18 settembre 2016

Report Amnesty International sui crimini di Boko Haram in Nigeria

Donne e Ragazze rapite costrette a combattere tra le fila di Boko Haram. Amnesty International ha documentato i crimini dei miliziani islamici tra il 2014 e il 2015 in Nigeria.

Dall'inizio del 2014 sono almeno 3.000 (tremila) le donne e le ragazze rapite da Boko Haram, costrette a diventare schiave sessuali, o a seguire l’addestramento in preparazione al combattimento, oppure fatte diventare delle kamikaze. Lo afferma Amnesty International in un report basato su prove documentali e interviste a testimoni oculari.

Il rapporto di 90 pagine "Our job is to shoot, slaughter and kill. Boko Haram’s reign of terror" (Il nostro lavoro è sparare, massacrare e uccidere. Il regno del terrore di Boko Haram) è basato su quasi 200 testimonianze, tra le quali anche quelle di 28 donne e ragazze rapite e poi fuggite. Il testo documenta numerosi crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi da Boko Haram, inclusa l’uccisione di almeno 5.500 civili quando, nel corso del 2014 e nei primi mesi del 2015, il gruppo armato ha scatenato la propria furia attraverso la Nigeria nord-orientale.

Il rapporto di Amnesty International getta una nuova luce sui metodi brutali impiegati dal gruppo armato nella Nigeria nord-orientale, dove uomini e ragazzi sono arruolati regolarmente o sistematicamente messi a morte e dove giovani donne e ragazze vengono rapite, imprigionate e in alcuni casi stuprate, sposate con la forza e costrette a partecipare ad attacchi armati, a volte nei loro stessi villaggi d’origine.

Secondo Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International, "Le prove presentate da questo scioccante rapporto, sottolineano l’ampiezza e la depravazione dei metodi di Boko Haram. Uomini e donne, ragazzi e ragazze, cristiani e musulmani sono stati uccisi, rapiti e seviziati da Boko Haram durante un regno del terrore che ha toccato milioni di persone. Successi militari recenti potrebbero segnare l’inizio della fine di Boko Haram, ma moltissimo resta da fare per proteggere i civili, risolvere la crisi umanitaria e dare il via al processo di riconciliazione"

Il rapporto include prove grafiche, tra le quali nuove immagini satellitari, dell’ampiezza della devastazione che Boko Haram ha lasciato dietro di sé.

Rapimenti. Le 276 liceali rapite a Chibok nell'aprile del 2014 sono state al centro dell’attenzione internazionale grazie alla campagna #BringBackOurGirls. Ma queste ragazze rappresentano solo una piccola frazione delle persone, donne, ragazze, giovani uomini e ragazzi, rapite da Boko Haram.

Gruppo di donne appena liberate dall'esercito nigeriano
Le donne e le ragazze rapite da Boko Haram venivano portate direttamente in campi situati in comunità remote o in campi di transito improvvisati, come quello allestito nella prigione di Ngoshe. In seguito venivano trasferite in varie case, in città o villaggi sotto il controllo di Boko Haram, per essere indottrinate alla versione dell’Islam di Boko Haram, in attesa del matrimonio.

Aisha, 19 anni, ha raccontato ad Amnesty International di esser stata rapita nel settembre 2014 durante la festa di matrimonio di un’amica insieme a sua sorella, la sposa e la sorella di quest’ultima. Boko Haram le ha portate in un accampamento a Gullak, nello stato di Adamawa, dove si trovavano circa altre 100 ragazze rapite. Una settimana più tardi la sposa e sua sorella son state costrette a sposare degli uomini di Boko Haram. Aisha e le altre donne e ragazze invece sono state addestrate per il combattimento.

"Ci insegnavano come sparare. Ero tra le ragazze addestrate a sparare. Mi hanno pure insegnato a usare le bombe e come attaccare un villaggio. L’addestramento è durato tre settimane. Poi hanno iniziato a farci partecipare a delle operazioni. Io sono stata mandata a seguire un’operazione nel mio stesso villaggio"

Aisha ha raccontato che durante i tre mesi in cui è rimasta prigioniera è stata ripetutamente stuprata, anche da gruppi di sei soldati alla volta. Inoltre ha assistito all'uccisione di oltre 50 persone, tra le quali sua sorella. "C’erano persone che rifiutavano di convertirsi. Altre si rifiutavano di imparare a uccidere. Venivano sepolti in fosse comuni, nella boscaglia. Impacchettavano i cadaveri e li gettavano in un grande buco, non abbastanza profondo. Non ho visto il buco. Però sentivamo la puzza quando i cadaveri iniziavano a decomporsi"

Uccisioni di massa. Sono almeno 300 i raid e gli attacchi di Boko Haram contro le popolazione civili che Amnesty International ha documentato da inizio 2014. All'inizio dei raid venivano presi di mira sistematicamente i militari o la polizia, così da confiscare armi e munizioni prima di assalire la popolazione civile. Gli uomini di Boko Haram sparavano a chiunque tentasse di fuggire, radunando e uccidendo uomini in età per combattere.

Il 14 dicembre 2014 quando Boko Haram ha preso il controllo di Madagali, Ahmed e Alhaji, rispettivamente 20 e 18 anni, erano seduti insieme ad altri uomini mentre aspettavano di essere sgozzati. Ahmed ha raccontato a Amnesty International che anche se l’istinto gli diceva di scappare non riusciva a farlo. "Li stavano macellando con i coltelli. Due uomini erano incaricati delle uccisioni. Eravamo tutti seduti per terra, in attesa del proprio turno". Alhaji è riuscito a sfuggire solo perché la lama del coltello del boia di Boko Haram era troppo spuntata per poter tagliare altre gole. "Prima di arrivare al mio gruppo hanno ucciso 27 persone davanti ai miei occhi. Li ho contati tutti perché volevo sapere quando sarebbe stato il mio turno" Ha raccontato che, quel giorno a Madagali, almeno 100 uomini che hanno rifiutato di unirsi a Boko Haram sono stati uccisi.

