lunedì 29 gennaio 2018

Nel Sahel il futuro è in mano alle donne, ma fanno troppi figli

In Africa le donne costituiscono la maggior parte della forza lavoro agricola, ma sono anche le ultime ad avere un diritto riconosciuto alla proprietà della terra.


In Africa sono le donne a lavorare la terra, curare le coltivazioni e produrre il cibo. Quasi mai, però, sono proprietarie della terra che lavorano o ne gestiscono i ricavi prodotti.

Per leggi e consuetudini patriarcali, è un uomo a garantire per loro e ad usufruire così dei frutti del lavoro femminile

Fatou, Senegal
Fatou, nata in Senegal, nella regione di Kedougou, era una di queste donne destinate a sottostare al fenomeno di land grabbing (accaparramento di terre da parte delle multinazionali agricole), se non avesse deciso di lottare per diventare indipendente. Assieme a un gruppo di donne del suo villaggio, ha creato una cooperativa che permette alle donne di lavorare insieme per sostenere i propri diritti e gestire il ricavato del loro lavoro.

Fatou è una delle tante donne che partecipano al progetto “Terre et paix di Cospe che in Niger, Mali e Senegal lavora per contribuire all'emancipazione socio-economica delle donne delle comunità rurali e la valorizzazione del loro ruolo per il raggiungimento della sovranità alimentare.

In Senegal in particolare, secondo il Gender and land rights database (Glrd) della Fao, il 9,1% delle donne è titolare di appezzamenti di terra ma solo il 5% di loro è proprietaria della terra che lavora. Questi dati, così come la storia di Fatou (nella foto), sono solo un esempio di una situazione che riguarda quasi tutti i contesti rurali, in particolare nei Paesi dell’Africa sub-sahariana.

«In Africa le donne costituiscono la maggior parte della forza lavoro agricola, ma sono anche le ultime ad avere un diritto riconosciuto alla proprietà della terra: guadagnano solo il 10% del reddito globale e possiedono meno del 2% della terra. Sostenere il mondo femminile per affermare che la questione di genere deve entrare nell'analisi di grandi temi dei diritti alla terra e all'acqua, per tutti e tutte. Lavorare ai difficili percorsi di accesso alla terra significa anche contribuire alla prevenzione dei conflitti»

Necessario quindi sostenere le contadine africane per far valere i loro diritti di accesso e proprietà della terra.


Bisogna convincerle a usare la contraccezione per limitare le nascite. Tassi di fertilità troppo alti
In Niger ogni donna ha in media 7,6 figli

Il primo obiettivo è senza dubbio la sicurezza militare contro terroristi e trafficanti. Ma il grande progetto del G5, “l’esercito del Sahela cui si aggiungono ora truppe italiane, affianca, non bisogna dimenticarlo, interventi umanitari, istituzionali e di sviluppo in quella parte di Africa sub-sahariana. E su quest’ultimo punto, molti esperti in materia concordano su un fatto: per scongiurare una serie di calamità, che coinvolgerebbero l’ambiente, la sicurezza e l’economia, le donne nel Sahel devono cominciare ad avere meno figli.

Per esempio, uno dei paesi chiave dell’alleanza del G5 è il Niger, attraversato da traffici illegali di ogni tipo e terra di reclutamento per i jihadisti della regione. Ebbene, la sua precaria stabilità è minacciata, forse più di ogni altra cosa, da una crescita della popolazione che oggi sembra davvero fuori controllo. Qui le donne partoriscono una media di 7,6 figli a testa. Con un tasso di fertilità del genere, il numero di abitanti è letteralmente esploso. Poco più di 3 milioni negli anni ’60, oggi i nigerini sono oltre 20 milioni. La popolazione, per l’80% sotto la soglia di povertà, raddoppierà nei prossimi 17 anni; e se il ritmo non rallenta, potrebbe raggiungere 70 milioni nel 2050.

Che senso ha tutto ciò in un paese costantemente sull'orlo della crisi alimentare? Molto poco. È evidente che si tratta di una pressione insostenibile per le magre risorse dell’agricoltura, oltre che per l’esiguo budget destinato dal governo a istruzione e sanità. Diventa impossibile costruire abbastanza scuole e cliniche; formare un numero sufficiente di educatori e personale sanitario; espandere l’agricoltura e creare occupazione per i giovani. Che infatti sono costretti a emigrare.

