martedì 10 luglio 2018

Africa. Viaggio in un continente di genocidi, dittature e speranze

Dal Maghreb, polveriera sul Mediterraneo, all'area Sub-Sahariana dei conflitti e della sistematica violazione dei diritti umani, passando per le nuove start-up di creativi.


Genocidi, bambini soldato, abusi sessuali, tratta degli uomini, traffico della prostituzione, dittature militari, violazione dei diritti civili e politici, mancanza della libertà di stampa.

L’Africa è il secondo continente del mondo per estensione, quello con più Stati (54) e con circa 1200 etnie diverse, ma è anche il più povero e tormentato dai conflitti. Dei 54 Paesi africani solo 6 hanno piena libertà di stampa, 25 non ne hanno nessuna, 23 solo in parte. Soltanto 11 rispettano la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Il Nord Africa una polveriera sul Mediterraneo
L’Africa è ancora dominata da regimi non democratici. Mancanza di libertà e corruzione sono all'origine di un malcontento diffuso, e l’Africa del Nord, a partire dal Maghreb, è una polveriera. La regione è stata attraversata dalle Primavere arabe, che inizialmente hanno fatto pensare all'instaurazione di governi democratici, prima che si rivelassero un fallimento.

In Marocco la monarchia di re Mohammed VI ha retto l’urto e attuato alcune timide riforme ma il Paese è dilaniato da forti proteste nella regione montuosa del Rif, la meno sviluppata, e abitata da berberi.

In Algeria Abdelaziz Bouteflika è stato eletto per la quarta volta nel 2014. Il regime del Fronte nazionale di liberazione, al potere dal 1962, è simbolo della corruzione e dell'inefficienza della classe dirigente.

In Tunisia, in seguito alla “Rivoluzione dei gelsomini” e alla fuga del dittatore Ben Ali nel 2011, si sono svolte le elezioni che hanno visto il trionfo del partito islamista Ennhada. Nel 2014 è stato eletto presidente Beji Caid Essersi, di orientamento laico, che si è alleato con Ennhada ma ne ha ridimensionato le pretese islamiste. La Tunisia è finita allora nel mirino dell’Isis e nel 2015 gli attacchi al museo nazionale del Bardo e a Sousse hanno causato decine di morti, per la maggior parte occidentali.

Ma il Paese più devastato è la Libia. Dopo l’uccisione di Gheddafi non esiste più come Stato unitario, si è frantumata in varie tribù, con territori desertici ancora in mano a gruppi jihadisti, compreso l’Isis, mentre il potere centrale è diviso da due governi, uno riconosciuto, ma che controlla poco il territorio, quello di Al Sarraj, e l’altro non riconosciuto, guidato dal generale Haftar.

L'Africa Sub-Sahariana: dittature militari e genocidi
Campo profughi, Sud Sudan
L’instabilità e le minacce degli islamisti nel Nord si riverberano anche sui Paesi sub-sahariani. In Sudan il conflitto tra il nord islamico e il sud cristiano va avanti da più di 40 anni. Nel 2011 un referendum nel Sud Sudan ha proclamato la secessione dal nord e la creazione di uno stato indipendente. Il presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir ha instaurato un regime in cui vengono costantemente violati i diritti umani e avvengono terribili persecuzioni contro le minoranze animiste, ma anche cristiane.

Nella regione del Darfur è stato attuato un genocidio nei confronti della popolazione non araba che ha portato alla morte fra le 200 mila e le 400 mila persone. Le popolazioni nomadi arabe e le popolazioni stanziali africane sono in guerra per il possesso delle risorse naturali: terra, acqua e petrolio.

In Mauritania esiste il problema della schiavitù e dei diritti umani. L’omosessualità è considerata un crimine e viene applicata la pena di morte con decapitazione in pubblico. Il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.

L’Eritrea è una nazione indipendente da più di 20 anni e da due decenni non vi si svolgono elezioni nazionali. Isaias Afewerki è stato eletto nel 1993 e da allora non ci sono state più elezioni. I maschi sono costretti a prestare servizio militare praticamente a vita. Il paese è considerato la Corea del Nord dell'Africa, gli oppositori vengono imprigionati e torturati.

Il minuscolo Swaziland è governato da re Maswati III. Nel 2001 il re ha introdotto una legge che impone la castità per le donne fino al 24° anno di età.

In Guinea Equatoriale il governo è nelle mani di Mbasogo che è considerato uno dei più brutali e feroci capi politici del mondo.

La Costa d’Avorio è di fatto colonia della Francia, che ha sempre imposto governi amici, fino all'esplosione di una guerra civile (2002-2011) con centinaia di morti che ha ragioni razziali ed economiche.

In Sudafrica il processo verso la democrazia è coinciso con la fine dell’apartheid, ma anche in questo Paese il presidente gode di ampi poteri. Il presidente Jocop Zuma, successore di Nelson Mandela, lo scorso anno è stato costretto a dimettersi a causa di scandali giudiziari e di decine e decine di episodi di corruzione di cui è stato accusato.

Il Sahara Occidentale è conteso tra il Marocco e il Fronte Polisario, che ne ha dichiarato l’indipendenza proclamando la Repubblica Araba del Sahrawi.