A Gwoza, durante un attacco avvenuto il 6 agosto 2014, Boko Haram ha ucciso almeno 600 persone. Testimoni hanno raccontato a Amnesty International come chiunque tentasse di scappare venisse rincorso. "Le moto andavano in tutte le direzioni, percorrevano ogni angolo di strada e sparavano. Sparavano solo agli uomini"

Centinaia di persone sono scappate cercando rifugio sulle montagne circostanti, dove i combattenti di Boko Haram davano loro la caccia, costringendole con il lancio di gas lacrimogeni a lasciare le caverne nelle quali si nascondevano. Le donne venivano rapite, gli uomini uccisi.

Incendi e saccheggi. Nuove immagini satellitari della distruzione di Bama. Immagini satellitari commissionate da Amnesty International hanno permesso all'organizzazione di documentare l’estensione della devastazione causata da Boko Haram.

Tra queste nuove immagini di Bama, prima e dopo, elaborate per il rapporto. Queste mostrano come almeno 5.900 strutture (tra le quali l’ospedale), ovvero circa il 70 % della città, sono state danneggiate o distrutte dai combattenti di Boko Haram in ritirata quando l’esercito nigeriano ha ripreso il controllo della città, nel marzo 2015.

Testimoni intervistati da Amnesty International hanno descritto come le strade di Bama fossero ricoperte di cadaveri e persone venissero arse vive negli edifici. Una donna ha raccontato che "I militari si sono avvicinati alla caserma (a Bama), ne hanno quasi preso il controllo ma poi si sono ritirati. Allora gli insorti hanno iniziato a uccidere e a incendiare le case"

La vita sotto Boko Haram. Il rapporto documenta il regno del terrore per le persone costrette a vivere sotto il controllo di Boko Haram. Dopo aver preso il controllo della città, Boko Haram radunava la popolazione per annunciare nuove regole, in particolare le limitazione dei movimenti per le donne. La maggior parte delle famiglie diventavano quindi dipendenti dai bambini per andare a prendere cibo o da visite da parte di membri di Boko Haram che offrivano aiuto, distribuendo cibo confiscato.

Per far rispettare le regole Boko Haram prevedeva dure punizioni. Non presentarsi alle preghiere quotidiane era punibile con la flagellazione pubblica. Una donna che ha vissuto cinque mesi sotto il controllo di Boko Haram a Gambaru ha detto ad Amnesty International di aver visto una donna venir flagellata 30 volte per aver venduto abiti per bambini e una coppia messa a morte pubblicamente per adulterio.

Un quindicenne di Bama, risparmiato da Boko Haram perché disabile, ha raccontato a Amnesty International di aver assistito a 10 lapidazioni. "Il venerdì era il giorno delle lapidazioni delle donne considerate adultere. Radunavano tutti i bambini e chiedevano loro di lapidarle. Ho partecipato alle lapidazioni. Scavavano un fosso, seppellivano tutto il corpo della donna lasciando fuori solo la testa e si lanciavano pietre. Quando la persona moriva lasciavano i sassi fino a quando il corpo si decomponeva"

Il rapporto evidenzia pure l'aumento delle tensioni tra cristiani e musulmani. Molti cristiani intervistati da Amnesty International credono che i musulmani abbiano informato Boko Haram dei loro spostamenti o che non li abbiano informati di attacchi imminenti. Questa situazione crea un clima di sfiducia tra comunità che prima vivevano in armonia, una accanto all'altra. Boko Haram ha distrutto chiese e ucciso cristiani che hanno rifiutato di convertirsi all'Islam ma sono stati presi di mira anche musulmani moderati.

"Il cambio di governo in Nigeria dello scorso anno rappresenta un’opportunità per un nuovo approccio alla sicurezza nel paese, dopo il terribile fallimento degli scorsi anni. Bisogna soccorrere le persone rapite, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità devono essere investigati. È necessario riesumare i corpi dalle fosse comuni, altre uccisioni devono essere prevenute e i colpevoli di queste immani sofferenze devono essere portati davanti alla giustizia"

Donne nigeriane liberate salgono sui camion dell'esercito

Le informazioni sulle attività di Boko Haram documentate da Amnesty International dovrebbero essere considerate dalla Corte penale internazionale del'Aia come parte dell’esame preliminare sulla situazione nella Nigeria nord-occidentale

Informazioni supplementari. Il rapporto si basa su 377 interviste, tra le quali 189 con vittime e testimoni oculari di attacchi di Boko Haram, 22 con funzionari locali, 22 con fonti militari e 102 con difensori dei diritti umani. Le testimonianze raccolte sono di donne, uomini e bambini, musulmani e cristiani. La maggior parte delle persone intervistate hanno chiesto di non essere identificate per ragioni di sicurezza, quindi tutti i nomi usati nel rapporto sono pseudonimi.

Le prove sono state raccolte da Amnesty International nel corso di quattro missioni di ricerca, nel 2014 e nel 2015, a Maiduguri, in campi per gli sfollati interno nella Nigeria nord-orientale e in un campo rifugiati nel nord del Camerun. Molte interviste sono state condotte telefonicamente da Londra.

Amnesty International ha documentato 38 casi di rapimento da parte di Boko Haram, ha raccolto 77 testimonianze sui rapimenti: 31 da parte di testimoni oculari e con 28 donne e ragazze rapite da Boko Haram e poi fuggite.

"Our job is to shoot, slaughter and kill. Boko Haram’s reign of terror"
(Il nostro lavoro è sparare, massacrare e uccidere. Il regno del terrore di Boko Haram)

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Articolo a cura di
Maris Davis




15 settembre 2016

Cara di Foggia, un lager di Stato.

