mercoledì 26 ottobre 2016

Tratta di esseri umani, crescono in modo esponenziale le vittime in Italia

Il sistema non è preparato ad accogliere le vittime di "trafficking". Lo denuncia l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che in un report racconta le violenze subite lungo le rotte migratorie. La preoccupazione di associazioni ed ex-vittime.

Quello della tratta è un fenomeno in "crescita esponenziale" anche sul territorio italiano, tanto che la situazione "rischia di essere fuori controllo". Il campanello d’allarme è stato suonato da OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, in occasione della Giornata Europea contro la Tratta, celebrata lo scorso 18 ottobre. "Sono sempre di più le vittime, mentre manca un’identificazione accurata, e i posti per accogliere chi è ricattato delle organizzazioni criminali sono del tutto insufficienti"

Violenze "affini" a quelle della tratta. A preoccupare l'OIM, che gestisce programmi di ritorno volontario e assistenza ai migranti in quasi tutto il mondo, sono anche quelle situazioni di violenza e abuso a cui è esposta la maggior parte delle persone che arrivano in Italia via mare, transitando da Egitto, Libia e dai paesi del Maghreb. Secondo un report dell’organizzazione, presentato in occasione della Giornata contro la Tratta, e basato su novemila interviste realizzate in 10 mesi, il 71 per cento di queste persone subisce infatti "pratiche affini a quelle della tratta", ovvero detenzioni arbitrarie, rapimenti a scopo estorsivo, lavoro forzato o non pagato e offerta di soldi in cambio di sangue o organi.

Situazioni para-schiavistiche. I più esposti sono, sottolinea il rapporto, i cittadini dell’Africa occidentale, provenienti in gran parte da Nigeria, Senegal, Gambia, Guinea Conakry, Costa D’Avorio e Mali. Spesso giovanissimi, fra il 18 e 25 anni, si imbattono in gruppi criminali in Niger, Libia ed Algeria, paesi di transito verso l’Italia e l’Europa. La lunga durata dei viaggi, che nel 35 per cento dei casi superano i sei mesi, rende più probabile il trovarsi in situazioni para-schiavistiche, tanto che queste pratiche sono, secondo l'OIM, "di una dimensione e frequenza estremamente preoccupante"

Sempre più donne nigeriane in Italia. Se chi ha subito violenze in queste rotte andrebbe assistito, attenzione ancora maggiore andrebbe dedicata alle vittime della tratta, ovvero a chi viene mantenuto in uno stato di assoggettamento fisico e psicologico anche una volta arrivato sul territorio italiano. Parliamo, in gran parte, di donne sfruttate a scopo sessuale. Sempre OIM denunciava lo scorso agosto la crescita, all'interno dei flussi di persone in arrivo dalla Libia, di donne nigeriane. 4.600 nei primi nove mesi del 2016, l’80 per cento delle quali è nelle mani di network criminali organizzatissimi e capaci di intercettarle anche nei centri di prima accoglienza, in tutta la penisola. Moltissime sono ragazzine, quasi bambine.

Un sistema già sovraccarico. All'allarme lanciato da OIM hanno fatto eco le voci delle organizzazioni che lavorano contro la tratta in Italia. "La recentissima adozione del Piano Nazionale Anti-tratta fa ben sperare, ma l’accoglienza delle ragazze nigeriane non può ricadere su un sistema già sovraccarico". Le risorse insomma sono state stanziate, sono 15 milioni di euro per 28 progetti di accoglienza nei prossimi 15 mesi, ma non coprono tutto il territorio nazionale e, se non saranno affiancate da fondi per il contrasto e per le indagini da parte delle forze di polizia, rischiano di avere un’efficacia limitata.

Network criminali e ruolo delle ex-vittime. Va soprattutto considerato che "ci si trova di fronte a gruppi criminali che hanno risorse enormi e strategie ben oliate, e dunque inattaccabili senza una contro-strategia". Altro elemento critico è il coinvolgimento delle stesse vittime e delle donne sopravvissute allo sfruttamento nei percorsi di protezione.

Per Isoke Aikpitanyi, sopravvissuta ad anni di violenze e oggi animatrice di “Le Ragazze di Benin City”, una rete di ex-vittime, “le politiche contro la tratta hanno bisogno di un grande rinnovamento, superando la burocrazia dei bandi, che non premiano l’innovazione e l’apertura a nuovi soggetti”. Non sarebbe insomma solo questione di fondi, ma anche di approccio.

Favour, Lilian, io stessa, e tante altre. Troppe donne vittime e troppo spesso "morte di tratta" in Italia. Insieme ad altre ex-vittime, Aikpitanyi sta cercando di dare un nome alle centinaia di donne uccise in Italia da organizzazioni criminali, come Favour, Loveth e Bose, assassinate a Palermo, Cristina, crocifissa a Firenze, o Leona, transessuale che si è impiccata pur di non tornare nelle mani dei suoi sfruttatori. Storie marginali, spesso relegate nelle cronache locali, che raccontano però la forza delle reti transnazionali della tratta, costruita su abusi e terrore.

