giovedì 29 agosto 2019

Dalla prostituzione al traffico di organi. Si allarga il business della Mafia Nigeriana

Un falso contratto di lavoro a Dubai dietro al quale si nasconde il commercio peggiore. Ecco come le ragazze già costrette a vendersi in italia vengono ingannate di nuovo. Con il sogno di sottrarsi al marciapiede.



Le ragazze nigeriane sono l’80 per cento delle vittime dello sfruttamento sessuale in Italia, fenomeno che interessa in totale tra le 30 e le 50 mila donne. E il decreto sicurezza voluto da Matteo Salvini rende più vulnerabile chi è arrivata negli anni scorsi, in particolare le vittime di tratta. Mentre si fanno largo fenomeni di sfruttamento nello sfruttamento. sempre più difficili da combattere e segnali allarmanti di come il fenomeno stia cambiando, in peggio. Ad esempio, ormai ci sono tratte dentro la tratta: donne ingannate più volte, passate di paese in paese, scomparse e spesso uccise: circa 500 in Italia negli ultimi 20 anni.

Quello che accade dentro la rete fittissima e autoreferenziale che è la comunità nigeriana, in cui i legami sono una protezione ma anche una trappola, in cui tutti conoscono tutti e se un destino è deciso nessuno tenta di cambiarlo, a volte emerge grazie a donne coraggiose come Isoke, Maris Davis, Grace, Nadine, Blessing e tante altre che hanno visto la neve per la prima volta in Italia più di venti anni fa. Oggi come allora le cose NON sono cambiate, poco hanno fatto le istituzioni per contrastare il fenomeno, tanto ha fatto la mafia nigeriana che ha affinato le armi e si è intrufolata nel territorio italiano in modo ancora più capillare. Rispetto a 20 anni fa, ai tempi di Isoke, Maris Davis, Grace, Nadine, le cose sono peggiorate.

Appena arrivate, accanto al fuoco, semi svestite, non si capacitavano di essere cadute nella trappola della tratta. Ribellarsi è costato molto, pestaggi, tentativi di essere uccise e per Maris Davis anche un rapimento cruento che l'ha portata in Spagna dove è rimasta segregata per 4 anni, come racconta lei stessa nel libro "Parlo di me"

«Come siete arrivate qui, possono ingannarvi ancora e portarvi altrove, non accettate nulla», ripetono a tutte. Perché il destino può essere ancora peggiore della schiavitù e della prostituzione: e si chiama traffico di organi.

Per le donne vittime di tratta le cose sono peggiorate ancora di più con l'entrata in vigore dei due decreti sicurezza voluti da Salvini. È stata smantellata tutta quella rete di protezione sociale così faticosamente costruita negli anni. Un colpo al Cuore per tutte quelle ragazze nigeriane che con fatica e tanta sofferenza avevano denunciato i loro aguzzini e che ora rischiano di ritornare dentro al vortice della schiavitù sessuale.

Il trucco dei falsi fidanzati

«A Verona una ragazza nigeriana ci ha mostrato un contratto di assunzione per un lavoro a Dubai, ottenuto tramite il fidanzato. Un contratto come quello non ti fa dubitare, ci credi sempre». Dietro però, spesso, si nasconde il traffico peggiore: quando si ricevono queste opportunità allettanti, addirittura con contratto firmato, c’è dietro una rete criminale transnazionale attiva da tempo, ma che negli ultimi cinque anni è emersa con forza: «Questi falsi fidanzati conquistano la loro fiducia, dicono alla ragazza “tu sei sveglia, cosa fai qui in attesa, c’è questa possibilità”»

Arriva il contratto e le giovani donne vengono spedite nel Golfo, di solito a Dubai, Gibuti ed Emirati. Ai “fidanzati”, contemporaneamente, arrivano i soldi tramite money transfer o su carte ricaricabili. «Delle ragazze poi non si sa più nulla», dietro c'è il racket del traffico di organi: «In quei paesi operano medici cinesi, stando a quello che ci hanno detto, non arabi. Magari loro fanno i broker, ma chi fa le operazioni è asiatico». Il fenomeno delle sparizioni e in generale della tratta, riguarda anche i minori.

«Qualche anno fa collaborai con i Carabinieri del Ros all'indagine per il ritrovamento di un bambino africano nel Tamigi, a Londra, privato di tutti gli organi. Non era chiaro se fosse per qualche rito o altro. Con Esther Ekanem, anche lei nigeriana, che da Londra si occupa di tratta di esseri umani, ci siamo subito attivate. Lei stava indagando sulla tratta delle donne sfruttate per fare figli destinati alla vendita, alle adozioni illegali, ma non si nasconde che i bambini servano per più scopi»

Joseph Chidiebere Osuigwe, avvocato e direttore del Devatop Centre for Africa Development in Nigeria, conferma che la mafia nigeriana ha ormai un ruolo di primo piano in questo traffico, annidato dentro la tratta tradizionale per lo sfruttamento sessuale o lavorativo che dalla Nigeria, anche attraverso il Mediterraneo, si indirizza verso tre continenti.

È un commercio fiorente perché raddoppia il guadagno del trafficante che costringe le vittime, donne, giovani e capifamiglia attratti da un lavoro all'estero, a vendere un organo per saldare il proprio debito: pagano lui con la vendita di un rene, il quale poi riceve soldi anche dal broker. «Le vittime, al netto dei casi di rapimento o convinte da qualcuno di necessitare di un’operazione, vendono a partire da 1.500 dollari, ignare dei 50 mila che guadagna l’organizzazione e dei 128.500 di base che i ricchi pazienti danno alle gang per un rene»

«Questo commercio in Nigeria è tra le forme allargate di sfruttamento degli ultimi dieci anni, insieme a schiavitù domestica, matrimoni forzati, traffico di minori attraverso gli orfanotrofi o il lavoro di apprendistato, i bambini soldato, il traffico per scopi rituali. Siamo a conoscenza di casi avvenuti in India, Malesia e Dubai che coinvolgono cittadini nigeriani, la mia organizzazione ha ricevuto due segnalazioni di rimozione illegale di organi di due nigeriani in India», spiega Osuigwe.

