martedì 19 maggio 2015

Violentate perché possano partorire i futuri soldati di Boko Haram

Ragazza rapita da Boko Haram
e appena liberata
Violentate per essere messe incinta, e generare futuri guerrieri. Le prigioniere di Boko Haram, ora libere, raccontano le violenze subite.

"I miliziani di Boko Haram hanno una certa convinzione spirituale per la quale sostengono che i loro figli cresceranno ereditando la loro stessa ideologia, anche qualora non dovessero vivere al loro fianco". Ecco perché, delle circa seicento ragazze liberate dall'esercito nigeriano nella foresta di Sambisa all'inizio di questo mese, almeno 214 risultano in stato di gravidanza.
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Molte di esse sono rimaste prigioniere per molti mesi e sistematicamente venivano violentate.

"Dopo aver messo incinta le loro prigioniere, le trattengono per almeno quattro mesi dall'inizio della gravidanza per rendere difficile, se non impossibile, l'aborto, poi, molto spesso, abbandonano le donne che in molti casi ritornano a casa".

Tra fine e aprile e inizio maggio in due diverse operazioni all'interno della foresta di Sambisa, l'esercito nigeriano ha liberato più di 680 prigionieri, molti erano bambini e bambine, altri anziani, molte ragazze e donne.
- leggi 29 aprile e 2 maggio -

La cosa più spaventosa riguardo tutta la vicenda è proprio la convinzione da parte dei miliziani di aver in qualche modo dato vita a un piccolo esercito che porterà avanti la loro battaglia anche a distanza di anni, è l'esercito dei loro figli. Le donne sono state messe incinta di proposito. Alcune raccontano di esser state trattate come delle "macchine del sesso".

"Sono stata rapita sei mesi fa a Delsak, quando il nostro villaggio è stato conquistato da Boko Haram" ha raccontato Asabe Aliyu, di 23 anni, "prima ci siamo fermati in una foresta vicino al confine con il Camerun, dove mi hanno trasformata in una macchina del sesso. Facevano a turni per dormire con me. Ora sono incinta, e non riesco neanche a identificarne il padre".

Alla fine del 2014, nel nordest del Paese, ovvero l'area in cui il gruppo estremista Boko Haram è maggiormente attivo, il Fondo delle Nazioni Unite per le popolazioni in Stato di Crisi (UNFPA) aveva aiutato 16.350 donne a partorire in maniera sicura all'interno delle sue strutture.

Ragazze e donne appena liberate dalla prigionia di Boko Haram
Durante i mesi di prigionia, ad alcune donne veniva data la scelta, sposare un membro di Boko Haram o diventare schiave. Secondo le testimonianze delle ragazze liberate, la maggior parte dei miliziani è circondato da più donne, tra tre e cinque ognuno, cosiddette "mogli" o "schiave sessuali". Le schiave dovevano anche cucinare e badare al campo base, dove erano detenute come prigioniere, mentre i miliziani spesso le insultavano. Se si rifiutavano di fare sesso con loro, venivano picchiate.

Altre donne liberate raccontano di esser state legate e maltrattate, costrette a mangiare mais secco. Alcune hanno riferito di aver finto di essere pazze pur di non essere avvicinate.

Boko Haram considera infedeli tutti coloro che non condividono la loro ideologia. Per questo motivo, il marito della ventisettenne Lami Musa era stato ucciso dal gruppo estremista quando lei era incinta di quattro mesi. Le avevano detto che sarebbe stata costretta a sposare uno dei loro comandanti la settimana dopo aver partorito, ma per fortuna è stata liberata dall'esercito pochi giorni dopo aver partorito.

Stanca e ancora gonfia dopo il parto, con in braccio una bambina di tre giorni, ha raccontato come a volte passava giorni interi senza cibo o acqua. Trattenendo le lacrime a stento, ha raccontato Lami "Ancora non conosco le condizioni di mia figlia, né io né lei ci siamo ancora potute lavare da quando è nata".

La maggior parte delle ragazze liberate soffre di gravi traumi psicosociali e l'Unfpa è al lavoro per aiutarle a ripristinare la loro dignità personale. "In zone di conflitto o aree colpite da disastri naturali, la maggior parte delle persone pensa a procurare acqua, medicinali, alloggi e cibo, che sono tutte cose molto importanti, ma le donne e le ragazze rapite non hanno avuto nulla di tutto questo, dai loro carcerieri sono state trattate come bestie".

Maryamu Adamu è convinta di esser stata all'inferno per i nove mesi in cui era prigioniera nella foresta di Sambisa. Non sa se suo marito e i loro due figli siano ancora vivi. "So che fino a poco fa ero morta. Ma sono qui adesso, e mi sento finalmente viva. Ringrazio Dio che lo sono. Ringrazio Dio".
(Testimonianze e fonti
The Post International)

(Slideshow "Ragazze liberate")





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