martedì 13 marzo 2018

Repubblica Democratica del Congo. La maledizione di un paese ricco di minerali preziosi

L’inferno del Coltan e la manodopera della disperazione. È un minerale indispensabile per i nostri smartphone. Si estrae nelle miniere del Congo (Repubblica Democratica), controllate dai signori della guerra. Che danno «lavoro» a milioni di schiavi «volontari»


Il coltan è un minerale di superficie e per estrarlo non bisogna fare costosi tunnel di chilometri. È raro, si trova in Congo e in pochi altri Paesi. E soprattutto è indispensabile per i nostri smartphone e per l’industria aerospaziale.

Facile, prezioso, utile: tre vantaggi che ne fanno il bancomat della giungla, disponibile per chi abbia un esercito privato, sia guerrigliero o militare corrotto. La manodopera della disperazione è semplice da «creare». Basta razziare nelle province vicine, uccidere, violentare. La gente scapperà e verrà a scavare proprio per il «Signore della guerra» che controlla il coltan. Senza che lui investa un centesimo per allestire la miniera, la gente si organizzerà in clan di 30-40 persone.

Gli uomini estrarranno le pietre con le vanghe, le donne e i bambini le laveranno a mano nell'acqua e le trasporteranno al mediatore più vicino. A volte cammineranno anche due giorni nella foresta con trenta chili sulle spalle. I minerali verranno imbarcati per la Cina o la Malesia dove i due metalli del coltan (columbine e tantalio) verranno separati per essere venduti all'industria high tech. A ogni passaggio il Signore della guerra prende una tangente e si arricchisce sulla miseria altrui. Può essere un ribelle, un colonnello dell’esercito o un poliziotto.

Il Congo è pieno di schiavi volontari al servizio di uomini forti. Milioni, senza neppure la dignità di una statistica attendibile: bambini analfabeti, orfani, condannati a tramandare da una generazione all'altra la maledizione delle miniere.

Rapporti Onu parlano di 11 milioni di morti legati al controllo di questo business. Di chi è la colpa? Di un Paese troppo ricco di risorse e troppo povero di capitale umano. Dell’era coloniale. Del post colonialismo. Del neoliberismo. Della corruzione. Del fallimento dello Stato. Dei nostri smartphone e missili spaziali. Quasi l’80 per cento del minerale per i telefonini proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, l’intero Paese, invece di arricchirsi, ne è sconvolto e per di più, boicottare l’uso del metallo sarebbe come condannare alla fame milioni di persone.

Suor Catherine delle sorelle del Buon Pastore, in missione a Kowesi, nell’ex provincia congolese del Katanga si sforza di spiegare la corsa al coltan. «La gente non scava nelle miniere artigianali per diventare ricca. Lì si abbrutiscono, si prostituiscono, si ubriacano, si ammalano e muoiono. Chi comincia sa già quale sarà il suo destino. Eppure arrivano di continuo. C’entra il fatto che sono stati scacciati dalle loro terre, ma anche altro, come spiegare tutto questo ad un europeo?. Questa gente ha fame, in un paradiso ricco d’acqua e piante meravigliose come il Congo, non sono in grado di coltivare o allevare un pollo, sanno solo scavare»

È la maledizione della ricchezza. Da 20 anni a questa parte sono quasi scomparse per ragioni politiche le grandi compagnie minerarie che offrivano un certo welfare ai loro operai. C’era paternalismo sì, ma la privatizzazione delle concessioni in assenza di un aiuto alternativo ha distrutto la coesione sociale. Signori della guerra controllano decine di migliaia di lavoratori in schiavitù volontaria. Stupri di massa e abusi di ogni genere sono la regola. E chi non scava o spara, muore di fame. Bambini di 5 anni in miniera, bambine di 11 nei bordelli delle bidonville minerarie, madri abbandonate con 5-10 figli che muoiono di fatica e malattia a trent'anni, orfani, schiavi volontari per un uovo al giorno.

Questi minatori «artigianali», dentro la giungla, guadagnano 3-4 dollari al giorno. Donne e trasportatori 2. I bambini anche meno. Però così riescono almeno a mangiare. Il cibo in Congo è carissimo perché importato. Uova dallo Zambia, fagioli dalla Namibia, cavoli e mele dal Sud Africa. Chi compra il minerale dai minatori è spesso lo stesso che gli vende il cibo riprendendosi gli spiccioli che gli ha appena dato. «Basterebbero delle galline a dare un’alternativa»

Per aiutare i bambini minatori del Congo sarebbe, forse, utile un altro Leonardo Di Caprio. Il suo film Blood Diamond (Diamanti di sangue) aiutò a incrinare il legame tra pietre preziose e guerre perché da sempre si cercano gemme per comprare armi, ma è con le armi che ci si impossessa delle gemme. Lo stesso sta accadendo con i metalli per l’High-Tech. Anche grazie a quel film le regole internazionali sono cambiate in meglio. Il commercio dei diamanti non si è convertito in un esercizio di virtù, ma almeno chi vuole comprare pietre pulite oggi può farlo.

