lunedì 27 maggio 2019

Bambini Soldato. Daniel, arruolato in Nigeria a 11 anni

Daniel era stato arruolato nel "Massob", il Movimento armato per la liberazione del Biafra. Alla morte del padre fu costretto a prendere il suo posto.


«Non lo so. In quelle situazioni si spara a raffica, delle persone muoiono, ma poi non si sa chi è stato a sparare. Sì, è possibile che io abbia ucciso qualcuno. Ma non lo posso sapere con certezza»

La drammatica testimonianza di Daniel, bambino soldato a 11 anni scappato dall'Africa dopo essere stato usato come spia e aver dovuto lasciare la scuola per imparare a sparare.

Daniel Uche ha due immagini fisse che lo perseguitano da quando era bambino. La prima è il ricordo di quella maledetta notte in cui gli è stato comunicato che avrebbe dovuto lasciare gli studi per imbracciare un fucile e lottare per la causa del Biafra. L’altra è ambientata nel mezzo del deserto del Sahara, a metà del suo viaggio a piedi verso la Libia.

«Avevo fame, ero stanco e non so dire di preciso il nome del posto in cui mi trovavo. Ricordo che c’era un ragazzo che stava mangiando farina di manioca. Io mi sono avvicinato e gli ho chiesto di lasciarmi ripulire la ciotola che stava usando, così da poter mangiare almeno le briciole. Ma lui non ha voluto e ha preso la sabbia del deserto per pulire la ciotola, così che io non ne potessi mangiare. Avevo 15 o 16 anni, è passato molto tempo, ma questa scena, questa umiliazione, mi torna spesso in mente»

Daniel oggi ha 31 anni, vive a Trento, frequenta il 5° anno di un liceo economico-sociale e ha una vita, all'apparenza, del tutto tranquilla. Lavora aiutando persone con disagio mentale e fa volontariato con un’associazione locale. Fa l’arbitro di calcio e tifa Milan. Ma le ferite che si porta dentro da quando era un bambino soldato, tra gli 11 e i 15 anni d’età, sono profonde. E hanno bisogno di una vita intera per essere curate.

Daniel ha deciso di raccontare la sua storia ai ragazzi delle superiori che hanno partecipato all'ultimo Festival dei diritti umani di Milano. Un racconto difficile da fare. E da ascoltare fino in fondo.

Bambini soldato in Nigeria, la testimonianza di Daniel
Bandiera del Biafra
Daniel è nato nel Biafra, in Nigeria. Una terra marchiata da una guerra violenta, costata la vita a oltre 1 milione e 200 mila persone tra il 1967 e il 1970. Un conflitto proseguito poi in maniera strisciante, con la contrapposizione tra forze governative, da una parte, e il Movimento per la realizzazione dello Stato sovrano del Biafra (Massob), dall'altra.

Il reclutamento del ragazzo tra le forze armate del Massob risale alla morte del padre, avvenuta quando lui aveva 10 anni e andava alle elementari. Daniel era il primo figlio della famiglia e, proprio per questo, è stato costretto a proseguire la lotta del padre, che ricopriva un ruolo importante all'interno del Movimento.

La notte del bambino soldato, immagini che non si dimenticano
Una notte, quando Daniel aveva 11 anni, si sono presentati alla porta i dirigenti del Massob. «Volevano che io sostituissi mio padre all'interno del Movimento, che mi concentrassi nelle attività del campo militare e lasciassi la scuola. La mamma all'inizio ha provato a dire che dovevo almeno finire le medie, ma i dirigenti insistevano. Dicevano che avrei fatto una carriera politica. E alla fine mia mamma accettò». E fu il principio di un periodo terribile, che gli avrebbe tolto per sempre l’innocenza della sua età.