Doppio inganno

L’eventualità che la tratta finalizzata al traffico d’organi coinvolga anche l’Italia non è, allo stato, suffragata da prove giudiziarie. Don Carmine Schiavone, direttore della Caritas diocesana di Aversa e referente regionale Caritas per l’immigrazione, ha rilasciato però un’intervista al sito Vatican News dicendo che «una delle ragazze a ottobre scorso ha cominciato a raccontare di questo commercio, rivelando che alcuni amici suoi, per arrivare in Italia, hanno dovuto dare un rene, alcuni la cornea»

Sotto osservazione poi è il litorale di Castel Volturno, dove sono noti i rapporti tra la mafia nigeriana e la camorra. Va detto però che difficilmente può svilupparsi un traffico d’organi “interno” al nostro Paese: per un trapianto servono strutture ospedaliere complici e molto vicine al luogo in cui l’organo viene espiantato. Il problema, da noi, sono invece le ragazze nigeriane già in Italia che per sottrarsi alla prostituzione accettano le improbabili “offerte di lavoro in Paesi dove il traffico d’organi non è una leggenda metropolitana ma è stato provato, come appunto l’India e i Paesi del Golfo. Ingannate una volta per farle venire in Italia e una seconda volta per portarle via dal nostro Paese, verso un destino ancora peggiore.

Nel 2018 sono arrivati in Italia solo 1.250 migranti nigeriani, ma aumentano gli adescamenti di chi è già presente da tempo in Europa. Mentre la crescente instabilità libica e la politica dei “porti chiusi” hanno trasformato le rotte: si rafforza quella Nigeria-Mali-Spagna mentre è storico il legame diretto tra la Nigeria e i Paesi del Golfo Persico.

«Nel 2014 sono arrivate in Italia circa 2.400 ragazze. 5.600 nel 2015 e nel 2016 erano 11 mila», spiega Anna Pozzi, giornalista e studiosa esperta di tratta. Col tempo è diminuita l’età delle ragazze, minorenni che spesso non si dichiaravano tali per evitare di essere inserite in strutture protette, con scolarità bassa se non analfabete.

Secondo il rapporto di ActionAid pubblicato ad aprile sulla base di 60 verbali di vittime di tratta presentati presso la Commissione territoriale di Roma tra il 2016 e il 2017, il decreto Sicurezza colpirebbe soprattutto loro: stabilendo il rigetto della richiesta di asilo avanzata da chi ha in esecuzione già un provvedimento di espulsione, queste non hanno la possibilità di presentare nuove richieste e non c’è il tempo di indagare sulle loro storie di sfruttamento.

Il decreto inoltre non solo abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari prima concesso anche in ragione delle violenze subìte nei Paesi di transito, ma i richiedenti asilo e i beneficiari di protezione umanitaria non accedono più al sistema ex Sprar (ora solo per titolari di status di rifugiato o protezione sussidiaria e minori non accompagnati) ma ai Centri ordinari, Cas e Cara: affollati, privi di personale qualificato e programmi di inclusione. L’eliminazione dell’obbligo di denuncia da parte della vittima di tratta per ottenere il permesso di soggiorno depotenzia anche l’articolo 18 del Testo Unico sull'Immigrazione che prima le tutelava.

L'incrocio con la religione

Una sera scaricano Gioia da un’auto davanti alla porta della Caritas di Aversa. La accolgono, non ha documenti, non parla. Se la ricordano a fissare il muro, con le braccia appoggiate su un tavolo per interi pomeriggi. «Quando ha ricominciato a parlare abbiamo capito che era molto confusa. Aveva bisogno di un supporto psicologico importante. Ovunque mi incrociasse, voleva per forza una benedizione», dice don Carmine Schiavone. Con suor Rita Giarretta delle Orsoline del Sacro Cuore di Maria, fondatrice di Casa Rut, Schiavone svolge la sua pastorale in una delle «periferie del mondo»: la strada. «Un giorno ha detto di aver conosciuto un pastore, un reverendo: aveva un numero che chiamava in continuazione perché adesso poteva stare finalmente bene, diceva. Una mattina è uscita e nessuno l’ha più vista»

I sedicenti “pastori” religiosi sono tra le più insidiose pedine della tratta. Alcuni sfruttano direttamente ragazze e ragazzi, altri li mettono in mano ai trafficanti. Case di preghiera delle Chiese pentecostali africane sono presenti sul litorale Domizio e a Castel Volturno, l’enclave dei clan mafiosi nigeriani che gestiscono, dentro una comunità di 25 mila nigeriani e ghanesi, arrivi, traffico di droga e prostituzione.

Certi leader spirituali organizzano momenti di preghiera per la “liberazione”. I migranti raccontano che non ottenere il permesso di soggiorno è un maleficio e loro si offrono di toglierlo a pagamento. «Ce n’è uno considerato potente e allora, quando arriva, molti nigeriani si riversano lì anche da altre parti di’Italia. Vende braccialetti con la scritta Holy ghost fire», spiega Blessing Okoedion nel libro in cui racconta la sua storia.

