venerdì 17 maggio 2019

Africa. Un continente sempre più omofobo

17 maggio, giornata internazionale contro l'omofobia. Il punto sull'Africa, un continente sempre più omofobo. Le politiche sempre più restrittive dei governi trovano anche il consenso della popolazione.


Discriminati, umiliati, aggrediti, arrestati e incarcerati. Chi non rispetta il canone eterosessuale è considerato un criminale e perseguito in 33 dei 54 stati africani. In alcuni paesi la legge prevede anche la pena di morte, ma a scandalizzarsi è (quasi) solo l’Occidente.

A novembre dello scorso anno ha suscitato molto scalpore in Tanzania, e non solo, il provvedimento del governatore della provincia di Dar es Salaam, Paul Makonda, con cui è iniziata una caccia alle streghe contro gli omosessuali, o presunti tali, sul territorio distrettuale.

Il giovane politico, cristiano devoto e alleato del presidente John Magufuli, ha annunciato la creazione di una squadra speciale di sorveglianza con il compito di setacciare i social network per individuare i “criminali" e gettarli in carcere per almeno trent'anni, o a vita, come prevede la legge in vigore. Non solo. Makonda ha anche lanciato un appello a tutta la popolazione perché denunci eventuali sospetti. Una settimana dopo dalle parole si è passati ai fatti, con l’arresto di dieci uomini a Zanzibar, segnalati da alcuni cittadini perché sospettati di essere in procinto di celebrare un matrimonio omosessuale sulla spiaggia.

Questo è solo uno dei numerosi arresti e controversi provvedimenti ai danni della comunità Lgbt tanzaniana che si susseguono da quando è stato eletto il governo di Magufuli nel 2015, criticato anche dalla Chiesa per le sue scelte politiche antidemocratiche e contrarie alla libertà di espressione. Il presidente è arrivato persino a chiudere le cliniche per la cura dell’aids perché sospettate di “promuovere l’omosessualità

L’Unione Europea si dice “molto preoccupata per la situazione dei diritti umani nel paese. Dopo aver richiamato il suo ambasciatore Roeland van de Geer, ha fatto sapere che rivedrà le sue politiche nel paese. E anche la Danimarca, secondo donatore straniero della Tanzania, ha annunciato il congelamento di 10 milioni di dollari.

I media ne hanno parlato meno, ma quasi contemporaneamente Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato un rapporto, “Let Posterity Judge” (Lascia il giudizio ai posteri), in cui si denunciano le gravissime aggressioni subite da Lgbt nel vicino Malawi, dove gli omosessuali vengono aggrediti dalla popolazione, maltrattati e arrestati arbitrariamente dalla polizia. La situazione è peggiorata dal 2016, quando è stata sospesa la moratoria sulle leggi anti-Lgbt introdotta dal governo della presidente Joyce Banda nel 2012.

Caccia alle streghe
Mappa dell'omofobia in Africa. In nero dove si rischia la pena di morte, in rosa i paesi dove gli omosessuali sono discriminati, in bianco dove l'omofobia è permessa.
Il clima di terrore che si vive in Tanzania e Malawi è diffuso. Seguendo la cronaca, le manifestazioni di omofobia si ripetono periodicamente in tutto il continente, da nord a sud. In Tunisia gli attivisti hanno denunciato più di 100 arresti di persone omosessuali dall'inizio del 2017, sottoposte in seguito a umilianti ispezioni corporali intime. In molti ricorderanno poi le dichiarazioni di capi di stato come il keniano Uhuru Kenyatta che in aprile, durante un’intervista rilasciata all'emittente CNN, ha affermato che i diritti dei gay «non hanno importanza» per il suo paese.

L’Africa, assieme al Medio Oriente, è la regione più pericolosa del mondo per lesbiche, gay e transgender che sono esposti al rischio di discriminazione, persecuzione e morte. Essere gay nel continente africano equivale spesso ad avere una vita nell'ombra, in costante pericolo, emarginati dalla società e dalla propria famiglia, e trattati come una minaccia criminale alla pubblica morale.

Secondo quanto denunciato da Amnesty International, l'omosessualità è illegale in 33 dei 54 stati africani ed è punibile con la morte in Mauritania, Somalia, Sudan e nel nord della Nigeria. Inoltre, come riporta la International Lesbian and Gay Association, le misure contro gli Lgbt che risalgono a leggi di epoca coloniale o ad interpretazioni giuridiche a difesa del “buon costume” o della pubblica morale, sono state inasprite negli ultimi cinque anni.

Consenso popolare
Purtroppo occorre ammettere anche che l’opinione pubblica africana accetta e sostiene queste norme discriminatorie e le pratiche anti-Lgbt dei governi. Una ricerca condotta dal PewResearch Center di Washington, rivela che il 98% dei nigeriani, il 96% dei cittadini di Senegal, Ghana e Uganda, e il 90% dei kenyani, è convinto che la società non debba accettare l’omosessualità, ma combatterla.

L’ex-presidente zimbabwano Robert Mugabe, spodestato l’anno scorso da un colpo di stato, era arrivato a definire i gay «peggio di cani e maiali» e l’omosessualità una pratica deviante e «anti-africana», perché «frutto dell’idiozia degli uomini bianchi». La dialettica del nonagenario Mugabe rispecchia l’idea diffusa nel continente che l’omosessualità sia una malattia, importata dagli colonizzatori occidentali.

In realtà si tratta di un’enorme menzogna, in quanto diversi autorevoli studi, come “Boy Wives and Female Husbands” di Stephen O. Murray e Will Roscoe, e “Heterosexual Africa?” di Marc Epprecht, hanno dimostrato come l’omosessualità facesse già parte di diverse culture ancestrali africane molto tempo prima dell’arrivo del colonialismo. Già nelle testimonianze dei primi esploratori inglesi e portoghesi, nel sedicesimo secolo, si parla di sesso fra uomini in alcune tribù del Congo. Ma ci sono testimonianze della pratica anche in Etiopia, Madagascar, Angola, Camerun, Sudan e altrove. Semmai, dunque, è l’omofobia ad esser stata importata dagli occidentali nel continente africano.

