domenica 5 luglio 2015

Non hai urlato, scalciato o graffiato. E così, per legge, i tuoi stupratori sono innocenti.

Ci sono sentenze che sono lapidi sulla tomba della giustizia. Sentenze che si appoggiano sulla testa della vittima e restano lì, pesantissime, col loro carico di legalità (quella mica la stiamo a discutere) come un marchio d'infamia a futura memoria. Da qualche giorno una di queste sentenze ha stabilito che se non urli, non sbraiti, non tiri calci, pugni e graffi come una gatta arruffata, mentre quattro (forse cinque) di maschi col testosterone imbizzarrito ti stuprano, non si può dimostrare che fu stupro, non si può dimostrare che questi quattro (forse cinque) di maschi abbiano abusato di te. E va a finire che loro, che pure ti hanno risarcita economicamente per il danno subito, vengano prosciolti da ogni accusa.

Succede che un paio di anni fa, nell'afa estiva dell'Emilia, un gruppo di ragazzi, di quella che viene riconosciuta come la Modena bene, decida di organizzare una festa nella villa con piscina di uno di loro. Succede anche che in una festa in piscina se non ci sono i bikini di qualche femmina da occhieggiare ci si "rompa" parecchio a fare delle vasche. E succede pure che se ci sono delle ragazze, e se non ci sono in giro dei genitori, la Coca Cola venga allungata con il rum o la Lemon con la vodka. E per gli astemi ci sia anche un po' di fumo. Tutto normale ci si appropria della libertà degli adulti e dei loro più o meno presunti privilegi approfittando della loro assenza.

16 anni, l'età delle prime sbornie, e forse le peggiori di tutta la vita, si prendono nella completa incoscienza dei propri limiti. Anche lei, la ragazza violentata, aveva 16 anni. L'avevano chiusa in una doccia un po' ubriaca e dentro quella stessa doccia quattro (forse cinque) di bei cristi (ragazzi) se la sono "passata" a turno.

"Dai che questa è una che ci sta e poi non capisce niente, guarda come è fuori". Vero: è fuori, cotta di alcol e hashish. Talmente fuori da vivere quello che gli psichiatri chiamano fenomeno di derealizzazione, una specie di presa di distanza del cervello dalla realtà, quando questa è troppo agghiacciante e spaventosa per poter venire accettata.

È talmente fuori questa tipa (che ha appena 16 anni) che non oppone resistenza a mani invadenti e membri ingombranti di eccitazione che la penetrano con violenza. Non urla, non piange, non scalpita e non graffia. "Dai, che ci sta. E poi magari domani neanche si ricorda".

E invece, vestita del suo costume e della sua vergogna, lei riesce a capire poco dopo cosa le è successo. Lo capisce al punto da non poter prendere sonno, dal chiamare le amiche e confidarsi con loro e, alla fine, decidere di raccontare tutto alla sua mamma. Che resta di pietra, finge calma, ma impazzisce di rabbia e di dolore per quello che un manipolo di bellimbusti ha fatto alla sua bambina.

Non è facile denunciare una violenza, lo è ancor meno quando sei costretta ad ammettere che eri fuori, che avevi bevuto e ti eri intorpidita il cervello con qualche canna. Non è facile perché inevitabilmente ti scontri con chi pensa che, alla fine, te la sei un po' cercata. Che se a una festa diventi la ragazza del gruppo, vuol dire che sei una di "quelle" e la denuncia del giorno dopo è solo un tentativo goffo e disperato che tiri su per ri-verginarti l'imene e la coscienza.

Nonostante tutto vai e denunci, mentre la tua città che è grande come uno sputo quando si tratta di appenderti addosso cartello di infamia, ti guarda con un insopportabile ironico disprezzo. Perché quelli che hanno abusato di te sono dei bravi ragazzi e se tu non avessi voluto farci sesso avresti potuto molto semplicemente dire di no. E se non sei stata in grado di farlo, peggio per te. La prossima volta bevi di meno. Mica è colpa di un maschio se approfitta di una femmina. Che poi chiamalo maschio uno che approfitta di una femmina.

Tant'è, tu vai avanti, ti fai la tua battaglia in Tribunale, ti sottoponi a perizie e controperizie, parli con psichiatri, psicologi e magistrati. Racconti la tua storia e provi a non ondeggiare nella fiducia. Ti crederanno, tu sai che stai dicendo la verità.

E in qualche modo lo crede anche il giudice che per le infinite pagine della "sua" motivazione della sentenza, che assolverà i tuoi stupratori, ma riconosce l'onestà delle tue parole. Solo che non ci sono le prove. "Se è vero che il comportamento passivo della vittima e il fatto che scivolasse nella doccia avrebbero dovuto indurli a sospettare che la stessa avesse perso la lucidità necessaria per presentare un valido consenso all'atto sessuale è altrettanto vero che l'assenza di azioni di respingimento e di invocazioni di aiuto avrebbero potuto ingenerare la convinzione che la 16enne fosse consenziente".

Tanto basta per prosciogliere i violenti e smacchiare loro la fedina penale. Per le coscienze no, non c'è sentenza, non c'è magistrato, non c'è perizia che possa ripulire l'infamia di avere abusato di una donna, del suo sesso e della sua dignità.

(Fatto realmente accaduto a Modena nell'agosto del 2013. Nel maggio 2015 il tribunale di Modena assolve "perché il fatto non sussiste" 4 ragazzi all'epoca dei fatti 18enni, mentre un quinto ragazzo che all'epoca dei fatti aveva 17 anni, sarà giudicato dal Tribunale dei minori. Il GUP una donna, Eleonora De Marco, ha fatto conoscere le motivazioni della sentenza il 25 giugno scorso). Ora ci sarà l'appello. La nostra speranza è che la "Giustizia" ponga rimedio a quello che si può considerare un altro stupro, questa volta commesso dalla giustizia italiana, nei confronti di quella ragazzina che ha avuto il coraggio della denuncia.

Condividi "No alla Violenza sulle Donne" su facebook
- clicca qui -


Articolo di


Nessun commento:

Posta un commento

Ci è sempre gradito un tuo commento. Grazie