sabato 10 giugno 2017

Delta del Niger, dove il petrolio inquina la natura e calpesta i diritti

Fino al 1956 lungo il Delta del fiume Niger si estendeva un’oasi incontaminata. Le foreste di mangrovie formavano intricati labirinti nei quali si sviluppava un delicato ecosistema in cui le popolazioni locali vivevano in equilibrio con la natura, traendo da essa il loro sostentamento quotidiano.


In quell'anno nel delta vennero scoperti i primi giacimenti petroliferi che hanno trasformato quell'oasi in un inferno che ancora oggi continua a bruciare. Da allora le compagnie petrolifere, in particolare la Shell che controlla circa la metà del greggio complessivo, la Total, la Chevron e l’italiana Eni, hanno colonizzato il territorio, appoggiate da governi militari e non deboli e corrotti, che nel corso degli ultimi 50 anni hanno svenduto le risorse naturali del loro paese in cambio di mazzette e profitti illeciti, ed hanno messo a tacere le ingiustizie che le popolazioni locali sono costrette a subire quotidianamente.

Nel Delta del Niger (una regione di circa 70.000 kmq con 27 milioni di abitanti), si produce il petrolio nigeriano, circa 2,4 milioni di barili al giorno, e fino al 2016 la Nigeria era il maggior produttore dell'Africa.


L’inquinamento criminale viene causato dalla perdita del greggio che fuoriesce da tubature vecchie ed usurate dal tempo, pipeline, che si estendono nel territorio per centinaia di chilometri e che scorrono a cielo aperto nella foresta, tra i villaggi e nei terreni dei contadini locali. Il petrolio appena estratto in questo modo viene portato fino sulla costa dove viene stoccato in attesa si essere trasferito nelle petroliere che in continuazione fanno la spola tra il Golfo di Guinea e i porti europei.

E sì, perché il petrolio nigeriano non rimane in Nigeria ma se va altrove, la Nigeria è un paese ricco di petrolio ma povero di benzina

Ogni anno Amnesty International cataloga le perdite e gli incidenti, sono centinaia, molte centinaia ogni anno da 50 anni a questa parte. Il petrolio viene riversato nei terreni, tra gli alberi della foresta, nell'acqua del fiume e lungo le sue sponde. Le persone che vivono in questo luogo respirano aria inquinata, mangiano pesce contaminato e bevono acqua mista a petrolio.

Sono 36 mila i chilometri quadrati di mangrovie, corsi d’acqua e lagune invasi dalla melma nera. Per rifornirsi di acqua potabile, le popolazioni locali sono costrette a scavare nel sottosuolo fino a 50 metri di profondità, causando instabilità del terreno e ponendo la zona a rischio di frane. 

Le Nazioni Unite hanno calcolato che ci vorrebbero almeno trenta anni e miliardi di dollari per bonificare tutto il territorio

Il recente rapporto del UNEP, cioè il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, denuncia apertamente questa catastrofe ambientale. Sono stati esaminati più di 4mila campioni estratti da 780 pozzi d'acqua della zona. Il risultato è sconcertante: le popolazioni bevono, cucinano e si lavano con acqua proveniente da pozzi contaminati dal benzene, in cui i livelli di tossicità sono 900 volte superiori a quanto consentito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)


Anche l’aria viene contaminata dai gas, sottoprodotti delle estrazioni petrolifere, che vengono bruciati a cielo aperto dal 1985, pratica definita “gas flaring” (gas esplosivo) che fa sprecare ogni anno una quantità di gas pari al 30% del fabbisogno europeo. Questo gas potrebbe essere reinserito nel sottosuolo oppure utilizzato per i fabbisogni energetici della Nigeria. Invece viene bruciato dalle multinazionali perché ciò rende l’estrazione del petrolio molto più veloce, abbassando così i costi di gestione e di produzione.

Gas Flaring
Siamo nel Delta del fiume Niger, nel Sud della Nigeria, ad oggi uno dei luoghi più inquinati del mondo, sono gli stessi luoghi dove fu combattuta la disastrosa "Guerra del Biafra". Ma sono anche i luoghi di origine di mia mamma.

Il Gas Flaring è un gas dissociato, e si trova nella parte superiore dei giacimenti di petrolio. È un gas intrasportabile e deve essere trasformato sul posto con appositi impianti. Dal Gas Flaring si ricava energia elettrica e gas metano.

Nel Delta del Niger invece il Gas Flaring viene bruciato e disperso nell'aria. Secondo le compagnie petrolifere, tra cui l'italiana ENI, costruire gli impianti necessari per recuperare quel gas è anti-economico.

Bruciare il gas flaring è vietato, sia da una legge federale della Nigeria del 1989, sia da una convenzione ONU. La ricaduta al suolo delle sottilissime particelle provoca nella popolazione bruciore e arrossamento degli occhi e, soprattutto, gravi malattie alle vie respiratorie. Ed è per questo che bruciare sul posto il gas flaring è dalle Nazioni Unite considerata una vera e propria "Violazione dei Diritti Umani". Ma le compagnie petrolifere che operano nel Delta continuano imperterrite e "impunite" a violare, non solo una legge nigeriana, ma anche a violare il diritto alla salute delle popolazioni locali.

Sull'intero territorio del "Delta Niger" sono oltre 100 le torri che sprigionano in maniera perenne lingue di fuoco che sputano diossina, benzene, sulfuri e particolati vari. Tanto per fornire qualche dato, secondo delle ONG locali dei 168 miliardi di metri cubici di gas bruciati ogni anno al mondo, 23 (il 13 per cento) provengono dalla Nigeria. In termini di ossido di carbonio, parliamo di 400 milioni di tonnellate, ovvero il 25 per cento del consumo annuo di gas degli Stati Uniti. Le piogge acide conseguenza diretta del Gas Flaring sono tra le principali criticità di una situazione che ha ormai superato i livelli di guardia.

Tra i casi più eclatanti esaminati dagli esperti dell'ONU c’è quello relativo alla comunità di Nisisioken Ogale, dove il livello del benzene, elemento altamente cancerogeno, eccede di 900 volte il limite previsto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il governo nigeriano rimane immobile di fronte a questa situazione anche se avrebbe tutti gli strumenti "legali" per revocare le licenze di sfruttamento alle multinazionali responsabili.

Non solo la salute delle persone viene minacciata, ma questo provoca "piogge acide" che bruciano i terreni agricoli che non potranno mai più essere coltivati impedendo quindi il sostentamento alimentare alle popolazioni locali.

Si è calcolato che se il gas flaring della Nigeria fosse utilizzato si potrebbe fornire di energia elettrica a tutta l'Africa Sub-Sahariana praticamente per sempre

Il Gas Flaring che brucia in continuazione provoca un panorama desolante, nuvole che oscurano i giorni e fiamme che accendono le notti.

Noi di Foundation for Africa, ci battiamo da sempre contro l'inquinamento del Delta del Niger, è ora che il mondo sappia e che intervenga con decisione sul governo nigeriano per porre fine a quello che ormai tutte le ONG, Amnesty International in primis, definisce un'atrocità.
(Maris)

Il solo inquinamento ambientale prodotto dal “gas flaring” nel mondo, diventa pari alle emissioni di 77 milioni di auto o di 125 centrali a carbone. Le fiammate ardono continuamente di giorno ed illuminano la notte, rendendo irrespirabile l’aria, facendo aumentare considerevolmente la temperatura attorno alle trivellazioni e causando problemi respiratori, malattie della pelle e degli occhi, disturbi gastrointestinali, leucemie e cancro.

Oltre ai problemi di salute e quelli ambientali, la popolazione deve anche subire l’ingiustizia sociale. Nonostante l’immenso valore economico degli oltre 600 pozzi petroliferi, dopo circa 50 anni di estrazioni che ogni anno creano l’80% del Pil nazionale, la Nigeria resta uno tra i più poveri paesi africani. L’aspettativa di vita dei 27 milioni di persone che abitano il Delta del Niger, delle quali il 60% sopravvive grazie alle attività direttamente collegate all’eco-sistema, arriva a poco più di 40 anni.


La distribuzione delle risorse non è equa. Nelle regioni del Delta il tasso di disoccupazione varia tra il 75 e il 95%, perché a lavorare nei pozzi petroliferi è soprattutto manodopera specializzata proveniente dall'estero. Gli unici ad arricchirsi con il petrolio sono le multinazionali ed i politici locali corrotti.

Negli ultimi decenni però queste disuguaglianze hanno esasperato la popolazione che, attraverso proteste e mobilitazioni, subendo repressioni violente da parte dello Stato e dagli agenti della sicurezza privata delle multinazionali, è arrivata a rivendicare la fine del saccheggio indiscriminato del territorio, chiedendo la bonifica dei corsi d’acqua e dei terreni, una più equa distribuzione dei proventi del petrolio, nonché il risarcimento del debito ecologico.

Playlist Video
Situazione nel Delta del Niger


Nel 2005 è stato anche costituito un gruppo armato, il MEND (Movimento di Emancipazione del Delta del Niger) che ha compiuto numerose operazioni di sabotaggio dei pozzi, delle condutture e si è reso responsabile del rapimento di alcuni lavoratori delle multinazionali. Il movimento dichiara di combattere per il controllo del petrolio in tutto il Delta del Niger e per consentire alle persone di trarre dei benefici dalle estrazioni.

La popolazione cerca di sopravvivere riprendendosi il proprio territorio saccheggiato e devastato dalle logiche imperialistiche, che mietono vittime e sacrificano gli equilibri naturali in tutto il mondo, non solo in Africa, non solo in quello che un tempo era un paradiso ed oggi è solo l’opaco ricordo di una natura violentata. La Nigeria cerca di rialzarsi, ma l’opinione pubblica internazionale sembra non appoggiare concretamente questa lotta a cui non concede neppure il giusto risalto mediatico.



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Articolo di
Maris Davis

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