mercoledì 11 gennaio 2017

Il lungo corso della decolonizzazione dell'Africa

Nel 1945 gli imperi coloniali erano arrivati a comprendere quasi tutta l'Africa. Vent'anni dopo la maggior parte del continente (eccettuati i territori portoghesi) aveva raggiunto l'indipendenza.

Un'inversione così rapida e totale di un processo di colonizzazione che era andato affermandosi lungo un arco di tempo più che secolare pone di fronte a due possibili spiegazioni. In base alla prima, gli Stati imperiali decisero che le colonie non erano più convenienti e preferirono smembrare i propri imperi. In base alla seconda, furono le popolazioni delle colonie a sbarazzarsi del dominio imperiale o comunque a rendere il suo protrarsi talmente difficoltoso e problematico che gli Stati colonizzatori preferirono cedere loro l'esercizio del potere politico. Nella realtà dei fatti, nessuna di queste due spiegazioni è in grado di reggersi da sola: è più verosimile una loro combinazione.

Il punto di svolta per tutti gli Stati europei, eccettuato il Portogallo, si ebbe tra il 1949 e il 1960 e fu determinato dal concorso in contemporanea di eventi che si svolsero nelle colonie e di situazioni in cui si trovarono a versare gli Stati colonizzatori. Da una parte il rapido diffondersi di movimenti nazionalisti nei paesi africani sollevò in Europa questioni concernenti sia la convenienza sia la moralità di una loro repressione. Gli anni Cinquanta videro la nascita in Gran Bretagna e in Francia di potenti movimenti antimperialisti che per la prima volta misero in discussione la colonizzazione come fatto in sé. Tanto più la decolonizzazione s'impose come un problema urgente, quanto più la guerra da cui gli alleati occidentali erano usciti vittoriosi si era caratterizzata come una lotta combattuta contro la tirannide e a sostegno dei diritti dei popoli oppressi.

Dall'altra parte, l'importanza economica delle colonie per i loro possessori declinò rapidamente, all'incirca a partire dal 1951, a mano a mano che la ricostruzione europea post guerra mondiale, procedeva con successo e che il prezzo dei prodotti di esportazione coloniali andava calando. L'Europa non aveva più bisogno di mantenere sulle colonie lo stesso grado di controllo che aveva esercitato in passato, al contrario cominciò a farsi sentire il prevedibile peso del sostegno economico ai territori coloniali.

Il risultato della combinazione di questi fattori fu che all'inizio degli anni Sessanta tutte le principali potenze coloniali adottarono una politica di decolonizzazione che prevedeva il trasferimento del potere a tutte le colonie, da attuare in tempi brevi e senza le molte riserve espresse in passato sulla loro capacità di amministrare efficientemente i propri affari. La decolonizzazione può dunque essere spiegata, entro certi limiti, con un mutamento radicale nell'atteggiamento degli europei.

Tuttavia il momento in cui tale mutamento è avvenuto e la velocità con cui si è attuato sono stati condizionati in ultima analisi dal grado di resistenza che le potenze coloniali hanno incontrato nei rispettivi possedimenti. La composizione dei fattori che determinarono il corso degli eventi fu diversa da caso a caso. Alla fine la decolonizzazione ebbe luogo principalmente perché gli Stati imperiali decisero che, tutto sommato, per il futuro avrebbero potuto ottenere di più lasciando le rispettive colonie da amici piuttosto che da nemici, per quanto molte di esse fossero impreparate all'indipendenza.

Il panafricanismo
Sul nazionalismo africano un'influenza determinante fu esercitata a suo tempo dall'ideologia del panafricanismo. Nato alla fine del 19° secolo come manifestazione di solidarietà tra la popolazione di origine africana trapiantata nel Nuovo Mondo, il panafricanismo si trasformò nel corso del secolo successivo, con l'inizio del processo di decolonizzazione dell'Africa, in movimento tendente a realizzare l'unità politica del continente africano.

Tra gli obiettivi intorno ai quali si coagulò originariamente l'ideologia africanista, i più significativi erano la riabilitazione delle civiltà africane, la restaurazione della dignità dell'uomo di colore e la celebrazione del ritorno alla madrepatria da cui era partita la diaspora. L'africanismo trasse beneficio da ogni nuova scoperta delle entità che erano state alla base dello sviluppo culturale dell'Africa nella storia, in termini di strutture sia religiose sia socio-politiche, così come dall'esperienza comune a quasi tutta l'Africa della spoliazione coloniale.