Moltissimi degli africani gay, lesbiche e transessuali sono anche dei convinti fedeli cristiani e musulmani che chiedono di essere quantomeno rispettati e non demonizzati e stigmatizzati.

I diritti e libertà inviolabili alle quali si appellano, sono le stesse di tutti gli esseri umani, credenti e non, e in quanto tali non dovrebbero essere negate a nessuno.




Articolo di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

venerdì 10 maggio 2019

Bob Marley, il sogno del reggae che conquistò il mondo

A 38 anni dalla morte è ancora vivo. "Emancipate voi stessi dalla schiavitù mentale"


L'11 maggio 1981 moriva il cantautore giamaicano che più di ogni altro è riuscito a entrare nell'immaginario occidentale: uno spirito libero portatore di messaggi di pace e uguaglianza al ritmo di roots e dub.

C'era un tempo nel quale la musica aveva il potere di cambiare le coscienze di chi la ascoltava, di unire la spiritualità e la fisicità, la politica e l'amore, la passione e la rabbia, la protesta e l'immaginazione, il sogno e la realtà. Era il tempo in cui Bob Marley regnava nel mondo del reggae e della musica popolare, prima stella arrivata nel cuore dell'Impero dalla periferia del mondo, da una piccola isola caraibica, la Giamaica. 38 anni fa moriva Bob Marley, il messaggero del reggae.

Ci possono essere modi diversi per celebrare e ricordare Robert Nesta Marley
Il più semplice e immediato è quello di ascoltare alcune delle sue canzoni più belle, quelle che hanno contribuito in maniera sostanziale a farne crescere il mito e la leggenda, brani come No Woman No Cry, o Is this Love, o Get Up Stand Up, o Lively Up Yourself, sono decine e decine, canzoni memorabili che sono entrate a far parte della cultura popolare del pianeta, canzoni senza le quali la nostra vita sarebbe stata peggiore, sarebbe ancora peggiore. Canzoni di libertà, di pace, di ribellione, di amore, canzoni di verità e di sogno, di spiritualità e di carne, di storia e leggenda, che ancora oggi risuonano senza sosta in ogni angolo del mondo.

Playlis Bob Marley by Maris Davis


Poi ci potremmo limitare a ricordare che senza di lui forse non conosceremmo il reggae, quella fantastica musica in levare che ha cambiato le sorti della musica moderna. Non avremmo buona parte del rap, non avremmo di certo l’universo dei dj, non conosceremmo l’arte della parola nel ritmo così come la conosciamo oggi, senza il contributo determinante della musica giamaicana alla musica popolare moderna, alla musica afroamericana, alla dance.

Potremmo ancora dire che Marley è stato un poeta, un combattente, potremmo dire che era animato da una spiritualità completa e assoluta, assolutamente cieca, o che era posseduto da una qualche divinità che parlava a noi attraverso di lui.

Potremmo dire che conosceva il potere del suono e del ritmo e li usava per seminare “buone vibrazioni” del mondo intero, che parlava dritto al cuore della sua gente, del popolo nero che lui ambiva a riportare alle radici, all'Africa, ma che al tempo stesso parlava dritto al cuore dei diseredati, degli oppressi, alle anime perdute in cerca di una nuova “casa”, a chi voleva abbandonare la realtà e vivere in una società diversa. Potremmo dire che era un’utopista, un sognatore, un visionario, in grado di trasformare le proprie visioni in musica.

Potremmo dire tante cose e tante altre ancora. Ma la cosa più triste è che oggi non esiste un musicista come lui, non esiste qualcuno che pensi che la musica possa essere un'arma da usare per la pace, per rendere il mondo migliore, per unire tutti con “One love, One heart”.

Oggi si pensa a costruire muri, non ad abbatterli. E poche persone al mondo prestano ancora orecchio al messaggio e alla musica di Robert Nesta Marley.

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Articolo di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

lunedì 15 aprile 2019

Pena di Morte. Rapporto Amnesty International, la situazione in Africa

Dal rapporto di Amnesty International sulla pena di morte uno spiraglio di luce, nel mondo meno esecuzioni.


A parte la Cina, che conserva il segreto di Stato, i Paesi che ancora la praticano fanno il possibile per limitarne l'uso.

Boia sempre più disoccupati
Nel mondo le esecuzioni diminuiscono, dice il rapporto sulla pena di morte di Amnesty International. Le cifre del 2018, che riguardano l’intero pianeta ma escludono la Cina, dove la punizione capitale è nascosta dal segreto di Stato, registrano una diminuzione significativa.

Uno dei fattori fondamentali è la modifica della legislazione sugli stupefacenti in Iran, dove comunque la pena di morte è ancora applicata diffusamente. Anche altri Paesi dove la pratica della pena capitale è ancora praticata, come Iraq, Pakistan e Somalia, hanno di fatto limitato l’uso della punizione estrema. Complessivamente, il numero delle esecuzioni verificate è sceso da almeno 993 nel 2017 ad almeno 690 nel 2018.

La sospensione anche tra i più riluttanti
"Persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta. Il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Sarà solo questione di tempo perché questa crudele punizione sia consegnata alla storia, dove deve appartenere"

Dove invece le esecuzioni aumentano
Le esecuzioni sono aumentate in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa. La Thailandia ha eseguito la prima condanna a morte dal 2009 mentre il presidente dello Sri Lanka ha annunciato la ripresa delle esecuzioni dopo oltre 40 anni, pubblicando un bando per l'assunzione dei boia. "Solo Giappone, Singapore e Sud Sudan hanno fatto registrare un livello di esecuzioni che non si vedeva da anni, mentre la Thailandia ha ripreso a eseguire condanne a morte dopo quasi un decennio. Ma questi stati sono una minoranza in calo"

I dati globali nel dettaglio
In 20 Paesi 690 esecuzioni: il numero più basso negli ultimi 10 anni
Nel 2018 Amnesty International ha registrato almeno 690 esecuzioni in 20 paesi, una diminuzione del 31% rispetto al 2017 (almeno 993). Questa cifra rappresenta il numero più basso di esecuzioni registrato da Amnesty International nel corso degli ultimi dieci anni.