Io stessa potrei non essere qui oggi, perché quando mi sono ribellata ai trafficanti nessuno mi ha protetta. Per questo non si possono immaginare politiche contro la tratta senza ascoltare le vittime, che devono diventare protagoniste e non solo usufruire passivamente di servizi sociali


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Articolo curato da
Maris Davis

lunedì 24 ottobre 2016

Immigrazione, dopo averla sfruttata per secoli ora l'Europa sbatte le porte in faccia all'Africa

Calais e la sua "giungla", Francia e Gran Bretagna, va in onda l'ipocrisia di questa Europa capace solo di innalzare muri e barriere.

Migranti, Francia e lo sgombero della Giungla di Calais. Centinaia di migranti con i loro pochi averi sono in coda davanti a un hangar fuori Calais per essere distribuiti altrove, mentre il governo di Parigi ha avviato lo sgombero del campo noto come la "giungla". I primi bus sono già partiti verso le destinazioni dei CAO, i campi di accoglienza e orientamento. A bordo, soprattutto sudanesi, il gruppo etnico più numeroso fra i primi che si sono presentati alle partenze. Ad ognuno è stata proposta la scelta fra due dei 450 centri di accoglienza pronti a riceverli su tutto il territorio francese.

Polizia in tenuta anti-sommossa controlla le operazioni, dopo che nella notte piccoli gruppi di migranti hanno dato fuoco ai bagni e lanciato pietre contro le forze di sicurezza per protestare contro lo sgombero. La questione più spinosa è costituita da coloro che non vorranno abbandonare il campo con il desiderio di attraversare il Canale della Manica.

Il governo francese ha programmato un importante dispiegamento di polizia, con il rinforzo di 2.000 agenti, per evitare che chi rimane di installi in altri campi di fortuna. Alcuni migranti si sono opposti agli spostamenti anche con la forza, gli agenti hanno utilizzato in questi scontri i gas lacrimogeni. Il "muro" di Calais pagato dagli inglesi e costruito dai francesi, il simbolo straziante e doloroso dell'ipocrisia europea.

Della "ipocrita" Francia, in primo luogo, che mentre ha ancora interessi economici pesantissimi nelle sue ex colonie dell'Africa Sub-Sahariana e permette la sopravvivenza di dittatori e despoti come Idriss Déby in Ciad (da 26 anni al potere), di Paul Biya in Camerun (da 34 anni al potere, una delle più longeve dittature dell'Africa), o in Gabon dove tutto è ancora francese perfino la moneta, il Franco CFA, che è ancora quella dell'epoca coloniale, e dove prospera la dinastia della famiglia Bongo che si tramandano il potere di padre in figlio fin dall'indipendenza. Francia che ha permesso a Blaise Campaoré, un assassino, di governare il Burkina Faso per ben 27 anni. E poi c'è il Togo, il Benin, da poco emancipato, il Mali e il Niger infiltrati oggi da bande di integralisti islamici e che sono il crocevia del traffico di migranti che si dirigono verso la Libia, e la Repubblica Centrafricana, dove i militari francesi in "missione di pace" stupravano le bambine ospiti nei campi profughi .. Questa è la Francia che oggi chiude le porte agli africani.

E poi c'è l'Inghilterra, oggi come allora, che si chiude nel suo splendido isolamento dopo aver depredato a destra e a manca mezzo mondo, e che oggi "ruba" il petrolio della mia Nigeria, i diamanti della Sierra Leone, della Namibia e del Sudafrica, il coltan della Repubblica Democratica del Congo, ecc..

Le ex-potenze coloniali hanno depredato l’intero continente africano. Ora si è aggiunta la Cina. Ecco perché milioni di persone rischiano la vita per attraversare il Mediterraneo

Da tempo l’Italia sollecita solidarietà in Europa per condividere l’onere dell’immigrazione. La richiesta, senza successo, è motivata da comunanza d’interessi di fronte a violenza e povertà in Africa. In effetti, l’esodo attraverso il Mediterraneo non è solo il risultato di miserie attuali. È conseguenza del più grande crimine nella storia dell’umanità: un delitto perpetrato a Londra, Parigi e Bruxelles, e che ora continua con il concorso di Pechino. Un crimine che ha causato, dice l’ex-capo Onu Kofi Annan, oltre 250 milioni di morti (neri). Per farsi un’idea, il doppio dei morti (bianchi) nelle due guerre mondiali. Storia e giustizia motivano la richiesta italiana, non solo solidarietà.

Una parola sintetizza la tragedia africana, sfruttamento. La razzia incessante delle risorse, umane, minerarie, agricole. Inizia nel XV secolo, quando i portoghesi mappano coste e sviluppano affari. Poi Spagna, Inghilterra e Francia trafficano spezie e, in maniera crescente, esseri umani. Per tre secoli gli europei non penetrano all'interno del continente, contano sugli arabi che assalgono i villaggi e organizzano interminabili carovane di prigionieri fino al mare, trasportati a oriente verso il Golfo e l’Asia, e a occidente verso le Americhe.