Questi convincimenti consentirono agli intellettuali e ai leader politici che vi aderirono di trascurare ogni elemento di diversità e di conflitto tra le popolazioni africane. L'esperienza aveva insegnato loro, spesso amaramente, che ciò che li univa indissolubilmente, il colore della pelle, era molto più importante nel mondo che conoscevano di tutto ciò che poteva dividerli. Questo significato dell'africanismo, come scudo e come speranza per i perseguitati, si sarebbe conservato al di là di ogni scoraggiamento o sconfitta e il concetto politico di africanismo avrebbe preso corpo come cornice delle agitazioni politiche e faro di un futuro libero.

Tra i precursori del movimento viene generalmente ricordato Henry Sylvester Williams, un avvocato di Trinidad che dedicò gran parte della sua vita a sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale contro lo sfruttamento dei neri da parte dei coloni boeri e inglesi in Africa australe. Williams organizzò un incontro a Londra nel 1900 che servì da modello a una serie di convegni che tra il 1919 e il 1945 sancirono l'affermazione del panafricanismo.

L'indirizzo conclusivo del meeting di Londra fu scritto da uno storico afroamericano, destinato a diventare una delle figure carismatiche del movimento, William Burghardt Du Bois, e si apriva con un brano diventato celebre: "Il problema del ventesimo secolo è il problema del colore, la questione di quanto le differenze di razza diventeranno la base per negare a oltre la metà del mondo il diritto di condividere, fino al limite delle loro capacità, le opportunità e i privilegi della civiltà moderna"

Durante il convegno di Parigi del 1921 fu rivolta una petizione ai partecipanti alla Conferenza della pace per chiedere l'applicazione all'Africa del principio dell'autodeterminazione dei popoli. A Londra nel 1921 fu elaborata una Dichiarazione al mondo in cui si proclamava "l'assoluta uguaglianza delle razze dal punto di vista fisico, politico e sociale". I congressi di Londra (1923) e di New York (1927) videro la partecipazione di un numero di delegati sempre maggiore; a essi fece seguito la costituzione a Londra dell'International African service bureau (1937), quindi della Pan African federation (1944), organismi in cui si formarono molti dei futuri politici nazionalisti africani.

L'ultimo dei congressi panafricani, che si tenne a Manchester, in Gran Bretagna, nell'ottobre 1945 e vide la presenza di 90 delegati più altri partecipanti, si spostò su un terreno completamente nuovo: esso portò il panafricanismo dalla diaspora nera al continente d'origine. Du Bois era presente, come lo erano alcuni eminenti attivisti dei Caraibi, ma c'erano anche leader politici dell'Africa, compresi alcuni che dovevano diventare presidenti di repubbliche indipendenti: Kwame Nkrumah della Costa d'Oro (Ghana dopo il 1956), Jomo Kenyatta del Kenya e Julius Nyerere della Tanzania. Nel congresso di Manchester emersero per la prima volta l'esigenza dell'indipendenza dai regimi coloniali e il nazionalismo: "Siamo determinati a essere liberi se il mondo occidentale è ancora determinato a governare il genere umano con la forza, allora gli africani, come ultima risorsa, potranno essere costretti ad appellarsi alla forza nell'impresa di conseguire la libertà"

A partire dal 1957-58, con l'avvio del processo di decolonizzazione dell'Africa a sud del Sahara, il panafricanismo, inteso come cammino verso l'unificazione politica delle nuove entità statali indipendenti, sembrò avere una concreta attuazione pratica. Accra divenne centro della attività panafricana ospitando, per iniziativa di Nkrumah, la prima conferenza degli Stati africani indipendenti (aprile 1958) e la prima conferenza dei popoli africani (dicembre 1958), dalle quali furono lanciate le richieste dell'indipendenza immediata e della costituzione degli Stati Uniti d'Africa.

L'ideale panafricano ispirò la nascita di raggruppamenti regionali, alcuni dei quali ebbero però breve durata per l'immediato insorgere di sentimenti nazionalistici o di particolarismi tribali. Inoltre nel continente si manifestarono divisioni circa la linea da seguire nei confronti dei paesi occidentali e delle ex potenze coloniali: ai paesi ‘riformisti', riuniti nel gruppo di Brazzaville, si contrapposero quelli ‘rivoluzionari' del gruppo di Casablanca; tale contrapposizione sembrò superata con la nascita, il 25 maggio 1963 ad Addis Abeba, dell'OUA (Organizzazione dell'unità africana).

