mercoledì 31 gennaio 2018

Gandhi, il profeta della non violenza. La grande anima

«Non ho messaggi sociali da lasciarvi: la mia vita deve essere il mio messaggi

Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma (in sanscrito significa Grande Anima, soprannome datogli dal poeta indiano R. Tagore), è il fondatore della nonviolenza e il padre dell'indipendenza indiana.

Il nome Gandhi in lingua indiana significa 'droghiere': la sua famiglia dovette esercitare per un breve periodo un piccolo commercio di spezie.

Nato il 2 ottobre 1869 a Portbandar in India, dopo aver studiato nelle università di Ahmrdabad e Londra ed essersi laureato in giurisprudenza, esercita brevemente l'avvocatura a Bombay.

Di origini benestanti, nelle ultime generazioni la sua famiglia ricoprì alcune cariche importanti nelle corti del Kathiawar, tanto che il padre Mohandas Kaba Gandhi era stato primo ministro del principe Rajkot. I Gandhi tradizionalmente erano di religione Vaishnava; appartenevano cioè ad una setta Hindù con particolare devozione per Vishnù.

Nel 1893 si reca in Sudafrica con l'incarico di consulente legale per una ditta indiana: vi rimarrà per ventuno anni. Qui si scontra con una realtà terribile, in cui migliaia di immigrati indiani sono vittime della segregazione razziale. L'indignazione per le discriminazioni razziali subite dai suoi connazionali (e da lui stesso) da parte delle autorità britanniche, lo spingono alla lotta politica.

Il Mahatma si batte per il riconoscimento dei diritti dei suoi compatrioti e dal 1906 lancia, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, denominato anche Satyagraha: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa.

Gandhi giunge all'uguaglianza sociale e politica tramite le ribellioni pacifiche e le marce

Alla fine il governo sudafricano attua importanti riforme a favore dei lavoratori indiani: eliminazione di parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconoscimento ai nuovi immigrati della parità dei diritti e validità dei matrimoni religiosi.

Nel 1915 Gandhi torna in India dove circolano già da tempo fermenti di ribellione contro l'arroganza del dominio britannico, in particolare per la nuova legislazione agraria, che prevedeva il sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso o mancato raccolto, e per la crisi dell'artigianato.

Diventa il leader del Partito del Congresso, partito che si batte per la liberazione dal colonialismo britannico.

Nel 1919 prende il via la prima grande campagna satyagraha di disobbedienza civile, che prevede il boicottaggio delle merci inglesi e il non-pagamento delle imposte. Il Mahatma subisce un processo ed è arrestato. Viene tenuto in carcere pochi mesi, ma una volta uscito riprende la sua battaglia con altri satyagraha. Nuovamente incarcerato e poi rilasciato, Gandhi partecipa alla Conferenza di Londra sul problema indiano, chiedendo l'indipendenza del suo paese.

Del 1930 è la terza campagna di resistenza. Organizza la marcia del sale: disobbedienza contro la tassa sul sale, la più iniqua perché colpiva soprattutto le classi povere. La campagna si allarga con il boicottaggio dei tessuti provenienti dall'estero. Gli inglesi arrestano Gandhi, sua moglie e altre 50.000 persone.

Spesso incarcerato anche negli anni successivi, la "Grande Anima" risponde agli arresti con lunghissimi scioperi della fame (importante è quello che egli intraprende per richiamare l'attenzione sul problema della condizione degli intoccabili, la casta più bassa della società indiana).

All'inizio della Seconda Guerra Mondiale Gandhi decide di non sostenere l'Inghilterra se questa non garantirà all'India l'indipendenza. Il governo britannico reagisce con l'arresto di oltre 60.000 oppositori e dello stesso Mahatma, che è rilasciato dopo due anni.

Il 15 agosto 1947 l'India conquista l'indipendenza. Gandhi vive questo momento con dolore, pregando e digiunando. Il subcontinente indiano è diviso in due stati, India e Pakistan, la cui creazione sancisce la separazione fra indù e musulmani e culmina in una violenta guerra civile che costa, alla fine del 1947, quasi un milione di morti e sei milioni di profughi.

L'atteggiamento moderato di Gandhi sul problema della divisione del paese suscita l'odio di un fanatico indù che lo uccide il 30 gennaio 1948, durante un incontro di preghiera a Nuova Delhi.