La Somalia è stata considerata uno “Stato fallito” ed è uno degli stati più violenti e poveri del mondo.

La Repubblica Centrafricana, nel 2013 ha subito un colpo di stato violento che ha portato al potere il gruppo islamista Seleka. Sono seguiti anni di violenze e massacri a colpi di macete. Da un lato le milizie islamiche Seleka e dall'altro quelle cristiane e animiste, entrambe accusate di violenze indicibili contro la popolazione. Oggi il paese sta attraversando un periodo di transizione dopo che si è dato un nuovo assetto democratico con l'elezione del presidente Faustin-Archange Touadéra nel 2016.

Sud Sudan, il più giovane stato del mondo, resosi indipendente nel 2011 dal Sudan dopo 20 anni di guerra e un referendum che ne ha decretato l'indipendenza. Nel dicembre del 2013 in Sudan del Sud si è verificato un tentato colpo di Stato nel quale le forze leali al presidente Salva Kiir di etnia dinka si sono scontrate con quelle fedeli all'ex vicepresidente Riech Machar di etnia nuer, esonerato a luglio a causa dei forti contrasti con Kiir. Si suppone che almeno 50.000 persone siano state uccise nel corso di questo conflitto etnico. Un conflitto tutt'ora in atto che ha creato una crisi umanitaria di vaste proporzioni.

Nel piccolo Burundi il 13 maggio 2015 è stato tentato un colpo di stato per deporre il presidente Pierre Nkurunziza che non voleva lasciare il potere dopo la scadenza del suo secondo mandato. Il golpe fallì due giorni dopo per l'intervento dell'esercito e da allora le violenze contro oppositori politici e popolazione civile hanno provocato almeno 50 mila morti e centinaia di migliaia di sfollati verso i paesi confinanti.

Il Ciad, ex-colonia francese, è governato dal 1990 da Idriss Déby. Ha l'appoggio della Francia che è sempre intervenuta nei momenti crisi politica in suo favore. Il paese è ricco di petrolio ma la sua popolazione vive con meno di due dollari al giorno.

Lo Zimbabwe, è stato uno degli ultimi stati africani ad ottenere l'indipendenza nel 1980. Da allora, e fino allo scorso anno governato da Robert Mugabe, inizialmente considerato un eroe nazionale ma che in seguito accentrò tutti i poteri su di se portando il paese al fallimento economico. Nel 2017, all'età di 93 anni, Mugabe lascia il potere NON senza prima essersi assicurato che le ricchezze accumulate dalla sua famiglia non sarebbero state oggetto di sequestro. Oggi lo Zimbabwe è un paese con un'inflazione galoppante a 4 cifre percentuali, la moneta nazionale sospesa, e dove anche i piccoli scambi commerciali avvengono in dollari o in rand sudafricani.


Repubblica Democratica del Congo. Profughi in fuga dalle violenze nella regione del Nord Kiwu

La Repubblica Democratica del Congo, un paese ricco di miniere e di minerali preziosi e rari, e per questo teatro infinito di guerre, violenze e massacri. Nel 2016 il presidente Joseph Kabila si rifiuta di dimettersi alla fine del suo secondo mandato innescando l'ennesimo periodo di violenze nel Paese. Oggi la Repubblica Democratica del Congo è il paese con il più alto numero di stupri al mondo.

Le poche democrazie sono fragili
Bambini Soldato
Le tensioni investono anche i pochi Paesi con democrazie consolidate. In Kenya la Corte Suprema ha ordinato la ripetizione, per brogli, delle elezioni presidenziali che hanno visto la riconferma di Uhuru Kenyatta.

In Togo migliaia di manifestanti sono scesi per le strade di Lomé, la capitale, per costringere il presidente Faure Gnassingbé a reintrodurre un limite di due termini massimo per il rinnovo della sua carica. È già al terzo mandato, dopo aver occupato il posto nel 2005 per la morte del padre, Gnassingbé Eyadéma, che aveva governato dal 1967.

Anche in Uganda numerosi giovani sono stati arrestati nella capitale Kampala mentre manifestavano contro la proposta governativa di modifica della Costituzione che permetterebbe al presidente Yoweri Museveni di ricandidarsi alle prossime presidenziali anche se avrà superato l'età attualmente consentita (75 anni).

Il Rwanda è stato teatro nel 1994 di un terribile genocidio che ha fatto 1 milione di vittime, a causa dell’odio inter-etnico tra Hutu e Tutsi. Ora il presidente, Paul Kagame, con delle elezioni-farsa si è aggiudicato un terzo mandato con oltre il 98% dei voti.

In Angola l’ex generale Joao Lourenço, 63 anni, ministro della Difesa, delfino di Josè Eduardo Dos Santos, è stato proclamato nuovo presidente dopo che il Paese è stato governato per 38 anni dallo stesso uomo. L’Angola è tra i maggiori esportatori mondiali di petrolio dopo la Nigeria, ma la maggior parte dei ricavi è sempre finita in tasca di Dos Santos e della sua cerchia più ristretta.

