domenica 13 settembre 2015

Un posto per tornare per le "Ragazze di Benin City"

Le ragazze nigeriane che vengono trafficate in Italia sono di un altro mondo. Quando si accorgono che sono diventate "schiave" loro malgrado, hanno approcci psicologici diversi nei confronti della realtà in cui si trovano:
  • c'è quella che sopporta,
  • quella che accetta,
  • quella che reagisce,
  • quella che piange,
  • tutte hanno paura e si rendono conto di essere cadute in una "trappola" da cui non possono più uscire.
In molte pensano al suicidio, ma il suicidio è un atto grave nella loro cultura, e allora alla vergogna del suicidio, preferiscono la vergogna della "schiavitù".

Alcune di queste ragazze sono costrette a "tornare indietro". Nessuna torna indietro volontariamente, vengono semplicemente prese ai vari controlli di polizia e carabinieri, e quindi espulse e riportate in Nigeria, attraverso espulsioni e rimpatri forzosi. Ma per queste ragazze "tornare indietro" è ancora più drammatico che "essere schiave". Inizialmente quasi tutte vengono rifiutate dalla famiglia di origine perché anche per la famiglia è un affronto subito.

E allora si, molte ragazze che sono tornate indietro, al suicidio ci hanno pensato davvero, e sono morte. Dal 2008 però a Benin City c'è un posto, gestito anche grazie alla cooperazione italiana, che aiuta queste ragazze a superare il dramma della schiavitù in Italia e poi il dramma del ritorno coatto in Nigeria.
Un posto per tornare, la casa di accoglienza di Benin CityI loro nomi spesso contengono un messaggio di speranza, un affidarsi a Dio: Blessed (Benedetta), Faith (Fede), ma anche Joy, Destiny. Eppure le loro storie parlano dell'inferno.

L'inferno della tratta di esseri umani, di giovani donne, spesso poco più che bambine, comprate e vendute, sbattute in strada. Sono loro, adesso, a riempire con le loro voci squillanti, i colori accesi dei loro abiti e un’immancabile e simpatica confusione, le stanze ancora tutte nuove dello "shelter" inaugurato l’11 luglio del 2008 a Benin City.

È qualcosa di più di una casa di accoglienza, è un rifugio, e allo stesso tempo qualcosa di dirompente per il contesto di Benin City. È un luogo che dice che le ragazze possono tornare e devono essere accolte. Che quello della tratta non è un viaggio a senso unico. C’è, anche se raramente e spesso drammaticamente, un ritorno. È un luogo bello e difficile questo "shelter", perché dice quello che le parole sin qui non hanno detto o hanno detto molto poco, la tratta esiste.

Il potere simbolico, si sa, in Africa è molto forte. E questa è una casa di accoglienza per donne vittime della tratta, rimpatriate o espulse dall'Europa, specie dall'Italia. Costruita proprio nel cuore della città che ne alimenta più di qualsiasi altra il traffico (Benin City appunto), ha il sapore intenso di una sfida ai tabù, all'omertà, e anche alla paura.

Il progetto è stato realizzato soprattutto grazie alla cooperazione italiana e all'impegno di Suor Eugenia Bonetti, autrice di libri sulla violenza alle donne e fondatrice dell'Associazione "Slaves no More". Ci ha davvero creduto molto e non si è fermata di fronte agli ostacoli.

"Ci sono voluti quattro viaggi e una grande determinazione per realizzare questo progetto. Soprattutto c’è voluta la collaborazione di molti che hanno condiviso questo sogno". Donne che lottano con coraggio, tenacia e amore per altre donne. Sono le suore delle molte case di accoglienza che in Italia ospitano e aiutano queste giovani nigeriane.

Uno degli obiettivi fondamentali dello "shelter" è quello di accogliere temporaneamente le ragazze che rientrano per preparare adeguatamente il loro ritorno in famiglia. A questo scopo è fondamentale il lavoro che svolgono le suore nigeriane sul posto. "Loro stesse negli anni Novanta, hanno cominciato a rendersi conto del problema. Le abbiamo incitate in Italia, hanno visto con i loro occhi dove finivano le ragazze e si sono confrontate con le suore che lavorano qui da noi. Poi, hanno deciso di fare qualcosa"

Molte hanno disturbi mentali e alcune vengono rifiutate dalle famiglie. C’era bisogno di un luogo appropriato dove potessero stare per un po’ e che permettesse di accompagnarle nel modo più adeguato.