Vale lo stesso per gli smartphone che abbiamo in tasca? «Da due anni a questa parte la catena di approvvigionamento dei metalli rari ha ricevuto maggiore attenzione. È entrata in vigore la riforma di Wall Street, la Dodd-Frank Act, che impone di controllare che le materie prime non alimentino i conflitti del Congo. Ci sono stati dei passi avanti, ma resta grande il problema del contrabbando e delle milizie»

Karen Hayes è la direttrice del programma «dalla miniere al mercato» della Ong Pact finanziata dalle industrie che usano il coltan e dal governo olandese. «Dal 2010 abbiamo catalogato 800 miniere, mappato le zone di conflitto, distribuito computer e insegnato agli Stati a sorvegliare la catena dell’export. Oggi possiamo dire che le armi sono scomparse dalle miniere, anche se restano i bambini minatori e la povertà». Pochi però, vedono come Pact, il bicchiere mezzo pieno. Amnesty International sostiene che la Dodd-Frank Act ha solo scalfito il problema e la maggioranza delle società non ha neppure tentato di ottemperare alla Legge soprattutto per la parte del business che avviene nella giungla.

Una compagnia privata, la Fairphone, si vanta di produrre esclusivamente telefonini «senza guerra». «Controlliamo direttamente tutte le fasi dell’approvvigionamento. Così evitiamo il boicottaggio e non danneggiamo l’economia del Paese basato sulle miniere». Dalla parte opposta dell’etica del lavoro, società cinesi, kazake o comunque non quotate a Wall Street, ignorano qualsiasi procedura e comprano coltan da chiunque senza voler sapere come l’ha estratto. Il problema è enorme come il Congo, 80 milioni di abitanti, un governo conteso e un livello di scolarità che invece di crescere diminuisce.

Non è più solo un problema di sfruttamento internazionale. È peggio oggi il fallimento dello Stato. Le autorità hanno assunto una forma violenta e predatoria. Le istituzioni si mostrano efficienti quando distribuiscono concessioni minerarie ai familiari del potere e le proteggono con la forza. Quando invece si tratta di difendere i diritti basici delle persone, dai bambini, alle donne, ai lavoratori, lo Stato smette di esistere. Il risultato sono intere generazioni perdute, un popolo ridotto in schiavitù.


Sfruttamento e lavoro minorile nella Repubblica Democratico del Congo. Adesso basta lacrime di coccodrillo.
La questione mineraria del Congo è alla ribalta. E stavolta i riflettori sono stati accesi dalla Borsa dei metalli di Londra che ha chiesto a tutte le società minerarie presenti al suo interno di dimostrare l’«eticità» dei loro prodotti. Una richiesta non proprio motivata da ragioni morali, ma dalla denuncia di operatori che accusano alcune società cinesi, fra cui la Yantai Cash Industrial, di concorrenza sleale proprio a causa del fatto che ottengono materie prime dal Congo a prezzi bassissimi in forza dell’alto grado di sfruttamento del lavoro e della violazione delle leggi fiscali e doganali.

In Congo l’etica è una parola dimenticata da tempo, sicuramente dal 1890 quando divenne colonia belga, all'inizio per produrre gomma, poi per fornire minerali. All'indomani dalla liberazione (dal colonialismo), Patrice Lumumba provò a togliere le miniere di mano alle compagnie straniere per metterle al servizio del popolo congolese, ma venne assassinato brutalmente.

Mobutu, che succedette all'illuminato Lumumba, gestì le ricchezze minerarie del Congo secondo un accordo di spartizione con le imprese straniere e in 35 anni di dittatura accumulò all'estero 8 miliardi di dollari, mentre il suo popolo si dibatteva nella fame e nella miseria.