Schiavi tre su quattro .. Nel '600 tre africani su quattro sono intrappolati in una qualche forma di servitù. Inglesi e francesi si distinguono per un lucroso commercio triangolare, trasportano cargo umano nelle Americhe, dove usano le acque fredde del Nord per disinfettare navi purulente di sangue e infestazioni. Poi caricano zucchero, cotone e caffè che trasportano in Europa (a Liverpool e Nantes). Quindi riempiono le stive di manufatti, alcool, armi e polvere da sparo che barattano in Africa con altre vittime. La razzia accelera quando, come risultato della guerra di successione spagnola (i trattati di Utrecht del 1713), Londra ottiene il quasi monopolio del traffico di schiavi attraverso l’Atlantico. Il picco è raggiunto alla fine del ‘700 per un totale di 100 milioni di vittime (stima incerta, ma realistica).

All’inizio del ‘800 due mutamenti storici convergono. Dopo decenni di lotta, il movimento anti-schiavista prevale. Nel 1807 il Regno Unito decreta la fine del traffico internazionale di esseri umani, l’anno successivo aderiscono gli Usa. (Non è la fine della schiavitù, ma solo la fine del trasporto nell'Atlantico). Al contempo, e per recuperare reddito, inizia l’esplorazione del cuore dell’Africa. David Livingstone, H.M. Stanley e più avanti Richard Burton, mappano i fiumi del Congo, scoprono i grandi laghi e trovano le sorgenti del Nilo. Lo spirito d’avventura anima gli esploratori. La ricchezza delle risorse africane motiva i loro governi, afflitti da problemi economici, una lunga depressione in Francia e Germania (1873-96), un continuo disavanzo commerciale in Inghilterra. L’Africa è ritenuta la soluzione della crisi, grazie alle sue grandiose risorse: rame, diamanti, oro, stagno nel sottosuolo. Cotone, gomma, tè e cocco in superficie.

L'occupazione .. Entrano anche in gioco interessi individuali, anzi, personali. L’inglese Cecil Rhodes chiama Rhodesia (oggi Zimbabwe) il Paese del quale s’impossessa. Il re del Belgio Leopoldo II dichiara il Congo proprietà personale e passa dal furto delle risorse umane all'esproprio di quelle naturali. "Quando, dopo 200 anni, traffici umani, mutilazioni e mattanze terminano, inizia la razzia di avorio e caucciù", scrive Stephen Hoschchild, biografo di Leopoldo. In una storia di avidità e terrore, l'African Company (di proprietà del re) causa 10 milioni di morti ed espropria risorse per decine di miliardi attuali. Venti-trentamila elefanti sono abbattuti annualmente. E il Belgio emerge come il Paese più ricco in Europa .. E oggi il Belgio con la sua Bruxelles è la capitale di questa "ipocrisia" europea.

Inevitabilmente la corsa a derubare l’Africa diventa ragione di scontro tra le potenze coloniali. Intimorito, il kaiser Guglielmo II di Germania convoca la conferenza di Berlino (1884), durante la quale le potenze europee si spartiscono il continente africano. Un accordo che dura fino al 1914. La demarcazione dei confini coloniali decisa a Berlino violenta le realtà africane, racchiude etnie, religioni e lingue in confini artificiali, al solo fine di perpetuare il saccheggio delle risorse. In breve, i confini tracciati dagli europei allora pongono le basi per la violenza e la povertà di oggi.

La Seconda Guerra Mondiale .. Dopo la seconda guerra mondiale, all'inizio degli anni '60, l’Africa diventa indipendente, con risultati non meno devastanti. In vari Paesi il potere passa nelle mani della maggiore etnia, che raramente coincide con la maggioranza della gente, chi è fuori dal clan è oppresso, spesso "cancellato" fisicamente. Imitando gli ex-oppressori coloniali, i nuovi despoti gestiscono le risorse come proprietà personale. Rubano quanto possibile. Il resto finisce nelle tasche di amministratori corrotti, finanzia milizie a sostegno del potere e, soprattutto, compra la correità degli investitori esteri, inglesi, francesi e belgi. Nel primo mezzo secolo d’indipendenza africana gli interessi economico-finanziari europei (a volte americani) mantengono al potere dittatori sanguinari in nazioni artificiali. Rivolte e fame hanno un costo umanitario drammatico.

Una seconda liberazione si delinea dopo il 1990. Grandi despoti scompaiono, e con essi gli immensi patrimoni da loro saccheggiati. Il comunista Mengistu fugge dall'Etiopia, Mobutu muore in Congo, il nigeriano Abacha spira nelle braccia di una prostituta, questi due ultimi accusati di aver rubato almeno 5 miliardi di dollari a testa. Soldi impossibili da recuperare. L’Onu è risalito a parte dei fondi di Abacha in banche anglo-svizzere, che gli avvocati dei figli del dittatore hanno subito congelato. Inevitabilmente le risorse rubate ai cittadini africani finiscono con l’arricchire le banche di New York, Londra, Svizzera e Lussemburgo.