Il primato a Cina, Iran, Arabia Saudita, Vietnam e Iraq
La maggior parte delle esecuzioni ha avuto luogo, nell'ordine, in Cina, Iran, Arabia Saudita, Vietnam e Iraq. Ancora una volta, il maggior numero di detenuti è stato messo a morte in Cina. È però impossibile ottenere cifre precise sull'applicazione della pena capitale nel paese, poiché i dati sono considerati segreto di Stato. Pertanto la cifra di almeno 690 persone messe a morte in tutto il mondo non comprende le migliaia di esecuzioni che si ritiene probabilmente abbiano avuto luogo in Cina. Nel mese di novembre le autorità del Vietnam hanno indicato che nel corso del 2018 sono state eseguite 85 sentenze capitali, il che pone il paese tra i cinque maggiori esecutori nel mondo.


I 4 Paesi del mondo con il 78% delle esecuzioni, esclusa la Cina che oppone il segreto di Stato
  1. Iran
  2. Arabia Saudita
  3. Vietnam
  4. Iraq

Dove erano sospese e ora sono riprese
  • Botswana
  • Sudan
  • Taiwan
  • Thailandia

Dove Amnesty non ha potuto registrare il numero di esecuzioni nel 2017
  • Bahrain
  • Bangladesh
  • Emirati Arabi Uniti
  • Giordania
  • Kuwait
  • Malesia
  • Stato di Palestina

Il forte calo in Iran, Iraq, Pakistan, Somalia
  • Le esecuzioni in Iran sono diminuite dalle almeno 507 del 2017 alle almeno 253 del 2018, un decremento del 50%.
  • Le esecuzioni in Iraq sono calate dalle almeno 125 del 2017 alle almeno 52 del 2018.
  • In Pakistan le esecuzioni sono diminuite dalle almeno 60 del 2017 alle almeno 14 del 2018.
  • La Somalia ha dimezzato le esecuzioni, passando dalle 24 del 2017 alle 13 del 2018.
Le moratorie nei diversi Paesi
  • A giugno il Burkina Faso ha abolito la pena di morte dal suo nuovo Codice penale.
  • A febbraio e a luglio, rispettivamente, il Gambia e la Malesia hanno dichiarato ufficialmente una moratoria delle esecuzioni.
  • A ottobre nello stato di Washington (Stati Uniti d’America) la legge sulla pena di morte è stata dichiarata incostituzionale.
  • Alla fine del 2018, 106 paesi (la maggior parte degli stati del mondo) avevano abolito la pena di morte nella loro legislazione per tutti i reati, e 142 paesi (più di due terzi) avevano abolito la pena di morte per legge o nella pratica.
Le commutazioni e i provvedimenti di grazia
Amnesty International ha registrato commutazioni o provvedimenti di grazia in 29 paesi: Afghanistan, Bahrain, Bangladesh, Barbados, Benin, Botswana, Cina, Corea del Sud, Corea del Nord, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Guyana, India, Iran, Kuwait, Malawi, Malesia, Maldive, Marocco, Sahara occidentale, Myanmar, Nigeria, Pakistan, Papua Nuova Guinea, Qatar, Saint Kitts e Nevis, Sudan del Sud, Sudan, Tanzania e Stati Uniti d’America. Sono stati registrati otto proscioglimenti di prigionieri condannati a morte in quattro paesi: Egitto, Kuwait, Malawi e Stati Uniti d’America.

Il braccio della morte e i metodi di esecuzione diffusi
Alla fine del 2018 erano almeno 19.336 le persone rinchiuse nel braccio della morte. I metodi di esecuzione utilizzati nel 2018 sono stati: decapitazione, fucilazione, iniezione letale, impiccagione e sedia elettrica. In Iran sono state emesse due nuove sentenze capitali per lapidazione.

I minorenni sul patibolo
Nel 2018 Amnesty International ha ricevuto notizie secondo cui almeno sette persone messe a morte in Iran avevano meno di 18 anni al momento del reato.

La droga e le condanne arbitrarie
Almeno 98 condanne a morte in 4 paesi sono state eseguite per reati connessi alla droga, il 14% del totale nel mondo e in diminuzione rispetto al 28% del 2017. Almeno 226 di questo tipo di sentenze capitali sono state comminate in 14 paesi. In molti paesi dove persone sono state condannate o messe a morte, la pena capitale è stata imposta a seguito di procedure non conformi alle leggi e agli standard internazionali sul giusto processo: tra questi, Arabia Saudita, Bangladesh, Bielorussia, Cina, Corea del Nord, Egitto, Iran, Iraq, Malesia, Pakistan, Singapore e Vietnam.


La situazione in Africa
Quella più grave in Egitto

Il regime di al-Sisi ha aumentato le pene capitali (43) con 717 sentenze di condanna a morte nel 2018. Migliora la situazione in Africa sub-sahariana dove le esecuzioni sono scese a 24 rispetto alle 28 del 2017. Segnali positivi da Burkina Faso, Gambia e Zimbabwe.

Dal report emerge un’immagine in chiaro scuro dell’Africa. Da un lato ci sono gli importanti passi in avanti fatti in Burkina Faso, dove è stata abolita la pena di morte per i reati ordinari, e nel Gambia del dopo Yahya Jammeh, dove il suo successore Adama Barrow ha avviato le procedure per archiviare definitivamente le esecuzioni capitali. Dall'altro restano, però, allarmanti le situazioni soprattutto nei 5 dei 55 stati dell’Unione africana in cui decine di persone sono state mandate al patibolo: Botswana, Egitto, Somalia, Sud Sudan e Sudan.