«Io non ero d’accordo, ma non potevo rifiutarmi. Sono andato nella mia stanza e ho cominciato a piangere ininterrottamente. Mi sono ammalato per tre giorni. Ero distrutto. Il mio unico desiderio era proseguire gli studi. A un certo punto, quando il mio maestro si accorse che non avevo ancora pagato la retta della scuola e me ne chiese la ragione, io risposi che avrei pagato presto. Ma la realtà era che stavo per lasciare la scuola e mi vergognavo con i miei compagni per questo»

Daniel Uche

«Noi eravamo un’arma importante». Il tema dello sfruttamento dei bambini
Daniel non ha avuto scelta. «Sono andato a Lagos. Poi, per tutto il tempo in cui sono rimasto con il Massob, sono stato sottoposto per un paio di volte l’anno all'addestramento militare, che si svolgeva in un campo nei boschi lontano dalla città e che durava 2 o 3 mesi. Ci insegnavano a usare il fucile. Dicevano che noi bambini eravamo un'arma importante»

In quel campo c'erano una ventina di persone fisse, tra cui quattro bambini (Daniel era il più piccolo e vedeva la mamma un paio di volte l’anno). Molti altri, invece, passavano là solo periodi brevi, per poi tornare a studiare, senza essere strappati alle loro famiglie, come era accaduto a lui.

Alla ricerca di vittime. Bambini soldato usati come spie
Il primo compito dei ragazzini era quello di scoprire le abitudini dei nemici dichiarati e dei traditori della causa. Dovevano diventare amici dei loro figli, introdursi nelle loro case, guadagnarsi la loro fiducia. Delle vere e proprio missioni in incognito. «Imparavamo come scoprire il nemico nascosto, ci usavano come spie»

Tutto questo, naturalmente, aveva poi dei drammatici risvolti nel momento in cui gli indipendentisti decidevano di entrare in azione. «Spesso io conoscevo dei bambini e riuscivo a scoprire come avvicinarmi al loro padre. Una volta, per esempio, ho scoperto qual era l’orario migliore per avvicinarci e attaccare la casa di un traditore della causa del Biafra e alla fine siamo riusciti a bruciare la casa del papà di un bambino che avevo conosciuto. In generale, noi bambini eravamo in grado di dire quando ci si poteva avvicinare a una casa e altre informazioni utili per poter intervenire»

«Potrei avere ucciso, ma non lo so con certezza»
I bambini soldato avevano poi altri due compiti. Il primo era quello di partecipare alle manifestazioni pubbliche organizzate dal Massob per rivendicare la creazione dello Stato del Biafra.

Il secondo era un incarico strettamente militare. «All'inizio imparavamo a usare il fucile e da quando avevo 13 anni iniziarono a farmi partecipare alle azioni, a sparare. Attaccavamo noi, facevamo imboscate, oppure difendevamo i biafrani minacciati che ci chiedevano aiuto, intervenivamo se ci avvertivano di un attacco in corso. Se eravamo in inferiorità numerica, invece, chiamavamo i rinforzi»

Daniel racconta tutto, come chi ha il bisogno di buttare fuori anni di sofferenze per liberarsene. Ma ad un certo punto, di fronte a una domanda, si ferma a pensare. Ci sono certe risposte che è difficile dare. «Hai mai ucciso qualcuno?»

«Guarda, non lo so. In quelle situazioni si spara a raffica, delle persone muoiono, ma poi non si sa chi è stato a sparare. , è possibile che io abbia ucciso qualcuno. Ma non lo posso sapere con certezza»

La situazione era così assurda da aver annullato qualunque “anticorpo” nel ragazzo

«Ho cominciato a fare qualunque cosa senza sentire senso di colpa. E quando vedevo un bambino che moriva pensavo che era fortunato, perché non avrebbe dovuto vivere ancora»

In fuga dalla Nigeria, le cause del viaggio in Italia
Daniel è andato via dalla Nigeria perché temeva che altrimenti sarebbe finita male. Nel 2002, ricorda, avevano compiuto un’azione a Lagos finita con più di 10 morti e tanti feriti. «A quel punto gli anziani del Massob intervennero pubblicamente dicendo che avevamo esagerato, che le nostre azioni erano diventate troppo violente. E così capì che non avevo più la loro protezione, che ero in pericolo. E alla fine, dopo il Natale del 2003, decisi di nascondermi e fuggire, per non prendere più parte a queste azioni»

A quel punto Daniel da bambino soldato diventò migrante, attraversando il deserto per raggiungere la Libia, dove si fermò per tre anni, e poi su un barcone diretto a Lampedusa. «Ho rischiato di morire, ma non avevo scelta»