L’intreccio tra religione cristiana, business e il rito ju-ju, che lega le ragazze ai propri sfruttatori, è un capitolo anche della sua storia personale. «Alice è stata molto furba, mi ha ingannata facendosi passare per una donna di Chiesa. Faceva di tutto per mostrarsi molto pia e devota ma non si è fatta scrupolo a raggirarmi e trafficarmi»

Blessing ha 33 anni ed ha appena superato l’esame di maturità in Italia: «Ho preso 64», racconta. Laureata in informatica, assembla e ripara computer a Benin City quando incontra una donna che le propone di trasferirsi a Napoli per lavorare nel nuovo negozio del fratello. Quando arriva a Castel Volturno però si ritrova una “mamam” che le spiega di accettare anche 15, 10 euro e di non rifiutare nessuno. Era il marzo 2013. Oggi lavora come interprete e mediatrice culturale e la sua nuova vita la deve alla Polizia e a Casa Rut, che negli anni di ragazze ne ha accolte 500, più 80 bambini.

Alcune lavorano nella cooperativa NewHope: accessori fatti con stoffe africane e negozio nella più bella via di Caserta, perché «la dignità si restituisce con la bellezza. Non le facciamo sentire delle bisognose, ma persone in grado di farsi valere per quello che sono, che pensano con la propria testa» dice suor Rita.

«Si tollerano le ragazze anche in zone centrali», dice don Carmine. «Lo stiamo notando anche dalla geografia delle abitazioni da cui partono e rientrano». La Caritas di Caserta le va a trovare in strada. Alle 20 parte l’auto con lui in tonaca e i volontari. Si chiede il permesso prima di scendere, e se c’è, ci si stringe la mano, sono festose. «Chiedo di potermi sedere con loro, poi iniziamo a parlare bevendo cioccolata o il tè caldo che abbiamo portato, o regaliamo loro una rosa». Solo dopo varie visite escono le loro storie. L’importante è non essere invadenti, non chiedere, meritare la loro fiducia. «Parlando, emerge che vivono in condizioni pietose. Poi arriva la telefonata di chi le controlla», racconta don Carmine. Quando qualche auto passa con insistenza vuol dire che il tempo è scaduto: si prega tutti insieme, benedizione e si risale in auto. Certe sere le ragazze sono più felici di altre: «Stasera gioca il Napoli». Vuol dire che per strada i clienti saranno pochissimi.

Le "Cose Nostre"

Ha la forma di una sirena, uno specchio in mano, i capelli lunghi, indossa perle e pettini preziosi. Mami Wata è una divinità recente, le organizzazioni criminali fanno giurare le ragazze su di lei, è creata per invocare e giustificare la ricerca sfrenata di benessere. Gli africani vogliono somigliare nello stile di vita all'Europa. E per raggiungerlo, fanno soldi con tutto, hanno perduto i loro valori antichi.

Le radici culturali della vendita di esseri umani parte proprio da questo concetto, fare soldi ad ogni costo senza guardare in faccia nessuno, nemmeno una figlia, una sorella, un'amica.

Abbiamo ricevuto minacce di morte per le indagini sui "fidanzati" dalla stessa comunità nigeriana: «Le cose nostre devono rimanere tra noi», hanno detto. «Donne e minori sono mercificati da genitori, familiari e persino leader della comunità e questo ha autorizzato la società a ignorare i loro diritti fondamentali. Questo è pericoloso per il benessere delle donne in qualsiasi Paese», spiega Joseph Chidiebere Osuigwe, che ha ideato e lanciato Talkam, un’app con cui si può segnalare ogni tipo di violazione dei diritti umani.

A inizio anno è stata resa nota l’esistenza di uno scambio di informazioni tra Fbi e Polizia italiana, i cui investigatori sono esperti delle modalità criminali e della ramificazione in Italia e in Europa dei clan mafiosi nigeriani. Per Osuigwe «è importante lo scambio di informazioni. La condanna di queste mafie dovrebbe comprendere anche la destinazione delle loro ricchezze alla cura dei sopravvissuti»

La maggioranza delle “sopravvissute” in Italia, si trova in carcere, o nel “sommerso”. La speranza arriva dalla seconda e terza generazione: «Non ha nulla a che vedere con questo fenomeno, bisogna valorizzarle, dare loro opportunità, altrimenti si innesca lo stesso meccanismo. Da troppo tempo gli africani pensano che si possa fare soldi con tutto. Cosa possono fare di più che vendere le proprie sorelle?»




Articolo di
Maris Davis


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giovedì 15 agosto 2019

Woodstock compie 50 anni a tempo di rock and roll

Il 15 agosto 1969 cominciò il weekend più famoso degli anni Sessanta, “tre giorni di pace e musica”, e che musica, era rock and roll.



Quando quattro produttori musicali e promoter newyorkesi si misero in testa di organizzare un festival estivo, all’inizio del 1969, le premesse erano quelle di un evento come tanti altri, in quel periodo in cui la musica rock e il movimento hippy stavano dilagando tra i giovani americani. Il 15 agosto, quando nella località di Bethel, New York, cominciò ufficialmente la “Aquarian Exposition: 3 Days of Peace & Music”, ci si rese in fretta conto che stava però succedendo qualcosa di epocale.

Il Festival di Woodstock, come ricordiamo oggi il weekend più famoso della storia della musica rock, aveva attirato un numero di persone che sembrava vicino al mezzo milione, mandando nel caos un’intera contea. Il nome lo prese dalla società che lo organizzava, e che originariamente progettava di aprire uno studio nell’omonima città (Woostock appunto), che in realtà dista da Bethel una settantina di chilometri.

Cominciò esattamente 50 anni fa, finendo due giorni e mezzo dopo con il leggendario concerto di Jimi Hendrix, che suonò il lunedì mattina davanti alle poche decine di migliaia di persone che avevano resistito fino a quel momento in quel terreno trasformato nel frattempo in una specie di campo di battaglia, simile a quelli della guerra che si stava combattendo a quasi 10mila chilometri di distanza, in Vietnam.