Il "Cosudow", il Comitato per il sostegno della dignità della donna, voluto dalla Conferenza delle religiose nigeriane, lavora con altre suore, sia a Benin City che a Lagos (dove le ragazze vengono rimpatriate), oltre che con due avvocati e molti volontari.

"Il nostro è un lavoro delicato e rischioso, perché da un lato, si tratta di ricostruire la vita e la dignità di persone fortemente traumatizzate, dall'altro, perché andiamo contro gli interessi di molti che sulla tratta hanno costruito un enorme business".

La realizzazione di questo "shelter" è un passo incoraggiante, innanzitutto perché è il frutto della collaborazione di più enti e istituzioni della Chiesa.
  • Il terreno è stato acquistato da Caritas Italiana,
  • la costruzione è stata realizzata grazie a un finanziamento della CEI (con fondi dell’8 per mille).
  • A ciò va aggiunto tutto il lavoro che è stato fatto sul posto dalle suore nigeriane, che non hanno mai smesso di accogliere le ragazze, di collaborare con le famiglie e di sensibilizzare la popolazione.
Ora, questo lavoro di network ha un nuovo fondamentale punto di riferimento. La Casa di accoglienza di Benin City prevede l’ospitalità per un numero massimo di 60 ragazze. Molte si trovano davvero in una situazione di emergenza. Anche quelle che rientrano volontariamente (pochissime in verità), grazie ai programmi dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), spesso hanno enormi problemi a reinserirsi.

Peggio ancora quelle espulse, che si ritrovano a casa loro senza un soldo e con addosso la vergogna di un fallimento. Non poche presentano problemi psicologici, alcune vere e proprie patologie. "Spesso vengono rifiutate dalle famiglie, non sanno dove andare, rischiano di finire nuovamente nelle mani di trafficanti o di persone senza scrupoli. Per questo hanno bisogno di una particolare protezione".

Tra gli ospiti dello shelter c’è Jody seguita da sister Florence come un’ombra. È da poco rientrata nel suo Paese, ma è come se fosse stata catapultata su un altro pianeta. È disorientata, un po’ assente. La sua famiglia, dice, è in un villaggio lì vicino, ma lei non può tornare. Abbassa gli occhi Jody, fatica a raccontare. I suoi genitori non si sa fino a che punto erano coscienti di quello che Jody faceva in Italia. Sta di fatto che per la famiglia di Jody significava un guadagno sicuro, ora invece è diventata solo un peso. Jody sta studiando, imparando a fare la sarta, e a cavarsela da sola. Almeno ora ha una casa. In futuro si vedrà.

La battaglia (persa) del governo. Non solo traffico di esseri umani verso l'Europa, ma anche un lucroso traffico di schiavi e schiave interno alla Nigeria.

Un gruppo di ragazze di intreccia reciprocamente i capelli. Lo spazio è un po’ angusto, manca luce, ma l’atmosfera non è cupa. Sono tutte giovanissime, hanno meno di vent'anni.

Una di loro cerca di mantenere un po’ d’ordine. Sono vittime della tratta queste ragazzine che imparano a fare le parrucchiere. Intercettate in Nigeria o nei Paesi limitrofi. La polizia le ha condotte in questo stabile, che somiglia un po’ a una casa di accoglienza, un po’ a una prigione. Si trova alla periferia di Lagos ed è stato aperto nel dicembre 2004, grazie alla collaborazione dei governi italiano e statunitense.

È gestito dalla National Agency for the Prohibition of Traffic in Persons and Other Related Matters, NAPTIP, l’agenzia del governo nigeriano che opera contro il traffico, interno ed esterno, di donne e di minori per scopi diversi: prostituzione, lavoro domestico, lavoro agricolo. Ha sei dipartimenti a Lagos, Benin City, Enugu e Sokoto. Lo scopo è quello di accogliere, reintegrare e riabilitare le vittime, dar loro assistenza legale e sensibilizzare la popolazione sul problema.

La grande sfida è quella di perseguire i trafficanti. Dai racconti delle ragazze emerge uno spaccato sul mondo della tratta e delle sue innumerevoli varianti: uno scandalo che non viaggia solo sulle rotte internazionali, ma che è innanzitutto interno alla Nigeria e riguarda i Paesi limitrofi. Una ragazzina dice che la mamma sta in Francia e lei stava cercando di raggiungerla.