In Nigeria colpiscono ancora i Boko Haram. Dal 2009 ci sono stati 25.000 morti e la devastazione quasi totale delle regioni del nord-est. Attualmente ci sono 2,7 milioni di profughi che difficilmente potranno rientrare nei loro luoghi di origine. Obiettivo di questo gruppo terroristico di matrice islamica e alleato dell'Isis, è distruggere gli altri gruppi religiosi.

Il gruppo opera in contrapposizione all'Occidente: il nome significa “tutto ciò che è Occidentale deve essere proibito”. Le violenze di Boko Haram, unitamente alla siccità che ha colpito la regione del lago Ciad sta provocando una gravissima crisi umanitaria con almeno 4 milioni di persone a rischio denutrizione.

L’esercito sempre protagonista
La ragione del proliferare di regimi dittatoriali e spesso militari in Africa sta nel fatto che l’esercito riceve una larga fetta del Pil degli stati e ciò impedisce qualsiasi riforma economica per la popolazione. L’esercito è così l’istituzione più efficiente e finanziata. Ciò consente spesso ai militari di decidere le sorti del loro paese, realizzando anche colpi di stato in cui si appropriano del potere.

Gli stati in Africa hanno spesso costituzioni militari, i presidenti sono militari, quindi la loro è una formazione di questo tipo, perciò il ruolo dell’esercito è fondamentale, per gli equilibri politici interni ed esterni, ed è funzionale agli accordi sulle risorse naturali, e anche al fenomeno del land-grabbing (accaparramento di terre), e che consiste nella vendita da parte dei capi di stato di terreni a grandi paesi stranieri”. Anche perché “i regimi militari sono l’unico sistema per tenere le popolazioni africane dentro i confini politici tracciati dagli europei nel 1885

Il nuovo attore geo-strategico: la Cina
I nuovi sviluppi geo-strategici dell’Africa sono da rintracciare dal dopo fine Seconda guerra mondiale. Dopo la Guerra fredda l’Africa non è stata più un territorio in cui si confrontavano le due superpotenze mondiali, Stati Uniti e Unione Sovietica. Con la caduta dell’Unione Sovietica, e l’inizio del processo di decolonizzazione, i fondi del governo russo non arrivarono più, e gli Stati Uniti ridussero la loro presenza nel continente. Si pensava che in Africa si sarebbero succeduti governi democratici e che si sarebbero aperti al mercato mondiale. Ma in realtà tutto ciò non è successo.

Un nuovo attore nello scacchiere mondiale ha fatto il suo ingresso: la Cina, che ha investito miliardi di dollari in tutta l’Africa. La strategia della Cina è chiara: costruire infrastrutture di ogni tipo, in cambio della possibilità di sfruttare le risorse naturali del continente. “La Cina utilizza la strategia win-win, cioè tutti vincono in questo gioco, sia la Cina che i paesi africani

La Cina ha proposto in Africa un nuovo modello politico ed economico, non una democrazia liberale con un’economia di mercato, ma una dittatura come forma di governo e un rigido sistema capitalistico in economia. “Si pone così come modello socio-economico alternativo all'Occidente

Qualche spiraglio di luce
Un approccio storico statico nello studio dell’Africa è sbagliato. Perché la storia del continente è una storia dinamica, al suo interno, ma anche all'esterno. Molte popolazioni si sono mosse da sud a nord in cerca di una vita migliore, spesso mitizzata e non corrispondente alla realtà. Una caratteristica che non piace alle dittature perché diventa difficile controllare le popolazioni.

Non bisogna addossare tutte le responsabilità dei problemi che attraversano l’Africa all'Occidente. Una nota economista originaria dello Zambia, Dambisa Moyo, autrice del saggio Dead Aid, sostiene infatti che gli aiuti all’Africa “non sono solo inutili, ma anche dannosi”, e che “lo sviluppo economico porta con sé necessariamente lo sviluppo politico

Ma l’Africa non è solo una storia di massacri, guerre, dittature sanguinarie, conflitti religiosi, genocidi e violazioni dei diritti umani. Nel continente si stanno mettendo in moto anche esperienze positive. Crescono nuove start-up, anche in collaborazione con l’Europa.

In Africa vivono molti creativi, e si creano proficue partnership e business con l’Occidente. “Ma non bisogna però dimenticare che è anche un territorio in cui le armi e la violenza sono uno stile di vita, così si spiega anche il proliferare del terrorismo, procurasi un Kalashnikov è facilissimo, lo paghi poche decine di dollari


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Articolo a cura di
Maris Davis


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lunedì 2 luglio 2018

Italia. Con questo governo di estrema destra "grillini" venduti ai razzisti


Il governo di destra nato da un compromesso Lega-M5S non rappresenta solo un pericolo per il fragile stato dei conti pubblici o per la problematicità che potrebbe imprimere alle relazioni istituzionali. La destra porta con sé pericoli che sconteremo nella vita quotidiana.

Un'erosione dei diritti civili è uno sdoganamento del razzismo, dell'omofobia, delle discriminazioni e un affievolirsi della voce dei più fragili. Un pericoloso razzismo di ritorno e un linguaggio di odio che rischia di creare fratture nelle nostre comunità, minando i processi di integrazione e di inclusione delle diversità in nome della presunta difesa di una "italianità" tutta da definire e usata in modo strumentale ai fini della costruzione del consenso.