Prostituzione, caporalato e mafia nigeriana alla luce del sole, sotto gli occhi di poliziotti, carabinieri e i militari che dovrebbero sorvegliare il centro di accoglienza per richiedenti asilo

Cara di Foggia
Sette giorni all'inferno, il diario di un finto rifugiato nel ghetto di Stato. Dormitori stracolmi. Dove la legge non esiste. Fabrizio Gatti, giornalista de "L'Espresso" è entrato clandestinamente, nel Cara di Foggia. Dove oltre mille esseri umani sono tenuti come bestie. E per ciascun immigrato presente le coop che lo gestiscono prendono 22 euro al giorno.

Da sempre noi di Foundation for Africa denunciamo lo sfruttamento e il business che c'è attorno alla gestione dell'accoglienza, soldi di stato che entrano nelle tasche di allegre cooperative che gestiscono i Centri di prima accoglienza, CARA e i CIE in Italia, un affare milionario in cui sono coinvolte anche mafie locali, politici corrotti e cooperative disoneste, e tutto sulla pelle degli immigrati.

Ecco il racconto di Fabrizio Gatti. La quinta notte apro la porta sull'inferno. Dal buio dello stanzone esce un alito di aria intensa e arroventata che impasta la gola. Si accende un lumino e rischiara una distesa di decine di persone, ammassate come stracci su tranci di gommapiuma. Niente lenzuola, a volte solo un asciugamano fradicio di sudore sotto le coperte di lana. Nemmeno un armadietto hanno messo a disposizione, ciabatte e scarpe sono sparse sul pavimento, i vestiti di ricambio dentro sacchetti di carta. Rischio di calpestare una serpentina incandescente, collegata alla presa elettrica da due fili volanti. Qualcuno sta preparando la colazione per poi andare a lavorare nei campi. Cucinano per terra. Se scoppia un incendio, è una strage.

No, questa non è una bidonville, è un ghetto di Stato. Il Cara di Borgo Mezzanone vicino a Foggia, il Centro d’accoglienza per richiedenti asilo, il terzo per dimensioni in Italia. Ce ne sono molti altri di stanzoni ricoperti di corpi. I ragazzi africani vengono sfruttati anche quando dormono. Per trattarli così, il consorzio “Sisifo” della Lega delle cooperative, e la sua consorziata “Senis Hospes”, amministrata da manager cresciuti sotto l’ombrello di Comunione e liberazione, incassano dal governo una fortuna, ventidue euro al giorno a persona, quattordicimila euro ogni ventiquattro ore, oltre quindici milioni d’appalto in tre anni. Più eventuali compensi straordinari, secondo le emergenze del momento.

La quinta notte rinchiuso qui dentro ho già visto i gangster nigeriani entrare nel Cara a prelevare le ragazzine da far prostituire. I cani randagi urinare sulle scarpe degli ospiti messe all'aria ad asciugare. E perfino i trafficanti afghani offrire viaggi nei camion per l’Inghilterra. Mi hanno anche interrogato. Un picciotto dei nigeriani, non la polizia.

Agenti e soldati di guardia non si muovono dal piazzale asettico del cancello di ingresso. In una settimana, mai incontrati. Nessuno protegge i 636 ospiti dichiarati nel contratto d’appalto. Ma siamo sicuramente più di mille. Contando gli abusivi, forse millecinquecento. Perché da quattro buchi nella recinzione, chiunque può passare. E da lì sono entrato anch'io. Un nome falso, una storia personale inventata. Da lunedì 15 a domenica 21 agosto. Una settimana come tante. Nulla è cambiato, nemmeno oggi. Quello che segue è il mio diario da finto rifugiato nel Ghetto di Stato.

Telecamere e buchi nella rete. Dentro il Cara di Borgo Mezzanone il giorno non tramonta mai. Una costellazione di fari abbaglianti splende non appena fa buio sul Tavoliere, la grande pianura ai piedi del Gargano. La cupola di luce appare a chilometri di distanza. Bisogna arrivare alla rete arrugginita di un aeroporto militare dismesso. C’è un varco a est, dopo una lunga camminata nei campi. Ma a ovest entrano addirittura le macchine e i furgoni dei caporali, carichi di schiavi di ritorno dalla giornata di lavoro.

Sono quasi le dieci di sera. Le prime casupole lungo la pista di decollo formano la baraccopoli abitata da quanti negli anni sono usciti dal centro d’accoglienza, con o senza permesso di soggiorno. Una stratificazione di sbarchi dal Mediterraneo e di sfruttamento da parte degli agricoltori foggiani. Da qualche mese però la bidonville si sta allargando.

Da Napoli è arrivata la mafia nigeriana e si è presa metà pista. Nelle baracche hanno aperto bar, due ristoranti, una discoteca che con la musica assorda ogni notte il riposo dei braccianti. Da Bari sono venuti alcuni afghani piuttosto integralisti e ora controllano l’altra metà. Hanno allestito un negozio che vende di tutto e una misteriosa moschea. Questa è la zona chiamata Pista, appunto. Ancora qualche centinaio di metri e si può toccare la recinzione del "Ghetto di Stato"

I fari sono puntati a terra e le telecamere inquadrano tutto il perimetro. Il Cara è diviso in due settori. Il primo, proprio qui davanti, è composto da diciotto moduli prefabbricati. Quattro abitazioni per modulo. Ogni abitazione ha tre stanzette, due metri per due, una finestra, lo spazio per due brande, raramente quattro a castello. Ciascun modulo ospita così tra le 24 e le 48 persone. Oppure, per dirla brutalmente, rende ai gestori tra i 528 e i 1.056 euro al giorno. La piazza centrale è un campetto di calcio, davanti al capannone con la mensa, la moschea e i pavimenti di tre camerate ricoperti di materassi.

