociale e legale, operativo dal 2008.

«I racconti delle donne nigeriane presentano parecchi elementi comuni, molte ci confermano di essere passate per i bordelli in Libia», come specificato nel dossier “Pratica dei respingimenti: chi respingiamo, e a cosa condanniamo?

«In questa casa eravamo più di trenta ragazze tutte di origine nigeriana, tutte costrette a prostituirci in attesa di essere poi mandate in Italia. Sono stata là per circa 4 mesi, dovendo andare a letto con una media di cinque uomini al giorno»

Chi si rifiuta di avere rapporti non protetti viene presa a calci, picchiata con le catene, oppure costretta a sedersi sul petrolio bollente. «I segni di quelle violenze sono visibili sui corpi delle nigeriane ascoltate a Ponte Galeria, e sono chiaramente violenze pregresse» conferma la presidente di Be Free, Oria Gargano, che chiede la concessione dell’art.18, ovvero un permesso di soggiorno destinato alle vittime della tratta, anche alle donne che non sono ancora finite nella spirale dello sfruttamento in Italia ma che, nel viaggio verso l’Europa, sono state schiavizzate sessualmente e abusate dai trafficanti.

L’art.18 prevede che la riduzione in schiavitù e l’induzione violenta alla prostituzione avvengano in territorio italiano. E dunque servirebbe una modifica della norma per consentire alle nigeriane appena giunte in Italia di accedere ad un percorso di salvezza prima di uscire dai Centri di Accoglienza o dai CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo). La denuncia della Be Free, finanziata dal ministero delle Pari opportunità e dall'assessorato ai servizi sociali della Provincia di Roma, è esplicita.

«I trafficanti sono oramai talmente organizzati da aggirare le leggi di tutti i Paesi di transito e destinazione, e nel caso dell’Italia sanno perfettamente come funzionano i Centri di Accoglienza»

Il 43% delle ragazze assistite dall'associazione Be Free a Ponte Galeria sono nigeriane, tutte con un vissuto di sfruttamento sessuale o lavorativo. Il 25% ha dovuto lavorare come prostituta nei bordelli di Tripoli.

Il durissimo viaggio comincia nell'Africa sub-sahariana, specialmente dalla Nigeria, dove mamam o trafficanti individuano le ragazze delle fasce disagiate e le attirano nella rete promettendo un lavoro onesto in Italia.

Nel cammino verso la Libia, le donne vengono alloggiate nelle varie “case di transito” prese in affitto dai trafficanti dove rimangono per qualche tempo prima di proseguire.

Le tappe sono solitamente Kano e Sokoto (Nigeria), Zonder, Agadez e Duruku (Niger), Sabha e Tripoli (Libia). Il trafficante, chiamato “brother”, assicura le spese di vitto e alloggio, e via via cede le ragazze alla staffetta successiva di criminali che corrompono le guardie di confine per potere passare senza documenti né visti.

In Libia le nigeriane vengono costrette alla prostituzione con la scusa del risarcimento delle spese del viaggio. Così vengono divise in piccoli gruppi e destinate a svariati appartamenti di Tripoli dove una "senior woman", ovvero una nigeriana che da tempo vive nel bordello clandestino, le introduce al mercato del sesso e controlla che la totalità degli incassi venga consegnata agli organizzatori del bordello.

La permanenza nei bordelli può durare mesi, addirittura anni, finché vengono vendute agli intermediari che organizzano la traversata da Zuhara verso l'Italia dove verranno costantemente controllate dai trafficanti o dai finti fidanzati attraverso dei cellulari con scheda italiana. La rete di controllo continua anche nei centri di accoglienza e nei CARA.


Estendere l’art.18 anche alle donne rese schiave all'estero
Le mamam rinchiuse nei Centri di Accoglienza tengono in soggezione le ragazze e spesso vietano loro di parlare con le associazioni. «Molte donne ci dicono che, una volta uscite, qualcuno le verrà a prendere. Abbiamo il sospetto che siano dei trafficanti o delle mamam, in alcuni casi la ragazza sparisce nel nulla e non riusciamo più a ricontattarla»

Soltanto nove delle centoundici assistite hanno presentato denuncia per accedere all’art.18 (sfruttamento sessuale) e all’art.13 (sfruttamento lavorativo). Ma si tratta di ragazze sfruttate in Italia. Ecco perché servirebbe estendere l’art.18 anche alle donne rese schiave all'estero. Ed ecco perché, conclude la Be Free, respingere queste donne significa condannarle a rivivere sofferenze inimmaginabili.

«Servirebbe una commissione internazionale che vigili sul rispetto dei diritti umani in Libia». Secondo l’agenzia Unodc, la tratta degli esseri umani dall'Africa occidentale all'Europa rende dai 300 ai 500 milioni di euro ogni anno, e riduce in schiavitù migliaia di persone. La maggior parte sono ragazze destinate al «mercato del sesso» italiano, dove circa milioni di clienti non hanno scrupoli nell'avere rapporti sessuali con donne che, nel 90% dei casi, NON ha MAI scelto il marciapiede.