Bambini soldato, violato il diritto allo studio
Se si chiede a Daniel quali siano i principali diritti umani che gli sono stati tolti da bambino, risponde deciso: «L’unico diritto che mi è stato violato è quello allo studio. Mi trattavano bene e tutto, ma non ho potuto proseguire gli studi. Avevano detto che poi avrei fatto la carriera di politico in Nigeria, e quindi mia mamma pensava che in seguito magari avrei continuato a studiare. Ma non è andata così»

Dall'Africa all'Italia, carcere e ripresa degli studi
In Italia la vita dell’ex bambino soldato è stata piuttosto travagliata. Arrivato a Lampedusa nel 2006, è andato poi a Crotone per due mesi, quindi a Napoli alla ricerca di un lavoro e in seguito si è ritrovato vittima del caporalato, impiegato nei campi di pomodoro vicino a Foggia. «Lì rischiavo l’espulsione, ero irregolare, e alla fine sono andato a Padova, dove ho iniziato a spacciare»

Nella città veneta Daniel è stato arrestato. «Mettendo insieme i vari periodi trascorsi in prigione, ho passato dietro le sbarre circa 7 anni. Prima a Padova, poi a Treviso, quindi in Sardegna. Poi, libero, sono andato in Svizzera, dove ho fatto richiesta di asilo politico. E in seguito sono tornato in Italia, dove ho ripreso a spacciare fino a ritrovarmi di nuovo in carcere a Padova e, infine, a Trento. Dove la mia vita è cambiata: ho potuto ricominciare a studiare, ho incontrato don Fabrizio e gli insegnanti del carcere, persone come Silvia, Antonella, Amedeo, Andrea e gli altri, che mi hanno aiutato anche una volta uscito dalla prigione»

Proprio a Trento, Daniel è stato tra i fondatori dell’associazione Dalla Viva Voce che, non a caso, si occupa di sensibilizzazione sul tema del carcere, di dare testimonianze nelle scuole e fornire un aiuto a chi ha ripreso gli studi in carcere.

Bambini soldato con la voglia di sognare
Nonostante tutte le difficoltà che ha dovuto attraversare, Daniel non ha smesso di sognare. In questo periodo sta preparando il suo esame di maturità al liceo economico sociale. E non è finita. «Sto cercando di ottenere la protezione internazionale, faccio volontariato e voglio studiare fino all'università. Poi voglio tornare in Biafra, fare carriera politica e aiutare tutto il mio popolo»

E la vita sembra avergli insegnato cosa sarà necessario cambiare. «Voglio essere un esempio per il mio popolo, ma questa volta non con le armi, ma con le parole e il dialogo, che verranno con lo studio»




Articolo di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

venerdì 17 maggio 2019

Africa. Un continente sempre più omofobo

17 maggio, giornata internazionale contro l'omofobia. Il punto sull'Africa, un continente sempre più omofobo. Le politiche sempre più restrittive dei governi trovano anche il consenso della popolazione.


Discriminati, umiliati, aggrediti, arrestati e incarcerati. Chi non rispetta il canone eterosessuale è considerato un criminale e perseguito in 33 dei 54 stati africani. In alcuni paesi la legge prevede anche la pena di morte, ma a scandalizzarsi è (quasi) solo l’Occidente.

A novembre dello scorso anno ha suscitato molto scalpore in Tanzania, e non solo, il provvedimento del governatore della provincia di Dar es Salaam, Paul Makonda, con cui è iniziata una caccia alle streghe contro gli omosessuali, o presunti tali, sul territorio distrettuale.

Il giovane politico, cristiano devoto e alleato del presidente John Magufuli, ha annunciato la creazione di una squadra speciale di sorveglianza con il compito di setacciare i social network per individuare i “criminali" e gettarli in carcere per almeno trent'anni, o a vita, come prevede la legge in vigore. Non solo. Makonda ha anche lanciato un appello a tutta la popolazione perché denunci eventuali sospetti. Una settimana dopo dalle parole si è passati ai fatti, con l’arresto di dieci uomini a Zanzibar, segnalati da alcuni cittadini perché sospettati di essere in procinto di celebrare un matrimonio omosessuale sulla spiaggia.