Anche il secondo capannone accanto è un dormitorio stracolmo. I bagni sono distribuiti in una dozzina di casupole: sei rubinetti ciascuno, sei turche, sei docce malridotte, alcune con l’acqua calda. Il secondo settore è invece rinchiuso dietro cancellate alte cinque metri. Due fabbricati illuminati a giorno sotto un’altra schiera di telecamere. È il vecchio CIE per le espulsioni, una prigione. Lo usano per l’accoglienza. I rapporti sulle visite ufficiali sostengono che il secondo settore sia la parte dove si sta meglio. Oltre non bisogna andare. Lì vigila, si fa per dire, il personale di guardia. I buchi nella recinzione del Cara sono quattro, proprio sotto le telecamere.

I fantasmi respinti. Una voce sguaiata al megafono della moschea ricorda all'improvviso che Allah è il più grande. È l’ora della preghiera che precede l’aurora. Sono le quattro e diciannove. Addio sonno. Fino alle tre e mezzo avevamo il tormento della musica afro dalla baracca appena fuori il recinto, lì dove i gangster nigeriani fanno prostituire le ragazzine. Poi due auto si sono sfidate con frenate e sgommate lungo la Pista. Quindi un ragazzo ha telefonato al fratello in Africa e parlava così forte che sembrava volesse farsi sentire direttamente. Adesso chiamano alla preghiera anche dalla misteriosa moschea degli afghani. Le voci dei muezzin erano scomparse da questo cielo il 15 agosto del 1300, giorno d’inizio del massacro dei musulmani a Lucera. Migliaia di morti, i sopravvissuti venduti come schiavi: le radici europee del cristianesimo non sono più pacifiche di certi fanatici islamisti di oggi.

Ogni angolo protetto dalla luce dei fari è occupato da qualcuno che prova a dormire all'aperto. Un po’ per il caldo asfissiante. Un po’ perché dentro non c’è posto. Lo sanno anche le zanzare. Quando il sole è ormai a picco, Suleman, 24 anni, nel Cara da tre mesi, esce a raccogliere babbaluci, le lumache aggrappate agli arbusti. "Al mercato di Foggia gli italiani le comprano a tre euro al chilo". Già, e poi le rivendono su Internet a sette. Ma servono ore a mettere insieme un chilo.

Da dove vieni? "Dal Ghana, ho chiesto asilo", rivela Suleman. Il Ghana è una Repubblica. Forse è un oppositore perseguitato. Alla domanda, lui guarda stupito, "No, spero di ottenere i documenti e trovare un lavoro qualsiasi in Italia o in Europa. Dove non lo so. E tu?". Meglio non dire la verità, l’inchiesta è ancora lunga. È il momento di collaudare il nome preso in prestito da Steve Biko, l’eroe sudafricano della lotta contro l’apartheid, "Sono senza documenti e voglio raggiungere mia sorella a Londra". Lui non capisce subito. "Sono un sudafricano bianco. La terra di Mandela. Conosci Nelson Mandela?". "No Steve, who is this man, chi è quest’uomo? Ma hai il tesserino da rifugiato?", vuol sapere Suleman. No. "Allora non hai mangiato Steve, hai fame?", chiede con apprensione. No, grazie. "Però non dormire qui fuori. È pericoloso. Dentro nessuno controlla. Puoi anche mangiare. Stasera mi trovi dopo la preghiera quando distribuiscono la cena. Tu vieni in moschea?"

Sotto il caldo del pomeriggio ci si va a riparare nei pochi metri d’ombra. Quanti attraversano il Sahara e il mare per sfuggire alla povertà meritano totale rispetto. Ma il diritto internazionale protegge soltanto chi scappa da dittature e guerre, come accade per eritrei, somali e maliani che dormono nei due grandi capannoni. La domanda di asilo di Suleman verrà comprensibilmente respinta. E anche lui si aggiungerà alle migliaia di fantasmi che riempiono le bidonville. Come la Pista, là fuori.

Gli schiavi in bicicletta. Un altro giorno è passato. È la seconda notte qui dentro. I gangster nigeriani hanno appena spento il loro tormento musicale. Sono le tre e alla fontanella della piazza centrale c’è già la coda. Prima di partire i braccianti devono rifornire i loro zaini con le bottigliette di plastica piene. I padroni italiani non regalano più nemmeno l’acqua. I quattro varchi nella recinzione sono una manna per l’agricoltura pugliese. Forse è per questo che non li chiudono.

Centinaia di richiedenti asilo escono che è ancora buio. E ritornano che è già buio. I caporali nigeriani li aspettano su furgoni e auto sgangherate all'inizio della Pista. Per il trasporto ai campi di ortaggi e pomodori, incassano cinque euro al giorno a passeggero e li trattengono dalla paga. I capi-bianchi, gli sgherri italiani, li prendono invece a bordo lungo la strada che porta a Foggia. Così molti ragazzi per evitare il costo del passaggio partono in bici da soli.

Le biciclette nel Cara sono grovigli di manubri e selle parcheggiati a centinaia davanti alle casupole. Qualcuno nelle camerate si è portato la sua in mezzo ai materassi dove dorme. Farsi rubare la bici significa dover consegnare ai caporali 35 euro a settimana, il guadagno di due giornate di lavoro. I braccianti che vivono nel Ghetto di Stato vengono pagati meno dei loro colleghi di fuori, anche 15 euro a giornata, piuttosto che 25. I padroni foggiani decurtano il corrispondente di vitto e alloggio. Tanto sono garantiti dalla prefettura. Uno squilibrio che crea tensione tra la generazione ormai uscita dal centro d’accoglienza e gli ultimi arrivati, disposti a lavorare a meno.