Articolo a cura di
Maris Davis


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mercoledì 27 giugno 2018

Cattolici, Salvini e l'onda razzista. La doppia faccia di tanti italiani

Detesto le politiche migratorie del ministro dell’interno Matteo Salvini e chi mi conosce sa che noi di Foundation for Africa ci troviamo su posizioni opposte a quelle del neo-ministro dell'interno e dei neo-razzisti italici.


Siamo in tanti a detestare questo "nuovo" che avanza, questo modo di agire subdolo e cinico sulla pelle di poveri cristi che non hanno fatto nulla di male ma sono solo alla ricerca di un "mondo migliore", siamo in tanti ma non abbastanza.

Più volte espresse le mie idee, e non da ieri, basta leggere quello che da sempre scrivo. Ritengo inaccettabile la chiusura dei porti italiani alle navi dei migranti, in palese violazione delle convenzioni internazionali in materia di soccorso di cui anche l’Italia è firmataria. E considero pericolose le parole ostili nei confronti degli stranieri, sovente sulla bocca del ministro, che altro non fanno che alimentare xenofobia e odio razziale.

Sono consapevole che l’onorevole Salvini raccoglie un ampio consenso popolare. E il suo successo elettorale, ancora sostenuto, secondo i sondaggi, dalla maggioranza dei cittadini italiani, non sarebbe stato possibile senza l’adesione di molti cattolici. Lui stesso si professa cattolico praticante. E per dimostrarlo non ha esitato, in piena campagna elettorale, a esibire il rosario e a giurare sul Vangelo.

A me pare però impossibile conciliare le politiche "salviniane" anti-immigrati con la posizione di Papa Francesco, che non smette di invitare i credenti ad «accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati» (14 gennaio 2018, Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato).

Sono tanti i credenti che ascoltano e mettono in pratica l’insegnamento del Papa. Lo dimostra la schiera di volontari e volontarie che operano in migliaia associazioni e offrono un servizio di assistenza agli stranieri. Ma è fuori dubbio che esiste una spaccatura interna alla Chiesa.

Una Chiesa divisa, per così dire, fra chi sposa i cosiddetti valori “non negoziabili” di vita, famiglia e libertà di educazione, e chi aderisce agli ideali sociali di aiuto ai poveri, di lotta alle disuguaglianze, d’inclusione sociale, di accoglienza dei migranti. Spaccatura che si respira non solo tra i fedeli, ma anche tra il clero, nelle parrocchie.

In sintesi, c’è sì una fede condivisa in Gesù Cristo, ma che spacca e si divide in fronti contrapposti quando si affrontano le questioni sociali. Sono convinta del dovere di ogni cittadino e cristiano di soccorrere e accogliere chi fugge da guerre, dittature e miseria. Non intendo assolutamente vestire i panni di Caino («Sono forse io il custode di mio fratello?»). E sono consapevole che in una stagione come quella che stiamo vivendo, il desiderio di sicurezza prevale sulla garanzia dei diritti.

Ma a farne le spese sono sempre gli ultimi. Anche se è doveroso lo sforzo di comprendere le ragioni delle paure e delle chiusure di chi grida all’«invasione degli immigrati» e «non possiamo accoglierli tutti». Che potrebbero cambiare idea se solo si ponessero in ascolto di chi ha sperimentato sulla propria pelle gravi violenze per inseguire il sogno di una nuova vita.

"Invasione degli immigrati"
Questo slogan in bocca a Salvini e ai suoi sostenitori è palesemente falso. Invasione, un termine che alimenta paure e insicurezze. Falso nei numeri, come dimostrano quelli dello stesso ministero dell'interno di cui oggi Salvini è il "capo-banda"

Negli ultimi anni la presenza straniera è rimasta stabile, se si eccettua un effettivo aumento nel biennio 2014-2015, con lo scoppio delle crisi libica e siriana.

I migranti arrivati nei primi 6 mesi del 2018 (14.441) sulle coste italiane sono quasi il 78% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017 (64.033).

Gli stranieri residenti sono poco più di 5 milioni (su oltre 60 milioni di cittadini italiani), i richiedenti asilo (2017) 186.658 e i rifugiati 167.335.

Numeri che ridimensionano il fenomeno, ma insufficienti a cambiare la testa e l'ipocrisia di molte persone, di troppe persone.

"Ecco quanti migranti stanno arrivando nel 2018. E non sembra un'invasione"

Ho sempre detestato gli ipocriti
Chi conosce la mia storia personale sa che ho passato la mia giovinezza in stato di schiavitù sessuale, fui portata in Italia dalla mafia nigeriana nel lontano 1995, una storia simile a quella di tantissime ragazze nigeriane anche di oggi, ragazze costrette a prostituirsi sulle strade di questa Italia.