La nuova organizzazione trovò un elemento di coesione nella condanna di ogni tipo di colonialismo, impegnandosi per accelerare l'acquisizione dell'indipendenza da parte dei territori ancora soggetti alla dominazione portoghese. Posizioni unitarie furono espresse anche nel condannare i paesi che praticavano una politica di aperta discriminazione razziale (Rhodesia e Sudafrica).

Vincolata strettamente per principio al rispetto della sovranità e alla non-ingerenza negli affari interni delle nazioni, in ossequio alla lotta di decolonizzazione e alla necessità di evitare indebolimenti dei fragili Stati africani, l'OUA mostrò minore coesione quando dovette affrontare le dispute confinarie tra Stati o le numerose guerre civili che laceravano il continente, riconoscendo di fatto e di diritto l'intangibilità delle frontiere ereditate dalla colonizzazione.

I tempi dell'indipendenza
Il 1960 è stato chiamato l'anno dell'Africa. Nel corso di quell'anno infatti ben 17 paesi ebbero accesso all'indipendenza, a conclusione di processi politico-costituzionali diversi, in taluni casi lungamente maturati con la responsabile partecipazione e la consapevole pressione delle popolazioni, o almeno delle élite locali; in altri casi affrettati per rispondere alle istanze anticolonialiste ormai dominanti, o venuti a compimento per l'applicazione di uno stesso iter a territori di differente sviluppo politico.

Rispettivamente il 1° gennaio e il 27 aprile fu proclamata l'indipendenza di due territori retti in amministrazione fiduciaria dalla Francia: il Camerun, che dal 1957 godeva dell'autonomia interna, e il Togo, autonomo dal 1956; il 30 giugno quella del Congo già belga, a conclusione di una evoluzione politico-costituzionale accelerata a partire dal 1959; il 26 giugno divenne indipendente la Somalia già britannica e il 1° luglio, in anticipo rispetto al previsto termine dell'amministrazione fiduciaria che era stata affidata dall'ONU all'Italia, quella già italiana; la Nigeria nacque il 1° ottobre, dopo un complesso travaglio costituzionale, quale Stato federale. In varie date fra il giugno e il novembre, in base alla possibilità aperta da una modifica della Costituzione della Comunità francese, divennero indipendenti le repubbliche già autonome in seno alla Comunità (Madagascar, Dahomey, Niger, Alto Volta, Costa d'Avorio, Ciad, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Senegal, Mali, Mauritania).

Il processo di decolonizzazione andò ulteriormente affermandosi nel corso degli anni Sessanta: il 27 aprile 1961 divenne indipendente la Sierra Leone e il 9 dicembre il Tanganica, già amministrazione fiduciaria della Gran Bretagna; dal territorio del Ruanda-Urundi, in amministrazione fiduciaria belga, nacquero il 1° luglio 1962 il Rwanda e il Burundi. La proclamazione dell'indipendenza dell'Algeria (3 luglio) segnò la vittoria politica di un movimento nazionalista che aveva scelto, dal novembre 1954, la via della lotta armata conquistando progressivamente un'estesa adesione popolare. Sempre secondo lo schema di evoluzione politico-costituzionale propria dei territori dipendenti dalla Gran Bretagna, ma con maggiore travaglio per le particolari situazioni locali, giunsero all'indipendenza l'Uganda (9 ottobre 1962) e il Kenya (12 dicembre 1963)

Ancor più difficile la decolonizzazione dei territori che dal 1953 costituivano la Federazione dell'Africa centrale (concepita come strumento per il predominio della minoranza bianca) e della quale perciò i leader africani chiedevano la dissoluzione. Il Nyasaland divenne indipendente il 6 luglio 1964 con il nome di Malawi; il 24 ottobre fu la volta della Rhodesia del Nord, che assunse il nome di Zambia. Nella Rhodesia meridionale il governo locale rifiutò ogni concessione politica alla maggioranza nera, contrastando gli stessi orientamenti della madrepatria, sino a proclamare unilateralmente, l'11 novembre 1965, l'indipendenza, ovviamente non riconosciuta dalla comunità internazionale.

La decolonizzazione proseguì negli anni Sessanta nei restanti territori britannici: il Gambia accedeva all'indipendenza il 18 febbraio 1965, il Botswana il 30 settembre 1966, il Leshoto il 4 ottobre, Maurizius il 12 marzo 1968, lo Swaziland il 6 settembre 1968; nello stesso anno conseguiva l'indipendenza la Guinea Equatoriale.