Resta fuori da quest’ultima graduatoria la Libia, paese in cui, però, si consumano rese dei conti ed esecuzioni sommarie lontano dai riflettori dei media. E la situazione non potrà che peggiorare in questo 2019, ora che le truppe del generale Haftar sono a poche decine di chilometri dal centro di Tripoli e che le sorti di decine di migliaia di migranti africani rinchiusi nei centri di detenzione libici lungo le coste sono più che mai incerte.

Il sanguinario Egitto di al-Sisi
In Nordafrica e nel Medioriente, l’Egitto è uno dei cinque paesi in cui sono state eseguite sentenze capitali.

Non accenna ad allentarsi la morsa attorno ai Fratelli Musulmani ordinata dal presidente Abdel Fattah al-Sisi da quando questi, nell'estate del 2013, ha assunto il potere con il golpe che ha spodestato il suo predecessore Mohammed Morsi. Da allora le persone condannate a morte sono state almeno duemila e i casi di torture nelle carceri, di “confessioni” estorte agli oppositori del regime dalle forze di polizia e di processi iniqui non sono affatto diminuiti.

È un circolo vizioso che si alimenta di continue accuse di terrorismo mosse arbitrariamente contro oppositori politici e che difficilmente verrà spezzato fino a quando i militari avranno il controllo di ogni cosa che riguarda la vita pubblica del paese, compresi ovviamente i tribunali.

A otto anni dall'uccisione del Colonello Gheddafi come era prevedibile la Libia continua a fare i conti con gli spettri dell’ex regime. Nell'agosto scorso una corte d’appello ha condannato a morte per fucilazione 45 sostenitori dell’ex leader per omicidi commessi a Tripoli durante la rivolta del 2011 contro il governo. Altro caso poco trattato dai media internazionali è quello del Marocco e del Sahara Occidentale, dove non si eseguono condanne a morte dal 1993 ma dove, a fine 2018, si sono contate 93 persone rinchiuse nel braccio della morte.

La situazione nell'Africa Sub-Sahariana
In Africa sub-sahariana nell'ultimo anno le esecuzioni sono scese a 24 rispetto alle 28 del 2017, le sentenze capitali sono passate da 878 a 212, ma saliti da 15 a 17 gli stati che hanno comminato la pena di morte. La situazione più critica si registra in Sud Sudan, paese ormai da anni teatro di una violenta guerra civile in cui ci sono state almeno 8 le condanne a morte e almeno 7 le esecuzioni.

Tra i giustiziati anche un condannato a morte quando ancora era minorenne, fatto che costituisce una chiara violazione di quanto previsto dalla Costituzione transitoria del paese e dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia, a cui il Sud Sudan ha aderito nel 2015. Amnesty International teme, però, anche per la sorte delle 345 persone rinchiuse nel braccio della morte dopo che, nel luglio scorso, il direttore generale del Servizio carcerario nazionale ha ordinato il trasferimento di molte di esse nelle prigioni centrali di Wau e Juba, le due carceri in cui si finisce al patibolo.

Nigeria
Altro contesto difficile da decifrare è quello della Nigeria, dove sono oltre duemila le persone attualmente rinchiuse nel braccio della morte, il numero più alto di tutta l’Africa Sub-Sahariana. Il rischio concreto è assistere in diversi stati del paese a un ampliamento del campo di applicazione della pena di morte. È il caso dello stato del Rivers che, nel marzo scorso, ha emendato le sue leggi per comminare la pena capitale in caso di sequestro e appartenenza a una setta.

In Uganda, dove le ultime esecuzioni risalgono al 1999, ha destato perplessità l’annuncio del presidente Yoweri Museveni di voler firmare i mandati di esecuzione come deterrente per contrastare l’aumento del tasso di criminalità. Mentre in Guinea, dove la pena di morte per tutti i reati è stata abolita nel 2017, almeno otto persone risultavano rinchiuse nel braccio della morte alla fine del 2018.

Nella Somalia, falcidiata dagli attentati dei jihadisti di al-Shabaab, nel 2018 quantomeno si è registrata una diminuzione delle esecuzioni, scese a 13 rispetto alle 24 del 2017. Di queste 3 sono state ordinate dal Governo federale della Somalia e 10 dall'amministrazione regionale del Jubaland. La fucilazione è stato il metodo utilizzato per giustiziare tutti i condannati.

Segnali positivi, da prendere comunque con le dovute precauzioni, sono arrivati anche dallo Zimbabwe del dopo Robert Mugabe, costretto a farsi da parte nel novembre del 2017 dopo quasi un quarantennio al potere. Nel marzo del 2018 il suo successore ed ex alleato, Emmerson Mnangagwa, ha commutato le condanne a morte di almeno 16 detenuti che erano nel braccio della morte da più di di 10 anni.

Uno dei paesi su cui si concentreranno i radar di Amnesty International in questo 2019 è sicuramente il Sudan, dove nel 2018 sono state giustiziate due persone (non accadeva dal 2016) e dove le vibranti proteste contro Omar al-Bashir che ha lasciato il potere la scorsa settimana ma che continuano, potrebbero presto spingere il regime militare transitorio a usare metodi ancora più violenti per soffocare le voci di dissenso.




Articolo a cura di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

martedì 9 aprile 2019

Rwanda, 25 anni fa il genocidio che il mondo non ha voluto vedere

I cento giorni di follia del genocidio del Rwanda. Tra il 7 aprile e il 4 luglio del 1994 circa un milione di ruandesi furono massacrati a colpi di machete, bastoni chiodati e asce. Cosa scatenò il massacro, i messaggi, il ruolo controverso della Francia e l'assenza di giustizia dopo 25 anni.


