lunedì 27 agosto 2018

Repubblica Centrafricana, un Paese sotto sequestro e ingovernabile

Non si è mai scrollato di dosso le pastoie della Francia e non ha saputo dotarsi di una classe dirigente adeguata. E da quasi sei anni il paese si è avvitato in un conflitto di cui non vede la fine.


Premessa. Le ferite profonde di Bangui
Ancora tutto da immaginare un nuovo equilibrio sociale, così come un ripristino della convivenza tra le comunità cristiana e musulmana. Prevalgono le emergenze e la pressione delle milizie. Ma c’è chi, come il centro don Bosco, lavora per il domani.

Tra il 2013 e il 2015 a Bangui si assisteva quotidianamente a esecuzioni sommarie, torture e stupri. Oggi, per le strade della capitale, i timori di nuovi eccidi si fanno sempre più concreti per la massiccia presenza di milizie Seleka e anti-balaka. La comunità cristiana e quella musulmana, disilluse dalle promesse di pace del presidente Touadéra, sopportano a malapena la presenza della missione Onu, le cui truppe hanno il grilletto troppo facile durante le manifestazioni popolari di malcontento.

«Una mattina in questo pozzo abbiamo trovato dei corpi in decomposizione. Erano quelli di una mamma e del suo bambino. Non oso immaginare cosa abbiano fatto a quei due prima di buttarli lì dentro. Abbiamo chiamato la polizia che però non si è mai presentata, e così abbiamo provveduto noi al recupero e alla sepoltura dei corpi. Nel 2013 moltissima gente è stata uccisa e buttata nei pozzi». Episodi come quello raccontato da Saint-Regis, 22 anni, abitante del quartiere PK5 di Bangui, erano all'ordine del giorno appena scoppiato il conflitto.

Il PK5 è una delle zone più popolose della capitale ed è abitato soprattutto da musulmani. Qui si trova il "grand marché", fulcro della vita commerciale di Bangui. Il PK5 è disseminato di macerie perché è stato uno dei principali teatri degli scontri tra Seleka e anti-balaka e ancora oggi basta un’occhiata di troppo, una parola fuori posto, un diverbio per far scorrere del sangue.

«Minusca (missione ONU in Centrafrica), se n’è lavata le mani e continua a farlo». L’uomo, 44 anni, commerciante di stoffe, mostra sul suo smartphone dei video terribili: «Intere famiglie di musulmani sono state sbudellate, carbonizzate e fatte a pezzi coi machete. Guardate qui: un anti-balaka mangia la mano di un musulmano mentre una pattuglia dell’Onu passa a pochi metri»

Alla fine della preghiera del tramonto, alla grande moschea del PK5, il grande Imam di Bangui, Hamat Tidjanie, saluta uno ad uno tutti i suoi fedeli con un’energica stretta di mano, rassicurandoli che presto torneranno a vivere in pace. «Inshallah» (Se Dio vuole), la risposta che riceve da ognuno di loro. «I nostri rapporti con le altre comunità religiose, afferma non troppo convinto, sono buoni. Comunico con gli esponenti cattolici e protestanti non direttamente, ma attraverso miei canali. Ci sono stati orrendi soprusi, da una parte e dall'altra, ma oggi la situazione è sotto controllo»

Sarà anche vero, ma intanto bambini giocano a “Seleka e anti-balaka” impugnando pezzi di legno come fossero dei machete. Migliaia di giovani e giovanissimi, senza istruzione e senza lavoro, hanno preso le armi andando ad ingrossare la schiera dei "bambini soldato" ed entrando a far parte delle milizie, macchiandosi così dei peggiori crimini.

Il Centrafrica si chiamava Oubangui-Chari
La Repubblica Centrafricana possiede un sottosuolo molto ricco di materie prime (petrolio, uranio, ferro) e di minerali preziosi (oro, diamanti); dispone inoltre di un notevole patrimonio faunistico e forestale. Ricchezze che hanno sempre sollecitano molti appetiti.

Colonia francese fino al 1960, il Centrafrica era conosciuto con il nome di Oubangui-Chari. A battezzarla Repubblica Centrafricana fu, il 1° dicembre 1958, Barthélemy Boganda, primo prete diocesano, già deputato all’assemblea nazionale francese e poi primo presidente dell’Oubangui-Chari. In realtà Boganda aveva maturato un ideale panafricanista e avrebbe voluto creare uno stato che unisse più nazioni (Ciad, Camerun, Congo-Brazzaville, Gabon e Centrafrica) e quindi più popoli, culture, lingue e religioni.