Il Mahatma circondato dai suoi seguaci
Un grande contestatore del ‘900
«Hè-Rama, Oh Dio». Sono queste le ultime parole pronunciate da Gandhi prima di morire sotto i colpi sparati dal nazionalista indù, Nathuram Godse, accasciandosi tra le braccia delle pronipoti Abha e Manu, che come ogni giorno alle 17 lo accompagnavano alla preghiera interreligiosa. Era il 30 gennaio 1948. Settant’anni fa veniva ucciso l’uomo che era riuscito a liberare l’India dal dominio britannico con le sole armi della disobbedienza civile, del boicottaggio, della resistenza passiva, dei digiuni sempre più lunghi. «Quel sedizioso fachiro mezzo nudo», come lo aveva definito Winston Churchill, aveva dato un colpo decisivo al potente impero britannico mettendo in atto, e vincendo, la più grande rivoluzione pacifica della storia.
Con la moglie Kasturba, chiamata Ba
Il matrimonio ancora bambino
«Imparai la lezione della non violenza da mia moglie, quando tentai di piegarla alla mia volontà». Avevano solo 13 anni quando si erano sposati, il futuro profeta della nonviolenza e l’analfabeta Kasturba Makanji, figlia di un ricco uomo d’affari. Lui le insegnò a leggere e a scrivere, e se ne innamorò perdutamente fino a essere travolto da una passione bruciante, che si trasformò in breve in una gelosia dispotica e ossessiva. «Da un lato mia moglie resisteva alla mia volontà, scriveva Gandhi nella sua autobiografia, dall'altro mostrava serena sottomissione alle sofferenze causate dalla mia stupidità. Il suo comportamento mi ha guarito dalla presunzione di doverla comandare». Kasturbai, per tutti Ba, diventò la compagna preziosa nel cammino unico e irripetibile del Mahatma, accettò il voto di castità pronunciato da Gandhi, gli restò vicina negli anni della lotta politica finendo in carcere più volte, anche al posto suo - in Sudafrica fu condannata per tre mesi ai lavori forzati - e in una prigione, a Pune, morì nel 1944, all’età di 74 anni.
La marcia del sale, 1930
Londra e la scoperta delle proprie radici
Nel 1888, dopo sei anni di matrimonio e la nascita di un figlio, Gandhi decise di andare in Inghilterra per completare gli studi, diventare avvocato e aprirsi la strada nella carriera politica seguendo le orme del padre e del nonno. Una decisione che gli costerà l’ostracismo dalla sua casta, l’indebitamento con alcuni parenti e un solenne giuramento alla madre di non toccare donna, non mangiare carne né bere vino durante la sua permanenza a Londra. Una promessa solenne che riuscì a mantenere a grande fatica dedicandosi agli studi e immergendosi nelle letture. Fu così che rimase affascinato dal testo sacro «Bhagavadgita», scoprì il «Nuovo Testamento», e gli scritti di Tolstoj. «A quel tempo io credevo nella violenza. La sua lettura, scriverà anni dopo a proposito della «Lettera a un indù», mi guarì dal mio scetticismo, e fece di me un fermo credente nell’ahimsa».
Gandhi parla alla folla
In Sudafrica: dal razzismo alla lotta
Tornato in India, con in tasca una laurea in legge e ben poche prospettive, fu costretto ad accettare un lavoro in Sudafrica. Lui che era un membro benestante della società indiana, nel Natal scoprì di essere un cittadino di condizione inferiore, costretto a subire la dura realtà dell’apartheid con meno diritti di un inglese, neppure quello di viaggiare nei vagoni di prima classe. «La più decisiva esperienza della mia vita», definì la notte passata all'addiaccio nella stazione di Maritzburg, dopo essere stato buttato giù dal treno per Pretoria. All’alba era un uomo nuovo, una settimana più tardi tenne il suo primo discorso politico, parlando in difesa dei diritti della minoranza indiana. In Sudafrica, Gandhi da timido avvocato alle prime armi diventò un giurista di grido, un leader trascinatore di folle, impegnato contro le ingiustizie e le brutalità del potere.
Con il celebre arcolaio che diventerà il simbolo della lotta non violenta
Il Transvaal e la forza del «satyagraha»
Mentre tracciava una nuova realtà per gli indiani del Sudafrica, Gandhi, decise di pronunciare il voto di castità, abbandonò l’avvocatura per fondare il settimanale «Indian Opinion», e a Phoenix diede vita a una comunità agricola autarchica, il primo modello di ashram, dove tutti vivevano senza servitori, praticando la povertà volontaria, il lavoro manuale, la preghiera. La ribellione Zulu del 1906 lo vide partire volontario come barelliere. Al suo ritorno un progetto di legge dello stato del Transvaal, che obbligava tutti gli indiani a essere schedati con impronte digitali al pari dei criminali, segnò un’altra svolta decisiva sul suo cammino. Organizzò una campagna di non obbedienza, fatta di scioperi, picchetti, boicottaggi, marce di protesta. Era l'inizio del primo «satyagraha», la fermezza nella verità, e del suo andirivieni dalle carceri.
Con Jawaharlal Nehru, che diventerà il Primo Ministro dell'India indipendente