Alle 9.30 locali di ieri sera si sono sentite due forti esplosioni nell'aereo che stava atterrando a Kigali con i presidenti di Rwanda e Burundi a bordo. Il velivolo è precipitato in fiamme”, così gracchiò il transistor Sony broadband. La Cnn già esisteva ma i giornalisti continuavano a restare affezionati ai notiziari radio della Bbc World Service. Si potevano ascoltare ovunque: sulle montagne dell'Afghanistan o sotto un bombardamento a Beirut. Al transistor bastavano quattro pile.

Da ieri sera colpi di arma da fuoco ed esplosioni si sentono ininterrottamente per le strade”, continuava la corrispondente della Bbc da Kigali. Era il 6 aprile 1994, ormai 25 anni fa. I due presidenti uccisi erano dell'etnia Hutu, in Rwanda la grande maggioranza rispetto ai Tutsi. Stava iniziando il più orrendo massacro etnico della storia contemporanea, dopo l'Olocausto. Ma la stampa internazionale era a Johannesburg a seguire un miracolo africano: il 26 ci sarebbero state le prime elezioni democratiche e multietniche, stava nascendo la “Rainbow Nation” di Nelson Mandela.

In un certo senso i giornalisti laggiù, a Johannesburg, si rifiutarono di credere che in Africa potesse accadere qualcosa di orribilmente tribale, mentre Madiba smontava l’apartheid senza bagni di sangue. Anche la diplomazia internazionale si trovò spiazzata. Libero dalle pressioni mediatiche che avrebbero svegliato le coscienze, e grazie al torpore dell'Onu e dei governi del mondo, il Rwanda ebbe il tempo necessario per compiere il suo genocidio. Forse sapendo di essere prima o poi interrotto, il Paese sprofondò nell'inferno con grande celerità: 800mila morti in soli cento giorni. Non furono usati l’aviazione, l'artiglieria, gas né armi chimiche. Bastarono fucili, bombe a mano e soprattutto bastoni e machete.

I carnefici erano gli Hutu e le vittime i Tutsi
I responsabili morali le vecchie potenze coloniali belga e francese. Avevano messo al potere la minoranza Tutsi, non avevano fatto nulla per l’integrazione etnica e sociale con gli Hutu, e anche con la fine (teorica) del potere coloniale, avevano continuato a mestare sulle differenze tribali. In quell'aprile di 25 anni fa la manodopera del massacro furono i ragazzi dell'Interahamwe, la milizia giovanile dell'Mrdn, il partito Hutu. Ma morirono anche migliaia di hutu, uccisi dalla loro stessa etnia perché ostili al genocidio, e dall'Rpf, il partito Tutsi che si era riorganizzato in Uganda che da lì era partito alla riconquista del Rwanda.

Cento giorni dopo l'aereo precipitato, Paul Kagame, il capo dell'Rpf aveva preso Kigali. Al potere anche oggi.

Il massacro finì ma non del tutto
Ci furono le vendette. Furono organizzati i Gacaca, le corti comunitarie simili al modello sudafricano della Commissione per la verità e la giustizia. Ma dal punto di vista della riconciliazione nazionale non ebbero lo stesso successo. Migliaia di Hutu morirono in carcere in attesa del processo. Altri due milioni fuggirono nel Congo che allora si allora chiamava ancora Zaire.

Al genocidio seguì una gigantesca crisi umanitaria. I Tutsi inseguirono il nemico, destabilizzando il Congo e l’intera regione.

Durante i cento giorni, a Kigali morì un abitante su dieci
Le acque del lago Vittoria rimasero inquinate per anni, a causa dei morti che vi galleggiavano. Se oggi andate in Rwanda, ritroverete il languido Paese rurale delle “mille colline”. Paul Kagame ne ha però cambiato il profilo economico, trasformandolo nel Paese forse più tecnologico d'Africa, sicuramente della regione dei Grandi Laghi. È vietato parlare di etnie e il genocidio è costantemente ricordato perché non se ne ripeta un altro. Ma Kagame è anche un autocrate e a volte qualche oppositore muore. Ma l’etnia non c'entra.

La Storia

È considerato uno degli eventi più sanguinosi della fine del secolo scorso, uno sterminio scatenato dall’odio interetnico tra Hutu e Tutsi, che la comunità internazionale non è stata in grado di fermare, o meglio quando ha agito era già troppo tardi.

La scintilla dell'attentato all'aereo presidenziale
La sera del 6 aprile 1994, alle 20.30, gli abitanti di Kigali sono incollati al televisore per una partita di calcio, scossi da un boato tremendo. L’aereo con a bordo il presidente ruandese Juvela Habyarimana e l’omologo burundese Cyprien Ntariamira, esplode in volo, a pochi minuti dall'atterraggio nella capitale del Ruanda, colpito da un missile terra-aria. I due leader, entrambi Hutu, ritornavano dalla vicina Tanzania dove avevano appena firmato un trattato di pace con i ribelli Tutsi del Fronte Patriottico Ruandese (Fpr).

L’attentato è il segnale
Da lì a poche ore nel piccolo paese delle "mille colline" si scatena l’inferno, costato la vita a quasi un milione di Tutsi e migliaia di Hutu moderati, ma le stime variano tra 500 mila e 1,2 milioni di vittime. Se l’uccisione del presidente Habyarimana è stata la scintilla che ha fatto scattare la vendetta degli Hutu estremisti, in realtà l’odio inter-etnico covava da decenni, ancora prima dell’indipendenza dal Belgio, avvenuta nel 1962. Una storia già caratterizzata da ciclici scontri sanguinosi tra le due etnie. Elementi d’inchiesta hanno poi rivelato che il dramma era stato pianificato dalle autorità che avevano stilato elenchi di persone da uccidere e ordinato alla Cina un carico di 500 mila machete.

L'incitamento all'odio in diretta radio
La famigerata ‘Radio Télévision Libre des Mille Collines’, nota per fare propaganda razzista contro i tutsi, ha espressamente dato il via ai massacri, invitando gli ascoltatori a “schiacciare gli scarafaggi”, nome sprezzante dato ai tutsi. È così che comincia un’autentica caccia all'uomo, attuata dalle milizie Hutu, note come Interahamwe, l’ala giovanile del partito al potere, il Movimento Repubblicano Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo (Mrnd). Le violenze colpiscono anche gli Hutu moderati che provarono ad opporsi alla strage.

