lunedì 3 luglio 2017

Delta del Niger. La Shell in tribunale per la violazione dei diritti umani

Amnesty International: La Shell di fronte al tribunale civile olandese per complicità nell'uccisione di nove attivisti nigeriani nel 1995


Amnesty International ha reso noto che la Shell è stata citata in giudizio presso un tribunale civile olandese per la complicità nell'arresto illegale, nella detenzione e nella successiva esecuzione capitale di nove uomini, impiccati nel 1995 sotto la giunta militare nigeriana.

A portare in tribunale il gigante petrolifero sono Esther Kiobel e altre tre donne. Esther Kiobel è la vedova di Barinem Kiobel, impiccato il 10 novembre 1995 insieme allo scrittore e attivista Ken Saro-Wiwa e altri sette uomini in quello che è passato alla storia come il caso dei “nove ogoni. Le esecuzioni provocarono esecrazione mondiale.

Esther Kiobel in posa con la foto del marito ucciso nel 1995
Esther Kiobel è impegnata da oltre 20 anni a ottenere giustizia per la morte del marito. Accusa la Shell di complicità nell'arresto illegale e nella detenzione, nella violazione dell’integrità personale, del diritto a un processo equo e del diritto alla vita del marito e del diritto, di lei stessa, alla vita familiare.

Amnesty International ha sostenuto gli avvocati di Esther Kiobel e il 29 giugno ha pubblicato un nuovo documento intitolato “Sul banco degli imputati” che descrive nei dettagli il ruolo avuto dalla Shell nelle nove esecuzioni del 1995.

Quelle esecuzioni scioccarono il mondo. Per oltre 20 anni la Shell ha negato la sua complicità ma adesso, grazie alla determinazione di Esther Kiobel e al suo coraggio di fronte a questa gigante multinazionale, le cose potrebbero cambiare. Questo è un momento spartiacque nella battaglia in salita di Esther Kiobel per la giustizia. La Shell deve rispondere per l’impronta di sangue lasciata in tutto l’Ogoniland

Il caso dei "nove ogoni"
Nel maggio 1994 quattro capi ogoni vennero assassinati. Senza alcuna prova, il governo accusò il Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop), guidato da Ken Saro-Wiwa e arrestò decine e decine di persone, compresi il leader e Barinem Kiobel. Questi non era un membro del Mosop, ma un alto funzionario del governo che aveva criticato le operazioni militari nell'Ogoniland. Nel corso del processo, adducendo prove credibili, dichiarò che aveva cercato di impedire quei quattro omicidi.

Amnesty International ha sempre considerato Ken Saro-Wiwa e Barinem Kiobel prigionieri di coscienza, arrestati e poi uccisi a causa delle loro idee pacifiche

L’impiccagione dei nove ogoni rappresentò il culmine della brutale campagna intrapresa dalla giunta militare nigeriana dell'epoca per ridurre al silenzio le proteste del Mosop. Il movimento sosteneva, tra le sue denunce, che altri si stavano arricchendo grazie al petrolio pompato dal sottosuolo mentre l’inquinamento causato dalle fuoriuscite e dal gas flaring aveva causato “il totale degrado dell’ambiente” e trasformato “la nostra terra in un disastro ecologico“. Nel gennaio 1993, il Mosop dichiarò che le attività della Shell nell’Ogoniland non erano più gradite.

La giunta militare di allora reagì con la forza commettendo numerose gravi violazioni dei diritti umani tra cui uccisioni, torture e stupri

Come fermare le proteste era motivo di grande preoccupazione sia per la Shell che per il governo nigeriano, che erano partner nelle attività petrolifere nel Delta del fiume Niger. Nell'anno delle impiccagioni la Shell era di gran lunga la più importante compagnia petrolifera operante in Nigeria, con una produzione di quasi un milione di barili al giorno, corrispondenti a quasi la metà della produzione quotidiana della Nigeria. Le vendite di petrolio all'estero rappresentavano il 96 per cento dei ricavi da esportazione del paese.

La Shell incoraggiò il governo a fermare Ken Saro-Wiwa e il Mosop, consapevole che ciò avrebbe probabilmente significato gravi violazioni dei diritti umani. La Shell sapeva benissimo che il governo nigeriano stava sopprimendo brutalmente le proteste nell’Ogoniland

Poche settimane prima che i nove attivisti venissero arrestati, il presidente di Shell Nigeria aveva incontrato l’allora presidente nigeriano, il generale Sani Abacha, per parlare del “problema degli ogoni e di Ken Saro-Wiwa”. E non era neanche la prima volta che la Shell, nei suoi rapporti con le forze militari e di sicurezza nigeriane, si riferiva alle proteste nell’Ogoniland come a un “problema”. La Shell, inoltre, aveva evidenziato più volte alle autorità nigeriane l’impatto delle proteste del Mosop sull’economia.

La Shell agì in modo irresponsabile nel sollevare il ‘problema’ di Ken Saro-Wiwa e del Mosop. Così facendo, aumentò notevolmente il rischio che subissero violazioni dei diritti umani. La Shell sapeva benissimo che il governo violava regolarmente i diritti delle persone legate al Mosop e aveva preso di mira Ken Saro-Wiwa.

Persino dopo che i nove furono arrestati, vennero sottoposti a maltrattamenti e destinati a un processo irregolare, la Shell continuò a discutere del ‘problema degli Ogoni’ col governo, anziché manifestargli preoccupazione per la sorte dei prigionieri. Questa condotta non può essere considerata altro se non un segnale di appoggio e d’incoraggiamento verso l’operato della giunta militare nigeriana.