Ma quel prete visionario, padre fondatore della nazione, dava non poco fastidio sia alla Francia, sia ad alcuni paesi della regione. È così che il 29 marzo del 1959, pochi mesi prima dell’indipendenza ufficiale, morì in un misterioso incidente aereo. Scomparsa che ha avuto pesanti conseguenze. La classe dirigente, assai ristretta, che ha gestito l’indipendenza si è segnalata infatti per avidità, disprezzo dello stato di diritto, clientelismo, tribalismo. In breve, una élite mediocre ma del tutto funzionale agli interessi dell’ex potenza coloniale.

E ciò ha impedito la costruzione di uno stato nazione fondato sull'uguaglianza, la giustizia e la competenza. Il modo inadeguato e improprio di guidare la nazione, in particolare l’amministrazione della cosa pubblica, ha ingenerato una spirale di instabilità permanente, alimentata dal malcontento prodotto dal sistema stesso.

Riserva di caccia di Parigi

In tale clima di diffidenza e sfiducia, buon gioco ha avuto la Francia che, tramite accordi tagliati su misura nei settori della difesa e della cooperazione, ha fatto del Centrafrica una sua “riserva di caccia”. Parigi ha svolto il suo ruolo di gendarme anche nell'impedire alla Repubblica Centrafricana di cooperare con altre nazioni. Non a caso la Francia ha sempre piazzato alla testa del paese uomini politici in linea con la sua volontà e ha scartato sistematicamente coloro che si opponevano alla sua politica.

Tramite questo meccanismo il potere e i beni economici sono stati confiscati da un gruppo ristretto di persone, lasciando nella miseria la maggioranza della popolazione. Tutte le strutture e i simboli dello stato sono concentrati nella capitale Bangui. Il resto del paese è abbandonato, sprovvisto di quasi tutto il necessario: ospedali, strade, scuole, commerci. Tale situazione caotica sul piano politico, economico, sociale e della sicurezza ha contribuito a nutrire tensioni tra le diverse comunità e le diverse etnie. Queste fratture e divisioni sono state usate ad arte dai politici e dai francesi che non esitano a sfruttare per manipolare la popolazione in gran parte senza istruzione e senza lavoro.

La confisca del potere e dei beni da parte di un pugno di persone, l’abbandono del paese profondo, la regionalizzazione dell’esercito e soprattutto l’incompetenza notoria di buona parte dei dirigenti pubblici hanno fortemente contribuito alla vulnerabilità del paese, così come lo conosciamo oggi. Le frontiere, ad esempio, non sono adeguatamente protette, il che facilita un crescente traffico di armi da guerra, di cui beneficiano i vari conflitti regionali.

La fragilità dello stato, e soprattutto l’incapacità dell’esercito e delle forze di polizia di proteggere la popolazione civile, hanno portato alla proliferazione di gruppi armati. E i leader di questi gruppi hanno trovato facilmente giovani da reclutare, o perché disoccupati o perché espulsi da un sistema educativo, anche universitario, inadeguato.

Una responsabilità di quanto è accaduto è da attribuire anche a forze sindacali fortemente politicizzate e manipolate dai due maggiori partiti: il Movimento di liberazione del popolo centrafricano (Mlpc) e il Fronte operaio per il progresso e il lavoro (Fpopt). I sindacati hanno moltiplicato le proteste, specie attraverso gli scioperi detti ville-morte (città-morta), contribuendo così all'indebolimento degli strati sociali, politici, educativi, economici, culturali e anche religiosi, già fiaccati da ammutinamenti, colpi di stato, ribellioni.

La deriva
È in questo contesto di disfatta dello stato (che esiste solo sulla carta), che nasce la coalizione Seleka (mussulmani). All'inizio, i principali leader di questo movimento ribelle deplorano l’assenza totale di infrastrutture adeguate al benessere delle loro regioni (soprattutto nel nord). Presto, però, prevale la sete di potere e così, siamo nel dicembre del 2012, decidono di marciare sulla capitale.