Ho guardato l'ipocrisia in faccia, l'ipocrisia dei "clienti" italiani che si dicevano cattolici ma poi venivano a cercare me, prostituta-schiava, e mi raccontavano di avere mogli e figli a casa, di avere una fidanzata, che frequentavano le Chiese, gli oratori, le parrocchie. E solo io so quanto ho detestato quei "clienti"

Ma oggi, a distanza di quasi venti anni dai miei fatti privati, non è cambiato nulla. Oggi sono una mediatrice culturale e ascolto i racconti di tante ragazze nigeriane che potrebbero essere mie figlie. Italiani e cattolici, "clienti", stessa ipocrisia. Dopo essere andati in Chiesa e magari aver dato un bacio alla moglie vanno cercare quella ragazzina-schiava che per 10 euro le faccia un pompino, magari con contorno di palpeggiamenti e leccate di figa. Quanto odio ancora questi clienti "cattolici"

E il Papa mi da ragione. Nell'incontro con 300 ragazzi all'apertura del pre-Sinodo dei giovani di marzo ha denunciato quei cattolici che vanno a prostitute. “Chi va con le prostitute è un criminale, tortura le donne

L'ipocrita è un tizio che mostra a tutti il suo lato perbenista, ligio alle regole, al dovere sociale e dall'altro lato si comporta in modo abbietto e subdolo. Il suo comportamento è alla stregua di quello di un traditore.

Questione migranti e clienti di prostitute, quanta ipocrisia in questi "cattolici" italiani che finalmente mostrano la loro doppia faccia.

Io proprio per questo NON ho mai voluto diventare cattolica e mi tengo la mia cultura animista profonda della Nigeria del Sud

In questi giorni ho pensato molto, ho perfino pianto per questa onda xenofoba che avanza nell'indifferenza di troppi. O forse nell'ipocrisia di troppi.

Ho raccolto i pensieri per capire se esiste qualche giustificazione all'abbandono di navi cariche di donne incinta, bambini, persone che hanno sofferto nelle prigioni libiche, gente che per arrivare in un "mondo migliore" ha sfidato il deserto. Ma NON c'è nessuna giustificazione per chi, con la forza del suo potere, mette la politica al di sopra della vita umana.

Il ministro Toninelli ha detto che ci pensa anche di notte a quei bambini. La solita ipocrisia che mette la "politica" al di sopra di ogni umanità. Un pericoloso ritorno al Medioevo.

Certo, l'Italia ha ottenuto le attenzioni del mondo, anche dell'Europa, ma a quale prezzo. Un prezzo pagato alla sofferenza di chi voleva semplicemente cercare un "mondo migliore" in cui vivere.

Un prezzo che non pagano solo i nuovi migranti, quelli che oggi l'Italia NON vuole nemmeno sapere chi sono, come si chiamano, da dove vengono, ma è un prezzo che paga anche chi come me è qui, in questa Italia da una vita, e che ha sempre voluto integrarsi.

Il populismo, il popolo, NON capisce, NON sa distinguere il nero da un altro nero, basta che sia nero per bestemmiare alle sue spalle e dirle "Torna a casa tua", senza conoscere e senza sapere che questa è già "casa mia"

Ho pianto, si ho pianto per questa puzza che sento. Ho pianto per questa "nuova" Italia che è finalmente riuscita ad attirare su di se l'attenzione del mondo, ma con la vergogna della "disumanità" più odiosa, nel disprezzo di quel Vangelo su cui qualcuno ha perfino giurato.




Articolo a cura di
Maris Davis


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venerdì 22 giugno 2018

Mamma Faida e le altre schiave della Repubblica Democratica del Congo

Dopo il parto donne costrette a subire violenze e umiliazioni. “Detenute in ospedale per pagare le cure

Faida Mwenge con il suo bimbo, Jospin, fuori dalla casa dove abitano nel complesso dell’ospedale di Beni. La donna deve ancora versare 170 dollari all'ospedale per il parto cesareo cui venne sottoposta. Fino ad allora dovrà fare le pulizie e lavare i piatti per conquistarsi la libertà di tornare nella sua vera casa dal marito

Faida, una giovane 20enne congolese, ha partorito il suo Jospin da 3 mesi, ma il piccolo non ha ancora visto la luce del sole tropicale che abbaglia le foreste nord-orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Entrambi sono rinchiusi in uno degli ospedali fatiscenti della città di Beni, al confine con l’Uganda, non lontano da dove, a dicembre, un gruppo di ribelli ugandesi ha ucciso 14 Caschi blu dell’Onu.

Faida dopo una serie di complicazioni durante il travaglio è stata costretta ad un parto cesareo costato 260 dollari, una cifra che è riuscita a pagare solo in parte grazie all'aiuto di parenti e amici. Mancano ancora 170 dollari per saldare il debito, ma lei non lavora e il marito è disoccupato, così, finché non riuscirà a racimolare l’intera somma, sarà «detenuta» all'interno dell’ospedale, costretta a lavare i panni sporchi degli altri pazienti, dopo aver già venduto i pochi vestiti che aveva.


Faida non è la sola donna nella Repubblica Democratica del Congo e in molti Paesi dell’Africa sub-sahariana ad essere vittima della sua povertà come ha documentato lo studio «Hospital Detentions for non payment of fees: a denial of rights and dignity», pubblicato dalla onlus inglese Chatham House.