Il ritorno in India
Preceduto dall'eco delle sue lotte e delle sue vittorie, il 9 gennaio 1915 Gandhi sbarcò a Bombey accolto come un eroe. Mancava da oltre vent'anni, e decise di partire alla scoperta di quel vasto mosaico di culture e dialetti che era l’India coi suoi 700mila villaggi. Con indosso gli abiti tradizionali, che porterà poi per tutta la vita, iniziò un viaggio lungo un anno per ricongiungersi con l'anima del suo Paese. Vicino ad Ahmedabad, con gli amici di Phoenix, fondò il «Satyagraha ashram», regolato dall'obbligo degli undici voti, tra cui la produzione e dell’uso del khadi, il tessuto di cotone grezzo che diventerà il simbolo della resistenza al colonialismo inglese.
Con Charlie Chaplin, stella del cinema di allora
La lotta nonviolenta
Acclamato «Mahatma», grande anima, nel 1919 entrò nel partito del Congresso Nazionale Indiano, e indignato si oppose al «Rowlatt Acts», che prolungava di fatto le limitazioni delle libertà anche dopo la fine della Grande Guerra, proclamando lo sciopero generale. Gandhi invitò anche i negozianti a chiudere le loro botteghe, gli studenti a non andare in classe, tutto il popolo a raccogliersi in preghiera e a praticare il digiuno. Diede il via a una disubbidienza civile che, nonostante il suo appello alla nonviolenza, generò disordini in tutto il Paese, immancabilmente repressi nel sangue dall'esercito britannico. Se per il popolo era un eroe nazionale, per gli inglesi era un sovversivo che scatenava le masse, da fermare con ogni mezzo. E la via della nonviolenza lo portò ripetutamente in carcere: la prima volta vi rimase dal 1922 al 1924, la seconda dal 1930 al 1931, subito dopo la celebre «Marcia del sale», la terza dal 1942 al 1944.
A Roma con alcuni gerarchi fascisti
Una fama senza confini
Il messaggio di Gandhi era potente e si diffuse in ogni angolo del mondo. Nel 1931, arrivò a Londra invitato come rappresentante unico del Congresso per una tavola rotonda sulla nuova Costituzione indiana, sulla strada del ritorno attraversò l'Europa, e in ogni stazione una gran moltitudine si riuniva per poterlo vedere e ascoltare. «A Parigi, la Gare du Nord era stata invasa da una folla tanto fitta che per prendere la parola Gandhi dovette montare su un carrello per i bagagli. In Svizzera, dove fu accolto da Romain Rolland, lo scrittore suo amico, il sindacato dei lattai del Lemano rivendicò l'onore di nutrire “il re dell'India”. A Roma Gandhi avvertì Mussolini che il fascismo sarebbe crollato come un castello di carte e pianse davanti al Cristo in croce della Cappella Sistina», raccontano le cronache dell’epoca.
Con l'ultimo vicere dell'India
L’arma del digiuno
In un paese annientato dalla fame, Gandhi per sostenere le sue idee rifiutava il cibo, e si nutriva solo con acqua e bicarbonato. Sfiorò più volte la morte, ma scoprì nel digiuno la sorgente della propria forza, capace di piegare la potente Gran Bretagna e di calmare le folle inferocite. A Mira, una discepola, disse: «Io sono al servizio di Dio e vivo alla sua presenza. I miei avversari dovranno riconoscere che ho ragione. La verità trionferà. Il digiuno non è destinato ad agire sul cuore, ma sull'anima degli altri».
Circondato dai suoi sostenitori nel 1948 pochi giorni prima della morte
La morte violenta del Mahatma
Dopo la fine della seconda guerra mondiale e l’ascesa del partito laburista a Londra, l’attesissima indipendenza era ormai cosa fatta, restava da definire come. Da una parte il Partito del Congresso indiano, voleva un grande stato federale che comprendesse tutta l’India, mentre il leader della Lega Musulmana, Muhammad Ali Jinnah, chiedeva la creazione di un stato indipendente musulmano. Lord Mountbatten, l’ultimo viceré, appoggiò la soluzione a più Stati, e la notte tra il 14 e il 15 agosto 1947 l’India diventò indipendente e nasceva il Pakistan. L’alba della nuova era vide la luce nel dramma di una guerra civile: la tensione tra le fazioni religiose scoppiò con estrema violenza, e contò migliaia di morti e sei milioni di profughi che volontariamente, o forzatamente, lasciarono le loro case. Gandhi lanciò un ultima volta il suo grido di pace, annunciando che avrebbe digiunato fino alla morte se il popolo non si fosse pacificato. E solo per impedire al Mahatma di uccidersi induisti e musulmani deposero le armi. Non tutti, Nathuram Godse, un nazionalista indù lo freddò con tre colpi di pistola il 30 gennaio 1948. A nulla valsero le richieste giunte da tutto il mondo di risparmiare la vita all’assassino e al suo complice, Narayan Apte, i due vennero impiccati il 15 novembre 1949.
Gandhi mentre firma autografi
Il Mahatma Gandhi

I ricchi dovrebbero vivere più semplicemente affinché i poveri possano semplicemente vivere



Articolo a cura di
Maris Davis

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