La "giungla" di Calais
La situazione oggi .. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, furti e violenza continuano, dal Sudan di Al-Bashir (due milioni tra morti e rifugiati), al Congo (Repubblica Democratica) di Kabila (6 milioni di morti). Dal Zimbabwe di Mugabe, al Sud Africa di Zuma. In Guinea Equatoriale il presidente Obiang, al potere da 35 anni, nomina vice-presidente il figlio Mangue, un vizioso che colleziona auto di lusso, tra esse una Bugatti da 350 mila dollari che raggiunge i 300km/h in 12 sec. Il settimanale inglese The Economist elenca 7 Paesi africani su 48 come liberi e democratici: tra essi Botswana, Namibia, Senegal, Gambia e Benin. Altrove gli autocrati perpetuano il potere modificando la costituzione (in 18 Paesi), oppure ignorandola (Repubblica Democratica del Congo). Il vincitore "prende tutto", dice Paul Collier di Oxford, ruba per ripartire le spoglie con quanti l’aiutano a preservare il potere. Nulla sfugge al suo controllo, parlamento, banca centrale, commissione elettorale e media.

A tutt’oggi, i Paesi europei che erigono muri e fili spinati contro gli immigrati africani continuano a depredare le materie prime dell’Africa. Non solo oro e petrolio, disponibili altrove. Sono soprattutto i minerali rari che interessano, uranio, coltan, niobium, tantalum e casserite, necessari nell’elettronica dei cellulari e in missilistica. Allo sfruttamento ora partecipa attivamente anche la Cina, prediletta dai despoti africani perché non condiziona prestiti e investimenti a clausole per proteggere democrazia e ambiente. Insomma, una catena d’interessi stranieri mantiene il continente nella disperazione. Parlamenti e amministrazioni sono corrotti, strade, energia elettrica e ferrovie inesistenti.

Fuga verso l'occidente .. A questo punto la gente africana ha una misera scelta, morire di violenza e povertà in patria, oppure rischiare la vita nel Mediterraneo, in un esodo dalle dimensioni bibliche, decine di migliaia di persone negli ultimi mesi, decine di milioni negli anni a venire.

Papa Francesco (ipocrita esso stesso, preferisce la pax apostolica piuttosto che denunciare le atrocità dell'Islam, anche nei confronti dei cristiani) parla di carità. Il governo italiano di solidarietà. Certamente. Soprattutto il mondo riconosca che Londra, Parigi e Bruxelles hanno causato il dramma africano, derubando dignità e risorse a gente già povera. È tempo di risarcimento, com'è avvenuto dopo la prima guerra mondiale, dopo l’olocausto, e a seguito di disastri naturali.

Risarcimento in termini di assistenza allo sviluppo (per fermare la migrazione) e in termini d’integrazione (per assistere gli immigrati).

L’Italia, con le sue minime colpe coloniali, ha poco da risarcire e tanto da insegnare ai Paesi che ora erigono barriere contro le vittime della violenza europea

Conoscere il passato per capire il presente



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Articolo a cura di
Maris Davis

martedì 18 ottobre 2016

Maimuna, salvata dalla strada in un modo che fa piangere il Cuore

Picchiate e torturate, un viaggio nell'orrore delle schiave del sesso

Maimuna, la sua è una storia sbagliata che alla fine diventa giusta. O per lo meno sopportabile, perché in effetti "giusta" non può diventarlo più. Non si sa ancora quanti anni abbia. Ma presumibilmente, osservandola di notte in un sabato bagnato di inizio ottobre, mentre tiene gli occhi bassi nel gigantesco parcheggio di Perugia dove fino a pochi minuti prima si vendeva per trenta euro a clienti bavosi, non arriva a diciotto. È sottile, spaventata, piena di incubi e di freddo ed è evidente che oramai considera la sua bellezza una complicazione sgradita.

Le avevano detto sei carina, ti portiamo in Italia e ti troviamo un lavoro. Con gli occhi grandi che hai ci sarà la gara per farti fare la baby sitter. O magari l’assistente parrucchiera. Farai i soldi, aiuterai i tuoi. Gran posto l’Europa.

È partita da Benin City la scorsa primavera. Da tre mesi è costretta a "battere" per ripagare un debito di 50mila euro che non sapeva neanche di avere contratto. "O ci dai i soldi o massacriamo la tua famiglia". Intanto hanno violentato lei, che in Italia è arrivata via mare, passando dalla Libia e adesso vuole solo che tutto finisca prima che il dolore la divori.

Maimuna è diventata una delle centomila ragazze di strada vittime della tratta e del racket che si vendono per magnaccia, mamam, padroni, boss e padroncini, quasi tutti controllati dalla mafia albanese, o da quella dell'est europa, oppure da quella cinese, o da quella nigeriana, quest'ultima la più forte e determinata tra tutte queste, da Torino a Palermo, in tutta Italia.