Ragazze giovanissime, spesso neo-mamme, incoscienti dei loro diritti, costrette a subire umiliazioni di ogni genere perché non hanno il denaro sufficiente per pagare diaria e trattamenti sanitari forniti dagli ospedali pubblici e privati

In uno studio effettuato per sei settimane nel 2016, Chatham House ha scoperto che 46 su 85 donne congolesi, ossia il 54% tra coloro che avevano partorito, venivano trattenute in ospedale per non aver pagato la degenza. Secondo il rapporto, almeno 950 casi sono stati documentati nel periodo 2013-2017, ma date le difficoltà nell'accedere alle strutture è probabile che il fenomeno riguardi migliaia di donne.

Una pratica così diffusa tanto da diventare, in molte regioni del Paese, il principio per cui è diritto dell’ospedale non dimettere le giovani donne finché il conto non è stato saldato. Fino a quel giorno vengono controllate a vista da guardie private nelle strutture sanitarie, in alcuni casi i medici propongono sesso in cambio della liberazione, altre volte vengono umiliate pubblicamente e costrette a lavori schiavistici all'interno dell’ospedale per ripagare il debito.


«Spesso sono le Ong a pagare per le pazienti» ha rivelato il dottor Pierrot Kabemba, direttore sanitario della regione di Beni, dove Faida è detenuta, all'agenzia di stampa americana Associated Press. Detenzioni che spesso portano i nuclei famigliari a distanziarsi, generando così ulteriore povertà.

Il numero di sfollati in Repubblica Democratica del Congo ha raggiunto quota 4 milioni e ogni giorno, secondo i numeri del Consiglio norvegese per i rifugiati, 5.500 persone sono costrette ad abbandonare le proprie case. Una «mega-crisi», come l’ha definita l’istituzione scandinava, che sta colpendo diverse regioni del Paese. Dal Kasai al Katanga al Kivu settentrionale e meridionale. Un’instabilità dovuta alle lotte tribali, alla guerra per i preziosi minerali della regione, il coltan su tutti, e agli scontri tra forze governative e ribelli indipendentisti, stanchi della presidenza di Joseph Kabila, alla guida della Repubblica Democratica del Congo dal 2006.

Alcune donne "prigioniere" all'interno di uno degli ospedali della Repubblica Democratica del Congo

Terminato il suo mandato presidenziale nel 2016, Kabila ha deciso di non lasciare l’incarico e di posticipare le elezioni ritenendo che la situazione di sicurezza nel Paese non fosse adeguata.

Una decisione che ha portato a un’escalation di violenza soprattutto nella regione indipendentista del Kasai, dove, secondo le stime del World Food Programme (Wfp), al momento 500 mila persone sono malnutrite a causa della crisi. In totale l’agenzia delle Nazioni Unite stima che almeno 3,2 milioni di congolesi stanno vivendo una grave crisi alimentare anche per la mancanza di donatori internazionali.

Dopo mesi di trattative Kabila, anche grazie al ruolo cruciale nella mediazione della Chiesa cattolica locale, si era convinto a indire nuove elezioni alla fine del 2017, salvo poi far saltare nuovamente il banco e posticipando le presidenziali di un anno. Una svolta che ha portato le Nazioni Unite, presenti nel Paese con 19 mila Caschi blu in quella che è la più grande missione di pace al mondo, a innalzare il livello di emergenza ad L3, il più alto presente e destinato in precedenza ad altre crisi come Siria, Iraq e Yemen.




Articolo a cura di
Maris Davis


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mercoledì 20 giugno 2018

Nel mondo una persona su 110 è costretta alla fuga. 68,5 milioni i rifugiati nel mondo

Nel rapporto annuale ‘Global Trends’, l'Unhcr traccia una mappa dei flussi di chi si lascia alle spalle il passato per un futuro incerto, spesso altrettanto drammatico. Si scappa soprattutto dai paesi in via di sviluppo. Le maggiori crisi nella Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Bangladesh.


Il 20 giugno è una data importante perché si celebra in tutto il mondo la Giornata del rifugiato. L'appuntamento, fortemente voluto dall'Assemblea Generale dell'Onu nel 1951, nello stesso giorno in cui l'assemblea approvò la convenzione di Ginevra, nasce con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica su una condizione, spesso oggetto di campagne diffamatorie e strumentali, che oggi coinvolge ben 68,5 milioni di rifugiati e richiedenti asilo nel mondo. Il numero più alto dall'approvazione della convenzione di Ginevra a oggi.

Il rifugiato è colui che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra.
[Articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati]

Perché è una giornata importante. La Giornata mondiale del rifugiato serve a ricordare a tutti noi, che una casa e una nazione l'abbiamo e che consideriamo questi diritti scontati e inviolabili, che non applicare le norme sul diritto d'asilo significa delegittimare la legislazione internazionale e, in particolare in Italia, disattendere un principio sancito dalla Costituzione.