Il muezzin ancora non ha chiamato alla preghiera. E i primi ragazzi venuti a rifornirsi d’acqua alla fontanella sono già in viaggio. Erano tornati ieri sera quasi alle dieci. Si sono fatti la doccia. Hanno lavato e steso gli abiti da lavoro. Poi hanno mangiato la pasta della mensa, tenuta da parte da qualche compagno di stanza. Era mezzanotte passata quando sono andati finalmente a dormire. Dopo appena tre ore di sonno già pedalano silenziosi, uno dietro l’altro, che sembra il via di una tappa a cronometro. Scavalcano bici in spalla il muretto sotto i fari e le telecamere. Poi si dissolvono nel buio come bersaglieri del lavoro, chiamati in prima linea a riempire i nostri piatti.

Lo stesso periodo, subito dopo la richiesta d’asilo, in Germania è dedicato ai corsi obbligatori di tedesco. Chi non frequenta è respinto. Qui dopo un anno di sfruttamento sanno al massimo dire “cumpà”. Compare, in foggiano. E quando li trasferiscono sono spaesati, impreparati, analfabeti. Come appena sbarcati. Nonostante quello che lo Stato versa alla cooperativa di gestione, nessuno ha insegnato loro nulla dell’Italia. E magari, una volta in città, passano la notte a gridare al telefonino. Così dal vicinato si aggiungono nuovi voti alla destra xenofoba.

Le spie dei gangster nigeriani. "Ehi Steve, South Africa, come stai?", chiede in inglese Nazim. Ha 17 anni anche se sul tesserino magnetico gli hanno scritto che è nato nel 1997. Viene da Dacca, Bangladesh, via Libia. Martedì sera ha saputo che non mangiavo dalla notte prima. È tornato con un piatto di plastica sigillato con la pasta della mensa, una scatola di carne, una mela, due panini. "Steve, prendi. Sono piatti avanzati oggi". Vuole raggiungere l’Inghilterra o la Germania. Sa molto poco delle conseguenze di Brexit, delle frontiere europee chiuse. "Adesso vado dai nigeriani là fuori alla festa di un amico di Dacca. Gli hanno riconosciuto l’asilo. Domani parte per Milano. Ha invitato gli amici a bere birra. Portano anche le ragazze. Vieni, Steve?". È l’una di notte. Meglio non esporsi troppo.

Precauzione inutile. La polizia non si è mai fatta vedere. Ma le spie dei nigeriani mi hanno già notato. Sono l’unico bianco con la faccia europea. Sono qui da quattro giorni. Non rispetto gli invisibili confini interni. E ho il doppio dell’età media degli ospiti. Così nel corso della notte provano a sapere di me. Prima con un africano del Mali. Poi con due pakistani. Alla fine con Cumpà, un senegalese alto e grosso.

Sono marcato a zona. Non appena mi sdraio a dormire sulla solita piattaforma di cemento, arriva lui. "Cumpà, che succede?", chiede il picciotto in italiano. Puzza di birra. "Cumpà, di dove sei?". Rispondo in inglese che non capisco. E Cumpà si arrabbia. "Cumpà, vieni a dormire da me perché se arrivano i miei amici nigeriani da fuori, tu passi dei guai". Entra nel suo loculo. Riappare con un materasso sporco. "Cumpà, tu ti sdrai qui e non te ne vai". Ora si sistema sul suo materasso. Siamo sdraiati uno accanto all'altro, sotto il cielo nuvoloso. Lui si gira su un fianco. Cerca di fare l’amicone. "Cumpà, allora mi dici che cosa fai qui?"

I suoi amici nigeriani non scherzano. La notte del 18 aprile hanno rapinato un ospite del Cara e lo hanno trascinato fuori. Lì lo hanno accecato con una latta di gasolio rovesciata negli occhi e bastonato fino a farlo svenire. Qualche giorno prima avevano ferito un connazionale con un machete. A giugno la polizia ha poi arrestato cinque appartenenti agli Arobaga, il clan (della mafia nigeriana) che controlla caporalato e prostituzione lungo la Pista.

"Io non parlo inglese", torna ad arrabbiarsi "Cumpà, ho capito, tu sei un poliziotto. Adesso chiamo gli altri". Si alza e se ne va. Un messaggio parte subito per il telefonino di Carlos, il fotografo nascosto da qualche parte là fuori. "Vai via" seguito da una raffica di punti esclamativi. Steve resta sdraiato sul materasso, con le pulci che gli pizzicano le caviglie. È più sicuro rimanere nel Cara e vedere cosa succede. Cumpà riappare dopo mezz'ora. Solo. Si sdraia. Ronfa come un diesel. Anche i suoi amici saranno ubriachi. Al richiamo del muezzin, un connazionale viene a scuoterlo. "Madou, la preghiera". Non si muove. Al risveglio religioso, stamattina Cumpà preferisce il sonno di Bacco.

L'assalto dei cani randagi. Qualche riga oggi bisogna dedicarla alla pet therapy. È quella prassi secondo cui l’interazione uomo-animale rafforza le terapie tradizionali. Alla prefettura di Foggia, responsabile della fisica e della metafisica di questo "Ghetto di Stato", devono crederci profondamente perché il Cara è infestato di cani, ovunque, perfino dentro le docce. Nessuno fa nulla per tenerli fuori. Quando è ancora buio, subito dopo la preghiera, tre braccianti escono in bicicletta dal buco a Ovest, dove la recinzione è stata smontata. Le loro sagome sfilano nel chiarore della luna. Un cane abbaia e la sua voce richiama un’intera muta che si lancia all'inseguimento dei tre poveretti. Sono una decina di grossi randagi. Corrono. Ringhiano e si mordono. Poi diligentemente tornano a sdraiarsi tra gli ospiti del centro.