Le parole pronunciate negli ultimi mesi da molti esponenti leghisti e il silenzio connivente e responsabile del M5S, venduto a questa follìa per solo assaporare il brivido del poteredimostrano che sta prendendo il via una fase molto difficile sul piano del rispetto dell'alterità, di chi non la pensa come noi, di chi ha un colore diverso della pelle, di tutte le fragilità.

Durante la campagna elettorale, prima del 4 marzo,  i 5 stelle hanno vomitato frasi per dire che NON si sarebbero alleati con nessuno, mentre Salvini ha giurato sul Vangelo per garantire ai suoi alleati di centro-destra della sua fedeltà.

Quello attuale è quindi un governo nato da due tradimenti, quello di Salvini verso i suoi alleati, e quello dei 5 Stelle verso i suoi elettori

Più che i tradimenti, oggi preoccupano i "traditi", che continuano a tacere, blandamente appoggiano, sono indifferenti. Da un lato i 5 Stelle che sembra abbiano dimenticato la loro principale promessa elettorale, dall'altro Forza Italia, all'opposizione, ma silenziosa sui porti chiusi, sul razzismo strisciante.

La lettera della mamma adottiva di due bambini africani raccontava i sentimenti di terrore vissuti dai suoi figli che temevano che se Salvini avesse vinto le elezioni li avrebbe rimandati in Africa ma non meno angoscia suscitarono le parole del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana che affermò che dovevamo decidere se la nostra etnia e la nostra razza bianca dovessero continuare a esistere o dovessero essere cancellate.

Per non parlare delle centinaia di dichiarazioni rilasciate dagli esponenti leghisti negli ultimi anni contro gli "immigrati che annacquano la nostra civiltà" e che in "un paese civile non potrebbero votare perché fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi come i bingo-bongo" e ancora che dovrebbero "tornare nel deserto a parlare con i cammelli o nella giungla con le scimmie"

Per non parlare di Luca Paolini (ex deputato Lega) che ha proposto di riservare posti agli italiani sull'autobus dove "tutti i posti a sedere occupati da giovani apparentemente africani o stranieri, probabilmente "ospiti" di qualche coop e onlus"

Queste affermazioni erano gravi quando la Lega era un movimento di protesta, lo sono ancora di più adesso che è al governo del Paese. Ripristinare l'ordine è facile. Basta fare un po' di pulizia. Appare evidente che la funzione pedagogica che dovrebbe avere la politica scompare dietro la ricerca di un facile consenso e l'attacco indiscriminato contro i "diversi"

La differenza è comunque vista come inferiorità. E quindi da discriminare. In questa logica le persone con disabilità saranno un mucchio di "vite a perdere", un peso e un costo per la società dei "sani".

Penso alle parole di Musumeci (governatore della Sicilia). Le persone improduttive sono un costo, non contano, sono vergogne da nascondere o comunque "marginali". Perché investirci? Meglio creare forse dei "magazzini dove stoccare questi pezzi difettosi?". Il "lager" (che significa "campo" ma anche "magazzino") era un luogo in cui tenere sotto sorveglianza individui chiamati "pezzi" (Stück) perché deumanizzati.

Assistiamo alla carenza di ogni elemento etico mentre diventano forti le spinte per incanalare la politica nella prospettiva del pensare solo a se stessi, rinunciando a qualsiasi forma di empatia o di relazione con gli altri.

Hanna Arendt diceva che "la vita politica è proprio di coloro che amano stare con le altre persone, non sopra, nemmeno accanto o, peggio, altrove; di coloro che conducono la loro vita insieme a quella degli uomini e delle donne comuni, stando dentro le relazioni personali e di gruppo, quelle relazioni che, nel loro insieme fanno di una semplice somma di individui, una società"

Oggi sta accadendo il contrario. Di fronte alla complessità delle sfide, la nuova classe dirigente e di governo cavalca le difficoltà economiche e sociali, le differenze religiose, culturali generate dall'insieme delle diversità, agendo sulla paura delle persone di perdere il proprio spazio e invitandole a chiudersi e a rinunciare alla relazione con l'altro.

In questo quadro la sinistra non può fare un passo indietro rispetto al suo compito e alla sua storia che si fonda su una visione politica che parla con le difficoltà del nostro tempo, che accetta le complessità, che è disposta a individuare ricette che tengano insieme le necessità dei singoli e il bene comune e che non ha paura delle diversità ma dialoga con esse.

Noi non possiamo conoscere il futuro ma, di sicuro con queste premesse, il nostro orizzonte è pieno di nebbie oscure che sta a noi, uomini e donne liberi, contrastare.