Il 36% (più di un terzo) di loro viene dalla Nigeria come la piccola Maimuna, il 22% dalla Romania, il 10,5% dall'Albania, il 9% dalla Bulgaria e il 7% dalla Moldavia. Le restanti sono ucraine, o magari cinesi. Le italiane (che sempre più spesso lavorano in casa) sfiorano appena l’1%. C’è crisi per tutto, ma non per il commercio sessuale. Importiamo ragazzine come se fossero divani o prosciutti. Le statistiche del Rapporto Globale sul traffico di esseri umani, unite a quelle del Ministero della Giustizia fanno impressione, ma non bastano a far sì che lo Stato si muova.

Sul tema della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale il governo italiano è purtroppo inerme, incapace di affrontare un problema che in questi ultimi anni è decuplicato. Sono nove milioni gli italiani che almeno una volta hanno frequentano una prostituta, ovvero un italiano maschio su tre,(compresi i bambini), un terzo di questi lo fa abitualmente, in moltissimi lo fanno saltuariamente.

Allora si muove l'associazionismo, a partire dalla Comunità Giovanni XXIII, di Rimini, quella fondata da don Benzi e che adesso si affida a don Aldo Bonaiuto, un prete quarantenne che di don Benzi era il braccio destro e che ogni fine settimana, da quattordici anni, a mezzanotte si presenta al parcheggio di Pian di Massiano, a Perugia appunto, per fare una cosa apparentemente velleitaria, pregare.

Organizza un grande cerchio con una trentina di amici, frati, volontari e due o tre ragazze che negli anni l’associazione ha portato via dal marciapiede, poi accende il microfono per le Ave Maria. Prima però grida "Sisters, sisters, sisters, come here", come se stesse parlando con la notte. Invece parla alle nigeriane che per mezz'ora lasciano la strada, escono dal bosco e dalle macchine e si uniscono a lui cantando, arrivando alla spicciolata sotto gli occhi dei papponi che guardano torvi da lontano. Stanotte sono otto. E sembrano tutte bambine.

Maimuna finisce per caso di fianco a Maleva, che è fragile come uno spaghetto e di anni ne ha 22 e da poco più di dodici mesi vive in una delle case della Giovanni XXIII. Anche lei viene da Benin City. Anche lei è stata violentata in Libia dopo avere attraversato il deserto nascosta sotto una coperta nel retro di un pick-up.

"Poi mi hanno chiusa in un compound assieme a centinaia di persone di cui non capivo la lingua, finché un giorno ci hanno detto: correte verso il mare, la barca vi aspetta. Ho sgomitato, mi sono aggrappata a una corda, sono salita a bordo. Non c’era cibo, non c’era acqua, solo il mare sterminato. Mi sono affidata a Dio, finché una nave ci ha preso a bordo vicino a Lampedusa. Mi hanno curato e dato da mangiare. E finalmente ho dormito. Poi sono scappata verso Torino. Credevo che là ci fosse il lavoro che mi avevano promesso. Invece c’era solo la strada"

"Ci devi 35mila euro. Se non ce li dai indietro uccidiamo tua sorella piccola". "Piangevo. La mamam, la donna che ci controllava in casa, mi ha insultato pesantemente prima di aggiungere: che piangi a fare, a tutte noi è andata così. Pensavo che volevo morire. La morte non poteva essere peggio di quello schifo. Ma è arrivato don Aldo, il mio nuovo papà. E con lui Marina, la mia mamma. E ho trovato nuove sorelle e nuova speranza. Così non voglio più morire"

È questa la storia che racconta a Maimuna ed è come se le stesse dando dell’acqua dopo la traversata del Sahara. Anche don Aldo parla con la bambina. "Vuoi che qualche pazzo di strada distrugga la tua vita? Vuoi davvero stare dentro questo orrore? Vieni con noi. Ti proteggiamo. Ti diamo un lavoro. Ti facciamo vedere che l’Italia può essere anche un bel posto"

Lei, Maimuna, ha sul viso un’espressione molto compresa, perché sa che ogni errore le può essere fatale. Pensa. Guarda per terra. Prende il cellulare. Si allontana dicendo, "ho un debito, come posso fare?". Chiama la mamam, è prigioniera. Quella le dice: "torna subito qui". Ed è come se la paralizzasse. "Che succede alla mia famiglia?", chiede Maimuna a don Aldo. "Sanno che sei in strada?". "No". "Non succederà niente a loro e se vieni con noi potrai chiamarli per raccontare che va tutto bene". Sono tante quelle che la Giovvanni XXIII ha salvato, salvato sì, ma tante sono scappate. E quando scappano è difficile che finisca bene. "Che cosa vuoi fare piccola Maimuna?"

I bordelli olandesi .. Succede raramente che una ragazza dica di sì. Però succede. "È la nostra pesca miracolosa", dice don Aldo, che nel pomeriggio era seduto in una delle sue case protette per spiegare ancora una volta la guerra che combatte ogni giorno. "Abbiamo fatto anche una campagna pubblicitaria. Si chiama “Questo è il mio corpo”, perché il racket della prostituzione viola la dignità umana e i clienti sono complici. Quando sento parlare di ritorno alle "Case Chiuse" mi viene la pelle d’oca. È gente che dice le cose senza sapere niente. Assieme alle organizzazioni criminali dobbiamo punire i clienti".