L’idea per Woodstock era venuta a Michael Lang, Artie Kornfeld, Joel Rosenman, e John P. Robert, quattro produttori, promoter e imprenditori di New York che ci misero un po’ a mettersi d’accordo su cosa volevano davvero organizzare. L’idea comunque non fu mai quella di organizzare il più grosso festival musicale che gli Stati Uniti avessero mai visto, quanto quella di seguire il modello di molti altri eventi rock che erano stati organizzati nell’estate precedente, per guadagnarci dei soldi.

All’inizio addirittura fecero fatica a ingaggiare artisti di primo piano, finché i Creedence Clearwater Revival accettarono la loro proposta di 10mila dollari, aprendo la strada ad una affollatissima di star dell’epoca.

Anche trovare il luogo per l’evento non fu per niente facile. La ricerca si concentrò da subito nell’area a nord ovest di New York, ma i residenti e i proprietari terrieri locali delle zone sondate fecero resistenza appena intuito cosa stessero programmando gli organizzatori. Finché non incontrarono Max Yasgur, proprietario di una grossa fattoria, convinto Repubblicano e sostenitore della guerra in Vietnam, che pensò però che il festival avrebbe potuto aiutare i suoi affari. Accettò quindi ospitare l’evento nei suoi terreni di circa 2,5 chilometri quadrati.

Secondo gli stessi organizzatori i partecipanti non sarebbero stati più di 50mila. E invece furono dieci volte di più

La stima di 50mila presenze fu sconfessata in poco tempo, quando vennero messi in vendita i biglietti. Li avevano soltanto un po’ di negozi di dischi di New York, oppure si potevano ordinare per corrispondenza in uno specifico ufficio postale di Manhattan. Costavano 18 dollari per tutti e tre i giorni, una cifra considerevole per l’epoca, non lontana dall’equivalente dei biglietti degli attuali grossi festival su più giorni. Ne vennero venduti 168mila, e si stimò che ai cancelli si sarebbero presentati in 200mila.

Apertura del Festival
La mattina del 15 agosto fu chiaro che non era così. Il New York Times ha raccontato che l’unico reporter inviato a seguire l’evento si aspettava «soltanto un altro grosso festival», ma una volta arrivato sul posto si ritrovò in mezzo a un enorme ingorgo, circondato da decine e decine di migliaia di giovani che lasciavano l’auto dove potevano e si riversavano verso l’area dei concerti. Qualcuno chiamò il caporedattore del giornale implorandolo di mandare altre persone: «questa notizia è molto più grande di quanto pensa il Times»

Le autorità cominciarono a trasmettere comunicati allarmisti alla radio per scoraggiare le persone che si dovevano ancora mettersi in viaggio, in parte riuscendoci. Gli organizzatori abbandonarono in fretta l’idea di chiedere 24 dollari per il biglietto per chi non lo aveva acquistato in anticipo: Woodstock diventò un festival gratuito.

Venerdì 15 agosto 1969
Il primo concerto iniziò alle 17.07 del venerdì, e lo tenne il cantautore Richie Heavens, che fu spostato all’apertura dopo che la band dei Sweetwater era stata fermata dalla polizia, e altri artisti erano rimasti bloccata nel traffico. Verso le dieci di sera cominciarono le prime piogge, mentre si susseguivano gli artisti fino ad arrivare al gran finale di serata con il concerto di Joan Baez, incinta di sei mesi.

Sabato 16 agosto 1969
Il giorno successivo si esibì alle due di pomeriggio un giovanissimo Carlos Santana, con la sua omonima band, e quella sera lo seguirono alcune delle più grandi band degli anni Sessanta, dai Canned Heat, ai Grateful Dead, ai Creedence Clearwater Revival. Nella notte suonò Janis Joplin, poi Sly and the Family Stone, gli Who e infine, alle 8 della domenica mattina, i Jefferson Airplane.


Domenica 17 agosto 1969
Nel frattempo, tutto intorno lo scenario era surreale. Si erano accumulate tra le 400 e le 500mila persone, in un contesto allestito per accoglierne meno della metà. Ma l’organizzazione riuscì a improvvisare un’infrastruttura tutto sommato funzionante, pur nelle prevedibili scarsissime condizioni igieniche e di sicurezza.

C’erano tende dell’infermeria strapiene, poco cibo trasportato d’urgenza con l’elicottero, un sacco di fango causato dalle piogge, e un impianto audio prodigioso e diventato leggendario, che permise tutto sommato di godersi il concerto alla maggior parte degli spettatori. Tra un concerto e l’altro, le colonne di casse trasmettevano gli annunci di gente che aveva perso i propri amici, e i continui disperati appelli a rispettare alcune minime misure di sicurezza.

La mattina di domenica il governatore dello stato di New York Nelson Godfeller chiamò gli organizzatori dicendo di aver deciso di inviare sul posto 10.000 membri della guardia nazionale, ma fu dissuaso all’ultimo.

Quel pomeriggio cominciò l’ultima sessione di concerti, aperta da Joe Cocker e seguita dai Ten Years After, The Band, Johnny Winter, Crosby Stills Nash & Young fino al gran finale, alle 9 del lunedì mattina davanti ad appena 30mila persone.


Il concerto di Jimi Hendrix
Vestito con la giacca bianca con le frange e la fascia in testa, diventò il più famoso di tutti, entrando nella storia della musica e della cultura popolare del Novecento. In particolare per la celebre versione dell’inno americano suonato con la chitarra elettrica, imitando i suoni delle bombe sganciate sul Vietnam.

Alla fine del festival si contarono due morti, uno per overdose e uno perché schiacciato accidentalmente da un trattore. Circa 4.000 persone furono soccorse per ferite, per malattie o per problemi legati all’alcol e alla droga. Ci fu almeno una nascita, insieme ad alcuni aborti.