"Ma quando mi vedi nuda vado bene anche se sono NEGRA"


Lottiamo per la libertà, per i diritti, ADESSO, il futuro dipende da noi, un Mondo Migliore dipende da noi, NON lasciamolo nelle mani di una manciata di "traditori" in odor di razzismo




Articolo a cura di
Maris Davis


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giovedì 28 giugno 2018

Nigeriane schiave addestrate nei bordelli di Tripoli prima di arrivare sui marciapiedi italiani

La terrificante odissea delle ragazze nigeriane, adescate nei villaggi e nelle periferie povere dell'Edo State da sorridenti mamam e poi condotte con la forza dai trafficanti verso le coste italiane.


Un viaggio che include una permanenza, fino a un paio di anni fa inedita, nelle case chiuse illegali della Libia, alla mercé di aguzzini che le costringono a prostituirsi per pochi dinari e senza preservativo. Le ribelli vengono punite con botte, torture e stupri. Chi rimane incinta viene fatta abortire a forza di calci sul ventre, o con intrugli di farmaci potenti.

Tutto avviene all'insaputa delle mamam che dall'Italia pagano i trafficanti per il trasporto delle ragazze, ma se scoprono che cominciano il mestiere già in Libia le abbandonano al loro destino. Spesso interviene una figura ricorrente nei racconti delle sventurate, il cliente-fidanzato, frequentemente di origine ghanese, che organizza una fuga dalla casa chiusa e le accompagna fino allo sbarco verso l'Italia, spesso proprio fino in Italia, guadagnandosi così la loro fiducia.

In Italia il fidanzato, o presunto tale, attende che la ragazza esca dal Centro di Accoglienza, la ospita in casa di amici e, sospettano fortemente le operatrici di Be Free (un'associazione italiana che si occupa di tratta e di violenza sulle donne), la avvia alla prostituzione lui stesso o la consegna alla mamam con cui è sempre in contatto.

La tappa del bordello libico prima dell’arrivo in Italia è la novità emersa dai colloqui con 111 detenute nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, raccolti dalla cooperativa sociale Be Free che proprio nel Cie romano ha aperto uno sportello di assistenza psicosociale e legale, operativo dal 2008.

«I racconti delle donne nigeriane presentano parecchi elementi comuni, molte ci confermano di essere passate per i bordelli in Libia», come specificato nel dossier “Pratica dei respingimenti: chi respingiamo, e a cosa condanniamo?

«In questa casa eravamo più di trenta ragazze tutte di origine nigeriana, tutte costrette a prostituirci in attesa di essere poi mandate in Italia. Sono stata là per circa 4 mesi, dovendo andare a letto con una media di cinque uomini al giorno»

Chi si rifiuta di avere rapporti non protetti viene presa a calci, picchiata con le catene, oppure costretta a sedersi sul petrolio bollente. «I segni di quelle violenze sono visibili sui corpi delle nigeriane ascoltate a Ponte Galeria, e sono chiaramente violenze pregresse» conferma la presidente di Be Free, Oria Gargano, che chiede la concessione dell’art.18, ovvero un permesso di soggiorno destinato alle vittime della tratta, anche alle donne che non sono ancora finite nella spirale dello sfruttamento in Italia ma che, nel viaggio verso l’Europa, sono state schiavizzate sessualmente e abusate dai trafficanti.

L’art.18 prevede che la riduzione in schiavitù e l’induzione violenta alla prostituzione avvengano in territorio italiano. E dunque servirebbe una modifica della norma per consentire alle nigeriane appena giunte in Italia di accedere ad un percorso di salvezza prima di uscire dai Centri di Accoglienza o dai CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo). La denuncia della Be Free, finanziata dal ministero delle Pari opportunità e dall'assessorato ai servizi sociali della Provincia di Roma, è esplicita.

«I trafficanti sono oramai talmente organizzati da aggirare le leggi di tutti i Paesi di transito e destinazione, e nel caso dell’Italia sanno perfettamente come funzionano i Centri di Accoglienza»

Il 43% delle ragazze assistite dall'associazione Be Free a Ponte Galeria sono nigeriane, tutte con un vissuto di sfruttamento sessuale o lavorativo. Il 25% ha dovuto lavorare come prostituta nei bordelli di Tripoli.

Il durissimo viaggio comincia nell'Africa sub-sahariana, specialmente dalla Nigeria, dove mamam o trafficanti individuano le ragazze delle fasce disagiate e le attirano nella rete promettendo un lavoro onesto in Italia.

Nel cammino verso la Libia, le donne vengono alloggiate nelle varie “case di transito” prese in affitto dai trafficanti dove rimangono per qualche tempo prima di proseguire.

Le tappe sono solitamente Kano e Sokoto (Nigeria), Zonder, Agadez e Duruku (Niger), Sabha e Tripoli (Libia). Il trafficante, chiamato “brother”, assicura le spese di vitto e alloggio, e via via cede le ragazze alla staffetta successiva di criminali che corrompono le guardie di confine per potere passare senza documenti né visti.

In Libia le nigeriane vengono costrette alla prostituzione con la scusa del risarcimento delle spese del viaggio. Così vengono divise in piccoli gruppi e destinate a svariati appartamenti di Tripoli dove una "senior woman", ovvero una nigeriana che da tempo vive nel bordello clandestino, le introduce al mercato del sesso e controlla che la totalità degli incassi venga consegnata agli organizzatori del bordello.