La Shell nega
La Shell ha sostenuto di non essersi messa a disposizione per favorire la liberazione di Ken Saro-Wiwa e che l’offerta fatto al fratello del leader Mosop aveva riguardato unicamente assistenza medica e umanitaria.

Secondo la sua versione, la Shell dunque riteneva che Ken Saro-Wiwa, arrestato, picchiato, raggiunto da accuse false e di fronte a un processo iniquo organizzato per vederlo messo a morte, avrebbe potuto cambiare posizione sulla Shell in cambio di qualche aiuto umanitario. È una versione francamente implausibile e anche se fosse vera, rivelerebbe un livello di interesse egoistico aziendale che va oltre l’immaginazione.

Inoltre, Shell Nigeria ha replicato alla lettera di Amnesty International in cui si anticipavano i contenuti del documento che è stato reso pubblico in questi giorni.

"Le denunce [contro la Shell] citate nella lettera, si legge nella replica, sono false e prive di fondamento. [Shell Nigeria] non ha colluso con le autorità militari per sopprimere la rivolta e non ha incoraggiato né invocato in alcun modo atti di violenza in Nigeria. Abbiamo sempre negato queste accuse nel modo più forte possibile"

Pipeline, spesso arrugginite e senza manutenzione, che corrono per centinaia di chilometri a cielo aperto
all'interno della foresta causa di incidenti e sversamenti di petrolio quasi quotidiani

Il coraggio di Esther Kiobel
Esther Kiobel è impegnata da oltre 20 anni a ottenere giustizia per la morte del marito. Dopo l’impiccagione avvenuta il 10 novembre del 1995 è fuggita in Benin. Nel 1998 ha ottenuto asilo politico negli Usa, dove tuttora vive.

Esther si è rivolta alla giustizia civile olandese insieme a Victoria Bera, Blessing Eawo e Charity Levula, i cui mariti vennero impiccati insieme a Barinem Kiobel. Le quattro donne chiedono un risarcimento per i danni causati dalle azioni illegali della Shell e scuse pubbliche per il ruolo avuto dalla compagnia petrolifera negli avvenimenti che portarono alla morte dei loro mariti.

Esther Kiobel ha vissuto nell’ombra di questa ingiustizia per oltre 20 anni ma si è sempre opposta ai tentativi della Shell di zittirla. Oggi la sua voce si eleva a nome di così tante altre persone le cui vite sono state devastate dall'industria del petrolio in Nigeria

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Questo caso giudiziario potrebbe porre fine a decenni d’impunità della Shell, in cui nome è diventato sinonimo di come le grandi compagnie petrolifere possano violare i diritti umani senza timore di subire ripercussioni.

La prima denuncia di Esther Kiobel contro la Shell risale al 2002 e venne presentata a un tribunale di New York. Nel 2013 la Corte suprema federale, senza esaminare il merito della denuncia, stabilì che gli Usa non avevano giurisdizione sul caso.

La relazione pericolosa tra la Shell e il governo nigeriano non è mai stata indagata adeguatamente. Decenni dopo quella terribile catena di eventi che portarono all'impiccagione dei nove ogoni, tante domande sulla Shell restano senza risposte

È il momento di accendere i riflettori su questo lato oscuro del passato della Shell. Niente potrà restituirci le vite perdute ma ora è in gioco la possibilità di dare il segnale che nessun’azienda, per quanto grande e potente, riuscirà a evadere la giustizia per sempre
Download documento Amnesty International
"Sul banco degli imputati"


Oggi, la regione del Delta del Niger, dove viene estratto il petrolio nigeriano e dove "sopravvivono" 27 milioni di persone, è considerata uno dei luoghi più inquinati del mondo. I continui sversamenti di petrolio nei terreni, nelle acque del fiume e nella foresta, e il gas flaring (fatto bruciare sul posto nonostante leggi e convenzioni internazionali lo impediscano) ha reso incoltivabili terreni un tempo fertili, inquinate acque un tempo cristalline e distrutto la foresta. Impedisce alla stessa popolazione locale la "sopravvivenza" costringendola ad abbandonare le loro terre.

Oltre ai problemi di salute e quelli ambientali, la popolazione deve anche subire l’ingiustizia sociale. Nonostante l’immenso valore economico degli oltre 600 pozzi petroliferi, dopo circa 50 anni di estrazioni che ogni anno creano l’80% del Pil nazionale, la Nigeria resta uno tra i più poveri paesi africani. L’aspettativa di vita dei 27 milioni di persone che abitano il Delta del Niger, delle quali il 60% sopravvive grazie alle attività direttamente collegate all’eco-sistema, arriva a poco più di 40 anni.

Un disastro che non è altro che la conseguenza di rapporti "privilegiati" tra tutti i governi nigeriani che si sono succeduti in questi ultimi 50 anni (dalla guerra del Biafra in poi) con le compagnie petrolifere che estraggono il petrolio nel Delta del Niger. Lo dimostra anche questo caso, la Shell a giudizio per la complicità nella violazione dei diritti umani.

Il petrolio NON ha portato alcun beneficio economico alle popolazioni locali, anzi, le ha portate alla fame, arricchendo sempre di più le multinazionali del petrolio e le tasche dei governanti che si sono arricchiti con tangenti, come dimostrano casi giudiziari recenti che coinvolgono l'ENI, la stessa Shell ed ex-ministri e presidenti nigeriani.

Nelle regioni del Delta il tasso di disoccupazione varia tra il 75 e il 95%, perché a lavorare nei pozzi petroliferi è soprattutto manodopera specializzata proveniente dall'estero.

Una Nigeria paradossale, sulla carta è il maggiore produttore di petrolio dell'Africa, ma nella realtà 180 milioni di nigeriani devono fare la coda per una tanica di benzina.
(Maris)

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Articolo a cura di
Maris Davis

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