Quando si capirono le dimensioni e la portata del festival vennero fuori anche gli artisti che avevano declinato l’invito, da Bob Dylan a Simon & Garfunkel, dai Led Zeppelin ai Byrds. Gli organizzatori andarono quasi in bancarotta, ma si rifecero abbondantemente grazie al successo del film che uscì l’anno successivo con le riprese dei concerti, diretto da Michael Wadleigh e ancora oggi uno dei più celebri documentari sugli anni Sessanta.

Omaggio a Woodstock. Immagini d'epoca



Woodstock, 15-18 agosto 1969 il primo, ma anche il più grande raduno Rock di tutti i tempi. Quello che caratterizzò Woodstock fu proprio lo spirito di fratellanza e di pace con cui parteciparono tutti, dagli spettatori agli artisti presenti.


Il luogo
Bethel, della contea di Sullivan, una cittadina rurale 69 km. a sud-ovest di Woodstock, nello stato di New York. L'allevatore, Max Yasgur, accettò di affittare 2,4 km/q per 75.000 dollari. Altri 25.000 dollari furono pagati come affitto a proprietari confinanti per ingrandire il sito del festival. Il terreno di Yasgur formava una conca naturale digradante verso lo stagno Filippini a nord.

Il Palco
Il palco fu costruito alla base del rilievo, con lo stagno sullo sfondo. Lo stagno sarebbe diventato un luogo molto amato dai partecipanti, che vi facevano il bagno svestiti (nudi). Gli spettatori furono più di 450.000 (secondo altre fonti non verificate, le presenze erano addirittura un milione di persone).


Artisti presenti nell'ordine esatto della loro esibizione sul palco
Ogni band avrebbe dovuto suonare per un'ora, ma superare quel limite fu un fatto ordinario a causa degli infiniti "bis". Il primo artista salì sul palco nel pomeriggio di venerdì 15 agosto, l'ultimo fu Jimi Hendrix che, con la sua band, iniziò la sua esibizione alle 9 di mattina di lunedì 18.

Swami Satchidananda, Richie Havens, Country Joe McDonald, John B. Sebastian, Sweetwater, Incredible String Band, Bert Sommer, Tim Hardin, Ravi Shankar, Melanie, Arlo Guthrie, Joan Baez, Quill, Keef Hartley Band, Santana, Canned Heat, Grateful Dead, Mountain, Creedence Clearwater Revival, Sly & The Family Stone, Janis Joplin, The Who, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Country Joe & The Fish, Ten Years After, The Band, Blood Sweat And Tears, Johnny Winter, "Crosby, Stills, Nash & Young", Paul Butterfield Blues Band, Sha-Na-Na, Jimi Hendrix (The Gypsy Sun & Rainbows Band).

Artisti che rinunciarono all'ultimo momento
Jeff Beck Group (si sciolsero prima del Festival), Iron Butterfly (bloccati per via del traffico), Joni Mitchell, Lighthouse (dissero che era una pessima iniziativa), Ethan Brown (arrestato 3 giorni prima).

Aneddoti e Curiosità
  • Due decessi a Woodstock, il primo per un'overdose di eroina, il secondo, uno spettatore investito da un trattore mentre dormiva.
  • Due nascite e quattro aborti spontanei.
  • Richie Havens, al settimo bis, esaurì il suo repertorio.
  • John Sebastian lasciò il palco inaspettatamente, dopo essere stato avvisato che la moglie aveva partorito.
  • Tim Hardin, nonostante suonò due sole canzoni, la sua esibizione durò un'ora.
  • Jerry Garcia e Bob Weir (chitarristi dei Grateful Dead) presero la scossa toccando le loro chitarre.
  • Pete Townshend degli Who sbatté più volte la chitarra sul palco e poi la gettò al pubblico.
  • Sempre Pete, dopo essere stato importunato dal leader del movimento hippy disse "La prossima fottuta persona che cammina su questo palco verrà uccisa, d'accordo? Potete ridere, ma sono serio!".
  • Joe Cocker e Carlos Santana, fino ad allora perfetti sconosciuti, dopo Woodstock divennero famosissimi.

Woodstock. La playlist live





Articolo di
Maris Davis


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giovedì 8 agosto 2019

Africa. Il neo-colonialismo delle multinazionali dell'acqua

L’insieme di permessi che regolamentano ancora oggi l’utilizzo delle fonti idriche per l’agricoltura in gran parte dei paesi, risalgono all'epoca coloniale.


Un sistema superato dai regimi consuetudinari in uso prima dell’arrivo dei bianchi che continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali, ma che creano un limbo legale che finisce per avvantaggiare latifondisti e grandi aziende, spesso straniere.

Nel 1929 nella colonia e protettorato inglese del Kenya, venne approvato il primo sistema di permessi sulle risorse idriche nazionali per l’irrigazione. L’ordinanza dichiarava esplicitamente “l'acqua di ogni corpo idrico è proprietà della Corona britannica e il suo controllo conferito al governatore in loco”. L’espressione corpo idrico si riferiva sia all'acqua di superficie sia alle falde sotterranee. Qualsiasi utilizzo, deviazione, interruzione di queste acque, richiedeva un’apposita autorizzazione. Solo le paludi o le sorgenti che si trovavano all'interno di terreni di proprietà, quasi sempre essenzialmente di coloni, erano esenti dagli obblighi burocratici.

È passato quasi un secolo da allora e 55 anni dall'indipendenza del Kenya, eppure il diritto all'acqua è rimasto fermo nel tempo. Molti paesi africani, una volta divenuti indipendenti, hanno mantenuto e rafforzato le regole coloniali sul consumo dell’acqua e le leggi consuetudinarie in uso prima dell’arrivo dei bianchi, sebbene riconosciute, sono rimaste sempre in una posizione subordinata.