Nasrin, 27 anni, afghano di Tora Bora, si tiene alla larga dai cani. Una sera parliamo davanti alla partita di cricket improvvisata dai pakistani, sul piazzale vicino ai rifiuti. Nasrin dice che se ne intende di viaggi fino in Inghilterra. È andato e tornato, rinchiuso nei camion. Un suo conoscente, che dorme alla Pista, conferma più tardi che può trovare i contatti. Deve solo verificare i prezzi. Dopo Brexit sono aumentati. "In Inghilterra i caporali pakistani pagano bene con la raccolta di spinaci e ortaggi, 340 sterline a settimana". Con i documenti? "No, senza. Però si lavora 18 ore al giorno. In sei anni ho messo via ottantamila euro. E in Afghanistan mi sono costruito una bella casa". Allora perché sei qui? "Perché per avere i documenti avevo chiesto asilo in Italia"

Stasera è meglio stare lontani dalla piazza. Una macchina dei carabinieri è ferma lì da un po’. Dicono siano venuti per una notifica. Poco più tardi tre nigeriani entrano a prendere le prostitute. Le ragazzine sono a malapena maggiorenni. Due in particolare. Nessuno sa se siano ospiti o abusive. Dormono nella sezione femminile, dice qualcuno, ricavata nell'ex centro di espulsione. Le portano dalle parti della discoteca, la causa dell’insonnia di molti di noi. Entrano nell'anticamera illuminata a giorno. E scompaiono oltre il separé, nella sala con la musica al massimo, le luci colorate, la palla di specchi al centro del soffitto.

La corrente la rubano dalla rete di illuminazione pubblica. La Pista, anni fa, era un centro d’accoglienza. E molti braccianti, a loro volta ostaggi del caos, abitano là da allora. Bisogna stare molto attenti ai cavi elettrici. Per collegare le nuove baracche appena costruite e in costruzione, li hanno stesi ovunque nell'erba secca del campo tra la bidonville e il Cara. Sono semplici cavi doppi da interni, collegati tra loro da banalissimo nastro adesivo. Quando piove c’è il rischio di prendersi una bella scarica.

Benvenuti all'inferno. Adesso è più difficile girare indisturbati. Trovarsi davanti Cumpà potrebbe essere pericoloso. Un angolo controluce del grande piazzale è il nuovo nascondiglio. I fari puntati negli occhi di chi passa sono lo schermo più sicuro dietro cui proteggersi. Il sottofondo musicale stanotte è dedicato al reggae. Il volume aumenta via via che scorrono le ore. E durante la preghiera sfuma in un fruscio assordante. Una mano sta cambiando canale alla radio. Si ricomincia con la voce di Malika Ayane. Le parole piovono direttamente dal buio "La prima cosa bella che ho avuto dalla vita .."

Parte una fila di braccianti in bicicletta. Attacca un vecchio successo di Luis Miguel "Viviamo nel sogno di poi". Se ne vanno a lavorare altre schiene sui pedali. Vengono tutti dall'ex Cie. Bisogna sfidare le telecamere per avvicinarsi e vedere. Anche lì hanno aperto un buco nella recinzione. Si salta sopra un fossato di fogna putrida a cielo aperto. E si scende agli inferi. Le camerate sono al buio. Hanno appeso stracci e teli alle finestre per tenere fuori la luce dei fari. Non c’è spazio nemmeno per la porta. Si apre a fatica.

L’aria è densa, ma ancora non è chiaro cosa ci sia oltre. Sono quasi le quattro e mezzo. Un ragazzo si sta vestendo e adesso accende la pila. Una scritta incollata alla colonna al centro del salone saluta beffarda "Benvenuti". Un orsacchiotto sotto il cuscino di un adulto sporge la testa e fissa il soffitto. La vita è tutta raccolta nei sacchetti e nelle scatole sotto le brande. Un vecchio televisore trasmette il replay delle Olimpiadi. E rischiara di un poco il suo orizzonte di corpi ammassati. Impossibile contarli tutti.

Quattro sedie separano dall'angolo cottura i tranci di gommapiuma, usati come materassi. Per terra la serpentina elettrica incandescente sta riscaldando due uova, la pasta avanzata ieri sera, una teiera. Un sacchetto di plastica e un rotolo di carta igienica sono pericolosamente vicini al calore. Pentole, un piatto, due bicchieri. Tutto per terra. Non c’è lo spazio per un tavolo.

Nel cortile al centro del Cie, per terra ci dormono pure. Il piccolo loculo di Cumpà al confronto è un lusso. Almeno ha un po’ di riservatezza, l’aria intorno, i vasi con gli oleandri. Perfino l’architettura qui dentro è oscena. È stata progettata e costruita in modo che si possa vedere soltanto uno spicchio di cielo. La mente che l’ha pensata voleva probabilmente umiliare le donne e gli uomini da rinchiudervi. L’effetto è questo, anche ora che è un centro di accoglienza.

Stesse condizioni nelle altre stanze. Non ci sono uscite di sicurezza. Nemmeno maniglioni anti-panico. Molte porte si incastrano prima di aprirsi. E il loro movimento va verso l’interno. Dovevano servire a non far scappare i reclusi, non ad agevolarne la fuga. Se scoppia un incendio, questa è una trappola.

Lo sconto sulla dignità. I bagni e le docce non profumano mai di disinfettante. Hanno perfino sloggiato dei profughi per trasformare le loro stanzette in privatissimi negozi. Ce ne sono cinque tra le casupole statali. Vendono bibite, riso, farina, pane, accessori per telefonini direttamente dalle finestre. Quattro li controllano gli afghani della Pista. Il quinto due ragazzi africani.

Non ci sono cestini per i rifiuti, solo sacchi neri appesi qua e là. Stanotte i cani li hanno strappati e hanno disperso avanzi della cena ovunque. Un favore alla catena alimentare, sì. Perché alla fine anche i ratti hanno un motivo per uscire allo scoperto. Quello che colpisce è la rinuncia totale a spiegare, insegnare, preparare i richiedenti asilo a quello che sarà. Se i gestori lo fanno nei loro uffici, i risultati non si vedono. Qui fuori sembriamo tutti pazienti di un reparto oncologico. In attesa permanente di conoscere la diagnosi. Vivremo da cittadini o moriremo da clandestini?