Nei territori portoghesi i movimenti nazionalisti avevano iniziato la guerra armata il cui epilogo vittorioso si avrà molto più tardi, grazie anche alla svolta politica verificatasi in Portogallo nel 1974 (fine della dittatura Salazar). L'indipendenza della Guinea Bissau fu proclamata unilateralmente il 24 settembre 1973 e riconosciuta il 10 settembre 1974; quella del Mozambico il 25 giugno 1975; quella delle isole del Capo Verde il 5 luglio 1975; quella di São Tomé e Principe il 12 luglio 1975 e quella dell'Angola l'11 novembre 1975. Nello stesso 1975 la Spagna si ritirò dal Sahara occidentale, favorendone la concordata spartizione fra il Marocco e la Mauritania, mentre le Isole Comore raggiungevano l'indipendenza il 6 luglio 1975, seguite dalle Isole Seychelles il 28 giugno 1976.

Limiti della decolonizzazione
All'indomani della decolonizzazione, praticamente conclusa alla fine degli anni Settanta, la politica africana si spostò dalla prospettiva della lotta anticoloniale per concentrarsi sugli assetti interni. L'ideale di solidarietà e di unità dell'Africa, importante fattore ideologico nella lotta anticolonialista, non trovò, salvo pochi casi, concreta attuazione nel processo di decolonizzazione: l'indipendenza fu conseguita conservando il quadro della spartizione coloniale.

Assunta con l'indipendenza la diretta e piena responsabilità del proprio destino, i paesi africani si trovarono di fronte a molteplici problemi, alla cui base vi erano le loro condizioni di sottosviluppo, derivate da un insieme di fattori essenzialmente connessi alla stessa vicenda della dominazione coloniale. Questi problemi hanno messo i paesi africani nelle condizioni di dipendere dall'aiuto finanziario e tecnico esterno (delle ex nazioni colonizzatrici o di altri Stati), ma questi aiuti, inseriti in un sistema economico rispondente agli interessi dei paesi industrializzati, non sono riusciti ad avviare il progresso dell'Africa.

Alla valutazione ottimistica della politica degli aiuti e, in generale, di tutto il rapporto fra i paesi ricchi e l'Africa, se ne contrappone dunque una critica, secondo la quale il sistema occidentale riesce a esercitare, attraverso i meccanismi dell'economia mondiale e in particolare attraverso gli aiuti, un'ingerenza e un controllo, il cosiddetto neocolonialismo, sui paesi in via di sviluppo e specialmente su quelli africani.

Con queste difficoltà si sono intrecciate quelle connesse alla tradizione, anche remota, del mondo africano e alle conseguenze del periodo coloniale. I nuovi Stati dell'Africa sono nati dal processo di decolonizzazione senza rispondenza con un sentimento di identità nazionale diffuso nell'intera popolazione. La ‘costruzione della nazione' ha incontrato molteplici resistenze in quasi tutti i paesi: eterogeneità della composizione etnica e conseguenti rivalità tribali e regionali; contrapposizione fra popolazioni delle regioni costiere e quelle delle zone interne; diversità di religioni; pluralità di lingue, ostacolo per la gestione delle comunicazioni sociali (il che ha generalmente portato all'adozione come ufficiale della lingua dell'ex colonizzatore); presenza di minoranze non africane, asiatiche o europee. Di fronte a queste difficoltà il gioco delle forze politiche e sociali si è svolto secondo linee e sviluppi in parte simili, in parte diversi nei vari paesi.

Per effetto della decolonizzazione, si sono formati Stati deboli e vulnerabili, la cui stabilità è resa incerta dalle frontiere controverse, dalla mancanza di una chiara coscienza nazionale e dal carattere provvisorio delle istituzioni inaugurate al momento dell'indipendenza. All'interno delle varie nazioni è prevalsa la tendenza all'autoritarismo, in realtà politico-costituzionali caratterizzate dall'esistenza di un partito unico, al quale si è giunti di solito per una graduale evoluzione dal sistema pluripartitico, ereditato al momento dell'indipendenza dal modello del colonizzatore, attraverso la fase del bipartitismo. Il partito unico, che in molti Stati prevale di fatto sugli altri organi costituzionali, ha trovato giustificazione nella necessità di evitare l'espressione, attraverso più partiti, di tendenze centrifughe e particolaristiche, ostacolo alla integrazione nazionale e allo sviluppo economico-sociale.