Il tutto sotto gli occhi indifferenti della comunità internazionale. Nessuno o quasi chiede un intervento, ad eccezione del generale canadese Roméo Dallaire, a capo della Missione Onu in Rwanda (Unamir), che sollecita invano un raddoppio dei circa 2700 caschi blu dispiegati nel Paese per impedire la tragedia. Come risposta le Nazioni Unite ritirano quasi tutto il loro contingente, mantenendo solo 300 uomini.

L'assenza Stati Uniti e le responsabilità della Francia
Totalmente assenti dal scenario gli Stati Uniti, che si erano appena ritirati da una operazione fallimentare in Somalia e non avevano alcuna intenzione di impantanarsi in un altro conflitto africano. Il Belgio, ex-potenza coloniale del Rwanda, si è invece limitato ad evacuare i propri cittadini. Parigi ha avuto un ruolo controverso nel genocidio, ancora oggi oggetto di inchieste, accusata di non averlo fermato ma anche di averlo alimentato con l’invio di armi alle milizie hutu.

Oltre al fatto che ci sono prove in merito all'addestramento dell’esercito ruandese da soldati francesi, autorizzato dal governo del presidente François Mitterrand. Per giunta il rapporto Muse, pubblicato nel 2017, ha rivelato che funzionari francesi hanno fornito protezione presso l’ambasciata a Kigali a responsabili del governo ad interim, al potere il Rwanda durante le uccisioni di massa.

Sotto mandato delle Nazioni Unite la Francia ha condotto l’operazione "Turquoise", a partire del 23 giugno 1994 fino al 21 agosto, per cercare di porre un freno alle violenze già in atto. All'operazione hanno partecipato 2500 soldati francesi e un contingente di truppe africane, troppo pochi per fermare i massacri. Nel sud-ovest del Paese viene creata una zona rifugio sicura per le migliaia di sfollati, la ‘zona Turquoise’, ma non basta.

Sfavorevole anche il momento storico: in quei mesi i media si focalizzavano sul’intervento Usa in Somalia, la fine dell’apartheid in Sudafrica e la guerra nei Balcani.

La mattanza si è conclusa a metà luglio 1994, quando l’esercito comandato dall'attuale presidente del Rwanda, il Tutsi Paul Kagame, penetrato dal vicino Uganda, conquista Kigali facendo cadere il governo ad interim. La vittoria dell’Fpr sulle forze governative porta all'esodo di circa di 2 milioni di Hutu nei paesi limitrofi mentre in patria rientrano i Tutsi esiliati anni prima.

Giustizia incompleta, ancora alla ricerca di verità
Il Tribunale penale internazionale per il Rwanda, Ictr, (International Criminal Tribunal for Rwanda) istituito nel novembre 1994, con sede ad Arusha, ha processato i ‘pesci grossi’, ma soltanto una settantina in 20 anni di attività. In patria i ‘Gacaca’, le corte popolari hanno invece processato migliaia di assassini, in parte già tornati liberi.

A 25 anni di distanza non è ancora emersa tutta la verità, a cominciare dall'attentato all'aereo presidenziale, la cui responsabilità potrebbe essere dell’ala più estremista degli hutu o dei tutsi dell’Fpr di Kagame. I crimini commessi da questi ultimi sono ancora un tabù, pertanto la giustizia locale è stata spesso unilaterale e parziale. Inoltre non si ha alcun bilancio ufficiale sulle vittime Hutu della successiva repressione attuata dall’Fpr, in particolare nel 1996-97 nel confinante Congo.


Solo in occasione del decennale del genocidio è arrivato il mea culpa dell’Onu
La comunità internazionale ha abbandonato il Rwanda alla sua sorte e questo ci lascerà per sempre i più amari rimpianti e la più profonda tristezza. Se avesse reagito velocemente e con determinazione, avrebbe potuto impedire la maggior parte dei massacri. Ma la volontà politica era assente. Anche le truppe lo erano”. Così ha dichiarato il 7 aprile 2004 l’allora segretario generale dell'ONU Kofi Annan.

Infine permangono zone d’ombra sulle reali responsabilità delle truppe francesi dispiegate in Rwanda, che saranno al centro delle ricerche della neo commissione di storici ed esperti istituita dal presidente Emmanuel Macron, come promesso al suo omologo Kagame.

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Maris Davis


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Maris Davis Joseph

lunedì 18 febbraio 2019

Sud Sudan. Tra stupri di massa, guerra e accordi di pace

Centinaia di donne e bambine stuprate sistematicamente da uomini armati nella zona di Bentiu, in Sud Sudan, dove dal 2013 è in corso una sanguinosa guerra civile che va avanti tra accordi di pace finora sempre sistematicamente violati.


Un comunicato dell’organizzazione Medici Senza Frontiere (MSF), diffuso il 30 novembre scorso, ha scosso l’opinione pubblica sud-sudanese e internazionale e reso nuovamente di attualità il problema della violenza sessuale usata come arma di guerra.

In soli 10 giorni il personale di MSF, nella città di Bentiu nel nord del Sud Sudan, aveva assistito 125 donne che erano state violentate da uomini armati in una zona a pochi km di distanza.

Gli aggressori, in abiti civili e militari, non avevano risparmiato bambine al di sotto dei dieci anni e persone anziane e, oltre a stuprare, avevano percosso e derubato le vittime dei loro pochi averi.

Bentiu
Già capitale dello stato sudanese dell’Unita, situata sulle rive del fiume Bahr al-Ghazal (fiume delle gazzelle) in un territorio petrolifero, dal 2011 Bentiu fa parte del territorio del Sud Sudan indipendente.