Tantissimi dei nostri giovani se ne vanno in paesi vicini come Ghana, Costa d’Avorio e Nigeria per trovare un impiego”, spiega Hassane Atamo intervistato dal Guardian, il capo dell’ufficio di pianificazione familiare del ministero della salute nigerino. “Oppure finiscono per delinquere, o entrano in gruppi terroristici: tradizionalmente, Boko Haram recluta chi è senza lavoro

Pur senza i picchi del Niger, la spinta demografica è molto forte in tutto il Sahel. In Ciad e Mali, ad esempio, le donne hanno in media 6 figli a testa. Ne fanno 5,7 in Gambia e 5,4 in Burkina Faso; 5 in Senegal e Costa D’avorio; meno in Guinea-Bissau (4,7), Mauritania (4,5) e Sudan (4,3). “È una bomba a orologeria

Ad allarmare i demografi esperti di Sahel è il rischio che la rapida crescita della popolazione coincida con un calo altrettanto brusco di risorse alimentari a causa del cambiamento climatico. La regione conta oggi 135 milioni di abitanti, ma ne avrà 330 milioni nel 2050 e 670 milioni nel 2100.

Secondo l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, se il tasso di emigrazione degli africani resterà inalterato, la pressione demografica produrrà 30 milioni di nuovi migranti internazionali entro il 2050, di cui 10 milioni tenteranno di raggiungere l’Europa.

In Niger progetti di pianificazione familiare esistono da parecchi anni. È stato anche aperto un ufficio ad hoc all'interno del Ministero della Salute. Ma sembrano più che altro interventi di facciata; in realtà, il sostegno del governo è debole. E infatti le cose non sono migliorate; anzi, dagli anni 60’ il tasso di natalità è lievemente cresciuto. Con un pò di sarcasmo, il demografo francese Jean-Pierre Guengant, professore alla Sorbonne, definisce i paesi come il Niger membri del “club del ripopolamento

Dicono di impegnarsi, organizzano molti seminari, e ricevono finanziamenti dai donatori internazionali. Alla fine però non c’è una vera volontà a cambiare le cose. Altrimenti, i fondi finirebbero

Nelle remote campagne nigerine l’utilizzo di contraccettivi è tra i più bassi al mondo. Quella del governo e delle organizzazioni "non-profit" è anche una battaglia culturale. Gli imam conservatori, ma anche organizzazioni cattoliche, e i capi famiglia convincono spesso le donne a non usare contraccettivi, anche quando disponibili, per avere più figli possibile.

La chiave di tutto, secondo molti esperti, sono i diritti e l’educazione delle donne. Le ultime statistiche dicono che oltre la metà delle ragazze in Niger non finisce la scuola elementare. “Se vogliamo cambiare le cose, le nostre giovani devono andare a scuola, e restarci

Non è raro che le studentesse, poco più che bambine, vengano tolte dalle classi e costrette a sposarsi.”Finiscono a casa dei mariti, senza soldi e senza controllo sulle proprie vite

Le donne africane hanno due problemi, il primo è il diritto alla proprietà della terra che lavorano per far vivere la famiglia, il secondo è che fanno troppi figli. In tutti e due i casi hanno scarsa consapevolezza dei loro diritti. Matrimoni precoci, scarsa istruzione, leggi patriarcali sono le cause principali, in un tessuto sociale dove la povertà è l'unica condizione di vita.

Di questo passo fra 30 anni la popolazione del Sahel potrebbe raddoppiare con gravi ripercussioni anche verso i fenomeni migratori che potrebbero aggravare la già grave situazione attuale.

A nulla sono serviti i finanziamenti internazionali per progetti orientati a far acquisire la proprietà delle terre lavorate dalle donne, alle donne, e ai progetti finalizzati alla riduzione della nascite. Tutti soldi finiti nel nulla, o più probabilmente nella tasche dei governanti locali.

Bisogna sempre di più intervenire direttamente sulle donne dando loro consapevolezza, istruzione, diritti



Articolo di
Maris Davis

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