Un’altra racconta di essere partita insieme a un gruppo di amici, senza sapere esattamente per dove. Non aveva niente con sé, solo i vestiti che portava addosso. Sono giovani, sprovvedute, sognatrici. Fuggono da situazione di miseria verso un vago miraggio, che spesso si trasforma in incubo. I responsabili del centro raccontano di un altro gruppo di ragazze molto giovani, tutte sono state trafficate all'interno del Paese, e portate a Lagos, la maggior parte per essere avviate alla prostituzione. Ci sono anche tre bambini trafficati in Nigeria dal vicino Benin per lavorare come domestici.

Il Naptip sta collaborando con l’ambasciata beninese per ricongiungerli alle loro famiglie. Spesso i genitori poverissimi e senza istruzione, e vengono facilmente aggirati e ingannati con promesse di soldi e d’istruzione per i loro figli, che invece si ritrovano rinchiusi dentro le case dei padroni in condizioni di vera e propria schiavitù.

"Da quando siamo aperti, abbiamo accolto circa 700 ragazzi e ragazze. A tutti viene offerta la possibilità di un periodo di riabilitazione e una breve formazione. Per le ragazze si tratta spesso di un corso per parrucchiera. Mediamente restano dalle due alle sei settimane. Chi rimane di più e perché in tribunale ha in corso un processo contro i trafficanti. Le sottoponiamo anche controlli medici. Se malate vengono trasferite al vicino reparto dell’ospedale militare"

Molte, specialmente quelle che rientrano dall'estero, sono sieropositive o con Aids conclamato, una malattia-tabù, da queste parti. Dalla struttura del Naptip le ragazze non possono uscire né ricevere visite, perché in passato si sono presentati trafficanti o madame, spacciandosi per i loro parenti. In Nigeria l’attività di investigazione e avvio di procedimenti penali contro i trafficanti è alquanto carente.

All'immigrazione non sempre operano persone preparate per questo lavoro e spesso c’è molta corruzione. Non è raro, poi, che le madame e i trafficanti corrompano i poliziotti per rimettere le mani sulle ragazze. Tornare alla normalità, insomma, non è affatto un gioco.

Ju Ju, le catene dell'occultoDiffuso in molte parti dell’Africa occidentale, il woodoo è uno dei modi, attraverso i quali la popolazione vive e interpreta la realtà visibile e invisibile in cui vive. Tra magia e stregoneria, riti di guarigione e riferimenti all'occulto, il woodoo permea e condiziona la vita della gente. Tutti ci credono fermamente, anche molti cristiani, sollevando il problema di un’evangelizzazione superficiale, ma anche di un’istruzione non adeguata, che possa contrastare pregiudizi e superstizioni.

Le ragazze che vengono trafficate in Italia passano (quasi) tutte attraverso un rito woodoo, che chiamano loro chiamano "Ju Ju"

Nei loro racconti parlano di luoghi "sacri" dove viene chiesto loro di consegnare alcuni indumenti intimi e parti del loro corpo (unghie, capelli, peli pubici e delle ascelle) che vengono mischiati con fluidi corporei (normalmente alcune gocce di sangue mestruale). Il babalau, lo stregone, esegue un rito, spesso facendo bere loro delle pozioni magiche che danno potere e incutono paura, oppure uccidendo una gallina e facendo bere alla ragazza il suo sangue ancora caldo, altre volte le ragazze hanno raccontato di essere state costrette a mangiare il cuore crudo.

Rito woodoo, Benin City
Devono giurare di non rivelare mai i nomi di coloro che le "aiuteranno" ad andare in Europa. Pena la cattiva sorte che si abbatterà su di loro e le loro famiglie. Il rito "Ju Ju" (altre volte chiamato Mami Wata) ha un grande potere sulle vittime, e rappresenta un forte vincolo, una catena psicologica, di cui i trafficanti si servono per controllare le ragazze, e che diventa una barriera difficilissima da superare per coloro che cercano di liberarle.

L’utilizzo dello "Ju Ju" serve in alcuni casi per confermare un contratto, che può avere anche una forma legale, e che si concretizza in ritorsioni economiche sulla famiglia (in genere l’esproprio della casa) - leggi di più -

Nei pressi di Benin City esistono numerosi "sanctuary" (case del woodoo). Uno dei più importanti è chiamato Adeswa House. Viene aperta due volte l’anno ed è il tempio di tutti gli dei. Le madame più potenti portano lì le loro ragazze per sottoporle ai riti e al giuramento.




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