L’accordo di pace raggiunto il 12 settembre 2018 dai due contendenti, il presidente Salva Kiir di etnia dinka e l’ex vicepresidente Riek Machar di etnia nuer, con la mediazione di Sudan e Uganda, non è granché convincente.

Per esempio, l’accordo non dice nulla sul numero degli stati della confederazione sud-sudanese, che sono passati da 10 a 32 con decreti governativi durante la guerra civile. Una suddivisione su base etnica che consolida il controllo delle risorse da parte dell’etnia dinka.

La violenza di genere e lo stupro sono una raccapricciante costante nella guerra civile iniziata nel 2013 e di fatto ancora in atto in Sud Sudan. Ma i recenti eventi di Bentiu, dopo la firma di una fragile pace lo scorso settembre, hanno colpito per il numero elevato di vittime in un’area specifica e in uno spazio di tempo limitato. L’azione è parsa essere come un atto sistematico e pianificato che ha inferto ulteriore sofferenza e smarrimento a popolazioni già duramente provate dal conflitto.

Centinaia di donne sono state aggredite mentre si recavano in città in cerca di cibo, e a nulla sono valsi i tentativi di mariti e familiari di difenderle.

Di fronte a una forte reazione dei media, che questa volta c’è stata, il governo ha nominato una prima commissione d’inchiesta ma ha concluso i lavori in modo insoddisfacente, tentando persino di dichiarare inesistenti i fatti anche di fronte alla denuncia di organizzazioni umanitarie e a una indiretta conferma della rappresentanza delle Nazioni Unite nell'area. Il presidente è stato dunque costretto a richiedere una seconda inchiesta.

C’è da sperare che almeno questa volta la giustizia faccia il suo corso e che gli autori di questa violenza di massa e i loro mandanti siano chiamati a rendere conto di un crimine che allontana la possibilità di stabilizzare il paese (sebbene ufficialmente una pace sia stata firmata).

Aldilà delle possibili motivazioni politiche e degli scopi intimidatori dell’atto in un’area divisa in fazioni etniche, rimane il fatto che nelle vittime di Bentiu è stato intenzionalmente colpito chi è fisicamente più debole e non può difendersi, cioè donne e bambine di fronte a gruppi di uomini armati.

In aree di guerra la violenza sessuale è moneta corrente da centinaia di anni, come storicamente documentato. È un modo per umiliare “il nemico”.

Questo episodio di stupro di massa è inserito in un quadro più ampio, che è quello della logica del più forte fisicamente, e come problema che non riguarda solo paesi in guerra ma anche società apparentemente pacifiche.

Senz'altro va intensificata l’opera di prevenzione ed educazione. Forse il punto è credere e lavorare di più non solo per la parità di genere, ma per la realizzazione dell’armonia nella relazione fra uomo e donna.




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Maris Davis


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Maris Davis Joseph

lunedì 28 gennaio 2019

Matteo Salvini, il ministro dell'odio e della discriminazione. La sua Europa non esiste

Non a caso scrivo questi pensieri nel "Giorno della Memoria", del ricordo dei campi di concentramento, dell'orrore nazista, delle leggi razziali, dell'olocausto.


Un ministro social
Ogni giorno video intrisi di cinismo e propaganda, tutti i giorni almeno una decina di tweet e messaggi deliranti su facebook per propagandare ai suoi fans la sua durezza, la sua ipocrisia, la sua mancanza di etica e compassione nei confronti di chi soffre.

"Aiutiamoli a casa loro", "I porti resteranno chiusi", "Non sbarcherà più nessuno", "Prima gli italiani". Frasi ripetute come un mantra, con ossessione. L'ossessione di un uomo incattivito dal potere.

Il Decreto sicurezza
Che io considero "la prima legge razziale del XXI secolo". A centinaia in strada, senza dimora. Intere famiglie, anche i bambini. Sono gli effetti del "decreto sicurezza" fortemente voluto dal ministro dell'interno. Sulla pelle dei poveri del mondo. È iniziata la fase 2 della strategia Salvini. Prima strombazzare un'emergenza che non c'è, poi crearla ad arte sbattendo per strada da un giorno all'altro persone con regolare permesso umanitario.

Porti chiusi
In barba a qualsiasi convenzione internazionale, alla stessa costituzione italiana e a quel minimo di umanità che è dovuto ad ogni essere umano, si tiene in ostaggio, come fossero delinquenti, persone, donne e bambini che invece hanno sofferto e subito ogni tipo di violenza negli hot-spot libici.


Le ong come capro espiatorio
Si cerca in tutti i modi di far par passare il concetto che le stesse ong che salvano i migranti in mare siano complici dei trafficanti di esseri umani. Non solo, ma in qualche modo sta passando il concetto che tutti quelli che aiutano i migranti, associazioni, Caritas, Chiesa Cattolica e onlus varie, siano il male assoluto che aiuta lo straniero usurpatore.

Il razzismo che dilaga
È doveroso pensare che nel clima che si è venuto a creare i divulgatori dell'odio si sentano pressoché impuniti. Numerosi negli ultimi mesi gli episodi di discriminazione fatti passare come fatti dovuti a singoli o a semplici episodi di violenza.

A parole nessuno è razzista, ma già il fatto di tollerare episodi, piccoli o grandi, di intolleranza nei confronti di migranti è di per se "razzismo"

Dare la colpa agli altri, a chi c'era prima
È diventato il mantra del "governo del cambiamento", soprattutto in materia di immigrazione. Loro, quelli di adesso, stanno sistemando tutto il male dei governi precedenti, anche a costo di tenere i porti chiusi, di discriminare e di violare i diritti umani.

Salvini sta smantellando tutto ciò che funziona, gli Spar, la rete di protezione per le vittime di tratta. Colpisce Riace, una realtà divenuta il simbolo di un'integrazione possibile.

Ma ancora non ha smantellato i grandi centri di accoglienza, Il Cara di Mineo, il Cara di Foggia o quello di Isola Capo Rizzuto, quelli si, veri e propri "lager di Stato", ma si sa che colpire i grandi Centri di accoglienza significa colpire anche interessi politici. Prendersela con i più deboli e con le piccole realtà che funzionano è molto più facile.