Piccoli coltivatori indeboliti
Almeno questo è ciò che avrebbero voluto i governi. Nella prassi, con l’aumento esponenziale dei piccoli agricoltori, l’implementazione dei permessi è divenuta logisticamente impossibile e quindi, di fatto, i regimi consuetudinari continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali.

Secondo alcuni studi condotti in Sudafrica e Ghana, sarebbero milioni i piccoli contadini che investono in strumenti idrici di auto-approvvigionamento e condivisione delle acque, superando di gran lunga i progetti pubblici su larga scala. E la Banca Mondiale è ben consapevole di quella che lei stessa descrive come una “rivoluzione già in atto

Una rivoluzione che tuttavia appare insufficiente per arginare le continue crisi alimentari che imperversano nel continente. Anche il sistema formale dei permessi, infatti, contribuisce a indebolire l’accesso a una risorsa vitale per l’agricoltura, come l’acqua, stremando i contadini, riducendo i loro mezzi di sostentamento e la sicurezza alimentare di buona parte dei paesi.

Le grandi dighe nella Valle dell’Omo in Etiopia e il sistema di sbarramenti sul fiume Sanaga in Camerun, sono due esempi che dimostrano quanto questi enormi progetti abbiano avuto un alto costo sociale ed ambientale.

Secondo la Banca Mondiale, circa il 90% delle terre rurali africane non è certificato, ma è sottoposto direttamente al diritto consuetudinario. Per poter utilizzare l'acqua in molte parti dell'Africa è necessario possedere dei terreni e il riconoscimento dell’irrigazione informale andrebbe a rafforzare proprio i diritti fondiari.


Decolonizzare l’acqua
Decolonizzare l’acqua” è il concetto chiave della proposta lanciata da International Water Management Institute (IWMI) durante la 7°edizione della Settimana dell’Acqua (Africa Water Week), tenutasi un mese fa a Libreville, in Gabon.

Il report si basa su una ricerca condotta in Kenya, Malawi, Zimbabwe, Sudafrica e Uganda, sulle modalità di accesso all'acqua. Viene evidenziato come nella popolazione totale dei cinque paesi, più di 165 milioni di persone, solo i latifondisti, grandi aziende o miniere, riescono a destreggiarsi nel complicato e costoso processo delle autorizzazioni, mentre i piccoli proprietari terrieri rimangono in un limbo legale con la possibilità di irrigare solo un acro di terreno.

L'IWMI e l’ong sudafricana Pegasys propongono un “approccio ibrido” per superare quest’ingiustizia amministrativa: riconoscere i permessi esistenti e le pratiche consuetudinarie sull'acqua.

Secondo il report, il sistema dei permessi sull'acqua può esistere, ma come semplice strumento normativo. Le tasse vanno ad applicarsi ai pochi coltivatori su larga scala che determinano impatti sull'ambiente più forti rispetto ai piccoli fruitori, scoraggiando l’uso dispendioso e sproporzionato dell’acqua, proprio laddove rappresenta una risorsa più che mai preziosa.

Un quarto della popolazione mondiale rischia di rimanere senz'acqua

E anche l'Italia non se la passa molto bene


Ci sono 17 paesi che ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo e che stanno affrontando una gravissima crisi idrica: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. Lo sostiene un’analisi del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali. Secondo i dati del WRI questi paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, mentre dovrebbero conservarne per periodi di maggiore siccità.


Paesi come Qatar, Israele, Libano e Iran ogni anno prelevano in media più dell’80 per cento delle proprie risorse totali di acqua, e rischiano seriamente di rimanerne a corto.

Ci sono poi altri 44 paesi, che ospitano un terzo della popolazione mondiale, che prelevano ogni anno il 40 per cento dell’acqua di cui dispongono. Per questi paesi, che comprendono anche l’Italia (al 44esimo posto), il WRI calcola un alto rischio di terminare le risorse idriche: meno elevato dei primi 17, ma comunque preoccupante.

Dal 1960 a oggi il prelievo di acqua in tutto il mondo è più che raddoppiato, a causa dell’incremento della richiesta, e non dà segni di diminuire. Diverse grandi città, dove la domanda di acqua è più alta, negli scorsi anni hanno subìto gravi crisi idriche, rischiando di arrivare a quello che il WRI chiama il “Giorno Zero”: il giorno in cui tutte le risorse idriche di una città o di un paese termineranno. Tra queste ci sono San Paolo in Brasile, Città del Capo in Sudafrica, Chennai in India, e anche Roma, che nel 2017 aveva dovuto razionare il prelievo di acqua a causa della siccità.

Tra le cause che hanno portato a un aumento così consistente del prelievo di acqua c’è da considerare il cambiamento climatico, che ha portato a periodi di siccità più frequenti, rendendo più difficile l’irrigazione dei terreni agricoli e costringendo di conseguenza a un utilizzo maggiore dell’acqua prelevata dalle falde acquifere. Al tempo stesso, l’innalzamento delle temperature fa evaporare l’acqua presente nei bacini idrici con più facilità, esaurendo quella a disposizione per il prelievo.


Quali sono le zone più interessate
La crisi idrica riguarda soprattutto Medio Oriente, Nord Africa e Sahel, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. Qui i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne. I paesi del Golfo Persico, per esempio, sottopongono a trattamento di purificazione circa l’84 per cento di tutte le proprie acque reflue, ma poi ne riutilizzano solamente il 44 per cento.

Ci sono eccezioni virtuose: l’Oman è al 16esimo posto dei paesi più a rischio idrico, ma sta emergendo come un esempio da seguire; sottopone a trattamento il 100 per cento delle proprie acque reflue e ne riutilizza il 78 per cento. Un paese che invece desta molta preoccupazione è l’India, che è al 13esimo posto dei paesi a maggiore rischio idrico, ma che ha una popolazione tre volte superiore a quella di tutti gli altri 16 paesi della classifica messi insieme.