Tu sei un prete cattolico don Aldo, è ovvio che parli cosi. "Lo sono. Ma sono soprattutto una persona che cerca una risposta pratica. E guardo quello che succede nel resto del mondo". Cita i dati del Dutch Policy on Prostitution, osservatorio di Amsterdam: il 75% delle donne presenti nei bordelli olandesi e tedeschi è lì contro la propria volontà.

"Non è un caso se Germania e Olanda sono in testa alle classifiche della tratta". E poi racconta i casi di Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Irlanda del Nord e Francia dove il "modello nordico" punisce anche il cliente con multe salate. "In Svezia la prostituzione è diminuita del 65%, in Norvegia del 60%. Anche l’opinione pubblica che prima vedeva la multa come una violazione delle libertà personali oggi ha cambiato idea. Noi in questi anni abbiamo accolto più di settemila ragazze. Ottocento in questa casa. Credi che ce ne fosse anche solo una che si vendesse per scelta? Ma non importa che tu creda a me. Importa che tu parli con loro". Loro, che in casa vivono come si fa nelle famiglie. Condividendo il cibo, le fatiche domestiche, i tentativi di rinascere, l’impossibilità di dimenticare.

L’orecchio strappato .. Ci sono le ragazze nigeriane. E ci sono le ragazze dell’est. Nadia viene dalla Romania e porta i capelli legati in uno chignon che le lascia scoperte le orecchie. Una gliel'hanno dovuto ricostruire, quella destra. "Me l’hanno strappata con una pinza". Ha gli occhi mobili, inquieti. Anche se deve raccontare un incubo che ha quasi dieci anni. Era appena diventata maggiorenne. "Due persone che allora consideravo amiche, anzi parenti, sono venute a casa e mi hanno detto: in Italia c’è l’opportunità di guadagnare. Pensavo di venire a fare la baby sitter. Mi hanno sbattuta in strada. Con violenza. Io mi prostituivo e loro mi controllavano. Un giorno non ce l’ho fatta più. Volevo smettere e loro mi hanno picchiata selvaggiamente. Con un bastone. Dopo avermi strappato l’orecchio con le pinze e i capelli a mani nude. Me li hanno portati via a ciocche"

Le hanno bucato un polmone, rotto tre costole, spaccato le ginocchia. Ma quella sera stessa l’hanno costretta a tornare a vendersi. Le ferite alle ginocchia le hanno chiuse con del nastro adesivo. Era più morta che viva. Ma un cliente l’ha caricata ugualmente. È svenuta. A quel punto le sue compagne hanno chiamato la polizia. Quando l’hanno fatta uscire dalla macchina rantolava. All'ospedale i medici hanno detto solo: "Pochi minuti ancora e ci restava secca". Oggi anche lei va in giro per strada con don Aldo a parlare con le connazionali. E a farle ragionare è la più brava di tutti. "È una cosa che dà un senso alla mia vita. Ma se devo andare in giro in città per conto mio preferisco ancora di no". È bella e ferita. Si alza per preparare la cena.

La storia di Ivana è diversa solo in qualche dettaglio. La mamma alcolizzata, la vita con la nonna, la promessa di un lavoro, le botte e le lacrime. "Mi ha portata in Italia un’amica d’infanzia. Mi facevano prostituire a Lido di Savio minacciando di ammazzare mia nonna. Ed è lì che un signore mi ha tolto dalla strada e mi ha fatto arrivare a Rimini". È costretta a portarsi dietro questa amarezza strisciante chissà fino a quando, ma giorno dopo giorno la sua vita prende una forma diversa.

Sono le dieci di sera. Don Aldo è pronto alla partenza per Perugia. Ivana guarda Maleva. "Forza, che è ora di andare". E lo dice con un’ombra di tenerezza intorno alla bocca.

La scelta di Maimuna .. Perugia è divisa in due zone. Da una parte le bianche, dall'altra le nere. Don Aldo si ferma prima dalle bianche, parla con loro, mentre i magnaccia gli accendono addosso i fari. Le ragazze dicono: "È uno squallore, ma dobbiamo pagare l’affitto, mantenere il bambino", sono turbate, sbrigative, tristi, ma nessuna di loro rifiuta il numero della Giovanni XXIII. "Chiamerai?". "Chi lo sa".

La prossima settimana i volontari dell’associazione torneranno e, conoscendo in anticipo l’inarrivabile bellezza dei volti mai visti, se non troveranno loro parleranno con le colleghe. Intanto don Aldo sale a Pian di Massiano, la preghiera inizia, le nigeriane arrivano, e Maleva parla con Maimuna, che lì per lì si accontenterebbe banalmente di un luogo dove sia possibile sparire, ma che adesso pensa che forse esiste qualcosa di più. Don Aldo le dice ancora: "Dai vieni".

Lei risponde d’istinto: "Va bene, portatemi via" con la voce sottile. Apre il cellulare, toglie la scheda che consente alla mamam di controllarla. Due papponi la guardano male, ma c’è troppa gente per intervenire. Maleva le apre lo sportello. E prima di farla salire l’abbraccia.