E per arrivare a Bangui i leader di Seleka, Michel Djotodia, Moussa Daffane, Abdoulaye Hissène, Noureddine Adam e altri, utilizzano anche mercenari stranieri (ciadiani, sudanesi, nigeriani, camerunesi e nigerini), pescando nello stesso bacino utilizzato da Ange Félix Patassé (al potere dal 1993 al 2003) per scalzare François Bozizé (presidente dal 2003 al marzo 2013)

Nella loro marcia su Bangui i gruppi Seleka si abbandonano a saccheggi, distruggono edifici pubblici e religiosi, compiono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. E si ergono a coalizione che protegge la minoranza musulmana marginalizzata dai differenti regimi che hanno governato il paese. Il che spiega la presenza massiccia nelle file Seleka di jihadisti arrivati da diversi paesi per sostenere i loro fratelli e portare al potere Michel Djotodia, il 24 marzo 2013.

I leader Seleka si illudevano di risolvere i problemi con le armi. Sono stati invece rapidamente sovrastati dagli avvenimenti, e non hanno risolto nulla. Hanno anzi provocato la reazione di gruppi sedicenti cristiani, gli anti-balaka, che si configurano come milizie dedite a violenze e razzie, che hanno commesso atrocità contro le comunità musulmane. I Seleka, scaricati da Djotodia dopo qualche mese dal colpo di stato, hanno fatto ritorno nei loro territori e da lì continuano a rendere ingovernabile il paese.

Nel gennaio del 2014, Djotodia è costretto alle dimissioni a vantaggio di un regime di transizione diretto da Catherine Samba-Panza che ha il compito di cercare di ricomporre il quadro politico attraverso una nuova Costituzione e di accompagnare il paese alle elezioni. Nel dicembre 2015, un referendum approva la nuova Costituzione. Le elezioni si svolgono nel gennaio 2016 e portano al potere l’attuale presidente Faustin-Archange Touadéra.

Non va dimenticato che nel dicembre del 2013 Parigi ha dispiegato in Centrafrica la missione militare Sangaris, terminatasi tre anni dopo senza aver contribuito a modificare le contrapposizioni esistenti sul terreno. Da rilevare anche che nel paese è operativa dall'aprile del 2014 la Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite (Minusca, forte di 12mila uomini), il cui mandato scade nel novembre prossimo e sul cui ruolo e l’effettiva efficacia della missione sono fiorite e fioriscono molte polemiche. Una delle quali è la mancata condanna di alcuni militari francesi inquadrati nella missione Minusca che chiedevano sesso alle bambine di un campo profughi in cambio di cibo.


Come uscirne
La crisi centrafricana è profonda e multi-settoriale. Certamente la più grave dalla fondazione dello stato. 14 delle 17 prefetture in cui è diviso il paese sono sotto il controllo dei diversi gruppi armati che fanno capo a Seleka. I processo politico si va impantanando sempre più e fa emergere altri gruppi armati, segno che anche questo gruppo dirigente non è in grado di avviare un cambiamento. Non ci si meravigli, dunque, se gli ambienti diplomatici e le organizzazioni che forniscono aiuti sono pessimisti sul futuro del paese.

Eppure, noi che conosciamo bene il paese e che non sottovalutiamo la portata della crisi, sappiamo anche che le difficoltà non sono insormontabili. Una via d’uscita possibile dalla crisi c’è, a condizione che le figlie e i figli del Centrafrica sappiano recidere il circolo vizioso della violenza. Per farlo, però, ci vuole una chiara volontà politica senza demagogie, ipocrisie, menzogne, clientelismo e regionalismo. E, sempre per cambiare direzione e modello di paese, lo stato deve trovare un adeguato credito, effettuando nei vari settori economici e sociali investimenti massicci, costanti e spalmati su più anni.

Urgente poi è intervenire sulle basi dei vari gruppi armati, situate in maggioranza nei paesi confinanti, ed evitare di legittimare i signori della guerra con la pratica dell’impunità. È indispensabile formare un esercito e delle forze di sicurezza esenti da colorature tribali ed etniche; rifondare il sistema scolastico, educativo e universitario perché sia in linea con il tipo di sviluppo che si vuole ottenere. Ed infine, impegnare lo stato sulla via di una diplomazia che non sia balbuziente, capace invece di portare a casa equilibri e relazioni. In breve, uno stato forte con degli uomini integri, capaci e disponibili.

Una strada difficile ma possibile, l'unica strada per il riscatto della Repubblica Centrafricana, servono politici e una classe dirigente che sappia scrollarsi di dosso la fastidiosa ombra degli ex-coloni.