Un altro dato di cui tenere conto è che ci sono anche paesi dove il rischio di crisi idrica in generale è basso, ma che presentano zone interne densamente abitate con un rischio maggiore. È il caso degli Stati Uniti (che sono al 71esimo posto della classifica del WRI) e del Sudafrica (al 48esimo posto), dove rispettivamente lo stato del New Mexico e la provincia del Capo Occidentale soffrono una grave crisi idrica e le cui popolazioni prese singolarmente sono maggiori di quelle di alcuni dei primi 17 paesi nella classifica.


Cosa si può fare
Il WRI dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate. Qualcosa si può fare per fermare questa crisi idrica, e il WRI suggerisce tre soluzioni.

Innanzitutto i paesi dovrebbero migliorare l’efficienza della propria agricoltura, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono meno acqua e migliorando le tecniche di irrigazione (utilizzando meno e meglio l’acqua a disposizione). Inoltre anche i consumatori potrebbero fare qualcosa, riducendo lo spreco di cibo, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura. Bisognerebbe poi investire in nuove infrastrutture per il trattamento delle acque e in bacini per la conservazione delle piogge, e infine cambiare il modo di pensare alle acque reflue: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne.


Articolo di
Maris Davis




martedì 6 agosto 2019

Il Governo dei "razzisti" non si ferma, attraverso il CONI vuole mettere le mani perfino sullo Sport

Sport, il Cio contro la legge delega di Giorgetti: “Governo non può controllare il Coni” e minaccia la sospensione, ma la Lega vuole andare avanti comunque.


Il testo approvato alla Camera è oggi in discussione al Senato. Il Comitato olimpico internazionale scrive al presidente del Coni Malagò: “Il Governo non può controllare le federazioni”. Fonti di maggioranza: i decreti attuativi che saranno emanati nel prossimo anno recepiranno le osservazioni.

Il Comitato olimpico internazionale si schiera contro le legge delega sullo sport voluta dal sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti che è all'ordine del giorno dei lavori del Senato. In una lettera indirizzato al Coni, il Cio scrive che il governo non può avere “un ‘controllo’ specifico” sugli enti che compongono il Comitato olimpico nazionale. La legge “intaccherebbe chiaramente l’autonomia del Coni” in sei punti, scrive il Cio, minacciando di poter adottare “la sospensione o il ritiro del riconoscimento del comitato olimpico”.

La Lega però tira dritto e per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo replica: si va avanti “a prescindere da lettere e letterine varie”. 

Non c’è fiducia, si voteranno tutti gli emendamenti”, ha aggiunto Romeo. La senatrice Pd Simona Malpezzi invece si dice molto preoccupata: “Bisogna che sia chiaro a tutti, le prossime Olimpiadi sono a rischio“. Se, ma sarebbe l’extrema ratio, il Cio dovesse decidere per una sospensione, le due principali conseguenze sarebbero la decadenza dei Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 e la mancata partecipazione dell’Italia a Tokyo 2020 (gli atleti sarebbero presenti negli sport individuali come indipendenti).

Ci sorprende la lettera del Cio scritta in modo frettoloso da funzionari che non hanno letto il testo della delega”, aggiunge il capogruppo della Lega Romeo, intervenendo durante l’esame del ddl sull'ordinamento sportivo. Leggendo il testo del provvedimento, ha spiegato, “dov’è il rischio di mettere in pericolo l’autonomia del Coni e delle federazioni sportive, sinceramente non lo comprendiamo. La prossima volta, prima di scrivere le letterine leggiamo il provvedimento”. Dopo la risposta di Romeo, fonti di maggioranza fanno sapere all’Adnkronos che i decreti attuativi che saranno emanati nel prossimo anno recepiranno le osservazioni del Cio e del Parlamento.

Il sottosegretario Giancarlo Giorgetti
La lettera del Cio è arrivata in mattinata al presidente del Coni, Giovanni Malagò, da sempre critico contro la riforma dello sport intavolata lo scorso autunno dal sottosegretario Giorgetti. Malagò si è visto sottratte competenze, e quindi soldi, a favore della nuova Sport e Salute: un ente istituzionale, autogovernato dallo sport, una società per azioni partecipata da Palazzo Chigi (anzi, tecnicamente dal Mef).

Tre giorni fa Malagò e Rocco Sabelli, cioè il Coni e la nuova società, hanno trovato un primo accordo sulle rispettive funzioni. Con la nascita di Sport e Salute, era stata definita una delega al Governo per completare il processo di riforma dello sport con un apposito disegno di legge. Ecco dunque il testo, già approvato dalla Camera e ora in esame al Senato, che all'articolo 1 conferma l’ampia delega concessa al Governo per l’adozione di misure in materia di ordinamento sportivo e le molte competenze sottratte al Coni: in primis la distribuzione dei fondi alle Federazioni sportive.

Sono proprio questi passaggi a finire nel mirino del Cio che esprime “seria preoccupazione” per alcune disposizioni della legge. Nella lettera si segnala che la legge “intaccherebbe chiaramente l’autonomia del Coniin sei punti e in particolare si fa riferimento al Capo I, Art. 1, comma 1, lettera I dove si parla della “piena autonomia gestionale, amministrativa e contabile delle federazioni sportive”. Tali enti, si legge, “dovrebbero completamente rendere conto al Coni per ogni specifica assistenza finanziaria e tecnica che possono ricevere” e quindi secondo il Cio questa parte del testo dovrebbe essere “discussa o semplicemente rimossa

Il Cio spiega poi come “i comitati olimpici possono cooperare con i governi, tuttavia essi non devono intraprendere azioni contrarie alla carta olimpica