Questo è solo uno dei numerosi arresti e controversi provvedimenti ai danni della comunità Lgbt tanzaniana che si susseguono da quando è stato eletto il governo di Magufuli nel 2015, criticato anche dalla Chiesa per le sue scelte politiche antidemocratiche e contrarie alla libertà di espressione. Il presidente è arrivato persino a chiudere le cliniche per la cura dell’aids perché sospettate di “promuovere l’omosessualità

L’Unione Europea si dice “molto preoccupata per la situazione dei diritti umani nel paese. Dopo aver richiamato il suo ambasciatore Roeland van de Geer, ha fatto sapere che rivedrà le sue politiche nel paese. E anche la Danimarca, secondo donatore straniero della Tanzania, ha annunciato il congelamento di 10 milioni di dollari.

I media ne hanno parlato meno, ma quasi contemporaneamente Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato un rapporto, “Let Posterity Judge” (Lascia il giudizio ai posteri), in cui si denunciano le gravissime aggressioni subite da Lgbt nel vicino Malawi, dove gli omosessuali vengono aggrediti dalla popolazione, maltrattati e arrestati arbitrariamente dalla polizia. La situazione è peggiorata dal 2016, quando è stata sospesa la moratoria sulle leggi anti-Lgbt introdotta dal governo della presidente Joyce Banda nel 2012.

Caccia alle streghe
Mappa dell'omofobia in Africa. In nero dove si rischia la pena di morte, in rosa i paesi dove gli omosessuali sono discriminati, in bianco dove l'omofobia è permessa.
Il clima di terrore che si vive in Tanzania e Malawi è diffuso. Seguendo la cronaca, le manifestazioni di omofobia si ripetono periodicamente in tutto il continente, da nord a sud. In Tunisia gli attivisti hanno denunciato più di 100 arresti di persone omosessuali dall'inizio del 2017, sottoposte in seguito a umilianti ispezioni corporali intime. In molti ricorderanno poi le dichiarazioni di capi di stato come il keniano Uhuru Kenyatta che in aprile, durante un’intervista rilasciata all'emittente CNN, ha affermato che i diritti dei gay «non hanno importanza» per il suo paese.

L’Africa, assieme al Medio Oriente, è la regione più pericolosa del mondo per lesbiche, gay e transgender che sono esposti al rischio di discriminazione, persecuzione e morte. Essere gay nel continente africano equivale spesso ad avere una vita nell'ombra, in costante pericolo, emarginati dalla società e dalla propria famiglia, e trattati come una minaccia criminale alla pubblica morale.

Secondo quanto denunciato da Amnesty International, l'omosessualità è illegale in 33 dei 54 stati africani ed è punibile con la morte in Mauritania, Somalia, Sudan e nel nord della Nigeria. Inoltre, come riporta la International Lesbian and Gay Association, le misure contro gli Lgbt che risalgono a leggi di epoca coloniale o ad interpretazioni giuridiche a difesa del “buon costume” o della pubblica morale, sono state inasprite negli ultimi cinque anni.

Consenso popolare
Purtroppo occorre ammettere anche che l’opinione pubblica africana accetta e sostiene queste norme discriminatorie e le pratiche anti-Lgbt dei governi. Una ricerca condotta dal PewResearch Center di Washington, rivela che il 98% dei nigeriani, il 96% dei cittadini di Senegal, Ghana e Uganda, e il 90% dei kenyani, è convinto che la società non debba accettare l’omosessualità, ma combatterla.

L’ex-presidente zimbabwano Robert Mugabe, spodestato l’anno scorso da un colpo di stato, era arrivato a definire i gay «peggio di cani e maiali» e l’omosessualità una pratica deviante e «anti-africana», perché «frutto dell’idiozia degli uomini bianchi». La dialettica del nonagenario Mugabe rispecchia l’idea diffusa nel continente che l’omosessualità sia una malattia, importata dagli colonizzatori occidentali.

In realtà si tratta di un’enorme menzogna, in quanto diversi autorevoli studi, come “Boy Wives and Female Husbands” di Stephen O. Murray e Will Roscoe, e “Heterosexual Africa?” di Marc Epprecht, hanno dimostrato come l’omosessualità facesse già parte di diverse culture ancestrali africane molto tempo prima dell’arrivo del colonialismo. Già nelle testimonianze dei primi esploratori inglesi e portoghesi, nel sedicesimo secolo, si parla di sesso fra uomini in alcune tribù del Congo. Ma ci sono testimonianze della pratica anche in Etiopia, Madagascar, Angola, Camerun, Sudan e altrove. Semmai, dunque, è l’omofobia ad esser stata importata dagli occidentali nel continente africano.