La Francia, la causa principale della tragica situazione in cui si trova l'odierno Centrafrica


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Articolo a cura di
Maris Davis


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venerdì 24 agosto 2018

Chi erano i bambini del Biafra. Mezzo secolo di una tragedia diventata proverbio

50 anni fa il Biafra. Un nome cancellato dalle mappe geografiche della Nigeria. E questa è Storia.

Operatore umanitario mentre lava un bambino del Biafra,
un "barile", uno di quelli destinati ad essere riempiti di petrolio

"Pensa ai bambini del Biafra". In quanti se lo sono sentiti dire o lo dicono ancora ai propri figli di fronte a un capriccio a tavola. Ma chi erano i bambini del Biafra, e perché dopo cinquant'anni si parla ancora di loro.

"Gli Igbo si impiccano da soli". Dice così un proverbio nigeriano riferito al gruppo etnico di una regione ricchissima di petrolio, che nel 1967 tentò di far nascere la Repubblica autonoma del Biafra. Forse mai, come in questo caso, la storia conferma quanto fosse azzeccata quella profezia.

Mia madre è Igbo, quell'orrore lo ha visto da vicino e quando tutto ebbe inizio era una ragazza poco più che ventenne. Vide quei bambini morire di fame e stenti mentre le compagnie petrolifere continuavano imperterrite ad estrarre il petrolio.

Alla fine di quella guerra perduta anche mia madre con i suoi familiari fu costretta ad andarsene, assieme ad altri 5 milioni di profughi. Dovette abbandonare la terra che fu di suo padre e prima ancora di suo nonno per far posto ai pozzi di petrolio. Terre rubate, vendute per pochi naira a compagnie petrolifere "straniere" che sulla terra degli Igbo costruirono le loro ricchezze.

Fu davvero una sorte tragica quella degli Igbo e di alcune altre etnie minoritarie che abitavano nella regione Sud-orientale della Nigeria. Una sorte segnata dalla scelta di autoproclamarsi repubblica indipendente, in un tentativo di secessione che costò la vita a oltre tre milioni di persone, un terzo dei quali erano bambini, lasciati letteralmente morire di fame, a causa di un blocco economico durato più di tre anni.

Per intere generazioni, e ancora oggi, il Biafra, i "bambini del Biafra", sono una frequentazione proverbiale, quasi mitologica. In quanti hanno sentito dire, o dicono ancora ai propri figli quando rifiutano il cibo: "Pensa ai bambini del Biafra". Ma quanti sanno di cosa stiamo parlando, e perché si parla del Biafra. Per rispondere bisogna andare indietro di mezzo secolo.

Come in molte nazioni africane, dove la fragilità degli equilibri multietnici fa pagare prezzi altissimi, in termini di vite umane, di instabilità politica, di tensioni sociali e sottosviluppo, anche la Nigeria, tra il maggio del 1967 e il gennaio del 1970, conobbe gli orrori di un conflitto civile, che provocò un vero e proprio sterminio per fame.

Il governo centrale nigeriano, in risposta al tentativo di secessione, mise in atto un accerchiamento severissimo attorno alla regione che aspirava all'autonomia. Fu un vero e proprio strangolamento, perché venne fin da subito impedito l'arrivo nella regione anche del minimo necessario alla sopravvivenza della popolazione.

Avvolgendo di poco il nastro per comprendere meglio il contesto storico che fece da sfondo alla tragedia del Biafra, occorre arrivare al gennaio del 1966. C'erano appena state le elezioni presidenziali, seguite dal solito strascico di accuse di brogli reciproche. Fu per questo che alcuni reparti dell'esercito nigeriano, nella maggioranza ufficiali di etnia Igbo, per mettere fine alle polemiche e ai disordini, organizzarono un colpo di Stato.

Al governo fu insediato un generale, Johnson Aguiyi-Ironsi, anche lui di etnia Igbo e subito preso di mira dagli oppositori, con l'accusa di aver fatto promozioni di militari del suo stesso gruppo, a danno di altri di etnia diversa.

Alla fine di luglio dello stesso anno, dal Nord del Paese partì un contro-colpo di Stato, che portò alla guida della Nigeria Yakubu Gowon. In tutto il Paese si scatenò l'inferno, che provocò il massacro di minoranze Igbo di religione cristiana, residenti nel Nord dove la maggioranza è mussulmana.

