martedì 30 giugno 2015

Land Grabbing, le terre rubate all'Africa

Immaginatevi mentre vi preparate per andare al lavoro: è una mattina come le altre, avete un sacco di impegni per la giornata, scendente in strada e, arrivati alla vostra auto, scoprite che qualcuno l’ha rinchiusa in un recinto di filo spinato e non potete in alcun modo raggiungerla. Oppure, provate a immaginarvi mentre accompagnate i vostri figli al parco vicino casa, siete sereni e i bambini non vedono l’ora di giocare, ma scoprite che nottetempo qualcuno ha scavato un profondo fossato tutto intorno impedendovi di fatto l'accesso.

Cosa fareste. Adesso provate a immaginare se al posto della vostra automobile o del parco preferito da vostro figlio, dietro a quel recinto o a quel fossato ci fosse la terra, la vostra terra. Quella terra che garantisce ogni giorno sostentamento per la vostra famiglia.

Cosa fareste. È la stessa domanda che si sono posti i circa novemila abitanti dei 37 villaggi dell’area nella "Riserva Naturale di Ndiaël" in Senegal quando una mattina, uscendo da casa, hanno scoperto che qualcuno si era impossessato dei loro orti, delle loro fonti d’acqua, dei loro prati dove pascolavano il bestiame, senza alcun preavviso, senza che nessuno avesse mai chiesto loro il permesso.

Si scrive "Land Grabbing" ma si legge "Furto di Terra" quello che sta accadendo in Senegal e in decine di altri Paesi nel Sud del mondo. In sostanza parliamo di acquisizione forzata d’immense porzioni di terreno agricolo dove aziende e governi complici ci guadagnano, a scapito di chi, quelle terre, le vive da sempre.

Nell’area della "Riserva Naturale di Ndiaël" l'azienda Senhuile, l'impresa agro-alimentare senegalese (di proprietà italiana) ha ottenuto dallo stato il controllo di una superficie pari a 20.000 ettari (poco meno dell’intera Provincia di Milano), che rappresenta il 3,8% della superficie agricola coltivabile del Senegal. Decine di migliaia di ettari di terre che tolgono alla popolazione locale, che in maggioranza sono coltivatori e allevatori tradizionali, l'accesso alle terre necessarie a vivere.

"Tutto quello che abbiamo lo dobbiamo a questa terra". Prima dell’arrivo dell’azienda italiana, la popolazione locale non osava nemmeno strappare una foglia agli alberi. Vai a spiegare adesso alle ruspe straniere che sono già passate sopra agli alberi e alle coltivazioni che, per queste persone, la terra è sacra e va rispettata.

La popolazione ha anche provato a ribellarsi. L’opposizione al progetto è stata così dura da lasciare morti e feriti a insanguinare quella terra che volevano difendere. Niente è servito, le ruspe non si sono fermate, insensibili alle numerose proteste.

Accesso alla Terra. Sempre più imprese stanno acquisendo il controllo di grandi estensioni di terreni nei paesi del sud del mondo, in particolare in Africa, per produrre materie prime da destinare al settore dei biocarburanti.

Il Land Grabbing è un vero accaparramento di terre, mira ad acquisire il controllo di enormi estensioni di terreni, sia per una produzione destinata all'export che per investimenti puramente speculativi. Molto spesso le legislazioni nazionali e internazionali in materia di diritto al cibo, di accesso all'acqua e alla terra non vengono rispettate, causando gravi violazioni dei diritti umani e lo spostamento forzato di intere comunità.

L’espressione Land Grabbing indica l’acquisto e l’affitto di appezzamenti agricoli di vaste proporzioni in paesi stranieri, per lo più economicamente arretrati, da parte di governi e di imprese private, un fenomeno in rapido aumento iniziato una quindicina di anni fa, legato soprattutto alla crescita della domanda mondiale di generi alimentari e di biocarburanti.

Fermare la minaccia alla sicurezza alimentare nei paesi del sud del mondo. La mancanza di trasparenza dei negoziati per l’affitto o per il trasferimento di terreni agricoli rende difficilissimo realizzare una valutazione certa, ma si stima che del 78% dei terreni che ha come finalità la produzione agricola, ben il 40% è destinato al settore dei biocarburanti. Secondo le stime della Banca Mondiale, la produzione di biocarburanti sarebbe responsabile dell’aumento dei prezzi alimentari del 75%.

Gli stati poveri di terre coltivabili, come ad esempio l'Arabia Saudita, quelli densamente popolati come il Giappone e quelli emergenti, come la Cina, che devono far fronte al costante incremento della domanda interna di prodotti alimentari, da tempo hanno incominciato ad affittare e a comprare terreni all'estero per coltivarli e soddisfare così il fabbisogno nazionale di cibo. Tra i privati, le richieste provengono invece soprattutto dalle industrie produttrici di biocarburanti che necessitano di immense estensioni di terra per coltivare palme da olio, mais, colza, girasole, canna da zucchero e altre specie vegetali dalle quali ricavano il carburante alternativo ai prodotti petroliferi.

Land Grabbing in Africa. Due terzi dei terreni e delle risorse naturali "accaparrati" in questi ultimi anni, si trovano in Africa e più in particolare nell'Africa Sub Sahariana. La Corea del Sud ha acquisito nella sola Isola del Madagascar 1.300.000 ettari, pari alla metà dei terreni agricoli del paese, che ora sono destinati a colture di mais e olio di palma.

La ragione è che i governi africani cedono i loro terreni a condizioni estremamente allettanti per gli acquirenti, tanto favorevoli da rendere poco rilevanti i notevoli fattori negativi di rischio come la mancanza di infrastrutture, instabilità politica, presenza di movimenti e bande armate, che altrimenti sconsiglierebbero gli investimenti.

Innanzi tutto è il costo di locazione e di vendita a compensare oneri e rischi, peraltro in certi casi davvero elevati. I prezzi dei terreni infatti diminuiscono in funzione della loro lontananza dai terminali marittimi e aeroportuali, delle spese in infrastrutture e in servizi di sicurezza necessarie a consentirne lo sfruttamento. L’affitto di un appezzamento può ammontare anche soltanto a uno o due dollari all'anno per ettaro.

Libertà troppo ampie e scarsi controlli. Molti governi africani, se non tutti, lasciano ampia libertà ai nuovi proprietari per quanto riguarda l'impiego delle terre cedute. Non si interessano realmente dell'uso che intendono farne e non pongono condizioni né attuano controlli affinché vengano rispettate le norme a tutela dell’ambiente, che in verità spesso nei paesi considerati neanche esistono o sono disattese, permettendo che inquinino ed esauriscano suoli e acque se lo ritengono economicamente vantaggioso, a scapito delle comunità locali e del patrimonio naturale nazionale.

I governi africani consentono che gli abitanti delle terre cedute vengano costretti ad andarsene, se necessario con la forza, lasciando abitazioni, campi e pascoli, talvolta senza ricevere risarcimenti e in altri casi ottenendo in cambio inadeguate somme di denaro oppure il reinsediamento in altre aree del paese, spesso però periferiche, prive di servizi e di infrastrutture e meno adatte alla vita umana.

Data la situazione, quindi, si possono considerare fortunati gli africani che vengono assunti come braccianti e operai dalle imprese straniere quando queste non decidono di impiegare invece prevalentemente manodopera del loro paese di origine piuttosto che quella locale.

Tutto questo succede nel continente della fame, che importa generi alimentari a caro prezzo, l’unico in cui denutrizione e malnutrizione continuano ad aumentare, come documentano ogni anno i rapporti della FAO e di altri istituti internazionali di ricerca.



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