In Europa questa mancata applicazione è alla base della politica dei cosiddetti "paesi di Visegrad", che prevedono un blocco dei flussi dei richiedenti asilo, negando quindi il diritto riconosciuto e sancito a ogni persona dalla convenzione di Ginevra a chiedere protezione internazionale nei casi previsti dalla legge.

Un nuovo patto globale per i rifugiati non è più rinviabile. A renderlo cruciale sono gli oltre 68 milioni di persone costrette alla fuga a causa di guerre, violenze e persecuzioni. Nel 2017 questo numero ha raggiunto un nuovo record per il quinto anno consecutivo.

I motivi sono da riscontrarsi soprattutto nella crisi nella Repubblica Democratica del Congo, nella guerra in Sud Sudan e nella fuga in Bangladesh di centinaia di migliaia di rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar. I Paesi maggiormente colpiti sono per lo più quelli in via di sviluppo.

Nel rapporto annuale ‘Global Trends, pubblicato in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, che cade oggi 20 giugno, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) traccia una mappa dei flussi di uomini, donne e bambini che abbandonano le proprie case e si lasciano alle spalle il proprio passato per un futuro incerto, spesso altrettanto drammatico.

Ogni giorno sono costrette a fuggire 44.500 persone, una ogni due secondi. “Siamo a una svolta, dove il successo nella gestione degli esodi forzati a livello globale richiede un approccio nuovo e molto più complessivo, per evitare che Paesi e comunità vengano lasciati soli ad affrontare tutto questo” dichiara dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.


I dati sui rifugiati
Nel totale dei 68,5 milioni di persone in fuga sono inclusi anche i 25,4 milioni di rifugiati che hanno lasciato il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni, 2,9 milioni in più rispetto al 2016. Si tratta dell’aumento maggiore registrato dall’Unhcr in un solo anno. Nel frattempo, i richiedenti asilo che al 31 dicembre 2017 erano ancora in attesa della decisione in merito alla loro richiesta di protezione sono passati da circa 300mila a 3,1 milioni. Sul numero totale, le persone sfollate all'interno del proprio Paese, invece, sono 40 milioni, poco meno dei 40,3 milioni del 2016.

In pratica il numero di persone costrette alla fuga nel mondo è quasi pari al numero di abitanti della Thailandia. Considerando tutte le nazioni nel mondo, una persona ogni 110 è costretta alla fuga. Il Global Trends non esamina il contesto globale relativo all'asilo, a cui l’Unhcr dedica pubblicazioni separate “e che nel 2017 ha continuato a vedere casi di rimpatri forzati, di politicizzazione e uso dei rifugiati come capri espiatori, di rifugiati incarcerati o privati della possibilità di lavorare e di diversi Paesi che si sono opposti persino all'uso del termine ‘rifugiato’

La risposta alla crisi
Papa Francesco ha evidenziato che la Giornata mondiale dei Rifugiati quest’anno cade nel vivo delle consultazioni tra i governi per l’adozione di un patto mondiale “che si vuole adottare entro l’anno, come quello per una migrazione sicura, ordinata e regolare

Secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati c’è motivo di sperare: “Quattordici Paesi stanno già sperimentando un nuovo piano di risposta alle crisi di rifugiati e, in pochi mesi, sarà pronto un nuovo Global Compact sui rifugiati e potrà essere adottato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite

“Nessuno diventa un rifugiato per scelta, ma noi tutti possiamo scegliere come aiutare”

Si fugge soprattutto dai paesi in via di sviluppo
Il rapporto offre numerosi spunti di riflessione: l’85% dei rifugiati risiede nei Paesi in via di sviluppo, molti dei quali versano in condizioni di estrema povertà e non ricevono un sostegno adeguato ad assistere quelle popolazioni. Quattro rifugiati su cinque rimangono in Paesi limitrofi ai loro. Gli esodi di massa oltre confine sono meno frequenti di quanto si potrebbe pensare guardando il dato dei 68 milioni di persone costrette alla fuga a livello globale.

Quasi due terzi di questi sono infatti sfollati all'interno del proprio Paese. Dei 25.4 milioni di rifugiati che hanno lasciato il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni, poco più di un quinto sono palestinesi sotto la responsabilità dell’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente). Dei restanti, che rientrano nel mandato dell’Unhcr, due terzi provengono da soli cinque Paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar e Somalia. “La fine del conflitto in ognuna di queste nazioni potrebbe influenzare in modo significativo il più ampio quadro dei movimenti forzati di persone nel mondo”

Il Global Trends offre altri due dati, forse inattesi: il primo è che la maggior parte dei rifugiati vive in aree urbane (58%) e non nei campi o in aree rurali; il secondo è che le persone costrette alla fuga nel mondo sono giovani, nel 53% dei casi si tratta di minori, molti dei quali non accompagnati o separati dalle loro famiglie.