Fu così che gli abitanti della parte sud-orientale del Paese, cioè quella più ricca di risorse petrolifere, si sentirono esclusi e cominciò a diffondersi la convinzione che tutte le immense ricchezze del sottosuolo (di cui comunque la popolazione nigeriana nel suo complesso non ha mai goduto i benefici) venissero sfruttate dal nuovo blocco di potere costituito dalle etnie del Nord. Fu dunque questo stato di cose a far maturare l'impulso alla secessione degli Igbo.

I "biafrani" all'epoca dei fatti erano circa 11 milioni e vivevano in quella parte della Nigeria orientale che "galleggia" su un mare di petrolio. Un regione governata da un militare, un tenente colonnello dell'eserito dal nome lunghissimo e impronunciabile, Chukwuemeka Odumegwu Ojukwu. Fu lui ad esporsi per primo e a dichiarare l'indipendenza dalla Nigeria, eleggendo come capitale la città di Enugu. Ma fu anche il primo a tagliare la corda, non appena le cose cominciarono a mettersi male per il Biafra.

Mentre un milione di bambini moriva di fame, nello stesso luogo qualcuno continuava ad estrarre, non curante, il petrolio

All'inizio Ojukwu, forse pensando di fare affari d'oro con gli Stati africani (e non solo con loro) che avevano assicurato appoggio alla secessione, il Gabon, Haiti, la Costa d'Avorio, la Tanzania, Israele e lo Zambia, cominciò a muovere le sue truppe e tentare di creare una zona-cuscinetto verso Ovest, invadendo così quello che, secondo i nuovi presunti confini, continuava ad essere comunque territorio nigeriano.

La risposta del governo centrale fu immediata. Venne immediatamente imposto un drastico blocco economico, che portò alla morte per fame di decine di migliaia di biafrani (duemilioni secondo le stime quelli che morirono solo di fame e di stenti), soprattutto bambini.

È allora che la parola "biafrano" diventa sinonimo, in occidente e in Italia, di emergenza alimentare, bambini denutriti, mosche sugli occhi e pance gonfie. Le immagini che arrivano dall'Africa sono impietose, colpiscono l'immaginario collettivo. Le iniziative benefiche, dai giornali alle parrocchie, si moltiplicano.

Poco più di un mese dopo la dichiarazione di indipendenza, l'esercito nazionale invase la neonata Repubblica biafrana. La pressione dei militari mandati dal governo impose alle autorità separatiste di spostare indietro la loro linea di attacco, tanto da essere indotti a trasferire più volte la capitale da Enugu, via via fino a Owerri. Qui, nel maggio del '69, a due anni esatti dall'auto-proclamazione, i militari nigeriani compirono una strage di cittadini, proprio nei pressi di una base dell'italiana ENI. Vennero coinvolti anche dieci tecnici italiani, che persero la vita nell'attacco. Sette mesi e qualche giorno più tardi, il 13 gennaio 1970, la Repubblica del Biafra non esisteva più.

Il nome "Biafra" è stato addirittura cancellato da tutte le mappe geografiche della Nigeria e quello che fu uno stato indipendente per soli tre anni ora è un territorio smembrato in ben nove entità territoriali diverse che sono diventati nove Stati Federati della Repubblica di Nigeria, Enugu, Ebonyi, Cross Rivers, Abia, Anambra, Imo, Rivers, Beyelsa, Akwa e Ibom.

A conservare la memoria di quella tragedia resta soltanto quel modo di dire perso nei ricordi di un mondo occidentale che oggi respinge i migranti e che non sa chi erano i "bambini del Biafra"


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Articolo a cura di
Maris Davis


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lunedì 20 agosto 2018

Ecco come le multinazionali occidentali sottraggono all'Africa miliardi di dollari

Il problema non è aiutarli a casa loro, ma liberare casa loro dagli sfruttatori. Smetterla finalmente di sfruttare l'Africa e restituire il maltolto. Ecco come le multinazionali sottraggono all'Africa miliardi di dollari.


Secondo un rapporto Oxfam del giugno scorso, intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”, 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all'Africa nell'arco del solo anno 2010, grazie all'utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau.