I limiti dell'indipendenza africana sono apparsi con maggior evidenza perché l'ultima fase della decolonizzazione, la cosiddetta ‘seconda decolonizzazione', sembrava aver fatto tesoro dell'esperienza precedente puntando a un'indipendenza che non si fermasse alle soglie della sovranità ma cercasse di trasformare in profondità le strutture sociali. Questo era soprattutto il programma dei movimenti di liberazione delle colonie portoghesi, pervenute all'indipendenza dopo la caduta del regime salazarista, le quali faticarono non poco, per cause interne e soprattutto esterne, a tradurre in pratica i principi di cui i partiti-eserciti di liberazione erano portatori.

La crisi del modello dello Stato nazionale
L'autodeterminazione in Africa è stata concepita e attuata Stato per Stato sulla base dello spazio territoriale, spesso artificioso, stabilito dal colonialismo. Temendo una corsa generale verso una seconda spartizione, i governi africani e per essi l'OUA hanno rinunciato a cercare soluzioni più rispondenti ai caratteri storici, etnici e culturali. Si spiega così la scarsa udienza che ha avuto in Africa, per esempio, la lotta di liberazione dell'Eritrea, ritenuta parte di uno Stato indipendente, l'Etiopia. L'OUA si è sempre opposta alle guerre di secessione e ai tentativi più o meno violenti di rimodellare la mappa geopolitica del continente in vista di una maggiore coincidenza fra statualità e nazionalità.

Nell'ultimo decennio del Novecento la carta politica dell'Africa non ha più presentato quella nutrita serie di variazioni, con il cambiamento dei nomi di Stati e di città e con il trasferimento di molte capitali, che aveva accompagnato tutta la fase della decolonizzazione. Ma questo non ha affatto significato che il continente abbia raggiunto un periodo di stabilizzazione politica: anche il volgere del secolo 20° è stato costellato da una cospicua serie di cambiamenti, spesso cruenti, dei governi, nonché di scontri di fazioni, di lotte tribali. Alcuni di questi conflitti, come quello che ha opposto le etnie hutu e tutsi nel Ruanda e nel Burundi, hanno varcato la soglia del genocidio.

La caratteristica più vistosa dell'evoluzione politica del continente africano sembra comunque essere stata una sorta di regressione a forme preterritoriali, premoderne, dell'esercizio del potere politico. Che gli Stati africani, ricalcati sul modello nazionale tipico dello Stato europeo, presentassero una rimarchevole debolezza strutturale proprio negli aspetti fondativi (tradizione, legittimità della sovranità, lealtà della cittadinanza, coerenza di popolazione e territorio) era chiaro prima ancora che si completasse il processo di decolonizzazione. La prima fase di vita indipendente, corrispondente alla prima generazione di leader, vide comunque gli Stati africani adattarsi, talvolta anche con apparente successo, al modello europeo.

Ma la scomparsa delle figure carismatiche di prima generazione, il fallimento dei processi di sviluppo economico e socio-politico, la persistenza di forme di identità estranee alla concezione moderna dello Stato e una conflittualità interna niente affatto sopita hanno evidenziato la difficoltà del tentativo di esportare in Africa (in particolare nell'Africa nera) il modello dello Stato-nazione. Nel corso degli anni Novanta una serie di eventi tragici ha esplicitato la crisi.

In molti casi l'elemento venuto più rapidamente meno è stato proprio il confine territoriale, al quale peraltro quasi mai, in Africa, si è potuto assegnare un valore affine a quello che ha avuto in Europa: esso appare ormai completamente travolto da dinamiche politiche che vedono lo strumento principale non nell'organizzazione del territorio, ma in quella della popolazione, secondo un modello tipico della realtà etnica e tribale risalente ai secoli precedenti l'intromissione europea in Africa.

Carta dell'Africa nel 1890
Attraversato da flussi di ogni genere, di persone (nomadi, migranti, profughi, guerriglieri) come di beni, in forme lecite o più spesso illecite, il confine in Africa sembra aver perduto le sue funzioni e la sua riconoscibilità, mentre poteri sempre più autonomi dallo Stato territoriale cercano di garantirsi un accesso al mercato mondiale, spesso sostenuti in questo tentativo da interessi del tutto esterni al continente.



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Articolo di
Maris Davis

Maris Davis

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