Prima Sport e Salute, adesso la legge delega al governo: lo sport ha perso la sua autonomia, secondo il Cio. Che si schiera anche contro il “riordino” del Coni con decisioni “unilaterali” del governo. L’esecutivo dovrebbe solo essere di supporto alle sue attività “nella piena ottemperanza della carta olimpica”. Inoltre, il ruolo del Coni non può essere “strettamente limitato alle ‘attività olimpiche‘

La lettera integrale inviata dal CIO al Coni
Il presidente del Coni Malagò festeggia dopo l'assegnazione
dei giochi invernali a Milano-Cortina 2026
Il Cio scrive di aver “esaminato con attenzione le disposizioni e desideriamo esprimere serie preoccupazioni in merito ad alcune di esse che, se approvate, intaccherebbero chiaramente l’autonomia del Coni. La posizione del Cio relativamente ai rapporti che dovrebbero intercorrere tra le autorità di Governo i Comitati olimpici nazionali è estremamente chiara, ed è stata riportata in un documento approvato nel 2016. Questo approccio è fondato sul principio fondamentale di “autonomia responsabile” dei Comitati olimpici nazionali così come esposto nella Carta Olimpica“. Tra i principi fondamentali (paragrafo 5) si scrive che “le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico devono essere politicamente neutrali. Hanno il diritto e l’obbligo di autonomia, comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport, la definizione della struttura e della governance delle loro organizzazioni, il diritto di elezioni libere da qualsiasi influenza esterna e la responsabilità di assicurare che siano applicati i principi di buona governance

Per restare all'interno del movimento (paragrafo 7) è necessarioil rispetto della carta olimpica e il riconoscimento da parte del Cio”. “Per adempiere alla propria missione, i comitati olimpici possono cooperare con i governi, tuttavia, essi non devono intraprendere azioni contrarie alla carta olimpica”. Il Coni devepreservare la propria autonomia e resistere a pressioni di qualsiasi tipo, incluse, quelle politiche, giuridiche, religiose o economiche che potrebbero impedire loro di adempiere alla carta olimpica

La cui violazione fa scattare sanzionicompresa la sospensione o il ritiro del riconoscimento di tale comitato olimpico nazionale se la costituzione, la legge o altre norme in vigore nella nazione in questione, o qualsiasi atto da parte di organi di governo o altri organismi, sia di ostacolo all'attività o alla libera espressione dello stesso comitato. Il Comitato esecutivo del Cio offrirà a tale comitato nazionale l’opportunità di essere ascoltato prima di adottare una decisione di questo tipo

Da Losanna si ribadisce inoltre che “l’autonomia dello sport è formalmente stabilita in una Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottata a New York nel mese di ottobre 2014 che riconosce lo sport come mezzo per promuovere l’educazione, la salute, lo sviluppo e la pace, e sostiene anche l’indipendenza e l’autonomia dello sport“. Che deve cooperare con i governi nell'assoluto rispetto riguardo dell’autonomia del Comitato olimpico nazionale, e senza alcuna interferenza esterna nella governance e nelle attività di queste organizzazioni”

Questi i punti del disegno di legge che per il Cio stridono con la carta olimpica: “Il Coni non dovrebbe essere ‘riorganizzato’ mediante decisioni unilaterali da parte del Governo. La sua governance interna e le sue attività devono essere stabilite e decise nell'ambito del proprio statuto, e la legge non dovrebbe avere per obiettivo un ‘micromanaging’ della sua organizzazione interna e delle sue attività”. E ancora: “Le aree relative alle attività del Coni dovrebbero essere congiuntamente determinate con essi, in conformità con la Carta Olimpica e gli statuti delle rispettive Organizzazioni Sportive Internazionali alle quali sono affiliate. Inoltre, il ruolo del Comitato Olimpico Nazionale non è strettamente limitato alle ‘attività olimpiche’.

La missione dei comitati olimpici è di sviluppare, promuovere e proteggere il Movimento Olimpico nei rispettivi paesi, in conformità con la Carta Olimpica” e che il ruolo dei Comitati Olimpici Nazionali è altresì “di promuovere i principi fondamentali ed i valori dell’Olimpismo nei rispettivi paesi” e “di incoraggiare lo sviluppo dello sport d’alta prestazione così come pure dello sport per tutti”. L’altro punto su cui interviene il Cio: “Le entità che compongono il Coni dovrebbero rimanere vincolate agli statuti del Coni, della Carta Olimpica e agli statuti delle organizzazioni sportive internazionali alle quali sono affiliate, e dovrebbero completamente rendere conto al Coni per ogni specifica assistenza finanziaria e tecnica che possono ricevere dal Coni (proprio come loro stesse devono rendere conto nei confronti delle relative autorità di governo per fondi pubblici che possono ricevere dal governo, ma ciò non significa che il governo possa avere un ‘controllò specifico sulle stesse).

Un appunto anche sul capo I, Art.1, comma 1, lettera I): questa disposizione dovrebbe essere discussa e concordata tra le autorità governative e il Coni. È parte della governance interna e le entità territoriali/decentrate del Coni potrebbero avere poteri specifici“. Quanto al capo I, Art. 1, comma 1, lettera m il Cio scrive che “dovrebbe essere discussa o semplicemente rimossa perché questa è parte della governance interna del Coni”. Nella lettera si chiede a Malagò diportare queste serie preoccupazioni all'attenzione urgente delle più alte autorità di Governo e lavorare insieme con loro per perfezionare il Disegno di Legge e renderlo compatibili con i principi fondamentali e le regole che governano il movimento Olimpico, prima che il testo definitivo sia presentato alle autorità competenti per l’approvazione. Contiamo sulla comprensione e sulla positiva collaborazione delle parti per risolvere amichevolmente questi temi e evitare eventuali complicazioni e ulteriori azioni da parte del Cio. Se necessario, siamo pronti ad organizzare un incontro congiunto questa settimana presso la sede centrale del Cio a Losanna


Articolo di
Maris Davis


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