Africa Libera .. Africani di tutto il mondo ribellatevi. Ribellatevi allo sfruttamento della nostra terra, ribellatevi alle multinazionali straniere che rubano le nostre ricchezze. Cacciamo dall'Africa chi da sempre ci ha sfruttati.

Come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. È necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano, che tra l’altro è necessaria per affrontare l’estrema povertà e le disuguaglianze, e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica.

L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si è tenuta in luglio in Etiopia per stabilire le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni. Un’opportunità per i governi mondiali per iniziare ad elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo.

L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente

Africa Libera .. Via dall'Africa le multinazionali straniere che "rubano" le nostre ricchezze. Nella mia Nigeria via l'italiana ENI, via la Shell, via le multinazionali che rubano il petrolio nella terra che fu di mia madre.

Inquinamento prodotto dalle compagnie petrolifere nel delta del fiume Niger in Nigeria
(Veduta Aerea)

Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata "trade mispricing". Ovvero, una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione, che in Africa con le corporate tax rates, hanno una media pari al 28%, ciò equivale ad aver evaso 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse.

Il "trade mispricing" è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tasse. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali.

Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone (per esempio), raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale.

Africa Libera .. Solo quando le nazioni europee la smetteranno di sfruttare l'Africa, allora, e solo allora, gli africani non avranno più bisogno di venire in Europa per sopravvivere. "Africa Libera", boicotteremo tutti gli interessi occidentali in Africa, fino alla vittoria. Riprendiamoci ciò che è nostro.

I leader africani non devono assistere inerti all'approvazione del nuovo sistema di tassazione globale, cosa che dà alle multinazionali la libertà di scansare i loro obblighi di pagamento delle tasse in Africa. I leader politici e d’affari devono mettere da parte la loro importanza, innanzi alle richieste, sempre più insistenti, di una riforma del sistema di tassazione internazionale. Le nazioni africane, devono introdurre un approccio più progressivo e democratico alla tassazione, incluso un appello alla parola ‘fine’ per le esenzioni dalle tasse per le compagnie straniere

Gli attuali meccanismi internazionali volti a superare l’evasione fiscale, come il processo BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), controllato dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l'OCSE (Organisation for Economic Co-operation and Development) per il G20, lasciano aperte enormi “vie di fuga” per le tasse, che le multinazionali possono continuare a sfruttare in tutto il mondo in via di sviluppo. Molte nazioni africane sono state escluse dalle discussioni sulla riforma del BEPS e, come risultato, non ne trarranno alcun beneficio.

Africa Libera .. Gli europei per secoli ci hanno deportati in catene nel Nuovo Mondo, rubandoci la nostra migliore gioventù, donne e bambini resi schiavi nelle Americhe.

Poi con la scusa del "razzismo scientifico" sono venuti in Africa, ci hanno resi schiavi a casa nostra, ci hanno imposto le loro lingue, le loro leggi, e perfino le loro religioni (colonialismo).

Oggi, adesso, le loro multinazionali stanno rubando le nostre ricchezze, deturpano le nostre terre, ci costringono alla povertà, ci costringono a sopportare dittatori, milizie armate e guerre.

Dopo averci rubato tutto vengono a dirci "aiutiamoli a casa loro". No, la loro carità NON ci interessa più. Africani di tutto il mondo, alziamo la testa, ribelliamoci a tutto questo.


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Articolo di
Maris Davis


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sabato 4 agosto 2018

C'è troppo razzismo in giro

C'è troppo razzismo in giro. Tra la gente, in televisione, sui giornali, su facebook, nei social.


C'è troppo razzismo in giro. Lo percepisci nello sguardo cupo delle persone appena vedono che il colore della tua pelle è scuro, non abbronzato, ma proprio scuro tendente al nero.

C'è troppo razzismo in giro. Ti rimbomba nelle orecchie quando ti insultano perché sei una bella donna di colore.

Ma no, l'Italia NON è un paese razzista. Certo che l'Italia NON è razzista, ma i razzisti esistono. Però si continua a negare anche questo, nonostante i ripetuti atti di violenza contro di noi che siamo "diversamente" bianchi.

Lo dice perfino Salvini che il razzismo NON esiste, e se lo dice lui, il più razzista di tutti, allora vuol dire che è vero, il razzismo in Italia NON esiste .. e io mi sto sbagliando.