Facciamo quello che abbiamo detto in campagna elettorale
Peccato che questo governo sia frutto di un "tradimento". In campagna elettorale Salvini aveva giurato (e sottoscritto un accordo) che sarebbe rimasto nell'area di centro-destra. I cinque stelle invece avevano giurato ai loro elettori che mai si sarebbero alleati con altri partiti.

La conseguenza è quella di un governo litigioso che sui grandi temi si divide. Grandi opere, reddito di cittadinanza, pensioni, lo stesso decreto sicurezza, non sono altro che il frutto di estenuanti mediazioni e di ricatti sottobanco, se tu mi dai quello io ti do quest'altro. Non direi proprio che era quello che entrambi i parti avevano promesso ai loro elettori. I loro provvedimenti "bandiera" risultano annacquati, fatti approvare solo per poterli sbandierare come "vittorie"

Le politiche in Africa
Il ministro Salvini e di recente anche il premier Conte hanno sbandierato i loro viaggi in Africa come una politica per facilitare i rimpatri e impedire le migrazioni verso l'Europa in cambio di aiuti.

Il problema è che tutti questi viaggi sono stati fatti alla corte di dittatori e despoti africani al potere da decenni, che si sono sempre impadroniti degli aiuti umanitari provenienti dall'Europa e che di certo non hanno a cuore i loro popoli.

Ed in effetti, dei viaggi in Africa, ancora nessuno effetto concreto. Insomma, la così detta politica bilaterale africana, è solo una foglia di fico da presentare ai propri sostenitori per dire che "loro" stanno facendo qualcosa.

Ecco perché l'Europa disegnata da Salvini NON esiste. Fallita ancora prima di nascere
Vogliono superare il regolamento di Dublino, ma poi votano contro quando il Parlamento Europeo ha cercato di regolamentare la materia dell'immigrazione.

Vogliono la ridistribuzione dei migranti in Europa, ma poi si alleano proprio con quei paesi che hanno chiuso le porte ai migranti e hanno dichiarato esplicitamente che loro non accoglieranno mai nessuno.

La marcia su Bruxelles (in vista delle elezioni europee di maggio) della galassia dei partiti della destra nazionalista è sparpagliata e disunita. Nemmeno lo sforzo di Salvini di disegnare una rete paneuropea ha prodotto una reale convergenza d'azione, tra movimenti politici che hanno gli stessi slogan ma che si dividono, e talora contrappongono, per le differenti strategie.

Sulla carta l'alleanza sovranista in vista delle prossime europee sembrava un piatto già pronto e servito, di fatto non è così. Nei sondaggi gli ultraconservatori, i nazionalisti, i populisti in ciascun Paese dell'Unione Europea sono dati in ascesa. Il vento tira in quella direzione, tanto in Polonia quanto in Francia.

L'idea del ministro degli Interni italiano era di mettersi alla guida del carro dove avrebbero trovato posto tutti questi gruppi di estrema destra, andando a confluire in una famiglia politica alternativa ai due grandi e storici blocchi: popolari e socialisti.

le ruote del carro però non girano, frenate a causa della troppa litigiosità. Ad esempio il movimento polacco PIS (Diritto e Giustizia) di Jaroslaw Kaczynski fomenta il risentimento anti-russo. E per lui sarebbe ingombrante entrare in un'alleanza dove, direttamente o indirettamente, la voce e le pressioni di Putin sono forti. Mentre per molti partiti populisti europei è imbarazzante condividere un percorso insieme al neo-fascismo di Marine Le Pen.

In definitiva, la campagna elettorale che ci porterà al rinnovo del Parlamento Europaeo è scandita da un inequivocabile cambio di registro da parte dei sovranisti storici, da forze anti-sistema ai partiti di governo, maturando la vocazione alla normalizzazione una volta raggiunto e preso il potere: intoccabile l'euro, patto di stabilità, e fonti europei.

Del manifesto per la demolizione del condominio europeo della passata legislatura non c'è traccia, siamo al classico condono. Ciononostante l'obiettivo non dichiarato è quello di raggiungere i numeri per formare una maggioranza assieme ai popolari, secondo il modello austriaco. Socialisti permettendo.

Che Salvini in Europa si sarebbe ritrovato con un pugno di mosche lo si era capito da tempo, nessuno dei suoi "amici" è intervenuto in aiuto del governo italiano sulla manovra durante lo scontro con Bruxelles. Nessuno degli stati presi da lui a modello ha aperto le porte alla ridistribuzione dei migranti.

Non avendo una propria credibilità internazionale si è messo sulla scia delle relazioni diplomatiche di Netanyahu. In Israele purtroppo la società è sotto l'incubo perenne della guerra.

Nell'Italia di Salvini siamo l'uno contro l'altro in una epocale battaglia del "bellum omnium contra omnes". Il falco della destra israeliana poggia il proprio riconoscimento sulla sicurezza nazionale del suo Paese, il ministro Salvini invece sul respingimento dei migranti fatto in maniera brutale e al limite dei diritti umani. Uno indossa abiti sartoriali, l'altro felpe e divise.

Essere uno statista, sicuramente criticabile, e un politico molto popolare e discutibile, non è la stessa cosa.

De Gasperi, che fu un vero statista italiano, diceva che "Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista pensa alle prossime generazioni". Non vedo oggi in Italia politici in grado di pensare alle prossime generazioni, tutti, da Salvini ai suoi colleghi di governo, pensano solo alle prossime elezioni. Oggi stanno pensando alle prossime Europee, domani penseranno alle prossime elezioni regionali e nazionali, insomma vedo solo politici che inseguono esclusivamente il consenso popolare .. con ogni mezzo e a costo di qualsiasi falsità, bluff e "nefandezza".




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Maris Davis


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Maris Davis Joseph