La permanenza nei bordelli può durare mesi, addirittura anni, finché vengono vendute agli intermediari che organizzano la traversata da Zuhara verso l'Italia dove verranno costantemente controllate dai trafficanti o dai finti fidanzati attraverso dei cellulari con scheda italiana. La rete di controllo continua anche nei centri di accoglienza e nei CARA.


Estendere l’art.18 anche alle donne rese schiave all'estero
Le mamam rinchiuse nei Centri di Accoglienza tengono in soggezione le ragazze e spesso vietano loro di parlare con le associazioni. «Molte donne ci dicono che, una volta uscite, qualcuno le verrà a prendere. Abbiamo il sospetto che siano dei trafficanti o delle mamam, in alcuni casi la ragazza sparisce nel nulla e non riusciamo più a ricontattarla»

Soltanto nove delle centoundici assistite hanno presentato denuncia per accedere all’art.18 (sfruttamento sessuale) e all’art.13 (sfruttamento lavorativo). Ma si tratta di ragazze sfruttate in Italia. Ecco perché servirebbe estendere l’art.18 anche alle donne rese schiave all'estero. Ed ecco perché, conclude la Be Free, respingere queste donne significa condannarle a rivivere sofferenze inimmaginabili.

«Servirebbe una commissione internazionale che vigili sul rispetto dei diritti umani in Libia». Secondo l’agenzia Unodc, la tratta degli esseri umani dall'Africa occidentale all'Europa rende dai 300 ai 500 milioni di euro ogni anno, e riduce in schiavitù migliaia di persone. La maggior parte sono ragazze destinate al «mercato del sesso» italiano, dove circa milioni di clienti non hanno scrupoli nell'avere rapporti sessuali con donne che, nel 90% dei casi, NON ha MAI scelto il marciapiede.




Articolo a cura di
Maris Davis


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mercoledì 27 giugno 2018

Cattolici, Salvini e l'onda razzista. La doppia faccia di tanti italiani

Detesto le politiche migratorie del ministro dell’interno Matteo Salvini e chi mi conosce sa che noi di Foundation for Africa ci troviamo su posizioni opposte a quelle del neo-ministro dell'interno e dei neo-razzisti italici.


Siamo in tanti a detestare questo "nuovo" che avanza, questo modo di agire subdolo e cinico sulla pelle di poveri cristi che non hanno fatto nulla di male ma sono solo alla ricerca di un "mondo migliore", siamo in tanti ma non abbastanza.

Più volte espresse le mie idee, e non da ieri, basta leggere quello che da sempre scrivo. Ritengo inaccettabile la chiusura dei porti italiani alle navi dei migranti, in palese violazione delle convenzioni internazionali in materia di soccorso di cui anche l’Italia è firmataria. E considero pericolose le parole ostili nei confronti degli stranieri, sovente sulla bocca del ministro, che altro non fanno che alimentare xenofobia e odio razziale.

Sono consapevole che l’onorevole Salvini raccoglie un ampio consenso popolare. E il suo successo elettorale, ancora sostenuto, secondo i sondaggi, dalla maggioranza dei cittadini italiani, non sarebbe stato possibile senza l’adesione di molti cattolici. Lui stesso si professa cattolico praticante. E per dimostrarlo non ha esitato, in piena campagna elettorale, a esibire il rosario e a giurare sul Vangelo.

A me pare però impossibile conciliare le politiche "salviniane" anti-immigrati con la posizione di Papa Francesco, che non smette di invitare i credenti ad «accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati» (14 gennaio 2018, Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato).

Sono tanti i credenti che ascoltano e mettono in pratica l’insegnamento del Papa. Lo dimostra la schiera di volontari e volontarie che operano in migliaia associazioni e offrono un servizio di assistenza agli stranieri. Ma è fuori dubbio che esiste una spaccatura interna alla Chiesa.

Una Chiesa divisa, per così dire, fra chi sposa i cosiddetti valori “non negoziabili” di vita, famiglia e libertà di educazione, e chi aderisce agli ideali sociali di aiuto ai poveri, di lotta alle disuguaglianze, d’inclusione sociale, di accoglienza dei migranti. Spaccatura che si respira non solo tra i fedeli, ma anche tra il clero, nelle parrocchie.

In sintesi, c’è sì una fede condivisa in Gesù Cristo, ma che spacca e si divide in fronti contrapposti quando si affrontano le questioni sociali. Sono convinta del dovere di ogni cittadino e cristiano di soccorrere e accogliere chi fugge da guerre, dittature e miseria. Non intendo assolutamente vestire i panni di Caino («Sono forse io il custode di mio fratello?»). E sono consapevole che in una stagione come quella che stiamo vivendo, il desiderio di sicurezza prevale sulla garanzia dei diritti.

Ma a farne le spese sono sempre gli ultimi. Anche se è doveroso lo sforzo di comprendere le ragioni delle paure e delle chiusure di chi grida all’«invasione degli immigrati» e «non possiamo accoglierli tutti». Che potrebbero cambiare idea se solo si ponessero in ascolto di chi ha sperimentato sulla propria pelle gravi violenze per inseguire il sogno di una nuova vita.