Moltissimi degli africani gay, lesbiche e transessuali sono anche dei convinti fedeli cristiani e musulmani che chiedono di essere quantomeno rispettati e non demonizzati e stigmatizzati.

I diritti e libertà inviolabili alle quali si appellano, sono le stesse di tutti gli esseri umani, credenti e non, e in quanto tali non dovrebbero essere negate a nessuno.




Articolo di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

venerdì 10 maggio 2019

Bob Marley, il sogno del reggae che conquistò il mondo

A 38 anni dalla morte è ancora vivo. "Emancipate voi stessi dalla schiavitù mentale"


L'11 maggio 1981 moriva il cantautore giamaicano che più di ogni altro è riuscito a entrare nell'immaginario occidentale: uno spirito libero portatore di messaggi di pace e uguaglianza al ritmo di roots e dub.

C'era un tempo nel quale la musica aveva il potere di cambiare le coscienze di chi la ascoltava, di unire la spiritualità e la fisicità, la politica e l'amore, la passione e la rabbia, la protesta e l'immaginazione, il sogno e la realtà. Era il tempo in cui Bob Marley regnava nel mondo del reggae e della musica popolare, prima stella arrivata nel cuore dell'Impero dalla periferia del mondo, da una piccola isola caraibica, la Giamaica. 38 anni fa moriva Bob Marley, il messaggero del reggae.

Ci possono essere modi diversi per celebrare e ricordare Robert Nesta Marley
Il più semplice e immediato è quello di ascoltare alcune delle sue canzoni più belle, quelle che hanno contribuito in maniera sostanziale a farne crescere il mito e la leggenda, brani come No Woman No Cry, o Is this Love, o Get Up Stand Up, o Lively Up Yourself, sono decine e decine, canzoni memorabili che sono entrate a far parte della cultura popolare del pianeta, canzoni senza le quali la nostra vita sarebbe stata peggiore, sarebbe ancora peggiore. Canzoni di libertà, di pace, di ribellione, di amore, canzoni di verità e di sogno, di spiritualità e di carne, di storia e leggenda, che ancora oggi risuonano senza sosta in ogni angolo del mondo.

Playlis Bob Marley by Maris Davis


Poi ci potremmo limitare a ricordare che senza di lui forse non conosceremmo il reggae, quella fantastica musica in levare che ha cambiato le sorti della musica moderna. Non avremmo buona parte del rap, non avremmo di certo l’universo dei dj, non conosceremmo l’arte della parola nel ritmo così come la conosciamo oggi, senza il contributo determinante della musica giamaicana alla musica popolare moderna, alla musica afroamericana, alla dance.

Potremmo ancora dire che Marley è stato un poeta, un combattente, potremmo dire che era animato da una spiritualità completa e assoluta, assolutamente cieca, o che era posseduto da una qualche divinità che parlava a noi attraverso di lui.

Potremmo dire che conosceva il potere del suono e del ritmo e li usava per seminare “buone vibrazioni” del mondo intero, che parlava dritto al cuore della sua gente, del popolo nero che lui ambiva a riportare alle radici, all'Africa, ma che al tempo stesso parlava dritto al cuore dei diseredati, degli oppressi, alle anime perdute in cerca di una nuova “casa”, a chi voleva abbandonare la realtà e vivere in una società diversa. Potremmo dire che era un’utopista, un sognatore, un visionario, in grado di trasformare le proprie visioni in musica.

Potremmo dire tante cose e tante altre ancora. Ma la cosa più triste è che oggi non esiste un musicista come lui, non esiste qualcuno che pensi che la musica possa essere un'arma da usare per la pace, per rendere il mondo migliore, per unire tutti con “One love, One heart”.

Oggi si pensa a costruire muri, non ad abbatterli. E poche persone al mondo prestano ancora orecchio al messaggio e alla musica di Robert Nesta Marley.

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Articolo di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph