martedì 14 febbraio 2017

Il mondo contro le Mutilazioni Genitali Femminili

Un intervento spaventoso praticato sulle bambine di 30 Paesi, quasi tutti africani. Negli Usa triplicato il numero dei casi. Italia al 4° posto in Europa.

Circoncisione femminile, escissione del clitoride, infibulazione e altri interventi di mutilazione dei genitali.


Per 30 paesi, quasi tutti africani, soprattutto di fede islamica o animista, sono tradizionali riti di passaggio, simboli di castità e rispettabilità femminile. Per il resto del mondo una barbarie che continua a perpetrarsi da secoli.

Mutilazioni genitali femminili in aumento negli Stati Uniti. Anziché diminuire con il tempo, queste pratiche stanno diventando ancora più diffuse. Secondo l’istituto sanitario Centers for Disease Control and Prevention (CDC) negli Stati Uniti il numero degli interventi è addirittura triplicato negli ultimi anni, a causa dell’aumento di immigrati.

Il numero preciso delle donne mutilate è sconosciuto perché mancano dati attendibili. La pratica viene eseguita di nascosto perché vietata dalla legge americana, così come lo è in Italia. Si stima però che negli Stati Uniti più di mezzo milione di donne e bambini rischia di subire mutilazioni genitali. In particolare a rischio sono circa 513mila bambine e ragazze, nate o che hanno genitori nati nei paesi dove la tradizione è diffusa.

La situazione nel resto del mondo. Nel mondo, secondo il nuovo rapporto Unicef, almeno 200 milioni di donne e bambine, 70 milioni di casi in più di quelli stimati nel 2014, hanno subito mutilazioni genitali femminili. Tra le vittime 44 milioni sono bambine e adolescenti fino a 14 anni. In questa fascia di età, la prevalenza maggiore è stata riscontrata in Gambia, con il 56%, in Mauritania con il 54% e in Indonesia, dove circa la metà delle adolescenti (con un età fino a 11 anni) ha subito mutilazioni. I paesi con la più alta prevalenza tra le ragazze e le donne tra i 15 e i 49 anni sono la Somalia (98%), la Guinea (97%) e Djibouti (93%)


Per capire, invece, quanto le mutilazioni genitali femminili siano diffuse in Europa basta guardare al numero delle donne che chiedono asilo dai paesi in cui questa barbarie è la normalità. Nel 2008 erano 18.110, nel 2013 hanno superato le 25mila.

In Italia l’infibulazione è un reato: si rischiano dai 4 ai 12 anni. In 6 anni registrate fra gli immigrati 957 donne mutilate.

Le pratiche di mutilazione genitale femminile rientrano nell’ambito delle violazioni dei diritti fondamentali all’integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine. Le misure necessarie per prevenire, contrastare e reprimere questo fenomeno sono regolate dalla legge del 9 gennaio 2006, frutto degli orientamenti scaturiti dalla quarta conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle donne tenutasi a Pechino nel 1995. Gli articoli 2, 3 e 4, in particolare, sono mirati a garantire la prevenzione, l’assistenza alle vittime e l’eliminazione della pratica della mutilazione.

Prevedono inoltre apposite risorse per il finanziamento delle azioni di salvaguardia, per la formazione e per le campagne di informazione e divulgazione della cultura dei diritti umani e del diritto all'integrità della persona. Infine stabiliscono linee guida destinate alle figure professionali che operano con le comunità di immigrati provenienti da Paesi dove sono effettuate le pratiche di MGF.

L'Italia al quarto posto in Europa per la diffusione della pratica. In Italia, si stima che nel 2009 erano 35mila le donne vittime di mutilazioni genitali. Stando a questi dati, anch’essi inattendibili considerata la clandestinità con cui viene eseguita questa pratica, l'Italia è al quarto posto in Europa.

L’Italia però sta già da tempo facendo battaglia contro questo fenomeno. Si è iniziato con la campagna di Emma Bonino negli Anni '90, intitolata «Non c’è pace senza giustizia», e poi si è arrivati con l’approvazione di una legge che prevede da 3 a 16 anni per chi pratica la circoncisione femminile.

Tuttavia le denunce sono state davvero pochissime e le campagne di formazione informazione irrisorie rispetto a quelle promesse.

Mutilazioni genitali, un fenomeno che viene da lontano. Una pratica che ha origini pre-islamiche.

L’origine delle mutilazioni genitali delle donne rimane ancora oggi sconosciuta, poiché non vi sono testimonianze certe che indichino come e quando la pratica sia nata e in che modo si sia diffusa. Anche se parte degli studiosi individua geograficamente la genesi della pratica nella penisola araba o nell'Egitto, qualcosa la riconduce all'antica Roma.

Il termine “infibulazione” infatti tradisce una derivazione latina. La fibula, una spilla che serviva a tenere agganciata la toga, veniva usata dai Romani sulle proprie mogli, in modo da prevenire rapporti illeciti, e veniva imposta anche agli schiavi e schiave per impedire ai primi di stancarsi coi rapporti sessuali e le gravidanze delle seconde che avrebbero ostacolato il lavoro.

Nella Roma antica la circoncisione maschile era praticata regolarmente, ed è alquanto probabile che lo fosse anche la circoncisione femminile.

A differenza di quello che si pensa comunemente la pratica ha origini pre-cristiane, pre-ebraiche e pre-islamiche. Gli studi sulle origini della mutilazione genitale femminile hanno mostrato senza dubbio alcuno l’insussistenza di un comune denominatore nella religione, infatti essa non è praticata soltanto da gruppi islamici, e le fonti consentono di collocare con sicurezza le origini della pratica in tempi pre-islamici.

La posta in gioco è davvero alta. «Possiamo davvero pensare di ignorare questo fenomeno? In questo caso il relativismo culturale è irrilevante. Ci sono valori umani che dobbiamo condividere e il diritto alla salute e alla dignità della donna è uno di questi»


Cinque ragioni che spingono a praticare le Mutilazioni Genitali Femminili. Le mutilazioni genitali femminili vengono praticate, secondo l’Unicef, per una serie di motivazioni:
  1. Per ragioni sessuali, quindi soggiogando e riducendo la sessualità femminile;
  2. Per ragioni sociologiche, intese come veri e propri riti di passaggio, di integrazione sociale e di mantenimento della coesione nella comunità;
  3. Per ragioni igieniche ed estetiche, in quanto in alcune culture i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni;
  4. Per ragioni sanitarie, cioè nella convinzione che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino;
  5. Per ragioni religiose, in quanto molti credono che alcune religioni prevedano questa pratica.
In genere le mutilazioni genitali femminili vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44 per cento dei casi in Eritrea e nel 29 per cento dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni in Yemen.

Le Mutilazioni Genitali possono portare alla morte. Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Secondo l’Unicef, le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico a quello neurogenico, cioè provocato dal dolore e dal trauma, all'infezione generalizzata (sepsi)

Per tutte l’evento è un grave trauma. Molte bambine entrano in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue. Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all'infezione da Hiv, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.


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Articolo di
Maris Davis

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