"Invasione degli immigrati"
Questo slogan in bocca a Salvini e ai suoi sostenitori è palesemente falso. Invasione, un termine che alimenta paure e insicurezze. Falso nei numeri, come dimostrano quelli dello stesso ministero dell'interno di cui oggi Salvini è il "capo-banda"

Negli ultimi anni la presenza straniera è rimasta stabile, se si eccettua un effettivo aumento nel biennio 2014-2015, con lo scoppio delle crisi libica e siriana.

I migranti arrivati nei primi 6 mesi del 2018 (14.441) sulle coste italiane sono quasi il 78% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017 (64.033).

Gli stranieri residenti sono poco più di 5 milioni (su oltre 60 milioni di cittadini italiani), i richiedenti asilo (2017) 186.658 e i rifugiati 167.335.

Numeri che ridimensionano il fenomeno, ma insufficienti a cambiare la testa e l'ipocrisia di molte persone, di troppe persone.

"Ecco quanti migranti stanno arrivando nel 2018. E non sembra un'invasione"

Ho sempre detestato gli ipocriti
Chi conosce la mia storia personale sa che ho passato la mia giovinezza in stato di schiavitù sessuale, fui portata in Italia dalla mafia nigeriana nel lontano 1995, una storia simile a quella di tantissime ragazze nigeriane anche di oggi, ragazze costrette a prostituirsi sulle strade di questa Italia.


Ho guardato l'ipocrisia in faccia, l'ipocrisia dei "clienti" italiani che si dicevano cattolici ma poi venivano a cercare me, prostituta-schiava, e mi raccontavano di avere mogli e figli a casa, di avere una fidanzata, che frequentavano le Chiese, gli oratori, le parrocchie. E solo io so quanto ho detestato quei "clienti"

Ma oggi, a distanza di quasi venti anni dai miei fatti privati, non è cambiato nulla. Oggi sono una mediatrice culturale e ascolto i racconti di tante ragazze nigeriane che potrebbero essere mie figlie. Italiani e cattolici, "clienti", stessa ipocrisia. Dopo essere andati in Chiesa e magari aver dato un bacio alla moglie vanno cercare quella ragazzina-schiava che per 10 euro le faccia un pompino, magari con contorno di palpeggiamenti e leccate di figa. Quanto odio ancora questi clienti "cattolici"

E il Papa mi da ragione. Nell'incontro con 300 ragazzi all'apertura del pre-Sinodo dei giovani di marzo ha denunciato quei cattolici che vanno a prostitute. “Chi va con le prostitute è un criminale, tortura le donne

L'ipocrita è un tizio che mostra a tutti il suo lato perbenista, ligio alle regole, al dovere sociale e dall'altro lato si comporta in modo abbietto e subdolo. Il suo comportamento è alla stregua di quello di un traditore.

Questione migranti e clienti di prostitute, quanta ipocrisia in questi "cattolici" italiani che finalmente mostrano la loro doppia faccia.

Io proprio per questo NON ho mai voluto diventare cattolica e mi tengo la mia cultura animista profonda della Nigeria del Sud

In questi giorni ho pensato molto, ho perfino pianto per questa onda xenofoba che avanza nell'indifferenza di troppi. O forse nell'ipocrisia di troppi.

Ho raccolto i pensieri per capire se esiste qualche giustificazione all'abbandono di navi cariche di donne incinta, bambini, persone che hanno sofferto nelle prigioni libiche, gente che per arrivare in un "mondo migliore" ha sfidato il deserto. Ma NON c'è nessuna giustificazione per chi, con la forza del suo potere, mette la politica al di sopra della vita umana.

Il ministro Toninelli ha detto che ci pensa anche di notte a quei bambini. La solita ipocrisia che mette la "politica" al di sopra di ogni umanità. Un pericoloso ritorno al Medioevo.

Certo, l'Italia ha ottenuto le attenzioni del mondo, anche dell'Europa, ma a quale prezzo. Un prezzo pagato alla sofferenza di chi voleva semplicemente cercare un "mondo migliore" in cui vivere.

Un prezzo che non pagano solo i nuovi migranti, quelli che oggi l'Italia NON vuole nemmeno sapere chi sono, come si chiamano, da dove vengono, ma è un prezzo che paga anche chi come me è qui, in questa Italia da una vita, e che ha sempre voluto integrarsi.

Il populismo, il popolo, NON capisce, NON sa distinguere il nero da un altro nero, basta che sia nero per bestemmiare alle sue spalle e dirle "Torna a casa tua", senza conoscere e senza sapere che questa è già "casa mia"

Ho pianto, si ho pianto per questa puzza che sento. Ho pianto per questa "nuova" Italia che è finalmente riuscita ad attirare su di se l'attenzione del mondo, ma con la vergogna della "disumanità" più odiosa, nel disprezzo di quel Vangelo su cui qualcuno ha perfino giurato.