Adesso i razzisti si sentono potenti, vengono allo scoperto, sono arroganti, non hanno nemmeno più paura di mostrare la loro brutta faccia. Si sentono protetti, dalla politica, dall'indifferenza, sono sicuri di farla franca.

Sanno che in questo nuovo governo del "cambiamento" c'è chi nega perfino la loro esistenza, i "nuovi ministri" del cambiamento hanno negato perfino l'esistenza dei razzisti.

Sono triste, ma non ho paura. Non ho paura dei razzisti, quelli semmai mi fanno vomitare dallo schifo .. Ho invece più paura di chi tace, ho paura della troppa "indifferenza", di chi vede ma non dice nulla.

Si, c'è troppo razzismo in giro, c'è troppo razzismo in questa nuova Italia che NON mi piace più, in questa nuova Italia che NON accoglie più, che non sa più indignarsi nemmeno di fronte al puzzolente vento dell'intolleranza .. In fondo era soltanto un uovo in faccia, una fucilata ad un piccione, un colpo di pistola dal balcone per provare la nuova arma, un inseguimento perché si pensava fosse un ladro.

"Razzismo al contrario" .. È il nuovo slogan, la nuova invenzione dei razzisti, nel senso che (secondo loro) anche i neri odiano i bianchi. Un tentativo ipocrita per ribaltare la frittata, per far diventare colpevole la vittima.

E allora ecco apparire all'orizzonte il neo-ministro della famiglia Fontana che, dopo aver dichiarato guerra ai gay, adesso vuole abolire la legge Mancino (n. 205 del 25 giugno 1993), quella che prevede il reato di "odio razziale e apologia del fascismo", e vieta la propaganda fondata sull'odio in base all'etnìa o alla razza. Quel ministro giustifica questa "sparata" proprio con l'esigenza di limitare il "razzismo al contrario". Insomma siamo alle comiche.

Il "razzismo al contrario" semplicemente NON esiste, perché da qualunque parte lo guardi è comunque sempre RAZZISMO

Ma quando mi vedi nuda vado bene anche se sono "NEGRA"


There's too much racism around. Among people, on Television, in newspapers, on Facebook, in social media.

There's too much racism around. You feel it in the dark look of people as soon as they see that the color of your skin is dark, not tanned, but just dark tending to black.

There's too much racism around. It rumbles in your ears when they insult you because you're a beautiful black woman.

But no, Italy is not a racist country. Of course Italy is not racist, but racists exist. But we continue to deny this too, despite the repeated acts of violence against us that we are "differently" white.

It even says Salvini that racism doesn't exist, and if he says it, the most racist of all, then means it's true, racism in Italy doesn't exist.. and I was wrong.

Now racists feel powerful, they come out in the open. They know that in this new government of "change" there are those who even deny their existence, the "new ministers" of change today denied the existence of racists.

I'm sad, but I'm not afraid. I'm not afraid of racists, if anything makes me sick from crap.. I'm more afraid of who's silent, I'm afraid of too much "indifference", of who sees but doesn't say anything.


Africans will return to Africa at their home only when Europeans, western multinationals stop stealing Africa's riches

Free Africa. Away from Africa all westerners who steal our wealth, take away our land, pollute our rivers and our seas, cut our forests.
(Maris)

E poi fate attenzione perché i razzisti di oggi si definiscono "patrioti", difendono (secondo loro) l'italianità degli italiani dall'invasione dei barbari africani


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“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”
(Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Art. 1)

L'odio disumano e nauseabondo provocato dalla politica palesemente "razzista" di Salvini, con l'ausilio degli "insignificanti" 5 stalle e dell'inutile presidente del consiglio, stanno "autorizzando" in tutta Italia sempre maggiori atti di violenza con i migranti (tutti, anche verso chi, come me, è "regolare")

Troppi ancora gli indifferenti, ancora troppi coloro che guardano dall'altra parte, e invece ancora troppo pochi quelli che hanno il coraggio di indignarsi contro una politica che lascia al loro destino bambini e bambine, donne magari incinta, sofferenti in cerca di sollievo.

Un'Italia che sta perdendo la sua umanità, alla deriva, che guarda solo nel suo orticello, senza sapere che i pomodori made in Italy che compra al supermercato sono stati raccolti da "migranti" pagati (forse) due euro all'ora.

Migranti, un'emergenza che non c'è, ma che è diventata il capro espiatorio per la politica "infame" di qualcuno.




Articolo a cura di
Maris Davis



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