I paesi ospitanti
Come per il numero di Paesi caratterizzati da esodi massicci di persone, anche il numero di quelli che ospitano un elevato numero di rifugiati è relativamente basso: in termini di numeri assoluti la Turchia è rimasta il principale Paese ospitante al mondo, con una popolazione di 3.5 milioni di rifugiati, per lo più siriani. Nel frattempo, il Libano ha ospitato il maggior numero di persone in rapporto alla sua popolazione nazionale. Complessivamente, il 63% di tutti i rifugiati di cui si occupa l’Unhcr si trova in soli 10 Paesi. “Purtroppo le soluzioni a tali situazioni sono state poche mentre guerre e conflitti hanno continuato a essere le principali cause di fuga, con progressi assai limitati verso la pace

Pochi quelli che tornano a casa
Circa cinque milioni di persone hanno potuto tornare alle loro case nel 2017, la maggior parte delle quali però era sfollata all'interno del proprio Paese. Tra queste, inoltre, in migliaia sono rientrate in maniera forzata o in contesti assai precari. A causa del calo dei posti messi a disposizione dagli Stati per il reinsediamento, sono 100mila i rifugiati che sono potuti tornare a casa, un numero diminuito di oltre il 40 per cento. Una sconfitta.

L'UE e l'immigrazione
Persino l'UE negli ultimi anni ha disatteso i principi sanciti dalla convenzione di Ginevra, firmando con la Turchia di Erdogan un accordo finalizzato a bloccare il flusso dal Medioriente proprio mentre i siriani scappavano dalle bombe della coalizione internazionale e da quelle di Daesh.

Il fallimento dei governi e delle istituzioni dell'Unione Europea nello sviluppare una risposta politica efficace sull'immigrazione alimenta, secondo Human Rights Watch, una crisi politica senza precedenti.

Lezioni di umanità dall'Uganda
Una delle crisi umanitarie più dure al mondo, in ballo ormai da cinque anni, la sta soffrendo il Sud Sudan, e mentre il vecchio continente chiude le porte, Medici con l'Africa Cuamm ricorda gli sforzi, silenziosi e imponenti, che l'Uganda sta mettendo in atto per accogliere oltre 1.000.000 di rifugiati in fuga dal più giovane Stato del mondo, messo in ginocchio dagli scontri interni e dalla fame.

"Questa crisi non è destinata a risolversi in tempi brevi ma ci insegna che l'accoglienza di chi ha bisogno è possibile, lavorando già in Africa. In Uganda per esempio negli ultimi anni oltre un milione di sud sudanesi sono stati accolti in West Nile, a nord ovest del paese. Lì vive una popolazione di 1.700.000 persone, che pacificamente hanno accolto e continuano ad accogliere chi più ha bisogno. È una lezione di umanità"

Sempre a causa delle tensioni interne, dal 2013 ad oggi si stima che in Sud Sudan 4 milioni di persone abbiano dovuto abbandonare la propria casa, un terzo dei 12,3 milioni di persone che costituiscono la popolazione. Molti di questi trovano rifugio all'interno del paese, ospitati dalle comunità, andando a gravare su un servizio sanitario già estremamente debole. Altri scappano nei paesi vicini, Uganda ed Etiopia in primo luogo. Anche in Etiopia Medici con l'Africa Cuamm interviene a sostegno dei rifugiati e della popolazione che accoglie, rafforzando il sistema sanitario della regione di Gambella e gestendo il centro di salute del campo rifugiati di Nguenyyiel.

La situazione in Italia
In Italia, alla luce del rifiuto del Governo di permettere a una nave di soccorso di una Ong di attraccare, la linea dura è sotto gli occhi di tutti e, malgrado alcune importanti manifestazioni di sensibilizzazione antirazzista, come il flash mob, organizzato da Caritas Ambrosiana, di due scalatori del gruppo alpinistico i "Ragni di Lecco" che si sono calati per protesta dal "Pirellone", sede del consiglio della Regione Lombardia, il clima di intolleranza è purtroppo destinato a peggiorare.

Segnali positivi arrivano da realtà come Refugees Welcome Italia, associazione che promuove l'accoglienza in famiglia dei rifugiati, che negli ultimi giorni ha registrato un picco di iscrizioni sulla piattaforma, pari a oltre l'80%, per un totale di circa 40 nuove famiglie pronte ad aprire le porte a chi scappa da guerre, persecuzioni e povertà.

Il dramma dei minori non accompagnati
SOS Villaggi dei Bambini ha lanciato la campagna "L'impegno a favore dei migranti in Italia e nel mondo", una road map per accendere i riflettori sui diritti e i bisogni dei minori che arrivano in Italia e far sì che vengano trattati e considerati semplicemente come bambini. Nel 2017, l'organizzazione ha aiutato 266 tra Minori Stranieri Non Accompagnati e giovani richiedenti asilo, grazie ai Villaggi SOS e ai Programmi di assistenza a Torino e Crotone.

A preoccupare maggiormente gli operatori vicende come quella della nave Aquarius, che ha coinvolto 123 bambini, e i casi di detenzione degli oltre duemila minori separati dai genitori negli Stati Uniti, in attesa di un verdetto sulla possibilità o meno di restare negli USA.