Nel 1997 il potere venne rilevato da una nuova 'dinastia', quella di Laurent-Désiré Kabila, che però ereditò un Paese a pezzi. Una condizione di debolezza che nel Kivu, la parte orientale del Congo, favorì la proliferazione di movimenti secessionisti che risentivano delle tensioni etniche esistenti in Rwanda e Burundi. Nel 1998 il Kivu si trasformò in un campo di battaglia con la presenza di sei eserciti stranieri, parte a sostegno di Kabila, parte a sostegno di gruppi etnici locali, parte a sostegno solo di se stessi con l’obiettivo di avere accesso ai giacimenti di oro, zinco, tantalio, tungsteno, di cui la zona è ricca e che sono di fondamentale importanza per l’industria informatica. In effetti, vari generali ruandesi e ugandesi approfittarono della presenza armata in Kivu per appropriarsi di minerali e arricchirsi vendendoli sul mercato nero internazionale. Operazione resa possibile dal fatto che gran parte dell’estrazione è su base artigianale.

Si calcola che nel Kivu ci siano 400mila minatori imprenditori di se stessi che grattano il terreno alla ricerca di pietre grezze che contengono minerali preziosi

Durante la guerra erano obbligati a cedere i loro prodotti ai signori della guerra per prezzi irrisori. E se ufficialmente gli eserciti stranieri si sono ritirati dal Kivu a fine 2002, l’ultimo rapporto presentato alle Nazioni Unite nell'agosto 2017, testimonia che nella zona operano ancora vari gruppi armati che continuano a controllare l’estrazione e la vendita dei minerali per finanziare, col ricavato, l’acquisto di armi.

Tuttavia il minerale che ha indotto la direzione della Borsa di Londra ad avviare la sua indagine di eticità, non è né il tantalio, né il tungsteno, ma il cobalto, un minerale che sta assumendo un’importanza crescente come componente per batterie, dal momento che il futuro dell’industria automobilistica è nell'auto elettrica.

Il Congo contribuisce a metà del cobalto mondiale, soprattutto nella regione del Katanga, attraverso una varietà di attori che comprendono potenti multinazionali, dotate delle più moderne tecnologie, e un esercito di minatori che grattano il terreno con ferri e picconi. Le condizioni di lavoro sono indegne. E non solo per la presenza di lavoro minorile e per le angherie dei grossisti, in gran parte cinesi.

Di tutti questi aspetti, quello che più inquieta i responsabili della Borsa di Londra è il lavoro minorile perché urta, ormai, tanta parte della sensibilità collettiva. Come rimedio si pensa di chiedere alle imprese che trasformano il minerale grezzo in metallo, di auto-certificare, davanti all'opinione pubblica, l’uso di materie prime che escludono il lavoro minorile. Ma questo genere di operazioni salva l’immagine delle imprese, non l’avvenire dei bambini.

Il lavoro minorile non si combatte con le dichiarazioni, bensì eliminando la povertà. I poveri non vogliono ai loro figli meno bene dei ricchi. Le famiglie mandano i figli al lavoro quando i soldi non bastano e quando non c’è scuola. Perciò, se davvero vogliamo eliminare il lavoro minorile, è dai salari degli adulti che dobbiamo partire. Ci vuole un’operazione a tenaglia: da una parte la disponibilità delle imprese a riconoscere salari più alti ai propri lavoratori e a pagare prezzi più alti sui prodotti acquistati dai lavoratori autonomi; dall'altra la disponibilità da parte degli Stati ricchi ad assistere quelli poveri con mezzi e personale affinché i bambini di ogni parte del mondo possano trovare una scuola che li accoglie.

Non più lacrime di coccodrillo, ma concrete scelte di giustizia, così si costruisce un mondo migliore

Entro il 2025 niente più bambini nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo

L’annuncio è stato fatto il 31 agosto dal ministro del Lavoro e del Benessere sociale, Lambert Matuku Memas: accogliendo le raccomandazioni presentate in un rapporto pubblicato nel 2016 da Amnesty International e Afrewatch, il governo ha adottato una strategia nazionale con l’obiettivo di porre fine entro il 2025 al lavoro minorile nelle miniere artigianali della Repubblica Democratica del Congo.

Non è noto il numero esatto dei minori che estraggono dalle miniere di cobalto ciò che poi farà funzionare gli smartphone e le auto elettriche in tutto il mondo. Nel 2014 Unicef aveva diffuso la stima di 40.000 bambini impiegati nelle miniere del sud del paese, ma è probabile che fossero o che nel frattempo siano diventati molti di più.

L’annuncio del governo di Kinshasa è importante, perché per la prima volta è stato riconosciuto un fatto fino a oggi negato: che decine di migliaia di bambini e ragazzi dedicano ore, ogni giorno, a un’attività pericolosissima per la loro salute. Metà del cobalto estratto al mondo e l'80% del coltan usato nei nostri smartphone proviene dalle miniere congolesi.

Naturalmente, occorrerà controllare passo passo se e come la strategia del governo verrà attuata. Ma intanto registriamo l’impegno assunto dal governo.

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Articolo a cura di
Maris Davis

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