Forse non ci sono abbastanza soldi per seguire il modello tedesco. Oppure noi italiani siamo troppo furbi, oggi. E contemporaneamente troppo stolti per pensare al domani. Non c’è soltanto la crisi umanitaria internazionale a rendere precario qualsiasi intervento.

La ragione del fallimento si trova già nella gara d’appalto per gestire il Cara. Premiava il "maggior ribasso percentuale sul prezzo a base d’asta, pari a euro 20.892.600". Un cifra di partenza che equivaleva a 30 euro al giorno a persona. E il consorzio “Sisifo” di Palermo si è aggiudicato il contratto con uno sconto di 8 euro.

Ha abbassato la diaria a 22 euro e rinunciato a quasi cinque milioni e mezzo in tre anni. La logica matematica ci suggerisce una sola cosa, o i funzionari della prefettura di Foggia hanno sbagliato a formulare i prezzi, o il consorzio della Lega Coop sapeva di non starci nelle spese. Anche se è davvero difficile pensare che 22 euro al giorno a persona non bastino a fornire il minimo di dignità. Comunque il ministero dell’Interno chiede sempre di aumentare il numero di ospiti di qualche centinaio. E l’emergenza è pagata bene, i soliti 30 euro, ma senza gara. Così perfino lo sconto è rimborsato.

La cooperativa cattolica “Senis Hospes”, che per conto di “Sisifo” gestisce Borgo Mezzanone e altri centri, corre al galoppo. Fatturato in crescita del 400 per cento in due anni, dai 3 milioni del 2012 a 15,2 milioni del 2014, ultimo bilancio disponibile. Dipendenti dichiarati, dai 109 del 2014 ai 518 di quest’anno. "Tali attività", scrive nella relazione annuale Camillo Aceto, 52 anni, presidente di “Senis Hospes”, "rispondono alla missione che la cooperativa si prefigge dedicando l’attenzione alle categorie più bisognose"

Ma qui dentro, nel grande stanzone degli inferi, oggi la luce è accesa alle quattro. È domenica. Alcuni richiedenti asilo sono già partiti per i campi. Altri preparano lo zaino. Sempre sotto quella scritta sulla colonna centrale, che martella la vista "Benvenuti"
(Inchiesta "L'Espresso", di Fabrizio Gatti)


Cara di Foggia, la coop bianca e quei 20 mila euro a Lupi e Berlusconi. La “Senis Hospes”, che gestisce il centro di Borgo Mezzanone, nel 2013 ha sovvenzionato la campagna elettorale del Pdl e del futuro ministro. Con somme relativamente piccole ma indicative della vicinanza alla politica. E non è l’unico caso.

In vista delle elezioni nel 2013 la cooperativa Senis Hospes ha staccato un discreto assegno a favore del Popolo della libertà di Silvio Berlusconi: 15 mila euro, registrati in due tranche fra l’estate e il marzo dell’anno successivo. Una somma relativamente piccola ma indicativa di significative aderenze politiche. E quale fosse il punto di riferimento nel Pdl lo chiarisce il contributo erogato di tasca propria dal presidente della coop Camillo Aceto: 5 mila euro a Maurizio Lupi, che di lì a qualche mese sarebbe diventato ministro delle Infrastrutture con Enrico Letta.

Il sostegno economico non deve sorprendere più di tanto: Aceto è vicino a Comunione e Liberazione, proprio come Lupi, e quello legato a CL è un mondo che dopo l’addio a Berlusconi ha traslocato in gran parte armi e bagagli nel Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. E forse non è un caso che una logica simile (finanziamento della coop al partito e del suo rappresentante direttamente al candidato) la abbia seguita in quelle settimane anche un’altra realtà della galassia ciellina alla quale da sempre la Senis Hospes è attigua: La Cascina, i cui dirigenti sono stati poi arrestati nell'inchiesta Mafia Capitale.

Gestione Cara di Foggia, i primi indagati. Tra le ipotesi di reato corruzione, truffa e falso. L'indagine ha subito un'accelerazione subito dopo l'uscita dell'artico de "L'Espresso"

Ci sarebbero i primi indagati nell'indagine della Procura di Foggia sulla gestione del Cara di Borgo Mezzanone. I reati che sarebbero ipotizzati sono corruzione, truffa, falso e falso in bilancio. L'inchiesta è stata avviata dopo che le Forze di polizia, che indagavano sulla piaga del caporalato, hanno notato un'impennata del fenomeno e hanno così constatato che la nuova manovalanza di braccianti arrivava proprio dagli ospiti del Cara di Foggia. Hanno quindi cominciato ad indagare sulle misure di sicurezza interne ed esterne del Centro di accoglienza richiedenti asilo e si sono poi concentrati sulla sua gestione.

Il ministro Alfano ha annunciato verifiche su tutti i centri di accoglienza dei migranti e un programma di interventi strutturali per il Cara di Foggia.
(ANSA)

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Articolo a cura di
Maris Davis

12 settembre 2016

Steve Biko, eroe anti-apartheid che nessuno ha mai dimenticato

Il 12 settembre 1977 è una data triste per chi crede nella libertà, nella giustizia e nell'uguaglianza tra gli uomini. Quel giorno, sul pavimento di una cella vuota della prigione di Pretoria in Sudafrica si spense la giovane vita (aveva solo 30 anni) di Stephen Bantu Biko, detto Steve, attivista nero anti-apartheid.

Steven Bantu Biko, cristiano di di etnia xhosa, era nato nel 1946 in Sudafrica. Studente di medicina all'Università del Natal, era diventato un leader studentesco del movimento anti-segregazionista sudafricano. Alla fine degli anni '60 partecipò alla nascita del Black Consciousness Movement, di cui divenne leader.