Il rapporto Global Trends 2017
È un rapporto statistico dell'UNHCR, una mappatura globale dei flussi di uomini, donne e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Lo scopo del rapporto in tutto il mondo in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, è quello di monitorare gli esodi forzati sulla base dei dati forniti da governi e altri partner. Non viene invece esaminato il contesto globale relativo all'asilo, a cui l'UNHCR dedica pubblicazioni separate e che nel 2017 ha continuato a vedere casi di rimpatri forzati, di politicizzazione e uso dei rifugiati come capri espiatori, di rifugiati incarcerati o privati della possibilità di lavorare, e diversi paesi che si sono opposti persino all'uso del termine "rifugiato"


Global Trends 2017
(UNHCR)
(English Version)




Articolo a cura di
Maris Davis


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giovedì 14 giugno 2018

L'odioso "obolo" che la Francia fa pagare ancora oggi alle sue ex-colonie in Africa

Quattordici paesi africani ancora oggi continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia. Un "cappio" che pesa sulle ex-colonie e muove 500 miliardi di dollari dall'Africa al ministero del tesoro francese ogni anno.


Il divieto di far approdare la nave Acquarius carica di profughi africani nei porti italiani in questi giorni è stata la miccia che ha causato uno scontro duro e "innaturale" tra Italia e Francia e ha messo a nudo tutte le divisioni della Comunità Europea in tema di immigrazione.

Da un lato il ministro dell'interno italiano Salvini ha sbagliato perché non si mette mai la politica al di sopra delle vite umane, e dall'altro la Francia che in tema di "migrazioni dall'Africa" è la prima a dover stare zitta. Pensiamo alla chiusura del confine a Ventimiglia oppure alla mancata ricollocazione di oltre 9.000 migranti che dall'Italia, secondo gli accordi europei, avrebbero dovuti essere ricollocati proprio in Francia.

Pensiamo anche alla fallimento delle primavere arabe del 2010-2011, scoppiate quasi tutte in ex-colonie francesi dell'Africa mediterranea. Ma soprattutto pensiamo all'attacco francese alla Libia del 2011 che ha causato lo scoppio di una guerra tutt'ora in atto e che, oggi, è diventata la porta principale dei migranti africani verso l'Europa.

Ma la Francia ha una colpa ancora maggiore nei confronti dell'Africa ed è una colpa storica perché proprio la Francia, dalla decolonizzazione in poi, ha impedito per puro calcolo economico alle sue ex-colonie di emanciparsi, di creare un'economia indipendente, ha imposto dittatori (alcuni ancora al potere come in Ciad e in Gabon), ha provocato guerre civili e colpi di stato.

E l'interventismo francese in Africa non è mai cessato, continua anche adesso, vedi Mali, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso, Niger, ecc. Militari francesi onnipresenti anche in tutte le missioni delle Nazioni Unite nel continente nero, soldati francesi non solo presenti per ragioni umanitarie, ma anche e soprattutto per tutelare gli interessi francesi in Africa.

Tutto questo è anche la causa delle migrazioni di oggi verso l'Europa. Migrazioni provocate proprio dal comportamento della Francia nelle sue ex-colonie in Africa. Un comportamento autoritario e spesso brutale

Un po' di Storia
Ex Colonie francesi nell'Africa Occidentale
Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall'impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l'élite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse, scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le élite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all'opulenza nella schiavitù”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese.

Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare. Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo-indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese.

Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto del neo-indipendente Togo. Olympio fu ucciso da un ex-sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbe che si suppone ricevette un compenso di 612 dollari dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino.

Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea.

Il 30 giugno 1962, Modiba Keita, il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta ai 12 neo-indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese.

Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa Traoré. Infatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:
  • Il 1° gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex-soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.
  • Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
  • Il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell'Africa francofona.
Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue ex-colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.

Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo
(Jacques Chirac, marzo 2008)

Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21° secolo


La vergogna di quella tassa coloniale imposta dalla Francia
Proprio in questo momento 14 paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi.

Il Togo e altri 13 paesi africani devono pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che in passato hanno rifiutato sono stati uccisi (il caso di Thomas Sankara in Burkina Faso, 1985, è il più eclatante) oppure sono rimasti vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici (il caso Gabon e la dinastia Bongo è sotto gli occhi di tutti) mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.

È un sistema malvagio denunciato anche dall'Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall'Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.

Spesso accusiamo i leader africani di corruzione e di servire gli interessi delle nazioni occidentali, ma c’è una chiara spiegazione per questo comportamento. Si comportano così perché hanno paura di essere uccisi o di restare vittime di un colpo di stato. Vogliono una nazione potente che li difenda in caso di aggressione o di tumulti. Ma, contrariamente alla protezione di una nazione amica, la protezione dell’occidente spesso viene offerta in cambio della rinuncia a servire il loro stesso popolo e i suoi interessi.

1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese
I neo “indipendenti” paesi devono pagare per le infrastrutture costruite dalla Francia nel paese durante la colonizzazione.