Maimuna è salva, ha scelto la libertà



Articolo a cura di
Maris Davis

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lunedì 17 ottobre 2016

Sulle strade italiane dove cresce in modo esponenziale la mafia nigeriana

Un impero economico illegale che si aggira tra 1,3 e 1,7 miliardi di euro all'anno e che poi viene "re-investito" nel traffico di armi e di droga, soldi che servono per alimentare la corruzione e per portare sempre nuove ragazze in Italia.

Migliaia di ragazze sono costrette a prostituirsi da un’organizzazione spietata che si sta ramificando senza clamore ma con decisione. Chi l’ha studiata spiega perché

Non c'è dubbio che la Mafia Nigeriana in Italia è in forte ascesa. Ha un'organizzazione rigida e verticistica, con le teste pensanti ad Abuja o a Benin City che riescono a corrompere i gangli vitali della burocrazia e della politica nigeriana ad ogni livello, con "reclutatori" di ragazze nelle periferie povere delle città o nelle zone rurali del Sud della Nigeria, con "trafficanti" di uomini, di droga o di armi pronti a fare il "lavoro sporco" al di fuori della Nigeria, fino in Libia e poi in Italia.

In Italia la "mafia nigeriana" è organizzata in cellule, gruppi di pochissime persone che riescono a gestire fino a dieci e più ragazze ciascuno. In questi gruppi i maschi rimangono per lo più nell'ombra con compiti di controllo e gestiscono la parte organizzativa (luoghi in cui far prostituire le ragazze, ricerca di appartamenti, ecc..) molto spesso gestiscono anche altri traffici come droga e armi. Le donne invece, le mamam, sono quelle che sono a contatto diretto con le ragazze da sfruttare e "materialmente" sono quelle che le fanno prostituire e poi incassano il denaro.

In Italia la mafia nigeriana è infiltrata molto capillarmente in tutta Italia, tanto che è possibile affermare che pochissime città italiane si possono considerare "mafia nigeriana free". Pochissime sono le città italiane dove non ci sono ragazze nigeriane costrette a prostituirsi.

Dalla metà degli anni '90, quando anch'io ero merce nelle mani protettori nigeriani, e fino ad oggi la "mafia nigeriana" si è ramificata in Italia in modo esponenziale. Solo nel 2015 sono arrivate in Italia più di 5.000 ragazze nigeriane, e nel 2016 questo numero potrebbe essere ampiamente superato.

Le ragazze arrivano dalla Nigeria senza nemmeno sapere dove sia l’Italia, spesso senza neppure saper leggere o scrivere. Quando dicono di aver diciott'anni quasi sempre significa che non superano i diciassette. Le portano qui promettendo un lavoro da parrucchiera, soldi, un futuro. Invece il loro destino, una volta sbarcate nel nostro Paese, è la prostituzione. Un inferno di violenze, minacce, e sfruttamento.

Solo nel 2015 sono state in cinquemila ad esser state trascinate qui, magari dai sobborghi di Benin City, oppure dalle campagne di Ihobge. Prima, erano al massimo due-trecento l’anno. Il fatto è che la criminalità nigeriana è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni. Una specie di boom e al tempo stesso una nebulosa, che le forze dell’ordine e gli operatori sociali non hanno ancora capito bene come fronteggiare.

Eppure si tratta di mafia vera e propria. Non solo bande sparpagliate sul territorio, ma una grande organizzazione internazionale, dai contorni paragonabili a quelli della ‘ndrangheta, o della camorra, o della mafia siciliana con le quali non sono in contrasto ma, al contrario, fanno affari.

Una mafia che minaccia, sfrutta, uccide. I capi stanno al sicuro ad Abuja o a Benin City, la manovalanza lavora in Italia. Le mamam che ricorrono al woodoo per terrorizzare le ragazze, gli adepti di sette pseudo-religiose mimetizzati nella comunità, pseudo-pastori di chiese protestanti che anziché indirizzare le ragazze a denunciare i loro aguzzini, le inducono invece ad "obbedire", e poi i "boys" (giovani maschi) che fanno da galoppini, a volte pronti a "stuprare" e violentare le ragazze "disobbedienti". E poi ragazzi appena arrivati in Italia mandati davanti ai supermercati ad elemosinare. Un vero e proprio impero criminale fondato sulla schiavitù.

Il sociologo Francesco Carchedi, docente alla Sapienza, ha condotto centinaia di interviste, ricerche sul campo, è stato numerose volte in Nigeria, ripercorrendo a ritroso le vie degli aguzzini e delle loro vittime. È considerato uno dei massimi esperti europei nel campo della tratta di esseri umani. Il quadro che delinea è sconcertante.