Espulso per la sua attività politica dall'Università nel 1972. Nel febbraio 1973 il regime sudafricano lo mise in una condizione di "isolamento forzato". Gli fu proibito di incontrare più di una persona alla volta, di parlare con i giornalisti, di avere pubblica vita, così come fu proibito a chiunque di riportare sue parole o suoi scritti.

Nonostante le restrizioni l'attività del movimento e di Biko stesso non si fermarono. Furono tra i protagonisti delle protesta di Soweto, che sfociò nella violenta repressione, e nel massacro del 16 giugno 1976.

Steve Biko
Biko era stato arrestato poco meno di un mese prima di quel 12 settembre 1977, il 18 agosto. Rinchiuso in una cella per il colore della sua pelle, nera. Fin dai tempi della scuola, quella per soli neri, Steve Biko, nato nel dicembre 1946, iniziò la sua battaglia politica per i diritti nei neri in Sudafrica. Prima nei movimenti studenteschi e infine nella Black Consciousness Movement (Movimento per la Consapevolezza dei Neri), che ispirata dai movimenti della Negritudine in Africa (Frantz Fenon, Kwame Nhrumah, Amilcar Cabral) e dal movimento anti-razziale di Malcom X negli Stati Uniti (Black Power, Potere Nero), voleva essere la "rinascita politica e culturale di un popolo oppresso".

Un movimento, quello della Black Consciousness, totalmente libero dalla presenza dei bianchi. Per questa ragione per Biko, l'ANC (African National Congress) di Nelson Mandela non fu mai un riferimento, né politico né culturale. Che perfino quando l'ANC scelse la lotta armata, non osò definire il movimento di Nelson Mandela "troppo moderato"

In effetti tra Steve Boko e Nelson Mandela ci furono molti contrasti, mentre Mandela immaginava un mondo dove bianchi e neri vivevano insieme nel rispetto reciproco e nella piena mescolanza tra di loro (un mondo di pari tra uguali), il movimento a cui apparteneva Steve Biko credeva, sì nell'uguaglianza tra le razze, ma anche nella divisione dei poteri tra bianchi e neri, e dove solo i neri, fino ad allora oppressi, dovevano prendere in mano le redini del governo.

Il 6 settembre 1977 Biko fu interrogato nella stanza 619 dai sui aguzzini, tra cui vi era Gideon Niuwoudt, morto nel 2005, una guardia carceraria famosa per il sul odio verso i neri. Le percosse furono tali che lo ridussero in fin di vita. I suoi carcerieri bianchi dissero che si agitava troppo e per una spiacevole fatalità sbatté la testa contro le sbarre della cella.

L'11 settembre, venne trovato nella sua cella in condizioni disperate, si decise di trasportarlo a Pretoria, dove il carcere era attrezzato con un'unità medica. La traduzione, per usare il gergo carcerario, avvenne su di una Land Rover, che di notte viaggiò per 1100 chilometri. Biko fu gettato come un animale, questo o poco più era il valore che i suoi carcerieri davano alla sua vita, nel cassone dell'auto, ammanettato e nudo. Morirà la sera dopo a Pretoria. Il governo sudafricano sostenne che era morto per un prolungato sciopero della fame.

Biko è stato un'uomo che ha creduto, fino alle estreme conseguenze, nelle sue idee, nell'uguaglianza tra bianchi e neri e ancor più nella necessità di una emancipazione, soprattutto culturale, della sua gente.

In molti luoghi del Sudafrica, in particolare tra i giovani e nelle periferie delle grandi città, ancora oggi il mito di Steve Biko è forte e spesso supera quello dello stesso Nelson Mandela.

In occidente la figura di Biko è conosciuta spesso più per una canzone che nel 1980 Peter Gabriel scrisse per ricordarlo. Biko, è un omaggio rispettoso e intenso che l'artista pop inglese (ex leader dei Genesis) ha voluto dedicare ad un uomo integro, che come purtroppo molti altri africani, è stato stroncato dal potere dei bianchi. Uno canzone che poi molti altri artisti hanno voluto riproporre, come ad esempio i Simple Minds, Joan Beaz e Manu Dibango. Una canzone che nel Sudafrica dell'apartheid era vietatissima, come fu vietato all'artista che la scrisse di mettere mai piede in Sudafrica.

La storia di Steven Biko è venuta alla luce grazie al lavoro di un giornalista bianco sudafricano, Donald Woods, che negli ultimi anni della vita del leader nero, aveva avuto modo di conoscere e stimare. Woods fu costretto all'esilio (ritornò il Sudafrica solo nel 1994). Nel 1987 sul rapporto tra Biko e Woods, e sulla lotta del giornalista per far conoscere la verità fu ricavato anche un film, Grido di Libertà (Cry Freedom).

Secondo molti storici l'omicidio di Biko fu uno nei maggiori eventi avvenuti nel Sudafrica dell'apartheid, e ne decretò l'inizio della caduta del sistema segregazionista, che in effetti avvenne 13 anni dopo.
(fonti storiche da Blog Sankara)


Settembre '77
Port Elizabeth, condizioni metereologiche buone
Era il solito lavoro
Nella stanza della polizia 619

Quando cerco di dormire, la notte
riesco a sognare solo in rosso
Il mondo fuori è bianco e nero
E solo uno di questi due colori è morto.

Potete spegnere una candela
Ma non potete spegnere un fuoco
Una volta che le fiamme cominceranno ad attecchire
Il vento le soffierà più in alto.

L'uomo è morto.
E gli occhi del mondo,
Ora, lo stanno guardando
(Peter Gabriel)

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Articolo a cura di
Maris Davis

In Nigeria non si può più essere cristiani

Bambini e neonati uccisi, donne e disabili massacrati, case incendiate. Racconto della strage di Natale per mano dei pastori...