2. Confisca automatica delle riserve nazionali
I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

La politica monetaria che governa un gruppo di paesi così diversi non è complicato perché, di fatto, è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della ECOWAS (la Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale) o del CEMAC (Comunità degli Stati dell’Africa Centrale)

In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.

Le banche centrali del CFA impongono anche un tappo sul credito esteso ad ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEAC (Banca degli Stati dell'Africa Centrale) e la BCEAO (Banca degli Stati dell'Africa Occidentale) degli hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro francese. L’ultima parola spetta sempre al Tesoro francese che ha investito le riserve estere degli stati africani nella borsa di Parigi a proprio nome.

In breve, più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, e non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.

Gli introiti degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero essere aggiunti al conteggio ma non c’è nessuna notizia che venga fornita al riguardo né alle banche né ai paesi circa i dettagli di questi scambi.

Si stima che la Francia detenga all'incirca 500 miliardi in moneta proveniente dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero.

Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro. La Francia permette loro di accedere soltanto al 15% di quel denaro all'anno. Se avessero bisogno di più, dovrebbero chiedere in prestito una cifra extra dal loro stesso 65% detenuto dal Tesoro francese a tariffe commerciali.

Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull'ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva. Il cappio è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Se i paesi volessero prestare più del 20% dei loro stessi soldi, la Francia ha diritto di veto.

L’ex-presidente francese Jacques Chirac disse qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano

3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese
La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.

4. Priorità agli interessi e alle società francesi in tema di appalti pubblici
Nei contratti governativi le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo dopo questi paesi possono guardare altrove. Non importa se i paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove.

Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti "utilities" come acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura.

In pratica gli africani delle ex-colonie ora vivono in paesi di proprietà dei francesi

5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese
Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi.

La situazione nel continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o per qualsiasi altro scopo.

6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi
In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei paesi, gestiti interamente dai francesi.

Quando il presidente Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato. Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze speciali intervennero direttamente nel conflitto sparando sui civili e uccidendone molti.

Per aggiungere gli insulti alle ingiurie, la Francia stima che la business community francese abbia perso diversi milioni di dollari quando, nella fretta di abbandonare Abidjan nel 2006, l’esercito francese massacrò 65 civili disarmati, ferendone altri 1200.

Dopo il successo della Francia con il colpo di stato, e il trasferimento di poteri ad Alassane Outtara, la Francia ha chiesto al governo Ouattara di pagare un compenso alla business community francese per le perdite durante la guerra civile. Il governo Ouattara, infatti, pagò il doppio delle perdite dichiarate mentre scappavano.

7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo
Oui, Monsieur. Vous devez parler français, la langue de Molière! [Sì, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!]

Un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese chiamata “Francophonie” è stata creata con diverse organizzazioni satellite e affiliati supervisionati dal Ministero degli esteri francese.

Se il francese è l’unica lingua che parli hai accesso solo al 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.

8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA
Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta ogni anno all'incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue casse.

Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e suggerirono che la Francia abbandoni quel sistema, ma senza successo.

9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve
Senza report, niente soldi. In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie è comunque controllato dalla Banca Centrale francese e dal Ministero del Tesoro.

10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia
I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex-colonizzatori.

Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.

11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali
Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Il loro contributo è spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, quest’ultima sa che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.

C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa
La Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell'elite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione.

Infine, la Francia ha due istituzioni che sono completamente congelate nel passato, abitate da “haut fonctionnaires” paranoici e psicopatici che diffondono la paura dell’apocalisse se la Francia cambiasse, e il cui riferimento ideologico deriva dal romanticismo del 19° secolo: sono il Ministero delle Finanze e del Budget della Francia, e il Ministero degli Affari esteri della Francia.

Queste due istituzioni non solo sono una minaccia per l’Africa ma anche per gli stessi francesi.


Tocca a noi africani liberarci senza chiedere permesso, perché ancora non riesco a capire, per esempio, come possano 450 soldati francesi in Costa d’Avorio controllare una popolazione di 20 milioni di persone.

Per quanto tempo ancora questa tassa coloniale continuerà ad ingabbiare l'Africa

Per paragone storico, la Francia ha costretto Haiti a pagare l’equivalente odierno di 21 miliardi di dollari dal 1804 al 1947 (quasi un secolo e mezzo) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall'abolizione della schiavitù e la liberazione degli schiavi haitiani.

I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50-55 anni, perciò penso che manchi un altro secolo di pagamenti. E questo è inaccettabile.

Per tutto questo ecco perché la Francia è l'ultimo dei paesi europei che può dare lezioni di morale a chiunque altro paese europeo. Il comportamento in Africa è malefico e malvagio, da secoli, dallo schiavismo in poi. Un comportamento che è all'origine delle migrazioni moderne, migrazioni che se non governate con saggezza e umanità saranno la causa della fine dell'Europa così com'è oggi.


Dipinto di Francois Auguste Biard (1799-1882)
"La fine della schiavitù nelle colonie francesi"


Questo articolo fa parte della nostra Campagna Informativa
"Africa Libera"
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Articolo di
Maris Davis


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