"Si calcola che le donne nigeriane che esercitano la prostituzione in Italia sono oggi tra le 24 mila e le 28 mila. Da questo traffico nasce un giro d’affari enorme, che oscilla tra i 1,3 miliardi e i 1,7 miliardi di euro. Cifre che vengono a loro volta reinvestite nel commercio di stupefacenti ma anche nel traffico d’armi, con introiti stellari"

Una realtà che non riguarda solo l'Italia. Un quarto delle droghe che arrivano negli Usa transita per la Nigeria. Al centro di tutto questo, la prostituzione. Spiega il professore "Il flusso delle ragazze è praticamente ininterrotto. Da qui passano in Francia, Spagna, ma anche Romania, Germania e Inghilterra"

"Una struttura a stella cometa". Al suo centro c’è una figura femminile dall'aura quasi mistica: la mamam. Donna di fortissima autorità, reclutatrice, sfruttatrice, "sorella maggiore", cassiera, la mamam ha alle proprie dipendenze dei boys, guardie del corpo e assistenti tuttofare.

Nella fascia più bassa di questa piramide ci sono le giovani ragazze mandate a vendersi, anche nei pressi dei centri d’accoglienza per richiedenti asilo, da cui escono e rientrano dopo essersi prostituite, e poi uomini e donne utilizzati per lo spaccio e i maschi sfruttati per lavoro e accattonaggio. Il tutto controllato dai boss che stanno in Nigeria. A rendere il quadro ancora più inquietante sono i "cultisti", ossia adepti di alcune sette di ispirazione cristiano-evangeliche e animiste.

Mimetizzati fra i fedeli, non si espongono, non si fanno notare. Ma che le "vittime" conoscono bene. Terrorizzano chi non sta ai patti, proteggono gli affari, recuperano crediti. Non solo, nel loro modus operandi ci sono anche rapine, mutilazioni, omicidi rituali. In Nigeria e in Italia. Il quadro è quello di un’organizzazione ramificata su più livelli. Queste mafie sono parte integrante di segmenti del potere politico nigeriano basati sulla corruzione.

"Le risorse accumulate in Italia vengono trasferite in Nigeria, dove la forza economica e politico-sociale dell’organizzazione si decuplica. Una realtà duttile, capace di insinuarsi anche tra le pieghe delle leggi italiane"

Le bande nigeriane nel tempo hanno raffinato le loro strategie. Per esempio, le ragazze al loro arrivo sono indotte a dichiararsi rifugiate politiche o profughe, un modo "legale" che sfrutta il tempo che intercorre tra la richiesta di asilo e l'esito della domanda che, comprendendo anche l'eventuale ricorso, può arrivare fino 18-24 mesi.

Un modo per renderle meno "vulnerabili" rispetto alle autorità di polizia. "Nel chiedere asilo queste donne esercitano un sacrosanto diritto. Il problema è che la criminalità coglie tutte le opportunità, anche quello di piegare questo diritto ai propri interessi". E le prime vittime sono, ancora una volta, le ragazze.

Soprattutto le ragazze. Il racconto di M.M, 17 anni, uno tra i tanti. "Vivevo a Benin City. Mi raccontarono che l’Italia era bella e che si guadagnava molto e si poteva avere successo nel mondo della televisione, anche come parrucchiera delle attrici. Poi mi parlarono di un giuramento davanti agli spiriti degli antenati. Era un rito woodoo. Non mi faceva paura, perché è la religione dei miei genitori. Giurai di pagare quanto mi veniva prestato: 40 mila euro. Non sapevo neanche cosa significasse quella cifra"

Un patto d’obbedienza che costa caro. Invece di un lavoro da parrucchiera, lei e le altre hanno trovato l’inferno, a Caserta come a Torino, Como, Roma, Mestre, Palermo, Napoli, e tantissime altre città italiane. Ragazze senza diritti e senza futuro.


Cosa è possibile fare subito
Necessario approvare al più presto la proposta di legge che regolamenta la prostituzione e che prevede la punizione per i "clienti", presentata dalla senatrice Caterina Bini lo scorso Agosto

Necessario togliere ai trafficanti la loro fonte di guadagno, ovvero le ragazze. Le ragazze nigeriane che sbarcano vanno tutte inserite in un circuito di protezione, non devono in alcun modo poter avere contatti con i loro "referenti" in Italia. Il loro periodo di isolamento deve essere adeguato per cercare di approfondire con loro chi, dove, quando, perché .. e, se è il caso, le ragazze vanno rimpatriate senza che abbiano modo di contattare i loro sfruttatori in Italia.

Un sistema che, se ben strutturato e abbinato ad una buona legge che preveda la "punizione" dei clienti, toglierebbe ossigeno alle mafie che sfruttano le ragazze a fini sessuali.

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Articolo di
Maris Davis

mercoledì 12 ottobre 2016

No, e per sempre No all'Islam

L'Islam è come un gigantesco amplesso dove "godono" solo i vigliacchi che non hanno nessun rispetto per la vita umana e per le donne. Dove sanno solo masturbarsi gli "idioti" cristiani che porgono l'altra guancia e i "pervertiti" comunisti che continuano ad accogliere il "fango" mussulmano che nel mondo uccide, massacra, rapisce, distrugge
(Maris, mer 12 ott 2016)

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