Articolo a cura di
Maris Davis


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venerdì 22 giugno 2018

Mamma Faida e le altre schiave della Repubblica Democratica del Congo

Dopo il parto donne costrette a subire violenze e umiliazioni. “Detenute in ospedale per pagare le cure

Faida Mwenge con il suo bimbo, Jospin, fuori dalla casa dove abitano nel complesso dell’ospedale di Beni. La donna deve ancora versare 170 dollari all'ospedale per il parto cesareo cui venne sottoposta. Fino ad allora dovrà fare le pulizie e lavare i piatti per conquistarsi la libertà di tornare nella sua vera casa dal marito

Faida, una giovane 20enne congolese, ha partorito il suo Jospin da 3 mesi, ma il piccolo non ha ancora visto la luce del sole tropicale che abbaglia le foreste nord-orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Entrambi sono rinchiusi in uno degli ospedali fatiscenti della città di Beni, al confine con l’Uganda, non lontano da dove, a dicembre, un gruppo di ribelli ugandesi ha ucciso 14 Caschi blu dell’Onu.

Faida dopo una serie di complicazioni durante il travaglio è stata costretta ad un parto cesareo costato 260 dollari, una cifra che è riuscita a pagare solo in parte grazie all'aiuto di parenti e amici. Mancano ancora 170 dollari per saldare il debito, ma lei non lavora e il marito è disoccupato, così, finché non riuscirà a racimolare l’intera somma, sarà «detenuta» all'interno dell’ospedale, costretta a lavare i panni sporchi degli altri pazienti, dopo aver già venduto i pochi vestiti che aveva.


Faida non è la sola donna nella Repubblica Democratica del Congo e in molti Paesi dell’Africa sub-sahariana ad essere vittima della sua povertà come ha documentato lo studio «Hospital Detentions for non payment of fees: a denial of rights and dignity», pubblicato dalla onlus inglese Chatham House.

Ragazze giovanissime, spesso neo-mamme, incoscienti dei loro diritti, costrette a subire umiliazioni di ogni genere perché non hanno il denaro sufficiente per pagare diaria e trattamenti sanitari forniti dagli ospedali pubblici e privati

In uno studio effettuato per sei settimane nel 2016, Chatham House ha scoperto che 46 su 85 donne congolesi, ossia il 54% tra coloro che avevano partorito, venivano trattenute in ospedale per non aver pagato la degenza. Secondo il rapporto, almeno 950 casi sono stati documentati nel periodo 2013-2017, ma date le difficoltà nell'accedere alle strutture è probabile che il fenomeno riguardi migliaia di donne.

Una pratica così diffusa tanto da diventare, in molte regioni del Paese, il principio per cui è diritto dell’ospedale non dimettere le giovani donne finché il conto non è stato saldato. Fino a quel giorno vengono controllate a vista da guardie private nelle strutture sanitarie, in alcuni casi i medici propongono sesso in cambio della liberazione, altre volte vengono umiliate pubblicamente e costrette a lavori schiavistici all'interno dell’ospedale per ripagare il debito.


«Spesso sono le Ong a pagare per le pazienti» ha rivelato il dottor Pierrot Kabemba, direttore sanitario della regione di Beni, dove Faida è detenuta, all'agenzia di stampa americana Associated Press. Detenzioni che spesso portano i nuclei famigliari a distanziarsi, generando così ulteriore povertà.

Il numero di sfollati in Repubblica Democratica del Congo ha raggiunto quota 4 milioni e ogni giorno, secondo i numeri del Consiglio norvegese per i rifugiati, 5.500 persone sono costrette ad abbandonare le proprie case. Una «mega-crisi», come l’ha definita l’istituzione scandinava, che sta colpendo diverse regioni del Paese. Dal Kasai al Katanga al Kivu settentrionale e meridionale. Un’instabilità dovuta alle lotte tribali, alla guerra per i preziosi minerali della regione, il coltan su tutti, e agli scontri tra forze governative e ribelli indipendentisti, stanchi della presidenza di Joseph Kabila, alla guida della Repubblica Democratica del Congo dal 2006.

Alcune donne "prigioniere" all'interno di uno degli ospedali della Repubblica Democratica del Congo

Terminato il suo mandato presidenziale nel 2016, Kabila ha deciso di non lasciare l’incarico e di posticipare le elezioni ritenendo che la situazione di sicurezza nel Paese non fosse adeguata.

Una decisione che ha portato a un’escalation di violenza soprattutto nella regione indipendentista del Kasai, dove, secondo le stime del World Food Programme (Wfp), al momento 500 mila persone sono malnutrite a causa della crisi. In totale l’agenzia delle Nazioni Unite stima che almeno 3,2 milioni di congolesi stanno vivendo una grave crisi alimentare anche per la mancanza di donatori internazionali.

Dopo mesi di trattative Kabila, anche grazie al ruolo cruciale nella mediazione della Chiesa cattolica locale, si era convinto a indire nuove elezioni alla fine del 2017, salvo poi far saltare nuovamente il banco e posticipando le presidenziali di un anno. Una svolta che ha portato le Nazioni Unite, presenti nel Paese con 19 mila Caschi blu in quella che è la più grande missione di pace al mondo, a innalzare il livello di emergenza ad L3, il più alto presente e destinato in precedenza ad altre crisi come Siria, Iraq e Yemen.




Articolo a cura di
Maris Davis


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