lunedì 17 luglio 2017

Human Rights Watch, i centri di accoglienza italiani inadatti ad accogliere le donne che sono state vittime di stupri

Human Rights Watch. Nei centri di accoglienza italiani per le vittime di stupro è quasi impossibile chiedere aiuto. Mancano interpreti donne, personale qualificato, spazi che consentano la confidenzialità.


Le violenze sessuali nei confronti delle richiedenti asilo lungo il tragitto migratorio verso l'Europa, in particolare in Libia, stanno facendo notizia in questi giorni, e a pieno titolo. Tuttavia, solo pochi fanno attenzione a cosa succede quando le sopravvissute agli stupri riescono a raggiungere le sponde europee.

Durante alcune visite nei centri d'accoglienza per richiedenti asilo in Lombardia e Veneto lo scorso marzo, Human Rights Watch (HRW) ha riscontrato come vi siano carenze persino nelle più semplici misure per facilitare cure e sostegno a superstiti alla violenza sessuale.

In assenza di interpreti donne, molte richiedenti asilo potrebbero rifiutare di parlare di violenze sessuali o hanno difficoltà a informarsi sui servizi disponibili. Eppure la maggior parte dei centri di accoglienza, vincolati da limitate risorse umane e finanziarie, non hanno interpreti donne o, in alcuni casi, non hanno alcun interprete a tempo pieno di lingue rilevanti.

In un centro in Veneto vi era solo un uomo, part-time, a fare da interprete per richiedenti asilo eritrei di lingua Tigrinya. Quando una qualsiasi delle circa venti eritree richiedenti asilo ha problemi di salute, hanno riferito due donne, se la devono cavare con il loro scarso inglese. "Non possiamo esprimere niente nel momento del bisogno" ha detto Mariam (nome di fantasia), 24 anni. "Anche se volessimo, come potremmo comunicare con lo staff?"

Amira, una ventiduenne eritrea in un centro nella periferia di Milano, ha detto di essere stata violentata da trafficanti in Libia quando era al quinto mese di gravidanza. Ha raccontato che degli uomini la tenevano prigioniera in una stanza con circa altre venti donne e ragazze, picchiandole e chiedendo denaro. Gli uomini selezionavano donne e ragazze da portare fuori per violentarle. "Le sceglievano ogni sera. Scelsero anche me. Gli dissi che ero incinta. Non gli importava. Pensavo si sarebbero fermati, ma non fu così. Mi violentarono"

Preoccupata dai possibili pettegolezzi, Amira non aveva detto a nessuno dello stupro al suo arrivo in Italia due mesi prima. Il centro aveva solo un uomo come interprete eritreo, ma la direttrice italiana del centro, che non parla Tigrinya, ha assicurato che nessuna delle ospiti ha fatto richiesta specifica per un'interprete o un'operatrice sociale, e ha escluso che le ospiti possano preferire parlare di argomenti sensibili con una controparte femminile. "Le conosco molto bene. Sanno di potermi avvicinare. Sono parte della famiglia"

Il fatto che le richiedenti asilo non abbiano esplicitamente fatto richiesta di un'interprete dello stesso sesso non dovrebbe essere frainteso come l'assenza di un bisogno preciso, specialmente quando l'incapacità stessa di comunicare può rivelarsi proibitiva. E l'onere della richiesta non dovrebbe gravare sulle richiedenti asilo. Questo è uno dei molti ostacoli che impediscono alle superstiti di violenze sessuali di ottenere aiuto nei centri d'accoglienza. In alcuni casi, i superstiti percepiscono indifferenza da parte dello staff.

Michelle, una ventitreenne nigeriana, ha detto di essere stata rapita, stuprata e abbandonata sanguinante nel deserto da due uomini in Libia. Aveva visitato l'infermeria del centro per dolori addominali, ma non aveva detto al dottore dello stupro. "Non era interessato. Non ha chiesto niente di me"

Sebbene non si debba mai fare pressione sulle sopravvissute alla violenza sessuale affinché parlino del trauma subito, aprire la porta a una conversazione può facilitare l'aiuto e il sostegno. Molte donne hanno confessato che la prima persona a cui avessero confessato di aver subito violenza era proprio la ricercatrice per i diritti umani di Human Rights Watch, in parte perché era la prima persona ad averglielo chiesto.

In molti centri d'accoglienza che Human Rights Watch ha visitato il personale fa di tutto per creare un ambiente accogliente e per assistere i richiedenti asilo. Ma c'è bisogno di sostegno, a partire da formazione specializzata e supervisione. Come ha detto un membro del personale sanitario in un centro del Veneto, "essere infermiere, ed essere infermiere in questo contesto sono due cose completamente diverse"

Il personale che HRW ha intervistato, tra cui direttori, consulenti, dottori, infermieri, psicologi, assistenti legali e interpreti, solitamente non aveva ricevuto alcuna formazione nell'identificare e affrontare traumi o violenze sessuali o di genere, né alcun tipo di esperienza precedente nel lavorare con rifugiati, migranti o richiedenti asilo.

Alcune delle strutture visitate sono prive di mezzi basilari. In un centro in Veneto, due psicologi conducevano sessioni individuali con richiedenti asilo in una stanza condivisa, con solo un telo per garantire riservatezza.

Gli psicologi hanno detto di arrangiarsi concentrandosi sul proprio paziente, il che gli permette di ignorare la sessione del collega (che è dall'altra parte del telo divisorio) e di percepire se i loro pazienti stiano origliando. "A volte parlano lingue diverse, il che aiuta" ha aggiunto uno psicologo. Mentre il personale addetto alla ricezione ha spesso bisogno di improvvisare in condizioni sub-ottimali, una mancanza di confidenzialità è un ostacolo alle cure mediche e rende meno probabile che dei superstiti di violenza sessuale, profondamente traumatizzati, ottengano l'aiuto di cui hanno bisogno.

Nonostante gli oltre 1400 morti tra coloro che finora hanno tentato di raggiungere l'Italia via mare nel 2017, gli arrivi non danno alcun segno di diminuire. Il sistema di accoglienza italiano, che ad oggi già ospita oltre 170mila richiedenti asilo, è al limite. I piani del governo prevedono 200mila posti per il 2017, ma oltre 60mila arrivi dall'inizio dell'anno potrebbero spingere il sistema oltre il punto di rottura.

Maggiore coordinamento e cooperazione tra le autorità regionali possono migliorare le condizioni e i servizi dei centri di accoglienza. Ciò comprende lo sviluppo di protocolli nazionali per la prevenzione e la risposta alla violenza di genere presso i centri di accoglienza, in linea con la Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne, di cui l'Italia fa parte. Gli stati membri dell'Unione europea dovrebbero inoltre mostrare solidarietà mantenendo le promesse sul trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo, e offrendo un maggiore sostengo finanziario.

Ma la portata delle sfide con cui si misura il governo italiano non giustifica una mancanza d'azione. L'Italia, come ogni Paese che riceve rifugiati, ha l'obbligo di offrire protezione, servizi e sostegno a richiedenti asilo che hanno subito violenze. Garantire degli standard minimi di migliore prassi nei centri di ricezione, tra cui interpreti dello stesso sesso, personale qualificato, spazi che consentano la confidenzialità, è un primo passo, ma è un passo cruciale che va affrontato adeguatamente.
(Hillary Margolis di Human Rights Watch è una ricercatrice per i diritti delle donne)





Articolo a cura di
Maris Davis

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